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IL SALE - N.°128

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 12    numero 128 – Aprile 2012

 

 

 

 

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Sommario

 

                                                        di Moreno Pasquinelli

 

 

                                                        di Luciano Martocchia

           

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

                                                        di Tonino D'Orazio

 

 

                                                        di Nadia Kost

 

                                                        di Carmelo R. Viola

 

 

                                                        di Gilles Dauvé & Karl Nesic

 

                                                        presentato da Alessandro Fico

 

 

                                                        de “Il Sale”



 

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EDITORIALE

 

Quanto sta accadendo al porto di Pescara ha dell’inverosimile, il porto della più grande città d’Abruzzo sta vivendo una progressiva agonia. . Cinquanta pescherecci sono fermi per i fondali insabbiati. Dieci armatori emigrati ad Ortona. La marineria rischia il CRAC, ogni imbarcazione ha perso negli ultimi tre mesi 45 mila euro e le famiglie sono sul lastrico.

Per risolvere questa drammatica situazione e fare chiarezza sulle responsabilità è stato nominato un Commissario straordinario, Guerino Testa, presidente della Provincia di Pescara.

Il presidente della regione Abruzzo Chiodi durante una conferenza stampa ha messo in luce le responsabilità dello Stato sia per le modalità con cui il porto è stato costruito e sia per la mancata manutenzione che ha reso il porto inutilizzabile.

Chiodi ha anche dichiarato di aver erogato attraverso la  Regione Abruzzo, nonostante l’intervento non fosse di competenza regionale ma statale, 2 milioni di euro che sarebbero andati bruciati tra lavori appaltati e mai realizzati, analisi dei fanghi inesatte e incerte, spese tecniche e consulenze. A ciò si aggiunga il milione di risarcimento richiesto dalla ditta Gregolin, che aveva ricevuto in appalto l’operazione del dragaggio.

 C’è poca chiarezza soprattutto riguardo alle analisi effettuate sui fanghi, infatti l’ARTA ha individuato la presenza di naftalene nei sedimenti portuali, ma  non si è avuta ancora una risposta definitiva sulla presenza di DDT  e l’ISPRA avrebbe richiesto l’intervento dell’Istituto Superiore di Sanità. Gli esiti forniti dall’ISS classificano il porto di Pescara come “sito contaminato” da DDT, come e forse in misura maggiore del porto di Marghera.

Il 27-3 2012 si è svolto un vertice a cui erano presenti il vice capo della protezione civile, Angelo Borrelli e il suo consulente giuridico, Giacomo Aiello, il rappresentante di ISPRA e del ministero dell’ambiente.

  Alla delegazione pescarese hanno partecipato il sindaco di Pescara Arbore Mascia, il comandante della capitaneria di Porto Luciano Pozzolano   e il Commissario del porto, Guerino Testa. Quest’ultimo ha parlato dell’impossibilità di sversare in mare i sedimenti portuali contaminati e della necessità di cercare un sito fuori della Regione Abruzzo, che possa accogliere il materiale da dragare nella darsena commerciale,

 ( 73 mila metri cubi ). Ha anche sottolineato come sia fondamentale il coinvolgimento del governo per reperire i fondi. Un altro principio fissato è stato quello di procedere con la collaborazione della protezione civile per ripristinare le condizioni di sicurezza del naviglio, prima della stagione estiva. Sarà anche sollecitato un incontro con il ministro delle infrastrutture Corrado Passera.

Tutte queste vicende dimostrano le mancanze da parte dello Stato, ma anche l’incompetenza e superficialità delle amministrazioni locali.

In realtà il problema non si risolve senza togliere la diga foranea. Il livello del fiume è arrivato ad un metro come mai? Perché non si vuole rimuovere la diga?

Il Partito del cemento ha la responsabilità di tutto ciò, ovvero quelle forze politiche sia di destra che di sinistra, che hanno presentato un progetto peggiore di quello attuale, prevedendo la deviazione del corso del fiume all’altezza della Madonnina. Vogliono mettere in atto il dragaggio perché è un affare, costa tantissimo e si deve  realizzare tutti i giorni per un periodo illimitato.

L’unica soluzione è tornare al corso normale del fiume e rimuovere la diga, ma non lo si vuole fare perché non ci si può speculare sopra. I pescatori non dovrebbero più pagare le tasse e destinare i soldi delle tasse allo smantellamento della diga foranea.

Il problema però non è solo dei pescatori ma di tutta la città. Il fiume è morto ma può tornare a vivere come anche il porto attraverso l’unione e l’autogestione di tutti i cittadini di Pescara.

Non lasciamo più la nostra città nella mani di speculatori e affaristi senza scrupoli che sperperano denaro pubblico per i loro interessi personali. Riprendiamoci le nostre vite e il nostro futuro cominciando a lottare per un mare pulito in cui poter tornare finalmente a pescare e nuotare con tranquillità.

 

                                                                                                                Il Sale                                                                 

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Articolo 18: la posta in gioco, la pretesa di Monti e l’errore della sinistra


Moreno Pasquinelli

«L'azzeramento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una misura per rendere flessibile il mercato del lavoro, ma per rendere rigidi (fino al parossismo) il regime di fabbrica e la stretta sui ritmi di lavoro. (...) si vivrà sotto il ricatto permanente del licenziamento individuale "per motivi economici"; e se questo potrà colpire solo pochi lavoratori per volta - non più di dodici all'anno per azienda - funzionerà perfettamente da deterrente per tutti gli altri.

Perché, con poche eccezioni, le imprese e l'imprenditoria italiana ormai impegnate a difendere i loro sempre più risicati margini di competitività contando esclusivamente sull'intensificazione dei ritmi di lavoro e la compressione dei salari, non hanno certo la cultura aziendale e la lungimiranza per farsi sfuggire un'occasione del genere: non avrebbero insistito tanto per l'abrogazione dell'art. 18. Posto fisso vuol dire accumulo di esperienza, quel patrimonio aziendale - a patto di saperlo e volerlo valorizzare - che tante imprese italiane hanno sacrificato ai vantaggi offerti dall'ingaggio del lavoro precario e malpagato.

 L'azzeramento dell'articolo 18 è un invito a continuare su questa strada, perché rinunciare all'esperienza dei lavoratori anziani vuol dire ricominciare ogni volta da capo e mantenersi ai livelli tecnologici più bassi. Così, quello che non sono riusciti a fare Berlusconi, Maroni e Sacconi in 17 anni, Monti lo sta portando a termine in pochi mesi. Il piatto è servito e quello che resta da fare, prima che passi in Parlamento il cosiddetto decreto sul mercato del lavoro - in realtà, sulla disciplina di fabbrica e l'ampliamento dell'"esercito industriale di riserva" - ma anche dopo, se sarà approvato, è continuare ad opporsi senza se e senza ma».


C’è un errore serio in questa giustamente spietata analisi di Guido Viale (il manifesto di ieri). E’ la considerazione, che sa di sinistrorso stantio, per cui, la soppressiomne dell’Art.18, ovvero l’estrema flessibilizzazione del mercato del lavoro e l’ampliamento delll’esercito industriale di riserva —fattori dirompenti per ottenere l’imposizione di un regime di fabbrica disumano nonché la compressione dei salari — siano l’espressione di un capitale “che non ha cultura e lungimiranza aziendale”. E’ il consunto piagnisteo di sinistra per cui la borghesia italiana non saprebbe fare il suo mestiere, di qui la presunzione di insegnarglielo suo malgrado. Le cose non stanno così. L’ostinazione del governo Monti discende da una precisa visione globale, diremo strategica della classe dominante di questo paese.

C’è dietro una resa e una pretesa. La resa consiste nel fatto che si prende atto, magari affermando il contrario, che il capitalismo italiano ha perso il treno, da almeno tre decenni, della competitività qualitativa, che esso non ha né tempo né forze per riconquistare il posto di potenza industriale di prima linea che aveva conquistato col “miracolo economico”. E’ la presa d’atto che, nella divisione mondiale del lavoro, al capitalismo italiano, se va bene, spetta al massimo un ruolo di comprimario. Fateci caso, oramai l’Italia è considerata, nel consesso dell’Unione europea, già azzoppata dalla crisi e stretta nella triplice morsa degli Usa, della Cina e degli altri “emergenti”, un paese periferico. Monti, che sa il fatto suo, non ritiene soltanto

 

 

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che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ma con Marchionne pensa che l’Art.18 (ovvero la politica della concertazione sindacale permanente) è un lusso che questo capitalismo declassato e marginalizzato non si può permettere.

Il “cerchio magico” dei dominanti che sta dietro a Monti, composto non solo da banchieri ma pure da ciò che resta della grande industria, sa infine, a maggior ragione se tiene l’Unione tedesco-centrica, che il capitalismo tricolore potrà stare a galla solo accettando il rango di paese di seconda linea, fornitore di semilavorati per il gigante germanico. Un capitalismo di subappalto che deve fornire manufatti a basso e bassissimo costo. Non alla Germania ci si può mettere a fare concorrenza, ma alla Polonia, alla Romania, alla Turchia o al Brasile. Di questo è simbolo il montismo, una sudditanza politica alle forze egemoni del capitalismo occidentale, espressione di una strutturale e irrevocabile subalternità economica.

Mettersi a fare le pulci al capitale, rimproverare alla borghesia di non essere sufficientemente illuminata, in altre parole di non essere sufficientemente renana o tedesca, è la spia infallibile di una sinistra che non solo ha perso la sua anima anticapitalista, ma che ha perso il senso di realtà.

Qual è la pretesa del “cerchio magico” dominante e di Monti è presto detto. Consiste nel delirio di onnipotenza. Spalleggiati da caste politiche oramai delegittimate e prive di ogni credibilità, i dominanti pensano, e noi riteniamo che ci credano davvero, non solo che la loro cura da cavallo sia la sola somministrabile. Essi ritengono che il paese possa sopportarla senza dare segni di rigetto. Al massimo avremo qualche spasmo, ma niente di davvero preoccupante. I 50mila portati in piazza dalla Fiom non gli fanno paura. Marchionne docet.

Ed è qui che si sbagliano, che si danno la zappa sui piedi. L’abolizione del’Art.18, che è solo un pezzo della loro strategia, come detto di una realistica visione del rango del capitalismo italiano nel mondo, non scatenerà forse la ribellione operaia, di certo susciterà quella sociale. Accusano la sinistra sindacale di guardare all’indietro, di avere il mito dell’operaio fordista che non c’è più. Per certi versi hanno ragione. Hanno ragione a ritenere che sull’Art.18 ce la faranno, che la resistenza della classe operaia tradizionale, ricordiamolo, vilipesa e tradita da sindacati e partiti che dicevano di fare le loro veci, sarà piegata. Se sono ricorsi alla mossa astuta del Disegno di Legge, dando l’illusione che il Parlamento possa apporre modifiche sostanziali, se hanno preso tempo, non è affatto per farla finire a tarallucci e vino, ma per prendere tempo. Il dado è tratto e la bomba del conflitto operaio è stata disinnescata. Con un Pd pronto al “dialogo” e una sinistra radicale appesa ad un pifferaio come Vendola, ad un sindacato che invoca la concertazione, non c’è molto da temere.

La sollevazione li colpirà invece, all’improvviso, come una fiammata, rabbiosa e incontenibile. Verrà da dove essi non se l’aspettano, o forse devono fare finta di non aspettarsela. Verrà dai marginali, da noi garantiti, dagli esclusi, dai disoccupati, dai precari, dalle partite Iva defunte, dai piccoli borghesi gettati sul lastrico, dai paria sociali. In due parole dai nuovi pauperes. Qui è il luogo dove si annida l’innesco che trascinerà e spingerà all’azione il popolo lavoratore, che produrrà l’esplosione sociale che tutto rovescerà e rimetterà in discussione.

 

 

Moreno Pasquinelli

 

 

 

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Fatti, misfatti e bugie

 

Lega ladrona,  il PM non perdona

La Lega Nord, cosiddetta per l’indipendenza della “Padania” è  nata dalla fusione e dalla federazione  nel tempo  di formazioni politiche locali territoriali come al Liga Veneta e  la Lega Lombarda, ecc., che attraverso il proselitismo di Umberto Bossi avevano come obiettivo un governo decentralizzato in grado di gestire in meglio  le maggiori risorse che le regioni del nord d’Italia, in termini d’industrie , agricoltura, reddito pro-capite, per un benessere da non spartire con il resto d’Italia ritenuto spendaccione , corrotto, squalificato politicamente con la mafia.

Dopo i primi successi nella seconda metà degli anni ’80 con l’ascesa del loro leader  Umberto Bossi al Senato della Repubblica, il 1992 segna una svolta definitiva a favore della formazione padana quando i leghisti cavalcarono la tigre di tangentopoli al grido di  Roma ladrona,  la Lega non perdona”,  auto eleggendosi quale partito della pulizia e dell’onestà, facendo leva su sentimenti rozzi, adottando e dando in pasto una certa simbologia celtica ( che a tratti ricalca le origini del nazismo) ad una minoranza etnica sconvolta dal fenomeno della nuova immigrazione ( inesistente prima) cavalcando la tigre di un razzismo diffuso , avvalendosi però - e questo è stato il loro punto di forza- della trasformazione delle  organizzazioni territoriali o sezioni del disciolto Partito Comunista Italiano. Umberto Bossi divenne il leader indiscusso della nuova forza politica e intorno a lui un gruppo di spregevoli uomini di partito come Borghezio, che usavano termini ripugnanti per far leva su un elettorato ormai galvanizzato e fuori controllo. 

Non sto a raccontare la loro storia per soffermarmi invece  sull’uscita di scena, finalmente,  travolto dagli scandali, uno dei tribuni del popolo più rozzi e imbarazzanti che abbia mai avuto il nostro paese, che ci ha fatto ripetutamente vergognare per la levatura personale, morale e politica della sua classe dirigente. Umberto Bossi ha incarnato per venticinque anni l’anima più rudimentale, ignorante e becera dell’italiano medio. E la Lega Nord ha rappresentato gli interessi più provinciali, conservatori e qualunquisti di una piccola (anzi, piccolissima) borghesia, degnamente rappresentata dal suo indegno leader. Quello che molti indicavano come un “politico finissimo” era ed è, in realtà, soltanto una persona sgradevole e volgare, i cui unici argomenti dialettici non andavano oltre il dito medio continuamente alzato verso l’interlocutore, e il vaffanculo continuamente biascicato come un mantra.

Il cosidetto “programma politico” della Lega, d’altronde, era all’altezza di questa bassezza, e si limitava al protezionismo nei confronti dei piccoli commercianti e dei piccoli coltivatori e allevatori diretti, condito da anacronistici proclami per la secessione e l’indipendenza di una fantomatica Padania. Le patetiche cerimonie a Pontida, e le ridicole simbologie solari o guerriere, rimarranno nella storia del kitsch, a perenne ricordo delle camicie verdi  : versione di fine secolo delle camicie nere o brune hitleriane  della prima metà del Novecento, e ad esse accomunate dall’ottuso odio razziale e xenofobo ( allora gli ebrei ora gli extra comunitari) Che un movimento e un leader di tal fatta abbiano potuto raccogliere i consensi di una parte consistente della popolazione del Nord Italia, era ed è un’ironica smentita della sua supposta superiorità nei confronti di “Roma ladrona” e del “Sud retrogrado”, oltre che una testimonianza significativa del suo imbarbarimento.

Come se non gli fossero bastati luogotenenti quali Borghezio, Calderoli o Castelli, negli ultimi tempi Bossi aveva lanciato e imposto in politica il proprio figlio degenere. E’ un degno contrappasso, il fatto che proprio le malefatte del rampollo abbiano contribuito alla caduta del genitore. E, speriamo, anche del suo movimento. Padre e figlio possono ringraziare la fortuna che li ha fatti nascere in Italia, e non in Iraq o in Libia, anche se entrambi hanno contribuito a far regredire il nostro paese al livello di quelli. Non li vedremo dunque trascinati nella polvere, e giustiziati sommariamente: ci accontenteremo, o accontenteremmo, di vederli sparire con ignominia dalla politica e dalle nostre vite. Anche se le grida di “tieni duro” da parte dei loro sostenitori ci fanno temere parecchio al riguardo.

 

 

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 Una dirigenza collusa col Berluskaz ( nomigliolo non mio ma di Bossi prima di essere stato corrotto dal caimano ..  pensate un po’ !), una dirigenza   che ha solo pensato a depredare gli italiani, urlando contro i meridionali che hanno la sola colpa di essere guidati da un’altra  dirigenza che non ha nulla da invidiare alle teste di comando della Lega. Ritengo che questa brutta storia darà un brutto colpo a tutti quei illusi che hanno rinnegato i propri avi che hanno dato la vita per questa terra,  per un illusionista miliardario come il cavalier Berluska: una parte della popolazione  che si inchinata a 90 gradi ad un personaggio che aveva rubato e continua a depredare gli italiani con una pubblicità che è diventata un vampiro, e che continuiamo ad ingrassare.  Non me la prendo con questa accozzaglia come i  bossi, i trota, le rosimauro, i castelli, i calderoli, i cota, gli zaia, i borghezio ,  ecc., me la prendo con quei leghisti che ancora inneggiano a Bossi e alla Lega. Magari hanno dato contributi al partito, si sono infilati in testa gli elmi con le corna, hanno comprato gadget: tutti soldi spesi come si sta vedendo. Come devo chiamare questi leghisti che ancora sono a favore di Bossi? Non credo che sul vocabolario ci sia un vocaboli per designare tali individui.

 

Ora i boiardi della Lega invocano pulizia e rigore all’interno del partito, ma fino ad ieri ci hanno ossessionato con la spocchiosa pretesa di rappresentarsi in chiave pre machiavellica, quando la morale di emanazione celeste era inscindibile dalla politica. Ignorando i disastri epocali prodotti da quella arcaica visione, oggi i militanti leghisti scoprono con stupore il marcio che sempre si nasconde dietro la mistica della purezza. Nessuno, fra i dirigenti leghisti, può recitare ipocritamente il ruolo della verginella sedotta e bidonata, tutti hanno millantato una strutturale estraneità dal malaffare, tutti hanno partecipato della esibizione del falso velo di un imene intatto ed intangibile. Tanto più falso in quanto palesemente violato proprio dal capo e dalla sua compagnia di giro. Provino, sempre che ne siano capaci, ad affrontare seriamente la “questione morale” interna liberandosi subito dalle assurde e barbariche pretese di una aprioristica purezza, smettano i panni dei sacerdoti per indossare quelli dei politici, e sopratutto la piantino con la scena della commozione per totem e santini, tanto invischiati con la ‘ndrangheta, nel malaffare, da aver sostenuto e salvato in ogni circostanza il campione delle ( puttanesche)  cene eleganti e delle più oscure trame.

 

La strage  di stato e la cultura di regime

Ho visto "Romanzo di una strage", la rievocazione dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano  il 12 dicembre 1969 .

Mi dispiace che Marco Tullio Giordana che stimo moltissimo, l’autore dei Cento passi  su Peppino Impastato,  si sia prestato a  ipotesi tratte da un libro del giornalista ( sino ad ora sconosciuto) Cucchiarelli. ( Che fine miseranda ha fatto l’Unità di Gramsci e Togliatti quando un suo giornalista costruisce queste ipotesi fasulle) . L'ipotesi farlocca della doppia bomba , una anarchica e quasi inefficace e l'altra fascista stragista  ..non regge affatto e denigra profondamente la figura dell'anarchico  Pietro Valpreda , assolutamente innocente , che ha scontato ingiustamente diversi anni di carcere. E' inaccettabile l'esaltazione del Commissario Calabresi descritto come un eroe , alla pari di Giuseppe Pinelli  precipitato  misteriosamente dalle finestre della questura mentre lo stavano interrogando da tre giorni  senza mangiare e bere violando le leggi sul fermo di polizia . Si è detto che Calabresi non era nella stanza quando Pinelli fu  "suicidato "  .. ma allora chi c'era? Perchè nei loro confronti non s'è proceduto  all'incriminazione? Calabresi fu l'esecutore di una trama costruita dal Questore Guida e dal Capo della politica Allegra   per dare la responsabilità delle bombe agli anarchici , gli stessi che l'indomani della strage, intervistati da Bruno Vespa ( fin da allora maggiordomo del potere) annunciarono trionfalmente di aver acciuffato il colpevole ( Valpreda) , tralasciando appositamente di indagare nei settori neo fascisti e dei servizi segreti .

Prima fra tutti vorrei ricordare il gesto nobile di Sandro Pertini quando, ormai Presidente della Repubblica Italiana, in anni ’80, chiamato a presiedere   una pubblica cerimonia a Milano, rifiutò di stringere la mano all’ex questore Guida.

 

Luciano Martocchia

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UN  DIBATTITO  IN  CORSO

 

(Le lettere sotto riportate si riferiscono al tentativo, tuttora in atto, di formare un gruppo di Indignados nella città. Il dibattito è aperto, quindi chiunque può partecipare scrivendo su Facebook “Indignati Pescaresi” oppure al nostro giornale.)

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Caro Daniele e cari amici,

            Rispondo alla tua lettera del 7-3-12 perché mi sento con l’obbligo morale di farlo. L’indifferenza è “una brutta bestia”! Inoltre, anche se non sono d’accordo con alcune cose, la considero buona in quanto costruttiva e combattiva. La discussione tra noi Indignati o ex Indignati non deve e non potrà finire così. La crisi ci ributterà insieme, l’uno vicino all’altro. La crisi come valore oggettivo è importante, ma lo è altrettanto il ruolo dell’individuo che deve metterci la sua volontà perché il reincontro tra di noi non è automatico nè stabilito da una volontà divina.

            Vengo direttamente al problema principale della tua lettera, che poi è lo stesso che hanno fatto presente altri amici, non tutti, che hanno partecipato alle assemblee. Tu dici: “…le persone sono stanche, stanche di sentire sempre e solo parlare, parlare, parlare…è necessario agire…non abbiamo aperto a nessuna lotta, non siamo minimamente stati sul territorio…”. Quello che dici è vero e io sono tra quelle persone “stanche di sentire sempre e solo parlare”, però non si può passare allo stato d’animo opposto “non parliamo più, agiamo soltanto” perché questo è altrettanto negativo del “parlare sempre e non agire mai”. Sono due facce della stessa medaglia: l’impotenza di fronte alla realtà esistente. Ci sono parole e parole e le nostre erano molto molto molto diverse da quelle dei mass media. Noi vogliamo costruire pezzi di realtà nuovi che escono fuori dagli schemi comuni e dalle istituzioni. Non sono stupidaggini! Come si fa a non parlarne, a non spiegarsi, a non chiarirsi i dubbi, a non immaginare, a non progettare? La fase del pensare che precede l’azione non si può eliminare. Qualsiasi individuo normale prima di fare pensa. Questa fase richiede un tempo che non è uguale per tutti e per tutte le cose. Nel nostro caso sono state necessarie 6 assemblee  per arrivare al famoso ordine del giorno che doveva discutere l’agire.

            La realtà oggettiva da tante occasioni per intervenire. L’agire è un falso problema che si può risolvere molto facilmente. Per esempio a Pescara c’è il problema del porto e del fiume senz’acqua; l’inquinamento dell’aria ed il blocco delle auto al giovedì per tre settimane che non risolve niente; la manifestazione NO TAV! a Pescara dove potevamo fare benissimo un volantino come Indignati se eravamo ancora in piedi. Le occasioni per agire non mancano, sono tante e ce ne saranno sempre di più perché lo scontro tra sfruttati e sfruttatori si farà sempre più acuto e violento.  Un gruppo politico che agisce a livello cittadino in contrapposizione alle istituzioni ed al potere locale,  sarebbe importantissimo. 

Hai ragione Daniè quando dici che “mi sono sentito abbattuto”. Mi ero scoraggiato quando ho visto che eravamo solo in 5 nell’ultima assemblea. Non me l’aspettavo! Finalmente eravamo riusciti a centrare 3 punti all’ordine del giorno di quella sera che ci avrebbero portati ad agire e a chiarire l’identità del gruppo: 1°) Proposta Daniele sulla ex scuola Muzii; 2°) Discussione con Cristina su Villa Del Fuoco e Centrale Bio Massa; 3°) Discussione sul movimento degli Indignati. Però ci siamo ritrovati solo in 5 e lì me ne sono calato. Però mi conosco ormai e so che dopo un poco il mio interno riprende il sopravvento sull’esterno.

            Se l’assemblea si fosse svolta con tutti i partecipanti, come prevista, sicuramente saremmo arrivati a fare a Villa del Fuoco per il problema della Centrale quello che propone Akue Design Gabriel nella sua lettera: “…il volantinaggio nelle zone interessate, rendendo partecipi i cittadini e indicendo delle riunioni di quartiere per discutere e formare dei gruppi d’azione organizzata.” Forse si poteva mettere in moto anche la proposta di Daniele sulla ex scuola Muzii. Dico forse perché non la conosco. Inoltre si sarebbe discusso sugli Indignati: chi sono, da dove vengono, perché sono

 

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spuntati fuori come funghi, qual è il loro  programma? Chi è d’accordo? Chi è contrario? Attraverso questa discussione avremmo capito molto di più noi stessi, chi siamo e cosa vogliamo, per vedere subito che cosa facciamo. Forse sono troppo “teorico”? Forse parlo troppo? Credo di no. Comunque io ero uno su 25 nelle Assemblee e, poiché il nostro funzionamento si è sempre basato sulla democrazia diretta, non ero io che decidevo ma tutti assieme. Posso convivere benissimo con chiunque non vuole parlare per niente. Naturalmente questo discorso vale per tutti coloro che hanno divergenze e sono in minoranza. Il nostro è un collettivo pluralista e democratico.

            Nelle nostre assemblee sono state fatte la bellezza di 18 proposte, la maggior parte rivolte all’agire ed altre ad argomenti da discutere. Quasi più proposte che partecipanti! Ciò dimostra la grande voglia di fare sia nell’azione che nel pensiero da parte dei presenti. Però molti di coloro che proponevano non sono venuti all’assemblea successiva, malgrado le assicurazioni sincere che si sarebbe discussa la loro proposta. Perché? Evidentemente c’è stata impazienza ed interesse soggettivo. La persona voleva che tutti e 25 i presenti avessero portato avanti la sua proposta mentre lui si disinteressava totalmente delle altre 17. Questo, secondo me, è stato il vero motivo che ha portato allo “Stop alle assemblee!”. Non ha funzionato “Il tutti per uno, uno per tutti!” dentro l’assemblea. 

Con la mentalità soggettivista si sarebbero dovuti fare 18 gruppi diversi, ogni proposta un gruppo. Oltre che impossibile, sbagliata, secondo me, perché tutti i problemi sono politicamente interconnessi e si risolvono con l’emancipazione della gente e la convergenza di tutte le persone nel rovesciare il sistema e il potere. Anche nel piccolo decide questo schema.

Con la mentalità collettivista si dovevano discutere tutte e 18 le proposte perché sono tutte uguali come importanza, non c’è quella più e quella meno perché l’importanza è relativa alla persona, che va pienamente rispettata e, come persone, siamo tutte uguali nel collettivo. Quindi colui che propone ascolta e partecipa alla discussione e all’azione non soltanto della sua proposta ma di tutte le altre, cercando altruisticamente di dare il proprio contributo in base alle proprie possibilità. A volte basta anche un semplice sorriso di assenso! L’importante è non nuocere! Il tutto logicamente si svolge in piena libertà e fraternità. Io immaginavo di procedere in questo modo.

Le proposte fatte erano 18, però di veramente impegnative ne erano 7-8. Con il tempo il nostro pensiero e la nostra azione collettivamente si sarebbero centralizzati e concentrati su un numero ristretto di obiettivi. Naturalmente questa è la mia opinione e basta. Poteva essere accettata completamente, in parte o respinta. La democrazia diretta serve a combattere le imposizioni e i capi.

            Sul problema dell’agire io credo che non c’è stato perché non eravamo ancora in grado. Comunque, concretizzare 6 assemblee anche questo è considerato agire. Secondo me abbiamo fatto bene a non agire. Se lo avessimo fatto sarebbe stato peggio ancora: una forzatura che sarebbe finita nello squallore e nel ridicolo. L’agire è una responsabilità e non si può fare qualsiasi cosa, purchè si faccia. Bisogna pensare anche alle ripercussioni sugli altri e vedere se queste sono positive o negative. Oggi come oggi, il problema principale non è fare perché si fanno tantissime cose, ma soprattutto: che cosa fare? Qual‘è l’azione giusta? In Grecia ci sono stati 15 scioperi generali combattivissimi-riuscitissimi, e stanno peggio di prima. Perché?

            Io pongo questi interrogativi perché molte volte si pensa che l’agire sia la soluzione di tutti i problemi. Non è così! L’agire non  risolve i problemi, anzi li amplifica perché ne aggiunge di nuovi e di più gravi. Nel caso nostro, richiede tempo-sacrifici-fatica-cambiamento di vita e di morale. Per cui se non si è ben preparati, convinti e responsabili si arriva alla rottura del gruppo ugualmente, per di più in malo modo.

Invece tra di noi è rimasto un ottimo rapporto umano. Abbiamo messo al primissimo posto il rispetto per la persona, anche quando ce ne sono state alcune che, per eccesso di egocentrismo, ci hanno buttato all’aria 2 assemblee. 2 su 6 sono tante! Però abbiamo preferito sacrificare i nostri obiettivi e desideri piuttosto che mancare loro di rispetto. Tra di noi c’è stata molta umanità. Noi dobbiamo difendere questo patrimonio di grande valore in “un’epoca di passioni tristi” come dice giustamente Luana nella sua lettera. Il nostro collettivo era animato da una passione costruttiva e creativa nei confronti della città e dei suoi abitanti.

            Un altro elemento, sempre a mio giudizio, che valorizza la nostra attività è che siamo stati gli unici, purtroppo,  a Pescara a sentire il bisogno di rispondere all’appello degli Indignati Spagnoli: un movimento politico degno di rispetto perché anticapitalista e basato sulla democrazia reale e l’autogestione.

 In conclusione: Condivido la proposta di Daniele di riprendere le nostre assemblee, come ho detto nella mia lettera precedente. Penso che il nostro gruppo di “Indignati Pescaresi” meriti di vivere perché si è basato sulla Democrazia Diretta  e l’Autogestione. Se si fosse basato sull’autoritarismo sarebbe stato meglio farlo morire, anche se agiva e faceva “grandi cose”. Io sarei stato contro perché sarebbe diventato un  piccolo centro di potere che non poteva riprodurre altro che autoritarismo e disumanità.

           

25/3/12                                                                                                                             Antonio Mucci

 

 

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Potenza rivoluzionaria della poesia.

Tonino D’Orazio. 13 aprile 2012.

Nel film “Il postino”, Pablo Neruda indica a Massimo Troisi la strada rivoluzionaria della poesia. Gunter Grass, scrittore tedesco premio Nobel per la letteratura nel 1999, scrive un poema. Vale la pena leggerla se no a volte si perde, o ci fanno perdere, anche la sostanza di quello di cui si discute per portarci sul sesso degli angeli. La poesia è la seguente:

              ”Quel che deve essere detto”:

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato in giochi di guerra alla fine dei quali,
da sopravvissuti, noi siamo tutt’al più le note a margine.
E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza
si presume la costruzione di un’atomica.
E allora perché mi proibisco di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se coperto da segreto — si dispone di un crescente potenziale nucleare, però fuori controllo, perché inaccessibile a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna e inibizione
che prospetta punizioni appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese, di volta in volta toccato da crimini esclusivi che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali,
anche se con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele un altro sommergibile,
la cui specialità consiste nel poter dirigere annientanti testate
là dove l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d’Israele
al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso, da vecchio e con l’ultimo inchiostro:
la potenza nucleare di Israele minaccia la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi
— come tedeschi con sufficienti colpe a carico —
potremmo diventare fornitori di un crimine prevedibile,
e nessuna delle solite scuse cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell’ipocrisia dell’Occidente ne ho fin sopra i capelli;
perché è auspicabile che molti
vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore del pericolo riconoscibile
e altrettanto insistano perché un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi

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tramite un’istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora,
per tutti gli uomini che vivono ostilmente fianco a fianco
in quella regione occupata dalla follia
ci sarà una via d’uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

E’ una vera rivoluzione che sta scatenando finalmente un giudizio negativo e mondiale, al di fuori dei giornalisti e delle politiche imposte dal silenzio e dalla regia internazionale, sull’armamento atomico di Israele. Armamento non sottoposto a nessun controllo internazionale e stimato a circa 200 testate nucleari. Sempre in mano a governanti ex generali.

E’ la poesia che ci voleva per mettere il re a nudo. Ma il re non è soltanto Israele, ma tutti i paesi amici che hanno donato loro tecnologie (Usa in primis), sommergibili attrezzati all’uopo (la stessa Germania), armamenti sofisticati (Italia) e soprattutto il concetto etnico-religioso della sua appartenenza all’Europa, indigeribile per la Turchia, da cui ne derivano sport vari e esercitazioni militari congiunti. E omertà generale sulla sua espansione territoriale di occupazione e di genocidio etnico verso i palestinesi e nel lager di Gaza. Il nervo scoperto è proprio quello di un paese guerrafondaio che, in nome della sua sicurezza, si ritiene al di sopra delle leggi internazionali, e in realtà sono messi all’angolo proprio dalla loro incapacità di pensare se non con le armi, la minaccia, e la ritorsione razzista verso tutti i paesi vicini, ai quali ovviamente hanno già preso un pezzo di territorio, in barba all’Onu e alle sue decisioni.

Ovviamente tutti si sono scatenati sullo scrittore, (che tenta di dire la verità veramente in modo equilibrato), con i soliti stanchi argomenti di razzismo, che per loro in modo speciale è stato coniato il termine antisemitismo, come se in tutta quell’area geografica non fossero tutti discendenti di Sem, figlio di Noé, dopo il diluvio universale. Israele ha reagito immediatamente con arroganza, e in fondo stupidità, dichiarando lo scrittore “persona non grata” nel loro paese. Non viene nemmeno loro in mente che non necessariamente le persone serie siano interessate a visitarlo. Tra l’altro, forse, a parte il museo dell’Olocausto, tutte le cose storiche interessanti sono cristiane e arabe.

L’altro stupido attacco è alla persona dello scrittore e alla sua vita da ragazzino. E’ una forma puerile e demagogica di demonizzazione che tenta di nascondere difficilmente la verità dei fatti denunciati. Altri, anche  un pacifista vero come Moni Ovadia, tentano di nuovo di controbilanciare la posizione di Israele ritenendo che Grass dovesse sconfessare anche il tiranno iraniano che “massacra” il suo popolo. In effetti Grass lo definisce “fanfarone”. Rapporto ai massacratori veri l’equilibrio è impari, eccetto che Israele non massacra i suoi ma gli altri. Perché non possono essere messi eticamente sullo stesso piano? Da un lato c’è chi minaccia, dall’altro c’è chi agisce nell’omertà occidentale più assoluta. E poi le bombe atomiche c’è chi ce le ha veramente e chi no. Questo non dà nessun diritto a chi ce le ha di bombardare i siti degli altri prima che ce le abbiano. E’ un diritto di che? Il nervo scoperto sembra proprio questo: la bomba atomica israeliana (segreto di Pulcinella ma mai indagata) viene messo sullo stesso piano di quella (potenziale) iraniana. Non so chi sia più pericoloso tra Nethanyahu  o Ahmadinedjad.

Questo è la sostanza del poema di Gunter Grass: la richiesta in realtà di un disarmo pacifico e una zona denuclearizzata nel medio oriente. Insomma un pacifista pericoloso che pretende che Israele la smetta di essere autoreferenziale e al di sopra di qualsiasi straccio di legalità internazionale e di minacciare continuamente i suoi vicini. Un intellettuale finalmente impegnato e che non vuole più tacere. Tutti gli scrittori ebrei mondiali sono stai invitati a coalizzarsi contro di lui. Questo la dice ancora più lunga sul conservatorismo di quel popolo, sulla lobby dei suoi intellettuali ufficiali, quasi rabbini, che denunciano addirittura come «immorale» il poema pubblicato.

Per uno che ha vissuto negli anni della guerra fredda, devo ammettere che il fatto, che fossero in molti ad avere l’arma nucleare come ancora oggi, ha impedito qualsiasi stupida e masochista guerra di quel tipo; anzi quelle armi diventano oggi così interessanti deterrenti contro le invasioni improprie. Ci possiamo anche scatenare contro la Corea del Nord, ma bisogna ammettere che se non fossero ancora comunisti e utili alla propaganda del pensiero unico internazionale che li definisce “disubbidienti” (nessun riferimento a Israele ovviamente in quanto a rispetto delle regole), il loro arsenale è puerile e non fa paura a nessuno. Serve solo a far rimanere l’occupazione americana su Okinawa con i missili nucleari puntati sulla Cina, anche questi stupidamente, perché tutti sanno che se li lanciano li ricevono qualche secondo dopo. La follia pura o la garanzia di non essere attaccati e derubati? Visto quello che sta avvenendo per il possesso del petrolio non oso scegliere.

Adesso bisogna vedere per quanto tempo i cerchi, del sasso lanciato da Grass nella pozzanghera internazionale, riusciranno ad esistere e vibrare.

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Chi è responsabile dei crimini in Siria?

 

di Nadia Khost - Scrittrice siriana, autore di numerosi libri, saggi e racconti sulla storia, l'architettura, la conservazione e la tutela del patrimonio della civiltà araba.

 

 

Tribuna Popular - Aggressione imperialista

 

Solo un anno fa, i siriani erano in pace. Non sapevano nulla delle armi che l'esercito ha scoperto nei nascondigli della milizia o quelle provenienti dalla Turchia o dal Libano. Non avevano mai visto proiettili, fucili e mitragliatrici di ogni tipo, bombe sonore, proiettili anticarro, pistole, apparecchiature di sorveglianza, cannocchiali per la visione notturna, gli esplosivi, giubbotti antiproiettile. Ora, sappiamo che la morte può venire da bottiglie di gas o da barili di petrolio! Sappiamo che ognuno di noi può morire in un'esplosione o un attacco da parte di bande armate se il tuo nome è sulla loro lista di persone da eliminare!

Nonostante ciò, il Consiglio dei diritti dell'uomo a Ginevra si rifiuta di riconoscere che ciò che accade qui è l'eliminazione della nostra sicurezza, l'abolizione della nostra normale vita quotidiana. E va a cercare il colpevole tra le vittime!

Ma noi che viviamo in Siria, e non in un paese occidentale, conosciamo la verità che l'Occidente e le sue istituzioni "umanitarie" non vogliono sapere. Abbiamo in mente due immagini.

L'immagine - mostrata solo una volta alla televisione siriana - di una famiglia, in Baba Amro, riunita intorno ad una tavola apparecchiata, i genitori, i bambini, e gli zii proprio come erano stati uccisi; sulla parete, i loro assassini hanno scritto con il sangue delle vittime, il nome della brigata, che aveva finanziato il delitto.

L'altra immagine è di una donna che vive a Duma, (un sobborgo di Damasco), che ha riferito che le milizie avevano portato un giovane legato nella piazza pubblica, e costretto la gente, puntando la loro mitragliatrice, ad assistere alla sua esecuzione. E il giorno dopo allo stesso modo, hanno ucciso altri. Lo stesso giorno, Ayman e Fahd Arbini - in compagnia di Zaher Qweider di Al-Qaida - hanno sparato contemporaneamente, proiettili RPG sulla chiesa di Arbin, (un sobborgo di Damasco) e sulla scuola islamica.

Questi crimini si sono svolti nelle aree controllate dalle bande armate. Di quale progetto fa parte questo terrorismo? Chi è il responsabile di questi crimini?

Uno dei criminali arrestati a Baba Amro ha dichiarato - come se stesse raccontando una banale storia - che ha ucciso e violentato delle donne. Che sceicchi del consiglio militare gli avevano comunicato via fatwa che l'omicidio e lo stupro erano legali. Non c'è da meravigliarsi: gli sceicchi wahhabiti dell'Arabia Saudita hanno invitato i loro sostenitori alla jihad contro il governo siriano e Kardawi, lo sceicco di Al-Jazeera, ha pronunciato delle fatwe che legalizzano l'uccisione di alawiti, cristiani, drusi e sunniti favorevoli al governo.

Le bande armate che realizzano queste fatwe ricevono denaro dal Qatar e dall'Arabia Saudita, così come droga che l'esercito siriano sequestra in quantità insieme alle armi. Facevano parte del bottino trovato a Baba Amro: diversi tipi di armi e divise occidentali e israeliane, passaporti - tra cui un "passaporto per il paradiso" - sofisticate apparecchiature di comunicazione.

Questi sceicchi ignorano la raccomandazione formulata, al principio dell'Islam, dal califfo Omar bin el Khattab: "non uccidere donne nè bambini e nè anziani, non tagliate gli alberi, e lasciate i monaci nei loro monasteri." Queste fatwe spiegano come mai, in data 7 marzo 2012, un uomo ha dichiarato, senza dolore o rammarico, che aveva ucciso cinquanta uomini e violentato decine di donne.

Questo è ciò che comunemente chiamano "conquista". Le bande armate "conquistano" le donne e i soldi delle vittime, catturano le istituzioni pubbliche scappando in ambulanze ed auto del comune e private.

Ieri, un cittadino di Homs denunciava di un cecchino che aveva conquistato la strada che controllava dall'alto della sua terrazza. Tra i morti c'è stato un ragazzo di 11 anni, Malek il Aktaa. Qual è lo scopo di questo terrorismo? Spezzare la società siriana, infliggere perdite nell'esercito, dividere la Siria, paralizzare la produzione agricola, industriale e artigianale. In breve, distruggere la struttura dello Stato.

Nei quartieri controllati dalle bande armate si impediva ai bambini di andare a scuola e agli studenti di andare a svolgere i loro esami universitari. Hanno ucciso operai che andavano nelle loro fabbriche, impedito ai contadini di andare a seminare le loro terre e alle centrali elettriche di rifornirsi, hanno ucciso commercianti e professori d'università.

Dove si sono installati, hanno distrutto la vita. L'11 marzo 2012, hanno rapito il politico Mosbah Al Chaar a Homs, e hanno ucciso il campione di boxe Ghiath Tayfour ad Aleppo, come avevano ucciso anche un campione di nuoto e fatto esplodere un ponte nella regione di Ghab Al.

La relazione della Commissione degli osservatori arabi - che ha visitato i luoghi in cui questi eventi si sono verificati ed ha trovato le vittime - ha affermato che il mandato della Lega Araba inviata in Siria non menzionava le bande armate e che queste bande attaccavano i civili e le istituzioni pubbliche e private, costringendo l'esercito regolare a replicare.

La Lega Araba, guidata oggi dal Qatar e dall'Arabia Saudita, si aspettava che la Siria si rifiutasse di ricevere la Commissione degli osservatori. Quindi immaginava che la relazione degli osservatori sarebbe andata verso la legalizzazione dell'intervento militare. Ma l'atrocità dei delitti, l'ardore delle vittime che esprimono il loro dolore, e la

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coscienza politica dei Siriani, ha permesso alle persone oneste della Commissione di comunicare la verità. Ecco perché la Lega araba, in seguito ha respinto il rapporto e ha chiesto le dimissioni del capo della missione, quest'uomo leale che ha respinto l'assegno in bianco proposto dal Qatar.

Perché, allora, i leader occidentali e le istituzioni internazionali non hanno approvato tale relazione degli specialisti militari e nella sicurezza che documentano gli eventi come si sono verificati nello stesso luogo? Hanno preferito adottare ciò che elabora minuziosamente l' "Organizzazione siriana per i Diritti Umani", con sede a Londra, un'organizzazione rappresentata da un singolo individuo appartenente alla Fratellanza Musulmana, che inventa le "informazioni" diffuse su richiesta.

Il problema non sta solo nel fatto che questi leader occidentali che sostengono la guerra contro la Siria non riconoscono chi sono i veri colpevoli dei crimini e delle violazioni dei diritti umani. La questione di fondo è che stanno eseguendo una strategia per distruggere lo Stato siriano.

Questo dimostra che i politici occidentali si sono convertiti a ciechi vassalli del progetto sionista statunitense! E Sarkozy e Bernard Henri Levy in Francia sono riusciti a seppellire la politica della Francia contro gli arabi stabilita da Gaulle. Quando sentiamo Alain Juppé, non ci ricorda in nessun modo il generale de Gaulle.

Abbiamo piuttosto l'impressione di ascoltare Oliva-Roget che ha ordinato il bombardamento di Damasco nel 1945. Per questa ragione riteniamo che la lettera di Laulan di Juppé - ricordando che la guerra contro la Siria non serve gli interessi della Francia - suggerisce inoltre che la dignità della Francia suppone che non diventi un vassallo degli Stati Uniti nel progetto sionista.

Mettiamo da parte i termini che vengono utilizzati comunemente come "i diritti umani, i rivoluzionari, l'esercito siriano libero, la difesa dei cittadini siriani". I leader occidentali dovrebbero sapere che le "rivoluzioni", suppongono un programma politico nazionale, che è la causa che abbraccia uomini di grande levatura, grandi pensatori e poeti. Una causa basata sull'onestà della Patria, che nasce in questa Patria; non è una causa che si inizia per una decisione esterna.

Come la storia del conflitto arabo-israeliano che si caratterizza per le guerre d'aggressione d'Israele, uno dei primi principi dei rivoluzionari patrioti è di non ricevere aiuti o armi israeliane. E di rispettare i principi fondamentali che sono imposti senza dimenticare che il nemico non è la confessione opposta, ma che il nemico, l'aggressore è Israele così come l'imperialismo occidentale che garantisce la sicurezza d'Israele e prende in giro gli arabi.

I leader occidentali conoscono queste verità, ma dedicano i loro sforzi per dividere i paesi arabi e all'embargo contro l'Iran: il loro progetto include la Russia, la Cina e i paesi dell'ex Unione Sovietica. Hanno violato le leggi del diritto internazionale, infiltrando i loro agenti segreti in Homs, dove conducono la guerra dell' "Emirato Islamico di Baba Amro", con i gruppi salafiti e al Qaeda! Ci hanno provato per tre volte, nel Consiglio di Sicurezza, ad autorizzare l'intervento in Siria. Ma il fatto che i bombardieri israeliani a Gaza, hanno ucciso solo il 10 marzo, diciotto persone, tra cui diversi bambini, e che i coloni israeliani distruggono i monumenti palestinesi islamici e cristiani, e giudaizzano la Gerusalemme storica, tutto ciò non attira la loro minima attenzione.

Questi drammi ci permettono di concludere che la politica occidentale non solo riflette un crollo morale, attraverso l'adozione di bugie e falsità, ma anche un collasso politico e la cecità del pensiero. Questa politica cospira contro la Siria. Un paese che si distingue per un tessuto sociale dove si mescolano in un'unità nazionale le religioni, le confessioni e le "etnie".

Un paese che fino a poco tempo fa si distingueva per una sicurezza che raramente si trova in Occidente, e la cultura umana orgogliosa di ciò che hanno portato le grandi rivoluzioni all'umanità. Un paese che traduce le opere della letteratura mondiale, che ascolta la musica classica come ascolta la musica locale, e le cui donne sono coinvolte nella produzione e nella vita pubblica che il popolo vuole di migliorare.

La politica occidentale utilizzata nella sua guerra, la diplomazia, i media, le organizzazioni internazionali, e le armi sofisticate: si basano su regimi dispotici che non hanno una costituzione o il Parlamento, e nel loro territorio ospitano basi militari statunitensi e che uccidono i manifestanti in Bahrain e a Qatif in Arabia Saudita.

Come spiegare la collaborazione dell'Occidente con combattenti di al Qaeda che compare negli elenchi del terrorismo internazionale, e che il Qatar e l'Arabia Saudita finanziano la loro guerra contro la Siria? Come spiegare la finta ignoranza occidentale sulla posizione dei cristiani siriani presenti di fronte al palco per difendere la struttura sociale, e condannare l'intervento sionista occidentale? Perché l'Occidente non ascolta il patriarca maronita del Libano, mentre ascolta le bande takfiriste che uccidono i cristiani siriani, e attaccano i loro monasteri e chiese, che i musulmani rispettano e onorano?

Al Zawahiri (leader di Al Qaeda) ha rivendicato gli attacchi a Damasco e Aleppo. I rapporti ufficiali portano prove d' incontri tra i servizi segreti francesi e inglesi con i combattenti libici di Al Qaeda. I siriani apprendono che i servizi segreti francesi e inglesi erano in Baba Amro insieme con le bande di Al Qaeda.

I media siriani si sono astenuti dal mostrare in televisione questi infiltrati stranieri, lasciando raffreddare la rabbia contro questo oltraggio occidentale alla sovranità. Ha scelto il controllo siriano della situazione in Baba Amro, rispetto a tale esposizione. Centinaia di uomini armati si sono consegnati all'esercito siriano quando la protezione occidentale si è ritirata.

 

 

... continua nel prossimo numero

 

 

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Secondo la logica della biologia del sociale

 

Dall’ambiguo femminismo al “maternalismo”

 

                                                                                           Carmelo R. Viola

 

         Femminismo e maschilismo sono termini con un senso partigiano-concorrenziale, cioè di contrapposizione inevitabilmente polemica, pertanto assai spesso equivoci e fuorvianti. Forse il maschio tradizionale non sapeva di essere maschilista fino a quando non gliel’ha rimproverato la femminista, convinto che le sue prerogative “padronali” e i suoi privilegi fossero “secondo natura”.

         Messi sotto accusa dall’altro sesso ormai smaliziato (almeno nella civiltà occidentale), i maschi hanno reagito variamente. Alcuni sono ricorsi alla logica del leone: “io sono il più forte e tanto mi basta per avere ragione”. Pochi, da intellettuali, hanno cercato – “alla base” - la giustificazione della loro presunta superiorità, interpretando le incombenze della maternità (mestruazioni, gravidanza, puerperio, allattamento), con le concomitanti temporanee disabilità al lavoro fisico, come segni certi di inferiorità.

 Tipica e paradossale la valutazione di uno studioso intelligente dei nostri tempi, lo scomparso catanese Gino Raya (il cosiddetto “padre del famismo”) che definiva la donna “il termine medio fra l’animale e l’uomo”. Il buon Raya non ha fatto altro che stabilire una gerarchia zoologica in funzione della sola mobilità dimenticando che molte altre scale possano essere compilate sulla scorta di altri valori (per es. la stabilità emotiva, l’ideatività, la creatività, la concretezza, la longevità e così via), e che certi comportamenti, come la resistenza fisica, non derivano dalla natura (come la capacità di produrre figli) ma dalla “cultura”. E’ perfino provato un maggiore potere immunitario da parte della donna: per questo diremmo che è superiore all’uomo? Il maschio e la femmina sono “gerarchicamente diversi sul piano biologico” (avendo ovviamente funzioni diverse e complementari), il che significa che sono “biologicamente pari nella diversità-complementarità fisiologica”.

         Altri, infine, si sono schierati dalla parte della donna più empiricamente che con vera cognizione di causa, non sempre riuscendo a liberarsi da riflessi condizionati maturati e memorizzati nel tempo.

 Il potere di iniziativa sessuale, che si arroga il maschio tradizionale, è l’antico diritto di predazione che, oggi sempre più (paradossalmente) sfocia nello stupro; il diritto di decidere di una gravidanza o di un aborto è il riflesso del diritto di vita e di morte espresso anche dal romano pater familias: il diritto del possesso discrezionale totale sulla donna e sui suoi prodotti. Il resto ne è conseguenza. Infine, sussiste tuttora un privilegio maschilista che di solito nemmeno la donna più perspicace mette in discussione: quello di dare il proprio cognome alla prole della donna impregnata mentre, per una serie di ragioni, è più biologicamente corretta la“cognomazione matrilineare”.

         Né in campo femminile le cose sono molto chiare. Nel mio libro “Aborto: perché deve decidere la donna” (1977) distinguo tre tipi di femminismo. Uno è quello della “concorrenza al maschio”. Esso parte da una contraddizione: dal considerare l’uomo un modello da imitare nelle virtù e nei vizi e quindi da ripagare con la stessa moneta. Si risolve in un grottesco processo di mascolinizzazione e quindi di riduzione omogenea dei due sessi al peggiore minimo comun denominatore. La donna si parifica all’uomo imparando ad essere irrazionale e prepotente come lui. L’impressione che ho tratto, negli anni Settanta, dalla breve frequentazione di ambienti radicali, è che le “femministe alla moda” si ritenevano tanto più emancipate quanto più capaci di comportamenti maschiliformi. Ne è prova il fumo, l’assunzione di droghe, il tifo sportivo e, in specie, il turpiloquio, che non ha niente a che vedere con il parlare senza ipocrisia ma è piuttosto “esibizionismo sessuale verbale” bell’e buono, preso in prestito dalla vanità maschilista, che vede nella virilità e, in subordine, nell’ostentazione simbolica degli organi della virilità stessa,

 

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una testimonianza di potere, di dominanza e di superiorità nei riguardi della donna e di disinvolta capacità di trasgressione.

         Il trionfo di questo pseudo-femminismo è il suicidio del femminismo stesso: il cedimento della civiltà allo spirito agonistico (predonomico e antropozoico) del capitalismo, che si risolve in una generalizzazione caotica di concorrenza di tutti contro tutti.

         Il secondo (pseudo) femminismo è quello che intende fare a meno dell’uomo anche sessualmente (sic!). Ma è soltanto un’aberrazione, che si chiama autosufficienza e, in prospettiva politica, “potere della donna” (“woman power”): una concezione totalmente assurda soprattutto al livello biosociale, se intesa come soluzione generale dei rapporti fra i sessi.

         Femminismo autentico è quello che si propone di emancipare la donna in quanto donna ma anche di liberarla assieme all’uomo di tutti i pregiudizi e i comportamenti interpersonali e sociali erronei.  E’ questo femminismo, vero e legittimo,  che, assolta la sua funzione di rottura con i canoni della tradizione maschilista, non ha più bisogno di chiamarsi femminismo. Questa parola suona ancora più grottesca sulla bocca di un uomo, che può sembrare un transfuga innaturale nel mondo dell’altro sesso. Se emancipare la donna vuol dire riconoscerla pari all’uomo nella fruizione dei diritti naturali, liberare l’una e l’altro significa bonificare la sintesi dialettica dei due sessi da cui anche deriva la buona salute della società. E’ proprio in ottemperanza al principio “a ciascuno il suo” che non si può non attribuire alla donna non come individuo ma certo come categoria un valore che la pone, se non al di sopra della categoria uomo, senz’altro al centro della specie umana. Mi riferisco alla maternità, la cui funzione va ben oltre la procreazione della prole.

         La maternità risponde alla seconda costante biologica di qualunque essere vivente. Ogni neonato, maschio o femmina, chiede insieme latte e affetto (coccole), nutrimento per il corpo e “rassicuranza affettiva” per lo spirito (psiche). Accanto ad una maternità ginecologica nel senso strettamente tecnico della parola c’è una “maternità affettiva”, che può e deve essere sviluppata anche dal maschio sotto forma di “paternità affettiva” e che è tanto necessaria all’economia esistenziale dell’individuo, del genere umano e della storia quanto lo spirito d’intraprendenza, di ricerca e di autonomia.

         Si ripresenta qui, in tutta la sua possanza, la dualità dialettica dell’essere e del divenire. Il matriarcato non è meno erroneo, ai fini dell’evoluzione, del patriarcato, oggi imperante anche sotto le sembianze di certo femminismo di contrapposizione e di rivalsa,  che tende all’autodistruzione. Mentre una società può sopravvivere se sufficientemente dotata di “mutualità affettiva”, se dedita all’accumulo di potere e di ricchezza, sia pure nel tentativo inconscio di compensare frustrazioni esistenziali (“avere in mancanza di essere”!), non basta a sé stessa.

         Maschilismo e femminismo diventano due parole ambigue anche quando il secondo voglia essere un correttivo del primo, comunque socialmente lesivo, se è vero che si risolve nella celebrazione della forza fine a sé stessa. Ciò che caratterizza la civiltà di questo capitalismo senile esasperato è per l’appunto un eccesso di agonismo di tipo maschilista, a cui purtroppo si vanno confacendo anche non poche donne, che pretendono di essere “femministe”mentre sono soltanto “femmine in caricatura maschile”!

         Se vogliamo indicare con un nuovo “ismo” il senso di un movimento di pensiero, che possa interessare maschi e femmine, uomini e donne,  per la convergenza degli attributi biologici dei due poli in un centro equidistante, la parola giusta potrebbe essere “maternalismo” con riferimento alla “genitorialità affettiva”. Il maternalista sa che ogni frustrazione affettiva viene restituita in termini di distruttività sociale in un circolo vizioso senza fine. Le vere femministe dovrebbero smettere di imitare il ”maschio tradizionale”,  diventare – loro – modelli da imitare per uomini e donne travolte dalla voragine di una civiltà per soli concorrenti senza princìpi morali e senza sensi di colpa.

 

 

                                                                     Carmelo R. Viola

 

(Maternalismo– 5 marzo 2010 – 2596)

 

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Proletarizzazione delle classi medie

Gilles Dauvé & Karl Nesic

[estratto da Demain, orage. Essai sur une crise qui vient, Troploin 2007]

 

 

Che il concetto di classe sia pertinente o meno, è difficile concepire l'esistenza di una classe collocata

in una posizione intermedia rispetto alle altre (borghesia e proletariato), e immaginare che possa

estendersi fino a occupare pressoché la totalità del campo.

Nel capitalismo, come abbiamo visto, non tutto è “capitalistico”, e non tutto ciò che è capitalistico è

compreso nelle forme più socialmente o tecnologicamente avanzate del capitalismo. L'esistenza dei

piccoli proprietari di mezzi di produzione, è necessaria alla vitalità dell'industria e del commercio (non

sarebbe possibile un capitalismo senza imprenditori e innovatori), ma è indispensabile anche per la sua

funzione di stabilizzatore sociale. La borghesia non potrebbe dominare la società contando soltanto su

poche centinaia di migliaia di possidenti. Essa deve dividere il potere politico, quello intellettuale e (in

una certa misura) quello economico, con ciò che un politico francese, nel 1872, definì i “nuovi strati

sociali”, nei quali includeva i negozianti, gli artigiani, gli impiegati statali e delle ferrovie, gli insegnanti e

i medici. Benché la lista non sia aggiornata, il concetto rimane il medesimo.

I piccolo-borghesi vengono così chiamati in quanto possessori di piccole quote di capitale: il loro

controllo sui mezzi di produzione si ferma alle porte delle loro piccole attività. Si stima che, nella

Francia del XXI secolo, gli artigiani, i titolari di negozi, i padroni di piccole imprese, i professionisti e gli

altri “lavoratori autonomi”, rappresentino complessivamente il 15% della popolazione attiva. Senza

dubbio, la stima risulterebbe simile in Italia o in Germania, e più bassa in paesi più moderni come la

Gran Bretagna; ma questi gruppi sociali non verranno mai eliminati dal processo di concentrazione del

capitale. Essi sono meno numerosi di quei salariati, relativamente ben retribuiti ma privi di capitale

(eccezion fatta per i loro risparmi, a cui si aggiungono, talvolta, somme di denaro ereditate), che

investono in titoli e bond che non conferiscono loro alcun controllo sui mezzi di produzione. A parte

questo, in Europa come negli USA, generalmente la proprietà di questi “privilegiati” non va molto oltre

quella delle mura delle case o degli appartamenti in cui vivono. Solo poche famiglie si possono

permettere un fondo-pensione privato.

Nondimeno, le classi medie – "nuove" o "vecchie" che siano – nel momento in cui i proletari non

lottano o patiscono una sconfitta, diventano una forza sociale. Generalmente, è l'assenza o il fallimento

dello scontro tra capitale e lavoro, che ha dato e ridà peso a un insieme sociale  intermedio, che include

anche molti operai ostili alla militanza di classe. I tipici partiti di "centro" (il Partito Radicale nella

Francia della Terza Repubblica, il Zentrum nella Germania di Weimar, o la Democrazia Cristiana in Italia

dopo il 1945) giocarono un ruolo importante solo in seguito alla ritirata delle forze operaie, e proprio

perché riuscirono ad avere un largo seguito fra i lavoratori. Partiti del genere hanno da soli ben poca

autonomia, e si schierano dalla parte del capitale o da quella del lavoro a seconda di quale sia, di volta in

volta il polo più dinamico. La rivolta argentina del 2001 fu innescata da settori proletari: le classi medie,

inizialmente ostili, si unirono ad essi quando l'interdizione delle banche da parte del governo, le privò

dei loro soldi, e abbandonarono il movimento non appena le banche riaprirono. Persino quando fatica

ad arrivare alla fine del mese, non sempre un salariato è anche un proletario. Limitiamoci all'Europa: in

occasione di tutte le grandi fratture storiche – il Cartismo, il febbraio e il giugno 1848, la Comune di

Parigi, il quadriennio 1917-21 in Germania, il Nazismo, il giugno 1936, il '68, il decennio 1969-80 in

Italia, il 1974-75 in Portogallo – si può notare come le classi medie oscillino a seconda della direzione in

cui soffia il vento. In seguito, superato lo choc, i padroni spiegheranno la loro vittoria attraverso l'effetto

stabilizzante di una maggioranza sociologica, che è in effetti il prodotto e non la causa prima del

riflusso del movimento. Quel calderone che va sotto il nome di “classe media”, prende vita solo quando

la relazione conflittuale tra capitale e lavoro perde di slancio. La sua teorizzazione ci dice di più

sull'immagine che la società ha di se stessa, che non sull'effettiva realtà di tale classe.

Ciò che l'espressione “classi medie” sottintende, è l'idea secondo cui – a parte i senzatetto e i superricchi – tutti lavorano, o si presume che lavorino (intendendo con ciò non il lavoro domestico, ma

quello per guadagnarsi da vivere). Ma cos'hanno in comune una cassiera di supermercato, un professore

universitario, un ingegnere informatico e uno psicologo?

 

 

 

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In realtà, questo termine confonde un vasto spettro di occupazioni manuali ed esecutive che si svolgono fuori dalla  fabbrica (commesso, postino, camionista etc.) con una serie di professioni che godono di un reddito, di una sicurezza, di un potere e di un riconoscimento sociale di gran lunga superiori. I due gruppi giocano differenti ruoli storici.  La bidella e l'insegnante vivono entrambe di un salario, ma non percepiscono la propria condizione allo stesso modo.

Il lavoro produttivo rimane l'asse portante della società contemporanea: certamente è meno

individuale, meno diretto, meno manuale, meno rintracciabile che nel 1867, ma non è stato diluito al

punto da esistere ovunque e in nessun luogo. Un professore di meccanica, un operaio di linea, un

carrellista e un pubblicitario, contribuiscono tutti al lancio del nuovo modello Toyota, ma non tutti allo

stesso modo. (Tutto ciò che possiamo dire è che il loro rispettivo contributo alla creazione di valore,

sarebbe assai più difficile da quantificare in un moderno stabilimento automobilistico che in un

cotonificio del 1867). Se è vero che alcune fabbriche possono vendere direttamente le proprie merci in

un negozio attiguo allo stabilimento, nessun commerciante potrebbe fare a meno degli operai.

Ogni società riposa su un equilibrio: le società di classe su un equilibrio di classe, la nostra su un

equilibrio fra capitale e lavoro. Tale relazione si è basata, in momenti successivi, sugli operai di fabbrica

provenienti dai mestieri artigianali, sugli operai specializzati e la "aristocrazia operaia", e infine

sull'operaio-massa non qualificato, che nessun gruppo è ancora venuto a rimpiazzare in questo ruolo.

Paradossalmente, viviamo in un mondo che si vuole “post-industriale”, e dipende dai manufatti – dal

microchip fino alla nave da crociera – più di ogni altra civiltà del passato. Non occorre essere un veteromarxista per spiegare questa paradossale cecità di fronte a una realtà industriale in costante espansione,

questa sconfessione del lavoro (e in particolare del lavoro produttivo), con la necessità di soggiogare gli

operai ribelli del ventennio 1960-80, e consolidare la loro sottomissione attraverso il potere simbolico

della “morte della classe operaia” nell'immaginario collettivo. Un tempo, si usava misurare la ricchezza

di un paese in tonnellate di carbone e acciaio, oggi viene stabilita dal numero di ricercatori post-laurea.

Una nuova pietra di questa fondazione sociale fu posata negli anni '80 e '90. Da quando si è voluto

vedere nel terziario – e soprattutto nelle tecnologie che si pretende producano conoscenza a partire

dalla conoscenza (creando dunque valore senza sforzo) – il settore di punta della cosiddetta new economy,

le classi medie sono state oggetto di una nuova promozione sociale; ma questa volta non più sul

modello delle “nuove classi medie” degli anni '60, che includevano dattilografe, commessi, impiegati

pubblici e tecnici. Siamo stati invitati ad assistere alla nascita delle nuove “nuove classi medie”. Inutile

dire che i fortunati che ne fanno parte, non hanno niente a che spartire con il grasso delle macchine

utensili, ma ormai nemmeno più con il “bianchetto” in uso nei vecchi uffici. Sono membri di una

squadra, hanno poche responsabilità, sono polivalenti, seguono regolarmente corsi d'aggiornamento

per migliorare le proprie competenze, e devono essere autonomi. Lavorano di preferenza nei media, nella

comunicazione, nell'università, nella ricerca. Nessuno viene più chiamato worker , fatta eccezione per i

social workers [operatori sociali, ndt]. Tutti usano strumenti ad alto contenuto tecnologico, e continuano

ad usarli anche dopo l'orario d'ufficio.

Questi segmenti della società sono stati descritti come la maggioranza dell'odierna popolazione

attiva, ed esaltati quale principale fattore stabilizzante di un capitalismo rinnovato. Sfortunatamente,

poco dopo essere apparso sulla scena, il nuovo terziario si è trovato immediatamente esposto  al

processo di proletarizzazione. Del resto, perché dovrebbe essere risparmiato dal taglio dei costi? Anche

il manipolatore di segni è sacrificabile. La politica del clean desk [scrivania pulita, ndt] lo priva spesso

persino di un ufficio proprio. Per un europeo in possesso del Ph. D. che emigra in Nord America, tutto

fila liscio... se si dimostra più competitivo dei ricercatori locali. Tutti sappiamo dell'enorme crescita del

mercato immobiliare negli USA e in Gran Bretagna; eppure un parigino occupato nel terziario avanzato,dovrà lavorare il doppio dei suoi genitori, per potersi permettere lo stesso tipo di appartamento. Ora si

parla persino di un salario minimo per i middle managers, e non è infrequente per i figli di medici e

professionisti, diventare maestri di scuola elementare, cosa che – nel 1960 – sarebbe equivalsa a un vero

e proprio tonfo nella scala sociale. Milioni di lavori d'ufficio saranno rilocalizzati, dall'Europa, in Nord

Africa, nel Medio Oriente e in Asia. Non si sfugge all'insicurezza sociale. Ancora una volta, il sogno

capitalistico può essere tuo solo se sei abbastanza ricco e fortunato da poterlo comprare.

Dunque, il presunto stabilizzatore sociale si rivela essere fragile. È sempre un capitalismo stanco,

quello che non si riconosce né borghese né operaio, e pretende riposare su una “medietà” sociale che gli

risparmierebbe i temibili guai dell'antagonismo di classe.

 

Gilles Dauvé & Karl Nesic

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ilSale2

 

NO ALLA LIBERTÀ DI LICENZIARE! 

Quello che si profila nei prossimi giorni non è il solito pessimo accordo sul "mercato" del lavoro, ma la pietra conclusiva posta in modo tombale sui diritti e le tutele conquistate dalle lavoratrici e dai lavoratori in decenni di lotte. Il contenuto dei documenti, prodotti dal governo e non solo, elimina le tutele, non modifica alcunché del regime di precarietà dilagante, ma crea la libertà per le imprese di licenziare per motivi economici, eliminando la legge 223/9, svuotando l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, confinando il tutto sulla parte discriminatoria, peraltro da dimostrare (sic!).

Dando per scontata l'operazione mediatica di sostegno, gli esclusi da qual si voglia pratica di verifica e coinvolgimento sono proprio i lavoratori presenti e futuri, cioè i giovani. Non crediamo che il nodo, che pure ha la sua importanza, siano le convulsioni della CGIL e del suo "misero" gruppo dirigente, ma la valutazione sul terreno della fine della resistenza durata oltre 10 anni.

Continueranno ad esserci punti di resistenza, anche forti, da sostenere; ma si tratta di agire in una prospettiva di conquista o riconquista della contrattazione, delle agibilità sindacali, dei diritti e delle tutele collettive e individuali delle lavoratrici e dei lavoratori. Il tutto in una realtà data: da un lato la condizione sociale delle classi subalterne e dei loro diritti: per essere chiari, vuol dire - per esempio - avere un salario adeguato, orari di lavoro definiti, ecc.!

Dall'altro, la "modifica" dell'organizzazione sindacale. Se si vuole continuare a "fare" sindacato, cioè sostenendo in modo conflittuale la posizione del lavoro, occorre avviarsi su un altro percorso, lasciandoci alle spalle schemi ormai non praticabili.

Abbiamo registrato che nel pubblico impiego a seguito delle elezioni delle RSU, tenutesi dopo anni, la pletora delle sigle presenti ha all'unisono dichiarato abbiamo vinto; nessuno ha perso!

Il sindacalismo di base, presentatosi su liste contrapposte, accontentarsi nel suo insieme di delegati in più e qualche distaccato: tutto qui?

Come costruire, invece un rapporto diretto con i lavoratori, come rilanciare il protagonismo, le forme della rappresentanza, anche per quei milioni che non ce l'hanno, lavoratori FIAT compresi?

I comunisti anarchici sono coscienti del percorso non breve, ma è questo il nostro terreno: esserci in prima persona, aggregare, socializzare gli strumenti di analisi e di intervento, far crescere la consapevolezza politica di una nuova stagione di lotte.

Nei prossimi giorni, tentando il punto più alto nella giornata di martedì 20 marzo, i metalmeccanici usciranno dalle aziende e faranno azioni al limite dell'ordine pubblico, la FIOM si assumerà la responsabilità, nei territori dove è alta la sua presenza, di mettere in atto questa azione provando a coinvolgere anche altre categorie.

L'azione è in continuità con lo sciopero del 9 marzo; nell'aria di avverte la consapevolezza di essere non più solo su un terreno di difesa, ma che l'azione sindacale è già sul terreno del contrasto all'eliminazione dell'insediamento sindacale stesso. Se la CGIL, stabilito che "l'operazione" licenziamenti si farà, firmerà il tutto, non potrà cavarsela stralciando l'art. 18; gli altri non lo permetteranno, vedrà aumentare le sue contraddizioni interne e la sua subalternità anche rispetto alla "politica" di riferimento di questo misero gruppo dirigente.

Certe annunciate minacce di uscita dalla CGIL, oltre all'effetto mediatico, non produrrebbero che un indebolimento della FIOM ed un'ulteriore lesione della già sfilacciata unità dei lavoratori e delle lavoratrici, per noi comunisti anarchici bene supremo, ben oltre le sigle sindacali.

Commissione Sindacale Federazione dei Comunisti Anarchici

Presentato da Alessandro Fico  

 

I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

         

          2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

          3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”

 

INVITIAMO TUTTI A COLLABORARE

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COSÌ QUESTO FOGLIO AUTOGESTITO

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