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IL SALE - N.°126

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 12    numero 126 – Febbraio 2012

 

 

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                        de Il Sale

 

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

 

                                                        di Carmelo R. Viola

           

 

                                                        di Marco Tabellione

 

 

                                                        di Tonino D'Orazio

 

 

                                                        di Lucio Garofalo

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

                                                        di Mario Hernandez ed Eduardo Murúa

 

                                                        di Luciano Martocchia

               

 

                                                        de “Il Sale”

 

 



 

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EDITORIALE

 

<< Sotto la neve pane sotto l’acqua fame >>,  il vecchio adagio non sembra calzare  per l’ondata del maltempo che ha investito il nostro paese.

Il bilancio è stato pesantissimo: sessanta morti tra cui diversi senzatetto, ingenti danni all’allevamento, all’agricoltura, alla rete dei trasporti pubblici, alle piccole medie imprese e al patrimonio urbano, artistico e culturale.

Diversi treni sono rimasti bloccati con i passeggeri, costretti a stare per ore e ore nei vagoni senza riscaldamento, come è avvenuto sulla linea Roma-Pescara.

Le coperture dei capannoni di diverse aziende zootecniche hanno ceduto uccidendo centinaia di capi di  Bestiame.

I danni all’agricoltura ammontano a 5oo milioni di euro, il 15% dei prodotti della terra è andato distrutto per il gelo.

In Abruzzo ed in Basilicata decine di paesi sono rimasti isolati per giorni e giorni, alcuni senza luce,acqua gas e viveri. Ma situazioni difficili si sono verificate anche in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Molise, nel Lazio, in Puglia e Calabria.

Nonostante la situazione d’emergenza e di estrema problematicità abbiamo assistito all’incompetenza e alla superficialità del governo, dei sindaci, delle amministrazioni locali e della protezione civile.

Eclatante la polemica tra Alemanno e Gabrielli che, mentre la capitale era letteralmente in tilt per pochi centimetri di neve, si accusavano a vicenda sui principali organi di stampa.

Il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri avrebbe però smentito le accuse di Alemanno (carenza di   informative), ribadendo che la protezione civile avrebbe avvisato con tempestività  il Comune di Roma, raccomandando l’attuazione del piano neve.

Il governo, in modo particolare nella prima fase dell’emergenza non ha sostenuto adeguatamente e con direttive precise le amministrazioni locali. E’ mancato, inoltre il coordinamento tra la protezione civile, i sindaci, i carabinieri e i vigili del fuoco nella gestione dei soccorsi.

Tale ondata di neve è gelo si può definire eccezionale? Anche la temperatura di cinque gradi rilevata in Islanda si può definire eccezionale?

 No tutto questo è semplicemente normale, perché è frutto dello squilibrio ambientale che affligge il pianeta.

Il surriscaldamento dell’aria ( buco dell’ozono), causato dagli scarichi inquinanti delle automobili e delle industrie, è uno dei principali fattori dei cambiamenti climatici e quindi dei principali disastri ambientali (alluvioni, frane, terremoti). 

E’ un fatto eccezionale il fatto che la protezione civile non abbia avuto i mezzi per intervenire?

No non lo è perché sono stati fatti i tagli alla spesa pubblica ed ancora una volta a pagare i costi della crisi saranno i lavoratori, i pensionati e tutti i cittadini che non si vedranno garantiti i diritti alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla sicurezza e ad un servizio di trasporti non efficiente, ma almeno normale.

 I maggiori disagi e le difficoltà più gravi connessi alla nevicata sono stati vissuti dagli strati più deboli della popolazione: anziani, disabili, malati e senza tetto, che sono stati abbandonati a loro stessi.

Tuttavia, nonostante la tragicità degli eventi, si sono verificati degli episodi positivi. Soprattutto  nei piccoli paesi, dove le situazioni erano più critiche, ma anche in diverse località i cittadini si sono auto-organizzati per spalare la neve ed apportare il  loro contributo. E’ scattata la molla della solidarietà ed è emerso il senso d’appartenenza alla comunità.

Un altro fatto importante causato dalla neve è stato il rallentamento dei ritmi di vita familiare,sociale, e lavorativa delle persone. Le mamme e i papà hanno potuto, finalmente,  giocare con i loro figli, lanciarsi le palle di neve e creare i caratteristici pupazzi. I nonni hanno raccontato ai nipoti dell’incredibile nevicata del 1956. E tutti gli altri? Tutti gli altri hanno finalmente avuto il tempo per pensare o semplicemente per fare quello che volevano fare.  E vi sembra poco?

                                                                                            

 

 

                                                                                                                               Il Sale

 

 

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foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

che ne pensi della città in cui vivi?

ti piace? come la vorresti? che si potrebbe fare?

si potrebbe migliorare? perché? come?

proviamo a far lavorare la fantasia, a parlarne a discuterne... insomma, rompete le scatole!

Abbiamo pensato di porre una domanda su facebook e di mettere alcune scatole in giro per la città, per raccogliere le proposte di chi vive a Pescara oggi e sapere come l'immagina domani.

 

 

Pubblichiamo le ultime lettere ricevute:

 

ñ  "Mascia dimettiti"

 

ñ  "Bella, sì mi piace, vorrei che si facessero più spettacoli, anche in  piazza, perché no! Più serate di cultura generale e anche uno schermo in piazza per il cinema gratuito (visione di film storici) tutto accompagnato da sedie per stare comodi. E' un'idea, spero che ne facciate buon uso. Grazie."

 

ñ  “Perché non tenere aperta le biblioteche della città con orari più lunghi? Almeno la sala di lettura in alcune città è aperta la sera anche dopo cena”

 

 

Ringraziamo tutti gli amici che ci hanno inviato le lettere e hanno dato il loro contributo alla comprensione della città in cui viviamo.

Noi abbiamo aderito al gruppo degli “Indignati Pescaresi”, su facebook, con l'intento di migliorare la città ed invitiamo anche voi a fare la stessa cosa.

 

Un abbraccio

IL SALE

 

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Spala Sindaco, spala  !

 

Luciano Martocchia

 

 

La recente nevicata a Pescara ha messo in risalto soprattutto l’inutilità , l’assenza , l’inefficienza  e l’immobolismo della Giunta comunale di Pescara ; ormai dall’inizio di febbraio riuscire a camminare nei pressi della Pineta è diventato davvero insostenibile per gli anziani, signore con il carrozzino, bambini, ecc. Cumuli di rami di pino spezzati per lo più ricoperti da neve ingombrano i... marciapiedi dei colli, della periferia pescarese, delle zone limitrofe la Pineta, obbligando tutti a camminare sulla strada sfiorati continuamente dalle macchine che, incuranti, sfrecciano paurosamente, primi fra tutti i proprietari dei SUV che, consci di guidare dei simil cingolati, schizzano fango e neve addosso ai malcapitati.

 Si son notati  prontamente i mezzi del noleggio delle gru semoventi della Ditta D’Addazio che hanno eliminato i pini e i rami pericolanti ( un’ecatombe ) mentre l’ingombro di questi rami e tronchi abbattuti hanno stazionato  fermi depositati sui marciapiedi. Il perché è presto detto: il noleggio gru semovente su camion è un’operazione finanziariamente lucrosa alle ditte appaltatrici delle rimozioni, mentre l’eliminazione dei residui, a carico dell’Attiva, può aspettare all’infinito, nonostante che la Società addetta ai servizi di pulizia dovrebbe effettuare lo stesso un sollecito servizio visto che grava , con tutto il suo management elefantiaco e i suoi dipendenti, sui bilanci delle famiglie attraverso le tasse sui rifiuti.

Interi quartieri, soprattutto nei periferici, sui colli, a San Donato hanno avuto per una settimana e più grossi disagi, con l’impossibilità di camminare sui marciapiedi  e la gente è rimasta isolata in casa. Pescara manca totalmente della cultura dell’emergenza e ci si chiede cosa succederebbe in caso di qualche evento ben più grave di  una nevicata, seppur abbondante. Manca una struttura propriamente detta della Protezione Civile, e la  GTM ha compiuto la scelta scellerata  degli investimenti faraonici  per l’inutile e dannosa opera della filovia, trascurando invece di attrezzare i bus con gomme termiche buttando nel caos l’intera mobilità urbana.   

Il Comune probabilmente non avrà soldi per appaltare all’esterno anche la rimozione dei rami e tronchi dai marciapiedi di Pescara, paga forse la sciagurata somministrazione di consulenze d’immagine ( decine di migliaia di euro) a personaggi come Giordano Bruno Guerri che altro non avrebbe che il compito di cantare l’illustre concittadino D’Annunzio in tutte le salse ed in chiave retorica pre-fascista circa il volantinaggio su Vienna o le vicende di Fiume?

 In questo modo, è ovvio, non ci sono più risorse per il minutaggio dei servizi essenziali. Dovevano i cittadini di imbracciare loro la pala per la liberazione dei marciapiedi della periferia con tutti i soldi che pagano di tasse?  Forse avrebbe fatto meglio  la Giunta comunale, con in testa il Sindaco, emulare  mediaticamente il Sindaco di Roma Alemanno passando una giornata a ripulire le strade, almeno avrebbero dato dimostrazione di uscire  dall’immobilismo . La prossima nevicata…… spala Sindaco, spala !

 

 

 

 

 

 

 

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Note di biologia sociale

 

Lo Stato che non c’è…

 

                                                                                                     Carmelo R. Viola

 

         Gli anarchici si battono “onestamente” – ma più con il pensiero che con le azioni – contro lo Stato, ritenendolo la causa di tutti i mali sociali. E  - dopo la scontata fine della gloriosa Comune di Parigi - attendono…da secoli che il miracolo si compia! Io, che conto una ventennale militanza anarchica giovanile vivendo dal di dentro quest’immensa illusione – sono convinto che il disagio sociale denoti proprio l’assenza dello Stato. Di quello vero, s’intende.

         E’ ben chiaro come il processo di privatizzazione, proprio dell’esasperazione-invecchiamento del capitalismo, abbia portato occasioni e potere a quelle mafie, che analfabeti sociali – veri o finti – come Maroni, si dicono convinti di potere sconfiggere – e in questa legislatura!

         Quello che ci viene propinato come Stato da gente, che mentisce per interesse o per ignoranza, è un “principato medioevale riveduto e corretto” legittimato da un giochetto elettorale, denominato, del tutto impropriamente, democrazia. Non credo davvero di esagerare. Né credo che la situazione morale sia migliore rispetto a quella che ci è stata recitata  dal film storico “Lo scandalo della Banca Romana” della fine dell’800: potremmo affermare, senza tèma di smentita, che è perfino peggiore per quella legge che dice che “a maggiore esperienza vissuta corrisponde una maggiore responsabilità morale”. Che cosa ha mai insegnato alla nostra gente oltre un secolo di storia?

         Il “principato democratico” – dentro cui ci troviamo a vivere e a costruirci i nostri miraggi politici – ha tratti caratteristici specifici come le differenze abissali nel potere di sussistenza della gente (dalla ricchezza favolosa all’indigenza totale): si tenga conto che il potere è l’altra faccia della vita. Quindi uno spasmodico agonismo di difesa che si  risolve in: corruzione “intralegale”, propria di “Tangentopoli”, e nella corruzione “paralegale” delle molteplici mafie, che nascono insieme dalla fame e dall’emulazione.

         Tale “principato” è la trasposizione antropologica della giungla. Accanto ad una trasfigurazione liturgica della predazione, conseguita nel rispetto delle leggi – dette regole – vi è, pertanto, una “presa diretta” della preda (furto e conseguenti) detta semplicemente delinquenza comune. Le forme sono molteplici, la sostanza è unica. E’ facile comprendere cosa significhi l’accorato appello alla legalità” quando si tratta della legalità di un sistema paraforestale.

         Con il liberismo globale, il capitalismo, predazionismo legale (cioè con “regole da rispettare”),  imbocca la strada del peggio e noi ci ritroviamo ad assistere ad uno spettacolo quotidiano, che provoca una pena indicibile sulle sorti di quella civiltà, che i vai fautori del socialismo – e dello stesso anarchismo – da Marx a Stirner a Nietzsche, hanno ritenuto biologicamente adatta alla felicità della specie umana.

         I nuovi padroni del mondo sono certamente i banchieri ma i loro referenti, che si esibiscono nel teatro (o teatrino) del potere, sono forse dei pazzi se pretendono

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perfino di farci credere che le ideologie siano morte e che per questo il mondo sia avviato alla realizzazione di una convivenza secondo natura, e se lo fanno in nome proprio di un’ideologia, la peggiore, da trattamento psichiatrico – del liberismo -  che preclude la porta della cognizione di una società umana organizzata secondo scienza e coscienza.

         Al centro di tale cognizione c’è – guarda caso – proprio lo Stato, quello vero, appunto, quello che significa potere al di sopra delle parti in quanto potere collettivo – di tutti e di ciascuno – capace di farsi carico di proteggere ed accudire – come un genitore i propri figli – tutti i cittadini, nessuno escluso.

         Un tale Stato ha i suoi tratti caratteristici specifici come la proprietà dei mezzi di produzione dei beni e dei servizi con sistematica promozione della creatività artigianale e tecnologica e la padronanza della moneta considerata solo uno strumento tecnico per la distribuzione dei beni e dei servizi stessi secondo equità e bisogno.

         Tale Stato – il vero – ha bisogno di una struttura ma anche di uno spirito con assoluta analogia con il binomio psicosomatico del corpo umano. Alla struttura giuridica deve corrispondere un livello di sufficiente empatia fraterna: il fattore X che fa di un antropozoo un uomo propriamente detto. Solo nell’àmbito di tale Stato non esiste la povertà e quindi nemmeno la carità come strumento di potere; non esiste alcuna forma di sfruttamento interumano (da lavoro dipendente o strumentale, da locazione o parassitario, da credito o usuraio e così via); non esistono il bisogno e la disoccupazione e quindi non può esistere la predazione (presa diretta), comune o mafiosa; non esistono le forme di concorrenza a chi depreda di più né il bisogno di avere santi in paradiso per non morire o per arricchirsi.

         Considerando che il “crescere” della nostra specie significa anche fissare nei vari DNA costumi, che conservano o recuperano modalità di predazione (che si risolvono appunto nella corruzione, di cui alla cronaca di ogni giorno) e la crescente diserzione dei socialisti e comunisti di una volta, non so se io debba continuare a sperare che il mondo possa diventare quel consorzio di uomini-fratelli, che sognavo nella mia lontana adolescenza.

         Non credo che un insipiente “partito democratico” possa darci qualcosa di meglio rispetto al principato regnante, dotato sì di uno statuto costituzionale ma i cui migliori articoli sono fronzoli coreografici come le preghiere liturgiche rivolte ad un padreterno invisibile e infinitamente lontano.  La presenza di un potere, praticamente occupato da un manipolo di cortigiani al sèguito di un certo Berlusconi, ci dà ragione di quello Stato che non c’è e che gli anarchici inseguono inutilmente, sempre più ridotti alla carta stampata del loro movimento.

  

 

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Un ricordo di Carmelo Viola

 

Il 4-01-12, purtroppo, ci ha lasciato Carmelo Viola, valido collaboratore del Sale, del quale abbiamo pubblicato diversi articoli d’interesse sociale e politico.

Continuerà a vivere tra noi grazie alle sue idee e riflessioni che riporteremo nei prossimi numeri del giornale.

Gli amici del Sale

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NON VIOLENZA: UNA SCELTA IMPRESCINDIBILE

 

di Marco Tabellione

 

     Alle origini dell’epoca contemporanea si pone una delle manifestazioni più violente che il Settecento abbia offerto alla storia: la rivoluzione francese. Anticipata da quella americana essa sancì il diritto del popolo a riconquistare la libertà mediante l’uso della violenza. E quella violenza sembrava tanto più giustificata quanto più il popolo l’aveva subita ad opera delle aristocrazie e delle monarchie che si erano avvicendate al potere. Era una violenza fisica che rispondeva ad una violenza fisica. Era una violenza fisica da questo punto di vista legittima, o quantomeno comprensibile. E quella violenza fisica veniva a spazzare, di colpo, in pochi anni, millenni di dittatura, millenni di sottomissione non solo del popolo francese, ma di tutti i popoli. Poi, però, proprio a partire dalla rivoluzione francese qualcosa è cambiato. Quella rivolta, violenta e dirompente, partorì la dichiarazione dei diritti del cittadino, ed una nuova concezione della cosa pubblica. Quella rivolta, in un certo senso, determinò la fine, almeno in linea di principio, delle rivolte violente, ma anche, prioritariamente, delle repressioni violente. Determinò la fine della violenza come fatto umano accettabile.

     Ciò non vuol dire che da allora l’uomo ha saputo rinunciare definitivamente alla violenza, affatto, anzi forse l’utilizzo della forza fisica è andata aumentando con il progredire della civiltà nell’Ottocento e nel Novecento. No, vuol dire che con la rivoluzione francese si sancisce definitivamente la considerazione della violenza come male, come strumento abominevole e da abolire oltre che da aborrire. Da allora, da quella ultima, definitiva e acclamata e invocata esplosione di violenza, la violenza non è stata più legittima, né dalla parte di chi comanda, né da quella di chi subisce e ubbidisce. Certo, non per questo il potere ha perso la possibilità di farsi autoritario e totalitario. Tuttavia non potendo più utilizzare la violenza, ha dovuto ricorrere ad altre armi, quali la semplice minaccia della violenza o la propaganda ideologica, armi che si sono aggiunte ai tradizionali strumenti di repressione e tortura, che ovviamente il potere, quando ha potuto, ha continuato a utilizzare.  

     In base a tutto ciò che abbiamo asserito si può sostenere che l’uso della violenza, anche in buona fede, anche con la pretesa di essere dalla parte giusta e della ragione, oggigiorno non è più accettabile da un’ottica diciamo così civile, cioè dal punto di vista di una persona che voglia definirsi civile. Oggi la violenza non è più ipotizzabile, perché non può più essere rivoluzionaria. E se non è rivoluzionaria, allora è reazionaria, anche quando è una violenza di protesta. Ecco perché quella che un tempo sembrava dover essere una scelta tra violenza e non violenza nell’ambito rivoluzionario, oggi non lo è più, cioè non si pone più come opzione. I tanti che oggi utilizzano i cortei, luoghi deputati alla manifestazione del dissenso, per sfogare la propria rabbia violenta, prima di essere degli incoscienti, sono dei superati, dei sorpassati. Oggi un rivoluzionario per essere tale deve essere contemporaneamente non violento, poiché oggi la rivoluzione non può che essere non violenta. Tutto ciò rende l’antica diatriba degli intellettuali, combattuti tra le frange violente dei movimenti estremisti, e quelle non solo moderate, ma soprattutto non violente, legate cioè alla convinzione che la rivoluzione si possa fare sul terreno delle idee, ebbene quell’antica polemica non ha più motivo di esistere. Allora, occorre chiedersi, perché i rigurgiti di violenza, a cui abbiamo di recente assistito? Chi sono quei ragazzi che ritengono ancora necessario spaccare ed esprimere il proprio dissenso con la rabbia e la violenza?

    

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Naturalmente si potrebbe muovere un milione di obiezioni a questa idea. La prima è che la violenza non è affatto debellata, anzi il mondo odierno, stando anche alla rappresentazione che ne danno i mass media, sarebbe sempre più aggressivo e violento. A prova di questo si possono portare i tanti regimi dittatoriali che nel mondo continuano con la repressione fisica e la forza militare ad assoggettare i popoli.

     Ma a questo punto il problema è un altro: quali forme di lotte adottare se quelle violente sono ormai bandite? L’uso del Web nella primavera araba del 2011, ha dimostrato che già internet si propone come nuovo efficacissimo strumento. Se poi sia completamente non violento, questa è una cosa tutta da dimostrare. Naturalmente il Web costituisce una garanzia di libertà perché più informazioni circolano meno abusi i centri di potere possono compiere. Ma costituisce anche un terreno minato, una terra di nessuno, dove non vige garanzia, e domina l’obiettivo non sempre etico della visibilità a tutti i costi. Anche internet ha le sue violenze, che sono soprattutto violenze pubblicitarie. Pugni visivi che colpiscono ininterrottamente ogni volta che ci si connette. Lo schermo viene triplicato, moltiplicato per poter bombardare in contemporanea il visitatore, che sì,  magari è intenzionato a concentrarsi su un elemento alla volta, ma giunge a recepire a livello inconscio molto di più. E recepisce messaggi spesso fortemente violenti e aggressivi. Ma naturalmente ciò è solo un esempio, che tra l’altro non mette in discussione l’avvenuta evoluzione morale dell’umanità, se prendiamo l’umanità in generale, e non dal punto di vista del singolo individuo. Dal punto di vista dei principi, dei valori, così come si suole chiamarli, l’umanità ha infatti compiuto delle conquiste da cui non si può più tornare indietro, sempre naturalmente in linea di principio. L’abolizione della violenza, almeno nella morale pubblica, ha fatto sì scattare nuove forme subdole e nascoste di repressione, tuttavia non si può negare che, almeno in linea di principio, la forza bruta è ormai inaccettabile nelle moderne democrazie. Per cui, in generale, è arrivato davvero il momento di chiedersi: come dunque far comprendere che questo momento storico richiede in Occidente una rivoluzione sì, ma non violenta? E come attuare questa rivoluzione? Verso quali mete? Con quali strumenti nuovi?

     Innanzitutto va detto che prima di cambiare la società, prima di cambiare le strutture, il sistema, occorre cambiare gli individui, cambiare i singoli, cambiate le persone anche la società allora cambierà davvero, perchè la società è fatta di persone. Ma come ottenere questo scatto di civiltà in tutti gli individui? Va detto che far maturare l’individuo è in realtà la cosa più difficile che ci possa essere, anzi la maggior parte degli errori dell’uomo e anche le sue atrocità più crudeli, sono stati commessi proprio nel tentativo di educare l’individuo. Il fatto è che i singoli, le persone, si educano unicamente da sole; si auto-educano, o non si educano affatto. L’evoluzione di un individuo, infatti, è qualcosa di estremamente delicato. Ha a che fare con dimensioni intoccabili, difficili da gestire. E l’unico che le può gestire è lui, il singolo. Perciò bisogna non tanto educarlo, ma convincerlo ad educarsi. Un uomo nuovo, ecco cosa dobbiamo sognare. E dobbiamo chiederci innanzitutto quali sono le migliori condizioni per poterlo far nascere. E sicuramente queste condizioni oggi non possono che prevedere se non un clima di non violenza e rispetto reciproco come modalità e atteggiamenti prioritari. Non violenza dunque come condicio sine qua non, non violenza come unica condizione in cui l’umanità possa continuare a prosperare.

 

 

 

 

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I nuovi vampiri.

Tonino D’Orazio. 10 febbraio 2012

 

E’ l’immagine che ho di Monti appena appare in televisione. Ancora più evidente in mezzo a Merkel e Sarkozy o insieme a Draghi.

Inutile, mi sembrano il braccio armato del branco formato dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dalle agenzie di rating, dalle grandi banche e dal mondo della grande speculazione finanziaria.

Stanno succhiando l’ultimo sangue di un popolo, di uno stato sovrano, quello greco. Con lentezza, come si conviene, diciamo con aplomb e con gusto, senza paura. Non hanno nulla da temere. Conoscono la situazione della Grecia, 11 milioni di abitanti, nei minimi dettagli.

I disoccupati in Grecia, che vengono comunque contabilizzati tra gli "attivi" dall'ente nazionale di statistica, a novembre erano un milione 29 mila, con un aumento di 126 mila unità nel solo mese di dicembre e di 337 mila nel confronto con l’anno prima. Gli occupati totali sono crollati a 3,9 milioni, dai quasi 4,5 milioni. Continua tra l’altro a crescere il numero di inattivi, cioè coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano (a differenza dei disoccupati) e ormai sono a 4 milioni 423 mila, e superano ampiamente il numero degli occupati. Il tasso di disoccupazione supera il 20% e tra i più colpiti dalla recessione ci sono anche lì i giovani annoiati tra i 15-24 anni - quasi la metà sono disoccupati - e le donne. Quanto all'inflazione, è al 5,3% dell'anno precedente. Rimane il solito problema, che i garantiti ovviamente rifiutano, ma ribellarsi è giusto? O è più giusto morire dissanguati in silenzio e godendo?

La Grecia ora è in totale miseria, non può più pagare e non può più rimborsare. Ma la richiesta degli strozzini continua: ulteriore riduzione del 22% dei salari minimi, che scendono da 750 a 450-500 euro mensili, (presto saranno competitivi come nei paesi dell’est), ulteriore licenziamento di 15.000 dipendenti del settore pubblico subito, (150.000 lavoratori del settore pubblico entro il 2015) e taglio del 15% delle pensioni complementari (tremate fondi professionali e assicurativi privati italiani! Si può fare!). Anzi un boss degli strozzini, dalla Commissione Ue minaccia: "La Grecia ha già superato la data limite che la Ue le aveva dato sulla chiusura delle trattative con i creditori privati (cioè le banche che hanno ricevuto i soldi dalla BCE all’1% da prestare allo stato greco al 15%) per la ristrutturazione, che sarà all’infinito perché il debito complessivo è di 350 miliardi di euro, "un ritardo che non si può ignorare". E quindi? Con che possono pagare se già con la cura “lacrime e sangue”, oppure “drastiche misure di austerità” (dicitura intellettuale di copertura in voga anche da noi, cioè morire per essere salvati), è crollata la base contributiva e dei consumi? E’ il gioco del gatto e del topo? Devono aspettare, per sapere come e quando moriranno dissanguati, la decisione del parlamento tedesco del 27 febbraio? Giusto per capire chi comanda?

Anche ricevendo i 130 miliardi di euro necessari a scongiurare il default a marzo, quando il 20 andranno in scadenza 14,5 miliardi di obbligazioni, comunque i fondi

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non basteranno più, perché c'é un ulteriore “buco” da 15 miliardi da coprire. La bancarotta, il default di Atene, è già nei fatti, ma i vampiri la tengono ferma per succhiare ancora sangue da quel corpo sociale martoriato, per strapparle fino all’ultimo euro per continuare a ingrassare la speculazione dei creditori stranieri che si stanno appropriando del paese (tutti i porti, tutti gli aeroporti, ecc …) e del suo futuro. E sgonfiato e espropriato  lo lasceranno comunque cadere. Vera cultura coloniale, esperienze africane nuove per il mediterraneo.

Tanto che lo stesso ministro delle Finanze greco Evangelos Venizelos, ha messo così la questione: “Se vediamo il nostro futuro e la nostra salvezza nell’eurozona, in Europa, allora dobbiamo fare quello che si deve fare perché il nostro piano di riforme sia definitivamente approvato. Se invece il nostro paese, il nostro popolo, dovesse preferire un’altra decisione politica, una che ci porti fuori dall’eurozona e fuori dall’integrazione europea, dobbiamo dircelo chiaramente”. Monito, minaccia o presentimento per le elezioni di aprile?.

Quanto a noi, non possiamo credere alle copertine del Time, ai titoloni dei giornali italiani, tutti, agli abbracci di Obama, ai giornalisti televisivi nostrani entusiasti, che descrivono l’Italia già in salvo dopo la prima cura facendo finta che la seconda fase sarà di equità e sviluppo. “Salario minimo garantito, migliori ammortizzatori sociali per tutti e soprattutto per i precari”. Non solo c’è chi ci crede, ma rulla anche i tamburi. Conosciamo il meccanismo, altro che l’Italia “ce la farà”. La visita “tranquilli, ci sono io” di Monti, dopo quella servile a Obama, a Walt Street non significa altro. E smettetela di stupirvi. L’attacco indiscriminato, rapido e diretto alle pensioni ha già trasformato profondamente il mercato del lavoro, sia futuro che presente, rimangono gli ultimi ritocchi di deregulation. E’ l’abolizione del contratto collettivo nazionale per tutti, (solo contratti aziendali, nemmeno di settore), il licenziamento su due piedi (magari con due soldi per accontentare anche i sindacati che dicono di rappresentare più di dieci milioni tra lavoratori e pensionati e poi fanno tre ore di sciopero per non “disturbare”) e possibilità di porre il singolo debole lavoratore davanti al suo plenipotenziario padrone. Un po’ come nel 1905. Saranno ritocchi uguali, chiamati “riforme” (non ci si stupisce mai abbastanza dell’ambivalenza dei termini utilizzati per confondere) già legalizzati dai loro governi per i lavoratori della Grecia, della Spagna, del Portogallo e dell’Ungheria, aspettando gli altri. C’è una regia unica che funziona con lettere e fax e i governi eseguono. Il branco della Finanza, vampiri e usurai, non si fermerà di fronte a nulla. La Grecia adesso siamo noi.

Ecco perché mi appare sempre l’immagine di un vampiro quando sento e vedo Monti e i suoi accoliti, incartapecoriti, ammuffiti nelle scartoffie, occhi spenti, vecchi e pallidi più di lui, tronfi, come se necessitassero tutti di un bel po’ di sangue fresco.

 

 

 

 

 

 

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Il re è nudo 

(di Lucio Garofalo)

Azzardo alcune riflessioni preliminari di ordine filosofico ed esistenziale, quindi politico.

Il re è nudo, si potrebbe osare. La realtà, che supera puntualmente ogni immaginazione, ispira e suggerisce un’elaborazione critica di straordinaria attualità storica.

Per decenni il sistema di potere creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a partire dal secondo dopoguerra, quella che si potrebbe qualificare come la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo, la fede cieca e incondizionata nel dio mercato e nel totem della finanza, il culto idiota e mondano del denaro e del successo, il feticismo della merce e del profitto, la morale utilitaristica dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando e calpestando tutto e tutti.

Il corollario finale è stato l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo più esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, individualista e conformista, quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa e onnipotente, una mentalità autoritaria e pervasiva, più feroce e persuasiva rispetto a qualsiasi tipo di assolutismo e totalitarismo che si sia mai conosciuto nella storia millenaria dell’umanità. Negli ultimi cinquant’anni, alle popolazioni del mondo occidentale è stato imposto uno stile di vita ultraconsumista: ci hanno bombardato il cervello per convincerci che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile con il risultato che gli individui sono in gran parte stressati, assai insoddisfatti e infelici.

Pertanto, si potrebbe dedurre che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile e, di conseguenza, avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi, non tanto sul versante strettamente materiale, quanto a livello umano, ossia affettivo e spirituale. In altri termini si può scegliere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo da permettersi un’esistenza più emancipata dal bisogno, ovvero più libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna.

Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il “bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, insomma si inseguono ossessivamente le mode consumistiche, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, è inevitabile che non basta uno stipendio, è inevitabile essere assoggettati ad un “benessere” fittizio, essere succubi del bisogno e del lavoro, infelici e stressati.

Sia chiaro che tale ragionamento non inneggia alla filosofia, oggi in voga, della cosiddetta “decrescita”, né corrisponde ad una visione “pauperistica” o “francescana” del mondo, ma si limita a suggerire un’ipotesi che è tanto necessaria quanto realistica e praticabile, un’attitudine pragmatica che potrebbe rivelarsi utile per affrontare le gravi difficoltà legate all’attuale fase di austerità e di recessione dell’economia capitalista.

Bisogna rendersi conto che la decrescita è già presente oggettivamente nella realtà dei fatti, sia in Italia che altrove, nel senso che il tasso di crescita economica del nostro Paese è in costante diminuzione da quasi mezzo secolo, a partire esattamente dal “boom economico” degli anni ‘60. Occorre prendere onestamente atto che la decrescita o, meglio ancora, il sottosviluppo e la

 

 

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miseria, sono le conseguenze di un sistema di distribuzione iniqua, irrazionale e distorta delle ricchezze sociali, sono il risultato delle contraddizioni strutturali insite nel funzionamento del modo di produzione capitalistico.

Tornando al tema precedente, è ovvio che il discorso non vale in termini assoluti bensì relativi, per cui sono esclusi, ad esempio, coloro che versano in condizioni di estrema (o relativa) povertà o chi vive in realtà metropolitane in cui il costo della vita è altissimo e si è costretti a spendere oltre la metà dello stipendio per pagare l’affitto mensile. In questi casi temo che la filosofia “stoica” o la morale “francescana” servano a ben poco. E’ chiaro che la condizione proletaria non va idealizzata, bisogna battersi per l’abolizione del proletariato in quanto classe, e la sobrietà intesa come stile di vita, saggezza o moderazione, non va vissuta “stoicamente” ma come necessità contingente. Stiamo attraversando una fase in cui dobbiamo misurarci con le condizioni storicamente determinate, senza cedere alle mode consumistiche, né ad uno stile di vita francescano.

E’ altresì evidente che lo sfruttamento e la violenza di classe non possono durare a lungo senza essere accettati dagli sfruttati. A questo compito era deputata in passato la religione. Ma oggi questo strumento di convincimento è vecchio e superato, inadatto allo scopo nell’epoca dell’economia di mercato. Una nuova forma di condizionamento e debilitazione morale è intervenuta: dall’idolatria trascendente all’idolatria delle merci.

Le osservazioni esposte finora servono ad introdurre un ragionamento sul concetto di “proletariato” e sul significato (non solo simbolico) che assume oggi un vocabolo che per molti ha un sapore anacronistico e veterocomunista, di stampo addirittura ottocentesco. E’ noto che i proletari sono coloro che possiedono esclusivamente la prole, ossia i figli. Il termine indicava in origine una classe di lavoratori il cui ruolo, nel modo di produzione capitalistico, è di prestare la forza lavoro in cambio di un salario, ma nel corso del tempo il significato si è modificato, adeguandosi alle nuove circostanze storico-sociali. Se in passato il termine designava specificamente una classe di operai che hanno come sola ricchezza la prole, in seguito il senso letterale si è aggiornato ed è stato sostituito da un’accezione più ampia che comprende la totalità dei salariati, inclusi i lavoratori intellettuali ridotti in uno stato di precarietà e che percepiscono un salario miserabile.

E’ altresì indubbio che negli ultimi cinquant’anni il proletariato che vive nei Paesi sviluppati del mondo occidentale, si è imborghesito, in particolare sotto il profilo mentale e culturale. Nel contempo conviene ragionare sul fatto che l’attuale crisi recessiva sta producendo effetti di proletarizzazione dei ceti intermedi, un tempo agiati e benestanti, ed immiserisce in modo doloroso le classi operaie degli Stati occidentali. Non serve rammentare che un numero crescente di famiglie italiane (ma il discorso vale a maggior ragione per Greci, Irlandesi, Portoghesi e via discorrendo) non riesce ad arrivare alla fine del mese, se non proprio alla terza settimana, quando tutto va bene.

Aggiungo una chiosa finale per chiarire che l’esperienza storica pregressa dovrebbe insegnarci che un rovesciamento radicale dell’ordine economico e sociale senza una corrispondente rivoluzione intellettuale in un senso antiautoritario, senza un processo di affrancamento culturale delle singole persone, non ha molto senso e rischia di rivelarsi fallimentare in quanto non produce un’effettiva emancipazione degli individui, come è accaduto nel caso delle rivoluzioni politiche e sociali compiute finora dal genere umano.

In sostanza, la trasformazione dell’esistenza si compie attraverso processi rivoluzionari paralleli che investono l’assetto della sociètà nel suo insieme e la formazione etica, civile, psicologica e spirituale delle persone, che altrimenti rischiano di sottostare ad una nuova forma di oppressione che non è solo politica e materiale, ma altresì culturale.

 

 

 

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La Grecia esplode!

 

DALLA RIBELLIONE NELLE PIAZZE

 

Alla

 

RIBELLIONE NEI POSTI DI LAVORO

 

 

 

            300 persone dentro al Parlamento greco, 100.000 fuori. E’ assurdo che decidano i 300. Più antidemocratici di così si muore!. E’ una decisione imposta con la forza armata di migliaia di poliziotti che difendevano il Palazzo, altrimenti lo avrebbero incendiato tanta era la rabbia e la disperazione della gente. Ci sono state proteste in quasi tutte le città della Grecia. Si parla di centinaia di migliaia di persone presenti il 12 febbraio nella piazza Syntagma di Atene. La manifestazione più grande dall’inizio della crisi, indetta dalle organizzazioni dei lavoratori sotto il palazzo del Parlamento, a conclusione di uno sciopero generale di due giorni. Fino ad oggi sono stati effettuati circa 15 scioperi generali contro le misure disumane adottate dal governo greco in obbedienza alle direttive imposte dall’Unione Europea. Perfino la Poasy, il sindacato di polizia greco, ha chiesto l’arresto della troika(BCE-UE-FMI) perché vuole strangolare il paese. 

            E’ l’intero popolo greco, tranne un pugno di “mosche bianche”, che è contrario  al “Piano di austerità” che sta riportando indietro il paese di 100 anni. A mio avviso il Corriere della Sera si sbaglia quando dice che in Grecia sono “due mondi che si scontrano: il palazzo e la piazza”. Sono il palazzo ed il popolo che si scontrano, cioè una piccola oligarchia di governanti che impone con la forza le proprie direttive a tutti.

            I cosiddetti governi democratici, tra cui quello greco, parlano tanto di avere a cuore, di godere e di basarsi sul consenso popolare. Dov’era la sera del giorno 12 quando decidevano prepotentemente di approvare il Secondo Memorandum? Se veramente fossero sicuri del consenso della gente perché non hanno accettato il consiglio del  precedente Capo del Governo Papandreou di indire un Referendum sulle proposte della troika? Perché lo hanno cacciato dal governo invece di acconsentire?

            Basta con le balle del consenso e della democrazia, è una dittatura vera e propria. Non è una dittatura fascista come quella che abbiamo conosciuto nel passato, che era appoggiata dalla Confindustria e dai Latifondisti; oggi è una dittatura appoggiata dalle banche e dalla grande finanza, che dirigono il governo greco e quelli dell’eurozona. E’ un cambiamento della classe dirigente all’interno del potere capitalista ma la sostanza è sempre la stessa: Dittatura. Per la stragrande maggioranza del  popolo si tratta sempre di oppressione sfruttamento e miseria. Allora, perché avere un atteggiamento diverso, comprensivo, fiducioso nei loro confronti? Evidentemente ci si sta sbagliando. Non parlo soltanto dei partiti che “sbagliano” coscientemente, ma dei semplici cittadini in buona fede.

            Non c’è democrazia né libertà. In questa situazione, come fa il popolo greco a decidere se accettare o respingere i piani di risanamento del debito pubblico? Se accettare o meno il fallimento del proprio Stato? E’ impossibile! Nella terra dove è nata la democrazia, non esiste più. Per questo motivo c’è la ribellione violenta di domenica che ha portato a bruciare e danneggiare 93 edifici e 170 negozi solo ad Atene, accompagnata da numerosi scontri con la polizia. C’è una grande forza nelle strade e nelle piazze della Grecia. E’ una situazione oggettivamente pre-rivoluzionaria. Perché non decolla? Perché non spicca il volo? Secondo me, a questo punto il popolo non ha altra via che passare dalla ribellione nelle piazze alla ribellione nei posti di lavoro per prendere nelle proprie mani la gestione dell’economia. 

 

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            La manifestazione del 12 febbraio sotto al Parlamento è stata bellissima e fortissima, però non ha impedito al governo di approvare le misure affamatrici della povera gente. Non poteva farlo perché i 300 parlamentari erano superprotetti dalla polizia e, se necessario,  dall’esercito e dai carri armati. Però per l’applicazione delle decisioni prese il governo ha bisogno delle centinaia di migliaia di cittadini che hanno protestato e che hanno una grande forza soprattutto nei propri posti di lavoro: possono rifiutarsi, e mandare all’aria le decisioni governative, come il licenziamento di 15.000 dipendenti statali entro il 2012; la riduzione del salario minimo del 22%, che passa da 751,40 a 586,10 euro lordi; la riduzione della spesa pubblica per i medicinali ecc. ecc.

I 15.000 statali licenziati non accettano e continuano a  lavorare, chiedono la solidarietà di tutti gli altri dipendenti, bloccano e occupano il posto di lavoro, facendo ricorso al principio della solidarietà umana: tutti per uno uno per tutti. Fino a quando non si vince la battaglia. Ci sono buone probabilità. Nel frattempo che i 15.000 licenziati non  percepiscono lo stipendio, i lavoratori che sono normalmente pagati possono condividerlo con i licenziati.

            Nel caso dei lavoratori che subiscono una riduzione del salario minimo del 22%, secondo me non dovrebbero accettarlo ed andare a protestare sotto le banche incaricate del pagamento per esigere il salario minimo per intero. Oltre alla protesta, si dovrebbero rivolgere ai dipendenti della banca affinché lottino insieme a loro e costringano la direzione a pagare il vecchio salario. Se questa si rifiuta, gli stessi lavoratori, autorganizzati negli organismi di base, possono arrivare a prendere questa decisione.

            Il governo ha deciso di tagliare la spesa per i medicinali quando gli ospedali sono già in condizioni catastrofiche. Non si può accettare una cosa del genere! E’ un provvedimento disumano! I lavoratori dell’ospedale, insieme ai familiari degli ammalati, si dovrebbero rivolgere direttamente ai lavoratori delle fabbriche di medicinali e farsi dare le medicine necessarie. Questi lavoratori dovrebbero raggiungere tale scopo con o senza il consenso dei padroni e dei dirigenti della fabbrica. Anche se non è un loro problema diretto, anche se violano alcune leggi, devono avere la sensibilità umana che non si possono far soffrire e morire persone malate per dare soldi a dei banchieri già super ricchi. Naturalmente si aprirebbe una discussione tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha la sensibilità umana, perché averla e che cos’è. Sicuramente si aprirebbero tante altre discussioni  ancora, però molto più costruttive e profonde che starsi a litigare tra chi vota a Destra e chi a Sinistra.

            Per fare questo tipo di battaglie non ci sono né sindacati né partiti disposti a portarle avanti. Anzi, sono i primi a schierarsi contro. Il lavoratore deve contare su se stesso, nell’aggregazione collettiva, nell’autorganizzazione  e negli organismi di base da lui costruiti. Indubbiamente non è una cosa facile, però la crisi della classe politica e dell’economia la rende possibile. Questi cambiamenti non si devono né si possono fare tutti in una volta ma attraverso un processo.

            Il programma ed il metodo di lotta che io ho proposto partono dal presupposto che per la Grecia non c’è soluzione all’interno del sistema capitalista. Se si vuole salvare deve rompere con le  leggi del mercato ed il potere dei finanzieri, altrimenti l’80-90% della popolazione sarà ridotta alla povertà. Già siamo al 30%, con l’aumento del 25% dei senzatetto negli ultimi due anni, con la disoccupazione al 20%, quella giovanile al 47%, il PIL al -7%. La differenza con l’Italia è solo quantitativa, nel senso che sta un poco meno peggio ma qualitativamente non c’è differenza perché stanno percorrendo la stessa strada. Fra qualche anno saremo come loro. Quindi il discorso che sto facendo, in linea di massima, è valido anche per l’Italia.

            Se si condivide l’ipotesi che rimanendo all’interno del sistema si va a finire inevitabilmente a livello economico del terzo mondo con un degrado umano anche peggiore, si può entrare nello stato d’animo marxista “Non c’è nient’altro da perdere che le nostre catene!”. Con questo spirito si possono affrontare i sacrifici, le sofferenze e la lotta per la ricostruzione umanitaria della Grecia. I sacrifici e le sofferenze, a questo punto della Storia, sono inevitabili ed indispensabili, però all’interno dell’Europa delle banche non serviranno a niente mentre fatti nella lotta per costruire una nuova società che mette al primo posto l’essere umano, saranno importantissimi.

 

14/2/12                                                                                                                      Antonio Mucci

 

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L’esperienza dell’autogestione in Argentina




«In Argentina, ogni volta che un'azienda chiude, i lavoratori sono pronti ad occuparla»


Intervista di Mario Hernandez a Eduardo "Vasco" Murúa, della fabbrica autogestita IMPA
[Estratto]

Siamo con Eduardo Murúa, portavoce dell'azienda IMPA recuperata nel 1998. Una delle prime esperienze di autogestione che sta per aprire anche un centro culturale.

Abbiamo fatto di quest'azienda un'impresa produttiva ed un centro culturale.
Oggi avete 2.500 studenti, ma le attività dell'Università dei Lavoratori sono iniziate l'anno scorso.
L'anno scorso abbiamo fatto vari seminari e in aprile cominciano le lezioni di Storia, Matematica e Lingue. Il 16 gennaio abbiamo definito un nuovo corso di studio, atipico, legato alle nuove forme di economia popolare e sociale, calibrato sulle necessità di preparazione dei compagni nella gestione di queste nuove imprese sociali. Partiamo in aprile/maggio. I professori sono già disponibili. L'Università si trova in Rawson 106. Abbiamo avuto un anno intenso. Ricordo di essere stato a una giornata di Medicina Comunitaria organizzata nel nostro paese per la prima volta, con la partecipazione di compagni latinoamericani attraverso il Centro Culturale "La Puerta" che coordina Héctor Fenoglio. L'anno si è chiuso con un cineforum. Ha funzionato la cattedra "Che" Guevara di Néstor Kohan. Hanno partecipato Osvaldo Bayer e Atilio Borón. (...)

Sono passati 10 anni dal 19-20 dicembre 2001. Il movimento di aziende recuperate è partito alla grande da questa data, seppure siano esistiti dei precedenti.

Si ora ha assunto una notevole visibilità. Nel 2001 molte aziende sono fallite ed è stato proprio allora che 80 furono occupate e autogestite.

 

Ora quante aziende recuperate si contano?


330 aziende. Tra il 1998 e il 2003 ce n'erano già 170, in seguito il fenomeno ha rallentato.

Insomma, il fenomeno non è mai scomparso del tutto.


Sì, non è scomparso nonostante la crescita economica del paese che ha permesso di riattivare 150 aziende; ma anche se il PIL è cresciuto hanno continuato a chiudere fabbriche e alcune sono state occupate e riattivate dai lavoratori.


Di quanti lavoratori stiamo parlando?

Di 15-16.000 lavoratori. La cosa più interessante è che se c'è stata la fase in cui hanno avuto bisogno di aiuto, ora non ne hanno più. Questo nuovo metodo di lotta è orami inserito nel

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movimento operaio argentino e ogni volta che una fabbrica chiude i lavoratori sono già pronti a occuparla e autogestirla. Forse è stata la cosa migliore che abbiamo mai fatto.

Capisco, intende creare questa coscienza. Il 2001 ha permesso di rendere visibile il movimento di recupero delle aziende. (…) E si è trattato anche di una via tracciata a livello latinoamericano. Mi ricordo di qualche partecipazione nella trasmissione "Aló presidente" insieme al comandante Chávez. Il movimento delle fabbriche recuperate in Argentina ha collaborato con altri paesi della regione.


A partire dal 2002 abbiamo lavorato insieme al Venezuela nel recupero di alcune aziende. E' stato quando ci fu la serrata padronale per far cadere Chavez. Prima abbiamo recuperato una grande azienda che sta ancora funzionando come azienda autogestita. In seguito, il rapporto col presidente Chávez ci ha permesso di mettere in collegamento aziende recuperate in Uruguay, Brasile, Venezuela e Argentina in un incontro organizzato nel 2005. Ancora oggi stiamo condividendo informazioni. Siamo riusciti a far arrivare un grande aiuto dal Venezuela al Brasile e allo stato uruguayano. In Argentina, invece, non è stato possibile.


Ho avuto modo di conoscere il materiale pubblicato a Cuba dalla figlia di Marta Harnecker sui cambiamenti annunciati nell'economia cubana in cui la questione della cooperativa ha un rilievo primario. Diciamolo, la maggior parte delle aziende recuperate hanno adottato la forma cooperativa.


Lavoriamo tutti in autogestione e adottiamo la forma della cooperativa perché la legge sulle cooperative in Argentina permette la democrazia interna, lascia che siano i lavoratori a decidere. Abbiamo opinioni diverse sul reddito: noi siamo per la distribuzione egualitaria e la legge non lo dice, ma riteniamo che questa sia la forma migliore che si adatta al recupero delle aziende. Noi non partecipiamo al movimento cooperativo perché siamo sempre stati nel movimento operaio e nell'ambito delle cooperative c'è di tutto, alcune sono completamente adattate al sistema. In ogni modo, è un sistema superiore a quello capitalista. I cambiamenti a Cuba mi preoccupano, ma sono parte del nostro dibattito. Siamo sempre stati molto critici con l'autogestione perché non crediamo che sia la salvezza. Riteniamo che i mezzi di produzione più importanti debbano rimanere nelle mani dello Stato e pianificati dal nostro popolo. Non crediamo nelle cooperative come uscita per un nuovo modello socioeconomico. Dobbiamo essere coscienti della necessità del controllo popolare sui mezzi di produzione. Nel caso di queste 330 piccole imprese, l'autogestione può servire come seme per vedere il nuovo, per far crescere la coscienza popolare che non sono necessari i padroni, che gli investimenti stranieri non sono indispensabili per generare impiego e che il lavoro è più importante del capitale, che in definitiva è soltanto lavoro accumulato. Credo che quando i popoli lo avranno capito, allora

 avremo una via d'uscita.


da www.resistenze.org


Traduzione dallo spagnolo a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Mario Hernandez ed Eduardo Murúa

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Ciao Lucio

 

Ho conosciuto Lucio Magri, sebbene  in modo marginale, quando  veniva  ( più di una volta )    a Pescara per le campagne elettorali e le attività politiche del PdUP  dove  ero tesserato e fuoriuscito del PCI  dalla metà degli anni ’70, forte del richiamo, forse un po’ tardivo  di quegli eretici e transfughi del Partito Comunista Italiano;  tardivo perché  provenivo dalla provincia e gli echi dello scisma sessantottino  mi arrivano più attenuati – e poi,  non è forse vero che  anche in Italia il sessantotto  fu susseguente ed anche tardivo rispetto al maggio francese ?

 

A Pescara il PdUP non aveva neanche una sede, le riunioni si facevano presso il soppalco di una libreria dal titolo promettente  , “Progetto & Utopia “, i cui titolari  erano perennemente in profondo rosso ( inteso soprattutto in senso finanziario ) ; a presiedere in libreria le riunioni dei quadri abruzzesi del PdUP  si avvicendavano a volte  Lidia Menapace , Eliseo Milani, ecc.,  e si organizzavano le grandi manifestazioni a Piazza Salotto con il comizio di Lucio Magri che  non disdegnava l’Abruzzo; ricordo anche una grande Manifestazione ad Atessa  nel cinema gremito all’inverosimile;  oppure dopo un comizio a pranzare insieme alla cantina di Jozz  con tutto il PdUP pescarese; un’altra volta lo ascoltai a Milano in un teatro affollatissimo  in una serata fantastica ,  dove condusse un dibattito con un certo Fabrizio Cicchitto, allora socialista,  ma con già in pectore i germi del berlusconismo ancora a venire.

 

Il  PdUP in Abruzzo si reggeva su un massimo di una decina di compagni, ma alle elezioni politiche e regionali prendeva 10 mila voti e ricordo benissimo le politiche del ’79 con lo slogan del partito che campeggiava su tutti i nostri manifesti, “Contro la DC il 2 giugno.. ma anche dopo ! ” ,  e questo sgombra il campo sul revisionismo storico e le conversioni di Magri  al compromesso storico ( l’allora definizione della “santa alleanza “ accreditata tra il PCI e la DC) ; Magri fu un teorizzatore della terza via ed ha prodotto un cataclisma strutturale nella  Sinistra e nel PCI con le sue correnti preponderanti  filo sovietiche, innescando   un ricambio generazionale e di linguaggio rispetto   al troppo paludato  e scontato dibattito politico italiano .

 

Lucio Magri ci ha volontariamente lasciati e il modo con cui ha scelto di farlo testimonia ancora una volta tutto il suo coraggio e tutta la sua lucidità.  Nella sua scelta vive una libertà straordinaria, e la consapevolezza  di morire da rivoluzionario scegliendo una morte che non lo privasse lentamente di tutte le sue facoltà intellettuali e fisiche.

Nel Sarto di Ulm,  l’ultimo suo libro, rievocava uno straordinario apologo di Brecht. Alla fine del Cinquecento un sarto della città di Ulm, convinto di poter volare, costruisce un marchingegno molto rudimentale e tenta la sorte, presentandosi dal vescovo in cima alla grande cattedrale. La prova fallisce e il sarto muore schiantato a terra ma l’uomo, alcuni secoli dopo, imparò a volare. Sicuramente malgrado questo tentativo. Forse, in parte, anche attraverso e per tramite di questo errore.
Per Magri questa scena è l’allegoria di un sogno, di un progetto e di una lotta chiamata comunismo. E allora, proprio perché il dolore della morte ci rende afoni, l’unico modo per omaggiare Lucio è confrontarsi con la sua vita e con quel sogno, che equivale a confrontarsi con i tentativi falliti e gli errori della nostra storia.


Lucio Magri  sfoderava un eloquio lucidissimo, era dotato di un grande carisma , scandiva bene tutte le parole e le frasi che sciorinava da grande comunicatore,  erano perfettamente intellegibili ed anche chi era distante dalle sue idee politiche ne rimaneva affascinato ; il PdUP era il più piccolo partito rappresentato in Parlamento, un risultato che giunse solo tardivamente nel ’79 ma che premiò gli sforzi di tanti militanti con ben  6 deputati, un piccolo partito , con la forza dell’appena 1,6% , ma con un peso critico sulle coscienze dei militanti del PCI molto forte , tale da orientarne e modificarne il percorso politico; il PdUP rappresentava  la coscienza critica del partito di Berlinguer  che solo 15 anni dopo riconobbe l’errore di aver espulso dal partito quegli eretici del Manifesto.

 

Luciano Martocchia

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

         

          2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

          3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”

 

 

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