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IL SALE - N.°99


 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 9  –  numero 99 – Dicembre 2009

 

 

 

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Sommario

 

 

 

 

 

                                                        presentato da Lia Didero

 

                                                       di Lucio Garofalo

 

                                               di Antonio Mucci

                       

                                                        di Fernando Italo Schiappa

 

                                                        di Lucio  

 

                                      di Carmelo R. Viola

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        di Abdullah A. Salah   

 

                                                        di Fabrizio Legger

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

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La pagina di Diderot

 

Stragi e menzogne di Stato

 

La rievocazione all’auditorium De Cecco della strage di piazza Fontana alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969 organizzata dall’Associazione Alessandrini di Ennio Di Francesco  alla presenza di Agnese, figlia di Aldo Moro,  è scivolata , come altre del genere organizzate dallo stesso, in una piatta, retorica, omissiva rievocazione.

Sì omissiva: non si può parlare infatti di disinformazione o rievocazione mendace, ma semplicemente di una rievocazione mancante di parti di verità.

E’ stato omesso di ricordare come , immediatamente dopo la strage, si sia voluto puntare il dito accusatorio contro gli anarchici,  di come morì  Pinelli, dando una versione di comodo e assolutoria per come cadde dalla finestra della Questura di Milano la sera del 15 dicembre 1969  trattenuto indebitamente subito dopo la strage e di Pietro Valpreda arrestato ingiustamente quale autore materiale della strage scontando da innocente il carcere fino al 1972.

Guarda caso questo tipo di rievocazioni vengono condotte in assenza di qualsiasi dibattito fra il pubblico, tanto è il timore  che serpeggia tra gli organizzatori che si possano inficiare pacchetti abilmente preconfezionati da dare in pasto alla pubblica opinione.

Se le commemorazioni di Luigi Calabresi e Emilio Alessandrini debbono  passare attraverso una comoda disinformazione omissiva  attraverso melense rievocazioni in cui vengono invitate le usuali autorità , allora sta a significare che lo scopo di questi eventi è solo di facciata.

Persino chi si fregia di titoli accademici di storico come Giuseppe  De Lutis, fra i relatori,  non riesce a sottrarsi all’appiattimento generale e all’omologazione e ad omogeneizzare in un unico calderone vittime e carnefici, con il pretesto dell’oblio rappacificatore.

Per dare il senso della disinformazione ormai dilagante vorrei ricordare che l’altra settimana a Roseto degli Abruzzi in un dibattito analogo organizzato dal Circolo culturale  Chaikana è stata invitata l’altra figlia di Aldo Moro, Maria Fida,  e fu proiettato il  film, “Moro la verità nascosta”  alla presenza di regista Carlo Infanti.

Di verità questo film ha  ben poco perché  omessi i  riferimenti alle minacce subite da Aldo Moro da parte del segretario di Stato USA,  Henry Kissinger,  per via dell’avvicinamento dello statista verso il PCI, la scomparsa  del memoriale delle brigate Rosse in via monte Nevoso a Milano ritrovato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mentre è  enfatizzato quale misterioso burattinaio  il ruolo di Romano Prodi per via della finta seduta spiritica in cui s’indicò Via Gradoli  (scambiata per il comune di Gradoli ) a Roma quale dove dove Moro effettivamente venne tenuto prigioniero, notizia trapelata per molti ma non per le forze dell’ordine che non ricevettero mai l’ordine d’intervenire e liberare lo statista, in cui, nello stesso film,  viene esaltata come positiva la figura di Mario Scaramella consulente di Berlusconi e autore della bufala Mitrokhin che doveva dimostrare il coinvolgimento di Prodi & C. con il sovietico KGB , per non parlar del ruolo riabilitante assegnato  a Gladio , l’organizzazione segreta fascista anni 50/60 con a capo esponenti come Francesco Cossiga .

La stessa Maria Fida si è dissociata dal contenuto di questo film.

 

Diderot

 

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La bomba del 12 dicembre del '69?

A Milano, a Piazza Fontana?

No, veramente non mi ricordo, non c'ero, non ero neanche nato...

     40 anni. Quarant'anni dal quel 12 dicembre 1969 in cui una bomba fece tremare Piazza Fontana a Milano. Quarant'anni dal quel 15 dicembre in cui Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, fu spinto allespalle da una forza di gravità che lo fece precipitare dal quarto piano della questura di Milano. Bombe, vittime casuali, voli dalle finestre, rimasti senza una spiegazione, senza condanne, senza colpevoli. E il presunto colpevole era allora, è stato per 40 anni, ed è ancora oggi così forte e legittimato da poter opporre se stesso alla sua condanna... STRAGE DI STATO. Così si disse, senza smentita.  Ma nemmeno senza attendersi giustizia, da chi la giustizia la amministra e le condanne - anche a morte - le fa eseguire nell'ombra. Strage di Stato, allora. Per fermare le lotte operaie, le lotte studentesche, per diffondere il terrore, per prevenire una trasformazione sociale
che appariva riluttante a farsi incanalare nell'alveo delle istituzioni borghesi. Contro una temuta rottura rivoluzionaria, fu strage di Stato come rottura preventiva dei rapporti di forza tra le
classi. La strategia della tensione, la si definì.

    Cominciò così la cultura dell'emergenza, che ci accompagna da allora, passando per le varie stagioni degli opposti estremismi, del terrorismo e degli anni di piombo, del pentitismo e della repressione che nel XXI secolo si fa spettacolo. Ogni dissenso è criminalizzabile; definita come terrorista ogni opposizione sociale che esprima critiche alle politiche delle istituzioni statuali e capitaliste, dei sindacati che si fanno complici e dei media asserviti.

    Cominciò la cultura del non ricordo, con cui i fedeli servitori dello Stato si sono sottratti in questi 40 anni a rispondere delle loro responsabilità, fino a Genova 2001, fino alla recente morte di
Stefano Cucchi, fino alle prossime amnesie.

    Cominciò la cultura del sospetto, nutrita di stragi, tutta orientata a sinistra. A cominciare dal movimento anarchico. Una cultura del sospetto infida e liberticida, strumentale alla conservazione degli assetti politico-sociali costituiti. Una cultura che tendeva e tende a salvare i servizi segreti, i gruppi della destra fascista, facendo ricorso sistematico al segreto di... Stato. 40 anni in cui il neofascismo è stato protetto e nutrito, pronto a schiudersicome l'uovo del serpente di Ingmar Bergman, per riprodurre razzismo e totalitarismo, obbedienza cieca allo Stato ed al capo. Chi cerca di opporsi non può che essere... sospetto! Forse è un pericoloso anarchico!! Non è un caso che oggi il movimento anarchico e tutti i movimenti che esprimono valenze e valori libertari siano oggetto di controlli e di repressione preventiva.

    Cominciò così il vuoto collettivo di memoria e la moderna vocazione ad eludere. Quarant'anni anni in cui la carica di indignazione e di contestazione si è come stemperata nel rito dei processi senza colpevoli eppure rivelatori delle connivenze e di tutto lo spessore e la gravità del disegno stragista.

    Ogni frammento di quella bomba di 40 anni fa, ogni vittima, ci porta all'orrore dell'insieme che abbiamo alle nostre spalle e davanti ai nostri occhi.

    Ogni definitivo documento di Stato sulla morte di Pinelli quella sera del 15 dicembre del 1969 ci porta a rinnovare il nostro impegno perché la memoria mantenga viva la consapevolezza di un'altra verità: quella di una classe operaia e di una generazione rivoluzionaria fatta saltare in aria a Piazza Fontana, fatta volare giù da una finestra diVia Fatebenefratelli.

 

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    Sì, ci ricordiamo di quella bomba del 12 dicembre 1969. Di quella di Milano e di quelle di Roma. E di tutte quelle messe nelle piazze e sui treni per oltre 10 anni. Sì, ci ricordiamo di tutti i proletari uccisi nelle lotte di quegli anni. Sì, c'eravamo, anche se forse non eravamo ancora nati.

    I comunisti anarchici non rimuovono, non dimenticano.

    Federazione dei Comunisti Anarchici

   PENA CAPITALE
In Italia il sistema giudiziario-carcerario non prevede la pena capitale. Un governo italiano ha persino guidato un paio di anni fa la cordata internazionale per la moratoria della pena di morte.
Un esempio fulgido di democrazia occidentale avanzata sul piano dei diritti civili, si direbbe.
Nessuno, in Italia, che si chiami Caino o Barbablù, potrebbe essere condannato a morte da un tribunale.
Ma, anche se non c'è nessun giudice, nessuna corte, che potrebbe sentenziare la condanna capitale per un imputato, la pena di morte scatta ugualmente inesorabile e colpisce, seminando lutti e dolore, che nessuna legge ha previsto, che nessuna legge vuole prevenire o impedire.
La pena di morte viene praticata, come una sorta di roulette russa, all'interno del sistema di controllo-repressione-sicurezza e non ha un articolo di codice penale che la giustifichi. Porta, questo sì,  il volto incappucciato di un boia che nessuna inchiesta giudiziaria potrà mai smascherare,  che non avrà mai un volto, se non quello dello Stato, nel cui nome si può toccare Caino fino a farlo morire.
Come il ferroviere  anarchico Giuseppe Pinelli precipitato da una finestra della questura di Milano 40 anni fa, come Giuliani a Genova 8 anni fa, sono tanti i cittadini italiani condannati a morte di "malore attivo", di "caduta per le scale", di "improvviso arresto cardiaco", di "legittima difesa", una volta avuto un incontro troppo ravvicinato con il braccio repressivo dello Stato.
Cucchi, Aldrovandi, Bianzino e tanti altri non hanno fatto in tempo. Non ce l'hanno fatta. A sfuggire.
Non erano teorici della lotta armata, nemmeno manovali della criminalità organizzata, erano solo uomini già condannati ad una vita di sofferenze e di emarginazione, eppure, e forse proprio per questo, sacrificabili.
Ma la condanna a morte, in un paese che non la prevede, può anche fare a meno di improbabili "incidenti" e impossessarsi dei pensieri di un cittadino detenuto, fino a portarlo all'auto-esecuzione, al suicidio. Sono 547 i suicidi nelle carceri italiane dal 2000 al 2009; sono già 63 i suicidi nel 2009 contro i 48 del 2008, senza contare i suicidi in ospedale e quelli agli arresti domiciliari.
Vale davvero poco la vita umana in questo paese.
La sindrome della sicurezza uccide, lo sfruttamento sul lavoro uccide, una sanità in stato di abbandono uccide, il razzismo uccide, l'omofobia uccide, la violenza maschile uccide le donne
perchè...donne.
In un paese concepito come carcere generalizzato e per questo soggetto a trasformazioni istituzionali e legislative sempre più autoritarie e repressive, la pena di morte può anche restare fuori dal codice penale. Di fatto è pienamente vigente.
La lotta per la vera moratoria è tutta da costruire, affinchè nessuno tocchi Caino nelle aule di tribunale, nelle carceri, nelle questure...
Nessuno tocchi i lavoratori, gli immigrati, le donne..., le nostre vite.

Contro la cultura di morte, solidarietà e cooperazione...
FdCA
novembre 2009

Presentato da Lia Didero

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APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero precedente)

 

 

Protezionismo e assistenzialismo made in Irpinia

 

Negli anni Ottanta il sistema clientelistico, protezionistico e assistenzialistico in Irpinia era in pratica onnipresente e totalitario, nella misura in cui seguiva, dirigeva e condizionava la vita quotidiana delle persone, devote al santo di Nusco, dalla culla al loculo, a patto di sciogliere e cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui veniva (e viene) richiesto, ossia ad ogni tornata elettorale, a livello locale, regionale e nazionale. Ancora oggi molti sindaci e amministratori dei piccoli Comuni irpini sono designati con la benedizione dell'uomo del monte, che fa e disfa la politica irpina a proprio piacimento, costruendo e affossando maggioranze e minoranze amministrative, indicando persino i nomi di taluni candidati all'opposizione. Ancora oggi, all'interno stesso del blocco demitiano si riflettono, si risolvono e dissolvono tutte le contraddizioni e i contrasti tipici della dialettica democratica tra governo e opposizione, tra sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento radicale della politica irpina, che non a caso è tuttora sottoposta ai ricatti, alle influenze, ai capricci, ai condizionamenti esercitati dall'uomo del monte. La rete dell'assistenzialismo era diventata un apparato scientificamente organizzato, volto a garantire la conservazione perpetua di un sistema politico-clientelare simile ad una piovra, che con i suoi lunghi e complessi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando in modo permanente la macchina statale, scongiurando ogni rischio di instabilità, crisi e, soprattutto, di cambiamento reale della società irpina. La grande piovra del potere demitiano ha sempre distribuito posti, appalti e subappalti, rendite e prebende, forniture sanitarie, eccetera, in tutti i paesi della provincia avellinese, favorendo e gestendo un vasto e capillare sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio impiegatizio, di coltivatori diretti, di liberi professionisti, ecc., che da sempre appoggiano la Democrazia cristiana e i suoi eredi (leggi Margherita, oggi Partito Democratico), ossia investono su San Ciriaco, che è la testa pensante e pelata della piovra tentacolare.

 

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Ecco perchè tale struttura di potere si è preservata e riciclata in modo integro sino ad oggi, resistendo ad ogni sussulto, sopravvivendo persino al furioso cataclisma politico-giudiziario causato dalle inchieste di Mani Pulite, mentre altrove si è dissolta facilmente sotto i colpi inferti dalla magistratura milanese all'inizio degli anni ‘90.     

Dopo 27 lunghi anni la fase dell'emergenza e della ricostruzione post-sismica non si è ancora pienamente conclusa, perlomeno non in tutti i centri più gravemente danneggiati dal terremoto del 1980. Si pensi che a Lioni, uno dei Comuni più disastrati dell'area del cratere sismico, i villaggi dei prefabbricati non sono stati ancora smantellati e bonificati del tutto. La popolazione locale attende con ansia il varo e l'attuazione di un adeguato piano di intervento in tale direzione.

 

 

 

 

 

                         

 

 

 

 

 

(continua nel prossimo numero...)

 

 

Lucio Garofalo

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Il Socialismo è vivo oppure è morto?

 

 

UNA POLEMICA IN FAMIGLIA

 

 

           

Sulla rivista anarchica “A” , ottobre 2009, anno 39, n.7, Andrea Papi ha scritto un articolo dal titolo “La dipartita del socialismo”. Secondo me centra molto bene “le piaghe” del movimento rivoluzionario di questa epoca. Però non le aiuta minimamente a guarire. Naturalmente lo fa in pienissima buona fede.

Una piccola premessa: tutte le discussioni all’interno della Sinistra e del campo rivoluzionario, a mio avviso, si devono considerare “discussioni in famiglia”, cioè che non devono finire con l’uscirne, negando il proprio passato e rientrando “mani-piedi-testa” nel Sistema capitalista. Questa scelta, per me, è sempre stata assurda e quindi inconcepibile anche se è stata ed è gettonatissima. Assurda perché noi ci siamo ribellati a questa società ingiusta e sfruttatrice per cambiarla. I nostri errori riguardano il come cambiarla, non il perché: questo è assodato, non si discute più. Noi siamo dalla parte della ragione. La società ed il sistema in cui viviamo sono rimasti ingiusti, anzi sono peggiorati. Quindi perché ravvederci? Degli errori nostri o dei loro? Dei nostri sì, ma dei loro proprio no. Che siano i rappresentanti del potere a riconoscere i propri errori! Sono “mosche bianche” coloro che lo hanno fatto.

            Andrea Papi scrive: “…il socialismo è deceduto. Il socialismo…è morto e non ha più nulla da dire alle masse oppresse…”. A me sembrano dichiarazioni esagerate, da fine della Storia, ovvero fine del mondo. Nessuno è in grado di prevedere il futuro! Per cui queste affermazioni nette e categoriche non si possono fare. Comunque  se Andrea è molto convinto di quello che scrive, in nome della libertà di pensiero, va bene anche l’affermazione categorica.

            Indubbiamente l’ideologia socialista, come centro di potere in alternativa a quello capitalista, è in crisi (Io aggiungerei anche: per fortuna!). Però c’è da vedere che a livello mondiale e storico non ci sono altre ideologie che l’hanno sostituita. Quella neo-liberista o quella integralista-religiosa sono ideologie da “capitalismo-barbaro” la prima e da Medioevo la seconda. L’unica ideologia progressista in senso umanitario rimane quella socialista perché ha le idee ed i principi giusti, anche se non gli uomini e le donne coerenti con essi. Possiamo vedere il caso del “Socialismo del Ventunesimo Secolo” che, iniziato in Venezuela, si sta sviluppando in tutta l’America Latina perché, per ribellarsi all’oppressione dell’imperialismo americano, devono servirsi di pezzi di queste idee e programma.

            Andrea Papi dice: “…sinistra e socialismo in senso lato si appartengono e vivono da sempre un percorso simbiotico e interdipendente.” In questa riga, secondo me, c’è una grossa confusione perché non si vede il fenomeno storico della degenerazione nella applicazione delle idee. Le persone che hanno enunciate le idee socialiste non hanno niente a che vedere con quelle che le hanno applicate. In questo processo c’è stato un fenomeno di degenerazione da parte degli applicatori perché hanno trasformato queste idee in ideologie, cioè in centri di potere, ed hanno operato una rottura con le idee originali. Tale rottura è sempre avvenuta in forma violenta, con morti e sofferenze molto grosse. Questo fenomeno storico è avvenuto non solo  nel campo socialista  ma anche in quello liberale e religioso. Per cui Socialismo e Sinistra odierna hanno lo stesso rapporto che c’è tra le idee repubblicane di Mazzini e la Seconda Repubblica di oggi, nonché tra Gesù Cristo e l’attuale papa Benedetto XVI, cioè zero ovvero nessun rapporto. Formalmente l’uno è la continuazione dell’altro, ma solo formalmente perché sostanzialmente, cioè nelle idee, non hanno niente a che vedere tra di loro, anzi si negano reciprocamente.

 

 

 

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Per cui tra sinistra e socialismo non c’è nessun senso lato di appartenenza né di interdipendenza, come dice Papi, ma solo una continuità formale. Se non si vede questo fenomeno storico si seguita a parlare di paesi socialisti, partiti socialisti, Craxi socialista, movimenti socialisti dove non c’è niente di socialismo. Si commette “l’errore” di Berlusconi che vede comunisti dappertutto. Naturalmente lui è in mala fede. Però non c’è mai stata una nazione che abbia funzionato in piena coerenza con le idee socialiste. Ci sono stati e ci sono pezzi di socialismo applicati qua e là nel mondo e nella Storia. Per cui quando Papi scrive: “ …il socialismo è deceduto...almeno dal 1989 con la simbolica caduta del Muro di Berlino…” non sono d’accordo. Nel 1989  “è deceduto”  il Socialismo Reale dell’URSS con i suoi derivati, ma non il Socialismo. Questi regimi non avevano niente di socialismo. Erano delle dittature anche se diretti in nome del socialismo e del comunismo. Contano i fatti  e non le parole, specialmente quando c’è un contrasto tra di loro. Se ci sono coerenza ed armonia, allora anche le parole sono molto importanti perché contribuiscono a rafforzare i fatti.

 

Quando si parla di crollo del socialismo è come dire che il crollo di un ponte sul fiume dipende dall’idea del ponte che è sbagliata e non dagli ingegneri che lo hanno progettato male. Così è da vedere il socialismo: sono i progettisti che hanno sbagliato e non del tutto, a mio avviso, ma l’idea è correttissima e giustissima. Chi sa quanti ponti saranno crollati i primi tempi della loro scoperta. Oggi si fanno ad occhi chiusi. Il principio della sperimentazione vale per tutte le scienze, chi sa perché non debba valere per la scienza rivoluzionaria. Si insiste con accanimento a voler condannare il Socialismo e la Rivoluzione con sentenza definitiva, senza nemmeno darle la possibilità di un appello. Perché?

 

Andrea Papi, sempre sulla base del fatto che ormai “il socialismo è morto”, aggiunge: “Ora spetta anche a noi anarchici scrollarcelo di dosso e liberarci del suo fardello, ormai obsoleto…”. Ognuno è libero di dire e di fare quello che vuole, per cui il rispetto non si discute, ed io non sono anarchico, però il Socialismo è la radice della pianta “Anarchia”, così come della maggior parte delle organizzazioni del movimento operaio. Tagliando le radici non si sviluppa la pianta, ma la si distrugge. Si diventa un’altra cosa. E, a questo punto, io starei attento con le teorie fine a se stesse, come è quella dei “post-anarchici” o “post-strutturalisti”, senza riscontro con la realtà. Il socialismo è pienamente dentro la realtà, la società e la Storia. Le sue idee di liberazione e di giustizia, di una società senza padroni e senza sfruttati, senza ricchi e senza poveri sono arrivate ad affascinare i popoli di mezzo pianeta. Ancora oggi queste idee, a mio giudizio, sono la soluzione alla crisi economica  ed ambientale del mondo.

 

Sono idee semplicissime da comprendere, ma difficilissime da applicare. Gli errori commessi e tutta l’esperienza storica lo dimostrano. Però la difficoltà non viene soltanto dal potere,   come hanno creduto tutte le organizzazioni rivoluzionarie, ma soprattutto dalla coscienza  egoista della gente.  I rivoluzionari di ogni tendenza ideologica hanno sempre messo in primo piano l’assalto al potere e poi l’emancipazione del popolo. Qui, secondo me, è l’errore principale che si è commesso nella Storia. Io penso che bisogna invertire la formula: prima l’emancipazione e poi l’assalto al potere. Con un popolo maturo, disinteressato, altruista, abituato ad autogestire la vita e la società,  si può dare l’assalto al potere. Sarà questa nuova coscienza e struttura del popolo che potrà sostituirsi allo Stato nella gestione della società ed evitare che una minoranza autoritaria crei una nuova dittatura.

 

In conclusione io penso che anche nel campo socialista ci sia bisogno di fondamentalismo, cioè di un ritorno alle origini, arricchito delle esperienze e degli insegnamenti positivi della Storia, depurato del negativo. Un “Fondamentalismo Socialista” che ricominci da tre, come diceva il film di Troisi, forse anche da quattro……  .

Antonio Mucci

 

(Continua nel prossimo numero)

8

 

 

In  occasione dell’anniversario della morte della mia diletta madre Lucia, meglio conosciuta ed amata come Donna Eva dal pennello amico.

 


 

 

15 aprile 1995

 

Lunghi anni sono passati

madre addolorata

 

da quel lontano giorno

che, candida colomba

al cielo felice sei volata.

Ricordo ancora oggi

lo squillo del telefono

 

quel mattino nebbioso

a via Fra Galgario

della vecchia Milano

che ci comunicava

la tua improvvisa

dipartita dal mondo.

Come folle Domenico

guidò la vecchia vettura

fino a Montesilvano

dove desolati aspettavano

il nostro mesto arrivo:

papà Michele, Giovanni, Teresa,

Gina, Adelina con molti bambini meravigliati

e tante pie donne

raccolte in preghiera

con la corona del Rosario in mano.

 

E mentre scrivo per te

queste semplici parole

mi accorgo Donna Eva

con un filo

di malinconia

che più non sono

il giovane studente

che con un bacio

 

 

 

svegliavi

al primo sorgere

del nuovo sole.

 

 

 

‘Variazioni in rosa’

 

Rosa – come la cima del Monte amaro alla Maiella

quando la luna nuova cullata dal canto del pastore

sull’irta vetta soavemente si riposa;

Rosa – come il soffice velo d’una giovane sposa

che di confessar il suo amor ancor non osa;

Rosa – come magnolia della vecchia Giorgia nata

e cresciuta in antica piantagione del mitico sud

fra i fiori di tabacco ed i fiocchi di cotone;

Rosa – come silvestre camelia dell’Alabama tacitamente

esposta sui capelli inanellati d’una bruna ed

ammaliante creola, sorpresa mentre davanti allo

specchio d’argento languidamente posa;

Rosa – come la valle di Macugnaga quando a sera sulle

 

 

 

 

cime ammantate di neve fresca sognano

le roselline delle Alpi addormentate.

 

 

‘Elegia dell’Iride, o Canto dei colori’

 

Bianco –

neve che ammanta

le scure rupi della Presolana

Rosso –

sabbie di vento che

offuscano le solitarie dune

del mitico Nirvana

 

 

Verde –

languido canto d’un pastorello

                 che oltre l’Orizzonte

lento si perde

Azzurro –

volo di gabbiani

che fra le onde oscilla

come nostalgico sussurro

Arancione –

cromatica composizione

cangiante e fragile

come al soffio della brezza

ondeggia la coda

d’un romantico aquilone

Nero –

mistico canto dei miei sogni

in cui ravviso il vero

 

 

 

 

 

 

 

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Giallo –

il cappello roso dal vento

 

 

 

 

del vecchio  spaventapasseri

sorpreso dal nitrito

d’un indomito cavallo

Rosa –

il sorriso innamorato

d’un adolescente

ritratto nei desideri

che di svelar non osa

Celeste –

chiare nubi de ciel sereno

che vagano alle prime luci

dell’alba lente e meste

Grigio –

il furtivo girovagare pei tetti

d’un esperto gatto bigio

Avana –

la blusa d’una fanciulla

che felice gioca con le amiche

alla campana

Viola –

la solitudine d’una madre

che il tempo dei ricordi

vive da sola

Spero non si molesti l’arcobaleno

se il poeta gli rubo’

anche se per poco i suoi colori

coi quali completò le incognite equazioni

di questo strano gioco di luci ed ombre

che si perde nel silenzio della notte poco a poco.

 

Fernando Italo Schiappa


 

 

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Giovedì 17 Dicembre
 “MonoMonk”
di e con TeatriOFFEsi (Pescara)
MonoMonk è una lettura/concerto che ripercorre il mondo del Santone del beebop, Thelonious Monk.
Un mondo fatto di lunghe pause e di note impazzite, in cui si passa  dalle vie di harlem ai fumosi locali della 52esima strada, dall'alcool, la droga e le risse alle grandiose esibizioni dei più famigerati jazzman: monk, coltraine, davis, powell, gillespie, parker e molti altri.
Sullo sfondo, ma non secondarie, le persecuzioni e le lotte sociali degli afroamericani, perseguitati dalla polizia, da fanatici razzisti e persino da strutture manicomiali.

di e con Teatri-Offesi
Eseguito da: Renato Barattucci: Synth e Saz.Stefano Cerritelli: Batteria e Percussioni.

Dino Rosa: Contrabbasso. Fabio Zavatta: Voce narrante.

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Venerdì 18 Dicembre
“Sophia”
Storia di stra-ordinario lavoro

Compagnia AKR (Roma)
Nella campagne la gente lavora, viene sfruttata, umiliata, spesso muore per meno di 20 euro al giorno. Senza garanzie, senza poter guardare il faccia il proprio aguzzino, senza poter protestare. Nell’assoluto silenzio delle istituzioni. Nell’assoluta impotenza dei sindacati. Sophia è una voce sola in mezzo a questo mare di schiavi. Ma è anche il simbolo di una reazione a quel contesto. In un mondo del lavoro in cui uccidere sembra tollerato, la voce di Sophia solleva una questione: cosa accadrebbe se a morire sul posto di lavoro fossero i padroni, o i caporali o gli schiavisti?
“Come bestie che cercano bestie”
Compagnia Imamama (Roma)
Menzione Premio Scenario 2009
Motivazione della Giuria Per il recupero della parola pasoliniana all'interno della Roma di oggi, che, in modo diverso, vive nuove forme di scontro tra poveri, di rabbia, di discriminazione etnica, culturale e sociale. Per la tenacia con cui si riafferma la necessità di una rigorosa solitudine poetica e per la scommessa umana su una "disperata vitalità", ricercata nei territori del margine e dello scarto.
Lo spettacolo La solitudine: bisogna essere molto forti per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere rapinatori o assassini… Non c'è cena o pranzo o soddisfazione del mondo, che valga una camminata senza fine per le strade povere, dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani. Pier Paolo Pasolini La storia. Il breve racconto di Pasolini, Storia burina, ambientato nella Roma più bassa, quella lontana dal centro e dai monumenti, dalle vetrine e dai turisti, quella Roma che non c'è sulle cartoline, ma che in fondo è l'unica Roma vera da quasi sessant'anni, narra di un incontro/scontro tra due giovani: Romano il Paino, bullo di successo destinato al declino e Romano il Burino, da poco giunto in città, parvenu in rapida ascesa. Entrambi per sopravvivere lavorano al Macello di Testaccio e arrotondano il salario con macellazioni clandestine. Inoltre una passione li unisce: la boxe. Due vite nate sotto una cattiva stella, predestinate alla sconfitta, senza alcuna possibilità di redenzione o salvezza. Si potrebbe pensare che questo mondo sia del tutto scomparso, ma così non è: se ci si allontana dall'ologramma che Roma offre al mondo (il Papa, il Colosseo, Trastevere…) si scopre che quella "disperata vitalità" è ancora tutta lì, con le stesse facce, gli stessi modi, la stessa desolata desolazione. Gli "eroi" hanno solo cambiato nomi e  provenienza, così Romano il Burino non arriva più da Tuscania, ma da Sibiu, sud della Romania...

Sabato 19 Dicembre
Studio per “La Bella Lena”
Finalista al Premio Scenario 2009
Compagnia Franca Battaglia (Napoli)
La bella Lena è la storia di un viaggio fatto per amore, per fame, per fame di amore e di vendetta. E' una lotta dichiarata contro la morte, quella fisica e quella provocata dalla cancellazione della dignità
> umana e dall'oblio. La bella Lena è voler ricordare a tutti i costi. Lena è in fuga, sta scappando dal suo nemico anche se in realtà ne porta dentro di sé il frutto. Per quanto voglia scappare dovrà affrontarlo, prima o poi. Nella sua fuga incontra Soledad, uomo che si è fatto donna e che la accompagnerà fino alla fine del suo viaggio e oltre. Poi c'è Salvatore (di Baia o Baìa) che è il futuro e il frutto del ventre di Lena, c'è un quaderno-diario che legherà questi tre destini e la cui scoperta sarà la causa scatenante di questo viaggio della memoria. La vecchia capera è la voce del coro-giudice,
perbenista e bigotta. E ci sono i treni mai presi e le stazioni dove si resta bloccati, come in un ricordo. Poi, un giorno, succede qualcosa e quel ricordo diventa il motivo per salire al volo su un treno e continuare a vivere.

 

Lucio

 

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Unico colpevole è lo Stato. che non ha curato uno psicopatico e che lo traduce in carcere piuttosto che presso una struttura psichiatrica

 

Il “provvidenziale” incidente Berlusconi

 

                Provvidenziale non perché mi faccia piacere ma perché utile all’aggredito. Quanto a me, sono un nonviolento e, auguro alla “vittima” – che disistimo di tutto cuore - una totale guarigione senza tuttavia accodarmi all’esercito di ipocriti, che pullulano come insetti fastidiosi. La mia rivoluzione prevede ben altri mezzi di lotta. Ma andiamo al punto…

                Un corpo contundente in faccia non dev’essere certamente piacevole ed è comprensibile la smorfia di un Berlusconi che l’ha ricevuto mentre si ubriaca di ossequi servili circondato da segugi scodinzolanti. Ma quanto lui, i suoi sostenitori e gli stessi oppositori parlamentari stanno dicendo fino alla nausea, dimostra, da un lato, l’incapacità di quanto sta accadendo realmente, e, dall’altro,  un vero e proprio piano di dittatura strisciante.

                L’incidente delle Torri Gemelle, seppure l’esito di un assai discutibile attentato terroristico, è servito alla casta industriale-militare USA – regnante Bush junior – a dichiarare guerra al mondo intero (ovvero agli Stati-canaglia) secondo la classica legge machiavellica che per reprimere non occorre una ragione ma basta un pretesto. Pertanto, la faccia insanguinata del Presidente del Consiglio dei Ministri, sebbene non voluta (sarebbe troppo!), è un pretesto eccellente per imboccare scorciatoie nel piano di tacitazione del Parlamento (potere legislativo) e della Magistratura (potere giudiziario) a favore di un potere forte concentrato nella mani della sola persona dell’aggredito, che ne ha bisogno per fatti personali.

                Sotto il caos isterico dei politici e della stampa, pilotato ad arte da chi tiene bene i fili di un miserabile teatrino delle marionette, le verità sono poche e trasparenti come la luce del sole:

                1 - Un uomo, affetto da disturbi psicomentali, non curato e non custodito abbastanza per effetto della legge Basaglia (abolizione dei manicomi), alfine commette un gesto clamoroso, guarda caso, contro la persona di Berlusconi. Può darsi che la veemenza antisocialista ed anticostituzionale di questi sia stata un fattore scatenante nella psiche di un soggetto che conserva tuttavia un’intelligenza, una sensibilità, una propria “filosofia” (come ogni altro uomo) ed una propria reattività anche sociopolitica. La persona “normale” contiene la risposta violenta, quella “anormale” può esserne travolta fino all’impotenza: è un’altra verità che scorre sul paradosso di un confine inesistente fra le due dimensioni. Massimo Tartaglia, l’aggressore,  resta tuttavia uno psicopatico, vittima di sé stesso e di uno Stato che non l’ha curato e custodito come avrebbe dovuto.

                2 - Il Tartaglia non è perseguibile mentre lo Stato è il soggetto che risponde anche penalmente di omissione di cura e di custodia. E Stato sta per persone che lo rappresentano – o dovrebbero rappresentarlo – responsabilmente in settori specifici. Sta agli specialisti psichiatrici cercare di stabilire quanta eventuale punizione possa servire ma solo come parte della terapia.

                3  Ammesso che l’aggressore Tartaglia sia effettivamente un vero psicopatico e, come tale, non sia in grado di gestire le proprie emozioni come una persona normale – e pare che lo sia per davvero stante anche la testimonianza del padre e dei vicini di casa – ogni gazzarra sulla semina di odio contro Berlusconi non ha alcuna ragion d’essere dal momento che il movente dell’aggressione non è l’odio – almeno non solo l’odio – ma soprattutto una molla psicodinamica che è scattata in presenza di un possibile e insospettabile catalizzatore, sfuggendo alla responsabilità morale del superego del soggetto. Il che non esclude la premeditazione.

                4 - Tradurre in carcere un paziente bisognoso di trattamento psichiatrico in strutture appropriate si risolve in una “giustizia tribale” laddove la cognizione scientifica viene sostituita da pregiudizi e valutazioni empiriche. Dico questo con profonda sincera convinzione sicuro di non esagerare.

                5 - Ammettere trattarsi di uno squilibrato e continuare a parlare di odio politico – come si sta facendo – significa chiaramente volere sfruttare l’incidente proprio come le Torri Gemelle per rafforzare il potere dell’aggredito e della sua fazione politica. Ovvero per continuare a provocare, offendere, colpevolizzare, in attesa di imbavagliare con il pretesto di evitare la violenza e coprire il crescente malcontento, ammesso dallo stesso Berlusconi ma solo per sostenere la tesi del… complotto. Ecco perché, si tratta di incidente “provvidenziale”. I fatti mi diranno se abbia ragione. 

                6 - Di Pietro, di cui vanto l’amicizia, non appartiene alla mia Sinistra, non essendo socialista, ma credo che sia l’unica voce sincera, dignitosa e coraggiosa del fronte dell’Opposizione, seguìto, pare dalla Rosy Bindi ultima edizione. Non credo che abbia detto nient’altro che la verità alludendo alla provocazione isterica, sarcastica, ossessionante e perfino volgare di un Berlusconi, che da sempre addita comunisti, cattocomunismi e socialisti come il male assoluto, proprio come fa il papa con satana. Un uomo che in sede estera denigra le istituzioni del proprio Paese con il coraggio di chi ha “le palle”  (sic) e che, in ogni luogo ed occasione, esalta sé stesso come il nonplusultra del meglio nel momento stesso in cui, a causa della sua forsennata politica “da avventuriero”, migliaia di precari vengono buttati sul lastrico, la disoccupazione aumenta e rovina l’esistenza di piccoli operatori, di sfortunati e di poveri cristi, tale uomo è, al contrario, quanto di peggio ci potesse dare la storia in questo scorcio di liberismo senile. Perciò, le parole di cotale Berlusconi – cane fedele della Chiesa e della Casa Bianca -  non possono che offendere e indurre, nei meno capaci di autogoverno, ad atti di violenza fisica. Sappiamo che il 20% della popolazione adulta degli Usa è affetta da disturbi psicopatici legati alle vicende del lavoro e che talvolta, qualcuno, anche giovane, viene preso dalla smania di sparare all’impazzata per poi magari togliersi la vita. L’Italietta, colonizzata e servile, si avvia lungo questa strada. Così stando le cose, l’”ira funesta” di un Emilio Fede, che promette di non dare più spazio all’onesto Di Pietro, è davvero una comica. Ma tutta da piangere. 

 

                                                                                        Carmelo R. Viola

 

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Prove generali di dittatura

di  Luciano Martocchia

 

"Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: “voglio che ci sia la pace per il popolo italiano”; e volevo stabilire la normalità della vita politica.
[...] Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi.
(Applausi vivissimi e prolungati). Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. (Approvazioni)”.

Queste parole furono pronunciate alla Camera da Mussolini nel 1925, quando già la libertà di stampa era stata notevolmente limitata.

Nei mesi successivi Mussolini fu vittima di alcuni attentati, uno dei quali particolarmente pericolosi: una donna irlandese, Violet  Albina Gibson , il 7 aprile 1926 attentò alla vita del  dittatore a Roma sparandogli con una pistola.  Questo avvenimento, che provocò molto scalpore nell'opinione pubblica, divenne il pretesto per attuare una serie di provvedimenti restrittivi per eliminare tutte le libertà, sciogliere i partiti, eliminare gli oppositori ecc...

Oggi dobbiamo riflettere: il parallelo con la situazione politica odierna   non è azzardato, soprattutto   dopo   i noti fatti di Milano in cui il Presidente del Consiglio ha ricevuto in faccia da uno scriteriato un pezzo di gesso a forma del Duomo di Milano miniaturizzato, dimostrando di  fatto come il suo servizio d’ordine lo abbia esposto a questo attentato e non è azzardato individuare una strategia, una nuova strategia della tensione.

In sostanza potremmo affermare che questo attentato giova soprattutto alla destra berlusconiana e leghista, fino a ieri  in grossa difficoltà per via delle chiamate di correo e accertamenti  a cui Berlusconi è sottoposto dalla Magistratura per mafia e corruzione . Berlusconi non è una vittima.

Oggi  il piduista Berlusconi  “candidamente” davanti alle telecamere di tutto il mondo “ci  parla di “amore e pace” e si chiede “incredulo” il perché  tanto odio nei suoi confronti e dimentica quando un suo ministro (Brunetta)  afferma , "La sinistra vada a morire ammazzata", Vittorio Sgarbi  in trasmissioni TV anni ’90 ( Sgarbi quotidiani  ) dava dell’assassino ai giudici,  lui stesso, Berlusconi, ci dice che,  “ chi vota a sinistra è un coglione “, la Corte Costituzionale che gli ha bocciato i lodi incostituzionali prima Schifano, poi Alfano,  “ è composta da giudici comunisti” ,  "I deputati di sinistra puzzano", il suo  attuale alleato  ( prima, fino al 1999 gli dava del mafioso)  Umberto Bossi  afferma che “ i padani imbracceranno i fucili “, e ancora Berlusconi al congresso del Partito Popolare Europeo urla davanti a tutti i delegati, “Io sono superman , ho le palle ! ” .

Se c’è poi ,qualche folle scriteriato che s’incazza poi la colpa sarà dei comunisti brutti, sporchi e cattivi che lo odiano.  O questa è una tattica ? Nanni Moretti nel finale del suo film  “ Il Caimano “ ipotizza uno scenario da guerra civile  proprio quando il Caimano viene finalmente condannato per le suoi trascorsi; che Moretti sia ora  tragicamente profetico?

 La criminalizzazione del dissenso  non può passare .

I principali collaboratori  del Cavaliere, Gasparri, Cicchitto, Capezzone, Bonaiuti, ecc., additano a mandanti morali dell’attentato al loro padrone,  giornalisti come Marco Travaglio, gruppi editoriali come “ Repubblica L’Espresso “, quotidiani come “ Il Fatto “, leaders politici come Antonio Di Pietro, ormai rimasti gli unici baluardi di questa precaria democrazia e non dobbiamo dimenticare che se sappiamo qualcosa  del Cavaliere circa le sue frequentazioni in periodi non sospetti, e se conosciamo l’origine delle sue fortune finanziarie ed impero mediatico, lo dobbiamo proprio a loro , a questi coraggiosi giornalisti.

La critica degli atti di Berlusconi, che era ed è giusta, non perde le sue ragioni.

Realisticamente, era  da prevedere che il fatto patito sarà utilizzato da Berlusconi per rafforzare la presunta giustizia del suo potere, supremo e indiscutibile, con l’enfasi morale della vittima. Ecco la  stoltezza dell’azione violenta del folle Tartaglia , che ha dato pretesto al  Governo di proporre le leggi speciali, come al tempo di Mussolini.

L'opposizione politica, oltre al deplorare giustamente e sinceramente quell’atto, deve darne una interpretazione meditata, culturale, politica, nella situazione presente. Essa deve mostrare che l'imperiosità che disprezza la legge e le critiche, suscita violenza, perché è già violenza, e che tutti, a cominciare dai più forti, devono sottostare alla legge, il cui compito è limitare e imbrigliare i poteri di fatto, per liberare i diritti impediti (secondo il grande art. 3 della Costituzione, disprezzata come vecchia da Berlusconi).

Stiamo attenti, la strumentalizzazione dell'attentato a Berlusconi è già in atto; si prospetta uno stato di polizia, con gravi limitazioni alle libertà individuali e collettive. Ci stavano provando da tempo, aspettavano solo un pretesto per l'opinione pubblica. Ora ce l' hanno.
La nostra democrazia è a rischio, i giornali internazionali sono in preallarme.
Dobbiamo restare vigili, e opporci nella maniera più risoluta a qualsiasi tentativo di autoritarismo.
RESISTENZA!   Loro non molleranno mai, noi neppure!

 

Luciano Martocchia

 

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Gli Stati Uniti e la NATO si troveranno ad affrontare la stessa sorte dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia in Afghanistan

Abdullah A. Salah

(… continua dal numero precedente)

 

A causa della incomparabile prevalenza militare, economica, di equipaggiamento e risorse di USA e NATO rispetto alla Resistenza popolare, la Resistenza non può manifestarsi troppo in campo aperto, ma continua la sua lotta su diversi livelli. La natura della Resistenza popolare è costituita da diversi strati e classi della società, come i contadini, i lavoratori della scuola, gli studenti universitari e dei Madrasa, i lavoratori salariati e la piccola borghesia. La limitazione della Resistenza all'occupazione ai soli talebani è infatti un tentativo di diffamare il carattere di Resistenza popolare in Afghanistan per dar credito alla loro barbarica missione "anti-terrorismo". Ma la verità è che, a dispetto dei talebani e di Hizb-e-Islami, un enorme numero dei leader dei partiti islamici, dei gruppi tribali, delle forze patriottiche, nazionaliste, democratiche e della sinistra rivoluzionaria contribuiscono alla costituzione della Resistenza popolare contro l'occupazione in Afghanistan. I Talebani, a causa della loro ideologia medievale e del loro governo dispotico nel 1996-2001, non possono essere accettabili in futuro per il popolo afghano, il che è il motivo per cui le forze nazionaliste, patriottiche, democratiche e di sinistra dovrebbero avvicinarsi e proporsi come alternativa per il futuro dell'Afghanistan. I poveri e le vittime dei bombardamenti quotidiani e gli abitanti dei villaggi colpiti del Sud, dell'Est, dell'Ovest e ora anche del Nord sono quelle risorse che offrono cibo e riparo alle forze della Resistenza e le sostengono. Sono gli studenti delle scuole superiori ed universitari che tengono manifestazioni nelle città contro USA e NATO e contro il regime fantoccio. Sono i partiti ed i movimenti di sinistra, come il Partito Comunista (Maoista) dell'Afghanistan, l'Associazione Socialista dell'Afghanistan, la Sinistra Radicale dell'Afghanistan, alcuni gruppi di ALO e SAMA, il Paikar, l'Organizzazione Rivoluzionaria dell'Afghanistan, l'Organizzazione Giovanile Radicale Rivoluzionaria dell'Afghanistan... che con la partecipazione alla Resistenza contro l'occupazione continuano la loro lotta contro gli invasori imperialisti ed il loro regime fantoccio di Kabul, e che per questo motivo sono certamente illegali e non possono lottare apertamente.

La Resistenza al Nord e la crisi di sicurezza che attraversa il Paese

Hamid Karzai ha ammesso di recente che negli ultimi tre mesi alcuni elicotteri sospetti hanno calato dei ribelli antigovernativi nel nord dell'Afghanistan, come a Kundoz, Takhar, Samangan... e hanno fornito loro armi e risorse.

L'obiettivo di questa accusa è di svalutare la Resistenza popolare nel Nord. Come abbiamo detto la Resistenza non è confinata a sud, est e ovest, ma anche la popolazione del nord dell'Afghanistan si è sollevata contro gli aggressori per lottare per la propria libertà ed i propri diritti. L'uccisione di oltre 150 civili a Kundoz perpetrata dalla NATO, la corruzione, la disoccupazione, la povertà e la dominazione dei signori della guerra e della mafia e l'atteggiamento disumano dei PRT sono le ragioni dietro la rivolta nel nord dell'Afghanistan.


La strategia di ritirata dalle zone rurali e la concentrazione nelle città

In seguito alle pesanti perdite di truppe in Nooristan e alla loro sconfitta nel sud e nell'est dell'Afghanistan, gli USA hanno deciso che, se non sono pronti a ritirare le loro truppe dall'Afghanistan al momento, almeno devono raccoglierle dai villaggi e dai distretti e stazionarle nei capoluoghi. Questo di fatto conferma la loro sconfitta in Afghanistan. Sebbene nessuno conosca le cifre reali delle truppe USA presenti in Afghanistan, stanno dispiegando più di 60 mila soldati in questo paese per salvare la loro barbara missione. D'altra parte le autorità degli Stati Uniti insistono continuamente coi membri della NATO perché inviino più truppe in Afghanistan e si assumano maggiori responsabilità.

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Così, l'allontanamento dalle zone rurali e dai distretti dove risiede la maggioranza della popolazione aprirà la via all'opposizione al governo ottenendo il pieno sostegno degli abitanti dei villaggi e della popolazione, per colpire il nemico anche nelle città e costringerlo a lasciare l'Afghanistan.


Contraddizioni tra Stati Uniti ed i membri della NATO

Le contraddizioni tra gli imperialisti sugli interessi, le risorse ed il commercio sono qualcosa di inevitabile. Qualsiasi governo e nazione ha un proprio particolare interesse da raggiungere, ma l'imperialismo USA gioca sistematicamente sporco per privare tali nazioni dei loro interessi e della loro dignità. Ma è difficile per l'imperialismo degli Stati Uniti godere del sostegno a lungo termine dei suoi alleati imperialisti e contemporaneamente angariarli per i propri interessi.

La stragrande maggioranza degli alleati europei e dei membri della NATO non ha alcun interesse nella guerra in Afghanistan, e d'altra parte la partecipazione alle operazioni militari e la presenza delle loro truppe in Afghanistan sono per loro complicate da giustificare.

Se gli Stati Uniti in passato hanno voluto risolvere tutti i problemi da soli, ora non sono più in grado di andare in questa direzione. Obama ha detto più volte che la "guerra al terrore" è una responsabilità globale e deve essere affrontata congiuntamente. Questa posizione, ovviamente, indica il fatto che la guerra in Iraq e in Afghanistan e l'intervento degli USA in tutto il mondo hanno avuto un forte impatto sulla loro economia, potenza militare e finanziaria e che hanno perso autorità come superpotenza.

Il disaccordo del Regno Unito con gli Stati Uniti non si è manifestato soltanto nella guerra in Afghanistan, ma anche in Iraq. Gli USA sono riusciti a privare la Gran Bretagna dal saccheggio del petrolio iracheno, ma il Regno Unito, scegliendo la provincia di Helmand come locazione della sua missione in Afghanistan ha permesso di aumentare la produzione di oppio dell'80% rispetto al tempo dei talebani e ha fatto quantità incredibili di denaro con il contrabbando ed il traffico di droga e stupefacenti dall'Helmand.

Anche se gli Stati Uniti perseguono la strategia di far gravare il costo e la responsabilità della guerra sulle spalle dei paesi membri della NATO e dei paesi arabi, sono solo gli stessi Stati Uniti che ne raccolgono i frutti. Il deterioramento della situazione della sicurezza ed il rafforzamento del movimento di resistenza in Afghanistan, così come le proteste e l'opposizione delle proprie popolazioni in Europa, farà sì che la maggior parte degli alleati europei annunci il proprio calendario per il ritiro delle truppe, al contrario delle aspettative degli USA, che hanno sollecitato l'invio di ulteriori truppe in Afghanistan.

Dunque, il rafforzamento della Resistenza e la sua diffusione da est a ovest e da sud a nord e il blocco delle forze di occupazione all'interno delle città, obbligherà i paesi europei a ritirare uno per volta le loro truppe dall'Afghanistan.

Pagare i pesanti costi della guerra in Afghanistan, come la crisi economica mondiale, ha portato gli Stati Uniti a perdere il loro potere finanziario e militare e, infine, a perdere autorità politica sugli alleati membri della NATO, il che li aiuterà a pensare in modo indipendente e più saggiamente ai propri interessi e a separare le loro strade da quelle degli Stati Uniti.

L'eroica Resistenza popolare in Afghanistan ripeterà la storia. Gli Stati Uniti e la NATO andranno incontro allo stesso destino dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia. La sconfitta degli Stati Uniti e della NATO in Afghanistan porterà sicuramente al loro crollo anche nei loro paesi d'origine, e aprirà la strada verso la vittoria delle forze della sinistra radicale nel mondo, per creare un mondo giusto, civile, libero dalla guerra e dallo sfruttamento.

 

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La repressione attuata dall’esercito indiano rinforza la guerriglia separatista

Nagaland, fuochi di rivolta etnica contro il potere indù

Nazionalisti e socialisti uniti contro l’oppressione di Delhi

 

Il Nagaland è la terra dei Naga, eredi degli antichi tagliatori di teste di salgariana memoria, e le terre da essi abitate si trovano nell’estremo oriente indiano, al confine con la Birmania e la Cina.

I Naga sono un popolo di origini nepalesi e birmano-tibetane, di religione cristiana, hanno una propria lingua e una propria cultura e non hanno nulla che spartire con gli indù e con l’India, paese all’interno del quale sono inglobati e da cui sono dominati. Lo stato indiano del Nagaland fa parte insieme ad altri sei delle cosiddette”Sette Sorelle” del Nord-Est indiano, ma è stato forzatamente inserito nell’Unione Indiana. All’indomani della Partizione tra India e Pakistan, nel 1947, i Naga si aspettavano che i territori da essi abitati venissero dichiarati non parte dell’India e potessero quindi costituirsi in uno stato indipendente. Ma così non fu: anche il territorio dei Naga venne inglobato nell’Unione e ogni richiesta di indipendenza venne azzittita dal rigido centralismo indiano. Così, a partire dal 1956, l’indipendentismo Naga si concretizzò dapprima nel Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland (guidato da Isak Muivah) che, unitamente alle rivendicazioni politiche, portò avanti una lotta armata indipendentista contro le truppe dell’esercito indiano stanziate nella regione, poi, negli anni successivi, si suddivise in altri due tronconi: il Consiglio Nazionalista Naga e un altro Consiglio Nazionalista Socialista del Nagaland (condotto da Khaplang Kitovi). Tutti  e tre questi movimenti guerriglieri rivendicano l’indipendenza del Nagaland, ma le loro disunioni fanno il gioco del potere centrale indiano, che domina il paese grazie al “divide et impera”. Ma perché l’India non concede l’indipendenza ai Naga? Essenzialmente per due motivi. Il primo, perché il Nagaland è ricchissimo di petrolio, ricchezza energetica che è indispensabile per lo sviluppo dell’economia indiana, attualmente in una fase di grande crescita. Il secondo, perché l’India è uno stato centralista che mantiene al suo interno molte etnie che lottano per sottrarsi al soffocante abbraccio dell’Unione: concedere l’indipendenza ai Naga significherebbe doverla poi dare anche ai Kashmiri, ai Sikh, agli Assamesi, ai Manipuriani e a tutte gli altri popoli che si battono per uscire dall’Unione Indiana. Così, l’unica risposta data dall’India alle richieste di indipendenza dei Naga, è quella della repressione e della violenza. L’esercito indiano sferra periodicamente violente offensive contro le foreste dove si nascondono i ribelli Naga, bombarda villaggi, deporta civili e comunità tribali, arresta ogni Naga che sia sospettato di appoggiare la ribellione indipendentista. Accanto alla polizia di frontiera indiana e alle unità speciali di antiguerriglia dell’esercito di Delhi, operano anche milizie private di nazionalisti indù, che danno al caccia ai ribelli Naga non solo perché separatisti, ma anche perché cristiani fondamentalisti, e quindi nemici dell’Induismo. Così, massacri, arresti, torture, esecuzioni sommarie nei confronti delle popolazioni Naga sono all’ordine del giorno nelle zone dove opera la guerriglia. Nell’ultimo decennio, i guerriglieri Naga hanno spostato le loro basi oltre confine, nella vicina Birmania, ma, ultimamente, il governo di Delhi ha stretto accordi di collaborazione militare con la dittatura birmana: l’esercito birmano  sferrerà offensive contro le postazioni dei ribelli Naga in territorio birmano e, in cambio, i soldati indiani pattuglieranno il confine respingendo i gruppi di ribelli separatisti birmani che cercano di varcare la frontiera con l’India per sfuggire alle offensive delle truppe dei generali di Yangoon. Così, nel Nagaland, continuano a divampare fuochi di guerra e di ribellione, con conseguenti distruzioni, stragi di civili, atti di terrorismo. Ma la lotta dei Naga non si fermerà: gli eredi dei tagliatori di teste hanno proclamato il Nagaland “terra sacra a Cristo” e hanno giurato che continueranno a combattere, sino all’ultimo uomo, sino all’ultima donna, sino all’ultimo bambino, pur di liberare la loro terra dall’odiata oppressione indiana. E la dura lotta in corso, che prosegue da oltre mezzo secolo nel devastato Nagaland, lo sta ampiamente a dimostrare!

 

 

Fabrizio Legger

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”