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IL SALE - N.°116-7

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 11   numero 116 / 117 – Aprile e Maggio 2011

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

Sommario

 

                                                       presentato da Campo Antiimperialista

                       

                                                        di Franco Pinerolo

 

                                                        presentato da Axteismo Press

 

                                 Di Marco Tabellione

 

                                                         Presentato da Notiziario Campo Antiimperialista

 

                                                         Presentato da Marinus Van der Lubbe

 

                                                         di Giuseppe Bifolchi

 

             dal libro“Una Voce Fuori dal Coro” di Giorgio Fioretti

 

                                                         di Antonio Mucci

 

                                                         di Lucio Garofalo

 

                                                         di Tonino D’Orazio

 

                                                         de “Il Sale”

 

 

 

 



 

 

 

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Posto all’attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti 

 

Parole del Subcomandante Insurgente Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le Comunità Zapatiste

Contro-inchiesta sul debito pubblico italiano e la sua sostenibilità

Scritto da Moreno Pasquinelli. Presentato da Campo Antiimperialista

 

Che cos’è il debito pubblico?

E’ un fatto che il debito privato italiano, quello delle aziende e delle famiglie, è inferiore di circa trenta punti percen­tuali rispetto alla media europea, e decisamente più basso di paesi come Regno Unito o Olanda dove la propensione all’esposizione debitoria è tradizionalmente alta e non tanto perché sono popoli cicala, quanto per la natura cosiddetta “marked oriented” dei sistemi bancari e finanziari. Si guardi al peso della borsa italiana (il rapporto tra capitalizza­zione di Borsa e Pil è del 28%): lo Stivale in coda alla classifica mondiale, 45° posto, dietro a paesi come Perù o Sri Lanka. Per questo Tremonti ha tanto insistito ai vertici della UE dell’anno passato nel chiedere che venga conside­rato il “debito aggregato” (somma tra il Debito Pubblico e quello Privato) e non solo quello sovrano. Il commissario europeo per gli Affari Economici, Olli Rehn, rispose a suo tempo che sarebbe comunque stato il parametro del debito pubblico a contare in prima battuta per decidere eventuali sanzioni. La Commissione europea potrà considerare anche altri fattori (tra cui il debito privato) per avere una visione d’insieme sulla sostenibilità del debito. Tutto qui.

Il Debito Pubblico è definito come il debito del settore pubblico ovvero il debito accumulato da uno Stato e dai suoi diversi enti nei confronti di determinati creditori. Solitamente i governi contraggono prestiti mediante l’emissione di obbligazioni (in Italia di titoli di Stato come Bot o Cct) destinate a ripianare il deficit pubblico e a coprire il fabbisogno finanziario statale. Per dirla con le parole del Ministero dell’Economia: «Il debito pubblico è pari al valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle amministrazioni pubbliche (amministrazioni centrali, enti locali e istituti previdenziali pubblici). Il debito è costituito da biglietti, monete e depositi, titoli diversi dalle azioni – esclusi gli stru­menti finanziari derivati – e prestiti, secondo le definizioni del SEC 95».

Il debito italiano è tuttavia composto per più dell’80% da Titoli di stato . Tremonti tranquillizza il paese, sostenendo che grazie alla “crescita” «Non ci sarà alcuna manovra lacrime e sangue, non c’è stata durante la crisi e non ci sarà nel periodo 2013-2014». Poi però precisa: «Il grosso degli interventi è previsto per il 2013 e il 2014». Col che lascia intendere che il massacro sarà scaricato sulle spalle del governo che verrà dopo le prossime elezioni politiche. Ma che le sue speranza siano realistiche, è tutto da vedere. Resta che il destino del paese è tutto appeso a questa fantomatica “crescita”. Se essa fosse più bassa, o se addirittura avessimo una nuova recessione, è facile intuire che le lacrime e il sangue scorreranno copiosi. C’è poi un altro fattore ostativo a questa fantomatica”crescita”, la composizione anagra­fica della forza lavoro italiana, sempre più anziana, per cui, o si fanno affluire frotte di migranti, o si allunga l’età la­vorativa a 80 anni, o un mix di tutte e due le cose. Né va dimenticato che a causa della certa debacle dei debiti sovrani di Grecia, Irlanda e Portogallo, il contagio potrebbe estendersi a Spagna e Italia, spingendo i lupi della speculazione a fare affari vendendo i titoli italiani per riacquistarli poi a tassi più remunerativi e dopo debita fidejussione europea. Ma su questo torneremo più avanti. Riguardo ai presunti poteri taumaturgici della “crescita” del Pil varrebbe la pena entrare nel merito dei parametri aleatori e perversi con cui esso oggi si calcola. Notiamo che oramai anche analisti ed economisti non certo sovversivi contestano radicalmente i criteri standardizzati. E’ un fatto che, anche considerando validi certi parametri, la composizione del Pil italiano non promette nulla di buono, dato che quasi il 50% di esso è composto da settori improduttivi, quali quelli del credito, della speculazione, della rendita finanziaria.

Sempre restando al Pil vanno considerati altri due fattori il peso dell’economia criminale e cosiddetta “illecita”, che si calcola fatturi 100 miliardi l’anno, e la cosiddetta “economia sommersa” la quale si dice ammonti (dati Istat 2008) a 260 miliardi di euro, ovvero circa il 15% del Pil.

Quali sono le cause del debito pubblico?

Se il debito di uno Stato aumenta è perché evidentemente esso non ha altre risorse per coprire l’accresciuta spesa pubblica, dato che le sue entrate sono inferiori alle uscite. Tra Pil e Debito c’è una relazione biunivoca, dalla quale si può evincere che il Pil è cresciuto grazie al secondo, che il debito ha finanziato il Pil. Questo ci aiuta a capire qual’è stata una tra le cause primarie dell’aumento esponenziale del debito: grazie ad esso è stato sorretto, diciamo drogato, il ciclo economico, la qual cosa ha permesso alle aziende capitalistiche di vendere le loro mercanzie sorreggendo quindi i propri declinanti tassi di profitto. E’ stato quindi il Capitale, in barba alle esecrazioni ufficiali dei suoi analisti, che ha goduto di questo debito. Come sappiamo, negli altri paesi, Usa anzitutto, il ciclo economico è stato invece sorretto dall’aumento enorme del debito privato,

Continua à

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stratagemma per sostenere un’economia basata sui consumi di massa a tasso calante dei salari e dei redditi del ceto medio. Qui debito pubblico, lì privato: due diverse modalità per contrastare la medesima tendenza, la crisi di sovrapproduzione combinata con la diminuzione del potere d’acquisto dei salari, due modi per fermare la crescente svalorizzazione del capitale causata dalla caduta generale del saggio di profitto.

E’ quindi considerando la causa del debito, la sua crescita esponenziale e la sua fenomenologia, che si può compren­dere a pieno la metamorfosi conosciuta dal sistema capitalistico e imperialistico in Occidente, consistito nel defini­tivo passaggio ad un neo-sistema contraddistinto dal fatto che la rendita finanziaria, ovvero il modo di moltiplicare guadagni e denaro saltando le fatiche del processo di creazione di plusvalore, ha preso il sopravvento sul capitale produttivo — dove per produttivo, con Marx, deve intendersi quel capitale che crea merci (materiali o immateriali) le quali soltanto incorporano valore di scambio. Si parla a questo proposito della crescita abnorme della “speculazione finanziaria”, definizione corretta, solo a patto di considerare che essa non è una patologia momentanea, un’alterazione maligna di un corpo sano, quanto invece il modus essendi e operandi del sistema capitalistico occidentale giunto al suo estremo grado di bulimia. Qui sta il busillis: siamo in presenza di un sistema segnato dalla tendenza compulsiva a fare profitti ma oramai incapace a creare plusvalore su larga scala, ovvero della metastasi per cui la sfera finanziario-credi­tizia, cresciuta in misura mostruosa, non è più un supporto alla creazione di plusvalore, ma un gigantesco parassita che capta e succhia plusvalore alla sfera produttiva per ingrassare quella improduttiva. Il fatto è che tra il parassita e la sua vittima si è stabilita una relazione simbiotica, così che i due non sono separabili.

Ma la relazione biunivoca tra aumento del debito e crescita del Pil, nasconde una relazione altrettante biunivoca tra ca­pitale e classe dei salariati, poiché anche quest’ultima ha partecipato alla gozzoviglia, si è ingrassata grazie al debito, così che il reddito dei lavoratori dipendenti non è venuto più solo a dipendere dallo scambio col capitale ma, appunto, anche da micro-rendite di varia forma. In Italia, in particolare, derivanti da risparmio, acquisto di titoli e obbligazioni, polizze vita, proprietà immobiliari, ecc. Ove questa cetomedizzazione del proletariato non c’è stata per spontanea ger­minazione ma è stata anzitutto la risposta politica e sociale del capitale e del suo personale politico all’ondata strari­pante di lotte sociali degli anni ’70.

A quanto ammonta il “servizio sul debito”, ovvero qual è la cifra degli interessi annui che lo Stato deve rimbor­sare ai suoi creditori?

La spesa per gli interessi corrisposti ai detentori delle obbligazioni statali è detta “Servizio del Debito”. Nel 2003 il costo del debito, ovvero quanto lo Stato doveva pagare in interessi, era circa 70 miliardi, quasi il 5% del Pil di allora, che già equivaleva a tre manovre finanziarie. In cifre la spesa per interessi che ha gravato sul deficit pubblico è stata nel 2008 pari a 80 miliardi di euro. Nel 2010 è scesa a 70,1 miliardi. Tale spesa è in flessione rispetto ai valori del 2000 quando rappresentava il 6,4% del PIL. Non ci si illuda sulla causa di questa diminuzione, essa è stata dovuta principalmente alla discesa dei tassi di interesse favorita dalla politica monetaria espansiva promossa dalla Banca Cen­trale Europea. Va da sé che una politica monetaria restrittiva, ovvero l’aumento dei tassi di interesse della Bce causa automaticamente un aumento degli interessi sul debito. In effetti questi tassi della Bce, visto che erano scesi quasi a zero, non possono che aumentare, ciò che la Bce ha in effetti fatto il 7 aprile scorso quando ha deciso di alzare di 0,25 punti il tasso d’interesse dell’area Euro, portandolo all’1,25%.

Ecco perché secondo le proiezioni del Ministero dell’Economia il servizio sul debito è destinato nei prossimi anni a crescere, passando dagli attuali 70 miliardi ai 97,605 nel 2014, il che farebbe, ferma restando l’ipotesi ottimistica di una crescita costante del Pil dell’1,5 annuo, ben il 6% del Pil — «per la spesa per interessi si prevede il 4,8% del Pil nel 2011, il 5,1% nel 2012, il 5,4% nel 2013».

Ognuno capisce quanta parte di ricchezza (la cui fonte, non scordiamolo, resta pur sempre il lavoro) va in malora solo per pagare gli interessi passivi.

Chi possiede questo debito?

Fino agli inizi degli anni ’90 il debito pubblico italiano era quasi intermente un debito interno. Negli ultimi quindici anni la situazione è profondamente mutata. La quota dei detentori esteri di titoli di stato è passata dal 5,59% del 1991 al 51,4% del 2009. Un balzo enorme. E questa quota è certamente cresciuta nell’ultimo biennio. La cosa può sembra­re secondaria, ma non è così. Se uno Stato è in debito coi suoi cittadini, questo

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vuol dire che tra il primo e i secondi si stabilisce una relazione di reciprocità se non proprio di coincidenza, visto che i secondi non possono avere alcun interesse al collasso del primo. La musica è diversa quando i creditori di uno Stato sono invece esterni, soprattutto se si tratta di grandi investitori finanziari, i quali ultimi possono avere tutto l’interesse a speculare vendendo e ricompran­do titoli, o semplicemente a cedere titoli in portafoglio per andare a cercare altrove più lauti guadagni. In poche parole tanto più è consistente il debito estero di uno Stato, tanto minore è la sua effettiva sovranità nazionale. Ma le cose sono radicalmente mutate anche per quanto riguarda la composizione del 50% di debito in mano italiana. Chi sono infatti i possessori di titoli di stato? In gran parte si tratta di banche, assicurazioni e fondi pensione o di altra natura, i quali così danno copertura alle obbligazioni loro proprie che hanno rifilato ai clienti.

La fuga delle famiglie dai titoli di Stato come forma principale di risparmio è facilmente comprensibile, vista la caduta dei tassi di interesse, ovvero solo chi ha una grande liquidità può assicurarsi rendite apprezzabili — da notare che a questa fuga delle famiglie dai titoli di stato ha corrisposto un vero e proprio boom di acquisti di obbligazioni (guarda caso anzitutto delle banche, che in questo modo hanno tenuto su i loro bilanci).

«L’enorme debito pubblico italiano è nei portafogli di banche, assicurazioni ed altre istituzioni finanziarie estere per l’86,34 per cento,contro il 13,66 per cento in mano alle famiglie. Il rigoroso studio dell’Adusbef sui detentori di titoli di stato italiani (elaborazioni dati Bankitalia), dimostra che è cambiata, anche per la caduta tendenziale dei tassi di interesse e la minore attrattiva di rendimento, la fisionomia dei possessori dei titoli del debito pubblico italiani: mentre nel 1991 le famiglie avevano il 58,64 dello stock complessivo del debito pubblico (362 miliardi di euro) riducendole sette anni dopo al 21,60 per cento nel 1998 (234 miliardi di euro), nel 2005 hanno ridotto tale tipologia di investimen to al 13,66 per cento ossia a 179 miliardi di euro; le banche che nel 1991 detenevano il 25 per cento del debito, pari a 159 miliardi, hanno aumentato le quote nel 1998 al 39,77 per cento (432 miliardi di euro) per ridurre gli investimenti in BOT e BTP (in precedenza ci facevano i bilanci) dal 39,77 al 21,32; le assicurazioni hanno leggermente aumentate dal 7,29 al 10,34 %; ma sono gli investitori esteri ad aver aumentato i loro portafogli con titoli italiani, dal 29,12 % del 1998 (era il 5,99 nel 1991) al 53,31% del 2005, con quasi 700 miliardi di euro investiti».

E’ dunque chiaro che tutti gli enormi sacrifici che si richiedono per pagare debito e interessi servono a tener su i bilan­ci del sistema bancario-finanziario italiano, nonché quelli delle banche, degli Hedge fund e dei lupi della speculazione internazionale.

E’ “sostenibile” questo debito, ovvero può davvero l’Italia riportarlo sotto la soglia del 60% che i Trattati di Maastricht ritengono tollerabile?

Ammettiamo pure che i pronostici di “crescita” ostentati da Tremonti saranno rispettati. Anche ove Tremonti non dia i numeri sarà inevitabile a breve una sostanziosa “manovra di aggiustamento” dei conti pubblici (leggi altri tagli a parità di imposizione fiscale. Ricordiamo infatti che in base alle direttive recentemente stabilite dal Patto di stabilità europeo la regola numerica impone ai paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre lo scostamento del 5% ogni anno. Draghi da parte sua ha affermato: «Questa riduzione del debito non è drammatica, se cresciamo al 2%», il che signifi­ca implicitamente far capire che se la “crescita” sarà meno consistente la situazione sarà drammatica. Più che dramma­tica, almeno dal punto di vista dei ceti meno abbienti, visto che essi il dramma lo vivono già.

Carlo Batastin non ha peli sulla lingua: «I prossimi anni saranno estremamente severi per chiunque governi la politica economica. La politica di bilancio sarà più restrittiva di quanto non sia mai stata nel dopoguerra e la politica monetaria finirà di stimolare la crescita. Entrambe le politiche saranno sorvegliate o dettate da Bruxelles e da Francoforte… Con gli accordi del Consiglio europeo di fine marzo sono stati fissati paletti di rigore fiscale che, a un calcolo approssimativo, per l’Italia possono significare una correzione di oltre 10 punti di Pil da qui al 2015 a crescita economica invariata».

Al fondo la domanda è se il debito italiano sia “sostenibile”. Lo è davvero? Perché ove non lo fosse, date le sue di­mensioni, la crisi del debito, che potrebbe manifestarsi in un aumento improvviso degli interessi da pagare per potere continuare a piazzare i titoli, causerebbe una vera e propria catastrofe economica. La gran parte degli analisti sistemici esclude, o sarebbe meglio dire esorcizza, l’eventualità di una catastrofe, ma non spiega a quali condizioni essa è evita­bile. Proviamo noi ad elencarle queste imprescindibili condizioni: (a) nei prossimi decenni il ciclo economico italiano si dovrebbe stabilizzare ad una media di crescita del Pil di almeno il 2% annuo e non conosca recessioni serie; (b) contestualmente ad un aumento della produttività generale i salari reali (non solo dei dipendenti pubblici) diminuisco­no (quindi un tasso alto e costante di disoccupazione) per permettere alle aziende di ottenere più alti tassi di profitto, senza cui nessun circolo virtuoso di accumulazione capitalistica è possibile; (c) un attacco in profondità alla rendita e alla

 

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BERLUSCONI E MORATTI: 2 V(U)OTI A PERDERE

 

di Franco Pinerolo

 

 

Berlusconi sta utilizzando il voto di Milano per ingannare l’elettorato milanese, perchè non diventerà Con­sigliere comunale e dunque deciderà lui chi fare eleggere. In questo modo da una parte si confonde la demo­crazia e dall’altra si mina lo stato di diritto. La Giunta comunale Moratti, d’altra parte, è stata l’emblema del vuoto assoluto….

IN SINTESI:

 

 

IL VUOTO PNEUMATICO DELLA GIUNTA MORATTI

 

1) ha approvato meno della metà dei provvedimenti rispetto al Consiglio

Precedente

 

2) il Consiglio comunale è sfaldato e sull’orlo della paralisi a causa della crisi

che ha investito la maggioranza

 

3) dei 100 punti che si era prefissata Moratti col discorso programmatico

illustrato al suo insediamento, ne ha realizzati pochissimi e solo in parte

 

4) Assenteismo della Moratti: , sporadica o nulla la presenza degli

assessori in consiglio comunale

 

5) Gli ordini del giorno della Giunta sono composti in gran parte solo da una sfilza di patrocini e di costitu­zioni in giudizio in ricorsi sulle buche

 

 

IL VUOTO PNEUMATICO DELLA GIUNTA MORATTI

 

1) La giunta di destra milanese in quattro anni e mezzo ha licenziato meno della metà dei provvedimenti rispetto al Consiglio precedente.

 

2) ad un’opposizione sempre in aula e decisa a battagliare corrisponde un Consiglio comunale sfaldato, sull’orlo della paralisi a causa della crisi che ha investito la maggioranza, con il presidente Manfredi Palmeri passato a Futuro e libertà insieme con Barbara Ciabò; i due consiglieri indagati Guido Manca e Stefano Di Martino che hanno dichiarato di non votare più alcuna delibera di giunta; il pidiellino Aldo Brandirali che si è schierato più volte contro il capogruppo Giulio Gallera; Matteo Salvini (Lega) e Giovanni Bozzetti (Pdl) sempre assenti; Lorenzo Malagola che, causa trasferimento, non siede più nei banchi del centrodestra.

 

3) Dei 100 punti che si era prefissata Moratti col discorso programmatico illustrato al suo insediamento ne ha realizzati pochissimi e solo in parte: bike-sharing, dimezzandolo e concentrandolo dove meno serve, il centro; ecopass, su cui invece di valutare i risultati e decidere se proseguire o meno, ha fatto una commis­sione politica della maggioranza; la fusione di Aem e Asm Brescia in A2A; il piano della pubblicità e quello sull’inquinamento acustico

 

 

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4) Assenteismo della Moratti: Sporadica o nulla la presenza degli assessori in consiglio comunale Il sin­daco Moratti, con la sua consueta assenza in Consiglio, è il primo protagonista dell’assoluta mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini: 6 presenze nel 2008 e 3 nel 2009, di cui l’ultima il 21 ottobre 2009, per la presentazione di un primo bilancio del mandato. Dei 61 rappresentanti di giunta e consiglio, Letizia Moratti è ultima per presenza alle votazioni, con un totale del 5%. Il sindaco Moratti è stata inoltre richiamata dal presidente del Consiglio Comunale, Manfredi Palmieri per non aver risposto alle 100 interrogazioni portate dal consigliere di opposizione Pierfrancesco Majorino ai sensi del regolamento.

 

5) Gli ordini del giorno della giunta sono stati composti in gran parte da una sfilza di patrocini e di costitu­zioni in giudizio in ricorsi sulle buche stradali..

 

 

VISTO CHE BERLUSCONI HA CHIESTO DI DARE UNA VALENZA POLITICA A QUESTE ELEZIONI, MANDIAMOGLI ANCHE DA MILANO UN CHIARO MESSAGGIO POLITICO: CHE I CITTADINI, NON NE POSSONO PIÙ DEL SUO GOVERNO E CHE C’E’ UN CONTRASTO EVIDENTE TRA LA MAGGIORANZA NUMERICA IN PARLAMENTO E LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI CHE VOGLIONO MANDARLO A CASA.

 

 

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UCCIDI LA TUA RELIGIONE

PRIMA CHE LA RELIGIONE UCCIDA TE

Presentato da Axteismo Press

 

Giovanni Caporaso intervista Ennio Montesi, scrittore ateo dichiaratamente contro la Chiesa cattolica e con­tro il Vaticano, i cui libri, scritti e conferenze sono spesso fonte di accese polemiche.

Ennio, ci vuoi raccontare l’ultimo tuo libro “Racconti per non impazzire” edito da Mursia?

Se la letteratura è la complessità della vita rappresentata sotto forma di scrittura, le storie narrate vogliono essere l’implacabile testimonianza di una umanità in bilico tra dolcezza e ferocia, tra il concepibile e l’irre­alizzabile. La società si auto alimenta come il catoblepa, l’animale impossibile che divora se stesso a co­minciare dai piedi. Così i personaggi dei “Racconti per non impazzire” vengono inghiottiti all’interno delle proprie esistenze. Le storie fluiscono su diversi registri narrativi e offrono livelli differenti di interpretazioni in base alla percezione del lettore. La montagna aspetta di essere arrampicata ma le energie messe in cam­po per arrivare in cima sono differenti tra scalatori. In queste storie uso la scrittura per frugare all’interno delle coscienze, per smuovere stati intorpiditi di emotività. Dissemino senza lesinare chiavi di lettura, faccio balenare porte interiori da aprire, getto corde metafisiche da afferrare, a volte lasciandole in bella mostra sin dalle prime righe. Spesso le tracce sono talmente vicine agli occhi del lettore che appaiono invisibili. Altre volte le camuffo, le deformo, le dilato, le restringo come in un giuoco nel quale vince chi sa aguzzare l’in­telligenza, chi ha la capacità e il coraggio di strappare via i diversi strati narrativi che si accavallano e per chi ha il coraggio di calarcisi dentro. La sfida lanciata non si ferma alla narrazione, ma va ben oltre la parola scritta. La ricompensa vuole essere la conquista della cima più alta, più aspra e più difficile da raggiungere. Tutti noi dobbiamo scalare la nostra cima... prima o poi.

Tu hai dichiarato che l’Italia è una colonia del Vaticano, cosa ha comportato a livello economico per il Paese?

Ho anche dichiarato in una lunga intervista pubblicata nel libro “Come fare a meno di Dio e vivere liberi – Saggi e interviste sulla libertà di pensiero” Coniglio Editore, che lo Stato italiano è servo alacre e genuflesso del Vaticano. I parlamentari italiani sono lo zerbino degli stregoni cattolici. Cose risapute delle quali tuttavia siamo in pochissimi ad avere il coraggio di affermarlo, di scriverlo e di spiegarlo con chiarezza alla gente. Durante le mie conferenze non è raro che le persone adepte della terrorizzante setta fondamentalista della Chiesa cattolica, organizzazione parallela riconducibile allo Stato integralista e dittatoriale del Vaticano, escano stizzite ed infuriate dalla sala bofonchiando contrariate alle mie affermazioni, tra l’altro affermazioni facilmente dimostrabili. Immagino che se potessero mi brucerebbero in piazza come fecero per Giordano Bruno e come usavano fare i criminali preti del Tribunale dell’Inquisizione perpetrando crimini efferati contro l’umanità, contro chiunque non la pensasse come loro. È emblematico ed allarmante che poco tempo fa il partito politico Lega Nord abbia organizzato una manifestazione pubblica ateofoba contro di me, contro i miei scritti, contro i miei libri, essendo io uno scrittore orgogliosamente ateo. Una specie di fatwa cattolica lanciata ad personam che fa riflettere con angoscia e terrore. Il fatto che l’Italia sia una colonia del Vaticano ha trasformato i cittadini italiani in miserevoli sudditi sottomessi agli arroganti gerarchi cattolici-fascisti dello Stato extracomunitario e dittatoriale del Vaticano. Ciò ha rallentato in maniera considerevole il cam­mino della cultura, lo sviluppo politico, economico, sociale e scientifico dell’Italia, ma soprattutto il Popolo italiano è stato privato e depredato, dal Vaticano, della propria sovranità, dell’uguaglianza, della democrazia e della libertà riducendolo in un popolo disgraziato e infelice.

Sei d’accordo a definire la religione come “l’oppio dei poveri”?

La trovo una definizione superficiale ed ingenua e spiego le ragioni. La religione non ha nulla a che vede­re con la meravigliosa pianta dell’oppio essendo l’oppio usato con efficacia in campo medico per curare malattie e patologie gravi. Ciò non si può dire della religione. L’oppio non viene somministrato e non vie­ne imposto con arroganza e violenza sociale dagli adulti ai propri bambini obbligandoli a fumare l’oppio sino da quando nascono, mentre la religione sì, viene imposta con la consueta arroganza sino dalla nascita.

 

 

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La pianta dell’oppio non fa male a nessuno crescendo liberamente nei campi come tutte le altre piante del pianeta. L’uomo con la propria follia accusa, condanna e mette al bando le piante come fossero criminali, vorrebbe estirparle piuttosto che prodigarsi ad estirpare la propria pazzia religiosa che alberga nella propria testa. Se una persona amasse mangiare il cocomero fino a farsi scoppiare la pancia, l’uomo metterebbe forse al bando i cocomeri? La religione è il cancro sociale dell’umanità, su questo non c’è dubbio. La religione colpisce e affligge tutti, poveri e ricchi, bianchi e neri, analfabeti e plurilaureati. Attraverso la religione si sono perpetrati – e continuano a perpetrarsi – crimini atroci e genocidi contro l’umanità, milioni e milioni di uomini, donne e bambini uccisi trucidati, di cui la Storia dovrebbe averci messo ampiamente in guardia già da tempo dalle pericolosissime metastasi tumorali che nascono dalla religione. Non bisogna avere paura nel dire un no energico alla idiozie criminali e deliranti propagandate dalle religioni e non bisogna dialogare con le menti disturbate dei ciarlatani, menti inebriate di stupidaggini fuori misura alle quali si vorrebbe che tutti credessero senza fiatare. È tempo perso e non è dignitoso mettersi a discutere di idiozie farneticanti con i malati mentali. Chiunque discuta e scriva di “Teologia” cioè sulla scienza del nulla meglio conosciuta come la scienza dei truffatori per gli imbecilli, è un truffatore di menzogne e spacciatore di idiozie oppure è un di­sturbato mentale al pari di chiunque discuta e scriva di “Pinocchiologia”, di “Biancanevelogia” o di “Uomo­ragnologia”. Da non confondersi con la “Proctologia” l’importante scienza che studia le malattie dell’ano. Tra un teologo, studioso del nulla, e un proctologo, studioso dell’ano che potrebbe salvare la vita alle perso­ne, nessuno dovrebbe avere dubbi su chi sia il buffone. L’umanità è costantemente dinanzi a un bivio di due strade. Una è quella di scegliere di vivere nella religione con tutte le proprie follie criminali. L’altra strada è vivere non permettendo alla religione di entrare ed impossessarsi della propria vita, vivendo liberi, senza sottostare all’odio e alla violenza dei fondamentalismi. “Uccidi la tua religione prima che la religione uccida te.” Questa mia frase andrebbe scritta dinanzi alle chiese, alle moschee, alle sinagoghe, alle scuole, alle uni­versità, al parlamento, andrebbe scritta sugli autobus, affissa in gigantografie in tutte le città, stampata sulle magliette tshirt e portata in striscione durante le manifestazioni popolari.

Rifacendoci al titolo del tuo libro, direi che stiamo tutti impazzendo, siamo in troppi e le economie contano su una crescita senza fine. Questo ci porterà all’autodistruzione?

Il pianeta ha un livello di inquinamento che ha oltrepassato il punto di non ritorno, come ci hanno allertato varie volte gli scienziati ai quali non diamo ascolto. Poi abbiamo il fallimento del capitalismo da un lato e del comunismo dall’altro. La democrazia proprio in buona salute non è. La terza via dell’umanità non è stata trovata benché i politologi si stiano spaccando il cervello. Questi fallimenti stanno inducendo l’umanità a cercare nelle religioni i propri riferimenti economici ed etici. A sostenere questa mia considerazione sociale e politica, basta osservare in maniera critica i vari scenari internazionali. Nel terzo millennio si sono accen­tuate le guerre di religione che vengono camuffate dagli ipocriti mass media come guerre etniche, guerre per esportare democrazie, guerre di antiterrorismo, guerre di antifondamentalismo, guerre per liberare popoli, guerre di razza. Non lasciamoci ingannare dalle menzogne. La solfa è sempre la stessa di un tempo, cioè le solite criminali crociate di una religione contro un’altra religione. L’umanità sta ancora uccidendo se stessa in nome del solito personaggio di fantasia denominato Dio. Il mio Dio è meglio del tuo e quindi ti uccido. Ti uccido perché me lo ha detto il mio Dio. Pazzie a livelli talmente elevati che i governi in qualche modo assecondano per vigliaccheria divenendo essi stessi complici criminali. Le guerre di religione sono dettate e motivate principalmente dai soliti insulsi libri denominati Bibbia, Corano, Talmud. Cristianesimo, nella fattispecie il cattolicesimo, islamismo ed ebraismo, che nascono tutte dallo stesso ceppo, sono sempre lì a combattersi generando, ieri come oggi, odio, razzismo, violenza, torture, morte e montagne di cadaveri da annebbiare l’olocausto nazista. Ritengo che solo quelle nazioni di intelligente e spiccata cultura sociale e quei popoli a democrazia evoluta che avranno il coraggio e la determinazione politica di lasciare le religio­ni completamente ben relegate al di fuori dall’orbita sociale della civiltà, impedendo loro di mettere bocca nelle cose dello Stato, potranno sperare in futuro di non lasciarsi coinvolgere in conflitti di odio religioso, di­scriminazione e razzismo. In concreto, è indispensabile e vitale che lo Stato sia ateo restando inesorabilmen­te super partes, senza tuttavia imporre l’ateismo di Stato. Imporre l’ateismo sarebbe anch’esso un crimine contro l’umanità. Che ci siano pure mille religioni a cianciare sulle loro stupidaggini da barzellette, piuttosto che una sola religione privilegiata e predominante sulle altre che si imponga con violenza sulle altre e sul popolo. La ricetta è semplice, basta avere solo il coraggio e la serietà politica per applicarla come dovrebbe essere già di fatto e da molto tempo.

 

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Come mai le religioni hanno in mano le redini del mondo?

La maggior parte dei parlamenti e dei governanti, per incompetenza politica e per cialtroneria criminale, di solito barattano i diritti civili dei propri cittadini cedendoli e svendendoli alle gerarchie religiose. Una specie di scambio mafioso di favori tra la politica e le idiozie religiose. Tu gerarca religioso disturbato mi fai votare dai tuoi “Teopitechi”, alias dai tuoi credenti nelle fanfaluche, ed io fingo che le tue idiozie deliranti che pro­pagandi come “miracoli”, “beatificazioni”, “santificazioni” e “apparizioni” non sono idiozie per persone dal cervello spappolato e ti proteggo e ti do i soldi per mantenere sia te che la tua costosissima organizzazione fanatica. Io governo, proteggo te gerarca religioso e la tua setta farneticante, e in cambio tu gerarca religioso e la tua setta delirante proteggete me governo. Dopo millenni di criminali genocidi, anche la politica attuale percepisce un senso di paura e di terrore verso i gerarchi religiosi, in particolare modo verso i vendicativi ed arroganti gerarchi cattolici-fascisti vaticani, a cominciare dal raìs fondamentalista Joseph Ratzinger, come dai suoi predecessori, il quale Ratzinger risulta essere di fatto il dittatore dello Stato del Vaticano che gover­na in regime di inaudito totalitarismo ledendo i principi e i diritti inviolabili della Carta Internazionale per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Come vedi l’economia italiana?

Male, malissimo. L’ignoranza oscurantista di matrice cattolica-fascista che da secoli è penetrata nel tessuto sociale italiano ha permeato tutti gli strati. Questo è il principale dei problemi da risolvere. Esiste un grande ed insormontabile problema di comunicazione, interazione e di sviluppo con gli altri popoli, verso le altre culture. L’Italia è un paese che ancora non è uscito dal medioevo e non uscirà dal medioevo fino a quando seguirà gli ordini e i dettami degli stregoni vaticani e delle idiozie criminali da essi propagandate. L’Italia fino a quando non cancellerà l’aberrante e scellerato articolo 7 dalla Costituzione ed i criminali Patti Latera­nensi, sarà sempre un paese di poveracci attaccato alle nauseanti superstizioni medievali di stampo cattolico-fascista. In Italia c’è bisogno di una grande e profonda rivoluzione culturale, sociale e civile, c’è bisogno che il Popolo italiano, dopo essersi indignato, si incazzi sul serio, che si dia una bella svegliata smettendola di lamentarsi e cominciando piuttosto ad agire in maniera colta, equilibrata e concreta. Il Popolo italiano deve essere filo italiano e non filo cattolico o filo vaticano. I regimi di stampo cattolici-fascisti vivono e si ripresentano puntualmente nella società con andamento ciclico, direi seguendo un percorso sinusoidale. La subdola ideologia cattolica-fascista si impone nei governi sostituendosi periodicamente alla democrazia. Il terribile catto-fascismo, dopo aver preso il posto della democrazia, avvelenerà per un certo periodo la società lavorando in maniera sotterranea per distruggere diritti civili, diritti sociali e diritti umani. Il Popolo italiano deve avere il coraggio e l’orgoglio patriottico di riprendersi i propri diritti civili, umani, culturali, politici ed economici, facendo spurgare dal pus prodotto dal cancro della Chiesa cattolica e del Vaticano, cancro che ha imputridito e appestato la società. Il Popolo italiano deve sapere prendere le distanze da tutto quello che ha relazione con la più grande banda di falsari e dalla più grande associazione criminale della Storia.

Tu dici: «La vita è un continuo, incalzante, straordinario, infinito racconto.» Cosa c´é di straordina­rio se la maggior parte di noi lavora il 50% del tempo per pagare le tasse, il 33% del tempo dorme e solo usufruisce di un 12% del tempo per vivere come la maggioranza ci detta?

È vero. Ci sono tuttavia anche i lati molto positivi e piacevoli della vita che tutti conosciamo senza che faccia il lungo elenco. Ci sono anche i lavori a misura d’uomo. Non è detto che non riusciremo un giorno a costruirci una società mediante la quale il lavoro possa diventare un piacere irrinunciabile e non un obbligo fastidioso per la sopravvivenza, nel quale una persona sfrutta un’altra persona. Per esempio, quando io scri­vo posso arrivare a non mangiare poiché non sento la fame, a non bere poiché non percepisco la sete, così tanto mi trovo a mio agio nel mio elemento naturale e vitale nuotando nel mare immenso della scrittura. Sta a noi costruire una società migliore per tutti e non possiamo aspettare che un corriere espresso ce la porti a casa. Sappiamo che la democrazia non è la perfezione della società, andiamo avanti quindi, identifichiamo altri modelli eccellenti di società nei quali si possa vivere in maniera pacifica, modelli senza dittature contro le quali ci abbiamo già sbattuto molte volte il muso, una società senza le criminali stupidaggini religiose, una società senza violenza. Sta a noi costruirci la società a misura d’uomo. La storia ci viene in aiuto certamente dicendoci cosa non dobbiamo fare. L’intelligenza per riuscirci ce l’abbiamo.

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Dove va il popolo arabo?

di Marco Tabellione

 

 

Che cosa sta succedendo nel Nord Africa e nei paesi arabi? Si tratta di una svolta epocale, o le rivolte lasceranno il tempo che trovano? E tutto ciò in che rapporto sta con l’eventuale e auspicata evoluzione e secolarizzazione del mondo arabo? La guerra in Libia, la morte di Bin Laden, quali prospettive aprono? Dietro le spinte ribellistiche che sembrano dilagare a macchia d’olio, producen­do in tutti illusioni e speranze, sembra profilarsi in effetti l’immagine di un cambiamento epocale, che l’Occidente ha conosciuto durante il processo di secolarizzazione.

Ogni civiltà ha la sua storia, è come un organismo vivente, con i suoi stadi evolutivi. E non è difficile accorgersi che questi popoli, nella loro disperata sete di libertà e pur nelle dovute differen­ze di epoca, luogo e cultura, stanno cercando di costruire quello che i popoli occidentali crearono a partire dal Quattrocento in poi, cioè le basi per le democrazie parlamentari. Naturalmente questo bisogno epocale, quasi fisiologico di libertà e democrazia dei popoli arabi, ha assunto forme diverse a seconda delle nazioni. Quelle stesse rivolte noi le abbiamo già vissute durante il Risorgimento, e proprio in questi giorni le stiamo rievocando. Ha visto bene il presidente Napolitano che ha parlato di Risorgimento arabo, testimoniando di aver compreso perfettamente il senso di queste ribellioni.

Ma la Libia ha mostrato un lato terribile di questo Risorgimento. Su di esso, sulle insurrezio­ne che in altri paesi ha mantenuto un carattere “da barricata” stile 1848, si è abbattuto il demone della guerra. Che dire? La nostra costituzione, non bisogna dimenticarlo, rifiuta chiaramente la guer­ra come strumento per la risoluzione dei problemi internazionali. Certo, quando è in gioco la difesa di cittadini innocenti è facile dare alla guerra altri nomi, e forse è anche giusto. Purtroppo nel caso della Libia la sollevazione popolare non è stata sufficiente, e ciò ha aperto le possibilità alle even­tuali strumentalizzazioni a cui l’intervento degli Stati occidentali sta sicuramente dando adito.

La speranza è che le priorità epocali, a cui si faceva riferimento precedentemente, possano elevarsi rispetto agli interessi economici in gioco, soprattutto legati ovviamente al petrolio e allo scacchiere del mediterraneo. Il vero problema è che la verità è come al solito nascosta. Perché gli Stati occidentali sono intervenuti? Chiedersi se il presidente francese fosse sincero quando ha an­nunciato l’inizio della guerra contro Gheddafi per motivi umanitari, è più che mai ingenuo.

Però molti di noi conservano un sogno, al di là delle posizioni inequivocabilmente contrarie alla guerra, soprattutto dopo la decisione dell’Italia di partecipare fattivamente ai bombardamenti. Il sogno è che almeno per una volta gli interessi dei popoli prevalgano, anche se sappiamo che non sarà così, perché non è mai stato così. Non è stato così durante la rivoluzione francese, la prima grande rivolta di popolo vera e propria, in cui fu la borghesia a cavalcare la ribellione popolare, e forse non lo sarà neanche questa volta. Ma, va detto, che ogni volta che la storia si dà una scossa, si assiste comunque ad uno scatto evolutivo in avanti. Certo, è poca cosa, ma comunque è qualcosa

 

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Dal tramonto di Berlusconi all’aurora della rivolta sociale

Presentato da Notiziario Campo Antiimperialista

 

Uno dei morbi che appestano la scena politica è il politicismo. In cosa consiste il politicismo? Nell’illusione dei politici di essere i demiurghi della realtà sociale, nell’idea che la sfera del politico sia effettivamente au­tonoma da quella sociale. Questa sindrome si manifesta in forma acutissima e lampante nelle sfide elettorali, quando i politicanti, catapultati al centro della scena, vengono presi da un vero e proprio delirio di onni­potenza. Vincenti e perdenti si sentono padroni, dimenticando che la politica, in fin dei conti è una sovra­struttura, che non sono loro da cui dipende l’evoluzione sociale ma, al contrario, che da questa evoluzione dipendono loro. E da cosa anzitutto dipende l’evoluzione sociale in un mondo, quello capitalistico contem­poraneo, sovradeterminato dall’economia, se non appunto dall’economia medesima?

La logomachia post-elettorale oltre che stucchevole, è grottesca. Il declino inarrestabile del’Occidente, una finanza predatoria onnivora che rischia di far ripiombare il mondo in una catastrofe peggiore di quella del 2008, il lento scivolamento del paese verso il baratro di una depressione senza uscita, la situazione dram­matica di milioni di persone senza lavoro e di altrettante famiglie sull’orlo della soglia di povertà, la deser­tificazione di interi distretti industriali, un debito pubblico crescente che imporrà una politica economica fatta di sacrifici crescenti, il fallimento totale dei governi di porvi rimedio; in poche parole le ferite che così profondamente affliggono il corpo sociale. Tutto questo viene improvvisamente rimosso dal rito elettorale, seppellito da fiumi di parole sui numeri, le percentuali, ovvero sul quasi-niente. Lo spettacolo della politica odierna, parodia in stile burlesque della vicenda sociale, è destinato a collassare su se stesso, prima di quanto si pensi. Questo collasso può essere determinato da due fattori, o dalla concomitanza dei due: da un nuovo cataclisma finanziario o da una improvvisa sollevazione popolare. Il primo fattore è quello più probabile e presumibilmente, dati gli sconquassi che causerà, precederà il secondo. Discutono del niente, ma galleggiano sull’abisso. Chi vivrà vedrà. In attesa dei risultati definitivi, la cui analisi, dato il guazzabuglio in cui consi­stono elezioni di tipo amministrativo, non sarà certo facile, proviamo anche noi, dopo appunto aver scelto l’angolo visuale di cui sopra, a tirare le prime conclusioni.

(1) Abbiamo faticato, in occasione delle regionali dell’anno passato, a smentire la tesi dell’avanzata del ber­lusconismo. Dimostravamo, analizzando il dato dei voti assoluti, che sia il Pdl che la Lega, avevano perso consensi, malcelati solo a causa del calo del numero dei votanti. Noi parlavamo anzi di «tramonto del berlu­sconismo». Questo tramonto è il primo dato che emerge, questa volta in modo lampante, dalle urne. Il dato di Milano è incontrovertibile, anche visto il crollo delle preferenze personali del Presidente del consiglio. Fossimo davanti ad un “politico normale” esso si sarebbe già recato al Colle consegnando le sue dimissioni. Ma Il Cavaliere non è un “politico normale”, e nemmeno i suoi leccapiedi lo sono. Un Pdl senza Berlusconi sarebbe polverizzato.

(2) Anche la Lega esce con le ossa rotte da questa competizione. Buona parte del suo elettorato non ha se­guito le consegne, seminando il panico nella ristretta cupola dirigente leghista. Esodo dalla Lega perché? Per la troppa vicinanza al puttaniere di Arcore? O per aver troppo preso le distanze? Tutte e due le cose posso­no ben coesistere. Un dato salta agli occhi: che l’aver incassato il tanto anelato federalismo, non ha portato la messe di voti attesa, anzi. Sia per la debacle del Pdl che della Lega i numeri in sé dicono poco: occorre capire il segno sociale e di classe di questo esodo. Se, come noi pensiamo, il convitato di pietra di queste elezioni è la crisi economica, se è la crisi economica la causa primaria dei flussi elettorali, dovrebbe essere che sia il Pdl che la Lega hanno perso voti proprio tra la gente di più umili condizioni, usando un aggettivo in disuso, tra il proletariato.

(3) La palese sconfitta elettorale del beluscon-leghismo non è tuttavia un crollo. Non c’è il disfacimento del blocco sociale che sorregge l’alleanza. La crisi economica e sociale ha solo scalfito questo blocco, che infatti tiene. Attenti a non scambiare il tramonto del fenomeno politico del berlusconismo col tracollo dell’ectopla­sma sociale sottostante. Se le nostre analisi sono giuste questo blocco reazionario di massa è più vivo che mai e l’alleanza di centro-destra ne è solo la forma politica momentanea e larvata. La forma definitiva che potrà prendere lo decide il decorso della crisi economica e sociale.

(4) Il fallimento del “terzopolismo”, ovvero dell’opzione moderata e post-democristiana, più che attestare la solidità del bipolarismo, rivela la tendenza latente, sottotraccia, alla radicalizzazione e polarizzazione socia­le e politica. Anche qui, attenti a non confondere la polarizzazione come fenomeno sociale col bipolarismo politico. Tra i due fenomeni non c’è in realtà necessaria corrispondenza.

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(5) Infatti nello schieramento anti-berlusconiano non vince affatto “l’anima moderata”, il Pd. Si affermano invece candidati e formazioni più radicali, vedi i casi di Milano, Napoli e Cagliari. A Milano e Cagliari l’ala radicale del centro-sinistra avanza nell’ambito dei patti di coalizione, a Napoli addirittura fuori e contro il Pd. La qual cosa complica, e molto, l’ipotesi strategica del Pd stesso, che è quella di incarnare politicamente il grande capitalismo e dunque di governare il paese senza fare concessioni alle istanze sociali anticapitalisti­che che l’ala radicale bene o male, più male che bene, si porta appresso.

(6) Un dato che conferma la tendenza alla polarizzazione-radicalizzazione è l’affermazione delle liste Cin­que Stelle. Certo, spiega questo successo la volata che gli è stata tirata dalla coppia Santoro-Travaglio e della lobby che a loro fa capo. La ragione di fondo tuttavia è da cercare nella nettezza con cui i grillini si sono posti come antagonisti ai due schieramenti bipolari. Non c’è dubbio che hanno raccolto un limpido voto di protesta, anzitutto pescando in settori giovanili precari e figli del ceto medio impoverito dalla crisi. En passant: se non fosse per le leggi elettorali truffaldine e bipolariste coattive, scopriremmo che senza grilli e terzopolisti, senza le ali estreme e ammennicoli vari i due blocchi centrali, Pd e Pdl, non arriverebbero al 50% dei voti. Il bipolarismo è tenuto in vita solo con le flebo di marchingegni elettorali antidemocratici.

(7) Un ragionamento a parte va svolto sulle liste a vario titolo comuniste. Il flusso antiberlusconiano non le premia affatto. Nè recuperano davvero gli astensionisti di sinistra. Clamoroso, quasi umiliante, il tonfo di quelle del Pcl (611 voti a Torino! 405 a Milano, lo 0,21% a Napoli). Il gruppo dirigente avrà di che riflettere sulle sue scelte autoreferenziali, settarie e identitarie. Un arretramento pesante che è confermato anche nelle elezioni provinciali e dal fallimento impietoso della lista unitaria a Napoli (842 voti, lo 0,18%) tra Sinistra Critica, Sinistra Popolare, Rete dei Comunisti (strombazzato come laboratorio nazionale). Un tonfo che ha tuttavia ragioni storiche profonde, che non chiama in causa solo limiti soggettivi, e ciò è confermato in maniera solare dal dato rovinoso torinese della lista Federazione della sinistra-Sinistra critica: un deprimente 1,49%. Torino, la città della FIAT dove nell’ultimo anno si sono giocate le due partite decisive di Mirafiori ed ex-Bertone, dove si poteva sperare che l’aver difeso le istanze operaie e della FIOM avrebbe fatto premio alla scelta di andare sganciati dal Pd e contro Fassino, uomo ombra di Marchionne. Niente invece: gli operai o hanno votato per i partiti borghesi che chiedono di schiavizzarli o si sono (giustamente) astenuti. Le liste della Federazione riprendono ossigeno dove e solo dove esse si presentavano avvinghiate al Pd, nel carroz­zone di centro-sinistra. La qual cosa ci dice di che sostanza è fatto l’elettorato della Federazione, che esso è solo un’appendice del “popolo del centro-sinistra” (dove Vendola ha la parte del leone), che essa è congeni­tamente incapace di raccogliere le istanze radicali e antibipolari che pur si sono manifestate. Non si illudano che strappare qualche scranno in Parlamento eviti la consunzione.

(8) Un ultimo ragionamento va fatto sull’astensione, che malgrado i toni da redde rationem che i politican­ti hanno dato alla campagna, e cresciuto del 1,8% rispetto alle precedenti comunali, col dato eclatante di Napoli: - 5,92%. Il tutto a conferma della tendenza che va avanti in modo forte almeno dal 2008. Un’asten­sione che è stata evidentemente frenata dall’affermazione, anzitutto al Nord, delle liste Cinque stelle, e solo in pochissima parte dai vendoliani e dalle liste comuniste. Su questo vale la pena soffermarsi sul dato tori­nese e il segno largamente operaio che l’astensione ha avuto. A Torino la percentuale alle comunali è stata del 66,53%, quasi cinque punti in meno della media nazionale del 71%. Ma se sommiamo ai 237mila che si sono astenuti, 13760 schede nulle e 6617 schede bianche, abbiamo un tasso di astensionismo reale che veleggia al 40%. Lo stesso conteggio si dovrebbe fare per le altri città e province.

Non è che noi si cerchi conforto, ma la conferma del ragionamento di fondo che facciamo e che è riassumi­bile in questi punti: (1) la talpa della crisi economica sta solo iniziando a rodere i pilastri su cui si reggono il sistema politico e istituzionale e chi oggi pretende di rappresentare l’opinione pubblica; (2) l’astensione testimonia di uno smottamento lento ma riteniamo inesorabile di questo sistema; (3) quest’astensione è certamente polivoca ma il suo segno di classe è prevalente; (4) è in questa area astensionista enorme che si annidano le più consistenti energie eversive e antisistemiche e dunque la crescita dell’astensionismo va sostenuta; (5) il gioco elettorale non si addice alle forze che ambiscono a rappresentare politicamente queste energie, esso è strutturato in maniera tale che i rivoluzionari a vario titolo non hanno alcuna speranza di af­fermarsi; (6) il lavoro di costruzione di un nuovo movimento rivoluzionario è affidato non tanto alla capacità di rappresentare elettoralmente la rabbia sociale, ma a quella di costruire un soggetto politico che la sappia intercettare quando essa si manifesterà in tutta la sua potenza; (7) ci conforta invece che gli stessi risultati partoriti dalle urne, con la frammentazione che cresce assieme a liste di protesta, e contestualmente alla ba­tosta subita da Berlusconi, al fallimento del Terzo polo e all’impasse del Pd, lungi dal dare forza al sistema politico, lo indeboliscono. Meglio così. Ne vedremo delle belle!

 

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Per un mondo senza innocenti

Presentato da Marinus Van der Lubbe

 

Estratti da Pour un monde sans innocents («La Banquise», n. 4, 1986)

 

Nel quadro di una società di classe quale è la nostra, la giustizia è evidentemente una giustizia di classe. Ma se ci si limita a ripetere questa banalità, si finisce col falsarla, al punto di farne una mezza verità, una verità miope... insomma, un errore.

È un limite comune quello di non vedere nelle classi sociali altro che le classi stesse, piuttosto che il movimento che le ha prodotte e le riproduce; e di non distinguere nel capitalismo altro che il capi­talismo stesso, e non ciò che esso ha ereditato dall’intero arco della storia umana. Anziché limitarci a denunciare il carattere «di classe» della giustizia, o di qualsivoglia altra cosa, possiamo invece osservare come il capitalismo riprenda (nell’interesse della classe dominante) alcune soluzioni che le società di classe anteriori avevano applicato alla vita sociale, aiutando così le classi dominanti dell’epoca a imporsi.

Non si può pretendere che le classi siano apparse unicamente o principalmente perché un dato gruppo umano vi avrebbe avuto interesse. È in questo senso verosimile che gli altri umani abbiano permesso a questo gruppo di agire alla stregua del primo proprietario immaginato da Rousseau, che decretò: «questo è mio»?

Allo stesso modo, non ci si può accontentare dell’argomento del necessario «sviluppo delle forze produttive», che avrebbe costretto l’umanità, onde accrescere la produzione e la produttività, ad accettare l’esistenza delle classi e dello Stato. Non tutte le società hanno conosciuto questo resisti­bile primato dello sviluppo economico; alcune hanno anzi frenato, al proprio interno, il progresso concomitante della produzione della ricchezza e della polarizzazione del potere. In breve, come ogni realtà sociale essenziale, la giustizia ci riconduce all’idea che alcuni millenni or sono l’umanità si sia ritrovata sulla via dello sfruttamento e dell’alienazione. Senza questa premessa, il capitalismo non sarebbe potuto nascere, né costituire a sua volta il prolungamento di quel percorso. La critica del capitalismo è dunque anche la critica delle forme di alienazione passate che esso ingloba.

La «giustizia» è un’invenzione sociale plurimillenaria che la crisi dei primi gruppi umani ha reso necessaria. Essa è meno un modo di risolvere i conflitti, che di rendere tollerabili conflitti che non si è riusciti a impedire. E che in virtù del suo intervento si aggravano e si moltiplicano – fino all’assur­dità attuale della prigione criminogena, rimedio che, per ammissione degli stessi umanisti borghesi più illuminati, si rivela peggiore del male. Come la morale al livello dei rapporti inter-individuali, la giustizia applica a un conflitto o a una violenza, una regola prestabilita, esteriore rispetto al fatto, per solennizzare il «trauma» e dargli un nome, al fine di esorcizzarlo. Secondo questa logica, occor­re che esista un colpevole, e non soltanto un responsabile, poiché la colpa penetra il colpevole e si identifica infine con il suo essere profondo. Il movimento giunge a compimento nella misura in cui in cui la giustizia moderna pretende di giudicare non l’atto, ma l’intero essere dell’individuo alla luce dell’atto – a forza di analisi delle motivazioni, perizie psichiatriche e valutazioni della persona­lità Le società arcaiche hanno dato vita alla giustizia allorché i loro membri (i gruppi in esse asso­ciati, mai dei semplici individui) hanno rinunciato effettivamente al controllo diretto sulla propria vita, e quindi sulla violenza interna al gruppo. Questa evoluzione, beninteso, è parallela alla nascita della divisione del lavoro, e in seguito della religione, della politica e dell’economia.

È a partire dall’emergere della giustizia in quanto colpevolizzazione-esorcismo-marginalizzazione, che si è innescato il meccanismo che avrebbe portato in seguito

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all’imprigionamento, considerato come mezzo sicuro per isolare chi è stato escluso. Ma la prigione non fa che materializzare una se­parazione già all’opera da tempo. […]

 

Tutte le società di classe hanno fatto il più largo uso della giustizia, e persino le dittature più concla­mate (nazismo, stalinismo etc.), a prescindere dal ruolo ricoperto dal capriccio dei capi, non hanno mai funzionato sulla base del puro arbitrio, né rinunciato al procedimento giudiziario. Accanto a una polizia dai poteri esorbitanti, la giustizia ha continuato a giocare il proprio ruolo: quello di evoca­re l’esistenza di una norma. Più un regime è fragile (si pensi a una dittatura militare come quella di Videla, in Argentina), più si spinge lontano nell’improvvisazione e nella violazione sistematica della legge («sparizioni» etc.). Il puro arbitrio finisce con lo scalzare l’ordine sociale (l’economia si sottrae a ogni intervento, il dittatore vede la propria base sociale restringersi etc.). E quando il capo non comanda più se non un esercito di carnefici, i suoi giorni sono contati. Viceversa, lo «Stato di diritto», che traccia con precisione i confini della zona di non-diritto dove si esercita l’arbitrio poli­ziesco, è la forma compiuta dell’ordine sociale.

Non è soltanto al fine di assicurare l’ordine necessario alla salvaguardia della proprietà privata che si punisce il ladro. D’altronde, vengono puniti assassinii che coinvolgono unicamente individui proletari, e che in nessun modo colpiscono la borghesia. Si può persino riconoscere una società in crisi e uno Stato scarsamente unificato, dal fatto che la polizia e la giustizia rinuncino a intervenire in taluni quartieri sottoproletari incontrollabili, e lascino che i loro abitanti si droghino, estorcano denaro o si uccidano l’un l’altro, come avviene in certi ghetti neri americani.

Una società capitalistica «sana» interviene anche quando si tratta di impedire ai suoi elementi mar­ginali di massacrarsi. Certo, occorre vi siano in gioco gli interessi della società di classe (e quelli «egoistici» della classe dominante), ma c’è di più. Il mondo capitalistico contemporaneo ha bisogno di esorcizzare l’omicidio: anche se in forma diversa rispetto alla società greca del IV secolo a.C., esso prova questo bisogno, che occorre spiegare.

La società di classe implica anche una separazione tra individui isolati, un’alienazione di ciascun individuo rispetto agli altri, un’incapacità di risolvere le lacerazioni e gli urti, ivi inclusi quelli che hanno soltanto un rapporto molto indiretto con la base di classe della società. Il gruppo ristretto all’interno del quale si svolge la vita quotidiana (rapporti amicali, familiari, lavorativi, di vicinato) è inadatto ad affrontare i conflitti e a favorirne la soluzione, a sopportare la violenza e il dramma, a convivere con le pesanti contraddizioni che caratterizzano le relazioni umane. E questo è tanto più vero quanto più l’alienazione sociale è «spinta» (dunque in misura maggiore per i cittadini francesi contemporanei che per quelli dell’antica Atene). La ragione è che la tendenza «naturale» è quella a ricorrere a meccanismi che si pongono al di sopra di questi ambienti di vita, al fine risolvere ed eliminare le contraddizioni. Dalla capacità dei rivoluzionari a non cedere a questa tendenza, dipende la serietà della loro critica della giustizia, e del mondo capitalistico in generale.

Va da sé, quindi, che siamo contro la prigione tanto per i «colpevoli» quanto per gli «innocenti», in quanto questa distinzione, storica e non naturale, riassume in sé il fenomeno della giustizia, di cui una società umana non avrà più bisogno.

 

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TRE FRATELLI

di

Giuseppe Bifolchi

 

Sulle pagine de «Il Sale» abbiamo pubblicato, negli anni scorsi, alcune biografie di anarchici abruzzesi.

Ci siamo occupati di Antonio Cieri e del nostro omonimo Giuseppe Bifolchi.

Questa volta dedichiamo un ricordo a tre anarchici pescaresi, i fratelli Gialluca, riportando le brevi note

biografiche che abbiamo steso per il Dizionario Biografico degli Anarchici Abruzzesi edito dalla BFS di Pisa.

E continuamo a pensare che l’esercizio della memoria sia un fattore indispensabile alla comprensione

della realtà.

GIUSEPPE GIALLUCA

Nasce a Pescara il 19 marzo 1901 da Alderico e Giovina De Amicis, ferroviere. Lavora come

fuochista nelle ferrovie venendo in contatto col movimento anarchico a seguito dello sciopero

generale del 1920. Nel 1922, a causa della sua partecipazione allo sciopero “legalitario” dei primi giorni dell’agosto, viene licenziato e lavora dapprima come fabbro ferraio e poi come commesso presso una ditta di tessuti.

Nel 1928 si trasferisce in Francia a Marsiglia (dove già è espatriato un fratello) ed il pretore di Città S. Angelo spicca il 24 aprile 1928 un mandato di cattura con l’imputazione di “emigrazione

clandestina a scopo politico”. Nel 1930 si trasferisce a Parigi e secondo la polizia “fa parte del

gruppo anarchico che fa capo a «Fede». Si è incaricato di continuare la pubblicazione di tale

periodico durante il periodo di tempo che il Gozzoli è stato lontano dalla Francia in seguito ad espulsione”. Nel 1931 raggiunge per qualche mese i fratelli Renato e Mario in Spagna, a Barcellona. Tornato a Marsiglia è in contatto con Volterra, Magni, Chiodini, Tinacci. Nel 1933 un appunto di polizia riferisce di un provvedimento di espulsione “in seguito ad una lite con vie di fatto avvenuta fra lo stesso G. e il noto Marzocchi Umberto”. Nel 1935 viene arrestato per “infrazione al decreto di espulsione”. L’anno seguente è in Spagna con gli anarchici della colonna Ascaso.

Rimane in Spagna fino al settembre del 1937, quando viene arrestato, al confine franco-spagnolo, per la solita “infrazione al decreto di espulsione” e condannato a 24 giorni di carcere. Rientra in Italia nel dopoguerra e si stabilisce a Pescara dove muore il 21 maggio 1987.

MARIO GIALLUCA

Nasce a Pescara il 4 aprile 1911 da Alderico e Giovina De Amicis, meccanico. Fratello minore degli

anarchici Renato e Giuseppe, nel 1930, a diciannove anni, tenta l’espatrio clandestino in Francia dove risiedono i due fratelli, ma viene fermato a Milano e rispedito a Pescara.

Riesce ad espatriare nel marzo dell’anno successivo, raggiungendo Renato a Marsiglia. I due, nel maggio del 1931, si trasferiscono in Spagna, raggiunti poco dopo dall’altro fratello Giuseppe. In Spagna il 14 aprile del 1931 è stata proclamata la Repubblica e i mesi che seguono sono densi di fer­menti rivoluzionari. Renato e Giuseppe tornano in Francia dopo qualche mese, ma Mario rimane a Barcellona dove è molto attivo nel sindacato metallurgici e, secondo le informazioni della polizia, in stretto contatto con Durruti e i fratelli Ascaso. Nell’estate del 1931 lavora per circa un mese come minatore a Roda di Vih, poi a Manresa e Suria. Nel gennaio del 1932, mentre si reca ad una

 

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riunione sindacale nell’Alto Llobregat (in pieno moto rivoluzionario), viene arrestato e “trovato in possesso di una lettera di presentazione della Commissione ‘Pro detenuti politici’ della regione di Manresa-Berga diretta ai Sindacati di Suria; altra lettera del ‘Comitato pro detenuti della Catalogna’ col bollo del Sindacato unico della Metallurgia di Barcellona; una tessera sindacale francese ed i periodici «Il Martello», «L’Adunata dei Refrattari» ed altre stampe sovversive”. Rimane in carcere fino a marzo, quando viene espulso dalla Spagna perché “pericolosissimo anarchico… in stretta relazione con gli elementi terroristici di Berga e Cuenca (Alto Llobregat)”. Raggiunge prima

Parigi e poi il Belgio stabilendosi a Bruxelles dove fa il rivenditore di libri insieme ad Ulisse Merli. Nel novembre del 1932 la polizia lo dà a Brest dove rimane fino al settembre del 1934, quando si trasferisce a Parigi.

Secondo informatori della polizia avrebbe “intenzione di fingere di rinnegare le sue idee libertarie, far ritorno a Castellammare Adriatico e dopo un periodo di prova che sopporterebbe con ostentato

convincimento, farsi assumere, mediante raccomandazione di uno zio Centurione della Milizia, nel Fascio stesso, al fine di potere avere un giorno la possibilità di avvicinarsi a S. E. il Capo del Gover­no e compiere un attentato contro la Sua Persona”. L’informazione viene ritenuta poco attendibile dalla stessa polizia; sta di fatto, comunque, che a novembre è a Pescara, come testimonia un verbale d’interrogatorio del 6 novembre 1934. Nel 1935 svolge il servizio militare a Catanzaro. Da qui, nel 1936, è inviato in Africa Orientale. Nello stesso anno, rimpatriato per una grave malattia, viene ri­coverato presso l’ospedale militare di Caserta e da qui trasferito, in gravi condizioni, a Pescara dove muore (agosto 1936).

RENATO GIALLUCA

Nasce a Castellammare Adriatico (l’odierna Pescara) il 4 marzo 1900 da Alderico e Giovina

De Amicis, ferroviere, fabbro, meccanico. Presta servizio militare durante la guerra nei battaglioni d’assalto, ma congedatosi “professa idee anarchiche avendo subito l’influenza deleteria del

continuo contatto avuto col noto anarchico Di Sciullo Camillo”. Lavora come fuochista nelle

ferrovie, ma viene “dichiarato dimissionario per aver partecipato allo sciopero generale ferroviario” dell’agosto 1922 “essendosi provato che fu egli a dare in Castellammare Adriatico il segnale d’inizio dello sciopero, facendo funzionare la sirena, che si adopera per avvertire gli operai del principio e della fine del lavoro”. Gestisce quindi un’officina di fabbro assieme al fratello Giuseppe e nel 1926 espatria in Francia, a Marsiglia. Ha contatti col movimento anarchico italiano in Francia. Nel 1931 viene raggiunto dal fratello minore Mario, anch’egli espatriato, ed insieme a questi si reca in

Spagna. I due vengono raggiunti, dopo qualche tempo dal terzo fratello Giuseppe. Dopo qualche mese Renato e Giuseppe tornano in Francia, mentre Mario resta a Barcellona. Nel 1936 è in Spagna dove partecipa alla guerra prima nelle formazioni anarchiche e poi nelle brigate internazionali.

Rimane in Spagna fino alla sconfitta delle forze repubblicane e rientra a Marsiglia agli inizi del 1939. Nel dopoguerra torna in Italia e si stabilisce a Montesilvano (PE) dove muore il 10 ottobre 1969 in seguito ad un incidente stradale.

 

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1861 – 2011

dal libro“Una Voce Fuori dal Coro” di Giorgio Fioretti

 

Come è consuetudine, la data del 17 marzo in Italia è stata sempre festa nazionale. Quest’anno però si è rivestita di una speciale importanza giacché sono stati commemorati i 150 anni della proclama­zione dell’unità d’Italia. E’ stato il giorno in cui sono state riesumate fotografie che mettevano in risalto uomini dalle folte barbe e vistosi baffoni, i così detti “ Padri della Patria”, il giorno in cui le loro statue in bronzo o in marmo, erette nelle piazze e strade d’Italia, sono state ripulite e adornate con la scritta : “il popolo riconoscente”.

Sono trascorsi quindi 150 anni da quando gli abili artigiani del cuoio hanno consegnato al popolo “lo Stivale” pronto per essere calzato. A dir la verità nella sua confezione sono stati usati vari tipi di cuoio, già che non si aveva a disposizione la quantità necessaria di un unico tipo, ed è appunto per questa ragione che i vari ritagli furono uniti con una cucitura di filo molto grosso e robusto per dare l’idea di unità. Però per avere l’opera completa mancavano alcuni lembi della parte superiore. A questo fu rimediato in seguito. Malgrado la grancassa suonata dal governo, oggi si arriva alla costa­tazione che il filo usato nella cucitura non era così resistente come si credeva, poiché sono apparsi ritagli che non si sentono più tanto uniti al corpo dello “Stivale”.

A questa non prevista situazione, gli attuali ciabattini che hanno sostituiti gli abili artigiani di allora, non sanno ancora come meglio controllare gli avvenimenti..

La “guerra ai cafoni”, ossia contro il brigantaggio

Ma ora andiamo a percorrere la via che ci porterà alla scoperta della vera storia, la storia sopravvis­suta a quella raccontata dal vincitore.

Dopo la conquista del “Regno delle due Sicilie”, da parte di Garibaldi, per legittimare l’annessione al Regno di Sardegna, fu indetto un”plebiscito” vergognoso (fu chiamato a votare circa il 2% della popolazione) per i brogli e le manomissioni. Nello stesso tempo si inasprì, nelle terre “liberate”, la “sciagurata guerra del brigantaggio” come ebbe a dire Aurelio Saffi . La politica piemontese di quell’epoca, oltre a deludere le aspettative dei democratici e dei repubblicani meridionali favorevoli a l’unità perché auspicavano un nuovo ordinamento agrario e adeguati spazi politici nella gestione del paese, deluse anche i braccianti che avevano sperato in una pur minima riforma agraria. Invece come se questa mancanza non bastasse, i piemontesi introdussero la leva obbligatoria e una tassa­zione ben più elevata della precedente ( il pagamento di 14 franchi a testa fu portata a 28) a tutto questo va aggiunto la privatizzazione delle terre demaniali e la nuova tassa sul grano. Il malcon­tento, per le misere condizioni economiche e il durissimo e superbo atteggiamento delle truppe di occupazione, produsse il lievito che fece fermentare il fenomeno del brigantaggio. Gli occupanti vollero trapiantare in queste province un sistema burocratico centralizzato. Sul modello Piemontese, si appoggiavano alle classi agiate, ai latifondiari di origine feudale, al clero e alla borghesia locale. La annessione del sud Italia fu una vera manna per il Piemonte. I 500 milioni di riserva aurea del regno conquistato, servirono a saldare il debito contratto con la Francia e l’Inghilterra. Sempre in nome dell’unità molte fabbriche tessili del sud furono smantellate e i telai portati a Valdagno (futura sede di Marzotti), come anche le ferriere di Mongiana i cui macchinari furono portati in Lombardia. Il fenomeno del brigantaggio rappresentò il risultato della politica di Torino che aveva sottovalutato

una realtà storica complessa e secolari aspirazioni di miglioramento sociale ed economico delle

 

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popolazioni. Lo stesso Garibaldi che in nome dell’unità d’Italia, aveva ceduto al Piemonte il regno conquistato, in una lettera a Adelaide Bono Cairoli scrive: gli oltraggi subiti dalle popolazioni me­ridionali sono incommensurabili, però sono convinto di non aver fatto male, ma ciò nonostante non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagiona­to squallore e odio…

La repressione

La reazione del governo del nuovo stato fu brutalmente repressiva.

Fu inviato un corpo di spedizione di 160 mila uomini al comando del generale Enrico Cialdini che dei meridionali aveva uno speciale concetto espresso in una sua dichiarazione: Questa è Africa, altro che Italia!. I beduini a riscontro di questi cafoni sono latte e miele.

Iniziò così una vera e propria guerra civile che i piemontesi aiutati da leggi eccezionali (legge Pica 1863) combatterono con ferocia peculiare, praticando saccheggi, stupri, esecuzioni sommarie e incendi di piccoli paesi.

Il Cialdini nel 1863 dette ordine di radere al suolo per rappresaglia il paesino di Pontelandolfo (Be­nevento) e Casalduni. Il colonnello Gaetano Negri, che prese parte all’azione, in una lettera al padre scrisse testualmente: un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, poi mise a fuoco il villaggio intero che venne completamente distrutto, lo stesso trattamento fu riservato a Pontelandolfo. Ora non per polemica, ma mi chiedo: queste azioni non sono le stesse praticate dai nazisti 80 anni più tardi? Però non bisogna pensare che i ribelli sia­no stati solo vittime. Come sempre accade, questi avvenimenti storici sono sempre segnati da atro­cità raccapriccianti. Secondo alcuni storiologi, i caduti sull’uno e sull’altro fronte furono largamente più numerosi dei caduti in tutte le guerre del risorgimento. Inoltre dal resoconto inviato da Cialdini al re la contabilità delle repressioni dell’esercito, solo nel napoletano, è stato agghiacciante. 8.968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 frati, 10.604 feriti. 7.112 prigionieri, bruciate 918 case più 6 paesini…. Per questa opera “benemerita” il Savoia di turno oltre a decorare il Cialdini gli diede anche il titolo di duca, in barba alla consuetudine di non premiare mai chi si fosse distinto in combattimenti contro connazionali. Evidentemente i “cafoni meridionali” non erano considerati italiani. Difatti in occa­sione della proclamazione del regno d’Italia Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase: Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani. Prendendo come riferimento questo proposito si diede il mo­tivo alla ferocia della repressione. Ma come fu possibile pensare di trasformare in pochi anni “cafoni meridionali” in italiani degni di passaporto?. Tutto questo diede inizio alla fuga (emigrazione) dei cafoni verso le Americhe. Però nel secolo scorso molti studiosi hanno riscritto la realtà storica del risorgimento stendendo un velo pietoso sul brigantaggio.

Antonio Gramsci, in un articolo sul giornale “Ordine Nuovo” del 1920 scrisse: “….lo stato italiano è stato un dittatore feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole. Squartando, fucilando, seppellendo contadini poveri che scrittori salariati tentarono di diffamare col marchio di briganti….”

 

Una voce fuori dal coro. Libro in vendita nelle migliori librerie di Pescara”

 

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Non è vero che i giovani sono senza futuro! Il capitalismo è senza futuro!

 

LA   MORALE   UMANITARIA

(Terza Parte)

 

 

            Con una buona emancipazione delle masse la rivoluzione sarà più semplice e “meno sanguinosa”. Comunque senza violenza e senza morti purtroppo sarà impossibile. Come si può vedere in tutti gli avvenimenti ultimi nei paesi arabi, è sufficiente una semplice manifestazione di protesta, pacifica e disarmata, per far scatenare le forze del potere che sparano ed ammazzano migliaia di  persone senza nessuna pietà.

Le prossime rivoluzioni, a mio avviso, si dovranno cercare di fare sulla base della coscienza e non dell’economia, né per rabbia; altrimenti, se vinceranno, rifaranno ancora altre dittature, come nel passato. Rivoluzioni non solo per pane ma soprattutto per giustizia umanitaria. Risolta la giustizia il pane sarà una stupidaggine. Questa è la coscienza. Né tanto meno ci si può ribellare solo per rabbia o per vendetta, sentimenti più che comprensibili perché le sofferenze patite sono tantissime, però se ci si sofferma un poco a riflettere ed a ragionare ci si rende conto che una simile reazione non ha senso. Perché arrabbiarsi se la storia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo è vecchia di migliaia di  anni? Che novità è? Fa parte dell’arretratezza e dei limiti dell’uomo e della donna, dei nostri padri ed antenati, noi compresi.

  Pur permanendo la divisione della società in classi tra sfruttati e sfruttatori, oggi ciò che  veramente crea la differenza tra le persone non sono i soldi ma la coscienza, cioè il grado di comprensione e di sensibilità verso il mondo disumano in cui viviamo. Questo  è il perno centrale intorno a cui ruotano tutti i problemi e le loro soluzioni. Coloro che pensano che la classe capitalista possa risolvere i problemi di miliardi di esseri umani, o sono degli ingenui oppure sono in malafede; coloro che pensano di poter fare da soli, facendosi i fatti propri e fregandosene di tutto e di tutti, saranno travolti e spazzati via dal peggiorare della crisi;  coloro che pensano di risolvere i problemi unendosi agli altri e ribellandosi collettivamente hanno tutto un futuro davanti a loro. Sono l’avanguardia di questo processo.

Così è per gli studenti e per i giovani italiani. Si dice che i giovani sono senza futuro perché il 28% è disoccupato e perché la società è in una crisi di cui non si intravede la soluzione. C’è da dire innanzitutto che il giovane non è mai senza futuro perché ha una vita davanti. E’ un fatto naturale che nessuno può cancellare. Inoltre il giovane di oggi è senza futuro borghese,  però ha davanti un futuro da ribelle e da rivoluzionario. Questo deve prendere. Certo ha perso, per sua fortuna, la possibilità di fare soldi, carriera, cioè di diventare una persona  alienata e consumista, come succedeva in genere fino ad una decina di anni fa. In alternativa ha davanti a sé una prospettiva di vita molto più bella, piena di umanità, di ideali, di dignità, di armonia con se stesso e con gli altri. Si deve lanciare! Prima lo fa e meglio è, anche perché non ha alternative, sarà obbligato a ribellarsi per poter continuare a vivere. Allora è meglio farlo coscientemente! E’ inutile pensare ad andare all’estero perché la crisi è globale. Avevano ragione gli studenti in lotta durante il mese di dicembre scorso quando dicevano: La nostra lotta continuerà anche dopo l’approvazione del decreto Gelmini.  Sentono che non si tratta di cambiare soltanto la scuola ma un’intera società. Hanno davanti una vita che veramente val la pena vivere. Non è vero che sono senza futuro! Il capitalismo è senza futuro!

Non sono soltanto i giovani ad avere problemi ma anche i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati, gli immigrati, i professionisti, i piccoli ed i medi imprenditori travolti dalla crisi economica, i cittadini colpiti dai disastri ambientali, i malati di tutti i tipi vittime di questa società: praticamente quasi tutta la popolazione. Il quadro mondiale è peggiore di quello nazionale con le guerre, le carestie, la miseria, i terremoti ed i maremoti. Per questo motivo oggi non si può parlare più soltanto di lotta di classe contro classe, ma dell’intera umanità contro una oligarchia che di fatto ha dichiarato guerra all’umanità.

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Il ruolo trainante e rivoluzionario che si assegnava al Proletariato per la funzione centrale che svolgeva nell’economia, oggi è stato preso dall’intera umanità, non solo nell’economia, ma in tutti i campi  perché si tratta di cambiare un’intera società ed un intero sistema. Il ruolo di classe guida del Proletariato è finito,  si è esteso ed è stato fatto proprio dall’intera umanità che non deve guidare nessuno, ma esclusivamente se stessa, per cui non ha più  bisogno delle istituzioni borghesi, né di partiti e sindacati, né di costruire qualsiasi organizzazione al di sopra di se stessa, né di concedere deleghe, né eleggere capi. Può andare avanti benissimo facendo da sé, con la propria partecipazione, autorganizzazione, autogestione in tutto e per tutto, con i propri organismi di base, il tutto sorretto dai principi della democrazia diretta e dal potere decisionale delle assemblee di base.

Oggi è necessario un movimento che faccia riferimento ad un neo-umanesimo in contrapposizione al neo-liberismo, alla cui base ci sia una morale umanitaria incentrata sull’Essere umano dal punto di vista filosofico, ideale, spirituale e, su queste basi, materiale. Non può essere che si centri tutto su una morale economicista-materialista basata sulla lotta salariale, i diritti borghesi, sull’aiuto e sull’elemosina lasciando in piedi tutti i disvalori basati sulla subalternità, i privilegi, le classi sociali, l’arroganza del comando, la padronanza delle armi, la proprietà privata dei mezzi di produzione, ecc. Non si può continuare ad andare avanti così! Siamo tutti uguali nella nostra essenza. Le differenze vengono fuori nell’apparire e nel dimostrare. Ciò avviene perché la persona si deve presentare come una merce di alta qualità per essere comprata e scelta.

Purtroppo molti dicono: “ma il mondo è sempre stato così, non può cambiare!”. Non è vero! C’è ignoranza! E’ così da quando si sono create le differenziazioni tra gli uomini e quindi le classi sociali, cioè dall’epoca dell’agricoltura in cui  l’uomo e la donna sono passati dalla vita nomade a quella stanziale. Prima non era così. All’epoca della caccia e della pesca l’uomo e la donna dividevano in parti uguali le proprie prede e non avevano capi. Lo stesso comportamento avevano nell’epoca precedente a quella della caccia e della pesca, quando si nutrivano esclusivamente del raccolto dei prodotti spontanei della natura. Per  cui l’essere umano è stato collettivo ed egualitario per centinaia di migliaia di anni. Anche per questo motivo noi ancora oggi pensiamo al collettivismo ed all’uguaglianza: fanno parte del nostro DNA e della nostra Storia. Marx ed Engels lo chiamavano “il comunismo primitivo”. L’epoca dell’agricoltura, cioè della differenziazione economica tra gli uomini, è iniziata “da pochissimo tempo”, nemmeno diecimila anni. Per cui quando si dice “L’uomo è sempre stato così! Non può fare a meno del capo!” non è vero. Sono luoghi comuni profondamente sbagliati e  reazionari, stimolati dal potere con la finalità di mantenere il popolo nell’accettazione passiva della situazione attuale.

La morale prevalente nella massa è quella della classe al potere, logicamente. Diversamente non potrebbe governare. E’ sempre stato così, altrimenti non si possono spiegare i governi criminali  come quelli di Stalin Hitler Mussolini ecc. ecc. Nello stesso tempo bisogna vedere che tutti questi governi ed altri simili sono stati abbattuti e cambiati dalle stesse masse che li hanno messi sù. Quindi si può dedurre che la morale della gente non è sempre uguale, ma cambia. A questo proposito va spiegato bene il concetto di Marx de “l’esistenza crea la coscienza!” perché esso rappresenta soltanto il 50% del principio del materialismo-dialettico. L’altro 50% è dato dal rovescio, cioè “la coscienza crea l’esistenza!”. Se ci si ferma al primo 50% si fa una interpretazione statica di questo concetto. In base ad essa l’uomo e la donna dovrebbero essere ancora all’epoca primitiva, non ci sarebbe stata evoluzione, perché se “l’esistenza crea la coscienza’, dopo che succede? L’esistenza e la coscienza non cambiano più? Rimangono sempre uguali? Assolutamente no, cambiano, sarà la coscienza a creare una nuova esistenza. L’evoluzione storica lo ha dimostrato, lo sta dimostrando e lo dimostrerà anche nel futuro.

 

                                                                                                                                      Antonio Mucci

 

(Continua nel prossimo numero)

 

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Vedi Napoli (e dintorni) e poi?

di Lucio Garofalo

 

Ad una prima lettura, immediata e superficiale, le elezioni amministrative segnalano un netto spostamen­to “a sinistra” dell’elettorato e del quadro politico, ben sapendo che ogni situazione locale è sempre partico­lare e relativa alle dinamiche e agli umori presenti sul territorio. Ma al di là di alcuni motivi di “sorpresa” e “novità”, individuabili nel successo elettorale conseguito da alcuni movimenti di protesta, il dato più signi­ficativo si riferisce all’astensionismo, che in alcuni casi (ad esempio Napoli) rasenta ed oltrepassa la quota del 40%. Poiché le astensioni si registrano soprattutto nelle aree periferiche dove si concentrano sacche di povertà e di emarginazione sociale, questa percentuale indica che i proletari non si fidano più del sistema politico ufficiale, nella misura in cui le consultazioni elettorali sono recepite ormai come una liturgia inutile e stanca, un rito distante dalla drammatica realtà dei problemi quotidiani generati dalla crisi economica. In tal senso la politica è avvertita come estranea alle sofferenze e ai disagi delle masse lavoratrici, come un’ap­pendice intrinseca allo sfruttamento di classe.

La grave depressione economica che ha investito il capitalismo, vanta comunque un merito: quello di evi­denziare come non esistano differenze tra Berlusconi, Zapatero, Sarkozy, Merkel e gli altri, e che i vari governi, di centrodestra o centrosinistra, sono accomunati dalla volontà di scaricare i dolorosi effetti della crisi sui ceti popolari ad esclusivo vantaggio delle banche e delle grandi imprese economiche. In Italia, Berlusconi e Bersa­ni, le loro coalizioni elettorali rappresentano due poli economici contrapposti, ma sono due facce della stessa medaglia. Col pretesto di combattere la “destra reazionaria” si cerca di mobilitare e radunare tutti i “sinceri democratici”, in qualità di “utili idioti”, e convincerli a recarsi alle urne per votare per una “sinistra” rinnegata.

Non ho difficoltà ad ammettere di far parte della “turba” di “pazzi sovversivi” convinti che non esistano divergenze sostanziali tra il PD e il PDL, entrambi idonei ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice, cioè funzionali ad una strategia neogolpista applicata in forme apparentemente indolori, i cui effetti sono brutalmente antioperai e antidemocratici, un elemento comune e condiviso dai due organismi politici adia­centi, che recitano il ruolo di finti ”antagonisti” della scena politica italiana. L’unica differenza facilmente riconoscibile è la ”L” presente nella sigla del partito di plastica (e di veline) del sultano di Arcore. Per il resto conviene stendere il classico velo pietoso.

Mentre tanti osservatori ed opinionisti stentano, o esitano, a cogliere la reale natura delle attuali vicende politiche, Pasolini precorreva i tempi con notevole anticipo, intuendo “profeticamente” che “il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”. Ebbene, il “nuovo fascismo” esiste già e si chiama Partito Democratico, un apparato sorto attraverso un’operazione di alchimia e di metamorfosi politica finalizzata alla conquista e alla conservazione del potere ad ogni costo, un esperimento trasformistico compiuto da una cricca affaristica abilmente camuffata sotto mentite spoglie “sinistre”, che svelano inquietanti risvolti autoritari ed antioperai. Il PD si presenta ormai come il più acerrimo e, nel contempo, morbido avversario degli interessi del proletariato italiano, in particolare dei precari, dei marginali e dei migranti. Esso è persino più militarista, guer­rafondaio e filo-imperialista della banda di Berlusconi. Si pensi alle forze egemoni nel PD, apertamente schie­rate a favore della cricca confindustriale e del capitalismo decotto e parassitario che fa capo a banche e finanza.

Per indurre la gente a rendersi conto della matrice autoritaria e poliziesca che ispira la linea del PD, sug­gerisco di riflettere sulle posizioni assunte da vari rappresentanti del partito sui temi cruciali della sicurezza urbana e dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e della guerra, nonché su questioni concernenti l’econo­mia, i diritti e le tutele sindacali dei lavoratori (si pensi alle vertenze operaie della Fiat di Pomigliano d’Arco e ad altri casi emblematici), la convivenza democratica e via discorrendo. Si tratta di proposte indecenti che nemmeno la Lega di Borghezio si azzarderebbe mai ad appoggiare e che suscitano un notevole imbarazzo in numerosi elettori, simpatizzanti e militanti del PD.

Le parole “pace” e “democrazia”, pronunciate dalla bocca degli esponenti del Partito Democratico, suonano come una blasfemia. Mi chiedo come faccia la base del PD a votare per gente simile, ipocrita dalla testa ai piedi. Dalla guerra in Serbia, caldeggiata con forza da D’Alema, all’intervento in Libia sponsorizzato da Bersani, ormai il PD si distingue sempre più per essere una banda di macellai e criminali di guerra isti­tuzionalizzati. E’ stupefacente osservare le metamorfosi e le acrobazie di chi, nella propria

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storia politica si ostina a professarsi “democratico” o “di sinistra”, tenti oggi di emulare le tecniche e le modalità demagogi­che tipiche della propaganda berlusconiana.

Nel complesso l’opposizione è di fatto evanescente e inattendibile, così come viene esercitata da un per­sonale politico sclerotizzato ed incancrenito che fa capo al “centro-sinistra”, che dichiara a parole di opporsi a Berlusconi riducendo tutto ad una questione meramente personale, e non politica. Altrimenti non si po­trebbe giustificare un’ipotesi machiavellica, ossia una manovra interna al Palazzo, come quella di sostituire Berlusconi con Tremonti alla guida di un esecutivo “tecnico”, o Gianni Letta proposto a capo di un “governo istituzionale”. In sostanza, i limiti denunciati dall’opposizione consistono nel ridurre la lotta politica ad una serie di proclami esclusivamente verbali e di pura facciata, emanati dai burocrati del “centro-sinistra”, che si professano “anti-berlusconiani” e “di sinistra” solo a chiacchiere, ma di fatto sono complici del regime ber­lusconiano. A tale proposito, ricordo che i leader dell’opposizione anti-fascista che crearono il Comitato di Liberazione Nazionale, non immaginavano certo di eliminare Mussolini e salvare la dittatura, ma puntavano ad abbattere Mussolini e il fascismo.

Il nostro è un popolo che ha la memoria corta e non si rende conto che un partito che si proclama “demo­cratico” nel nome e nello statuto, ma che non ha nulla da spartire con la democrazia (a parte la farsa delle primarie, proposte in base alle convenienze), segna di fatto il decesso della “democrazia” in Italia, se mai sia esistita. Una “democrazia” morta e sepolta definitivamente grazie anche al PD. Tale insinuazione rispetto al “fascismo” insito nel sistema di potere che fa capo al PD, un connubio di paternalismo, sciovinismo ed affarismo maldestramente mistificato, ha un proprio fondamento storico.

Le critiche verso il PD derivano da un antico sospetto e un’antica diffidenza nutrita verso la storica vo­cazione opportunistica e traffichina degli apparati che sommandosi hanno fondato quel partito: la peggiore tradizione postcomunista e la peggiore tradizione democristiana. Le perplessità si spiegano in virtù del finto buonismo dietro cui si ripara un disegno antidemocratico ed antioperaio, che si intravede nelle soluzioni avallate dal PD in materia economica e sociale, in particolare sui temi del lavoro, della precarietà, della guerra, ecc. Si tratta di contenuti spacciati come “riformisti”. Eppure, consultando un dizionario della lingua italiana si legge che la voce “riformista” designa un atteggiamento teso a migliorare ed accrescere il livello e le condizioni di vita della gente. Invece, a furia di false riforme (in realtà, vere e proprie controriforme) vara­te negli anni, i lavoratori e la società italiana hanno assistito ad un continuo peggioramento della situazione economica e ad un crescente imbarbarimento etico, civile e culturale.

Dunque, il PD è l’espressione di un falso riformismo condotto alle estreme conseguenze, è la quintessen­za di un nuovo modello di autoritarismo e sovversivismo delle classi dirigenti italiane, malcelato sotto men­tite spoglie “democratiche”. Personalmente ho colto la natura ipocrita e mistificante del PD sin dal momento della sua fondazione, ma Pasolini, che era un geniale precursore che seppe intuire in anticipo molte realtà del nostro tempo, ha “profetizzato” l’inganno oltre 30 anni prima che nascesse un’entità politica come il PD. La macchina dello Stato, in ogni forma istituzionale si delinei, è l’involucro esteriore che preserva il capitali­smo. In Italia, il PD è attualmente il principale protettore degli interessi del capitalismo, più esattamente è il referente italiano dell’imperialismo di Wall Street e delle multinazionali americane. Una prova inequivocabi­le è la linea cinica e interventista che il PD ha assunto sulla guerra in Libia.

Nel contempo, bisogna rimarcare la matrice autoritaria, mafiosa e sovversiva dell’agguerrita banda pidui­sta insediata stabilmente al potere, che sta azzerando i residui dello stato di diritto e le garanzie costituzionali esistenti. L’insidia rappresentata dal berlusconismo, cioè dalle forze che governano l’Italia, oggi è più seria e concreta rispetto al passato, specie se si analizza l’intreccio di arrivismo, malaffare, xenofobia e populismo sfrenato che ormai distingue il blocco politico-sociale che fa capo ad Arcore.

E’ altresì evidente che non conviene cullarsi in facili e vuote illusioni, supponendo che il rischio del “nuovo fascismo” si possa scongiurare contribuendo a promuovere il fronte del “centro-sinistra”. Taluni personaggi che si proclamano “democratici” o “di sinistra”, pretendono di spacciare la favola del “male mi­nore”, a cui non credono più neanche i bambini. Ma quale sarebbe il “male minore”? Il “male minore” è una soluzione puramente illusoria e consolatoria che equivale a stabilire quale sarebbe la “fregatura minore”. Sono anni che la sedicente “sinistra” si è ridotta a propagandare la tesi ingannevole e balorda secondo cui conviene scegliere il “male minore” e, puntualmente, ci ritroviamo al potere il male peggiore. In politica il “male” va respinto e combattuto in ogni forma e colore esso si configuri, con intransigenza, onestà e coeren­za, senza cedere a compromessi nemmeno con chi si dichiari “amico” o “vicino” alle proprie posizioni.

 

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Stati Uniti, un impero all’angolo

Tonino D’Orazio, maggio 2011

Ci stiamo avviando verso il declino imperiale degli Stati Uniti, e dei suoi satelliti, con un ultimo e pericoloso respiro nel prossimo decennio.

Non sfugge più a nessuno che nei prossimi cinque anni la prima potenza economica mondiale, se il trend economico continua su questa scia, sarà la Cina (Wall Street Journal). Ovviamente è un paese che necessiterà sempre più di energia, il petrolio, e il suo carbone non basta, è pericoloso in vite umane e rappresenta solo il 12% del fabbisogno. Per fermare, o rallentare, il suo sviluppo la Cina non deve poter accedere facilmente al proprio rifornimento di petrolio, oltre che di materie prime. In questo senso, l’accordo con la Russia per un oleodotto di rifornimento diretto è in atto e scatena un po’ di “malumori” (vedi continuità di scudo spaziale in Romania, spostamento degli F-16 di Aviano in Polonia). Non a caso non è stato ancora sufficiente bloccare l’Iraq e l’Afganistan, rimane in piedi un rifornitore coriaceo, l’Iran non ancora destabilizzato, ma sicuramente a tiro per fasi di “democratizzazione” capitalistica futura possibilmente sotto un po’ di bombe. O con implosione interna.

Anche la Russia, non sembra, ma è “accerchiata” da paesi oggi diventati satelliti di altri. Il petrolio africano, con il quale si rifornisce la Cina, soprattutto in Libia e in Nigeria, (Un oleodotto, tra Nigeria e Camerun con terminale vicino a Douala, sull’Atlantico, è quasi terminato con fondi cinesi) sta per passare di mano. La violenza verso le tribù libiche rasenta l’occupazione e la neocolonizzazione di un paese aderente all’ONU da parte di altri paesi. Il diritto internazionale non serve più, né tantomeno qualche vittima civile, e l’assassinio politico è tornato come una vecchia regola, occhio per occhio, dente per dente. (Non vedo perché i telegiornali ci parlano sempre di bambini morti sotto i nostri bombardamenti. Rifiuto il tentativo di una mia “corresponsabilità”).  L’accordo con la tribù libica, i cosiddetti “ribelli”, sostenuta dai “rapinatori occidentali”, o “volenterosi”, è già stato siglato. Si esita a dar loro le armi, potrebbero successivamente ritorcersi contro gli occupanti. Comunque dovranno pagarle dopo a peso d’oro, cioè di petrolio. Anzi, con una operazione decisa non a Bengasi, ma a Londra, Parigi e Washington, il Consiglio nazionale di transizione ha già creato la «Libyan Oil Company»: un involucro vuoto, tipo di società “chiavi in mano” per investitori e speculatori dei paradisi fiscali. Il suo compito sarà di concedere licenze a condizioni estremamente favorevoli per le compagnie britanniche, francesi e statunitensi. Verrebbero penalizzate le compagnie che, prima della guerra, erano le principali produttrici di petrolio in Libia, l'Eni, e la tedesca Wintershall. Ancora più penalizzate sarebbero le compagnie cinesi e russe, cui Gheddafi aveva promesso, il 14 marzo scorso, le concessioni petrolifere tolte alle compagnie europee (BP) e Usa (Oxy). Ma guarda che tempestività di intervento francese e inglese per la democrazia! I piani dei «volenterosi» prevedono anche la privatizzazione della compagnia petrolifera oggi statale, che verrebbe imposta dal Fondo monetario internazionale in cambio di «aiuti» per ricostruire le infrastrutture e le industrie distrutte dai raid degli stessi «volenterosi» e degli stessi “salvatori”.

Rimane il grosso problema del Brics e dell’Unione Africana. Ci arrivo, perché la moneta, il dollaro, quasi unica misura standard mondiale, è in pericolo. 

L’Euro è nato sotto l’autorizzazione degli americani a condizione che fosse il dollaro a farlo alzare o scendere di valore a secondo delle loro necessità. L’euro diventa sempre più forte e quindi perde di competitività a scapito di una libera concorrenza internazionale pilotata. D’altra parte se si crede ideologicamente nella necessità di una locomotiva, oltre a rifornirla di carburante, bisogna pur rimanere carrozza e seguire. Il dollaro quindi non si tocca. Chi tocca muore.

Il primo fu Saddam, il quale nel 2001, decise che il suo petrolio andava pagato con la nuova moneta, l’euro. Non aveva capito, dieci anni prima, nel 1991, la lezione della prima scarica di bombe, avendogli fatto credere, gli americani, che per il suo milione di morti messi a disposizione per una guerra interposta contro l’Iran, gli avrebbero

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regalato il Quwait. Pensava di vendicarsi vendendo il suo petrolio in euro. Tutti oggi, dopo la morte di circa un milione di civili irakeni sotto il fuoco amico, e la resistenza “terroristica” per la democrazia, hanno capito che l’obiettivo reale era il petrolio e il predominio del dollaro. Qualcuno ancora no.

Ecco Ghedaffi. Il suo petrolio si intreccia con la finanza e la lotta al dollaro che impoverisce l’Africa tramite il Fondo Monetario Internazionale e il suo braccio destro la Banca Mondiale. A Bengasi è stata già creata la “Central Bank of Libya”, un involucro vuoto ma con un importante futuro: gestire formalmente i fondi sovrani libici, oltre 150 miliardi di dollari, che lo stato libico aveva investito all'estero, una volta che saranno “scongelati” dagli Stati uniti e dalle maggiori potenze europee. Ovviamente l’operazione viene affidata alla banca inglese Hsbc, principale “custode”, e quindi già in possesso di esproprio capitalistico, degli investimenti libici “congelati” nel Regno Unito (circa 25 miliardi di euro) e anche in Italia. Uno dei loro obiettivi è sicuramente quello di affondare gli organismi finanziari dell'Unione Africana, la cui nascita è stata resa possibile in gran parte dagli investimenti libici, dalla Banca del Sur (sotto la spinta di Chavez) e il sostegno cinese: la Banca Africana di Investimento, con sede a Tripoli; la Banca Centrale Africana, con sede ad Abuja (Nigeria); il Fondo Monetario Africano, con sede a Yaoundé (Camerun). Quest'ultimo, con un capitale di oltre 40 miliardi di dollari, potrebbe (dovrebbe) soppiantare il Fondo Monetario Internazionale in Africa, Fondo che ha dominato finora le economie africane, spianando la strada alle multinazionali e alle banche d'investimento statunitensi ed europee in funzione di esproprio dei beni comuni tramite le privatizzazioni forzate. La prevista partecipazione del Sud Africa avrebbe creato un colosso bancario africano, che avrebbe trascinato tutta l’Africa, come ha detto ultimamente il ministro degli esteri Maite Nkoana-Mashbane dal podio del BRICS di Sanya, (isola cinese di Hainan) e cioè che il suo paese “parla per l’Africa nel suo complesso“. L’Africa, abbandonata per anni dagli americani, era ed è ormai quasi tutta cinese e Sud Africana. L’Africa è il maggior produttore al mondo di materie prime, e potrebbe diventarlo anche di prodotti alimentari. Anzi molti paesi, tra cui l’Arabia saudita stanno programmando di produrre i loro alimenti con le risorse della terra e dell'acqua di paesi africani come il Sudan e l’Etiopia. Il problema idrico di alcune zone del mondo sta diventando drammatico, soprattutto in Medio Oriente. La stessa Cina ha acquistato, tramite sue aziende internazionali, milioni di ettari in vari paesi africani. La Cina ha cinquecento milioni di cittadini “di troppo” e continua ad avere un alto trend di fertilità e di natalità. 

Attaccando la Libia, i “volontari” occidentali affondano gli organismi che un giorno potrebbero rendere possibile l'autonomia finanziaria e lo sviluppo dell'Africa e si riprendono in mano il Mediterraneo. Ora rimane in piedi la Siria (A quando l’intervento dell’Onu e poi dell’Otan?) con il porto di Tarsus dove sosta la flotta russa del Mediterraneo, e da dove si spera di espellerli con una rivoluzione democratica ad influenza culturale occidentale. Non intendo salvare nessun dittatore, ci mancherebbe, ma ce ne sono parecchi in giro, noti e pericolosi assassini e genocidi, ma non ben visibili perché protetti da quelli che accusano altri per rendiconto.

Cosa dire del progetto di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro, un’unica valuta africana fatta d’oro? Nei mesi precedenti all’intervento militare, ha fatto appello alle nazioni africane e musulmane affinché si unissero per creare questa nuova moneta che avrebbe rivaleggiato con l’euro e il dollaro.

Avrebbe venduto petrolio e altre risorse in tutto il mondo soltanto in cambio di dinari d’oro, e la Libia, di oro, ne possiede 144 tonnellate. La maggior parte degli stati africani ne era interessata ed entusiasta. E anche tutti i paesi dell’Opep, sulla scia di Chavez. La presenza di un dinaro d’oro avrebbe serie conseguenze per il mondo finanziario internazionale, incapace da Bretton Woods (luglio 1944) in poi di trasformare l’oro in moneta cartacea, e viceversa, (patto affossato definitivamente nel 1971 con una decisione unilaterale americana di non convertibilità oro-dollaro, quest’ultimo ormai valeva solo il 25% del valore dell’altro. Un furto mondiale, ma tanto è!), e avrebbe rafforzato anche il potere dei popoli d’Africa, situazione, per l’impero e i loro alleati della NATO, da evitare ad ogni costo.

(continua)

 

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… continua dalla pagina 5

 

speculazione finanziaria per impedire che essa continui a captare plusvalore sottraendolo all’economia

produttiva; (d) debbono crescere le entrate fiscali dello Stato in misura tale da permettere non solo il rimborso del servizio sul de­bito, ma pure la riduzione degli interessi passivi; (e) si deve perseguire un’ininterrotta e implacabile linea di tagli della spesa pubblica che riduca non solo il deficit ma porti il saldo in attivo; (f) dato l’ineluttabile calo dei consumi interni si dovrà fare affidamento alle esportazioni sui mercati esteri, ciò significa che la crescita ci sarà solo a condizione che detti mercati (sia i paesi occidentali che i Brics); (g) stante l’adesione all’Euro l’Italia si deve augurare che la Bce non alzi in maniera sensibile i tassi d’interesse, visto che ogni loro aumento accresce automaticamente il debito e il suo servizio; (h) non deve infine accadere un crollo di altri paesi dell’eurozona (il rischio non riguarda solo i cosiddetti PIGS), poiché un eventuale contagio sarebbe letale e vanificherebbe sia la crescita, che le politiche di rigore.

Queste sono, in astratto, le otto condizioni imprescindibili affinché il paese, considerando politiche economiche che rispettino le compatibilità dell’attuale sistema, esca davvero dalla crisi del debito sovrano. Per le masse popolari, non solo per i lavoratori salariati, anche ammessa una crescita media del Pil al 2%, decenni di sacrifici e forse di stenti, con il rischio in agguato che il tutto sia vanificato da una perturbazione esterna, da qualche altra bolla bancaria-finanziaria.

Di qui la nona condizione supplementare ma davvero cruciale: che la popolazione lavoratrice e meno abbiente se ne stia a cuccia, facendo duri sacrifici e accettando, contestualmente ad una riduzione delle capacità d’acquisto, un drasti­co taglio dei servizi pubblici. Quindi un qualitativo peggioramento delle condizioni generali di vita.

Certo, non è detto che tutte e otto queste condizioni negative vengano a maturazione. Potremmo avere uno scenario in cui alcune si manifestano e altre no. Tuttavia a noi pare che la “sostenibilità”, se non è una Mission impossibile, poco ci manca. L’ipotesi più probabile è che, dopo i default dei debiti sovrani dei PIGS, anche l’Italia sarà costretta ad una ristrutturazione del proprio debito — la procedura in base alla quale le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, periodo di garanzia) vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore, ovvero un eufemismo per dire bancarotta, o un modo per tentare di evitarla. Reggerà l’Eurozona davanti al default probabile di Spagna e Italia? Noi riteniamo di no. (Vedi il nostro articolo: SOPRAVVIVERA’ L’EURO FINO AL 2015?) Senza considerare che la variabile della pace sociale potrebbe non realizzarsi, poiché potremmo avere una sollevazio­ne generale della povera gente che non solo si opponga al massacro sociale, ma rivendichi una soluzione radicalmente diversa e opposta alla crisi del debito.

 

Un’altra soluzione: l’annullamento del debito

Da tempo andiamo sostenendo che la sola alternativa alla catastrofe economica e sociale è l’annullamento del fardello del debito, la sua pura e semplice cancellazione. Una simile misura è esecrata dalla pletora degli economisti liberali e liberisti, io quali sostengono che sarebbe un attentato alle leggi di mercato, al cui spontaneo gioco occorrerebbe con­tinuare ad affidarsi. E’ fin troppo facile far notare che sono proprio queste leggi di mercato (in un mercato dominato dalla rendita e dalla speculazione finanziaria) che ci hanno condotto al punto in cui siamo, e che lasciare il cosiddetto “mercato” libero di fare i fatti suoi, non significa solo affidarsi alla finanza predatoria, ma andare dritti verso il baratro.

Altri sostengono che una tale misura è irrealizzabile senza rompere le compatibilità del capitalismo-casinò. Ciò è esat­to, ma la questione è appunto che non si uscirà dal marasma senza fuoriuscire dal sistema, senza tagliare i condotti con cui la rendita e i settori parassitari e rentier della borghesia pompano ossigeno e ricchezza a spese del paese.

L’annullamento del debito, ci rispondono, implica fare a pezzi il sistema bancario attuale e certamente uscire dall’Eu­ro. Anche questo è esatto: l’annullamento del debito implica infatti tre misure complementari, la riconquista della sovranità monetaria, la nazionalizzazione di Bankitalia e quella del sistema bancario.

Le “persone di buon senso” ritengono che tali misure sono rivoluzionarie, e quindi quanto proponiamo è “assurdo”. Comunque sia le masse popolari hanno davanti l’inferno: esse debbono decidere non se fare durissimi sacrifici o no, ma per quale finalità, se farli per cambiare sistema o se farli per tenersi questo col rischio di ritrovarsi alle prese con altre e peggiori catastrofi.

E’ assurdo?

«Un’assurdità”, in politica, non è per forza uno svantaggio.? Non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fan­no nei momenti decisivi, quando si decide, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole. Le intelligenze semplici hanno questo vantaggio, che possono afferrare al volo i concetti più arditi e quello spirito del tempo che le sottili e capziose menti dei sapienti riescono a riconoscere solo post festum, dopo un inutile vagabondaggio, comun­que sempre in ritardo».

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”