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IL SALE - N.°122

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 11    numero 122 – Ottobre 2011

 

 

 

 

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www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                        presentato da Mario Boyer

 

 

                                                        di Domenico Losurdo

 

 

                                                        di autori vari

           

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

                                                        presentato da Notiziario Campo Antiimperialista

 

 

                                                         presentato da Ilaria Volpi Kellermann

 

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

 

                                                        di Dr Calderai

                                              

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 



 

 

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 La valutazione dei Cobas sulla giornata del 15 ottobre

 

Il 15 ottobre ha segnato in tutto il mondo la nascita di un nuovo gigantesco protagonismo sociale. Milioni di cittadini ovunque in tutti i continenti hanno manifestato per difendere la democrazia ed i diritti, messi a rischio dall’arroganza dei governi, delle banche, dalla finanza speculativa e dalle istituzioni finanziarie, dalle classi ricche e potenti che vorrebbero fare pagare la crisi ai cittadini ed alle cittadine.

In Italia si è registrato il numero più alto di partecipazione, a dimostrazione della straordinaria vitalità dei movimenti e della società civile italiana. Cinquecentomila persone sono venute a Roma con le loro proposte e la loro indignazione, con l’obiettivo di supportare e partecipare alla nascita di un movimento contro la crisi e chi l'ha provocata.

Lavoratori e lavoratici, studenti, ricercatori, precari, famiglie, pensionati, artisti, associazioni, comitati territoriali, forze sindacali , sociali e politiche: un’Italia plurale ieri si è manifestata contro le politiche di austerità e per cambiare le politiche economiche in Italia ed in Europa.

Il diritto di manifestazione e di parola è stato invece negato a centinaia di migliaia di partecipanti da chi ha aggredito il corteo e la città. Alcune centinaia di persone hanno fatto la gravissima scelta di violentare la manifestazione ed hanno in realtà manifestato contro l’enorme protesta di massa.

Il corteo ha reagito, si è ribellato, difendendo il diritto di non vedere stravolti i motivi della partecipazione popolare.

Denunciamo in Piazza San Giovanni le gravissime responsabilità delle forze dell’ordine che hanno ripetuto in parte il meccanismo di Genova 2001: nessuna traccia di loro in tutto il corteo e poi l'intervento violento e demenziale in piazza S. Giovanni, con i ripetuti assalti del blindati lanciati a folle velocità, che hanno seminato panico e feriti tra la folla dei manifestanti.

Le ragioni che ci portano a continuare il nostro impegno sono sempre più presenti. La permanente gravità della crisi e le ricette capitalistiche che continuano a imporci, sono i motivi che ci spingono a continuare la lotta per “fare pagare il debito e la crisi a chi li ha provocati", in collegamento con la protesta globale che mantiene e rafforza l'opposizione alle politiche liberiste e guerrafondaie.

Per il bene comune di tutti e tutte.

 

Presentato da Ettore D’Incecco

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Naomi Klein in Liberty Plaza

— 7 ottobre 2011 14:47 |

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di NAOMI KLEIN

Questo discorso della scrittrice canadese, autrice di “No logo” e di “Shock economy”, è stato pronunciato in Liberty Plaza, il parco occupato a New York, il 6 ottobre, ed è stato pubblicato sul giornale del movimento “Occupied Wall Street Journal”. DKm0 lo ha tradotto in italiano.

Ho avuto l’onore di essere invitata a parlare a Occupy Wall Street nella notte di giovedi. Dal momento che l’amplificazione è (disgraziatamente) bandita, e tutto quello che dico è stata ripetuta da centinaia di persone in modo che gli altri potessero sentire (è il “microfono umano”), quello che ho detto in Liberty Plaza è stato davvero molto breve. Tenendo questo presente, ecco la più lunga, e integrale, versione del discorso.

Vi amo.

E appena l’ho detto, ho sentito centinaia di voi gridare di rimbalzo “ti amo”, anche se questo è ovviamente un vantaggio del microfono umano. Dite agli altri ciò che vorreste fosse detto a voi, solo con un tono di voce più forte.

Ieri, uno degli oratori alla manifestazione sul lavoro ha detto: “Ci siamo trovati l’un l’altro”. Questo sentimento cattura la bellezza di ciò che viene creato qui. Un ampio spazio aperto (anche se un’idea così grande non può essere contenuta da nessuno spazio) per tutte le persone che vogliono un mondo migliore in cui trovare l’altro.

Se c’è una cosa che so, è che l’1 per cento ama la crisi. Quando la gente è nel panico e disperata, e nessuno sembra sapere cosa fare, quell’1 per cento ha l’occasione ideale per far passare il suo decalogo di politiche a favore delle imprese: privatizzare l’istruzione e la sicurezza sociale, tagliare i servizi pubblici, eliminare gli ultimi ostacoli al potere delle multinazionali. Grazie alla crisi economica, questo sta accadendo in tutto il mondo.

E c’è solo una cosa che può bloccare questa deriva, e, per fortuna, è una cosa molto grande: il 99 per cento. E che il 99 per cento scenda in piazza, da Madison a Madrid, per dire “No, noi non pagheremo la vostra crisi”. Questo slogan ha esordito in Italia nel 2008, è rimbalzato verso la Grecia e la Francia e l’Irlanda e, infine, si è diretto verso il miglio quadrato in cui è iniziata la crisi.

“Perché stanno protestando?”, chiedono gli esperti, sconcertati, in tv. Nel frattempo, il resto del mondo domanda: “Perché ci avete messo tanto tempo? Ci chiedevamo quando vi sareste finalmente fatti vivi”. E soprattutto: “Benvenuti”.

 

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Molte persone hanno paragonato Occupy Wall Street alla cosiddetta protesta anti-globalizzazione che si è imposta all’attenzione mondiale a Seattle nel 1999. Quella è stata l’ultima occasione globale, creata dai giovani, di un movimento diffuso che prendesse di mira direttamente il potere delle multinazionali. E io sono orgogliosa di aver fatto parte di quello che abbiamo chiamato “il movimento dei movimenti”. Ma ci sono differenze importanti, tra allora e oggi. Per esempio, allora scegliemmo i grandi vertici come nostri bersagli: l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il Fondo Monetario Internazionale, il G8. I vertici sono transitori per loro natura, durano solo una settimana. Questo ha reso anche noi transitori. Siamo apparsi, abbiamo conquistato le prime pagine di tutto il mondo, poi siamo scomparsi. E nella frenesia di super-patriottismo e di militarismo che seguì gli attacchi dell’11 settembre, fu facile spazzarci via completamente, almeno in Nord America.

Occupy Wall Street, invece, ha scelto un bersaglio fisso. E non avete stabilito alcuna data per la fine della vostra presenza qui. Questo è saggio. Solo quando si sta fermi al proprio posto, si possono far crescere radici. Questo è fondamentale. È una realtà dell’era dell’informazione che troppi movimenti spuntino come fiori bellissimi ma rapidamente muoiano. Dipende dal fatto che non hanno radici. E non hanno piani a lungo termine su come continuare a sostenersi. Così, quando arrivano le tempeste, vengono spazzati via.

Essere orizzontali e profondamente democratici è meraviglioso. Ma questi principi sono compatibili con il duro lavoro di costruire strutture e organismi robusti abbastanza per reggere le tempeste a venire. Ho grande fiducia che questo accadrà.

Questo movimento sta facendo anche un’altra cosa molto giusta: vi siete impegnati alla non-violenza. Vi siete rifiutati di offrire ai media immagini di vetrine rotte e di scontri di strada che essi desiderano disperatamente. E questa fortissima disciplina ha fatto sì che, ancora una volta, ciò che è risultato evidente è la brutalità vergognosa e gratuita della polizia. Ciò che abbiamo visto di più proprio la scorsa notte. Nel frattempo, il sostegno a questo movimento cresce e cresce. Più saggezza.

Ma la differenza più grande rispetto a un decennio fa è che nel 1999 avevamo di fronte un capitalismo al culmine di un boom economico frenetico. La disoccupazione era bassa, i portafogli azionari erano gonfi. I media erano inebriati dal denaro facile. In quel momento si parlava solo di nuove imprese, non di chiusure.

Abbiamo sottolineato che la deregolamentazione da cui originava quella frenesia presentava il conto. Stava erodendo i diritti di base del lavoro. Stava attaccando l’ambiente. Le multinazionali stavano diventando più potenti dei governi e questo minava alla base le nostre democrazie. Ma a dire il vero, con i bei tempi che correvano prendersela con un sistema economico basato sull’avidità era difficile, almeno nei paesi ricchi. Dieci anni dopo, è come se non ci fossero più i paesi ricchi. C’è solo un bel po’ di gente ricca. Quelli che si sono arricchiti con il saccheggio dei beni pubblici ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo.

Il punto è che oggi tutti possono vedere come il sistema sia profondamente ingiusto e sia fuori controllo. L’avidità senza freni ha distrutto l’economia globale. E sta distruggendo anche il mondo naturale. Peschiamo troppo nei nostri oceani, inquiniamo la nostra acqua con estrazioni di idrocarburi mediante “fracking” e con perforazioni in acque profonde, ci attacchiamo alle fonti di energia più sporche del pianeta, come le sabbie bituminose dell’Alberta. E l’atmosfera non riesce ad assorbire la quantità di carbonio che vi stiamo immettendo, creando così un pericoloso riscaldamento. La nuova normalità sono i disastri in serie: economici ed ecologici.Questi sono i fatti sul terreno. Sono così espliciti, così chiari, che è molto più facile entrare in contatto con la gente di quanto non fosse nel 1999, e costruire il movimento in fretta.

Sappiamo tutti, o almeno intuiamo, che il mondo è capovolto: ci comportiamo come se non ci fosse una fine a ciò che in realtà è limitato – i combustibili fossili e lo spazio atmosferico capace di assorbire le loro emissioni, mentre agiamo come se ci fossero limiti rigorosi e immodificabili a ciò che in realtà è abbondante – ovvero le risorse finanziare per costruire il tipo di società di cui abbiamo bisogno.

Presentato da Mario Boyer

…continua nel prossimo numero

 

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Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio

 

di Domenico Losurdo

 

23/10/2011

 

«La morte di Gheddafi è una svolta storica»: proclamano in coro i dirigenti della Nato e dell’Occidente, i quali non si preoccupano neppure di prendere le distanze dal barbaro assassinio del leader libico e dalle menzogne spudorate pronunciate a tale proposito dai dirigenti dei «ribelli». E, tuttavia, effettivamente si tratta di una svolta. Ma per comprendere il significato che la guerra contro la Libia riveste nell’ambito della storia del colonialismo, occorre prendere le mosse da lontano…

Allorché nel 1840 le navi da guerra inglesi si affacciano dinanzi alle coste e alle città della Cina, gli aggressori dispongono della potenza di fuoco di diverse centinaia di cannoni e possono seminare distruzione e morte su larga scala, senza temere di essere colpiti dall’artiglieria nemica, la cui gittata è ben più ridotta. E’ il trionfo della politica delle cannoniere: il grande paese asiatico e la sua millenaria civiltà sono costretti a capitolare; inizia quello che la storiografia cinese definisce giustamente il secolo delle umiliazioni, che termina nel 1949, con l’avvento al potere del Partito comunista e di Mao Zedong.

 

Ai giorni nostri, la cosiddetta Revolution in Military Affairs (RMA) ha creato per numerosi paesi del Terzo Mondo una situazione simile a quella a suo tempo affrontata dalla Cina. Nel corso della guerra contro la Libia di Gheddafi, la Nato ha potuto tranquillamente effettuare migliaia e migliaia di bombardamenti e non solo non ha subito alcuna perdita ma non ha neppure rischiato di subirla. In questo senso, piuttosto che a un esercito tradizionale, la forza militare Nato rassomiglia a un plotone di esecuzione; sicché l’esecuzione finale di Gheddafi, piuttosto che essere un caso o un incidente di percorso, rivela il senso profondo dell’operazione nel suo complesso.

 

E’ un dato di fatto: la rinnovata sproporzione tecnologica e militare rilancia le ambizioni e le tentazioni colonialiste di un Occidente che, come dimostra l’esaltata autocoscienza e falsa coscienza che continua a ostentare, rifiuta di fare realmente i conti con la sua storia. E non si tratta solo di aerei, navi da guerra e satelliti. Ancora più netto è il vantaggio su cui Washington e i suoi alleati possono contare per quanto riguarda le capacità di bombardamento multimediale. Ancora una volta, l’«intervento umanitario» contro la Libia è un esempio da manuale: la guerra civile (scatenata grazie anche all’opera prolungata di agenti e unità militari occidentali e nel corso della quale i cosiddetti «ribelli» sin dagli inizi potevano disporre persino di aerei) è stata presentata come un massacro perpetrato dal potere su una popolazione civile indifesa; invece, i bombardamenti Nato che da ultimo hanno infierito su Sirte assediata, affamata e priva di acqua e di medicinali sono diventati operazioni umanitarie a favore della popolazione civile libica!

 

Quest’opera di manipolazione può ora contare, oltre che sui tradizionali mezzi di informazione e disinformazione, su una rivoluzione tecnologica che completa la Revolution in Military Affairs. Come ho spiegato in interventi e articoli precedenti, sono autori e organi di stampa vicini al Dipartimento di Stato a celebrare il fatto che l’arsenale Usa si è ora arricchito di nuovi e formidabili strumenti di guerra; sono giornali occidentali e di provata fede occidentale a riferire, senza alcun rilievo critico, che nelle corso delle «guerre Internet» sono all’ordine del giorno la manipolazione, la menzogna, nonché l’aizzamento di minoranze etniche e religiose anche mediante la manipolazione e la menzogna. E’ quello che sta già avvenendo in Siria contro un gruppo dirigente ora più che mai preso di mira, per il fatto di aver resistito alle pressioni e intimidazioni occidentali e di essersi rifiutato di capitolare dinanzi a Israele e di tradire la resistenza palestinese.

 

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Ma torniamo alla prima guerra dell’oppio, che si conclude nel 1842 col trattato di Nanchino. E’ il primo dei «trattati diseguali», imposti cioè con le cannoniere. L’anno dopo è la volta degli Usa. Inviano anche loro le cannoniere al fine di strappare il medesimo risultato conseguito dalla Gran Bretagna, anzi qualcosa in più. Il trattato di Wanghia (nelle vicinanze di Macao) del 1843 sancisce per i cittadini statunitensi residenti in Cina il privilegio della extra-territorialità: anche se colpevoli di reati comuni, essi sono comunque sottratti alla giurisdizione cinese. Ovviamente, il privilegio della extra-territorialità non è reciproco, non vale per i cittadini cinesi residenti negli Usa: una cosa sono i popoli coloniali, un’altra cosa, ben diversa, è la razza dei signori. Negli anni e nei decenni successivi, il privilegio dell’extra-territorialità viene esteso anche ai cinesi che «dissentono» dalla religione e dalla cultura del loro paese, si convertono al cristianesimo (e idealmente diventano cittadini onorari della repubblica nord-americana o dell’Occidente in genere).

 

Il doppio standard della legalità e della giurisdizione è un elemento essenziale del colonialismo anche ai giorni nostri: i «dissidenti» ovvero coloro che si convertono alla religione dei diritti umani, così come essa viene proclamata da Washington e da Bruxelles, i potenziali Quisling al servizio degli aggressori, costoro vengono insigniti del premio Nobel o di altri premi analoghi: dopo di che l’Occidente scatena una campagna forsennata al fine di sottrarre i premiati alla giurisdizione del loro paese di residenza, una campagna resa più persuasiva dagli embarghi e dalle minacce di embargo e di «intervento umanitario».

 

Il doppio standard della legalità e della giurisdizione diviene particolarmente clamoroso con l’intervento della Corte penale internazionale (Cpi). Ad essa sono e devono essere comunque sottratti i cittadini statunitensi e i soldati e i mercenari a stelle e strisce che stazionano in tutto il mondo. Recentemente, la stampa internazionale ha riferito che gli Usa sono pronti a bloccare con il veto l’ammissione della Palestina all’Onu, anche al fine di impedire che la Palestina possa far ricorso contro Israele presso la Cpi: in un modo o nell’altro, nella pratica se non già nella teoria dev’essere chiaro a tutti che a poter esser processati e condannati sono soltanto i popoli coloniali. E’ di per sé eloquente la tempistica. 1999: pur senza aver ottenuto l’autorizzazione dell’Onu, la Nato inizia i suoi bombardamenti contro la Jugoslavia; poco dopo, senza perder tempo, la Cpi procede all’incriminazione non degli aggressori e dei responsabili della violazione dell’ordinamento giuridico internazionale emerso di fatto dopo la seconda guerra mondiale, ma di Milosevic. 2011: stravolgendo il mandato Onu, ben lungi dal preoccuparsi della protezione dei civili, la Nato ricorre a ogni mezzo pur di imporre il cambiamento di regime e assicurarsi il controllo della Libia; Seguendo un modello già collaudato, la Cpi procede all’incriminazione di Gheddafi. La cosiddetta Corte penale internazionale è una sorta di appendice giudiziaria del plotone di esecuzione della Nato, si potrebbe anche dire che i magistrati dell’Aia rassomigliano a preti che, senza perder tempo a consolare la vittima, si impegnano direttamente nella legittimazione e consacrazione del boia.

 

Un ultimo punto. Con la guerra contro la Libia, nell’ambito dell’imperialismo si è delineata una nuova divisione del lavoro. Le tradizionali grandi potenze coloniali quali l’Inghilterra e la Francia, avvalendosi del decisivo appoggio politico e militare di Washington, si concentrano sul Medio Oriente e sull’Africa, mentre gli Usa spostano sempre più il loro dispositivo militare in Asia. E ritorniamo così alla Cina. Dopo aver posto fine al secolo di umiliazioni iniziato con le guerre dell’oppio, i dirigenti comunisti sanno bene che sarebbe folle e criminale mancare una seconda volta l’appuntamento con la rivoluzione tecnologica e militare: mentre libera centinaia di milioni di cinesi dalla miseria e dall’inedia cui erano stati condannati dal colonialismo, il poderoso sviluppo economico in atto nel grande paese asiatico è anche una misura di difesa contro la permanente aggressività dell’imperialismo. Coloro che, anche a «sinistra», si mettono a rimorchio di Washington e Bruxelles nell’opera di diffamazione sistematica dei dirigenti cinesi dimostrano di non avere a cuore né la causa del miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari né la causa della pace e della democrazia nelle relazioni internazionali.

 

 

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… continua dal numero precedente

 

Rassegna stampa di "Fantasia in Rete"

 

Ultime fantanotizie dal mondo

Articoli di Fantagiornalismo tratti dai più noti quotidiani della realtà fiabesca e presenti sul blog:http://fantasiainrete.blogspot.com/

 

Tragico inizio di anno a Moncalieri

Giovinetta trovata morta sul marciapiede Moncalieri -Un episodio ha segnato tragicamente il primo giorno dell'anno.Il cadavere di una giovinetta di circa tredici anni è stato trovato riverso su di un marciapiede nelle vicinanze di Villa Gennai. La poverina giaceva a terra circondata da innumerevoli fiammiferi bruciacchiati, le sue mani presentavano tracce di fuliggine. Nelle tasche aveva ancora alcune scatole vuote di Minerva. Si suppone che la piccola facesse parte di una banda, intenzionata ad appiccare il fuoco ad un portone. E' probabile che la sua morte sia dovuta all'uso di strane sostanze. I signori Gennai, interpellati, hanno riferito di aver udito qualcuno che ripeteva frasi sconnesse. Si pensa che il resto della banda, dopo aver constatato l'avvenuto decesso dell'amica, abbia ben pensato di dileguarsi. I carabinieri del nucleo investigativo di Torino stanno facendo indagini a tappeto su tutto il territorio.

 
Questo articolo datato 25/7/1911 è stato da me trovato, in soffitta in fondo ad una cassapanca.
Era piegato fra le pagine di un libro di favole di H.C. Handersen, precisamente alla pag.86 vicino al titolo della fiaba che mia madre mi narrava spesso da bambina e che io adoravo: “ La piccola Fiammiferaia”

Autore: Serenella Menichetti

 

Catturato aggressore di giovani ragazze e signore anziane

Pisa – Dopo mesi di intelligence e di controlli da parte dello speciale nucleo della polizia, al comando del Dottor Cacciatore, è stato catturato il bandito Lupo Nero che da mesi aggrediva, nel bosco di San Rossore, giovani ragazze e signore anziane. Dapprima si pensava fosse un exstracomunitario in quanto la descrizione data dalle vittime sul suo aspetto lo ritraeva come un essere molto alto, scuro di pelle e molto peloso. Invece è stato identificato come un “ animale” non autoctono, la cui presenza nel territorio fino ad oggi non era stata segnalata.
La cattura è stata resa possibile grazie alla collaborazione di un'agente di P.S. che si è prestata a fare da esca con il nome in codice di Cappuccetto Rosso, riuscendo a far venire allo scoperto Lupo Nero e a indirizzarlo in località La Sterpaia. Qui, in una casa isolata, abitata da un'anziana signora, anch'essa complice dell'operazione, il bandito è stato circondato dagli agenti e catturato dal Dottor Cacciatore.Trasferito alla casa circondariale di Don Bosco è stato chiesto il giudizio immediato.

Autore: Daniela Trinci


ULTIMA ORA - Terribile verità sulla favola di Pinocchio

Pisa - Una scoperta, destinata a rivoluzionare la favola di Pinocchio, è venuta alla luce grazie ai pazienti studi condotti presso i laboratori del CNR di Pisa. Meticolose indagini condotte sul celebre burattino portaterebbero a mettere in dubbio la paternità della Star dei pupazzi rasentando l'accusa di truffa per Mastro Geppetto, famoso artigiano toscano. Sotto allo spesso strato di vernice sgargiante che dalle origini ricopre il popolare fantoccio, sarebbe emersa una C seguita da una E, entrambe maiuscole, per tutto somiglianti a quello che tutt'oggi è l'acronimo di China Export. Ed in questo ruolo ridotto di padre putativo, che il vegliardo rivestirebbe in questa nuova luce, balza agli occhi come le emozioni suscitate ad intere generazioni fossero state fraudolentemente carpite. 
E' difficile dire come si svilupperà il caso, vista l' impossibilità di processare gli imputati; certo è che la favola di Pinocchio non sarà più la stessa.

Autore:Franco De Toffol

 

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CRONACA: scompare una ragazza nell'Isola delle Sirene a Copenghe

Copenghe -Vittima innocente, questa volta, una ragazza di nome Serenetta Melli. Ne hanno denunciato la scomparsa il padre, la nonna e le sorelle maggiori. Sembra che l'ultima persona ad aver visto la giovane sia stato un ragazzo, il quale riferisce di averla notata dal proprio motoscafo, mentre essa nuotava abilmente in direzione opposta alla costa. Alla sua offerta di aiuto, se necessario, la ragazza non avrebbe risposto, ma lungamente avrebbe fissato il ragazzo, che, per questo, si dichiara più che sicuro dell'identità della ragazza, avendola riconosciuta dalle foto fornite dalla famiglia alla Polizia del posto. Interrogati i familiari, una delle sorelle riferisce che Serenetta aveva manifestato l'intenzione di rivolgersi a tale Vania Marche, detta "La strega", personaggio noto nel giro delle truffe. La Marche ammette di aver fornito alla ragazza, su sua richiesta, una pozione a base di erbe per legare a sè un giovane del quale si era innamorata. "Non mi sono neanche fatta pagare" - ha aggiunto la Marchi, trattenuta in stato di fermo fino ad indagini concluse. A un mese dalla scomparsa di Serenetta, i familiari non si arrendono e battono tutte le piste possibili, tra cui quella dell'unico testimone oculare sopracitato. Recatesi all'abitazione del ragazzo in questione, le sorelle della scomparsa non riescono a contattarlo, essendo quello il giorno delle sue nozze, organizzate nel giardino antistante la casa. Molti gli invitati per la notorietà della sposa, fra tutti la famosa scrittrice Lella Tasi. Un singolare episodio ha gettato scompiglio tra gli invitati nel corso della cerimonia nuziale, proprio mentre lo sposo era in procinto di pronunciare la formula di rito: un piccolo vortice d'aria ha avvolto il ragazzo che, mentre era avvinto dalla forza naturale, giura di aver visto gli occhi della ragazza scomparsa e udito una voce disperata che sussurrava: "Addio, amore...addio...addio...addio..." Repentino com'era apparso il vortice si era poi dissolto e la cerimonia ha avuto seguito.

Copenghe 23/09/2006

 

A oltre cinque anni dalla scomparsa di Serenetta Melli, ancora nessuna traccia della ragazza. Recentemente, alla cerimonia di premiazione del vincitore del Concorso letterario "SPAZIO ALLE PAROLE", presenziato dalla giovane scrittrice Lella Tasi, alla consegna della Targa al giovane letterato Christian Andersi, una folata d'aria gelida ha investito la grande sala, girando attorno al marito della signora Tasi, che ha sostenuto poi di aver distintamente udito le seguenti parole:" Tu mi hai vista in mare, ricordi? Serenetta è il mio nome. Ti prego, riferisci a tutti le mie parole...io non tornerò più, mai più"!La signora Tasi ed il marito, dopo la premiazione , si sono recati al comando di Polizia, dove l'uomo ha riferito l'accaduto, sgomento ed incredulo quanto e forse più del poliziotto verbalizzante. Dopo cinque anni la pratica è stata definitivamente chiusa.

Copenghe 23/09/2011

Autore:Daniela Bonifazi

 


Non più “Rose & Fiori” per Adamo ed Eva.

Eden - Questa sera, in prima visione su “Canale Paradiso”, andrà in onda la prima puntata della nuova serie televisiva con la coppia più famosa del creato: Adamo ed Eva.

I due, stanchi di interpretare, come nei passati episodi di “Rose & Fiori”, lo stereotipo della famiglia modello, hanno deciso di trattare i veri drammi della coppia in questa originale ed esilarante situation comedy intitolata: “ Mele & Serpenti”. Per comprendere e vivere da vicino le angosce famigliari, gli sposini modello sono stati mandati sulla Terra. Così, circondati dai veri problemi delle famiglie moderne, volendone renderne testimonianza, Adamo ed Eva non hanno esitato un attimo, dando subito il via alle riprese.Per la nuova serie sono previsti grandissimi ascolti grazie, non solo all’indiscussa bravura dei due attori, ma anche all’eccellentissima regia di Padre Eterno.
Il tentativo è di mettere al bando i vecchi temi dell’amore, rivoluzionando l’ormai mieloso mondo della divina televisione.

Autore:Dolce Glicine

 

continua nel prossimo numero…

 

 

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2I  Black Block e gli Indignati.

 

 

LA   VIOLENZA   E   LA   DEMOCRAZIA

ovvero

Démokratìa, cioè il Governo del Popolo

 

 

 

Dopo la manifestazione del 15 ottobre a Roma promossa dal movimento degli Indignati, i mass media non fanno altro che parlare di violenza. Nascondono il mare di problemi che assillano gli Italiani, senza risolverne nemmeno uno, credendo che non parlandone la gente se ne dimentichi. Con questi parametri hanno affrontato la manifestazione dei NO TAV in Val di Susa del 23 ottobre. Non so se sono stupidi o ci fanno. Io penso che siano stupidi, soprattutto in senso storico, anche se credono di essere furbi.

Però molte volte, almeno per adesso, il potere riesce  a portare  a termine i suoi piani, come è avvenuto a Roma il 15 ottobre dove la manifestazione degli Indignati è stata buttata all’aria dal Potere e dai Black Block che, incoscientemente, hanno favorito il potere.

Gli obiettivi politici coscienti della manifestazione, come il programma le idee i principi, sono stati buttati all’aria sia perché il corteo non si è potuto svolgere normalmente e totalmente e sia perché i comizi programmati a P.zza S. Giovanni non si sono potuti effettuare in quanto la polizia, fin dalla prime ore del pomeriggio, ha bloccato l’intera piazza ed ha caricato tutti i manifestanti che arrivavano. L’accanimento è durato fino alle 7 di sera.  Nel frattempo i black block  rompevano tutto quello che potevano lungo il corteo. Da notare che i poliziotti lungo il corteo erano praticamente assenti. Non credo che fosse una casualità.

L’attacco furioso a San Giovanni era rivolto ad impedire il comizio centrale ed i vari comizi laterali, aperti a chiunque avesse voluto parlare. E’ stato  un attacco mirato alla Democrazia Reale, all’Autogestione ed alla direzione del movimento degli Indignati. Per il Potere i comizi di S. Giovanni erano pericolosissimi    perché gli organizzatori escludevano coscientemente i partiti ed i sindacati, cioè la vecchia direzione politica. Ciò avveniva per la prima volta ad un livello di massa così grande e per di più in una piazza storica della Sinistra tradizionale. Il Potere ha voluto colpire un movimento fuori dalle istituzioni, autorganizzato, propenso alla Democrazia Diretta e, soprattutto, la sua testa pensante. Senza la testa, il movimento ritorna a livello di protesta generica: buono, bravo, “simpatico” però sotto la tutela ideologica della Sinistra istituzionale. Sarà per brevissimo tempo perché questa non è epoca né per Liberali Illuminati, né per Riformisti.

Lo spirito la coscienza la volontà, cioè le cause che hanno portato a fare questa manifestazione poderosissima, non sono state buttate all’aria perché i problemi permangono, la crisi capitalista li alimenterà ancora di più e la classe politica sta perdendo sempre più la propria credibilità.

La gente che manifestava era al 99,99% contro i Black Block tanto che ci sono stati scontri. I manifestanti hanno lanciato pietre e bottiglie contro di loro e ne hanno bloccati alcuni. Però il corteo non era preparato ad un fatto del genere, per cui lo ha subito. Non può essere che 500 persone, secondo me erano anche meno, mandino all’aria una manifestazione di 500.000 persone e forse più.

Il fallimento della manifestazione, a mio giudizio, esprime anche il fallimento dello spontaneismo. La manifestazione era libera, aperta alla partecipazione di tutti. Ma  la libertà va organizzata per permettere che si esprima a livello di tutti, collettivamente, e non soltanto di una infima minoranza. La libertà è responsabilità e non fare qualsiasi cosa, come spaccare tutto. Significa agire nel bene, nel rispetto e nell’interesse degli altri, cioè in forma altruista e progressista. 500 Black Block che hanno imposto la propria volontà a 500.000 persone non hanno compiuto un’azione libera ma una grandissima prepotenza ed ingiustizia, per cui non va accettata ma respinta. La libertà che porta alla giustizia è giustificata ed elogiata.

            Io credo che bisogna sempre vedere la realtà nuda e cruda così com’è, cioè riconoscere che gli organizzatori della manifestazione ne sono usciti squalificati perché non hanno saputo impedire quello che è successo. Però errori ne facciamo tutti, compresi i grandi rivoluzionari della Storia, si impara e non si ripetono: la prossima volta si possono formare i gruppi di autodifesa o servizio d’ordine, autorganizzati dal basso, città per città, regione per regione. Su 500 mila persone del corteo, sicuramente ve ne sono 1000 a livello nazionale disposte a farne parte. Secondo me è una discussione da aprirsi subito.

 

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            Non bisogna farsi fregare dai Black Block come siamo stati fregati dalle Brigate Rosse alla fine degli anni ’70. Allora è stato distrutto il Movimento del ’77  oggi può essere quello degli Indignati. Due movimenti di grande valore. I Black Block di oggi svolgono lo stesso ruolo dei gruppi della P.38  legati all’Autonomia Operaia, che sono stati i precursori delle BR.  Oggi i Black Block possono essere i precursori di un futuro gruppo che potrà praticare la lotta armata, anche se loro la smentiscono. Però non sono certamente loro a dominare il processo.

Il problema della violenza distruttiva lo dobbiamo risolvere noi, dal basso, con l’autocontrollo delle  manifestazioni e dei Movimenti. Non lasciamolo alla polizia ed ai Mass Media, che fanno finta di risolverlo, di fatto non lo fanno, in verità lo stimolano e lo gonfiano per poi spazzarlo via quando non ne hanno  più bisogno. Così hanno fatto con le BR.  Il Potere non ha paura dei Black Block ma dei 500 mila manifestanti, cioè di quelle persone che gli stessi Black Block con tanto disprezzo hanno definito “massa di cittadini belanti”(Il Fatto, 20/10/11), senza capirne la forza morale che è un miliardo di volte più potente dei loro bastoni.  

            Gli obiettivi ideali e programmatici della manifestazione erano e sono più che giusti. La violenza non ha dimostrato la loro inesattezza. Come sempre essa distrugge soltanto senza costruire niente al suo posto. La vera violenza l’avrebbe scatenata la manifestazione con i suoi comizi autogestiti ed i suoi obiettivi ideali e programmatici, se si fosse svolta secondo le previsioni. Avrebbe dato insegnamenti di come affrontare la crisi dal basso, dando soluzioni dal basso, applicandole direttamente e mettendo in moto un movimento autogestionario di popolo che veramente avrebbe fatto pagare la crisi ai padroni. Sarebbe stata una bella e giusta violenza contro il Potere. Per questo motivo era terrorizzato ed ha reagito in maniera terroristica.

            La violenza? I Black Block dimostrano di non sapere nemmeno che cos’è la violenza. Credono di abbattere il nemico capitalista con i bastoni, incendiando una camionetta, rompendo le vetrine delle banche. Dimostrano di non sapere nemmeno chi hanno di fronte. Non hanno nemmeno capito che il potere li sta facendo agire come, quando e dove vuole. Non hanno neppure capito che il potere li sta usando. Non hanno capito che hanno di fronte un esercito imperialista che sta combattendo e ammazzando in vari paesi del mondo. Non hanno nemmeno capito che usare la violenza in questo momento non ha nessun senso e che c’è solo da rimetterci. Ma la cosa più grave è che non hanno capito il Movimento degli Indignati che considerano “Deboli e destinati a sparire!”(Il Fatto, 20/10/11). Io non lo credo proprio però, come direbbe Totò il grande comico, ammesso e non concesso che abbiano ragione, è meglio sparire piuttosto che fare danno ed aggredire 500.000 persone imponendo loro prepotentemente la propria volontà senza nemmeno il minimo senso del rispetto e della Democrazia. Il movimento degli Indignati parla di Democrazia Reale e non della Democrazia borghese-parlamentare. Non si può essere contrari al vero significato della parola Democrazia, dal greco Démokratia, ovvero Governo del Popolo. Ma i Black Block se ne fregano del Governo del Popolo perché vorrebbero governare loro sul popolo. Supponiamo che i 500 Black Block del 15 ottobre dovessero diventare 5.000-500.000-5.000.000, che succederebbe in Italia? Si salvi chi   può! Dovremmo scappare tutti all’estero rimpiangendo il Governo Berlusconi con l’umorismo dei vari Crozza perché loro farebbero una dittatura peggiore di quella di Stalin e del cambogiano Pol Pot messi assieme.

Io inviterei i Black Block ad un incontro-scontro fraterno-politico-ideale con volantini giornali striscioni assemblee dibattiti. Se vogliono seguitare ad imporre i loro comportamenti distruttivi nelle manifestazioni non si possono accettare e bisogna autodifendersi   e prendere i provvedimenti necessari perchè simili episodi non si possono ripetere. Una manifestazione come quella di Roma è controproducente.

Anche io sono per la violenza rivoluzionaria con le masse, però non sulle masse. I Black Block, senza rendersene conto, attaccano un Movimento rivoluzionario perché l’applicazione e sviluppo della Democrazia Reale su cui si basano gli Indignati porteranno alla partecipazione ed emancipazione della gente, alla creazione degli organismi di base ed alla sostituzione e soppressione delle istituzioni capitaliste. Allora si porrà il problema della Rivoluzione e della violenza, non oggi. A mio avviso tutte le rivoluzioni del secolo passato sono sfociate in dittature perché i movimenti rivoluzionari hanno puntato soprattutto alla presa del potere e poi all’emancipazione del popolo. Secondo me bisogna favorire la democrazia di base, gli organismi di base e l’Autogestione in modo da permettere l’emancipazione della gente e, con essa, avanzare verso la distruzione del potere, mentre si costruisce la nuova società. La costruzione della società socialista non va rimandata a dopo la presa del potere, come hanno fatto in piena buona fede i bolscevichi russi nel 1917, ma viene iniziata nel possibile ed il più possibile sotto il regime capitalista. In questo modo si crea la coscienza nuova di un largo settore della popolazione. In questo modo non si può evitare certamente la rivoluzione, ben venga, però si può evitare il suo sbocco autoritario e quindi il suo fallimento. Questa è la mia opinione!

 

24/10/11                                                                                                                          Antonio Mucci

 

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…continua dal numero precedente

 

Cancellare il debito

 

 

Presentato da Notiziario Campo Antiimperialista

Scritto da Leonardo Mazzei   

 

 

Un'ipotesi di cancellazione del debito

Ci siamo forse dilungati un po' troppo prima di venire al dunque, ma è decisivo comprendere che la catastrofe non sta nell'azzeramento del debito, la catastrofe - che si svolge in più atti sempre più ravvicinati tra loro - è già qui tra noi. Essa risiede nelle misure draconiane già prese dal governo, in quelle che verranno prese nel prossimo futuro, nella loro sostanziale inutilità salvo il foraggiamento della speculazione finanziaria. La catastrofe sta in una stagnazione economica che non potrà che svilupparsi in un'imminente recessione, sta nei tassi di disoccupazione, nella precarizzazione crescente, nella distruzione della previdenza, della scuola, della sanità, tutti fenomeni che sono davanti ai nostri occhi. La catastrofe sta nella classe dirigente poc'anzi descritta, che tanti danni ha già fatto ma è che è perfettamente in grado di farne ancora e di più gravi.

Cancellare il debito è semplicemente una necessità. Se anche le finanziarie a getto continuo dovessero arrivare a stabilizzare la situazione - e ne dubitiamo assai - resterebbe comunque un debito complessivo insostenibile. Tale da impedire anche solo di parlare delle questioni sociali più impellenti. Se vogliamo uscire dal degrado attuale, l'azzeramento del debito non è un optional, è una inderogabile necessità. Certo, dopo aver azzerato il debito saranno comunque necessarie misure fiscali assai pesanti, a partire dall'imposizione di una vera patrimoniale. Ma quel trasferimento di risorse dalla cupola della minoranza ultraricca, dovrà essere destinato ai bisogni sociali della stragrande maggioranza della popolazione, non al foraggiamento del sistema che ha portato all'attuale rovina. E dovrà essere destinato alla ricostruzione di un'economia fondata sul soddisfacimento di quei bisogni, in una società ispirata ai principi di uguaglianza e fraternità.

Stabilita la necessità della cancellazione, molti ci chiedono come essa potrebbe avvenire in concreto. Se da un lato è evidentemente impossibile tratteggiare questa complessa operazione fin nei dettagli, è però giusto iniziare a parlarne in maniera più approfondita. Il ragionamento che segue non ha certo la pretesa di rispondere a tutte le problematiche connesse a questa scelta, ma vuole solo favorire una discussione su diversi aspetti concreti, provando a dimostrare che la cancellazione non solo è necessaria, ma che è anche possibile.

Abbiamo già detto altre volte che «azzeramento» non significa cancellazione totale, bensì cancellazione sostanziale di quasi tutto il debito accumulato. Un fardello che spesso si è ingrossato per foraggiare i grandi gruppi monopolistici, per coprire le crescenti spese militari, per alimentare gli strumenti repressivi, per non intaccare l'evasione fiscale e la rendita finanziaria, per mettere in cantiere opere pubbliche utili solo alle più diverse consorterie oltre che per intascare tangenti.

Cancellazione sostanziale, vuol dire riduzione drastica, all'incirca, come vedremo, nella misura di almeno l'80%. Per entrare nel merito è necessario esaminare l'attuale composizione del debito, più esattamente la ripartizione tra grandi categorie di possessori dei titoli del debito. Questa ripartizione è conosciuta solo all'ingrosso, ed è ovviamente mutevole giorno dopo giorno. Giusto per fare un esempio, i 40 miliardi di titoli acquistati nell'ultimo mese dalla Bce, che rappresentano una quota superiore al 2% dell'intero debito, sono stati evidentemente ceduti da altri soggetti che hanno scelto di disfarsene. Chi siano questi soggetti non è dato sapere, anche se presumibilmente al 95% si tratta di banche e fondi stranieri.

Nonostante un certo grado di approssimazione, dai dati in circolazione è comunque possibile ricavare la seguente ripartizione della torta: il 50% è in mani straniere (contrariamente a quanto asserito, con la solita pensosa superficialità, da madame Rossanda nella sua introduzione alla discussione sull'Europa sulle pagine del Manifesto), un 12-15% è posseduto dalle banche italiane, un 27-30% è detenuto da fondi italiani di vario tipo, un 7/8% dalle famiglie.

Questa suddivisione in quattro grandi categorie è assai utile al nostro ragionamento, dato che ad ognuna di esse andrà riservato un diverso trattamento.

Partiamo subito dai titoli detenuti all'estero, dicendo chiaramente che dovranno essere i primi ad essere totalmente azzerati. Non c'è motivo alcuno di salvaguardare le banche e - peggio - i fondi che si sono finora ingrassati con la ricca pietanza del debito italiano. Tra di loro vi sono i principali speculatori, coloro che giocano al default per speculare al ribasso e riacquistare a prezzi più convenienti. Esattamente coloro (i cosiddetti mercati) che chiedono sacrifici per poter continuare senza troppi rischi il loro giochino.  Un'eventuale eccezione a questa regola dell'azzeramento totale potrebbe aversi solo verso le esigenze di paesi che dovessero intraprendere anch'essi la via dello sganciamento dall'Europa e dall'euro, per costruire un'alternativa politica e sociale simile a quella che proponiamo. Non mettiamo limiti alla Provvidenza, ma neppure il carro davanti ai buoi. Dunque azzeramento totale, salvo la possibile (ed auspicabile) eccezione di cui sopra.

Veniamo all'Italia, cominciando con le cosiddette «famiglie». Cosiddette, perché questa categoria onnicomprensiva include piccoli risparmiatori come grassi redditieri. Considerarli come una massa indistinta non è perciò possibile. Abbiamo già visto che il Bot people degli anni ottanta non esiste più. E non esiste più proprio perché i livelli di reddito sono stati pesantemente erosi, mentre la quota del risparmio è in calo costante ormai da molti anni. Ma esiste sempre meno anche perché le banche hanno avuto sempre di più la necessità di indirizzare i loro clienti verso l’acquisto delle proprie obbligazioni. Sta di fatto che questa categoria rappresenta ormai solo il 7/8% del totale. Come trattarla al momento della cancellazione del debito? Un'ipotesi ragionevole potrebbe essere quella di tutelare al 100% i possessori di titoli fino alla soglia che lo Stato garantisce attualmente sui conti correnti bancari (pari a circa 103mila euro), restituendo solo parzialmente la parte eccedente fino ad una soglia successiva da stabilirsi, arrivando infine all'azzeramento totale per i patrimoni più elevati. Senza soffermarsi in dettagli eccessivi, lo spirito dovrebbe essere quello di una tutela inversamente proporzionale al patrimonio posseduto.

Azzerare la parte detenuta dai fondi. Come si è visto, la quota detenuta dai fondi è almeno doppia di quella posseduta direttamente dalle banche. Si tratta dunque di una fetta decisiva che non può che essere azzerata, con un'unica eccezione che vedremo di seguito. I fondi hanno una natura prettamente speculativa, e dunque non c'è alcun motivo per offrirgli uno sconto, tanto più che ogni fondo contiene in genere una quota relativamente bassa di titoli di stato italiani. Ne consegue che anche i risparmiatori che si fossero affidati ai fondi ne avrebbero eventualmente un danno assai relativo, mentre - come abbiamo visto al punto precedente - senza una misura di salvaguardia i possessori di titoli di stato perderebbero tutto. Ecco la ragione di un diverso trattamento tra queste due diverse categorie di risparmiatori. Abbiamo detto che nel caso dei fondi sarebbe ammissibile un'unica eccezione alla regola della cancellazione. Essa riguarda i fondi pensione integrativi, ai quali molti giovani lavoratori sono stati costretti ad aderire - anche con meccanismi totalmente coercitivi e truffaldini, come la famigerata clausola del silenzio/assenso sul Tfr - dalla devastazione progressiva della previdenza pubblica. Fortunatamente, in Italia il peso dei fondi pensione è ancora piuttosto basso, ed è dunque quasi trascurabile la quota di questi fondi investita in titoli di stato. Una quota che tuttavia esiste e che è giusto garantire al 100%. Una misura, beninteso, non a favore dei fondi integrativi, che vanno invece chiusi e riassorbiti all'interno dell'Inps (ecco un altro provvedimento assolutamente necessario), ma ad esclusiva tutela dei lavoratori.

Arriviamo infine alle banche. Sorpresa! Contrariamente a quel che si potrebbe pensare chi scrive è assolutamente convinto della necessità di onorare il debito nei confronti delle banche italiane. Questo per una ragione assai ovvia: tutto il sistema bancario dovrà essere nazionalizzato, dunque che senso avrebbe lasciarlo fallire? A chi ci dice che il dissesto delle banche italiane sarebbe un disastro, rispondiamo che la loro salvezza passa  proprio dalla nazionalizzazione, mentre è invece l'attuale situazione di massima esposizione alla speculazione internazionale a determinare gravi rischi di bancarotta. Nazionalizzazione dunque, e conseguente ristrutturazione complessiva del sistema bancario, da mettere al servizio dell'economia nazionale e da sganciare completamente dalle logiche del capitalismo-casinò.

La somma di questi ipotetici trattamenti differenziati per categoria di creditori, porta ad un taglio del debito compreso tra l'80 e l'85%. Inutile ricordare che questo risultato sarà raggiungibile solo passando da un'autentica sollevazione popolare. Ma questi numeri ci dicono che la cancellazione del debito è non solo necessaria, essa è anche possibile. Ed è possibile senza operare un defaultlineare ed indifferenziato, è possibile senza penalizzare i piccoli risparmiatori, senza creare (anzi arginandolo) il caos del sistema bancario. E - cosa ancora più importante - è possibile arrivarvi con un blocco sociale piuttosto ampio, nettamente maggioritario, in grado di isolare la cupola finanziaria che è il vero nemico da abbattere.

Sogni di fine estate? Forse, ma li preferiamo sia agli incubi che ci vengono quotidianamente propinati dalle oligarchie, che alle fantasticherie di una sinistra confusionaria quanto subalterna. Chi ha voglia di lottare sul serio si faccia avanti. Presto il gioco diventerà duro, nessuno si faccia ingannare dalla strana quiete di queste settimane. La situazione è ormai insopportabile e la classe dominante si dimostra incapace di risposte che ne assicurino l'egemonia. Si avvicina uno scontro duro, che assumerà forme assai imprevedibili, comunque nuove dato il trentennio di letargia di massa. Nessuno può sapere chi ne uscirà vincitore, ma la partita è questa ed occorre giocarla fino in fondo.

 

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Ecco come ci governano: le 10 strategie della manipolazione attraverso i massmedia

 

Descrizione: http://2.bp.blogspot.com/-PIkX4snmzBA/Tl-Ay39tFCI/AAAAAAAAADM/ud38jWfYoxI/s1600/Orwell-1984-unantica-illustrazione.jpg

1-La strategia della distrazione 

L’elemento primordiale del controllo sociale  è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza.

 

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni. 

Questo metodo è anche chiamato “problema-reazione-soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

 

3- La strategia della gradualità. 

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

 

4- La strategia del differire. 

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più

 

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tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

 

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini. 

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

 

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione. 

Sfruttate l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.

 

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. 

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori.

 

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità. 

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti ...

 

9- Rafforzare l’autocolpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti  è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

 

10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono. 

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

 

Noam Chomsky (Massachusetts Institute of Technology)

 

 

 

Presentato da Ilaria Volpi Kellermann

 

 

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Ma s’indignano davvero gli Indignados ?

Luciano Martocchia

Chissà se finiranno mai di sorprenderci. Non abbiamo il tempo di metabolizzare l’ultimo coup de théâtre di qualche politico che già dobbiamo spostare un po’ più in là il limite dell’incredibile perché qualcuno l’ha fatta ancora peggiore. Dal 2008, alba dell’ultimo governo di centro-destra, è stata tutta un’escalation: il letto di Putin, la nipote di Mubarak, il crocifisso tra le tette della consigliera regionale, la casa di Scajola, le ricettazioni del ministro più veloce della Repubblica (17 giorni in carica), le presunte collusioni mafiose di ministri e sottosegretari, e ultimamente i due magnaccia elevati a consiglieri di stato. Non solo lubriche vicende quindi, ma scandali che sono, prima di tutto, politici. E che tuttavia sono riusciti a far passare in secondo piano il totale fallimento di questo governo su ogni fronte. Aspettando di aver indicatori per misurare cultura e sviluppo, la nostra economia è, ad oggi, la più stagnante al mondo: nel 2010 in quanto a crescita del PIL solo Haiti e Zimbabwe hanno fatto peggio. La Chiesa gerarchica finalmente si sveglia affermando con solennità che non possono essere i soliti noti a pagare la crisi, che l’evasione delle tasse è inaccettabile, facendo finta di scordarsi però  delle agevolazioni ICI concesse alla Chiesa (ma estese anche a tutto il mondo del no profit)  e del truffaldino meccanismo dell’otto per mille che fa entrare nelle casse della CEI un miliardo di euro l’anno, soldi presi anche da chi non ha mai firmato per la Chiesa.

Questo governo non ci piaceva già dall’inizio, però noi, illusi ed inesperti, mai ci saremmo aspettati questi abissi. Ecco quel che ci sorprende davvero, dopo tutto: non tanto gli scandali in sé, quanto il fatto che manchi una reazione collettiva forte, indignata, convinta. Solo all’estero sembrano rendersi conto, senza mezze misure, che c’e un “uomo che ha fottuto un Paese intero” (quei comunisti dell’Economist). In Italia si continua ingoiando tutto, chi giustificando, chi minimizzando, chi dicendo: passerà!

I più anziani raccontano che l’Italia ha già sperimentato la vergogna e che però, proprio quando tocca il fondo, sempre trova la forza di risalire con un’estrema reazione d’orgoglio. La resistenza al nazifascismo, l’unità dopo gli anni di piombo, perfino le monetine ai politici della prima repubblica: l’Italia umiliata si è sempre ripresa - in extremis - la sua dignità, ribellandosi al suo recente passato. Analogamente confidiamo da tempo in una spinta liberatoria, una svolta rispetto a questa disgustosa atmosfera da basso impero. Ci eravamo illusi con l’Onda studentesca prima e con l’entusiasmo che ha seguito le elezioni amministrative e i referendum, il movimento Se non ora .. quando  poi: ma sempre si sono dimostrati sussulti passeggeri.

 

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Le uniche reazioni forti di fronte a questa degenerazione sono quelle degli indignados, nella società, e del partito di Di Pietro, tra i politici. Iniziamo da quest’ultimo: nessuno può negare che quella dell’IdV sia vera opposizione a Berlusconi, più convinta della mollezza del PD, più convincente delle vaghezze di Vendola, e più incisiva dello smarrimento dei sindacati. Bene, dunque, per la capacità di questo partito e il modo in cui ha sopperito alle esitazioni altrui. Tuttavia, nonostante i suoi meriti, Di Pietro incarna pur sempre la figura del demagogo populista, almeno tanto quanto la destra che lui stesso condanna; e alcune sue uscite - invocazioni striscianti a una guerra civile, sparate nel mucchio senza troppo criterio - sono pericolosi segnali di un atteggiamento poco responsabile.

Gli indignados  nascono intellettualmente in Francia alla fine del 2010, con il caso editoriale di “Indignez vous!”, libro dell’ex partigiano novantatreenne Stéphane Hessel. Il termine è stato in seguito adottato alla lettera dai giovani spagnoli scesi in piazza e rapidamente imitati in Israele e in altre aree del mondo, fino a Wall Street negli ultimi giorni. In Italia, gli indignados hanno raccolto molti sostenitori nei movimenti come i grillini e il Popolo Viola, che già da tempo si scandalizzavano per la situazione al governo. Sicuramente hanno ragione d’indignarsi : i gamberoni e gli astici a un euro  si possono ordinare soltanto al ristorante del Senato della Repubblica mentre una parte della popolazione arranca per arrivare a fine mese e pagare l’affitto.  E’ uno scandalo inaccettabile in un tempo di crisi come questo. Sommando tutte le risorse che occorrono per far funzionare la macchina amministrativa statale, pletorica e spesso inefficiente, e per mantenere i benefici e gli onori di una classe dirigente politica avvilente (per usare un eufemismo), si arriverebbe a un decimo delle mancate entrate dovute alla diffusa evasione fiscale. Però mai come oggi i politici di professione, assediati ad ogni livello istituzionale nei vari fortini della casta, devono assolutamente dare un segnale non tanto nell’impossibile tentativo di recuperare una credibilità perduta da anni, quanto per fermare una corsa inarrestabile verso il baratro.

Gli Indignados, accolti con sollievo da chi, come noi, era nauseato della situazione attuale, speravamo che potessero far confluire in un progetto di cambiamento collettivo le tante indignazioni individuali. Invece, per lo meno in Italia, il movimento è collassato su una sterile condanna dello status quo, limitandosi a vaghe invettive, discorsi che si riducono a slogan sconclusionati. Gli appartenenti a questo movimento hanno in comune solo l’antipatia per il capitalismo e le banche, ma si guardano bene dal chiamarsi comunisti; e l’odio per i politici, senza però dirsi anarchici. Ma chi sono, in fondo, i politici? E le banche? Dovremmo forse abolirli tutti? E per sostituirli come, poi? Sia Di Pietro che gli indignados, in ultima analisi, rappresentano un populismo vuoto di contenuti e di proposte ed è sconfortante che siano queste le uniche reazioni forti alla situazione nauseante in cui versa il nostro Paese. Certo, gli indignados non sono il male dell’Italia, ma pensare che dalla società non riesca a nascere niente di più progettuale, ci lascia sgomenti.

Ma forse siamo solo impazienti. Speriamo davvero che funzioni anche stavolta: toccato il fondo, poi si risorge.

 

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Riporto l’articolo del “ IL GIORNALE DELL’ANNO 1897”:

 

A PROPOSITO DELLE OTTO ORE LAVORATIVE

 

Nei congressi di Seravezza e di Pisa per la legge degli infortuni sul lavoro, parlando a proposito delle misure preventive io asserivo che la prima misura preventiva era la limitazione del lavoro a 8 ore di accordo con la fissazione di un minimo di salario; anzi dissi di più; che cioè, nonostante che questa famosa legge sia desiderata, voluta da operai e industriali, avrei preferito che prima di questa si fosse stabilito per legge il maximum delle ore di lavoro e il minimum dei salari, per evitare che l’obbligatorietà dell’assicurazione a spese dei padroni si riflettesse sugli operai, o per il mezzo della diminuzione della mercede o per quello dell’aumento della giornata di lavoro. Al congresso di Pisa, a me che sosteneva la questione delle 8 ore, dal lato igienico, si osservò che il valore igienico ce lo tiravo io. Per questo, e perché le 8 ore hanno, di questi giorni, fatto le spese a molti fogli, a proposito dell’articolo del Bepel, credo sia prezzo dell’opera vedere un po’ se è o no eminentemente un bisogno igienico.

 

***

 

                Non solo nel campo materiale, ma anche in quello intellettuale e dimostrato ( l’Accademia di Medicina di Parigi se ne occupò per quasi un anno, nel 1886) che l’eccessivo lavoro, eccessivo così per la durata, come per la durezza, porta allo strapazzo (surmenage). Ora, ammesso il surmenage, lo strapazzo, si viene a questa logica conseguenza: se ad un operaio ad un individuo che fa un certo lavoro, fa bisogno di un determinato riposo proporzionale al lavoro che ha fatto, riposo, che io chiamerò medio, ad un altro operaio, ad un altro individuo che lavori esageratamente, occorre un riposo maggiore. Né questo maggior riposo basterebbe, perché – mentre il lavoro moderato non porterà come conseguenza che quella stanchezza, normale per chi ha eseguito un qualsiasi lavoro, stanchezza che si ripara col riposo medio – il sopralavoro, il lavoro eccessivo per durata o per durezza, porterà ad un esaurimento fisico che non si potrà riparare con il riposo, ma che lascerà una impronta nell’organismo che in tal modo sarà indebolito, infiacchito. D’altra parte, la questione della durata del lavoro va collegata (se la si consideri dal lato fisio - patologico) con quella delle funzioni dell’organismo: ed è ovvio che l’apparato digerente funzionerà bene se dopo il pasto si avrà quel riposo che è necessario per la funzione della digestione; che il sangue si rinnoverà sufficientemente se il cibo che si mangia sarà buono, in giusta quantità e ben digerito, che l’organismo si manterrà in buone condizioni se sarà ben sanguificato. Tutto questo non si avrà invece se dopo il pasto subito o quasi, l’operaio dovrà riprendere un lavoro faticoso, o se un individuo dovrà mettere il proprio cervello al lavoro mentale, perché quel sangue che occorre alla fatica del cervello o delle membra, viene sottratto allo stomaco che ne ha bisogno per compiere la sua funzione. E quando l’organismo non si mantenga in condizioni normali di resistenza avremo anzi abbiamo la predisposizione alle malattie; quando un organismo sia fiacco lo vedremo più facilmente cadere vittima di un infortunio. Né credo inutile un'altra considerazione: se i pasti sono troppo distanti tra loro come accade quando la giornata di lavoro si protrae oltre le 8 ore (avvertite che in molti casi, l’operaio che ha finito il lavoro, ha poi una o due ore da fare a piedi per recarsi a casa), se i pasti sono troppo distanti tra loro avviene che in certe ore, il lavoro si compie in uno stato di debolezza fisica che fa sentire maggiormente la fatica, che porta più facilmente allo strapazzo, e che nello stesso tempo si produce meno assai di ciò che si produrrebbe quando il corpo è riposato e nutrito. Né escludo che lo strapazzo fisico e intellettuale possa essere causa di aumento della delinquenza; e certo che nell’organismo indebolito, strapazzato, quel che ne soffre di più è il sistema nervoso e specialmente il cervello; la neurastenia cerebrale è il risultato ultimo cui giungono coloro che si sono sottoposti ad un lavoro esagerato; dalla neurastenia cerebrale alla pazzia non c’è che un passo.

 

Dr. Calderai

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”