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IL SALE - N.°119

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 11    numero 119 – Luglio 2011

 

 

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Sommario

 

                                                       di Antonio Mucci

                       

             Pagine 6 e 7          COME IMMAGINIAMO LA NOSTRA CITTA’?

                                                        di Lorenza

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                 di Tonino D’Orazio

 

                                                         di Carmelo R. Viola

 

                                                         di Andrea Papi

 

                                                         Di Cosimo Scarinzi (presentato da Giuseppe Bifolchi)

 

                                          presentato da Simone Paolini

 

                                                         de “Il Sale”

 

 


 

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Gli amici che si cercavano

 

C’era una volta un gruppo inquantificabile di persone che erano amici e si cercavano. Perché? Oh bella! Ma perché non sapevano d’essere amici: ancora non s’erano incontrate… proprio mai!

Ma ci sono cose che devono accadere e, prima o poi, accadono: come l’acqua che sul fuoco è destinata a bollire, il frutto maturo a cadere dalla pianta, la luna a sorgere quando il sole tramonta. Certo, si può pure aiutare il Destino ed affrettare i tempi, aumentando una fiamma, cogliendo un frutto e...(beh, per la luna non saprei che dire!) … si potrebbe… ma chi ce lo fa fare? Tanto prima o poi, gli eventi destinati ad accadere accadono. Sempre!

Dunque, le nostre persone che erano amici, ma non lo sapevano, amavano visceralmente la FANTASIA! E ognuna di loro dedicava ogni momento libero a inventare storie,filastrocche, scrivere i propri pensieri sulle gioie della vita e, per combatterli meglio, anche sui dolori. Meno male che questi ultimi non erano preponderanti nelle loro menti, ma purtroppo c’erano anch’essi. All'inizio scrivevano dove capitava, in treno, in casa, in cucina, al lavoro (nelle pause).. e su tutto quello che c'era di disponibile: fogli di quaderno, foglietti volanti, tovaglioli di carta. Poi un bel giorno … scoprirono Internet. INTERNET!!! Che grande invenzione! In fondo è una porta, un “APRITI SESAMO”! E… e… …tutto quel che al di là della porta c’è! INTERNET! !! Un mondo fantastico! Come tutta la nostra vita,che pensiamo concreta e razionale,ma quante magie!

E… e… lì, si trova ..tutta la magia che nel mondo c’è! INTERNET!!! In fondo è una rete, un pesca qua e pesca là, una lotteria dove se vuoi vinci sempre e se perdi, te la sei cercata! E… e…tutto quel che dentro la rete, c’è! INTERNET!!! …. Per noi tutti appartenenti al gruppo “ FANTASIA IN RETE” è una scatola magica che raccoglie i nostri pensieri, le nostre fantasie che poi la rete cattura per restituirle subito dopo a tutti coloro che vogliono, oltre che a noi stessi che ora possiamo condividere un’amicizia che era solo in attesa del suo destino. Ed ecco nascere come fiori in un giardino mille e mille storie, dolci poesie e divertenti filastrocche. Io comincio e tu rispondi. Io ti chiamo e tu ci sei.

L'amicizia ora è realtà, perchè una volta tanto la tecnologia non è così negativa,come alcuni la considerano. Al contrario è qualcosa che unisce e rende la vita più piena. E così, tutte quelle persone che si cercavano, senza sapere di farlo, si sono infine trovate, catturate come allegri e guizzanti pesciolini nella grande rete di Internet! Tanti pesci che navigano nello stesso mare e si salutano, agitando le pinne e facendo tante bollicine musicali, che nel linguaggio dei pesci significa:"Ti voglio bene, amico mio. Nuota con me in questo grande, immenso mare"! APRITI SESAMO! Un messaggio cifrato per entrare nel cuore degli amici e dare vita insieme ad una bella e dolcissima sinfonia!

La sentite?

E' una musica MAGICA! Se la sentite … ci avete trovato!

E com'è, come non è, alla fine tutti quanti siamo riusciti ad incontrarci in una giornata di sole, a S. Rossore,un bellissimo posto in mezzo alla natura e agli animali. Un giorno FANTASTICO, come non poteva non essere, visto che amiamo tanto la Fantasia. Unione di menti, di cuori, di entusiasmo e di affetto. Ormai è fatta: una meravigliosa amicizia saldata da strette di mani, abbracci, parole sincere, un legame che non si limita alle persone presenti fisicamente, ma anche a quelle che, pur lontane, sono state a far festa con noi con i loro scritti, letti e applauditi. Un lieto fine, come in ogni fiaba che si rispetti. Un lieto fine che ha trasformato il virtuale in reale con la produzione di due libri ( un terzo è in gestazione) in cui abbiamo raccolto parole e disegni :il meglio del frutto della nostra creatività .

Milvia Di Michele

Francesco De Gaetano

Daniela Bonifazi

 

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La “ giapponesizzazione” di Pescara

Ardetici li cannilicchie!

 

Questa è una scritta rimasta per anni su di un muretto della riviera di Pescara, vicino a Piazza Primo Maggio, lato stabilimento “Lido”. In Italiano, per chi non conoscesse il dialetto pescarese, significa “Ridateci i cannolicchi!”. Una frase bellissima, piena di significato, che in poche parole, racchiude la svolta storica operata ai danni di Pescara, passata da città a misura d’uomo a città mostro. E non è ancora finita!

Dal giorno che hanno messo i massi in mezzo all’acqua, il tratto di mare tra i massi e la riva si è trasformato in un’area di acqua stagnante. La vita al suo interno è finita. Insieme alle “cannilicchie” sono morti tantissimi altri tipi di pesce. La cementificazione della spiaggia operata dalla costruzione degli stabilimenti balneari in grandissima quantità ha completato l’opera. Il mare di Pescara è stato distrutto. Oggi è un mare sporco, pieno di alghe, la vista è disturbata da quei pietroni in mezzo all’acqua e dall’ammasso di cemento degli stabilimenti. Io vado al mare per la salute, per il sole. Mi è diventato un dovere! Una volta era un piacere!

Non contenti della distruzione del mare, sono passati alla distruzione del fiume. Il fiume Pescara si attraversa a piedi, si sta prosciugando. Da 7 metri di altezza dell’acqua si è arrivati ad 1 metro e mezzo, ed anche meno. Il porto è stato chiuso alla navigazione per mancanza di acqua sufficiente. Non so se per qualcuno questo può anche essere considerato progresso. Credo che la classe dirigente pescarese questi problemi “filosofici” non se li ponga nemmeno. A lei interessa soltanto il “business”. La persona che ha scritto “Ardetici li cannilicchie!” molto giustamente voleva

dire ridateci il mare pulito e la nostra vera città. Condivido pienamente. Il problema è che questa classe borghese-ricca che ci ha rubato la nostra vecchia Pescara non ce la può nemmeno ridare perché non è che se l’è tenuta per sé, no, non ce l’ha nemmeno lei, l’ha distrutta. Così come ha distrutto anche i “travocchi” del molo di Pescara, che sono rimasti senza acqua sotto. Uno spettacolo desolante e triste! Oltre al mare ed al fiume hanno distrutto anche l’aria: sempre inquinata. Inoltre la città è diventata caotica e rumorosa.

Tutta questa rovina non si può addossare soltanto alla Destra, o alla Sinistra o al Centro, ma soprattutto al sistema capitalista del massimo profitto, a cui tutti i governanti si sottomettono, che mette il denaro innanzitutto e l’essere umano e la natura agli ultimi posti nella scala dei propri valori. Questo è il problema di fondo che, a tutt’oggi, non è stato ancora risolto. Per cui il futuro non lascia spazio all’ottimismo, anzi lascia dire “Il peggio deve ancora venire!”.

Infatti sul giornale Il Centro del 22 giugno appare un elenco di “Grandi opere” pescaresi da realizzarsi, che fa paura. Cemento da tutte le parti e stravolgimento della vita cittadina.

 

 

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Le cosiddette grandi opere non sono altro che lavori di costruzione edilizia e distruzione di rapporti umani e della natura. Oltre all’elenco delle grandi opere il ceto intellettuale-politico cittadino ha in mente progetti di pura follia come “Il ponte del cielo” del resuscitato Luciano D’Alfonso, la costruzione di grattacieli, la deviazione del corso del fiume allo sbocco nel mare, l’aereoporto sul mare di qualche anno fa, momentaneamente accantonato. Per fortuna il Comune ha pochi soldi e, nel futuro, con la crisi che avanza, ne avrà ancora meno. Quindi ci sono buone speranze che una parte di questi mostri rimarrà incompiuta.

Per la realizzazione delle grandi opere sono favorevoli sia la destra che la sinistra. Entrambi hanno in mente un modello di città alla giapponese, con le strade che si accavallano l’una sull’altra e che bucano le case. Il massimo della disumanità e dell’alienazione. Inoltre gli attuali governanti pensano alla chiusura del traffico di tutto il centro cittadino e ad uno sviluppo turistico senza i turisti, come hanno fatto con la costruzione del porto commerciale che adesso è rimasto senz’acqua: il traghetto Pescara-Spalato funziona un mese all’anno e forse quest’anno per niente

perchè i fondali sono troppo bassi. Hanno costruito un porto senza l’acqua. Veramente geniali! L’avidità del denaro li rende stupidi, anche quando non lo sono. Alla “giapponesizzazione” della città, da respingere, io penso che bisogna contrapporre una visione umana-naturale e, su questa base, pensare all’aspetto economico-sociale-politico. Naturalmente questi non sono cambiamenti che si fanno dalla mattina alla sera, comunque più tardi si faranno e peggio sarà perché i danni distruttivi aumenteranno.

Non sono io che devo decidere come migliorare la città, io posso dare una semplice opinione, come sto facendo, ma devono essere i cittadini pescaresi a farsi avanti e dire come la vorrebbero e decidere di conseguenza, senza rimettersi al Consiglio Comunale e d’intorni.

La città deve essere vista dall’alto, nell’insieme e non a pezzi, come fanno i Comitati. Ci sono tanti comitati che protestano molto giustamente contro le ingiustizie che la classe dirigente commette nei confronti dei cittadini. C’è il Comitato contro le antenne di S; Silvestro, quello “No rifiuti a Fosso Grande”, 2-3 Comitati a difesa della Strada Parco, un Comitato in costruzione per la difesa del Parco della Caserma Cocco dove si vuole costruire un campo di calcetto. Ed altri Comitati ancora. Perché non unirsi in difesa degli interessi generali della città, insieme a quelli particolari? Perché non unire le forze? Il nemico è comune: i piccoli potentati locali serviti dalla piccola classe politica. Si dice che l’”Unione fa la forza” ed è vero, quindi perché non ci uniamo? In questo modo potremmo essere una piccola forza che può dare sicurezza e convinzione alla gente affinché partecipi e decida in prima persona. Ci sono questi e tanti altri motivi logici ed elementari favorevoli alla unione dei veri oppositori. Perché non ci proviamo? Perché non ne discutiamo?

Perché non avviamo un processo di incontro, scambio, riflessione? Anche questo non si può fare dalla mattina alla sera, però con un poco di pazienza si può realizzare sicuramente. Non abbiamo niente da perdere, tutto da guadagnare. Ogni singolo cittadino è invitato a partecipare.

11-7-2011                                                                                                                     Antonio Mucci

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COME IMMAGINIAMO LA NOSTRA CITTA’?

COME POTREBBE ESSERE PESCARA?

E QUALE IL RUOLO DEI SUOI CITTADINI

 

 

DESCRIZIONE DELLA CITTA’

Pescara è una città moderna che si affaccia sull’Adriatico, con delle pinete situate sia a nord che a sud della fascia costiera. E’ ben collegata alle altre regioni del centro e del sud d’Italia, ma anche alle più importanti capitali europee grazie all’aereoporto, che di anno in anno sta intensificando i suoi voli e quindi sta assumendo un ruolo significativo nel panorama nazionale. La sua economia si basa prevalentemente sul terziario ( Commercio, ristorazione, turismo), anche se nella zona industriale sono presenti importanti complessi come il cementificio e la Father.

Nonostante le caratteristiche positive che la potrebbero rendere una città vivibile e dimensione umana diverse sono le problematiche: l’inquinamento dell’aria, del mare e del fiume, il traffico e la viabilità, lo smaltimento dei rifiuti, l’occupazione giovanile, il mal funzionamento dell’ospedale e degli enti pubblici, il degrado dei quartieri periferici e la mancanza di servizi, il problema dei senza tetto e dell’edilizia popolare, l’insabbiamento del porto. La lista potrebbe continuare all’infinito.

 

LE GRANDI OPERE DEL COMUNE

Il Comune di Pescara sta realizzando alcune grandi opere come la filovia sulla Strada Parco e lo Stadio del Mare sulla spiaggia antistante la rotonda della nave di Cascella.

Altre opere che andrebbero a ridisegnare l’urbanistica di ampie zone della città sono state bloccate per mancanza di fondi : i Piani particolareggiati per il porto marina sud e per Fontanelle, il piano di riqualificazione della zona portuale,la Ridefinizione dell’area di risulta, la Nuova sede regionale Rai, la realizzazione della sede regionale. Tuttavia il fatto che non vengano avviate è forse una fortuna visto che si tratterebbe, purtroppo, di nuove e inutili colate di cemento su Pescara.

 

COME IMMAGINIAMO LA NOSTRA CITTA’

Aldilà delle questioni politiche e strettamente tecniche io credo che la maggior parte dei cittadini desideri una Pescara diversa. La Strada Parco potrebbe diventare il polmone della città, incrementandone il verde e soprattutto valorizzandone la pista ciclabile, da estendere alle vie centrali ( Via Cesare Battisti), che verrebbero ovviamente chiuse al traffico. Tale progetto costituirebbe una fase della ridefinizione della mobilità di Pescara, con un piano che preveda l’incentivazione all’uso della bicicletta e dei mezzi pubblici ( aumento delle piste ciclabili, incremento delle linee degli autobus, bus elettrici, parcheggi di scambio, possibilità di affitto bici in ogni quartiere della città ecc.)

La rotonda della nave di Cascella dovrebbe rimanere così, anzi tornare ad avere le belle aiuole fiorite e l’orologio come 20 anni fa con l’azzurro del mare che le farebbe da cornice.

 

 

 

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L’area di risulta venire dotata di spazi verdi e perché no anche di un teatro comunale, visto che in seguito all’abbattimento del teatro Pomponio Pescara ne è rimasta sprovvista.

L’ex Cofa potrebbe diventare un centro polivalente e multiculturale in grado di ospitare le tante associazioni di Pescara ( associazioni culturali, ambientaliste e di volontariato ).

Le periferie andrebbero riqualificate iniziando semplicemente con il costruire i marciapiedi e con la manutenzione delle aiuole, per arrivare ad incrementare gli spazi verdi e finanziare i consigli di Circoscrizione al fine di renderli effettivi servizi per il cittadino.

La lista potrebbe continuare, ma è obbligatorio concluderla con il lungo fiume, luogo abbandonato e degradato della città che potrebbe rappresentarne il simbolo e il polo d’attrazione.

 

IL RUOLO DEI CITTADINI

Ovviamente tante possono essere le proposte e diverse le soluzioni ai problemi della città. Tuttavia bisogna segnalare il fatto che la cittadinanza non è stata consultata né per la costruzione delle Filovia e né per la costruzione dello Stadio del Mare.

In particolar modo per la prima opera, dato che cambierà radicalmente il territorio, era doveroso da parte dell’amministrazione comunale attuale e per quelle precedenti chiedere il parere degli abitanti di quella zona, e non solo ma anche indire un referendum rivolto a tutti. In particolar modo nell’amministrazione delle città il ruolo dei cittadini dovrebbe essere diverso e non essere ridotto a quello di spettatori passivi che diventano importanti per le forze politiche solo al momento del voto.

Siamo di fronte ad una crisi profonda della politica sia per la questione morale, ma soprattutto per l’incompetenza dei politici, sia di destra che di sinistra, che sono incapaci di trovare soluzioni idonee alle diverse realtà locali e per il nostro Paese.

Il rinnovamento della politica può avvenire solo dal basso, e i referendum sono stati un esempio di ciò, e non certamente dai partiti in cui giochi di potere interni e gli interessi particolaristici impediscono un dibattito costruttivo e un processo realmente democratico.

Si rende necessaria la partecipazione dei cittadini al processo di costruzione della politica. Questo ruolo non è facile da sostenere dopo tanti anni in cui essi sono stati abituati solo a delegare e anche perché la professionalizzazione della politica ha provocato uno scollamento tra il “Palazzo” e la società civile. Tuttavia è indispensabile un cambiamento in tal senso se si intende trasformare la politica e la società.

Si dovrebbe cominciare a discutere di come tal ruolo possa essere svolto prendendo come esempio la polis greca e la democrazia ateniese del quarto secolo a.c.. Oppure per fare riferimento ad esperienze recenti riflettere sull’esperimento del “bilancio partecipativo” realizzato a Porto Allegre, ma anche in alcuni comuni italiani. Una discussione, o meglio un confronto tra due modelli di democrazia, la democrazia diretta e indiretta.

Tornando a parlare di Pescara un inizio per la ridefinizione del ruolo dei cittadini nella politica potrebbe essere rappresentata dalla costruzione di una “Rete cittadina”, che riunisca i comitati, le associazioni e soprattutto i singoli cittadini e che immagini una Pescara del futuro, città sicuramente post-moderna, ma anche dal volto umano.

 

Lorenza

 

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La cricca senza vergogna

Luciano Martocchia

 

Lo scorso 17 luglio ad Aielli (AQ) doveva essere inaugurato per una prodezza servil genuflettente al Governo berlusconiano in carica un monumento e intitolata una piazza al Prefetto fascista in carica durante il ventennio mussoliniano, Guido Letta, padre dell’attuale sotto segretario alla Presidenza del Consiglio della Repubblica italiana Gianni Letta.

Sinceramente mi appare poco opportuno e corretto la scelta di intitolare un monumento e una piazza al Prefetto Guido Letta. Pur a distanza di ormai 70 anni, non si può non ricordare che il Prefetto Letta, nel 1939, fu tra i più esigenti e rigorosi attuatori delle famigerate leggi razziali emanate dal fascismo e causa di deportazione e morte per migliaia di ebrei italiani.

Propongo – a titolo esemplificativo e senza commento – l’agghiacciante nota "riservata personale" di Guido Letta del 5 luglio 1939, indirizzata ai "Fascisti Podestà e Commissari Prefettizi" udite, udite:

"L'applicazione rigorosa delle leggi razziali, come era nelle direttive del Gran Consiglio, conduce ad una inevitabile conseguenza: separare quanto è possibile gli italiani dall'esiguo gruppo di appartenenti alla razza ebraica, che, se anche in parte discriminati restano pur sempre soggetti ad un regime di restrizione e limitazione dei diritti civili e politici.

Occorre pertanto favorire nei modi più idonei ed opportuni questo processo di lenta ma inesorabile separazione anche materiale.

Su queste direttive richiamo la vostra personale attenzione e vi prego di farmi conoscere le

iniziative, che d'intesa coi Fasci, prenderete al riguardo e i risultati ottenuti".

 

L’Amministrazione comunale, inoltre, aveva deciso di intitolare al Prefetto Letta, l’attuale Piazza Risorgimento (sostenendo che si tratterebbe di una denominazione mai formalizzata e legata alla “rinascita” del paese dopo il terremoto).

E allora a maggior ragione – proprio nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia – sarebbe stato giusto e importante consolidare con un atto ufficiale del Comune quell’antica e gloriosa intitolazione.

E poi conferire la cittadinanza onoraria al figlio , l’On. Gianni Letta, suvvia.. mi par troppo!

Foretebraccio, il celebre corsivista dell’Unità starà rivoltandosi dalle risate nella tomba ,lui che chiamava Gianni Letta, allora Direttore del quotidiano Il Tempo, con l’appellativo di “letta letta” Le Associazioni Nazionali Partigiani d’Italia ( ANPI) tramite le rispettive segreterie provinciali abruzzesi, Pescara , Teramo L’Aquila e Chieti hanno emesso un duro comunicato stigmatizzando l’operato del sindaco di Aiellie della sua giunta e pochi giorni dopo un dispaccio dell’ANSA, pubblicato di maggiori quotidiani regionali, Il Centro e Il Messaggero informava della marcia indietro del Comune adducendo la scusa di impegni governativi dell’on. Letta:

ANSA (Avezzano – L’Aquila) :Tutto bloccato e rinviato ad altra data per l' intitolazione di una piazza e del monumento al "Prefetto fascista Guido Letta", e per l'attribuzione della cittadinanza onoraria al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, in programma per domenica prossima ad Aielli (L' Aquila). Lo ha reso noto, nel pomeriggio di oggi, il Sindaco del comune marsicano Benedetto di Censo, dopo un colloquio telefonico con il Sottosegretario che ha chiesto il rinvio a causa dei suoi improrogabili impegni istituzionali legati alla manovra economica e ad un viaggio di lavoro a Bruxelles.

 

A quanto si arriva per soddisfare i bassi stinti elettorali di una destra che dimostra di non aver nessuna remora adoperare uno schifoso revisionismo storico, concedendo l’onore dell’intitolazione di una piazza ad un fascista della più truce vocazione antisemita e razzista e tutto questo per compiacere il più untuoso e discutibile uomo del partito di Berlusconi, l’uomo che più di tutti è depositario di tutti i segreti e malefatte nella

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notte della Repubblica italiana circa le trame e i depistaggi di stato, la P2 e quant’altro, colui che lo stesso Caimano ha designato nientemeno alla carica di Presidente della Repubblica. Del padre Guido abbiamo parlato, ma chi è Gianni Letta?

Fondi neri. Bustarelle. Pressioni sulla Rai e sulla Consulta. E se la piantassimo di dire (anche a sinistra) che è un “grande statista” ?

Ma certo, Gianni Letta è "un galantuomo e un servitore delle istituzioni" (Berlusconi, Pdl). E, ci mancherebbe, "un onesto servitore dello Stato" (Follini, Pd). E, figuriamoci, "gode di una stima a 360 gradi, bipartisan" (Bocchino, Fli). Per cui, "è incredibile e indegno solo avanzare dubbi sulla sua correttezza e integrità" (Lupi, Pdl).

 

Piacerebbe a molti, se il loro nome finisse in un'indagine, essere immantinente ricevuti dal capo dello Stato e dal presidente della Camera. Ma questa fortuna è toccata solo a Letta, poche ore dopo l'uscita del verbale di Bisignani: "Informavo Letta delle notizie comunicatemi da Papa (magistrato e deputato Pdl, raggiunto da un mandato di cattura, ndr.) e in particolare di tutte le vicende che potevano riguardarlo direttamente o indirettamente, come la vicenda Verdini e il procedimento che riguardava lui stesso".

 

E tutti a fare la faccia dell'Urlo di Munch: no, Letta no, è impossibile. Eppure, salvo casi di omonimia, deve trattarsi dello stesso Letta, allora direttore de "Il Tempo", che nel 1984 il presidente Italstat Ettore Bernabei chiamò in causa a proposito dei fondi neri Iri davanti al giudice Gherardo Colombo: "Venne a trovarmi Gianni Letta, al quale consegnai 1,5 miliardi di lire in Cct, dietro promessa di appoggio alla politica economica di Italstat". Letta ammise: "Operazione legittima. L'Iri pagava una campagna promozionale. Chi doveva dirci che i fondi erano neri?". Ma a Bernabei la campagna non risultava: "Nulla so della effettiva utilizzazione da parte del Letta di Cct per 1,5 miliardi di lire". Il processo traslocò a Roma e riposò in pace. Il nostro monumento di onestà, promosso vicepresidente Fininvest, tornò alla Procura di Milano nel '93 per confessare a Di Pietro di aver versato una mazzetta di 70 milioni al segretario Psdi Antonio Cariglia nel 1989, quand'era il lobbista parlamentare del Biscione, alla vigilia della legge Mammì:

"La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino". Lo salvò l'amnistia. Un anno dopo andò al governo e parlò subito da statista: "L'ipotesi di un conflitto d'interessi tra l'imprenditore Berlusconi e il presidente Berlusconi è inesistente e impossibile".

 

Nel 2008 finì di nuovo indagato a Roma e poi a Lagonegro per abuso d'ufficio, con l'accusa di aver appoggiato una coop vicina a Cl negli appalti dei centri di raccolta profughi e in un contenzioso fiscale (l'indagine su cui Papa spifferava a Bisignani che soffiava a Letta). Intanto veniva sollecitato dal commissario Agcom Innocenzi a darsi da fare col presidente Calabrò per bloccare "Annozero":

" Tu sei l'ultima spiaggia".

E quando l’ Abruzzo finì sotto le macerie del terremoto e sotto il fango della Cricca, giurò: "Gli imprenditori che ridevano la notte del sisma non hanno mai messo piede a l'Aquila, non hanno avuto né avranno un euro di lavori". Ma le indagini lo smentirono. Ma Berlusconi, dopo aver messo "le mani nel fuoco per Gianni", sicuro della sua integrità, finirà insieme al suo delfino ridotto a moncherino ? Ci spero poco !

 

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Sono tornate le gabbie salariali di V. Valletta

Tonino D’Orazio

 

Il CCNL di tutte le categorie aveva, ed ha tuttora, un pregio. Copre il 100% dei lavoratori e unifica l’intero territorio nazionale in un contesto solidale e di certezza. Il contratto di secondo livello, che sembra essere ormai la sola via da seguire (Cisl e sgravi fiscali dixit), coprirebbe solo il 15% dei lavoratori, quelli delle grandi imprese sia nel primario, nel secondario che nel terziario. Quelle del nord e forse del centro Italia. Il Sud in ulteriore abbandono. Come negli anni ’50. Si passa da una politica generale a quella particolare del libero mercato. Si comincia una nuova stagione di relazioni sindacali e contrattuali incontrollabili. Quella della deroga al CCNL e proprio all’unità di tutti i lavoratori, quest’ultima, storica deontologia della Cgil. Una sconfitta preannunciata. Chiaro che la derogabilità eccezionale diventerà prassi abituale. Si apre un po’ la

porta, entra il tifone. Come non ricordare Treu e le varie flessibilità introdotte nel mondo del lavoro (e poi di Biagi e della tensione costante di Ichino ecc…) in nome di un mirabolante nuovo sviluppo del paese. Anche quelle dovevano essere eccezionali e momentanee. Bisognava rilanciare la produttività e la competitività italiana sulle spalle di una o due generazioni di lavoratori. Dieci/dodici anni dopo abbiamo davanti il disastro del mondo del lavoro, un dramma di 5 milioni di disperati a tempo e di circa 2 milioni di giovani che non ci stanno nemmeno a provare, un dramma sociale unico in Europa, tutti elementi che hanno condotto il paese in ginocchio e alla povertà. Le statistiche internazionali sono impietose.

Questo accordo rimette la Cgil “sul binario giusto”, al tavolo della trattativa. Giusto esserci, è la funzione del sindacato trattare. Ma è una battuta di poco livello tenuto conto che non ci sarà più nulla da contrattare per tutti. Solo i più forti, forse, potranno farlo, a meno che qualche legge non glielo impedisca. E’ il tavolo evangelico del “ricco epulone”, quello delle briciole e delle chiacchiere politichesi.

Infatti tutti i dettagli dell’accordo diventano superflui di fronte ad un arretramento così evidente. Già gli accordi precedenti, partendo dal luglio 1993, e gli accordi di “salviamo l’Italia dal baratro”, che per intenderci ci hanno propinato ogni dieci anni circa (è ormai la lunghezza ciclica delle creisi), hanno portato la classe operaia italiana e i pensionati a una perdita secca del potere d’acquisto di più dell’80% (Ires Cgil). Anche chi “lavora” è povero. Qualcuno non deve aver fatto fino in fondo il suo dovere sindacale, cioè quello di salvaguardare il sudore e la fatica del lavoro con remunerazione congrua. Come hanno fatto i sindacati tedeschi. Alla fine, di volta in volta, si è accettato il meno peggio come realismo e si è sempre trattato al ribasso, accettando la falsità dell’inflazione programmata e continuamente erosa (pensate allo scorporo della fattura energetica).

Sia con il centro-destra che con il centro-sinistra. Persi ormai i soldi e l’organizzazione del lavoro è facile perdere anche la dignità. I soldi, le imprese non ne hanno mai a sufficienza per pagare le tasse, (non hanno più bilanci certi perché il falso non è più perseguibile penalmente, non hanno più visite fiscali, se non una ogni sei mesi), oppure se li hanno li distribuiscono come vogliono (Vedi esempio Sevel, nessun premio di produzione ai lavoratori, tutto ai dirigenti, è un primo assaggio di Fiat-Valletta-Marchionne dopo la firma “dell’accordo”), non c’è possibilità di discussione, e con lo sciopero gli facciamo un baffo. Altro che

 

 

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salario aggiuntivo di produttività. Vittorio Valletta, l’uomo che guidò la Fiat durante il fascismo e l’uomo che viene ricordato per aver “isolato la Cgil” nel dopo guerra. Qualcuno dice che la storia non è ciclica.

Un’altra discussione centrale, che si trascina dalla Prima Internazionale del 1862, è quella della democrazia, se debba essere partecipata o delegata. Indubbiamente dopo il 1948 la Cisl ha scelto quella delegata. Gli accordi aziendali verranno votati dai rappresentanti sindacali e non dai lavoratori in referendum. La Cgil ribadisce oggi, come grande vittoria, la democrazia delegata. Al contrario della Fiom.

Due dubbi. Uno quello dello scarico di responsabilità diretta dai lavoratori e alle loro rappresentanze, RSU e RSA. Un grande peso viene dato alle RSA, le rappresentanze sindacali aziendali, nominate dai sindacati e non dai lavoratori, a differenza delle RSU che sono elette. Bene, la Cgil si può certamente “alleggerire” di decine, se non centinaia, di funzionari non più necessari alla confederalità.

L’altro dubbio sta nel quadro politico generale italiano, e cioè sui tempi e sui modi “dell’accordo”. Sui modi sembra essere piombato a ciel sereno su tutta la reale complessa organizzazione confederale della Cgil. Lasciando tutti quasi senza fiato per la velocità di decisione e l’assenza di far vivere l’accordo o alcune tematiche, preventivamente, nel corpo dell’organizzazione. Si farà dopo a colpo di maggioranza contro minoranza. E’ ridiventata prassi democratica necessaria dall’ultimo congresso.

Sui tempi vi sono due malizie. Intanto avviene dopo le “giornate del lavoro” che il PD ha svolto a Torino qualche giorno prima, dove finalmente hanno isolato Ichino e le sue chiacchiere ideologiche diventate dramma per milioni di lavoratori e di giovani e oro colato per i padroni. L’altra è quella di aver spento, di colpo, ciò che la Cgil ha rappresentato di speranza, di lotte democratiche e di popolo in questi anni di resistenza, compreso il suo appoggio ai referendum ultimi, per una riappropriazione dei beni comuni e del diritto, che hanno visto vincere i cittadini, diciamo la società civile, contro gran parte dei partiti. Infatti alcuni si sono schierati solo all’ultimo momento, quando in aria c’era profumo di cambiamento, dopo le amministrative, alcune di queste risultate strane ma interessanti.

L’unità delle opposizioni, in una eventuale grande balena, necessita dell’unità sindacale (comunque sempre un bene in sé) a tutti i costi, sia perché è utile per non avere turbolenze magari successive, sia per imbrigliare la resistente Cgil ai tagli futuri che si prevedono (40 miliardi di euro) sempre ovviamente sul sociale, anche se dovesse vincere il centro-centro-sinistra. Non vorrei che alla crisi generale, anche europea, si reagisse solo con rinunce e sacrifici, ricetta proposta fortemente al sud dell’Europa. Fino ad oggi programmi di austerità non hanno portato a nulla, anzi. Ci tocca quindi di nuovo “salvare l’Italia”. Tutti a sostegno del capitalismo rampante, libero e sempre più ricco. Dopo 17 anni di berlusconismo, aspettare un anno e veder passare la nottata non poteva essere poi così drammatico. Serviva buttare le mani avanti perché dopo sarebbe stato troppo evidente?

Prendetela solo per una malizia, ma a pensar male… ci siamo un po’ abituati.

 

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Troppe botte al povero Darwin ovvero quando l’uomo se la prende con sé stesso…

Dall’evoluzionismo all…evoluzionismo!

di Carmelo R. Viola

 

La scienza della vita nasce dall’osservazione e descrizione dell’esistente. Il panta-rei biologico, sotto gli occhi di tutti per poco che si aguzzi la vista, può benissimo configurarsi come un evolversi dal semplice al complesso, dal vegetale-animale all’umano, dall’istintivo-inconscio al razionale-responsabile, dalla fame al pensiero astratto, dall’egocentrismo fagico-predatorio dell’antropozoo all’empatia etico-affettiva dell’uomo “compiuto”. Questo movimento dal meno al più, dal basso verso l’alto per elaborazione dell’esperienza (vita vissuta) e quindi di attitudini e di costumi al livello del Dna e di “coscienza immediata”, è evoluzione biologica e biogenetica, è un nascere della vita dalla Vita, un emergere (donde esistenza, da ex-sistere) della vita attuale dalla Vita potenziale: si può ben parlare di evoluzionismo anche senza conoscere Darwin.

La metamorfosi, che dal neonato, tutto impegnato a succhiare il latte materno per l’immediato esserci (essere al mondo) porta via via all’uomo tutto impegnato a pensare e a creare con l’arte e con il cervello, è evoluzione. Ed è evoluzionismo la teoria, che se ne deduce e la letteratura che la descrive. Evoluzione è un concetto prettamente biologico e sta per cambiamento graduale di un organismo vivente, delle singole specie e dell’universo vivente preso nel suo insieme (di interdipendenza: biosfera). Evoluzione particolare è quella della specie umana, che dall’animale va all’antropozoo e da questo all’uomo propriamente detto.

L’evoluzione è una constatazione prima di essere una possibile teoria. Il primo momento dell’approccio scientifico della ricerca sulla vita è quello di constatare come si manifesta la vita stessa ovvero di prendere atto dell’esistente. Un altro è quello di considerare il fenomeno vita in rapporto alle condizioni ambientali, favorevoli o meno. Un altro è quello di dare una definizione alle pulsioni in cui sia possibile immaginare i motori della vita e quindi la ragion d’essere immediata della stessa. La biologia del sociale – mia creatura – ha configurato in cinque pulsioni o momenti più o meno quello che Bergson chiamò felicemente “slancio vitale”.

La scienza della vita è uno studio, che s’impianta e si conduce necessariamente all’interno del fenomeno – o se si preferisce, “epifenomeno” - vita. Si tratta di una scienza sui generis perché in essa convergono, possiamo dire a pari titolo, il dato sensibile-oggettivo-somatico-certo-esteso e quello psichicointuitivo- ipotetico-inesteso e i cui confini sono convenzionali, teorici, evanescenti. Le cognizioni, che possiamo trarre da tale esperienza induttivo-deduttiva, sono:

1 - La vita nasce necessariamente dalla vita. Ciò significa che non avremmo vita reale (attuale) se non preesistesse una Vita potenziale. Un esempio intuitivo potrebbe essere quello della mela marcia: che non potrebbe produrre il verme se i suoi componenti non fossero predisposti alla produzione di minuscole sintesi vitali. Pertanto, quando parliamo di vita, ci riferiamo a questi due livelli.

2 - La materia vivente – intendo dire “in istato di vita attuale” - è organica e “scorrevole” perché si trasforma e diviene. Organico è sinonimo di biologico.

3 - Ogni soggetto vivente – dal virus dall’uomo – è dotato di una “volontà esistenziale” ovvero è l’espressione di una pulsione vitale poliedrica o polivalente, che la spinge a cercare le migliori condizioni ambientali per sopravvivere e per evolversi (“scorrere”) entro i limiti più o meno stabili della specie di appartenenza o entro i confini dilatabili della specie umana.

4 - Tale volontà esistenziale – il cui impulso primo e universale è la fame – è la radice immediata di una vera e propria agonistica “lotta per l’esistenza” e si risolve in un processo di adattamento e di selezione naturale. Per convincersene basta osservare – e non è poco – il comportamento dei microbi patogeni delle malattie infiammatorie al trattamento antibiotico.

5 - Tale volontà esistenziale è presente pertanto anche in un vegetale che, al pari della fauna, nel tempo sviluppa delle armi di difesa-offesa (come le spine), manifestando un’”intelligenza inconscia”.

6 - La specie umana percorre un arco evolutivo-esistenziale così ampio (dal bruto al possibile geniale) da consentirci di affermare che il soggetto-uomo (o individuo umano) è quello che diventa.

7 - L’evoluzione delle specie ha il carattere della continuità: se il nuovo derivi da una mutazione genetica o – magari con un salto apparente - dall’intervento di un “soggetto da identificare” (caso), non fa differenza: ciò che conta sono i fatti non la loro paternità.

 

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8 - Se si vuole tirare una conclusione, può essere questa (tautologica): la vita nasce dalla vita ed è fine a sé stessa. Questa conclusione dà l’unica risposta possibile alle domande massime rispettivamente circa l’origine e la finalità della vita.

Quando parliamo della vita – e dell’evoluzione , che è la vita – non abbiamo bisogno di ricorrere a chicchessia, meno che mai a Darwin. Ma è evidente che questi, per elaborare la sua teoria – passata, non per caso, per evoluzionismo – si è giustamente calato nel contesto dell’esistente e non avrebbe potuto fare diversamente per restare entro i confini della realtà empirica. Egli ha supposto, nel rispetto di questi confini, che i viventi più complicati derivino, comunque, dagli organismi più elementari: chi prova che non possa essere così? Tanto più che è un dato di fatto che i geni – che costituiscono i cromosomi della cellula – sono

identici nella pera, nella lucertola e in noi uomini.

Quanto all’origine prima della vita, si può semplicemente dire che siamo fuori tema. L’evoluzione biologica (laddove biologica è già un pleonasmo dato che vita è sinonimo di evoluzione) può avere interpreti, convergenti o divergenti, ma non antagonisti, perché le sue competenze si esauriscono nella dinamica della vita entro i limiti dell’empirico, del sensibile e, al massimo, dell’intuizione. E’ scontato che alle due domande massime (sopra riportate) l’uomo non può rispondere se non con l’agnostico dubbio: il desiderio superbo di superare questa impossibilità non ci autorizza ad accreditare nessuna creazione - ipotesi o fede - che non sta né in cielo né in terra. La creazione del tutto da parte di un demiurgo sommo è la negazione totale di ogni scienza e di ogni logica. Creare il mondo può avere il solo significato di essere il mondo in ogni sua particella, significa essere il più minuscolo fila d’erba, che cresce e parimenti in ogni cellula vivente, che si comporta in senso funzionale alla sintesi psicosomatica, di cui è parte. Un’entità – detta Dio o come dir si voglia –che con la sola volontà “crei” l’universo e lo governi, è un non senso non foss’altro perché il prima-creazione presupporrebbe un nulla assoluto (cioè l’assenza anche dello spazio – sic!); inoltre Dio sarebbe stato per un tempo infinito (sic!) solo e inutile, il che è altrettanto privo di significato. L’ipotesi di una materia-madre (ilozoismo) non è meno credibile di un creatore-persona. Del resto, se questi esistesse, non si comprende perché debbano essere gli uomini, sue creature, a cercarlo (cadendo tra le fauci dei suoi sedicenti rappresentanti) e non piuttosto essere lo stesso a rendersi visibile, sensibile e

credibile alle sue creature. Né il cosiddetto fissismo può sostituire l’evoluzionismo, se è vero che la sola parola è antibiologica, dato che in natura tutto si muove, anche ciò che appare immutabile. Supponiamo pure che tutte le specie viventi siano state “create” e che la mutazione genetica sia un flatus vocis: ebbene, ciò che conta è che le stesse scorrano lungo l’infinito panta-rei dell’esistente.

Se Darwin abbia parlato di “caso” come demiurgo biogenetico, non ha fatto altro che dare l’unico soggetto possibile alla mutazione, che non fosse Dio, che, non spiegando sé stesso, non può spiegare alcunché. La scelta del soggetto-caso (che significa, come detto più sopra, “soggetto da identificare”) non dovrebbe scandalizzare se rapportata all’ipotesi di un ente creatore di tutto ex nihilo. Al Darwin – e vado alla conclusione – si contesta che specie nuove possano essere il prodotto della selezione naturale: ma si tratta di parole contro parole. Manca la prova dei fatti e tuttavia da qualche parte si menano botte da orbi al povero Darwin. Né io che, peraltro mi occupo solo di sociale e di esistente, credo sia il caso di entrare nel profondo merito. L’evoluzionismo, infatti, rimane valido comunque. Sinceramente non sono riuscito a comprendere la posizione e l’intenzione di quanti (spesso cattolici con o senza maschera ipocrita) si son dati a lapidare la teoria di Darwin, reo di lavorare su un esistente di cui non è in grado .- come nessuno di noi, del resto – di spiegare la prima origine sempreché una prima origine ci sia stata. Non si può accusare il grande naturalista di non sapere dare all’intelligenza inconscia della selezione naturale un’identità diversa dal caso che ha il valore di una possibile “esperienza aperta”.

La poliedrica scienza della medicina ci offre l’esempio parametrico di come si possa creare una disciplina, utile all’uomo, restando nell’àmbito dell’esistente, cioè senza preoccuparsi di un’origine prima e di un finalismo ultimo (teleologia), categorie per lo meno superflue - quando non fuorvianti – per le sorti di un’umanità, che vive nell’esistente e di esistente si nutre. Lo stesso si può dire della sociologia, dell’economia, della fisica, dell’astronomia e di tante altre scienze e discipline. Con quest’intervento, ridotto all’osso per motivi di spazio, intendo lanciare un appello perché si cessi di aggredire un grande studioso e la sua opera come si trattasse di un malfattore o di trattarlo come si trattasse di un idiota perché, pur non essendo ateo, non se la sente onestamente di risolvere con un dantesco “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare” ciò che ci si deve aspettare solo dalla ricerca scientifica o può restare solo un “vuoto di conoscenza”.

 

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Ricominciare dal basso

di Andrea Papi

 

Agire dentro i gangli del sistema per tentare di riformarlo è sempre stato fallimentare. Sono altre le strade da cercare di percorrere.

 

Mi chiedo perché nonostante nel mondo tutto sembri muoversi abbastanza velocemente, lanciando segnali di cambiamenti in alcuni casi epocali come in Nord-Africa, in Italia al contrario viviamo la sensazione costante di un immobilismo che ci fa sembrare di non essere neppure parte del mondo. Da noi la situazione sembra davvero stagnante, addirittura inamovibile, non certo perché tutto funzioni a meraviglia, dal momento che praticamente nulla funziona veramente, mentre le prospettive che abbiamo di fronte sono a dir poco deprimenti e avvilenti. La sensazione netta che se ne ricava è che stiamo vivendo un declino che al momento sembra inarrestabile, esteso ad ogni livello e ad ogni ambito, da quello politico a quello economico a quello sociale. Personalmente sono arciconvinto che questo degrado, vera e propria action in progress, sia un effettivo dato di fatto più che una semplice sensazione. Sono pure convinto che non sia casuale, bensì la logica conseguenza di una serie di scelte di fondo volute appositamente negli ultimi decenni da elementi culturali predominanti forniti di grande potere e di una grande capacità d’influenza. Nel suo insieme la nostra società oggi appare chiusa nelle proprie paure e ottusa nella comprensione del mondo, incapace sia di volere sia di pensare come innovarsi e come far emergere uno spirito comune in grado di farci rialzare la testa e farci sentire fieri del nostro esserci e del nostro operare. Da storico punto di riferimento culturale planetario ci siamo trasformati in una retroguardia del senso comune, irrigiditi in un permanente arretramento rispetto alla globalità del divenire. Eppure non è che manchi la ricchezza, soprattutto monetaria, la quale è sempre più mero appannaggio di una minoranza superprivilegiata, a detrimento di tutti gli altri. La stragrande maggioranza della popolazione, irretita giocoforza in una spirale perversa di pauperizzazione costante e di diffuso impoverimento culturale, un passo dopo l’altro sta progressivamente perdendo ogni conquista ed ogni possibilità di benessere. Ciò per cui sono riuscite a distinguersi le classi dirigenti di casa nostra è il progressivo e costante indebitamento pubblico che, sottraendo con scientifica e calcolata costanza ai cittadini senza potere quel poco di benessere personale che erano riusciti a racimolare con dura fatica, ha permesso ai privilegiati di arricchirsi. Questi pescecani avidi di potere hanno dilapidato e continuano a dilapidare il patrimonio collettivo, senza praticamente risolvere nessun problema e senza migliorare le condizioni di vita. Così fin dalla nascita ognuno di noi si trova sul groppone un debito di diverse decine di migliaia di euro, senza esserne responsabile, senza fra l’altro possedere nulla e senza avere di fronte prospettive esistenziali rassicuranti. Anzi!

La lotta per l’emancipazione Se c’era bisogno di una prova per dimostrare il completo fallimento del modo in auge d’intendere la gestione della cosa pubblica, ebbene eccolo: è proprio nei fatti e nei risultati dell’operare di lor signori, i quali, nonostante i loro sistematici fiaschi, continuano incuranti ad autopropinarsi super/lauti emolumenti, stabilendo da soli che debbono essere premiati per lo sfascio di cui sono responsabili. Hanno dimostrato e stanno dimostrando che l’origine del furto sociale non è tanto la proprietà privata quanto l’esproprio e l’imposizione gerarchica della gestione dei beni collettivi. Loro si arricchiscono e noi c’impoveriamo, senza soluzione di discontinuità.Questa situazione di progressivo degrado sociale in atto ha potuto insediarsi perché è stata preparata accuratamente come possibilità voluta dai potenti di turno. All’origine ci stanno sostanzialmente due motivi fondamentali, uno di dinamica economica ed uno strettamente politico, nel senso proprio di modalità e metodi di conduzione della gestione della polis. Motivi e cause che da troppo tempo ormai corrompono e erodono progressivamente la qualità delle relazioni sociali e dell’esistenza di ognuno di noi.Per quanto riguarda la dinamica economica siamo pervenuti ad una fase di sviluppo mondiale del capitalismo caratterizzata da uno spostamento della centralità del sistema dominante, dal momento produttivo a quello finanziario. Oggi chi decide le scelte d’investimento e di politica economica non sono certo i proprietari, ma chi gestisce la finanza. La proprietà privata, antica bestia nera dei socialismi delle origini, da tempo non rappresenta più il fondamento economico dalla cui soggezione bisogna emanciparsi. Non è più possibile identificare la lotta per l’emancipazione liberatrice nella priorità dello scontro tra le strutture del capitalismo proprietario e l’insieme degli sfruttati. Non ha più senso illudersi di combattere un nemico/struttura che s’impone con la prepotenza della padronanza di una classe egemone. Oggi il nemico vero è plurale e non necessariamente strutturato in classe. Abbiamo un insieme di tendenze, raffinata destrezza speculativa capacità d’influenza, accompagnate da un’enorme abilità nel fluttuare al di là e sopra le burocrazie statali. Questa situazione dell’attuale autoritarismo economico ha portato all’esasperazione i già devastanti aspetti negativi della disuguaglianza economica e sociale, rendendo sempre più estreme le differenze fondamentali tra chi può e chi non può, tra chi ha e chi non possiede. I ricchi sono sempre più ricchi e continuano ad accumulare capitali e ricchezze che in diversi casi raggiungono quantità iperboliche, mentre i non abbienti sono sempre più poveri e aumenta di quantità la fascia sociale della miseria e dell’indigenza. Inoltre la subordinazione lavorativa ha sempre più l’aspetto di una precarietà endemica, rendendo ancora più deboli e fragili gli ultimi e coloro che già sono deboli. Abbiamo così che l’imperio della sudditanza economica è massimamente ingenerato da oligarchie diversificate, in gran parte anonime, impossibili da inquadrare all’interno di irreali categorie classiste se non attraverso astratti equilibrismi verbali, che non possono che scontrarsi con le dinamiche di movimento e di gestione che ci stanno opprimendo. La realtà è fluida e non strutturata e bisogna imparare ad affrontarla tenendo conto della sua complessità, non rigida né stabile, che soprattutto ha una grande capacità di adattamento e trasformazione.In Italia tutto ciò è amplificato e scatena effetti particolarmente gravi che si riversano sull’insieme della popolazione. L’asfissiante clientelismo politico delle lobbies al potere ha reso endemico un alto livello di corruzione e d’inefficienza manageriale delle classi dirigenti, tali che il debito pubblico è altissimo e l’economia non riesce a stare al passo con le spinte della globalizzazione.

I meccanismi di controllo Per quanto riguarda il fondamentale politico risiede in una specie di peccato originale: il fallimento della democrazia. L’entrata nella modernità dell’occidente ha dato vita e forma alla democrazia rappresentativa, considerata in modo autoreferenziale come il punto più alto della realizzazione delle istanze di libertà liberali. Probabilmente i padri fondatori della liberaldemocrazia hanno sottovalutato gli effetti possibili delle spinte autoritarie e delle pulsioni verso il dominio presenti nella cultura dominante e nelle propensioni diffuse. Un passo dopo l’altro, nella definizione delle regole e nell’applicazione delle procedure, sono stati definitivamente prima mistificati poi traviati lo spirito della rappresentanza e il senso profondo della democrazia.L’istituto della rappresentanza da momento rappresentativo si è trasformato in mero atto di delega di potere. Tutto dipende da cosa s’intende, dal momento che in politica la rappresentanza ha assunto nel tempo una molteplicità di significati. Siccome di fatto c’è rappresentanza quando qualcuno sceglie e agisce per conto di altri, bisognerebbe andare oltre questa selva polisemica per rintracciare lo spirito originario per cui è stata concepita e per comprenderne il senso profondo. Quando nel medioevo si cominciò a porre il problema, non a caso il rappresentante delegato era concepito come mero esecutore delle istruzioni impartite dai rappresentati.

La rappresentanza nacque come meccanismo politico dettato dalla necessità di avere esecutori fidati di volontà generali. Riconoscendo questo spirito originario la liberaldemocrazia concepì la rappresentanza come tecnica democratica che negli intenti avrebbe dovuto realizzare questa finalità, collegandola alle motivazioni fondamentali della sua filosofia politica, di controllare e limitare il potere. Concepì perciò l’istituzione di particolari meccanismi politici per la realizzazione di un rapporto di controllo tra governati e governanti. Ma questa visione non poteva andare bene alle tensioni egemoni e alle spinte verso il dominio presenti culturalmente in modo prevalente nell’immaginario politico diffuso. Le fortissime spinte di interessi economici di accumulazione capitalistica e la spinta conseguente a capitalizzare per accumulare cospicue rendite finanziarie hanno completato il quadro di annichilimento dei motivi per cui era nata la rappresentanza. I meccanismi di controllo per rispettare la volontà generale e le istanze individuali non sono compatibili coi bisogni di concentrazione di potere e di ricchezze in pochi mani. Le pressioni oligarchiche hanno avuto pienamente ragione delle spinte favorevoli alla partecipazione decisionale della democrazia diretta. Così l’istituto di rappresentanza, da momento politico di esecuzione di istruzioni e decisioni prese collettivamente, a poco a poco è diventato momento di legittimazione del comando dall’alto. Oggi non si vota per dare un mandato, come tale vincolante, che i delegati devono eseguire, ma per dare legittimità a chi ha il potere di decidere a sua discrezione senza dover rendere conto delle sue scelte ai deleganti. Da democrazia espressione del popolo, com’era stata pensata e concepita, si è passati a territorio politico dei leader che agiscono a propria discrezione legittimati dal consenso elettorale. Tutto ciò c’entra ben poco con lo spirito originario per cui ha preso avvio la forma democratica. Le strutture cosiddette democratiche di oggi in realtà non c’entrano nulla con il senso fondante della democrazia.

Il baratro dell’immobilismo Dopo la rivoluzione francese, che aveva dato grande forza alla tensione sociale verso uguaglianza libertà e fratellanza, principi fondamentali su cui si dovrebbe fondare una società emancipata dalla sudditanza e dal servilismo, nelle realizzazioni per la gestione politica ci si è allontanati sempre di più dai presupposti fondativi per far riemergere, in forme aggiornate e mascherate, ciò che la rivoluzione aveva tentato di sopprimere: la concentrazione assoluta del potere in poche mani. Ciò che non è più ritornato è il diritto aristocratico del censo, definitivamente soppresso. Ma la concentrazione del governo e del comando in poche mani privilegiate è ripresa pienamente, in forme nuove e da molti punti di vista più efficienti di prima per i privilegiati. Accompagnata da una concentrazione della ricchezza in poche mani, questa logica e questa tensione hanno portato quasi naturalmente alla situazione che stiamo vivendo. In Italia l’aggravante di una concentrazione massima di clientelismo politico, di lobbismo, di corruzione e d’inefficienza manageriale, consolidatesi in circa mezzo secolo di egemonia politica democristiana, sorretta dalla craxiana politica degli affari e dal catto/comunismo cultural/politico, hanno aperto la strada a una forma di esasperato cesarismo populistico, totalmente incentrato sull’esaltazione adulatrice e sull’elogio apologetico del leader, incensato dai suoi adulatori fino ad accettare di trasformare sempre la verità dei fatti a suo favore. Una situazione che ha portato al baratro dell’immobilismo che stiamo subendo.Per tentare di uscire da questo impasse, che ha tutta l’aria di essere strutturale, bisogna cominciare a pensare di ricostruire dal basso il tessuto sociale di relazioni, di solidarietà, di produzione di beni per tutti, di un’economia non più funzionale all’arricchimento dei privilegiati. Agire dentro i gangli del sistema per tentare di riformarlo è sempre stato fallimentare, perché i meccanismi di assorbimento e di conservazione del potere vigente sono fortissimi. Bisognerebbe invece porsi nell’ordine d’idee di ricostruire veramente dal basso, proprio per evitare di finire miseramente sempre più “in basso”.

 

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Prove tecniche di accordo

 

Tra le contraddizioni della Triplice e le scelte di Confindustria

 

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo vissuto una serie di “strappi” sia nel sistema delle relazioni industriali che nella tenuta della rappresentanza formale del lavoro e del capitale. Un classica “rivoluzione dall’alto” che sta trasformando radicalmente le condizioni di vita e di lavoro di milioni di uomini e di donne. Sulle pagine di UN abbiamo più volte analizzato le “ragioni” di Marchionne e della “famiglia”, le motivazioni reali di un’operazione che porta ad una mutazione radicale degli assetti del capitale finanziario ed industriale, per citare Bombassei, nell’attuale contesto globale.

Può valere però la pena di riprendere il filo di una deriva che pone al centro la struttura della contrattazione e cioè lo smantellamento del contratto nazionale nella sua dimensione di elemento di un compromesso sociale che le classi dominanti percepiscono come un vincolo al proprio libero agire.

Partiamo di una recente dichiarazione di Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro “La dimensione aziendale ha tutte le caratteristiche per essere quella prioritaria....vale il principio della prossimità, ciò che è più prossimo alle persone e alle imprese è più efficace. Basta guardare alla Germania, dove la dimensione aziendale delle relazioni industriali ha radici antiche e una presenza significativa.... La legge può servire perché l’accordo abbia efficacia erga omnes in azienda si applica il contratto che c’è. Dovranno le parti, e noi con loro, essere in grado di garantire piena efficacia a quegli accordi non solo perché necessari per gli investimenti, ma anche perché nei paesi occidentali il contratto aziendale è sempre più riconosciuto come quello più idoneo a far crescere le imprese in termini di condivisione sociale.” Dunque il ministro nostro pone l’accento sul contratto aziendale come utile alla “condivisione sociale”. Banalmente quest’affermazione vuol dire che gli interessi dei lavoratori oltre a non avere alcun carattere unilaterale, una volta si sarebbe detto “di classe”, non devono, o devono sempre meno, essere riconosciuti come interesse generale e, al contrario, devono essere una variabile dipendente del buon andamento dell’azienda.

Ciò in nome del sempre citato “contesto globale”. Il capitale, insomma, sembrerebbe essersi appropriato del famoso slogan ecologista “Pensare globalmente, agire localmente” rovesciandone, ma questo va da sé, il segno.

Vale la pena, a questo punto, di domandarsi quali siano le ragioni di cotanta disponibilità. Come è noto, negli scorsi mesi è avvenuto che Confindustria “attaccasse” la politica e, in particolare, il governo in quanto incapace di realizzare le riforme mille volte promesse nella direzione della liberalizzazione dell’economia. Ricordiamo ancora le risposte risentite del governo, il ritorno ad una tradizione di destra populista e persino anticapitalista che, come è noto, fa fino e non impegna.

Dopo il temporale, come sempre, l’arcobaleno adorna il paesaggio e governo e padronato trovano punti di accordo. Va anche detto che su questo terreno l’opposizione è pronta a dimostrare al padronato il suo spirito serio, rigoroso e responsabile come dimostrano le sue recenti uscite sulla necessità del rigore. Sentito il pupazzo, diamo la parola al pupazzaro:

“Le scelte di Confindustria sono ispirate all’unico criterio di creare le migliori condizioni perché le aziende possano essere competitive oggi, nell’attuale contesto globale. Per questo nel 2009 abbiamo firmato il Protocollo sui livelli contrattuali al costo di una non facile rottura con la Cgil. Per questo diciamo da tempo che laddove, come nel caso della Fiat, vi sia un contratto aziendale che ha il consenso della maggioranza dei lavoratori, tale contratto deve essere considerato valido per tutti e deve poter sostituire il Ccnl.

Condividiamo pienamente la richiesta di Fiat di avere un sistema in cui i contratti stipulati con una maggioranza dei lavoratori siano pienamente vincolanti per tutte le organizzazioni presenti in azienda. Come noto, siamo anzi pronti a

 

 

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definire un accordo in questo senso con le organizzazioni sindacali che possa essere poi recepito dal legislatore. Sarebbe un passaggio importante nella modernizzazione delle relazioni industriali, cui contiamo di lavorare in piena sintonia con Fiat”

“Alla luce di queste considerazioni, riteniamo che l’appartenenza a Confindustria non indebolisca Fiat, anzi la rafforzi. Non vediamo controindicazioni, né sul piano delle strategie di fondo né sotto il profilo strettamente tecnico-giuridico. Al riguardo, facciamo notare che la Fiat, come qualunque altra azienda, può essere associata a Confindustria pur avendo un proprio contratto aziendale sostitutivo rispetto al Contratto collettivo nazionale di lavoro. Non lo impedisce nessuna regola interna al sistema Confindustria. Né lo può impedire la legge o la giurisprudenza, dal momento che Confindustria è un’associazione del tutto volontaria”. (Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria per le Relazioni Industriali) Bombassei, il duro di Confindustria, sposa la filosofia di Marchionne e se non fosse uomo del nord serio e compassato parrebbe di sentire i versi immortali di una nota canzone napoletana “Resta cu me pe’ caritá! Statte cu me... un mme lassá!”

Celie a parte, è chiaro che Confindustria utilizza le forzature di Marchionne per tentare di estendere il modello imposto a Pomigliano e Mirafiori e di realizzare un “un sistema in cui i contratti stipulati con una maggioranza dei lavoratori siano pienamente vincolanti per tutte le organizzazioni presenti in azienda”. In altri termini, visto che i rapporti di forza sono favorevoli al padronato, basta imporre ai lavoratori di accettare quello che vuole l’azienda per tagliare le gambe ai soggetti sindacali non pacificati. Un capolavoro, non c’è che dire...

E a ciò Maurizio Landini, Segretario Generale della Fiom, l’eroe della sinistra senza se e senza ma, risponde: “Bombassei sta offrendo a Marchionne una cosa che sa che non vale, e chiede addirittura una legge che ora non esiste. Quindi chiede in sostanza di non rispettare le leggi attuali, se Bombassei pensa che ognuno può fare come gli pare, mi sembra che vada contro gli interessi degli associati di Confindustria e anche contro gli interessi del Paese”.

Ammetto che ho dovuto rileggere due volte la frase di Landini tanto mi sembrava singolare. Secondo il nostro eroe, infatti, i contratti aziendali in luogo di quelli nazionali andrebbero contro gli interessi dei padroni e del “Paese”. Insomma Landini conoscerebbe questi interessi meglio di Bombassei e della stessa Marcegaglia. Scopriamo, insomma, che Landini non la vede troppo diversamente dalla Camusso secondo la quale si deve agire nelle contraddizioni fra Confindustria e Fiat, fra Marcegaglia e Marchionne e puntando sul presunto interesse di Confindustria a contratti nazionali “forti” meno forieri di tensioni e conflitti rispetto a quelli aziendali. A bene vedere, si tratta di un luogo comune abbastanza diffuso e che ha, perché negarlo, qualche fondamento ma che non fa i conti con due dati di realtà dolorosamente evidenti: - l’ipotesi di Sacconi e Bombassei non è affatto l’abolizione erga omnes dei contratti nazionali che anzi, visto quali sono i contratti nazionali realmente esistenti – si pensi all’orrido recente contratto del commercio e a quelli, bloccati, del pubblico impiego – possono andare benissimo al padronato ma la possibilità di derogarne su libera scelta del padrone;

- se Confindustria vuole “indebolire” il contratto nazionale non è per una conversione in astratto al liberismo hard ma per la realistica valutazione che in questa fase può, non deve, essere conveniente lasciarlo in alcuni casi da parte. Ancora una volta, tutto ma non un autogol. Tutto ciò senza dimenticare l’umana, sin troppo umana, esigenza di Confindustria di tener dentro Fiat, soggetto di consistenza tale da non poter essere sottovalutato. Resta aperta la contraddizione fra CGIL e CISL, la CGIL per la verità una proposta l’ha fatta e cioè quella di avere una legge sulla rappresentanza che servirebbe a ridimensionare l’arroganza della concorrenza. Si tratta di un vecchio somaro da battaglia della sinistra, nemmeno indecente in una logica liberal democratica ma di difficile realizzazione visto  che la destra sindacale non desidera certo una legge che le leghi le mani nel suo volenteroso acconciarsi alla volontà padronale. D’altro canto, nemmeno la CISL ha un effettivo interesse a indebolire troppo il contratto nazionale non foss’altro che perché rischierebbe di vedere fuoriuscite in senso aziendalista e giallo delle sue strutture aziendali. Siamo, insomma, alle prove tecniche di accordo fra segmenti della burocrazia sindacale, se sono carciofi fioriranno.

 

Cosimo Scarinzi (presentato da Giuseppe Bifolchi)

 

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Simone Paolini

 

 

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”