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IL SALE - N.°127

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 12    numero 127 – Marzo 2012

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

                                                        di autori vari

           

 

                                                        di Moreno Pasquinelli

 

 

                                                        di Tonino D'Orazio

 

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        di Alessandro Nerantzis

 

 

                                                        di John Holloway

 

                                                        presentato da Marco Fars

 

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 



 

 

 

EDITORIALE

 

In questi ultimi mesi i mass-media hanno dato molto spazio alle vicende legate al progetto dei treni ad alta velocità,  alla  realizzazione della linea Torino-Lione e al movimento NO-TAV.

Aldilà delle questioni tecniche il dibattito che si sta svolgendo nel nostro Paese è caratterizzato da due concezioni diverse, anzi opposte di progresso. La maggior parte dei politici e dei costruttori ritiene indispensabile l’opera nell’ottica della modernizzazione del  Paese, sostiene infatti che l’Italia dovrebbe mettersi al passo con l’Europa e realizzare questo e ad altri mega progetti ( il ponte sullo stretto di Messina )

per rilanciare l’economia e creare occupazione.

Sul fronte opposto gli abitanti della Val di Susa, gli ecologisti, il movimento antagonista, ma anche un gran  numero di tecnici qualificati considera l’opera non solo inutile, ma anzi dannosa e contrappone a quella idea di modernizzazione, un’idea di progresso basata sulla tutela dell’ambiente e la valorizzazione delle comunità locali.

Diverse sono le considerazioni che si possono fare. Innanzitutto il governo Monti che per risanare il Paese dalla grave crisi economica che sta attraversando ha  imposto grossi sacrifici ai cittadini ed in particolare alle categorie più deboli come i pensionati, avrebbe potuto rivalutare un progetto di 20 miliardi di Euro, che sicuramente non è indispensabile per l’Italia come ha avuto il buon senso  di fare per le Olimpiadi di Roma.

Purtroppo questo non è avvenuto perché tutto l’arco istituzionale è d’accordo circa la realizzazione dell’opera, in quanto sono ingenti gli interessi economici delle forze politiche sia di destra che di sinistra ad essa favorevoli.

A questo proposito è bene ricordare che tra le imprese coinvolte ci sono la C.M.C ( Cooperativa Muratori e Cementisti) cooperativa rossa, nonché quinta impresa di costruzioni italiana (ex amministratore Pier Luigi Bersani), che si è aggiudicata senza gara, l’incarico di realizzare il cunicolo esplorativo a Maddalena di Chiomonte ( valore dell’appalto 96 miliono di Euro); La Rocksoil s.p.a. società di geoingegneri fondata da

G. Lunardi ( ministro dei trasporti del governo Berlusconi), che ha ricevuto l’incarico dalla Rete Ferroviaria italiana di progettare il tunnel di 54  Km della Torino-Lione ( 13 miliardi di Euro)

Gli abitanti del luogo agricoltori, insegnanti, studenti e pensionati vivono in un territorio attraversato da due strade statali, da un traforo, una ferrovia e impianti da sci. Persone che continuano a curare questo territorio già affaticato da infrastrutture e attività commerciali, cercando di recuperare un rapporto equilibrato con l’ambiente e la propria storia.

Una comunità che crede nella convivialità e nella coesione sociale, coltiva forti rapporti intergenerazionali.

Si comprende, allora, molto bene che non è in gioco solo la realizzazione della ferrovia Torino-Lione, bensì un intero modello sociale. Un popolo unito, una comunità forte non può essere assoggettato a nessun interesse né politico, né economico.

E’ interesse di tutti i poteri forti dividere, smembrare per poter meglio controllare e favorire interessi particolari.  L’unico argomento rimasto in mano ai politici-imprenditori e ai loro mezzi di comunicazione per giustificare un progetto di 20 miliardi di Euro è la diffamazione mentre si taglia tutta la spesa sociale, far passare gli abitanti della Val di Susa per violenti e terroristi. Infatti i  numerosi studi effettuati da studiosi autorevoli del politecnico di Torino e Milano, rivolti a valutare il rapporto costo-benefici dell’opera hanno dimostrato quanto sua inutile e soprattutto dannosa.

Nonostante tutto il movimento NO-TAV non si arresta e sta ricevendo l’appoggio da parte di un ampio movimento antagonista con iniziative e manifestazioni in diverse città d’Italia.

Cresce e si diffonde sempre di più la sensibilità nei confronti della difesa dei Beni Comuni dell’Umanità, che si concretizza nella tutela dell’ambiente nelle comunità locali e soprattutto con un nuovo modo di concepire la politica come processo decisionale costruito dal basso attraverso l’assemblearismo e la democrazia diretta.

 

                                                                                                      Il Sale

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Il Sistema capitalista senza futuro!

 

“LA QUADRATURA DEL CERCHIO”

 

 

 

            La quadratura del cerchio, come si è sempre risaputo, è impossibile perché il cerchio non può diventare quadrato. Nel caso si volesse farlo, non sarebbe più un cerchio ma un quadrato, cioè cambierebbe la sua natura e sarebbe un’altra cosa. Lo stesso ragionamento, secondo me, lo si dovrebbe applicare al Sistema capitalista per capire che non può cambiare la sua natura storica e diventare un’altra cosa, cioè un regime umanitario, preoccupato dei lavoratori e dei poveri. Tanti intellettuali al servizio del potere fanno i salti mortali per dimostrare che i mali attuali sono transitori, che il sistema ha una grossa capacità di recupero, di sensibilità, di umanità, di sapersi adattare ai tempi che cambiano e, soprattutto, di “grandi capacità tecniche”. Insomma potrebbe diventare quasi umanitario e socialista. Magari! Comunque, ammesso e non concesso, se così fosse non sarebbe più Capitalismo ma Socialismo, cioè un’altra cosa, il che è impossibile.

            Grazie agli esempi ed agli insegnamenti che ci provengono dalla Storia, e non alle previsioni dei maghi e dei veggenti, sappiamo che tutti i regimi sono incapaci di evolvere su se stessi e di cambiare spontaneamente perchè diretti da una classe privilegiata che non rinuncia mai ai privilegi e al comando. Questa struttura di potere, che nella Storia ha avuto tante forme, non conosce patos, è senza anima, senza sentimenti, una vera e propria macchina da guerra, sofisticata, contro il popolo. Di conseguenza prevedere il peggio per gli sfruttati, cioè quasi tutta la popolazione, non è mai sbagliato. Se il peggio non avviene è perché la ribellione lo impedisce, non per bontà di chi comanda.

L’errore che commette la grande maggioranza delle persone è quello di credere che vi siano governanti buoni, più vicini al popolo, e cattivi, che si disinteressano dei problemi dei cittadini. Ci si illude che qualcuno possa agire in forma indipendente e slegata dalla macchina del potere. Ciò porta sistematicamente ad una delusione. Troppe volte nella storia abbiamo potuto constatare che questo non è vero, ma l’illusione è dura a morire….non soltanto la speranza.

L’ultimissimo esempio è quello di aver creduto ciecamente nel governo Monti, il cosiddetto governo dei tecnici, che ora però sta perdendo consensi.  Il fenomeno della illusione da parte della gente, è sempre pronto a scattare. Il potere lo sa molto bene e ci conta per dare soluzioni governative sempre apparentemente nuove. La crisi della classe politica la risolve molto facilmente, sostituendola con una nuova ed illudendo i cittadini che l’ultima sarà la soluzione di tutti i loro problemi. Può usare la Destra la Sinistra i Tecnocrati la Secessione la Religione ecc.

Secondo me la crisi generale della società contribuirà ad aprire gli occhi alla massa, però è necessario l’intervento dell’avanguardia per toglierle ogni illusione e per portarla alla comprensione cosciente che il Sistema non collasserà né imploderà mai di per sé e che ce ne possiamo liberare soltanto abbattendolo.

La credibilità della classe politica, ultimamente, è in ribasso come lo dimostra la crisi dei partiti, dei sindacati e l’aumento dei non votanti. Però non è sufficiente per un cambiamento sostanziale perché la gente, pur credendo meno ai politici, seguita a credere nel Sistema e nei suoi valori. Questo è il motivo per cui si illude facilmente ed oscilla nelle proprie convinzioni. Non c’è ancora la coscienza che si deve rivoluzionare tutto il Sistema  per potere risolvere veramente e definitivamente i nostri problemi di sfruttati.

            Da questa altalena di stati d’animo se ne esce soltanto se la massa italiana passa dalla sfiducia nella classe politica attuale alla sfiducia nel sistema e nei suoi valori fondanti come la proprietà privata, il profitto privato, il commercio privato, il parlamentarismo, l’egoismo e

 

 

 

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l’individualismo, il consumismo con tutti i suoi disvalori, il rifiuto dell’attuale società dell’avere che porta all’idolatria degli oggetti, al lusso, all’avidità ed alla distruzione dei rapporti umani.

Per potere superare l’attuale crisi degli sfruttati e il progresso degli sfruttatori è indispensabile comprendere che la sua causa risiede nella struttura stessa dell’attuale sistema economico sociale e politico che ha ingabbiato il progresso umano. Non è vero, secondo me, quello che dice Tremonti, l’ex  ministro dell’economia del governo Berlusconi,  “il Sistema va bene, il caos no!”. Il sistema capitalista è sempre stato “il caos” per gli sfruttati e “la manna caduta dal cielo” per gli sfruttatori, come lo è oggi per i banchieri. Quello che lui chiama “caos”, cioè la situazione attuale, è una situazione normalissima. E’ il normale svolgimento del sistema. Si avvolge intorno a se stesso. Il profitto nel profitto, con i ricchi che si mangiano tra di loro, con la logica animale dei pesci in cui il grande mangia il piccolo.

Il comportamento affamatore-disumano-distruttore di interi popoli e della natura è la logica conseguenza della classe capitalista che dopo aver raggiunto l’apice nella Storia, attualmente è in una fase discendente e decadente in cui non può portare più nessun beneficio. “E’ proprio arrivato alla frutta!”, come si dice comunemente. Più sarà lunga la sua agonia maggiori saranno i danni per l’intero pianeta. Se una ferita non si cura subito va in cancrena. Tutto il sistema capitalista oramai è arrivato allo stadio della cancrena. Bisogna tagliare il suo legame con la Storia prima possibile, altrimenti infetterà tutto e porterà alla morte l’intera civiltà dell’uomo.

            Ci sono alcuni intellettuali e giornalisti di sinistra che vedono i mali della società e del  sistema però non arrivano alla conclusione che bisogna abbatterlo. Fanno una diagnosi corretta e poi danno una terapia sbagliata. Sarebbe come per un medico diagnosticare un tumore all’ultimo stadio per poi dare l’aspirina come cura. Questi intellettuali e giornalisti progressisti  vedono il pericolo del fallimento dello stato greco, di quello italiano, della spaccatura dell’eurozona, la possibilità di un attacco militare all’Iran, di una terza guerra mondiale, l’ambiente naturale al collasso e il dilagare concreto della miseria su tutto il pianeta però non vedono che alla radice di tutti questi problemi c’è un Sistema di Potere che ne impedisce la soluzione e, cosa più grave, ne ritarda la presa di coscienza da parte delle masse.

            Di fronte a questa situazione drammatica-drastica non c’è più nessuna possibilità di riformismo, di mezze misure, di programmi graduali, di programmi di transizione. Sappiamo che la Terza e la Quarta Internazionale ed i loro partiti si sono basati su quest’ultimo programma che aveva come finalità il comunismo. Oggi, secondo me, la crisi attuale si dovrebbe affrontare con la drasticità, la risolutezza e la disperazione con cui si affronta uno scontro definitivo perché, di fatto, è in atto uno scontro di vita o di morte tra l’oligarchia finanziaria mondiale e l’intera umanità.  Una vera e propria guerra per la sopravvivenza.

Il capitalismo, dopo aver combattuto il Medioevo con i suoi Sovrani e la sua rendita parassitaria, sta facendo tornare indietro la storia  a quell’epoca con un ritorno al latifondo, non al latifondismo delle terre ma al latifondismo della moneta: “ricchi senza fondo” in mezzo a una massa immensa di poveri e miserabili. Dal punto di vista economico-sociale stiamo tornando al medioevo. Varia l’aspetto tecnologico, che oggi è molto più sviluppato, ma esso porta  vantaggi ai ricchi e danni ai poveri. Dal punto di vista politico le democrazie parlamentari sono diventate una farsa in quanto il vero potere è in mano a delle piccole oligarchie finanziarie. Come possiamo vedere le somiglianze con il medioevo sono molto forti.

            La via d’uscita a questa situazione drammatica, a mio avviso, è da cercare nella continuazione del filone storico del passaggio dal Medioevo al Capitalismo e dal Capitalismo al Socialismo attraverso le tappe della Democrazia diretta-Autogestione/Emancipazione/Rivoluzione/

Socialismo. Naturalmente queste 4 tappe non si possono vedere come quelle del Giro d’Italia in cui  si sa da dove si parte e dove si arriva ed il percorso del giorno dopo e di quello  ancora. Stiamo parlando di un processo storico il cui svolgimento non è mai meccanico ma dialettico, per cui le quattro tappe si mischieranno e interagiranno tra di loro però, a livello di massa, io penso che il processo tenderà a svolgersi secondo questa sequenza. 

                         

                                                                                                                              Antonio Mucci

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UN   DIBATTITO   IN   CORSO

 

 

(Le lettere sotto riportate si riferiscono al tentativo, tuttora in atto, di formare un gruppo di Indignados nella città. Il dibatito è aperto, quindi  chiunque può partecipare scrivendo su Facebook “Indignati Pescaresi” oppure al nostro giornale. )

 

 

 

Cari amici,

Il 9-02-2012 ci siamo ritrovati solo in 5 nella riunione degli indignados.
Ci piacerebbe riflettere insieme su questa esperienza, ponendoci alcune domande.
Che cosa non ha funzionato? Perchè c'è stato un calo di presenze?
Il nostro rapporto umano è stato positivo, conviene mantenerlo.
Come possiamo dargli una continuità politica?
E' possibile mantenere un legame tra di noi? Quale e come?
Perchè disperderci?
Vi invitiamo a parlarne.
Un abbraccio
     
                                                                        Antonio, Camillo, Lorenza e Stelio. 

 

 

 

Luana Dicintio

24 febbraio 19.17.52

raccolgo l'invito di Antonio a riflettere su ciò che nn ha funzionato e rispondo. Condivido che conviene mantenere questo rapporto umano soprattutto in un'epoca di " passioni tristi" in cui la positività è cosa preziosa!!!!!!! Io personalmente avevo chiesto di essere informata attraverso altri mezzi in quanto fb mi....respinge fortemente. Ma questa nn è una scusa, difatti, dopo l'ultima riunione saltata perchè nn informata, ho ricominciato a frequentare fb con maggior frequenza attenta a raccogliere il prossimo invito a riunirci. Ed eccolo arrivato l'invito. Si, a riunirci attorno ad una riflessione, comunque un invito a mantenere vivo e positivo questo rapporto. Io mi metto in gioco....mi piace giocare!!!! :-) Ed ora a riflessionare. 1- ho partecipato solo ad una riunione, quindi oggettivamente nn ho elementi su cui riflettere. 2- forse ciò che ha impedito la mia partecipazione alle riunioni potrebbe essere letta come carenza di comunicazione tra noi. Me lo fa pensare anche il fatto che avevo lanciato la mia richiesta ad essere informata per altre vie proprio nella bacheca di questo gruppo. Mi ha risposto solo AkueDesign, nn si è avviata alcuna discussione che sarebbe stata comunque interessante...allora serve o nn serve fb? O forse ovunque siamo e qualsiasi mezzo di comunicazione usiamo, restiamo comunque chiusi nei nostri mondi? Nonso, la butto lì. Un abbraccio a tutti

 

 

 

 

AkueDesign Gabriel

29 febbraio 12.24.39

Io ho partecipato a due riunioni ma il mio problema è la distanza, lavoro a Roma, cmq quando torno sono presente. Forse però la causa delle assenze è data dai diversi interessi riportati dalle persone partecipanti. Trovo giusto partire con una panoramica dei problemi che ci interessano, per creare un gruppo forte, ma ci sono persone che mirano direttamente sulla messa in atto per la risoluzioni di questi problemi (soprattutto i più giovani), quindi forsesarebbe il caso di cercare di non perdersi troppo in percorsi intellettuali e in riunioni troppo teoriche. Partire dall'individualismo e iniziare già a metterlo in atto forse potrebbe essere una soluzione. Iniziare a fare qualcosa di utile come il volantinaggio nelle zone interessate, rendendo partecipi i cittadini e indicendo delle riunioni di quartiere per discutere e formare dei gruppi d'azione organizzata. Questa è la mia impressione.

 

 

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Caro Antonio,

 

ho letto con molta molta attenzione la lettera da te inviatami per chiedere cosa fosse successo in merito all'ultima  riunione del gruppo andata praticamente deserta!!!

Io ho pronte un po' di riflessioni, ci ho messo tempo ad elaborarle, perchè credo che non si possa non tener conto di talune cose: al primo punto penso che sia dipeso da un fattore prettamente atmosferico, uscivamo da due settimane di stop causa neve e ghiaccio, in seconda opzione che poi è quella che mi preme di più è che le persone sono stanche, stanche di sentire sempre e solo parlare, parlare, parlare...è necessario agire, è necessario impegnarsi nelle lotte e allo stesso tempo è necessario anche comprenderle queste lotte: dove portano, da dove vengono, perchè si accendono...etc...e per questo va bene la discussione, ma fino ad ora noi non abbiamo fatto altro che discutere, rinchiusi dentro la nostra  sede dei COBAS o nella fabbrica di Lucio e non abbiamo aperto a nessuna lotta, non siamo minimamente stati sul territorio...agiamo un po' così in balia di quelle che sono le voglie momentanee di ognuno di noi e credo che quetsa cosa lasci il tempo che trovi, e soprattutto lascia alle persone un grande amaro in bocca...non riusciamo a rendere le persone partecipi e non è sempre necessariamente colpa degli altri; iniziamo a comprendere che la responsabilità è anche nostra, iniziamo a comprendere che per stare in mezzo alle lotte si deve stare in mezzo alla gente e bisogna coinvolgerla la gente, bisogna cercare di spiegarsi con le persone e di fargli comprendere determinati meccanismi, non sto parlando di indottrinamento; parlo di reale confronto democratico e paritario...ma noi siamo rimasti chiusi nel nostro guscio!!! Io personalmente le proposte le ho fatte ma vedo che alla fine restano sempre lasciate così, cadere nel vuoto e credo, sinceramente che sia piuttosto controproducente per tutti,anche per te caro Antonio che ti sei sentito abbattuto da questa cosa!!! E non lo dico perchè le proposte fossero le mie, perchè nel contempo le ha fatte anche Lucio...lo dico perchè la discussione autoincensante dopo poco diviene arida ed è stato questo l'errore più grande che ha portato a far sì che i movimenti del '68 e del '77 perdessero il loro spessore e il loro fermento culturale e di inniovazione politica...l'autoreferenzialità porta alla morte e noi come gruppo siamo abbastanza messi male...per cui convochiamo un'altra riunione...magari cerchiamo di volantinare in giro che si tengono queste assemblee, cerchiamo, ognuno di noi di coinvolgere qualche altro...ma partiamo da un presupposto; le persone le chiacchiere le sentono già dai partiti: noi (e chi come noi) vogliamo rappresentare la reale opposizione??? Beh, credo che sia arrivato il momento di farla questa opposizione...le lotte sono tante e da una parte è necessario partire!!!
Con affetto

 

                                                                                                                     Daniele Valeri

 

 

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Ciao a tutti,

credo che si stia tacendo per troppo tempo...credo che sia anche ora di riprendere il sentiero delle lotte, cerchiamo di ritrovarci, magari con una dimensione diversa; però cerchiamo di ritrovare lo spirito che ci ha animato e che ha portato a vedereci regolarmente!!! Sicuramente sono stati commessi degli errori da parte di tutti noi, però alla luce di questi credo che sia necessario riprendere il sentiero dell'azione, il sentiero del pensare e ripensare il bene comune e delle lotte a favore di questo!!! Ci diamo un appuntamento???

                                                                                                                                            Daniele Valeri

 

 

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Bravo Daniè,

 

            La tua lettera mi ha commosso ed entusiasmato allo stesso tempo. Condivido pienamente lo spirito e le proposte, io ci sto e spero anche gli altri. Comunque non ti “perdono minimamente” la critica che mi hai fatto nella lettera precedente e ti sfido a un “duello all’ultimo caffè”….. Viva l’unione giovani anziani! Le idee non hanno età! Con questo spirito fraterno e umano possiamo risolvere tutto perché alla base del nostro pensiero ed azione non c’è il nostro interesse egoista ma il sociale e l’altruismo. Rivediamoci tutti perché “siamo importanti” e possiamo fare veramente delle belle cose.

Ciao Daniè, un abbraccio

 

 

                                                                                                                       Antonio Mucci 

 

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Siria: la primavera nera e lo scenario algerino

Quanti siriani sono stati uccisi dall’inizio della rivolta popolare? 5400 come affermano le forniti ONU? Più del doppio come denunciano le opposizioni? O poche decine come sostiene il regime? E quanti i feriti, gli arrestati, gli scomparsi? Poche centinaia o decine di migliaia? E’ anche sulle cifre che si combatte la battaglia tra il governo di Damasco e i suoi molti nemici. La verità è difficile da stabilire, visto che il regime ha messo un bavaglio soffocante sull’informazione, ha sigillato le frontiere, bloccando le notizie in entrata e in uscita. Questa formidabile stretta censoria è la più evidente smentita della prima versione ufficiale esibita dal regime: la tesi che la Siria non sarebbe scossa da una sommossa di grandi dimensioni ma dalla sobillazione di isolati gruppi terroristici salafiti.Se si trattasse di “pochi terroristi salafiti”, perché mai il governo avrebbe dovuto mobilitare intere brigate dell’esercito? Perché mai nascondere al mondo quanto sta accadendo? Se la repressione del regime e dei suoi apparati si fosse scagliata contro pochi fanatici islamisti, il governo avrebbe avuto ben pochi motivi per nascondere il suo operato, per quanto spietato, visto che la persecuzione dei gruppi islamisti radicali è lo sport preferito dell’intera comunità internazionale degli Stati, nonché dei servizi di intelligenza e dell’antiterrorismo mondiali. C’è chi per mesi ha creduto alle bugie del regime. Per mesi alcuni, arrampicandosi sugli specchi, hanno escluso che la protesta fosse della stessa natura di quelle tunisina, egiziana o yemenita. Per loro la “primavera araba”, una volta attraversati i confini siriani, si era trasformata in una cospirazione terroristica. Nel disperato sforzo di negare i fatti, gli amici di Bashar al-Assad, invece di analisi rigorose sulla natura di classe e nepotistica del regime, delle esplosive contraddizioni interne della società siriana, dell’impatto devastante della crisi economica globale; invece di provare a comprendere le ragioni del movimento di massa e il suo carattere composito, si sono raccontati storie, hanno capziosamente cercato il pelo sull’uovo, argomentando che le informazioni diffuse dalla stampa occidentale erano tutte menzogne. Non c’era alcuna rivolta popolare ma solo una campagna di satanizzazione ai danni del regime di Damasco. Ora, che i grandi media occidentali e del Golfo, al-Jazeera in testa, abbiano presto approfittato della rivolta per sputtanare il regime del Baath, su questo non c’è alcun dubbio, ma che alla campagna mediatica, sia corrisposta un’offensiva politica frontale, questo è palesemente falso. Non solo la Casa Bianca, ma pure gli europei e i sionisti si sono mossi per mesi con estrema circospezione. La ragione è semplice: per quanto detestino Bashar gli imperialisti hanno tenuto e temono ancora di più una “rivoluzione al buio”. Nell’incertezza, davanti al rischio di scoperchiare il Vaso di Pandora, hanno in realtà fatto per molti mesi una manfrina diplomatica, una guerra di parole. La musica è iniziata a cambiare dal novembre scorso, e non a caso, poiché solo a novembre non soltanto la Fratellanza Musulmana siriana ma anche diversi esponenti di sinistra del Consiglio nazionale provvisorio in esilio, tra cui Ghalioun, si sono allineati, via Qatar e - solo per certi versi - via Turchia, sulla posizione degli imperialisti. Ma su questo torneremo più avanti. Qui corre l’obbligo di segnalare che una posizione politica non è considerabile seria se viene presa solo per il suo essere opposta a quella ostentata dagli imperialisti. Chi ha memoria ricorderà, ad esempio, gli ultimi anni del pinochettismo in Cile e quelli del regime di apartheid in Sudafrica. Nessun rivoluzionario si sognò allora di prendere una posizione indifferentista o, addirittura filo-Pinochet o filo-Apartheid solo a causa della martellante campagna demo-imperialista. Gli antimperialisti prendono posizione dopo accurata analisi dei vari fattori in gioco, dei processi sociali e politici, non in base al criterio sterile di fare dispetto ai padroni del mondo. I rivoluzionari furono sulla prima linea di molte lotte democratiche e nazionali, malgrado queste fossero appoggiate dagli americani e dagli europei. Ci fu allora chi scelse l’altro criterio di cui sopra. Si trattava non a caso di rottami fascisti o di destrorsi fissati con il paradigma dogmatico della geo-politica. Oppure, hainoi, di stalinisti o di maoisti di ferro, che non consideravano altro elemento decisivo se non quello di sostenere la politica estera, o di Mosca o di Pechino a seconda dei casi — per cui, una volta i primi, l’altra i secondi, giunsero a sostenere regimi e forze spesso infami solo perché foraggiati da russi o cinesi. Solo dopo molti mesi, dopo che un fiume di sangue era già scorso, gli amici del governo siriano, hanno aperto gli occhi, si son visti costretti a smentire se stessi, prendendo atto che non della sobillazione di minuscoli gruppi terroristici si trattava, ma di una vera rivolta di popolo. Meglio tardi che mai. Il fatto è che, mossi dall’ostinata volontà di difendere ad oltranza il regime, essi hanno camuffato la loro capriola affermando finalmente che la rivolta era sì di massa, ma si trattava di una “rivoluzione colorata”, ovvero di un tentativo di “regime change”, ovvero “di rovesciare il regime antimperialista siriano per mettere al suo posto un governo fantoccio dell’Occidente”. Quindi giusta la repressione del regime in tutti e due i casi: prima era giustificata dall’intento di schiacciare il “terrorismo salafita”, ora da quello di impedire il regime change. Qual è l’argomento decisivo degli amici di Bashr al-Assad e della sua cerchia? Che siccome il regime siriano ha svolto una “coerente funzione antimperialista”, qualsiasi rivolta contro di esso è per ciò stesso reazionaria. Che dire? Anzitutto che la “coerente funzione antimperialista” del regime del Baath siriano, oltre ad essere una insopportabile tiritera con cui si giustifica ogni abominio contro il popolo in rivolta, questa “coerente funzione antimperialista” è una mezza verità. Chi dimentica la funzione controversa della Siria durante la guerra civile palestinese? L’alleanza coi falangisti? La strage di Tel al-Zaatar del 1976? Come dimenticare la partecipazione della Siria di Assad alla guerra d’aggressione contro l’Iraq nel 1991? L’avallo fornito alla seconda

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invasione dell’Iraq nel 2003?Bisogna essere prudenti a dare patenti di antimperialismo a questo o a quel regime nazional-capitalista, tanto più oggi giorno che la guerra fredda è finita da un pezzo. La funzione di contrasto al sionismo (al sionismo più che all’imperialismo) da parte del regime siriano è solo uno dei fattori da tenere in considerazione. Qui non si sta parlando di un contenzioso internazionale, dove quindi l’elemento cruciale è il posizionamento nei confronti del nostro comune nemico. Qui si sta parlando di una rivolta di popolo, un popolo che non solo non è nostro nemico, che non può essere considerato una longa manus dei disegni sionisti e imperialisti. Entrano quindi in gioco altri fattori, la natura sociale e politica del regime statuale, la natura di classe e politica dell’opposizione popolare, la natura di classe e politica delle opposizioni politiche che pretendono di porsi alla testa della rivolta. Manco vale la pena di rispondere a certi babbei che parlano in Siria di “regime socialista”. Figurarsi che c’era anche chi aveva le traveggole e considerava la Libia un paese socialista! Magari perché l’industria del petrolio era nazionalizzata, c’era un certo benessere sociale e poi perché sul Libro verde dell’eccentrico “migliore amico di Berlusconi” c’era scritto che il potere spettava alla masse. La Siria è un classico paese capitalista, ma un paese capitalista arabo (senza petrolio), dove cioè la classe dominante non è una borghesia all’occidentale, ma è una lumpen-borghesia che trae linfa non da rapporti sociali di produzione modernamente capitalistici, bensì dall’avere il monopolio assolutistico del potere politico e statuale. Da qui il peso del familismo immorale, del nepotismo più sfrontato, della corruzione dilagante. Il Baath è certo un partito politico moderno, ma il suo sostrato consiste in una rete di clan e sotto-clan che si ripartiscono pro domo loro, in via piramidale (dove al punto più alto ci sono i parenti e i sodali della famiglia Assad), il grosso del reddito nazionale. Basta andare in giro per la Siria e non fermarsi negli scintillanti Hotel a cinque e anche sei stelle di Damasco per farsene un’idea lampante. Occorre guardare, per capire da dove viene la sollevazione, alle desolate periferie urbane che pullulano di sottoproletari e di morti di fame, alle campagne e ai villaggi dimenticati dove i contadini campano di stenti — tanto più dopo l’arrivo della crisi finanziaria globale del 2007-08, che non a caso ha colpito l’economia siriana in maniera micidiale, causando un aumento dei settori di popolazione che vivono al di sotto della soglia di povertà o peggio. I settori più poveri della Siria, non tutti certo, ma quasi tutti sunniti, non hanno mai avuto a simpatia, e come poteva essere altrimenti, il regime. Lo avevano dimostrato già tra la fine dei settanta e gli inizi degli ottanta, quando sostennero la rivolta armata della Fratellanza musulmana, conclusasi, nel febbraio del 1982 (20mila morti ammazzati dal regime) nel massacro di Hama. Il popolo non ha memoria corta, la povera gente tanto meno. La novità è che la gravissima crisi economica siriana e l’onda lunga venuta dalle Primavere arabe, ha spinto anche i ceti piccolo e medio borghesi a scendere sul sentiero di guerra. La crisi economica, l’insofferenza verso un regime assolutistico e corrotto, l’odio vero e proprio verso il clan Assad, il disprezzo verso una minoritaria élite intellettuale privilegiata (non tutta, ma per la gran parte alawita): ecco la miscela esplosiva che ha gettato la Siria sull’orlo di quella che oramai appare una vera e propria guerra civile. Il regime di Assad ha ancora un ampio sostegno? E allora? Anche Hitler, tanto per fare l’esempio estremo, godette fin quasi alla fine della guerra, di un sostegno popolare di massa. Semmai il problema è vedere quali strati sociali lo sostengono e perché. E’ legittimo che gli alawiti non ci pensino nemmeno a tornare nelle condizioni di minorità ed emarginazione che hanno subito per secoli sotto il dominio ottomano. Ma questo non può giustificare la loro sordità alle istanze delle altre comunità. Se la persecuzione nazista non può giustificare l’oppressione sionista verso i palestinesi, quella subita dagli alawiti da parte dei sunniti ottomani non può legittimare, ex ante, il rovescio. Abbiamo scritto altrove del carattere composito delle opposizioni politiche siriane. Liquidarle tutte come marionette dell’imperialismo non è solo una bestialità, è un crimine. Che la Fratellanza musulmana e indirettamente anche Ghalioun e certi intellettuali laici e di tradizioni di sinistra, dopo essere stati in Qatar, chiedano l’intervento esterno pur di porre fine alla dittatura del Baath, non fa della rivolta popolare una sceneggiata filo-imperialista. Né cancella il dato decisivo che nel movimento anti-Assad pulsa una sinistra molto forte, che non solo combatte contro il regime, che contrasta con ogni mezzo chi, nel movimento popolare e in esilio, si è venduto agli sceicchi del Golfo e quindi indirettamente agli imperialisti. Questa sinistra siriana, dalle profonde radici, merita il nostro rispetto e pieno appoggio. Le notizie che giungono ormai copiose dalla Siria ci dicono che non solo i disertori dell’esercito ma migliaia di giovani, stanchi di subire vessazioni e angherie stanno raggiungendo la lotta armata. E chi ha preso le armi detta il ritmo delle danze e può prendere la testa della sollevazione. Che gli imperialisti (via Turchia e Libano) forniscano armi ai nuclei combattenti, è oramai un fatto acclarato. La speranza di un rovesciamento pacifico del regime, dopo quella di un’autoriforma, si va volatilizzando. Il paese precipita nel caos militare. Che possa avvenire un intervento esterno in stile Libia noi lo escludiamo. Quello che può accadere è invece un processo simile a quello algerino (dopo il golpe militare del gennaio 1992): una guerra civile sanguinosissima che potrebbe durare anni. In Algeria i militari riuscirono a controllare le grandi città, o almeno la loro gran parte, mentre i guerriglieri del Fis prima e del Gia poi, avevano preso il sopravvento subito fuori delle cinture urbane più importanti. In Algeria, dopo fiumi di sangue, dopo che la comunità internazionale (imperialista) assistette inerme al macello, anzi sostenendo sottobanco i militari nella speranza che la rivolta islamista fosse stroncata, l’Esercito riportò una sofferta vittoria. Sarà così anche in Siria?

Moreno Pasquinelli

 

 

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Pasolini e il movimento No TAV (di Lucio Garofalo)

Una bieca circostanza, solo apparentemente marginale, che si inquadra nel profilo della vertenza sorta in Val di Susa e che ha destato in me una reazione di scandalo, al di là della dura repressione scatenata contro il movimento No TAV, si riferisce al tentativo di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pier Paolo Pasolini compiuto da alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale. Alludo a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini molti anni fa, il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella occasione Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, in quanto di estrazione proletaria, mentre si scagliò apertamente contro la “massa informe” degli studenti, figli di quella borghesia che egli detestava profondamente. Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o esecrato i movimenti di contestazione come Lotta Continua o altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato attraverso esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12 
dicembre”
, uscito nel 1972 e dedicato alla strage di Piazza Fontana. Un’opera la cui realizzazione coinvolse direttamente Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.

In altri termini, la disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione, in evidente mala fede, consistono nel fatto che essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene (o non interessa) raccontare.

Tornando alla questione della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti della mobilitazione popolare sorta in Val di Susa, conoscendo il rispetto quasi sacrale e la passione viscerale che nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità antropologica particolaristica, da intendersi in un’accezione tutt’altro che nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’uomo, spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”.

In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio della modernità e del progresso dei popoli, bensì delle merci e dei profitti, ossia delle forze egemoni nel mondo capitalistico. Si tratta di una vicenda esemplare che smaschera il volto ipocrita, autoritario e affaristico dei sedicenti“stati democratici”, che dirottano soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di vantaggi sociali e molto discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi. Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, considerate di minore importanza, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.

In questa ottica la TAV è una chiara testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima conferma che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e spietate del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio e della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.

 

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Di fronte ad ingranaggi così folli e mostruosi, si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali, che ormai oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e persino dall’estero. Non è un caso che questa vertenza locale si allacci saldamente con le proteste e le rivolte globali che hanno sconvolto il mondo nell’anno appena trascorso.

Del resto, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una posizione di retroguardia, quindi di conservazione. E in un certo senso lo è. A tale proposito rammento una provocazione “corsara” che Pasolini lanciò oltre 35 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica”: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni” ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”. I cambiamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica contemporanea, sono di natura liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”. Il ricorso ad un ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti.

Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante provocata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neocapitalista sferrata contro le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti della destra più agguerrita e oltranzista (che non è tanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie che fanno capo al governo Monti), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.Ma essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso e aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”. Gli esiti rovinosi di questa modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un processo di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire e proporre alle nuove generazioni.Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che diviene pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti.

L’imposizione di una visione  della vita che è perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di coercizione e di oppressione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione subdola e strisciante che solo apparentemente sono democratici e pacifici, ma in effetti si rivelano più repressivi di una dittatura fascista. Il controllo degli stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento, disinformazione e manipolazione ideologica svolto dalla televisione. Vale la pena di richiamare la tesi sostenuta da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, ossia aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette possibilità di replica. 

In tal senso, la televisione incarna il nuovo fascismo, il vero Leviatano della modernità.

 

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Per abbattere questo sistema: astensionismo attivo

Legge Biagi, TAV, pensioni, finanziamento partiti …. tutto congeniale ad un sistema truffaldino

 

( Luciano Martocchia )

Perché dobbiamo continuare a credere alle promesse elettorali di un cambiamento da parte di coloro che dovrebbero autoridursi spese, competenze, ruolo politico e così via? E’ impossibile ! Lorsignori, non saranno mai talmente autolesionisti  da annullarsi. Allora che fare ? O diamo uno scrollone al sistema attraverso una reale e democratica mobilitazione di massa che partendo dal basso porti le istanze della massa di precari e  lavoratori a rovesciare il sistema oppure, qualora  questa strada risulti preclusa dal declino della rappresentatività dei partiti di massa- come il  Sindacato CGIL  e PCI anni ’50 ad esempio che promuovevano l’occupazione   delle terre a favore dei braccianti sfidando i celerini  di Tambroni al servizio dei latifondisti terrieri- non resta che imbracciare l’arma dell’astensionismo attivo consistente essenzialmente nel  disertare il voto , rendendo ufficiale quello che già esiste: la rappresentanza effettiva dei partiti, oggi come oggi in Italia,  è del solo 8 o 9  per cento. Contrariamente all’annullamento delle schede o al voto bianco l’astensionismo attivo sarebbe determinante, perché verrebbe contato. Infatti , normalmente come accade, i voti invalidati  o le schede bianche, contrariamente al voto referendario che stabilisce il quorum  al 50 per cento- non impediscono l’attribuzione dei seggi fra tutti i partecipanti nel loro totale definito dalla legge elettorale, essi , i seggi,  sarebbero regolarmente distribuiti, anche se i voti validi fossero semplicemente , e per assurdo,  l’uno per cento degli aventi diritto al voto. Invece, se dopo aver fatto vidimare il certificato elettorale  dallo scrutatore di seggio, ( è importante questo)  si apponesse il rifiuto a votare  ( cioè non si entra il cabina ) e con anche una dichiarazione a verbale di cui si ha diritto  – esempio, “nessuno degli schieramenti qui riportati mi rappresenta perché non si oppone alla corruzione”, la percentuale degli astensionisti attivi determinerebbe un danno per tutti i partiti perché farebbe quorum e toglierebbe seggi, sempre a patto che questa percentuale raggiunta abbia un minimo di consistenza: certamente non dovrà essere dello 0,0000001 per cento, ma almeno del 4 o 5 per cento e,  per cominciare, sarebbe un notevole successo.

Il 19 marzo 2002 esattamente 10 anni fa Marco Biagi pagava con la vita la pubblicazione del suo “Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità”, uno studio commissionato dal Governo Berlusconi   in accordo con le Organizzazioni Sindacali.   Non spetta a me fare l’esecratore di un delitto,  ma posso senza dubbio definire l’approvazione conseguente della  cosiddetta riforma Biagi sul lavoro in Italia –che doveva rappresentare una svolta storica in termini di flessibilità e di aumento occupazionale fra i giovani- una delle più grande truffe attuate contro i giovani, costretti, da allora, a lavorare –per milioni di loro- gratis , senza tutele con il miraggio di un’assunzione al refrain  di una nota canzone in voga 30 anni fa, “Uno su mille ce la fa !” Già , uno su mille.. e gli altri?

L’alta velocità in Italia, meglio conosciuta sotto l’acronimo di TAV dovrebbe garantire più celermente i collegamenti ferroviari nel paese, svecchiare le linee e metterle in sicurezza. E’ così? Macchè ! I progetti in essere si rivelano opere costosissime inutili per la gran parte ella popolazione, ad appannaggio dei ricconi funzionari privati e di stato che dovono spostarsi da Milano a Roma o viceversa  lasciando le altre linee in abbandono per meglio poi sopprimerne le corse notturne ritenute improduttive. Prendiamo ad esempio il simbolo della TAV , la Lione – Torino che, attraversando la Val Susa garantirebbe una riduzione di percorrenza neanche di un’ora, contro la perforazione di una galleria lunga 50 km, un’opera colossale su cui si sono già avventati i colossi delle costruzioni  attraverso una logica di spartizione e lottizzazione fra i maggiori partiti , il PDL berlusconiano , e il PD di Bersani che , attraverso il sistema delle Cooperative dimostra di essere un vero competitor ed affatto avverso alla politica . L’opera sarà destinata a costare 10 volte il costo

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che altri stati stanziano normalmente perché in Italia il sistema è corrotto da un sottobosco governativo di  faccendieri-ministri e sottosegretari  che hanno sostituito le ministre – ex ballerine ed amanti del sultano . In compenso i manifestanti della Val Susa vengono criminalizzati e bastonati duramente dalle forze dell’ordine , quando qualcuno di loro non ci rimette la pelle come già successo .

Il Governo Monti, appena insediato sulla scia d’indignazione popolare per l’operato del marchettaro concussore  suo predecessore, il cav. Silvio Berlusconi, ha messo mano alla riforma pensionistica allungando di colpo dai cinque a dieci anni i limiti per andare in pensione di milioni di lavoratori al grido, “La vita media s’è allungata.. lo spread che sale.. continuate a lavorare.. bla , bla , bla..”, facendo finta d’ignorare che le aziende licenziano a 40 anni perché  sono in crisi, o delocalizzano all’estero. I rimedi contro l’aumento dello spread c’erano ma non si sono voluti adottare. E’ del tutto evidente che se la Bce avesse cominciato prima del 21 dicembre le emissioni, lo spread sarebbe calato e non vi sarebbe stata la pressione psicologica per fare le manovre antipopolari di Berlusconi e di Monti. Cosa impediva alla Bce di fare prima le emissioni del prestito alle banche: nulla! Ci troviamo quindi di fronte ad una manica di truffatori che utilizzano la speculazione finanziaria come una clava per demolire i diritti dei lavoratori e obbligare gli stati alle privatizzazioni, cioè alla svendita dell’argenteria di famiglia. In questo caso la speculazione è servita anche per far approvare in sede europea il fiscal compact, una autentica follia monetarista che obbligando l’Italia a tagli continui per un ventennio – oltre 45 miliardi l’anno – terrà il bel paese in recessione – o in stagnazione – per i futuri decenni. Speculazione finanziaria che – una volta servita per giustificare il lavoro sporco – viene tranquillamente fatta rientrare, alla faccia dei giudizi delle agenzie di rating. Il taglio delle pensioni non ha quindi alcuna giustificazione esterna, è una pura aggressione ai diritti dei lavoratori fatta dalla manica di speculatori che ci governano. La speculazione finanziaria viene evocata come un “fenomeno soprannaturale”, una specie di divinità incontrollabile che giudica senza appello i popoli spendaccioni. Non è così. La speculazione finanziaria è gestita da una decina di istituti finanziari, che hanno nome e cognome e la Bce – nonostante il suo statuto – è del tutto in grado di intervenire – se ritiene opportuno – per bloccare la speculazione.

L’arricchimento illecito personale di molti dirigenti di partito, l’accumulo di ingenti risorse finanziarie da parte di questi partiti che esportano illegalmente  capitali all’estero in barba a quanto vanno sbandierando ai loro militanti ( o militonti), pensionati, casalinghe, ecc.,  sull’equità sociale e difesa del lavoro deriva essenzialmente da una legge truffa e precisamente : nel 1993 il Referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti espresse  oltre il 90 per cento per l’abolizione della legge in essere  ma, essendo abrogativo, è stata cancellata la normativa e lasciato il vuoto sulle possibili fonti di sostegno dei partiti politici . La conseguenza fu il ritorno dello stesso principio del finanziamento pubblico sotto mentite spoglie: infatti dopo solo otto mesi, il Parlamento decise di aggiornare la legge 515 del 10 dicembre 1993, allora definita “contributo per le spese elettorali”, che riportò nelle casse dei partiti miliardi di vecchie lire alle elezioni del 1994 e del 1996. Alla tornata del 2001 entrano inoltre in vigore le “Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici” che prevedono la reintroduzione del finanziamento pubblico per Camera, Senato, Parlamento Europeo, Regionali e referendum sostituito dai “rimborsi elettorali”, senza corrispondenza con le spese realmente effettuate. L’anno successivo, poi, il quorum per ottenere i fondi viene abbassato dal 4 all’1 per cento e a partire dal 2006 i partiti hanno diritto a ricevere l’intero importo del rimborso anche in caso di fine legislatura anticipata. Ciò nonostante gli episodi di corruzione si sono moltiplicati in modo generalizzato  non lasciando esenti financo partiti come Rifondazione Comunista, ertisi a baluardo contro la corruzione,   citando ad esempio Gubbio o in piccolo anche Pescara dove il partito ha ricevuto contributi da parte di costruttori per l’approvazione di dubbi accordi di programma.

 

 

 

 

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Greci siamo tutti noi

 

di Alessandro-Panagiotis Nerantzis

(23/02/2012)

 

La scorsa settimana abbiamo visto ai nostri schermi scene dell’ennesima guerriglia urbana ad Atene ed in altre grandi città della Grecia. La gente uscita la mattina seguente per andare al proprio lavoro-chi ha ancora la fortuna di averlo- era ancora piu triste e con lo sguardo basso.

La recessione è gravissima. Quasi 1.500 greci perdono ogni giorno il loro posto di lavoro, oltre 1/5 della popolazione attiva é senza lavoro e la disoccupazione ufficiale supera il 20% (in realtá secondo i sindacati tocca il 30%, mentre quella dei giovani il 50%). Il 27% della popolazione vive sotto la soglia della povertá,  oltre 20 mila sono i senza tetto e 280mila piccole e medie imprese hanno chiuso. É diffusa la situazione di persone che continuano lavorare senza avere la busta paga alla fine del mese con la speranza che un giorno la crisi finisca.

Il pessimismo aumenta quando non c’é nessun cenno di sviluppo, ma soltanto recessione che sta polverizzando il tessuto sociale. La gente si sente disorientata e negli occhi di coloro che manifestano la determinazione è stata sostituita dalla disperazione, perchè il domani non è solo incerto, ma anche pericoloso, e i disordini non possono essere evitati. Molti si ricordano ancora il periodo difficile dei colonelli nei primi anni ’70 e si sentono che effetivamente la dittattura non è finita. In sostanza, dicono, i canoni sono stati sostituiti dai swaps e dalle armi economiche dei mercati.

I dati dei sondaggi recenti che riguardano la forza elettorale dei partiti danno al PASOK meno del 10% (dal 42,3% che aveva ottenuto nelle ultime elezioni), mentre Nuova Democrazia, il partito dell’ opposizione fino a tre mesi fa, che  oggi appoggia il governo di coalizione di Lukas Papademos si trova al primo posto, ma appena ragiunge il 20%. Un altro dato preoccupante che rispecchia la confusione sociale, è che il partito di estrema destra Xrisì Afghì (Alba d’ Oro), un corrispodente di Casa Paund per intenderci, ha il 3% dei voti e potrebbe entrare nel parlamento.

Si capisce insomma come le misure anti-crisi siano caratterizzate da un’enorme ingiustizia sociale, visto che i tagli agli stipendi e alle pensioni toccano soprattutto le classi più deboli, e che siano talmente sconvolgenti da aver provocato, nell’arco dei due anni, l’impoverimento di centinaia di migliaia di famiglie. I greci non hanno visto nemmeno un euro di questi miliardi che arrivano dai creditori. Perchè in gran parte vanno a coprire gli interessi dei vecchi debiti, e quindi tornano proprio ai creditori internazionali.

É incoretto, comunque, affrontare la tragedia greca come tale, senza, cioé, ampliare il nostro sguadro al quadro europeo. Paesi economicamente forti (con rating AAA), come la Germania e la Francia, adottano una politica di forte pressioni, se non di punizione e di umiliazione, sui paesi deboli che subiscono una forte recessione. Molti chiedono se l’Italia o altri paesi, i cosidetti PIIGS (mayali, come vengono chiamati dai tedeschi) rischiano di trovarsi in una situazione simile a quella ellenica.

 

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La Grecia è stata un laboratorio per l’adozione di misure crudeli dopo decenni di corruzione e clientelismo, quindi gli altri paesi vedono la Grecia come un paradigma da evitare e cercano di anfrontare i problemi interni al più presto possibile prima di arrivare al punto del “caso greco”.

Ma non se rendono conto che il problema sta nei metodi adottati dai governi per superare questa crisi. Le èlite politiche ed economiche parlano della salvezza dei paesi, ma non dei loro abitanti; vogliono evitare il default, ma non vedono la società sull’orlo di fallimento; allo stesso tempo molti guadagnano miliardi scomettendo sull’ impoverimento di intere nazioni. Viviamo la degradazione dell’essenza della nostra civiltá, sottomessa alle forze finanziarie e all’annulamento dei diritti fondamententali che si sacrificano sull’altare del profitto e della plutocrazia. Il sentimento anti-politico aumenta sempre di più e la classe dirigente è l’unica che non percepisce il cambiamento in atto.

Tuttavia, l’attuale congiuntura storica ci permette di riflettere sui nuovi sbocchi dell’economia: in breve abbiamo bisogno di un cambiamento del sistema monetario. I nuovi sistemi finanziari nasceranno nelle società civili, quando le persone inizieranno a collaborare; ora più che mai vi è la necessità di ripristinare l’economia per il bene comune, con la solidarietà e gli sforzi di tutti i popoli.

Concludo con le parole di Marco Galdi, sindaco della citta di Cava dei Tirreni vicino a Salerno, che questi giorni ha donato il suo stipendio di 1.100 euro alla Grecia, in un atto simbolico di solidarietà al paese ellenico.

«C'è un Popolo in Europa che dice di non avere fratelli,

E in questo triste momento  della storia ha ragione: nessuno in Europa e nel mondo dimostra

fratellanza per il Popolo greco.

Eppure, la Grecia ha dato la filosofia e la scienza, la poesia e la letteratura, il teatro e la musica...

La Grecia ci ha dato la civiltà. E l'Itatia e l'Europa non sono suoi fratelli ma figli.

L'Europa è sul banco  di prova. E abbandonare a sé stessa la Grecia in questo momento, vuol dire rinunciare definitivamente ad una idea di Europa quell'unica idea di Europa che amiamo e che vogliamo»

 

 

Cordiali saluti,

Αlessandro Nerantzis

 

 

 

 

 

 

 

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MOVIMENTO GRECO: LA RABBIA E L’AMORE

 

 

Non mi piace la violenza non credo che ci sia molto di guadagnato nel bruciare le banche e rompere vetrine. E’ tuttavia mi sento bene quando vedo la reazione ad Atene ed in altre città della Grecia all’approvazione da parte del parlamento greco delle misure imposte dell’unione europea. Di più se non ci fosse stata un’esplosione di rabbia mi sarei sentito sprofondare in un mare di depressione. Quella gioia è quella che si prova a vedere il poveraccio sempre bistrattato ribellarsi e ruggire.

La gioia di vedere quelli che hanno preso mille schiaffi, ridarli indietro. Come possiamo chiedere alla gente che accetti con calma feroci tagli al tenore di vita che implicano queste misure  di austerità? Possiamo immaginare che siano d’accordo sul fatto che il massiccio potenziamento creativo di così tanta giovani venga semplicemente eliminato, i loro talenti intrappolati in una vita di disoccupazione di lunga durata? E tutto ciò solamente per ripagare le banche e far diventare più ricchi i ricchi? Tutto ciò solamente per mantenere un sistema capitalista che ha oltrepassato da molto tempo la sua data di scadenza e che adesso offre al mondo soltanto distruzione. Per i greci accettare queste misure con moderazione significherebbe moltiplicare la depressione con la depressione per un sistema fallito con l’aggiunta della depressione per la dignità della perduta.

La violenza della reazione in Grecia è un grido che si rivolge al mondo. Per quanto ancora staremo seduti a guardare mentre il mondo viene fatto a pezzi dai barbari cioè dai ricchi e dalle banche? Per quanto ancora staremo a guardare le ingiustizie che aumentano, il sistema sanitario smantellato, l’educazione ridotta ad un non-senso acritico, le risorse di acqua del mondo privatizzate, le comunità spazzate via e la terra devastata per i profitti delle compagnie minerarie?

L’attacco che si mostra così acuto in Grecia sta avvenendo ovunque nel mondo. Da tutte le parti il denaro sta assoggettando l’umano e la vita non umana alla sua logica, la logica del profitto.

Ciò non è qualcosa di nuovo, ma l’intensità e l’ampiezza dell’attacco sono nuove, ed è nuova anche la generale consapevolezza che la dinamica attuale sia una dinamica di morte , che è verosimile che tutti ci stiamo dirigendo verso la scomparsa della vita umana sulla terra. Quando i commentatori esperti spiegano i dettagli delle ultime negoziazioni tra i governi sul futuro dell’eurozona, si dimenticano di menzionare che ciò che viene negoziato così biecamente è il futuro dell’umanità.

Siamo tutti greci. Siamo tutti dei soggetti la cui soggettività è stata schiacciata dal rullo compressore  di una storia determinata dal movimento dei mercati finanziari. O così sembra e così avrebbero voluto. Milioni di italiani hanno protestato a più riprese contro Silvio Berlusconi, ma sono stati i mercati a farlo cadere. Lo stesso in Grecia: manifestazioni una dopo l’altro contro George Papaandreu ma alla fine sono stati i mercati che l’hanno allontanato. In entrambi i casi, sono stati nominati dei servitori leali e fedeli per prendere il posto dei politici caduti, senza neanche uno straccio di

 

 

 

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consultazione popolare. Questa  non è nemmeno la storia condotta dai ricchi e dai potenti, sebbene alcuni ne traggano vantaggi: è una storia fatta da una dinamica che nessuno controlla, una dinamica che sta distruggendo il mondo se la lasciamo fare.

Le fiamme di Atene sono fiamme di rabbia, e ci fanno gioire. E’ tuttavia la rabbia è pericolosa. Se viene personalizzata o si rivolge contro un gruppo di persone specifico ( i tedeschi in questo caso ) può facilmente diventare puramente distruttiva. Non è una coincidenza il fatto che il primo ministro a dare le dimissioni in segno di protesta contro le misure di austerità in Grecia  sia stato un leader del partito di estrema destra Laos. La rabbia può diventare facilmente una rabbia nazionalista addirittura fascista; una rabbia che non fa niente per rendere il mondo migliore.

E’ importante dunque essere chiari sul fatto  che la nostra rabbia non è contro i tedeschi, nemmeno contro Angela  Merkel o David Cameron o Nicolas Sarkozy. Questi politici sono soltanto dei penosi ed arroganti simboli del vero oggetto della nostra rabbia, il potere del denaro, l’assoggettamento della vita intera alla logica del profitto.

Amore e rabbia, rabbia e amore. L’amore è stato un argomento importante nelle lotte che hanno ridefinito il significato della politica durante l’ultimo anno, un tema costante durante i movimenti Occupy, un sentimento profondo persino nel cuore dei violenti scontri avvenuti in molte parti del mondo. Dunque l’amore cammina in molte parti del mondo. Dunque l’amore cammina mano nella mano con la rabbia del << come osano portarci via le nostre vite, come osano trattarci come

oggetti >>. La rabbia di un mondo diverso che si sta facendo faticosamente strada attraverso l’oscenità del mondo che ci circonda. Forse.

Il farsi strada di un mondo diverso non è soltanto una questione di rabbia, anche se la rabbia ne fa parte. Riguarda necessariamente la costruzione paziente di un modo diverso di fare le cose, la creazione di forme diverse di coesione sociale e di mutuo soccorso. Dietro lo spettacolo delle banche che bruciano in Grecia c’è un processo più profondo, un movimento più calmo di persone che rifiutano di pagare i biglietti dell’autobus, le bollette dell’elettricità i pedaggi autostradali, i debiti con le banche; un movimento nato dalla necessità e dalla convinzione  di persone che organizzano le proprie vite in un modo diverso, che creano comunità di mutuo soccorso e reti per l’alimentazione, che occupano edifici e terreni abbandonati, che creano orti comunitari, che ritornano nelle campagne, che girano le spalle ai politici ( che adesso hanno paura di farsi vedere per strada) e che creano direttamente forme democratiche di decisione sociale. Forse è ancora qualcosa di insufficiente e sperimentale ma di cruciale importanza. Dietro le fiamme spettacolari, è questa ricerca per la creazione di un mondo diverso di vivere che determinerà il futuro della Grecia e del mondo.

 

 

John Holloway                                                                       ( Traduzione  di Vittorio Sergi)

     

 

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SIAMO TUTTI NO TAV


appello per una manifestazione a Pescara venerdì 2 marzo 
ore 17:30 stazione FS
con Luca nel cuore!

 


Non si può assistere passivamente all’occupazione militare della Val di Susa.
Proponiamo a tutti e a tutte di ritrovarci anche a Pescara – come sta accadendo da giorni in tutta Italia – per manifestare il nostro appoggio alla popolazione della Val di Susa che resiste nonostante la militarizzazione del territorio e il tentativo di criminalizzare il movimento.
Riteniamo doveroso esprimere pubblicamente e collettivamente la nostra solidarietà a Luca Abbà le cui condizioni rimangono gravissime.
Gli affaristi e gli apparati politici e mediatici che li sostengono colpiscono Luca anche ora che lotta fra la vita e la morte in ospedale: lo fanno con il dileggio tipico dei giornali berlusconiani sempre “garantisti” verso corrotti e furbetti, lo fanno con il finto senso dello Stato di chi intima che bisogna andare avanti comunque.
Noi siamo convinti che in questi giorni in Val di Susa è in corso una battaglia che riguarda la qualità della nostra democrazia.
Noi abruzzesi abbiamo lottato per anni per difendere il nostro Gran Sasso dal Terzo Traforo, mega-opera che presentavano come indispensabile e di cui ora nessuno sente la mancanza.
Siamo tante volte scesi in piazza per dire no alla petrolizzazione del nostro territorio e del nostro mare.
Sappiamo che al ministero delle Infrastrutture sono stati capaci di progetti assurdi come la diga del porto di Pescara.
Per questo diciamo che il movimento No TAV non difende soltanto un territorio da un progetto devastante sul piano ambientale.
Chi si oppone alla TAV sta difendendo la democrazia reale, il diritto dei cittadini a non vedersi espropriato il diritto di dire la propria su scelte strategiche che li riguardano.
Senza la lotta dei valsusini in Italia non si sarebbe mai aperto un dibattito pubblico su un’opera che ha costi giganteschi per la collettività nazionale.
La Val di Susa lotta anche per noi.
Governo e media vogliono ridurre la battaglia NO TAV a una questione di ordine pubblico perché diventa ogni giorno più evidente l’insostenibilità economica dell’opera.
Noi abruzzesi ben conosciamo le conseguenze sul sistema dei trasporti di concentrare gli investimenti sulla TAV: smantellamento e riduzione progressiva delle ferrovie come servizio per i cittadini, pochi e scassati treni per i pendolari, azzeramento delle corse notturne, l’isolamento dell’Abruzzo, niente finanziamenti per ammodernare la linea Pescara-Roma ecc.

E’ indecente che si spendano 35 miliardi di euro quando si tagliano assistenza sociale, fondi per disabili, scuola, sanità,

cultura, pensioni.
E’ indecente che con le grandi opere si foraggino i soliti grandi gruppi che controllano l’informazione e si comprano la politica mentre sono fermi in tutta Italia i lavori pubblici e le piccole aziende affogano senza credito.Per tutte queste ragioni proponiamo ai cittadini pescaresi e abruzzesi e a tutte le organizzazioni democratiche, sindacati, partiti, associazioni, gruppi, comitati di
 ritrovarci


VENERDI’ 2 MARZO alle 17,30
davanti alla stazione di Pescara
 
per un presidio e per dare vita a un corteo-fiaccolata per le vie del centro. 

 

Presentato da Marco Fars

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

         

          2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

          3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”

 

 

 

 

INVITIAMO TUTTI A COLLABORARE

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COME LE NOSTRE IDEE NON SONO ALIENABILI

COSÌ QUESTO FOGLIO AUTOGESTITO

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per tutti tutto, per noi niente! (motto zapatista dell`EZLN)

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