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IL SALE - N.°130

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 12  –  numero 130 – Giugno 2012

 

Stupidità politica

 

E’ il muro monumento situato nei pressi dell’ex stazione ferroviaria lasciato a testimonianza dei bombardamenti  di Pescara nell’estate del 1943 dove perirono molti civili.

Invece la targa  è nuova di zecca : sostituisce dall’aprile scorso, con tanto di firma del Sindaco ed effige di D’Annunzio,  la precedente  apposta dall’ex Amministrazione Comunale che realizzò il monumento. Ecco un esempio di revisionismo e sciacallaggio storico: solo i dittatorucoli delle repubbliche delle banane rimuovono le tracce del potere precedente.  A quando la nuova sostituzione ?

( Collettivo redazionale Il Sale)

 

 

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Sommario

 

                                                        di Marat Musin e Olga Kulygina

 

 

                                                        di Tonino D'Orazio

           

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

                                                        presentato da Elenio Perizoma

 

 

                                                        di Fulvio Castellani

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        di Alfredo Somoza

 

 

                                                        de “Il Sale”

 



 

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da Eddyburg

 

Parole della città. Dalla “urbanizzazione” alla “condizione urbana”


Data di pubblicazione: 30.03.2012


Autore: Salzano, Edoardo

 

Ragionando sulla “inarrestabile espansione delle città”. Un po’ più d’una postilla, per avviare una riflessione verso il futuro.

 
L’articolo a proposito del convegno internazionale "Planet Under Pressure", che abbiamo ripreso da Le Scienze, sollecita un commento un po’ più ampio di quello consentito da una postilla: un avvio a una riflessione che proseguiremo in futuro.

 
Adoperare la parola “urbanizzazione” è diventato estremamente rischioso, soprattutto in una fase nella quale le organizzazioni internazionali, a partire dal settore specializzato delle Nazioni unite, sollecita i paesi del Sud del mondo a procedere a grandi passi sulla via, appunto, di una “urbanizzazione” di cui non è definito il significato. Ma per “urbanizzazione” si intende oggi - nel pensiero comune, nell’ideologia che gli è sottesa e nelle politiche che ne derivano – qualcosa di preciso: si intende il prodotto di quel medesimo processo che ha condotto, in vaste regioni del mondo, a sottrarre gran parte del suolo al ciclo naturale e a concentrare la popolazione in aggregati privi di ordine e bellezza (in una “repellente crosta di cemento e asfalto”, diceva Antonio Cederna). La “città”, nelle forme che la sua crescita ha conosciuto nei paesi “sviluppati” sta divorando il pianeta, e si vorrebbe che diventasse ancora più vorace. Da qui gli allarmi che sono emersi al convegno internazionale.

 
Eppure, la città rimane una delle creazioni più alte della civiltà: il luogo nel quale l’individuale e il collettivo, il privato e il pubblico, l’io e il noi trovano il loro giusto equilibrio; il luogo in cui sono massime le interrelazioni personali, l’arricchimento reciproco, la pluralità di occasioni di utilizzazione delle risorse. Criticare l’uso corrente della parola “urbanizzazione” impone allora di ripartire da ciò che significa la “città”: dall’individuarne le componenti essenziali, i principi universali. Muovendo dall’eredità della città europea, ma non fermandosi a quella.

 
Se invece di assumere la parola “urbanizzazione”, in cui oggi è implicita quella determinata forma storicamente assunta dalla città, si adoperasse l’espressione (e il concetto) di “condizione urbana” le cose diventerebbero più chiare. Poiché il problema (e l’obiettivo) non deve essere quello di trasformare ovunque l’”habitat dell’uomo” (per riprendere la definizione di Piero Bevilacqua) in un aggregato simile ad Atlantic City o a Kuala Lampur, oppure a una serie di absurd lanscapes o a una delle fantasiose città immaginate dal governo del Sudan del sud e raccontate su eddyburg da Fabrizio Bottini.

 
L’obiettivo deve essere invece quello di partire dalle differenti situazioni culturali, naturali, storiche, geografiche, economiche che nelle diverse parti del mondo hanno connotato l’habitat dell’uomo, per per conferire, ovunque sia possibile, le buone caratteristiche della “condizione urbana”: in una prima ipotesi, la presenza di spazi e funzioni collettive nella misura e nelle tipologie necessarie agli abitanti, l’accessibilità ai beni comuni e l’equità nella loro fruizione, un rapporto tra artefatto e natura migliore di quello che le città del Primo e del Secondo mondo hanno, determinato nei decenni più vicini.

 
Ricordando sempre che la città non è comprensibile nè gestibile senza cogliere lo stretto legame tra le tre dimensioni che la costituiscono: l’urbs, la civitas, la polis. Cioè la sua struttura fisica e funzionale, la società che la abita, la politica che ne governa le trasformazioni.

 

Presentato da Gianni Donaudi

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Massacro di Hula: i terroristi dell'opposizione "hanno ucciso famiglie leali al governo"

 

di Marat Musin

 

Nota di Global Research:

Questo rapporto incisivo del giornalista indipendente russo Marat Musin dissipa le menzogne e falsificazioni dei media occidentali. Il rapporto si basa sulla cronologia degli eventi e su testimonianze oculari. Intere famiglie filo-governative sono state massacrate a Hula. I terroristi non erano delle milizie filo-governative shabbiha come riportato, all'unisono, dai media mainstream, ma erano in gran parte mercenari e assassini professionisti che operano sotto la protezione del sedicente Libero Esercito Siriano (FSA). (…)

Della strage di Hula viene accusato il governo siriano, senza uno straccio di prova. L'obiettivo è non solo di isolare la Siria politicamente ed economicamente, ma di far nascere un pretesto e una giustificazione per scatenare una guerra umanitaria R2P [Responsabilità di Proteggere] sulla Siria. L'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha lasciato intendere che se il Consiglio di Sicurezza non agirà, gli Stati Uniti e i loro alleati prenderanno in considerazione "azioni al di fuori del piano Annan e dell'autorità del Consiglio [di Sicurezza delle Nazioni Unite]". Questo racconto di Marat Musin conferma che i crimini contro l'umanità vengono commessi da milizie terroristiche. È indispensabile invertire la tendenza della propaganda di guerra che usa i morti civili come pretesto per la guerra, quando questi omicidi sono stati effettuati non dalle forze governative, ma da parte di terroristi professionisti che operano sotto la guida del Libero Esercito Siriano sostenuto da USA e NATO. 

Nella fine settimana del 25 maggio 2012, intorno alle ore 14, nutriti gruppi di combattenti hanno attaccato e preso la città di Al-Hula della provincia di Homs. Al-Hula è costituita da tre aree: il villaggio di Taldou, Kafr Laha e Taldahab, ciascuna delle quali in precedenza era abitata da 25-30 mila persone. La città è stata attaccata da nord-est da parte di gruppi di banditi e mercenari consistenti di 700 effettivi. I militanti provenivano da Ar-Rastan (la Brigata di al-Farouk del Libero Esercito Siriano, comandata dal terrorista Abdul Razak Tlass con 250 elementi), dal villaggio di Akraba (guidati dal terrorista Yahya Al-Yousef), dal villaggio Farlaha, composta da banditi locali, e da Al Hula. La città di Ar-Rastan è stata da tempo abbandonata dalla maggior parte dei civili. Ora i wahhabiti del Libano dominano la scena, alimentati col denaro e le armi da uno dei principali orchestratori del terrorismo internazionale, Saad Hariri, capo del movimento politico anti-siriano "Tayyar Al-Mustaqbal" ("Movimento del Futuro"). La strada che va da Ar-Rastan ad Al-Hula attraversa aree beduine che sono per lo più fuori dal controllo delle truppe governative, il che ha reso gli attacchi una completa sorpresa per le autorità siriane. Quando i ribelli si sono impossessati del checkpoint inferiore nel centro della città e posizionato vicino al dipartimento di polizia locale, hanno cominciato a rastrellare tutte le famiglie fedeli alle autorità delle case vicine, compresi anziani, donne e bambini. Diverse famiglie degli Al-Sayed sono stati uccise, inclusi 20 bambini e la famiglia dei Abdul Razak. Molti degli uccisi erano "colpevoli" di aver osato passare da sunniti a sciiti. Queste persone sono state uccise con colpi sparati a bruciapelo o accoltellate. Poi hanno presentato gli assassinati alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale come vittime dei bombardamenti dell'esercito siriano, cosa che non trova riscontro in alcun segno sui loro corpi. L'idea che gli osservatori ONU, dall'Hotel Safir a Homs durante la notte, abbiano sentito il fuoco di artiglieria contro Al-Hula... la considero niente meno che uno scherzo di cattivo gusto. Ci sono 50 chilometri da Homs ad Al-Hula. Quale tipo di carri o cannoni hanno questa gittata? Sì, c'era un intenso fuoco a Homs fino alle 3 del mattino, incluse le armi pesanti. Ma, per fare un esempio, le sparatorie della notte tra lunedì e martedì erano dovute ad un tentativo da parte di forze governative di riprendere il controllo di un corridoio di sicurezza lungo la strada per Damasco, Tarik Al-Sham. Dopo un controllo sul campo, ad Al Hula è impossibile trovare tracce recenti di distruzione e bombardamenti. Durante il giorno, diversi attacchi da parte di uomini armati sono stati condotti contro gli ultimi soldati rimasti al checkpoint di Taldou. I militanti utilizzavano armi pesanti ed erano sostenuti da cecchini mercenari professionisti. Esattamente la stessa provocazione aveva fallito a Shumar (Homs) con 49 miliziani, e donne e bambini uccisi, quando poco prima era stata organizzata una visita di Kofi Annan. La provocazione venne subito scoperta, non appena saputo che i corpi appartenevano ad alawiti. Questa provocazione aveva anche gravi incongruenze: i nomi delle vittime erano di persone leali alle autorità, non c'erano tracce di bombardamenti, ecc. Tuttavia, la macchina della provocazione va avanti lo stesso. Oggi, i paesi della NATO minacciano direttamente di bombardare la Siria, iniziando da una simultanea espulsione dei diplomatici siriani... A partire da oggi, non ci sono truppe dentro la città di Al Hula, ma si sentono costantemente colpi di arma automatica. Inoltre, non è chiaro se i miliziani stanno combattendo tra di loro o se i sostenitori di Bashar al-Assad stanno venendo eliminati. I miliziani hanno aperto il fuoco praticamente su tutti coloro che cercano di avvicinarsi alla città di confine. Davanti a noi un convoglio delle Nazioni Unite è stato colpito e due jeep blindate degli osservatori ONU sono state danneggiate, quando hanno cercato raggiungere un checkpoint dell'esercito a Tal Dow. (…)

Secondo un soldato ferito: "Il giorno dopo, gli osservatori ONU sono venuti da noi al posto di blocco e appena arrivati, uomini armati hanno aperto il fuoco su di loro e tre di noi sono stati feriti. (…) Gli osservatori hanno potuto sentire una donna che stava accanto a loro e piangeva, la donna si è alzata implorando l'aiuto degli osservatori - per proteggerla dai banditi. Quando mi hanno ferito, mi hanno visto cadere ma nessuno di loro ha cercato di aiutarmi. Il nostro checkpointnon esiste più. Non ci sono più civili a Taldou, restano solo i miliziani. Il nostro rapporto con la gente del posto era eccellente. Sono molto buoni con noi, hanno chiesto all'esercito di entrare a Taldou. Siamo stati attaccati da cecchini". (…)

 

 

 

 

 

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I cecchini uccidono una decina tra soldati e poliziotti ai checkpoint ogni giorno. E' vero che sono altrettante le vittime quotidiane degli organismi di sicurezza ad Homs. Però, alle dieci di mattina, erano stati già portati all'obitorio sei soldati morti, la maggior parte uccisi con un colpo alla testa, e la giornata era appena iniziata...

Questi i nomi degli uccisi nelle prime ore del mattino del 29 maggio:

1. Sergente Ibrahim Halyuf 

2. Sergente Salman Ibrahim 

3. Poliziotto Mahmoud Danaver 

4. Coscritto Ali Daher 

5. Sergeant Wisam Haidar 

6. non è stato possibile chiarire il nome del soldato morto

I banditi hanno anche sparato una raffica automatica sul nostro gruppo di giornalisti, anche se era chiaro che questa è una normale troupe, composta da civili disarmati.

 

Come è iniziato l'attacco

Dopo la preghiera del venerdì, verso le ore 14 del 25 maggio, un gruppo del clan di Al Aksh ha cominciato a sparare contro un checkpoint governativo con mortai e lancia granate. Il fuoco di ritorno di un autoblindo ha colpito la moschea, e questo era lo scopo stesso ovvero di causare una provocazione più grande. Poi, due gruppi guidati dai terroristi Nidal Bakkour e Al-Hassan, del clan Hallak Al, sostenuti da un gruppo di mercenari, ha attaccato il checkpoint superiore nella periferia est della città. Alle 15.30, il checkpoint superiore è stato preso e tutti i prigionieri giustiziati: un coscritto sunnita aveva la gola tagliata, mentre Abdullah Shaui (Bedouin) di Deir-Zor è stato bruciato vivo. Durante l'attacco a questo checkpoint, gli armati hanno perso 25 di loro, che poi sono stati presentati agli osservatori delle Nazioni Unite insieme con i 108 civili morti - "vittime del regime", presumibilmente uccisi dai bombardamenti dell'esercito siriano. Per quanto riguarda i restanti 83 corpi, tra cui 38 bambini, erano le famiglie giustiziate dai miliziani. Queste erano tutte famiglie fedeli al governo di Siria.

 

Intervista con un funzionario di polizia:

"Il mio nome è Al Khosam, sono un funzionario di polizia. Ho prestato servizio nel villaggio di Taldou, distretto di Al-Hula, provincia di Homs. Venerdì scorso, il nostro checkpoint è stato attaccato da un folto gruppo di miliziani. Erano migliaia.

D: Come vi siete protetti?

Risposta: Una semplice arma. Eravamo in 20 e abbiamo chiamato rinforzi. Proprio quando stavano arrivando, sono stato ferito e ho ripreso conoscenza in ospedale. Gli aggressori provenivano da Ar-Rastan e Al-Hula. Gli insorti controllano Taldou. Hanno bruciato le case e ucciso le persone delle famiglie fedeli al governo, violentate le donne e ucciso i figli."

 

Intervista con un soldato ferito:

"Sono Ahmed Mahmoud al Khali e vengo dalla città di Manbej. Sono stato ferito a Taldou con il gruppo di supporto venuto in aiuto dei nostri compagni, che erano di stanza al checkpoint. I miliziani hanno distrutto due mezzi da combattimento e un autoblindo al nostro checkpoint. Ci siamo spostati fuori Taldou per raccogliere i nostri compagni feriti e poi siamo tornati. Dopo un po' sono arrivati gli osservatori ONU e li abbiamo portati nelle case delle famiglie che erano state colpite dai teppisti. Ho visto una famiglia di tre fratelli e il loro padre nella stessa stanza. In un'altra stanza abbiamo trovato morti i bambini e la loro madre. E un altro anziano era stato ucciso. Cinque uomini, donne e bambini. La donna violentata e colpita alla testa, l'ho coperta con un velo. E la commissione aveva visto tutto. Li hanno caricati in macchina e si sono allontanati. Non so dove li hanno portati, probabilmente alla sepoltura".

 

Un residente di Taldou:

"Venerdì pomeriggio ero a casa. Uditi i colpi, sono uscito a vedere cosa stava succedendo e ho visto che il fuoco veniva dal lato nord verso la posizione del checkpoint dell'esercito. Poiché l'esercito non rispondeva, hanno iniziato ad avvicinarsi alle case, dove successivamente la famiglia è stata uccisa. Quando l'esercito ha iniziato a rispondere al fuoco, hanno usato le donne e i bambini come scudi umani e hanno continuato a sparare verso il checkpoint. Quando l'esercito ha risposto, sono scappati. Dopo di che, l'esercito ha preso donne e bambini superstiti e li ha portati in salvo. In questo momento, Al Jazeera manda in onda immagini che dicono che l'esercito ha commesso il massacro di Al Hula. In realtà, hanno ucciso i civili ei bambini di Al-Hula. Questi banditi non permettono a nessuno di svolgere il suo lavoro. Rubano tutto quello su cui possono mettere le mani: grano, farina, benzina e gas. La maggior parte dei combattenti sono della città di Ar Rastan". Dopo aver bloccato la città, hanno portato alla moschea i corpi dei loro compagni morti, così come quelli delle persone e bambini che avevano ucciso, trasportandoli su dei pickup KIA. Il 25 maggio, intorno alle 20, i cadaveri erano già nella moschea. Il giorno successivo alle 11 del mattino gli osservatori delle Nazioni Unite arrivavano alla moschea.

 

Disinformazione dei media

Per esercitare una pressione sull'opinione pubblica e cambiare le posizioni di Russia e Cina, i testi e i sottotitoli in russo e cinese preparati anticipatamente recitavano: "Siria - Homs - città di Hula. Terribile massacro perpetrato dalle forze armate del regime siriano contro i civili nella città di Hula. Decine di vittime e il loro numero sta crescendo, soprattutto donne e bambini, brutalmente uccisi dai bombardamenti indiscriminati sulla città." Due giorni dopo, il 27 maggio, dopo che i racconti dei residenti e le registrazioni video effettuate avevano evidenziato che i fatti non supportavano l'accusa dei bombardamenti, i video dei banditi riportavano dei cambiamenti significativi. Alla fine del testo appariva questo post-scriptum: "E alcuni sono stati uccisi con dei coltelli".

 

Marat Musin, Olga Kulygina, Al-Hula, Siria

 

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La via della Grecia

Tonino D’Orazio, 27 maggio 2012

 

La speranza di uscire dalla morsa ricattatoria degli strozzini della troika internazionale forse ce la sta indicando la Grecia. Anzi se l’elemento principale è quello politico di riconquista delle prerogative democratiche e popolari di un popolo, speriamo di “finire come la Grecia”.

Perché la Grecia si salverà sicuramente, come hanno fatto tanti altri paesi quando hanno recuperato la loro sovranità. In termini politici sicuramente, l’economico verrà dopo o insieme. Perché l’errore, la trappola, in cui ci hanno spinto è la concezione puramente economica e non i concetti di economia politica. La scienza economica non esiste, esiste solo l’economia politica. L’errore grave è pensare che “amministrare” le cose possa rimpiazzare il deliberato degli uomini, cioè la politica. Cosa rappresenta Syriza se non il germe di riaffermare la volontà dei popoli contro l’ortodossia finanziaria dei mercati e dei governi invischiatisi.

Sono molti gli economisti di reputazione mondiale che ritengono più che probabile che la Grecia esca dall’euro, anzi glielo consigliano. Ne avrebbe comunque le possibilità e forse i sacrifici servirebbero solo a beneficio del proprio popolo invece di rimpinguare le casse bancarie tedesche e anglo-americane. Se la Grecia ne esce, ne escono almeno altri sei paesi europei. E’ quindi una via da seguire con attenzione e senza demonizzazione. Tanto siamo tutti sulla via del disastro politico-economico.

La rabbia e i ricatti tedeschi, compresi quelli della Spd, si sono esplicitati volgarmente in questi giorni, insieme ai vari commissari europei che hanno capito che qualcosa di epocale sta avvenendo e che sfugge al loro controllo. Ma come possono pensare che un popolo si lasci morire suicidandosi!

L’economia politica dice che la Grecia dovrebbe riprendersi in mano la sua banca centrale e la sua moneta. La sua sovranità.

Il fallimento? Termine economico, ma la Grecia politicamente non è fallita, visto che vi regna uno stato di diritto e di sicurezza. Certo ha un problema di prelievo fiscale, ma gestibile a medio termine. Intanto siccome per due terzi il prelievo serve a rimborsare il debito estero, fallendo, tornerebbe ad un semplice debito interno, sostenibile, cioè 2% del Pil (invece di 12% attuale e futuro). Il default totale cancellerebbe immediatamente il debito.

Con la Banca centrale tornata nelle mani pubbliche, con l’uscita dall’eurozona della BCE e con il ritorno alla dracma, potrebbe farcela. Non avrebbe più speranza in prestiti internazionali, è vero, per cui dovrebbe nazionalizzare almeno una banca e far ripartire crediti e servizi per riassorbire il deficit transitorio battendo moneta. Che la crescita sicuramente cancellerà. Oltre alla sua appetibilità di investimenti produttivi. Esempio di successo: l’Argentina. E altri.

L’inevitabile svalutazione internazionale della moneta, che spesso rappresenta economicamente il rilancio delle esportazioni, in una Grecia così mal ridotta dalla spirale tagli/recessione non rappresenterebbe il peggio. La corona islandese nel 2008 perse i due terzi del suo valore, ma la popolazione non ne ha risentito molto, anche nella sua economia interna.  Tra l’altro il debito interno, cioè contratto con e tra le banche greche sarà riscritto in dracma, senza impatto di cambio. Quelle estere saranno nel default. Uno dei “vantaggi” sta nel fatto che tre quarti del debito pubblico sta nelle mani delle banche centrali (FMI, BCE …), e solo il 7% in quelle private greche. La banca centrale greca ridiventata pubblica può permettersi oculatamente di iniettare tanta liquidità quanta ne serve per stabilizzare le banche private (ricostituzione di fondi …) e salvare, compensandolo in qualche modo, il piccolo risparmiatore. L’imposizione politica forte sarà necessaria per far sì che le banche riaprano le possibilità di credito allo sviluppo macroeconomico e vi sia il controllo dei flussi di capitali, onde evitare che continui lo stato attuale di dissanguamento. Sarebbe di nuovo la politica della polis.

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Certamente tutto questo non risolve il problema dell’economia greca, ma almeno c’è un tentativo e una speranza, che oggi non c’è. L’altro rischio potrebbe essere un nuovo colpo di stato delle forze armate rimaste senza stipendi. Niente di meglio per mantenere un popolo in ginocchio.

La versione catastrofica della troika per il futuro della Grecia si aggira sul rimborso di più di 200 miliardi di euro di debito. Si propone un disastro supposto a uno reale e si tira al dissanguamento totale. Il FMI perderebbe circa 20 miliardi, e il Fondo Salva Stati circa 107 miliardi, da ripartire tra i vari paesi che lo compongono. La BCE perderebbe 45 miliardi. Bella strategia, un paese in sovra debito che carica di debiti gli altri paesi anche loro, chi più chi meno Germania compresa, sovra debito! Effettivamente l’economia non è una scienza ma più un gioco di risiko. Infatti il terrorismo continua: la BCE “dovrà ricapitalizzarsi” e chiedere altri fondi ai vari stati dell’eurozona, cioè ai cittadini.

Anche questo è falso, una banca centrale fabbrica da sola la moneta e può tranquillamente ricapitalizzarsi. E’ che non sanno più come obbligare il popolo greco a rimanere supino e farsi estorcere il proprio futuro, come tutto il Mediterraneo, per ingrassare il Centro-Nord dell’Europa. Ci si accorge oggi che il Trattato di Lisbona non era altro che tutti contro tutti e vinca il più forte. Altro che unione dei popoli. Era una costruzione a tavolino, senza il soggetto politico cioè senza il popolo. Una esperienza storica fascista, alla quale hanno partecipato anche tutti i partiti socialisti d’Europa, una esperienza deontologicamente stravagante perché senza democrazia. Una esperienza di divisione e, in atto, di inimicizia tra i popoli. Una Europa di comandanti e tecnocrati illegittimi, non eletti, autosufficienti e autoreferenziali. Una straordinaria congiunzione di forze extra-politica che operano alla distruzione del corpo sociale, e, senza accorgersi, alla distruzione dell’Europa stessa. E’ stato sufficiente che il popolo greco mostrasse di esistere per far crollare il baldacchino. Gli stessi ultraliberisti dichiarano un errore le politiche di restrizione auto distruttrici e appare sempre più chiaramente che solo la cocciutaggine tedesca porta il peso della catastrofe europea. Con l’idea di imporre a tutti il proprio modello, in un certo senso, hanno rimesso a ferro e fuoco tutta l’Europa. Con l’aiuto della destra francese. Forse è la Germania che dovrebbe uscire e si potrebbe ricostruire un’altra Europa, ma prima deve rompersi l’asse franco-tedesco. Non sembra che Hollande lo voglia, visti il pellegrinaggio a Berlino e il canto di gloria intonato all’accoppiata pilota.

Lo stesso pensiero che uno Stato possa “fallire” rimane comunque una vera stupidità. Uno Stato può riprendersi la sua sovranità e mandare tutti a quel paese, tecnici compresi, e tentare di ricostruire un tessuto sociale e produttivo. Un sembiante di vita e coesione sociale. Mi sembra la via greca obbligata.

Il vero terrore della “autonoma” BCE è l’effetto domino. A chi tocca dopo? Al Portogallo? All’Italia? Forse prima alla Spagna che tra l’altro ha nazionalizzato Bankia, un gruppo di casse di risparmio in profondo deficit e allo sbando, ricapitalizzandolo. Come deve essere stato esacerbante e da faccia tosta per la destra spagnola ammettere di dover nazionalizzare piuttosto che privatizzare. Dimostra in verità che solo lo Stato può salvare un paese. Ma non sogniamo, il governo spagnolo sta cercando i soldi per ricapitalizzare le banche private in crisi. Ci risiamo lavoratori e pensionati! Anche italiani.

 

 

 

 

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IL TERREMOTO NON SI PUO’ EVITARE!

 

L’INGIUSTIZIA  SI!

 

 

            I mass media mettono sullo stesso piano l’inevitabilità del terremoto e l’inevitabilità della ricchezza e dell’ingiustizia. Sono fenomeni completamente diversi!

            Il primo viene dalla natura e dalle sue leggi che governano il comportamento del pianeta Terra.

            Il secondo viene da un gruppo di “super-ricchissimi” che governano la vita degli uomini e delle donne. La ricchezza viene dalla struttura ingiusta del sistema economico, dice Marx. Con una leggera differenza, ma sempre nella stessa direzione, Proudhon conferma “La proprietà è un furto!”.

            Della natura non possiamo farne a meno perché, malgrado il terremoto, ci dà tutti gli elementi necessari che permettono la nostra vita. Non dobbiamo mai dimenticare che la Natura ha creato l’uomo e non l’uomo la natura.

            Della ricchezza e dell’ingiustizia possiamo farne benissimo a meno perché la loro presenza non è affatto necessaria alla nostra esistenza. Esse esistono in base a delle leggi sociali volute dall’uomo, quindi evitabilissime nella misura in cui i popoli prendono coscienza della loro inutilità e danno. Nella Storia tantissime volte la ricchezza è stata espropriata dai movimenti rivoluzionari di popolo.

            La reazione del governo italiano di fronte ai danni provocati dal terremoto è una ennesima prova dell’ingiustizia e dell’ipocrisia della classe dominante. Ha aumentato il prezzo della benzina, cioè ha colpito la massa dei cittadini, anche i terremotati, già impoveriti dalla crisi invece che “imporre la solidarietà” ai ricchi che, approfittando della crisi, stanno diventando ancora più ricchi. Inoltre il Presidente Napolitano si è rifiutato di cancellare la festa della Repubblica del 2 giugno e di devolvere questi soldi ai terremotati. Va bene la pazienza e la rassegnazione di fronte al terremoto ma nei confronti del Governo e delle sue ingiustizie proprio no.

            L’uomo ha sempre combattuto la morte continuando la vita. Tutti gli animali, di cui l’uomo fa parte, hanno sempre reagito in questo modo. Così sarà nei confronti del terremoto.

            La capacità reattiva dell’essere umano di fronte alle disgrazie sarebbe molto più potente se non fosse frenata e deviata dall’esistenza di una società divisa in classi, in cui quella privilegiata è preoccupata soltanto di mantenere i privilegi ed il comando. Da qui deriva il comportamento formale ed ipocrita dei suoi rappresentanti che, in buona o cattiva fede, mostrano una facciata di solidarietà e commozione per poi, all’atto di fatto, ignorare i problemi della gente e costruire i propri affari sulle disgrazie altrui. Si può vedere quello che è successo nel dopo-terremoto dell’Aquila dove, a distanza di 3 anni, non si sono messi due mattoni l’uno sull’altro nella città, mentre si sono costruite case nuove dove hanno potuto speculare e “mangiare” persone del ceto imprenditoriale e politico.

            Gli esempi di mala-gestione e di speculazione sulle disgrazie di massa (terremoti-alluvioni, frane ecc.) abbondano in Italia. Diciamo che le prove di buona gestione e di serietà ricostruttiva dopo le disgrazie (tipo il dopo terremoto nel Friuli) sono eccezioni che confermano la regola del malaffare.

Per cui come si può sperare in un comportamento serio ed onesto, non speculativo, da parte delle autorità istituzionali?

            Secondo me sarebbe meglio se i terremotati non ci sperassero per niente. Darlo per scontato, e prepararsi ad agire direttamente, altrimenti finiranno nell’abbandono, nel dimenticatoio e nell’amarezza personale, come è successo nel passato.

Non  ha senso chiedere il sostegno dello Stato, come facevano alcuni imprenditori terremotati nella trasmissione televisiva di Santoro, Servizio Pubblico, 31 maggio: “C’è bisogno di guida….. di uno Stato che ci guida…..” ; per evitare la delocalizzazione delle aziende distrutte dal

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terremoto, dicevano: “Chiediamo allo Stato di farsi garante!”. Figuriamoci se lo farà… Questo stesso Stato ha fatto delocalizzare mezza  Italia in Cina-Serbia-Polonia-Romania ecc. perché dovrebbe impedirlo in Emilia? Per un sentimento di commozione  e di solidarietà? Sono sentimenti formali ed ipocriti.

            Un terremotato intervistato, sempre durante la trasmissione di Santoro, diceva: “Non è lo  stato che deve avere fiducia degli Emiliani ma sono gli Emiliani che fanno fatica ad avere fiducia dello Stato”.

            Condivido pienamente questo giudizio. La giusta sfiducia della maggioranza degli Emiliani sarebbe bene trasformarla in coscienza scientifica, cioè acquisire la comprensione, una volta per sempre, in senso storico, del ruolo anti-progressista di questa istituzione, della sua natura anti-popolare e reazionaria, e quindi partire da questo dato di fatto nei rapporti con lo Stato. Se si acquisisce questa coscienza ne deriva che, invece di perdere tempo ed energie nel criticare e polemizzare con le istituzioni che non hanno compiuto il proprio dovere, le persone si dedicano a mettersi d’accordo tra di loro, ad aggregarsi, cominciando subito all’interno delle stesse tendopoli, ad autogestirne il funzionamento come la mensa-dormire-gli orari-gli ingressi-respingere lo spirito pietistico della caritas-autovigilare su eventuali ladri in modo da evitare che diventino delle vere e proprie caserme con la benedizione del crocifisso e della Chiesa, come è successo all’Aquila. Le donazioni monetarie non si dovrebbero inviare alla Protezione  Civile, che ha creato un Fondo particolare con dei numeri telefonici, nemmeno ai Consigli Comunali dei paesi colpiti dal terremoto, ma direttamente ai terremotati autorganizzati in Comitati con rappresentanti eletti e revocabili dalle assemblee. Essi possono gestire direttamente gli aiuti di ogni tipo e di qualsiasi provenienza. Però la gente deve fare questi organismi per prendere nelle proprie mani la situazione. Così si sviluppa la partecipazione,  si vince la paura ed il senso di impotenza

            Per fare queste cose è necessario ribellarsi, un piccolo salto di qualità nella propria mente, togliersi il Tabù dello Stato. Oggi come oggi ribellarsi non significa sparare alle gambe dei dirigenti delle grandi aziende ma “fare da sé”, autogestire.

Secondo la scienza ufficiale i terremoti sono imprevedibili nel senso che non si sa con precisione dove come e quando possano  avvenire. In un articolo sul Corriere della Sera del 4-6-12 a firma Giovanni Caprara viene scritto “…bisogna essere consapevoli che viviamo in un Paese tra i più sismici del mondo…”. Di fronte a queste analisi nette e chiare non c’è la conclusione materialista-dialettica da parte del governo, che è quella di fare tutte le nuove costruzioni antisismiche e mettere in sicurezza quelle esistenti. Si rimane sul piano delle eterne dichiarazioni e ci si affida alla “Divina provvidenza” affinché faccia arrivare “il terremoto buono”, cioè quello che scuote la terra senza fare danni e vittime.

            E’ l’uomo che si deve adattare al terremoto! Il contrario è impossibile.

            Il momento è difficile e gli Emiliani sono frastornati giustamente perché stanno vivendo una crisi nella crisi. A quella generale si è aggiunta quella particolare generata dal terremoto.

            Come ripartire?

            Il dopo terremoto prospettato dai rappresentanti ufficiali-istituzionali (partiti-sindacati-governo) è nel vuoto, senza futuro, perché punta tutto sulla ripresa economica e sul lavoro in un momento storico in cui non c’è nessuno dei due.

Inoltre i telegiornali parlano molto di perdita economica e del patrimonio artistico, poco di perdite umane in tutti i sensi. Ci sono stati 26 morti, 350 feriti, circa 12.000 sfollati. Una montagna di dolore e di sofferenze. Poi ci sono anche i danni psichici e sentimentali come la perdita delle origini, degli ambienti, degli affetti, un senso di mancaza, di vuoto e di insicurezza che ci si porta dietro fino alla morte. Per questi motivi la vera ripresa deve essere soprattutto umana e si può fare soltanto con l’autogestione del dopo-terremoto da parte dei terremotati e con la solidarietà di tutti i cittadini. Da qui viene un’economia basata sulla solidarietà e la fraternità. Aiutare una persona bisognosa non è un atto di generosità ma un dovere perché si sta aiutando un altro essere umano come te, per  cui stai aiutando te stesso.

6-6-12                                                                                                                             Antonio Mucci

 

 

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La manovra anticrisi si chiama Canapa – aprile,ultime dalla Spagna…..

 

Metà aprile duemiladodici e la parola diventata di uso corrente e’ crisi.la si menziona anche dozzine di volte all’ora,ascoltando e vedendo notiziari strumentati o sfogliando quotidiani e periodici fuck-simili...

Tocca riflettere sulle dinamiche e menti che l’hanno escogitata e meditare su quali possano essere le possibili soluzioni per limitarne le proporzioni o se ci siano ancora speranze d’invertire l’inerzia distruttiva ed insensata che la caratterizza…

Nel campo delle risorse ecosostenibili,una idea decisamente brillante e spregiudicata arriva dalla Spagna nord orientale,a 130 km.circa da Barcellona.un paesino di un migliaio di anime circa,che vive perlopiu’d’olio d’oliva e altri prodotti della terra.E’stata auspicata da molti come l’inizio della ragionevole ed inevitabile fine del disastroso proibizionismo,concausa della famigerata crisi(superaffollamento carceri e sistema giudiziario,massivo impiego forze armate,etc) che ha reso possibile l’attuale ascesa al dominio e potenza del narcotraffico e delle ecomafie.

Dal web:

“…le proprietà anticrisi della cannabis: se in Italia molti continuano ad osteggiare la liberalizzazione della marijuana(canapa) arroccati su posizioni vecchie di decenni e non meglio precisati studi scientifici interpretati a tarallucci e vino (tanto vino), la “cattolicissima Spagna” mostra ancora una volta l'arretratezza italiana in tema di diritti civili ed individuali….a Rasquera, in Catalogna, è stato un referendum popolare a riaprire il dibattito, già apertissimo in verità, sulla liberalizzazione dell'autocoltivazione della cannabis,L'autoconsumo di cannabis in Spagna non è punibile, ma la legge proibisce la coltivazione, l'elaborazione ed il traffico di droghe (tra cui la marijuana): i cittadini di Rasquera, 900 abitanti schiacciati da un debito dell'amministrazione di 1,3 milioni in un economia quasi prettamente contadina, hanno così accolto la proposta dell'ABCDA (Asociacion Barcelonesa Cannabica de Autoconsumo) di prendere in affitto sette ettari di terreno (al costo di 650mila euro l'anno) per coltivare marijuana destinata all'autoconsumo….

Twitter @spinellibarrile12/04/2012, ore 11:39

 

 

TAGLIO MEDIO di Luca Tancredi Barone BARCELLONA

 

…“Con un referendum, i cittadini hanno approvato il piano del sindaco che prevede di affittare le terre ad associazioni di consumatori. Per combattere le narcomafie e la recessione.

Il piccolo e antico comune di Rasquera (962 anime censite nel 2011), a pochi chilometri da Tarragona, in Catalogna, è balzato agli onori delle cronache internazionali per un referendum che ha fatto scalpore. Con 308 voti a favore, 239 voti contrari e 7 voti nulli, gli abitanti del paese hanno deciso martedì di appoggiare la proposta del sindaco Bernat Pellissa(sinistra repubblicana,un partito indipendentista catalano) di un eterodosso piano anticrisi che comprende la creazione di due nuove imprese e la cessione di uno spazio di 7 ettari (con due serre di mille metri quadrati ciascuna) alla associazione Abcda (Associazione barcellonese cannabica di autoconsumo), un club «ludico-terapeutico», come si definiscono, che conta con ben 5000 soci.

Il 56% dei voti a favore ottenuti rispecchia la proporzione della maggioranza in consiglio comunale (4 consiglieri di Esquerra contro 3 di Convergència i Unió, CiU, il partito indipendentista della destra catalana) e garantisce al sindaco l'appoggio dei suoi, ma non è il forte risultato che sperava. La partecipazione è stata del 69%.

Il comune deve affrontare un colossale debito di 1.3 milioni di euro e i 650 mila euro annuali (più 36 mila alla stipula della convenzione) che Abcda promette all'amministrazione hanno convinto il sindaco ad affrontare una battaglia politica e legale complicata. «Il piano ci permetterà di riprendere l'erogazione di alcuni servizi, come quello del riciclaggio, che abbiamo dovuto sospendere», spiegava qualche giorno fa il sindaco. La convenzione con l'associazione durerebbe per due anni rinnovabili. Ai locali fanno anche gola i cinque posti di lavoro promessi nei primi quattro mesi (ma se ne calcolano una cinquantina a regime).

Nonostante le motivazioni economiche, il piano del sindaco è decisamente politico. Secondo quanto affermava lo stesso sindaco nelle scorse settimane, «la popolazione di Rasquera è molto invecchiata e vogliamo frenare la fuga dei nostri paesani». Ma per Pellissa c'è un aspetto più importante: «Servirà per misurare l'ipocrisia della società. I bambini di 14 anni possono già accedere alle droghe, mentre se si legalizzasse il consumo razionale di cannabis per le persone con più di 21 anni, le mafie smetterebbero di lucrare e si potrebbero studiare i noti benefici terapeutici che genera questa industria».

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Il piano ha provocato una forte spaccatura sia a livello locale che a livello istituzionale. La Generalitat de Catalunya, il governo catalano, in mano a CiU, si è immediatamente schierata contro l'amministrazione di Rasquera appoggiando l'opposizione locale al progetto e ha promesso di mandare i Mossos, la polizia locale, se si dovesse iniziare la coltivazione…

In Spagna la legislazione sulla marijuana lascia qualche margine di manovra. L'articolo 368 del codice penale proibisce la coltivazione, l'elaborazione o il traffico di droga, a meno che si possa dimostrare che è per l'autoconsumo.Se Abcda riuscisse a dimostrare che la coltivazione è con questo unico scopo probabilmente,secondo i giuristi consultati dal comune,potrebbe rientrare nella legalità.Certamente si aprirebbe la porta verso un limbo giuridico in cui non è chiaro come ci si potrà districare.Gli stessi promotori del piano ammettono che Rasquera potrebbe costituire un precedente politico……..il Manifesto,12aprile 2012

……….

“Una possibilità di portare denaro e creare nuovi posti di lavoro”, l’ha ribattezzata il sindaco di Rasquera Bernat Pellisa… Il primo cittadino ha chiesto un parere legale affinché la misura adottata, parte di unprogetto anti-crisi più ampio, non sia in contrasto con le ambigue leggi spagnole in tema di droghe leggere. “I prodotti – ha spiegato Pellisa –, non saranno tutti a base di cannabis, ci sarà la rotazione dellecolture con i cereali e le barbabietole da zucchero”…“Ci sono altri cinque o sei progetti in cantiere – ha ammesso il sindaco Pellisa –, compresa la fornitura di semi per consentire alle persone di risolvere i problemi di crescita delle loro piante. Anche una clinica, per malati di cancro, si è interessata al progetto di Rasquera. E proprio il piccolo villaggio catalano, la cui economia era basata sulla vendita diprodotti locali (olive, mandorle), diverrà uno dei maggiori fornitori legali di Cannabis in Europa. Non tutti, però, sono entusiasti all’idea: “Ci renderà lo zimbello della Catalogna”, hanno sottolineato alcuni abitanti di Rasquera. “Porterà i nostri nipoti alla perdizione”, ha detto preoccupata una donna anziana al Pais.

Altri, invece, intravedono la possibilità di contrastare il tasso di disoccupazione che in Spagna fa segnare un dato preoccupante del 23%. “Non ho fumato quando feci il servizio militare – ha posto l’accento un operaio al Pais –, ma lavorerei in una piantagione di marijuana, anche perché è da due anni che sono disoccupato.” …“L’uso per fini personali di cannabis rappresenta una realtà consolidata in Spagna – ha spiegato al Pais Martin Barriuso, presidente della federazione basca di cannabis –. Il consumo è sempre più accettato dalla nostra società. Invece – ha ammonito –, di voltare le spalle a questa realtà, pensiamo che sia ragionevole trovare un modo per regolarlo, favorendo un uso responsabile e rendendo il consumo difficile per gli adolescenti”.

 

Scritto da Alessandro Proietti il 2 mar. 2012 in Economia

 

 

MILANO - La crisi economica non mostra segni di cedimento? Le amministrazioni locali sono sempre più costrette a fare i salti mortali per fare quadrare i bilanci? La soluzione potrebbe venire da creative misure di autofinanziamento come quella che sta per adottare il villaggio rurale di Rasquera, in Catalogna. Il piccolo comune del nord-est della Spagna, che conta appena 900 anime, ha accolto la singolare proposta di un’associazione di coltivare marijuana per uso privato sottoponendola a un referendum popolare. E i cittadini di Rasquera hanno risposto positivamente alla bizzarra misura anti-crisi.

1,3 MILIONI DI DEBITO - In realtà più che un plebiscito, il referendum ha diviso in due gli 804 abitanti maggiorenni di Rasquera, comune vicino a Tarragona che vive soprattutto di agricoltura e della produzione di olio d'oliva e ha un debito di 1,3 milioni. La domanda su cui si sono espressi martedì gli abitanti del villaggio è stata: «Sei d’accordo con il piano anti-crisi approvato dal comune di Rasquera il 29 febbraio?». Hanno risposto sì il 56% dei cittadini (308 votanti) contro il 44% dei no (239). Nonostante il sindaco, Bernat Pellisa, e l'intera giunta avessero minacciato (provocatoriamente) le dimissioni se non si fosse raggiunto almeno il 75% di voti positivi, dopo la votazione il primo cittadino si è detto soddisfatto del risultato del referendum, rimandando però qualsiasi decisione politica ai prossimi giorni….

La notizia della strana proposta anti-crisi aveva fatto il giro del mondo i primi di marzo… L'iniziativa, ora supportata dalla maggioranza dei cittadini di Rasquera, ha suscitato un intenso dibattito dentro e fuori la penisola iberica ed è al vaglio della procura catalana. L'articolo 368 del codice penale spagnolo proibisce la coltivazione, l'elaborazione e il traffico di droghe. In questo caso però, secondo i sostenitori dell'iniziativa, si tratterebbe di coltivazione per l'autoconsumo quindi non punibile dalla legge.

Redazione Online

11 aprile 2012 | 18:44 corriere della sera-esteri

 

redatto da Guido Maria Liberatoscioli

 

Presentato da Elenio Perizoma

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INTERVISTA DI FULVIO CASTELLANI, giornalista-scrittore

a Carmelo R. VIOLA, “padre” della Biologia (del) Sociale

 

...continua dal numero precedente

D.: <Cosa intende per ‘democrazia dei diritti’>?

         R.: “Quella che si suole chiamare democrazia non è, come ci dice l’etimologia, il “governo del popolo”, ma solo l’evento elettorale che serve a legittimare – secondo il concetto corrente di legalità – il potere parlamentare e legislativo degli eletti, i quali non si occupano di ciò che è effettivamente necessario al popolo ma di propri piani personali e di parte. L’evento elettorale in un contesto predonomico-antropozoico, ovvero capitalista-neoliberista, non può non essere condizionato dalla predonomia stessa, come prova la persistenza delle differenze abissali, della povertà, del diffuso disagio esistenziale, della conflittualità in tutti i gradi e livelli di rapporti, della delinquenza da bisogno o da emulazione e vizio, di cui la impropriamente detta “mafia” è un espressione paralegale contestuale.

Ciò di cui l’umanità ha bisogno è la risposta ai diritti naturali (il primo dei quali è quello di nutrirsi sin dal momento della nascita) per cui l’unica democrazia autentica è quella che risponde ai bisogni effettivi del popolo anche quando questo non ne ha consapevolezza. Il problema non sta nella forma del governo ma nella sostanza dei fatti. La ‘democrazia dei diritti’ è l’elezione di referenti preferiti in un contesto ‘economico’ e nell’àmbito di uno Stato che, in quanto economico, è veramente ‘di diritto’”.

D.: <Nel saggio ‘L’Europa e il Nuovo Ordine Mondiale’ Lei ha scritto, tra l’altro, che ‘ il concetto di natura umana predeterminata è di ordine teologico e quindi errato e fuorviante’. Per quale motivo? >

         D.: “L’uomo è un prodotto del panta-rei biologico esattamente come ogni altro vivente. La specie umana è la manifestazione più alta della vita che noi conosciamo in quanto la più possibilmente vicina alla vetta indicata nella risposta n.ro 2. Si può parlare di natura umana solo nel senso di “possibilità di essere ciò che si diventa attraverso l’evoluzione filogenetica”. Ciò significa che l’uomo-individuo può essere buono o cattivo nella più ampia accezione che si dà a questi attributi. Quando si parla di natura umana per dire, per esempio, che l’uomo è, per natura possessivo, per giustificare il capitalismo (la predonomia) come modo di essere naturalmente necessario, si esprime un gratuito concetto teologico-creazionistico, caro agli accumulatori di ricchezza parassitaria, perché l’uomo è soltanto un momento dell’evoluzione (emergenza) della vita dalla potenzialità all’attualità (realtà nel senso corrente). Tale espressione – con il sottinteso concetto appena annotato – è pertanto errata e fuorviante dalla comprensione della natura plastica e mutevole della natura, che si fonde e confonde con la cultura (detta altrimenti civiltà), essa stessa in incessante metamorfosi.”

 

 

 

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D.: <Quali sono le cause più evidenti della ‘solitudine affettiva’, e quindi esistenziale, di cui è pervasa la nuova generazione? >

         R.: “La seconda necessità biologica costante dell’uomo è la “rassicuranza affettiva”. Il soggetto ha paura inconscia del mondo da cui “emerge”. Esistenza (da ‘ex-sistere’) sta per “emergenza”, sinonimo di nascita. Il poppante chiede alla nutrice latte e protezione (affetto rassicurante contro il mondo rassicurante e l’ignoto e tale bisogno lo manifesta con il pianto). Il nucleo affettivo (famiglia in un certo linguaggio religioso ma termine improprio per la realtà biologica) è lo strato immediato dell’habitat umano dentro cui il soggetto-uomo si crea punti di riferimento, rassicuranza e autoidentificazione. Questa è indispensabile al suo equilibrio emotivo, psicologico e mentale.  La famiglia (nucleo) patriarcale (prescindendo dall’eventuale autorità gratuita del capo) era forse la più congeniale a tal fine. Con la dissoluzione del nucleo affettivo in genere ‘a rassicuranza endogena’ e la proiezione centrifuga delle entità affettivo-rassicuranti negli incontri e compagnie occasionali e precarie e nelle diversioni ludiche e ricreative con il pretesto di una libertà ‘autogena’, il soggetto smarrisce la propria copertura affettivo-rassicurante e la propria identità e cade nella “solitudine affettiva” (esistenziale). L’estremizzazione predonomica, detta neoliberismo globale, sul piano individuale significa appunto ‘polverizzazione sociale’(mette figli contro genitori e fratelli contro fratelli) e quindi deprivazione affettiva dello stesso antropozoo, che così diventa più depresso, più conflittuale, più psicopatico, più aggressivo e possessivo, più spinto a cercare nell’avere (che è l’altra faccia del potere), oltreché nelle follie della trasgressione, del lusso, del vizio (alcol e droga come “sostanze stordenti”) quella sicurezza e quel senso di “identità” che solo gli affetti personali vissuti come valori interiori - ovvero come essere secondo biologia -  gli possono dare. La ricerca della ‘rassicuranza esogena’ si risolve nella disgregazione della personalità”.

D.: <Lei si è occupato, e si sta occupando, di diversi argomenti legati alla società attuale. Ma cosa ha ancora in cantiere e cosa La spinge a non demordere ed a guardare avanti con grinta e senza mettere un freno alle Sue idee, spesso controcorrente?>

         R.: “Io sono un uomo di scienza (e coscienza) e tale voglio restare. So di essere controcorrente ma ho la certezza scientifica che solo l’economia vera e propria – la quale, tra l’altro, comprende l’uso di una moneta strumentale o passiva, propriamente detta – può sbloccare l’evoluzione dell’antropozoismo verso l’umanità “adulta” e salvarla dalla prematura estinzione. Mi sono occupato di non poche materie – perfino di critica d’arte e di traduzioni, specie dal russo (sono uno dei traduttori della Storia Universale dell’Accademia delle Scienze della ex Urss) – ma da tempo mi occupo solo della mia creatura, la biologia (del) sociale. In cantiere – assieme al completamento della mia autobiografia e a fatiche minori – ho il proposito di perfezionarla finché gli anni e la salute me lo consentiranno (sperando anche di poterla raccogliere in un unico trattato) sicuro che il futuro – se un futuro ci sarà – mi darà ragione. Non il controcorrente fa dell’utopismo, ma utopia  è solo il (fingere di ) credere che la specie umana possa sopravvivere in contrasto con la biologia.”

D.: <Un’ultima domanda: come vede il futuro della nostra società e come, invece, Lei la vorrebbe?>

         R.: “Non si tratta di volere la società in un modo o in un altro ma di sapere come può – e deve – essere per sopravvivere alla tendenza all’autodistruzione per saturazione conflittuale interumana e marasma ecologico (duplice effetto della predonomia e dell’ecoclastia). L’idea che la forma della società adulta possa dipendere da una preferenza o opzione è un antico pregiudizio: il socialismo è una necessità biologica. Se le forze filoeconomiche riusciranno ad un certo punto a sopraffare o conquistare quelle filopredonomiche, allora la storia umana potrà adeguare il proprio Dna al sistema bio-affettivo e al sentimento bioetico di una civiltà “adulta” (compiuta), altrimenti la specie umana si estinguerà – non certo dall’oggi al domani – per “aborto storico”.

 

         Acireale, 16 ottobre 2006

Fulvio Castellani

 

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INCHIESTA SUL FIUME PESCARA !

 

 

Che ne pensate dell'insabbiamento del fiume?

Come si può risolvere questo problema?

Si dice che la causa sia nella diga foranea... è vero o non è vero?

Come lavorano oggi i pescatori di Pescara?

Cosa è cambiato da 20 anni a questa parte?

Quali responsabilità hanno le industrie nell'inquinamento del Pescara?

Secondo te di chi sono le responsabilità?

Secondo te rimuovendo la diga foranea e facendo ritornare il fiume al corso

naturale si potrebbero risolvere i problemi?

Sei d'accordo ad autogestire la lotta dal basso per risolvere direttamente

i problemi del fiume e della tua città?

Sei d'accordo a non pagare le tasse per reinvestire tutta questa grande

somma nella rimozione della diga foranea?

 

 

SCRIVI LA TUA OPINIONE !

 

 

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TUTTA  LA  CITTA’  NE  PARLA

 

(Il volantino  riportato nella pagina  precedente, insieme a delle scatole dove inserire le risposte, lo abbiamo lasciato in alcuni bar della marineria di Pescara con la finalità di poter raccogliere le opinioni dei cittadini sui problemi del porto e della città. Pubblichiamo alcune risposte pervenuteci.)

 

 

Marini Roberto: Un commerciante di pesce da 4 generazioni si chiede perché ora che la diga foranea è stato un progetto sbagliato non si trova il responsabile!

Architetto, Giunta, Sindaco…. Dove sono finiti i soldi?

Ora 20.000.000 di euro per spostarla da chi si prende?

Temo che a pagare alla fine siamo i poveri pescatori.

 

 

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Un amico di Marco Fars: La Diga  Foranea è stata la rovina di Pescara, I Pescatori, ignoranti, lo dicevano ai grandi Ing. durante la presentazione del progetto. Il mare si riprende il suo posto, non vi preoccupate.

 

 

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Anonimo: Mafiosi, Delinquenti e Teroristi dal Governatore a lultimo chiodo del carro

 

 

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Giuliano: (Il Signore ha risposto ad ogni singola domanda del nostro volantino per cui ha dato 10 risposte. Noi le differenziamo)  

-          E’ normale un fatto naturale

-          Dragare anche 3 volte l’anno come negli anni passati

-          La colpa non è della diga ma di chi ha approvato il progetto

-          Si cerca sempre di mangiare più soldi

-          Nulla!!! Di chi non controlla coloro che firma lo stato d’avanzamento                                        

-          La responsabilità stà da chi ha fatto finta di non vedere

-          No

-          No

-          Ma come ti viene in mente di non pagare le tasse

-          La rimozione dovrebbe essere a spese di chi ha progettato chi ha approvato

 

 

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Anonimo: La marineria e la cosa + sporca  - falsa  –  e schifosa – che – c’è

 

( L’inchiesta continua)

 

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Paragoni stonati e misteri irrisolti

 

Peppino Impastato ed Aldo Moro.

 

Il 9 maggio quasi dappertutto si sono dati convegni in ricordo di queste due figure del secolo scorso.

Al di là del parallelismo della data coincidente del 9 maggio 1978  del ritrovamento dei due assassinati, uno dalle Brigate Rosse  in via Caetani a Roma a conclusione di un sequestro iniziato il 16 marzo e l'altro dalla mafia dilaniato da una carica di esplosivo sui binari ferroviari,  mi dispiace ed è disdicevole l'accostamento che gli organizzatori vanno a fare  sulle due figure, santificandole entrambe.

Peppino Impastato, un ragazzo coraggioso, precursore delle radio libere ( Radio Aut a Cinisi) non merita l’accostamento ( lui in vita l’avrebbe disdegnato come la peste ) e, nel corso della sua militanza in Democrazia Proletaria,   ha  denunciato all'opinione pubblica  la mafia con  il suo massimo esponente locale Tano Badalamenti ed ha pagato con la vita il suo coraggio .

Aldo Moro  è stato invece il massimo esponente della Democrazia Cristiana degli anni '60-'70 ed ha prodotto una totale  stagnazione d'idee in quel partito tale da permettere in Sicilia il proliferare  della mafia stessa, attraverso l'ascesa di personaggi come Salvo Lima, Tommaso Buscetta, le cosche corleonesi, ecc., ed è stato Moro, da statista,  colui che ha tenacemente difesa la DC fortemente collusa con il malaffare tangentizio di malgoverno in Italia; ricordiamo Moro durante lo scandalo Locked , quando implicati erano gli stessi  vertici della DC, in un famoso discorso alla Camera quando disse, "Non permetteremo che la DC venga processata" .

Ed è inutile ripetere la cantilena che Aldo Moro avrebbe finalmente sdoganato il PCI nell'orbita del Governo ( sebbene con l'appoggio esterno) Quella è stata un'operazione fallimentare per il PCI  che non ha rappresentato il compromesso storico di Berlinguer ( che riteneva che governare l'Italia per un partito comunista era impossibile) ma semplicemente un patto clientelare tra due partiti , DC-PCI, un operazione consociativa che eliminò  l'opposizione e che segnò l'inizio del declino del PCI che di lì a 12 anni si sciolse.

Moro fu processato invece dalle Brigate Rosse nel '78 e  scrisse un memoriale poi scomparso  e ritrovato di nascosto dall'allora generale dei carabinieri a Milano nel covo di Via Monte Nevoso. Dalla Chiesa anziché consegnarlo al giudice se lo tenne per se e sperava di "condizionare"  con il suo contenuto  ( in cui Moro raccontava le malefatte della DC e molti segreti di Stato, tra cui le stragi - piazza Fontana, Brescia, ecc.)  il potere politico di allora; quando lo mandarono prefetto a Palermo lo mandarono con l'intenzione per l'appunto di farlo far fuori. dalla Chiesa è stato vittima di quello stesso potere che aveva gestito tanto disinvoltamente.

Le stragi di Stato.

È del dicembre 1969 la strage di Piazza Fontana, a Milano, provocata da una bomba fatta esplodere da misteriosi terroristi nella filiale della Banca dell’Agricoltura. A Piazza Fontana seguirono le stragi di Gioia Tauro (22 luglio 1970), di Peteano a Gorizia (31 maggio 1972), della Questura di Milano (17 maggio 1973), di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), sull’espresso Italicus Roma-Brennero (4 agosto 1974), di Via Fani a Roma (16 maggio 1978), della Stazione di Bologna (2 agosto 1980). Sono gli anni delle stragi, le tappe sanguinanti di una strategia del terrore che per oltre un decennio ha tenuto l’Italia sotto l’attacco di trame oscure.

Veri e proprio attacchi di terrorismo politico, eseguiti da balordi o da militanti della destra parafascista, sotto la direzione di servizi segreti deviati, su mandato di un regista occulto che può essere individuato soltanto con la prova logica del cui prodest. A chi hanno giovato? Più esattamente: a chi avrebbero dovuto giovare?

Per capirlo bisogna riandare al contesto politico, caratterizzato da un processo lento ma costante di avvicinamento ( ricordato sopra )  fra Partito comunista e Democrazia Cristiana, fra l’Enrico Berlinguer del “compromesso storico” ( fallimentare)  e l’Aldo Moro delle “convergenze parallele” ( bislacca figurazione) . Processo di crescita della democrazia italiana, fino allora ingessata in due

 

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blocchi contrapposti fra loro, non comunicanti, un processo che era temuto dalla destra interna, rappresentata dalla Loggia P2 di Licio Gelli, oltre che dagli Stati Uniti.

Giulio Andreotti a suo modo, con l’ermetismo perenne che lo contraddistingue, depositario dei tanti e troppi misteri d’Italia ci ha ricordato quei giorni da lui vissuti in primo piano. Ci ha detto che gli americani sono molto intelligenti, dispongono di uffici-studi molto efficienti, ma di solito le cose le capiscono in ritardo. Tanto che fu necessario spedire Giorgio Napolitano, il cosiddetto migliorista del PCI, oggi presidente della Repubblica, negli Stati Uniti a tenere una serie di conferenze, perché anche l’amministrazione di Washington capisse che l’evoluzione in corso in Italia non meritava di essere contrastata. Ma tale comprensione fu lenta a venire e non valse a impedire le stragi, e forse persino il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Ma Andreotti non dice che  le prime furono ideate dai fascisti esecutori dei servizi segreti USA, e che il secondo, benché ve ne fosse la possibilità, non sia stato impedito. Sono ancora molti i misteri non chiariti che avvolgono le cronache di quei drammatici giorni della primavera del 1978.

Tra il ‘68 e il ‘74, gli scontri tra il Movimento Studentesco e Lotta Continua da una parte e i “fasci” dall’altra erano quotidiani. Le imponenti manifestazioni dove studenti, operai e sindacati marciavano a braccetto al grido di “Fascisti, carogne, tornate nelle fogne” facevano tremare le vene ai polsi, anche solo guardandole dalla finestra, perché sapevi che di lì a poco sarebbero iniziati gli scontri, le cariche della polizia, i lacrimogeni, i fermi. E sapevi che quanto più altisonanti e corali erano gli slogan dei manifestanti, tanto più aspra sarebbe stata la violenza dello scontro.

Ma, nonostante il clima pesante, finiva quasi sempre tutto lì, con le schedature, le persone rilasciate, i ragazzi del Movimento che tornavano alle loro attività organizzate, nelle biblioteche universitarie, nelle librerie, nelle sedi dei movimenti, e i fascistelli con la spider  al bar.

Piazza Fontana, Peteano, erano lontane, troppo grandi per riguardare noi che abitavamo  in provincia. Piazza Loggia, piazza Fontana, la stazione di Bologna, sono voragini dentro le quali, a mio avviso, è sprofondata la democrazia. Più tardi, le stragi di mafia saranno la conferma del fatto che lo Stato, nonostante il proliferare di ricostruzioni indipendenti e coraggiose, ha continuato a inabissarsi coltivando patti scellerati, facendo prevalere “ragioni di Stato” che hanno impedito il tentativo di far luce, di capire e dipanare una intricata matassa con troppi colpevoli e troppi morti.

Alla fine gli italiani hanno finito per alzare le spalle nei confronti di Berlusconi e susseguenti ruberie, affari, cricche, caste,ecc. Quale colpa può essere considerata più grave se non “il nulla” sulla la morte violenta di decine di vittime innocenti? Il resto sono semplicemente conseguenze.

A più di quarant’anni di distanza, quasi nessuno dei processi per le stragi degli Anni di piombo si è concluso con l’individuazione dei responsabili. Anzi, assistiamo oggi a nuove revisioni, sia dei processi che dei fatti storici, e ad assoluzioni che lasciano l’amaro in bocca e un senso di infinito, doloroso vuoto. “Non è stato nessuno”: per quante volte non è stato nessuno?

Nel casi più fortunati, i colpevoli sono stati riconosciuti in figure di secondo piano o meschini rei confessi. Chi però ha vissuto con intensità il periodo stragista, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, fino alle bombe mafiose degli anni ‘90, porta negli occhi e in un’ombrosa zona del petto lo sguardo livido e muto dello Stato, complice e colpevole - quando non mandante - di tragedie pianificate. Probabilmente non c’erano allora, e non ci sono oggi, buoni e cattivi. Ma più buoni e più cattivi, questo sì. E pure vittime e carnefici.

Dopo quarant’anni Pinelli e Calabresi si confondono in un’unica figura dai contorni indefiniti: quella del martire. ( E’ giusto secondo voi?) E così si mescolano, in una sola cornice, il terrorismo rosso e quello nero. Ma davvero tutte le vittime sono uguali?  Non è ancora il momento, se mai lo sarà, di stendere il velo sul passato e la sua autenticità. Perché il rischio in più, oggi, è che si perda memoria di un irrisolto; che la percezione falsata della realtà possa trasfigurarne le poche verità (processuali) accertate.

Il rischio, in altre parole, è che la verità giudiziaria non ancora trovata lasci il posto ad una verità fantasiosa e parziale o, peggio, all’oblio.

 

Luciano Martocchia

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Fábricas 

by Alfredo Somoza  

 

Molti pensavano che avrebbero chiuso dopo poco tempo, invece sono ancora aperte. Le fabbriche recuperate, ormai quasi un marchio di qualità sociale, sono state la risposta alla fuga di imprenditori con pochi scrupoli. Quelli che avevano preferito la speculazione alla produzione. Quelli che erano scappati con il malloppo a cavallo della grande crisi che colpì l'Argentina nel 2001. Gli operai che si sono trovati all'improvviso senza più il “padrone”, con mesi e mesi di stipendi non incassati e con il fantasma della disoccupazione a vita appena fuori dalla porta, si sono dovuti improvvisare imprenditori, garantendo la continuità della produzione. 

Le fabbriche recuperate hanno ispirato la promulgazione di leggi favorevoli, che permettevano allo Stato di espropriare le aziende (per esempio in seguito al mancato versamento delle tasse) per poi consegnarle ai lavoratori costituitisi in cooperative. Tra mille difficoltà, un movimento improvvisato si è articolato consolidandosi con il passare degli anni. Oggi il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate è forte di 250 stabilimenti associati nei quali si produce di tutto, dalle piastrelle alle divise scolastiche, dai libri ai grissini. A questo movimento si affianca quello delle imprese recuperate, che include anche attività del terziario, come ad esempio l'Hotel Bauen, un 5 stelle nel cuore di Buenos Aires che era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1978 e che oggi è gestito da una cooperativa di lavoratori che lo hanno salvato dal fallimento. 

Il movimento sudamericano delle fabbriche recuperate è stato riscoperto in questi mesi. C'è chi pensa che sia un esempio che prima o poi si rivelerà utile all'Europa in crisi profonda. In Argentina questo movimento ha avuto un'incidenza molto modesta sulla ripresa economica, ma il suo peso simbolico e politico è stato notevolissimo. I lavoratori delle imprese recuperate sono stati il simbolo di una società che ha ritrovato le sue priorità politiche dopo decenni drogati dai consumi facili, a discapito di una cultura della produzione e del lavoro. C’è voluto il default, ma la lezione degli operai che non hanno voluto abbandonare i loro posti di lavoro quando tutto il mondo crollava loro addosso è servita a iniettare speranza: ce la si poteva fare a uscire dalla crisi e dall'improvvisa miseria. 

Anche la classe politica del dopo-default è stata fortemente influenzata dall'esperienza delle fabbriche recuperate. La politica di sostegno e di protezione dell'industria nazionale non è oggi negoziabile, anche a costo di subire le frequenti critiche degli organismi internazionali, che continuano imperterriti a sostenere posizioni nelle quali sempre meno Paesi credono. L'Argentina non è più sicuramente uno Stato campione del liberismo come negli anni Novanta, eppure la produzione industriale continua a crescere da quasi dieci anni a un ritmo orientale. Non è industria di avanguardia, come quella tedesca o anche brasiliana, non ci sono stati grandi investimenti infrastrutturali, si produce quasi esclusivamente per il mercato interno, ma le fabbriche sono attive.

Sono quelle stesse fabbriche che furono create dagli immigrati italiani, spagnoli, tedeschi agli inizi del Novecento e nelle quali si formò una classe operaia che fu la protagonista delle grandi trasformazioni del Paese, e anche della sua ricchezza. Nel 2001, quando in Argentina non si produceva nulla e si comprava tutto all'estero, un Paese nel quale l'unica occupazione giovanile era lavorare nel delivery di pizze a domicilio, gli ultimi operai veri, quelli delle catene di montaggio e della meccanica, hanno lanciato la loro sfida. Si sono riappropriati della loro fonte di lavoro e l’hanno difesa con le unghie e con i denti. È stato l'inizio di un'altra storia, e oggi nessuno tornerebbe più indietro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

 

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