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IL SALE - N.°115

 

 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 11   numero 115 – Marzo 2011

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

Sommario

 

                                                       posto all’ attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti

                       

                                                        di Giuseppe Bifolchi

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                      

 

                                                         di Luciano Martocchia

 

                                                         di Giuseppe Bifolchi

 

                                                         di Lucio Garofalo

 

                                                         di Daniele Valeri

 

                                                         posto all’ attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti

 

                                                         de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

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Posto all’attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti 

 

Parole del Subcomandante Insurgente Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le Comunità Zapatiste

Caracol La Garrucha - 2 agosto 2008

(Parte Seconda)

A quel tempo è stata importante anche la partecipazione di un compagno meticcio, proveniente dalla città, il Subcomandante Insurgente Pedro, che cade in combattimento il primo gennaio del 1994.

Di fronte a questa alternativa ed alle comunità che dicono "alziamoci in armi", il calcolo militare che facemmo - il Tenente Colonnello Moisés forse lo ricorda bene perché fu su questa montagna che sta alle spalle del villaggio, lassù, dove avevamo un accampamento, che si tenne una riunione di tutti i comandi zapatisti -, il piano che presentai loro fu questo: dobbiamo pensare bene a quello che faremo, perché quando si inizia qualcosa non si può tornare indietro.

Se noi andavamo a chiedere alla gente se ci si doveva sollevare in armi o no, non potevamo poi fermarci. Sapevamo e sentivamo che la risposta sarebbe stata un sì. E sapevamo e sentivamo che quelli che sarebbero morti erano quelli che si stavano riunendo su queste montagne, qui a La Garrucha.

Poi è successo quello che è successo. Non vi racconterò del primo gennaio del '94 perché iniziate a saperne un bel po' su di noi - almeno alcuni di voi, perché altri erano molto piccoli - e si apre una tappa di resistenza, diciamo noi, dove si passa dalla lotta armata all'organizzazione della resistenza civile e pacifica.

Accadde qualcosa in tutto questo processo sul quale voglio richiamare l'attenzione: il cambiamento della posizione dell'EZLN rispetto alla questione del potere. E la posizione rispetto alla questione del potere è quella che segnerà in maniera più profonda il percorso zapatista. Noi ci eravamo resi conto - e per noi vanno incluse le comunità, non solo il primo gruppo - ci eravamo resi conto che le soluzioni, come tutto in questo mondo, si costruiscono dal basso verso l'alto. E tutta la nostra proposta precedente, la proposta della sinistra ortodossa, fino ad allora, era stata il contrario: dall'alto si risolvono le cose per il basso.

Questo cambiamento dal basso verso l'alto per noi significava non organizzarci, non organizzare la gente per andare a votare, né per andare ad una marcia, né per gridare, ma per sopravvivere e per trasformare la resistenza in una scuola. Questo è stato quello che hanno fatto i compagni, non l'EZLN originale, quel piccolo gruppo, ma l'EZLN con ormai presente questa componente indigena. Quello che ora si conosce a grandi linee come la costruzione dell'autonomia zapatista è un processo che vi spiegherà ora il Tenente Colonnello Insurgente Moisés.

Prima di questo, volevo segnalare alcune cose. Si dice, non senza ragione, che negli ultimi due anni, il 2006 e 2007, il Subcomandante Marcos ha lavorato con impegno e con successo a distruggere l'immagine mediatica che si era costruita intorno a lui. E si fa osservare come persone che prima erano vicine a lui ora si siano allontanate o diventate addirittura anti-zapatiste. Alcune di queste persone sono andate nei rispettivi paesi a tenere conferenze e sono state ricevute come se fossero stati loro a ribellarsi in armi. Sono gli zapatologi, pronti a viaggiare con tutti i rimborsi spese, a ricevere gli applausi, le carovane e qualche altro favore, quando viaggiano all'estero.

Continua à

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Che cosa è successo? Vi dirò come la vediamo noi. Voi avrete la vostra opinione. Mi spiego: qui nelle zone indigene si parla molto dei "coyote". A differenza che tra gli yaquis ed i mayos per i quali il coyote è molto rispettato ed emblematico, in Chiapas no. Il coyote è l'intermediario. È qualcuno che compra a buon mercato agli indigeni e poi rivende al mercato a caro prezzo.

Quando scoppia l'insurrezione zapatista, nascono quelli che noi chiamiamo gli intermediari della solidarietà. Cioè, i coyote della solidarietà. Questa gente che diceva, ed ancora dice, di avere il contatto diretto con lo zapatismo, di avere il telefono rosso, sono quelli che sanno come stanno le cose qui, e questo per loro rappresenta un capitale politico. Vengono e portano qualche cosa, cioè pagano a buon mercato; se ne vanno e si presentano come emissari dell'EZLN: riscuotono molto.

La comparsa di questo gruppo di intermediari, in cui c'erano politici, intellettuali, artisti e gente del movimento sociale, ci nascondeva l'esistenza di altre cose, di altri in basso. Noi intuivamo che c'era la Spagna del basso; che c'erano i Paesi Baschi in rivolta; che c'era la Grecia ribelle; che esisteva la Francia insorta; che c'era l'Italia della lotta; ma non lo vedevamo. Temevamo, quindi, che neanche loro ci vedessero.

Questi intermediari organizzavano e facevano cose quando eravamo di moda ed incassavano il loro capitale politico. Così come chi organizza concerti e si tiene una quota: riscuote il suo salario, o quello che spetta alla sua organizzazione.

C'era un altro in basso. Abbiamo sempre avuto questa idea: lo zapatismo ha sempre detto di non essere l'unico gruppo ribelle, né il migliore. La nostra idea non era creare un movimento che egemonizzasse tutta la ribellione in Messico, o tutta la ribellione a livello mondiale. Non abbiamo mai aspirato ad una internazionale, alla quinta internazionale o non so a che numero sono arrivati - Ora c'è la Sesta. Ma questa è un'altra, questa è L'Altra Internazionale.

Che cosa è successo? Vi dirò alcune cose che per voi non saranno novità. La descrizione della sinistra istituzionale è perfettamente chiara per gli spagnoli, con Rodríguez Zapatero o Felipe González; per i Paesi Baschi - Gora Euskal Herria - ancora di più; anche per l'Italia ribelle non deve essere una novità; ed anche la Grecia può raccontarci molto; in Francia con Miterrand, il barone, è lo stesso.

In Messico, no. Continua ad esserci questa aspettativa: che è possibile che la sinistra che ci ritroviamo adesso, se arriva al potere, lo farà impunemente, cioè: può arrivare a governare senza smettere di essere di sinistra. Spagna, Italia, Francia, Grecia, praticamente tutti i paesi al mondo possono rendersi conto del contrario: di gente di sinistra, coerente - non necessariamente radicale - che smette di esserlo nel momento in cui arriva al potere. Varia la velocità, varia la profondità, ma inevitabilmente si trasformano. Questo è quello che noi chiamiamo "l'effetto stomaco" del potere: o ti digerisce o ti trasforma in merda.

In Messico questo avvicinamento della sinistra, o di quello che si autodefinisce sinistra, al potere - mi viene in mente ora che su un giornale è stato scritto che io non ero qui, ma che ero a Città del Messico alle feste della sinistra, ma non sapevo ci fosse una sinistra a Città del Messico e che facesse delle feste…. Sì c'è ancora, ma è un'Altra sinistra - dicevo, nel momento in cui si è presentata la possibilità del potere, è iniziato il processo di digestione e defecazione del potere su questa sinistra. (...)

Dunque, noi avremmo dovuto, ce lo chiedeva questo gruppo di intellettuali, artisti, leader sociali, ritornare alla situazione storica presente al 1984, quando pensavamo che un gruppo, o una persona,

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 se arriva al potere, trasforma tutto dall'alto verso il basso. E che noi depositassimo la fiducia, il futuro, la nostra vita ed il nostro sviluppo nelle mani di un illuminato, di una persona, insieme ad una banda di 40 ladroni... che è la sinistra in Messico.

Noi abbiamo detto no. Non è che il presidente legittimo ci sia antipatico, semplicemente non crediamo in questo processo. Non crediamo che qualcuno, nemmeno così figo quanto il Subcomandante Marcos, sia capace di operare questa trasformazione. Noi non potevamo fare questo, ed allora c'è stata la rottura.

Voglio richiamare l'attenzione su una cosa: allora dicemmo quello che sarebbe successo. Quello che sta succedendo adesso. Quando noi lo dicevamo, dissero che stavamo facendo il gioco della destra. Ora che stanno ripetendo perfino con le nostre stesse parole quello che dicevamo due anni fa, si dice che è per fare un servizio alla sinistra.

Lo zapatismo è scomodo. È come se nel rompicapo del potere ci fosse un pezzo che non si incastra e di cui bisogna disfarsi. Di tutti i movimenti che ci sono in Messico, uno di questi - non l'unico - lo zapatismo, è scomodo per questa gente. È un movimento che non permette di accontentarsi, che non permette di arrendersi, che non permette di tentennare, che non permette di vendersi. E nei movimenti dell'alto questa è la logica, questo è razionale. È la "real politik", come si dice.

Allora si verifica l'allontanamento che, a poco a poco, incomincia a permeare perfino i settori internazionali, in America Latina ed in Europa, fondamentalmente. In questo percorso, tuttavia, si sono costruite relazioni più solide. Per citarne alcune, con i compagni della CGT della Spagna, con il movimento culturale ribelle dei Paesi Baschi, l'Italia sociale e, più recentemente, la Grecia ribelle ed insubordinata che abbiamo conosciuto.

Questo spostamento a destra si nasconde in questo modo, si dice: "L'EZLN si è radicalizzato ed è diventato più di sinistra". Scusate, ma il nostro progetto è sempre lo stesso: non cerchiamo la presa del potere, pensiamo che le cose si costruiscono dal basso. Quello che è successo è che quei settori, gli intermediari della solidarietà, i coyote internazionalisti, o l'internazionale del coyotaggio, si sono spostati a destra. Perché il potere non ti fa entrare gratis.

Il potere è un club esclusivo e bisogna avere determinati requisiti per accedervi. Quello che gli zapatisti chiamano "la società del potere" ha le sue regole. E vi si può accedere solo se si rispettano determinate regole. Chiunque cerchi giustizia, libertà, democrazia, rispetto per le differenze, non ha possibilità di accedervi, a meno che tentenni su queste idee.

Quando noi abbiamo cominciato a vedere questo spostamento a destra del settore apparentemente più zapatista, ci siamo chiesti che cosa c'era sotto, cosa c'era dietro. Ad essere sinceri siamo partiti dal contrario: abbiamo cominciato dal mondo, cioè a livello internazionale, e poi ci siamo chiesti del Messico.

Per ragioni che forse voi potete spiegare, la vicinanza dello zapatismo è stata più forte con altri paesi che col Messico. Ed è stata più forte in Messico che con la gente del Chiapas. Come se ci fosse un rapporto inverso nella geografia: chi viveva più lontano era più vicino a noi, mentre chi viveva più vicino era più lontano da noi.

È venuta l'idea di cercarli con l'intuizione ed il desiderio che esistessero: voi, altri come voi. È arrivata la Sesta Dichiarazione, la rottura definitiva con quel settore dei coyote della solidarietà. E la ricerca, in Messico e nel mondo, di altri che fossero come noi, ma che fossero diversi…

… continua alla pagina 18

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Tutto sotto controllo.

 

Tonino D’Orazio

 

 

Quando siamo presi in giro lo intuiamo, a volte ci porta il ragionamento, a volte la saggia diffidenza dovuta all’esperienza, anche se spesso si impara poco perché le fregature non si assomigliano mai abbastanza per riconoscerle. A volte non ricordiamo.

Ormai bisogna pur porsi alcune domande su come l’informazione ci stia pilotando sulla vicenda dell’incidente nucleare del Giappone. Mai la realtà delle immagini che ci vengono proposte, quasi sempre le stesse, e in concomitanza di quelle Hiroshima, contrastano fortemente con i toni rassicuranti dei giornalisti.

Ci sono state proposte due drammatiche visioni. Una lingua enorme d’acqua che scaraventava in aria tutto ciò che incontrava, un’intera città, macchine, palazzi, navi sui tetti delle case. La visione era apocalittica. La prima informazione parlava di 11 morti. La memoria ci porta immediatamente allo tsunami delle Filippine: 200.000 morti. Oppure al recente terremoto di Haiti: 300.000 morti. Le immagini erano le stesse o quasi. In verità iniziava la disinformazione. Infatti, cinque giorni dopo il numero era diventato di 3.373 morti. Dio mio che precisione! Oggi si parla di 10.000 e domani, piano piano anche di 100.000.

L’altra drammatica visione è quella ovviamente nucleare. Troppo violenta e paurosa. Allora bisogna far sì che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie. Inizialmente tutto viene raccontato come “sotto controllo” oppure “esplosioni pilotate”. La tecnica è far parlare i responsabili politici, come se tutta la responsabilità fosse dei poteri pubblici, rassicurare la popolazione, evitare il panico e ovviamente contenere la perdita della Borsa.

"Quando hanno capito che la pressione del   reattore numero 1 era troppo grande, hanno deliberatamente fatto saltare in aria l'edificio per rilasciare vapore debolmente radioattivo, e così hanno fatto tutto quello che dovevano fare  sull’ edificio numero 1 . " L’abbiamo sentito tutti, perché veniva ripetuto continuamente a reti unificate.

Eppure altre informazioni, sui siti americani per esempio e su gran parte dei siti internet, era chiaramente spiegato che da quel momento, con le interruzioni di corrente elettrica, l’impianto del flusso del liquido di raffreddamento non avrebbe funzionato poiché i generatori di emergenza erano  stati danneggiati dallo tsunami. Immediatamente si capì quanto la minaccia fosse reale. Inoltre, da quel momento, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha inviato fluidi refrigeranti.

Sul posto inizierà una lotta drammatica per impedire la fusione. Consideriamo per un momento il personale dello stabilimento: essi sanno che la loro possibilità di fuga è diventata debole, ma essi si atterranno alla loro missione: si deve limitare l'evento, limitando i danni, salvare il salvabile per il Giappone, le loro famiglie, i loro parenti, il loro paese .... Un SMS inviato da un lavoratore, che chiede alla sua famiglia di andare via dicendo loro addio, è il miglior riassunto della situazione.

Di nuovo parte la disinformazione. Nei primi cinque giorni assistiamo ad una grande differenza tra ciò che viene detto e ciò che si vede.

Si istaura una zona di evacuazione, che diventerà più grande giorno dopo giorno, si misura la radioattività (si vendono migliaia di contatori Geiger), si distribuisce lo iodio miracoloso.

 

 

 

 

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Commenti a reti unificate: "Le dosi non sono nocive per le persone" e "non si può paragonare la situazione a Chernobyl”. Insomma una volontà permanente per minimizzare. Gli interessi finanziari mondiali sono a rischio enorme.

Ma siccome non si può rassicurare troppo con le bugie, allora arrivano gli esperti, ovviamente di parte,

tali da individuare anche un evidente conflitto di interesse.

Poi i discorsi del governo giapponese sono diventati meno ambigui. Nulla era sotto controllo. Anzi.

L’incidente sale costantemente sulla scala dell’International Nuclear and Radiological Event Scale (INES), da una posizione a 4, che indica una situazione "sotto controllo " e un rilascio di materiale radioattivo limitato ma importanti a livello locale, alla  posizioni 6, incidente grave... vicino al massimo 7, rilasciata per Chernobyl. E contrariamente a Chernobyl vi sono quattro reattori nucleari. Infatti vediamo dalle immagini le strutture saltare in aria una dopo l’altra. Gli ingegneri hanno recentemente lasciato le loro postazioni a causa dell'intensità della radioattività. Lunedì 14, la porta-aerei degli Stati Uniti Ronald Reagan, anche se ancorata a 150 km di distanza, si è spostata per evitare una nube radioattiva. Le esplosioni di vapori carichi di radionuclei, sono già un segno del disastro, con le ovvie conseguenze sulla salute umana, l’agricoltura, l’alimentazione … (Tutti a controllare se nei nostri supermercati stanno arrivando prodotti giapponesi!)

Allora entrano in gioco gli “esperti” dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute), gli stessi che vedevano nell’influenza H1N1 un disastro planetario rimpinguando le casse delle case farmaceutiche con denaro fresco, e il 14: "Da quello che sappiamo fino ad ora sui livelli di radioattività, il rischio per la salute pubblica è minimo per il Giappone. " Rimane in giro qualcosa di credibile?

No, di drammatico. A Tokyo vi sono 35 milioni di abitanti. Li faranno morire di radioattività con la disinformazione poiché non possono evacuarli definitivamente? E se gira il vento? Veramente la nostra società super tecnologica dipende dalla meteorologia?

Se tutto non fosse così drammatico verrebbe da sorridere pensando che la natura con un semplice brivido della crosta terreste sia stata capace di distruggere tutte le teorie fanatiche della crescita del nucleare e una delle più grandi e appetitose economie mondiali.

Mi sembra che il governo italiano invece abbia detto “Tiremme ‘innanze”. I soldi prima di tutto. Ma anche la Merkel che inizialmente aveva detto che andavano chiuse le sette centrali tedesche ora è tornata indietro. Forse chiuderanno solo le due più vecchie. Insomma creare problemi per poi offrire le soluzioni.

 

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La rivoluzione è una scienza, non una semplice ribellione!

 

LA   MORALE   UMANITARIA!

(Seconda Parte)

 

 

L’economia, a differenza di quanto appare a prima vista, non è la cosa principale. Anche se ci venisse dato uno stipendio mensile di 100.000 euro a testa non si risolverebbe niente, anzi si peggiorerebbe la situazione. Aumenterebbero il consumismo e la capacità di distruzione dell’ambiente, la violenza tra le persone, la corruzione; l’egoismo e l’individualismo prenderebbero le forme più assurde pazzesche e degenerate, con un imbarbarimento totale dell’uomo e della donna. Potrebbe essere veramente la fine  della Storia umana. Berlusconi e Marchionne lo sanno e, per il nostro bene, non ci danno un simile stipendio……. Naturalmente sto scherzando! Ma voglio dire che in questa società tutta basata sul profitto e sul Dio denaro, i problemi si possono risolvere soltanto cambiando l’uomo, cioè uscendo dall’economia ed entrando direttamente nella sfera dei valori umani, dei suoi rapporti, dei suoi bisogni, della sua forza, della sua spiritualità. Miliardi di esseri umani che soffrono tutti i giorni hanno una potenza immensa. E la sofferenza peggiore non è quella materiale ma morale, cioè il fatto di vedere e capire che si soffre ingiustamente e inutilmente.

E’ l’aspirazione alla giustizia umana che crea la molla, cioè la capacità, il piacere, l’armonia e la forza per risolvere i problemi di questa epoca, non l’aspirazione alla ricchezza. Quest’ultima ha generato tutti i problemi attuali. Alla base della nostra identità e fraternità c’è il fatto di capire e di sentire che io sono uguale a te, tu uguale a me e noi siamo tutti uguali in quanto appartenenti alla stessa specie, alla razza umana, al cosiddetto homo sapiens. Ci si commuove per un cane abbandonato e si passa indifferenti davanti a tanti poveri buttati per terra che chiedono qualcosa. Questa è la vera crisi perché è la nostra, cioè dell’essere umano in quanto tale, che non riconosce più il suo simile. 

Questi sono i nostri veri problemi di cui ci dobbiamo fare carico, per risolverli. Il PIL che praticamente non cresce più (solo l’1,1% nel 2010) ed il debito pubblico alle stelle non ci riguardano. E’ la crisi della classe al potere, dovuta alla avidità di denaro ed alla concorrenza intercapitalista, che il governo scarica sui cittadini. Sarebbe da impacchettarla e rispedirla al mittente pari pari, dalla A alla Z. Purtroppo non possiamo farlo perché non ne abbiamo la forza. Però mai farcene carico, cioè dimostrare “senso di responsabilità”, come dicono le Sinistre. Possiamo subirla perché imposta ma mai accettarla dentro di noi, cioè autoconvincerci. E’ la forza della prepotenza bruta, non della ragione. Per cui si subisce momentaneamente per mandare tutto all’aria appena possibile!  

Se si acquista questa sensibilità e comprensione, il resto dei problemi si risolverà molto facilmente. L’amore umano assorbe e valorizza le differenze razziali-etniche-religiose-patriottiche. Queste differenze fanno parte della sovrastruttura socio-politica e non della struttura socio-umana. L’essere umano, quando è spinto da sentimenti altruisti e collettivisti, sviluppa l’intelligenza e la cultura necessaria per prendere il meglio da tutti ed unirsi a loro. Questi problemi si risolverebbero molto facilmente con la libertà ed il rispetto. Purtroppo attualmente non è così. Si vive in una società in cui questi valori esistono a livello minimo, e la loro espansione si scontra con il rifiuto del potere, per cui il loro progresso, pur essendo sentito e voluto da tanta gente, procederà lentamente. Però sarà inarrestabile.

L’esistenza del potere e la sua natura anti-umana va tenuta presente nella soluzione di qualsiasi problema sociale, altrimenti è un ragionare astratto. Se si parla soltanto di giustizia umana, altruismo, amore umano senza tenere presente l’esistenza del potere, diventa un parlare astratto e religioso. Per cui questi obiettivi diventano impossibili da raggiungere e da attuare. Mentre se si considera coscientemente e razionalmente l’esistenza del sistema repressivo-reazionario e la necessità di abbatterlo attraverso un movimento di popolo basato sull’emancipazione e la rivoluzione, la cosa, pur essendo difficile, diventa possibile. E’ su questi due aspetti che bisogna puntare: da una parte l’emancipazione della gente e dall’altra

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 la necessità dei movimenti rivoluzionari. Naturalmente dando la precedenza alla massima emancipazione possibile, prima di dare l’assalto al potere.

Il rivoluzionario non è un “fuori legge” per partito preso come lo è il delinquente comune, ma è costretto a ragionare in questo modo perché capisce che la via dell’emancipazione dei popoli può andare avanti soltanto attraverso la soppressione del potere. Per questo motivo la rivoluzione è una scienza non una semplice ribellione.

L’Italia comincia adesso a venire fuori da un periodo di profondo riflusso e di demoralizzazione rivoluzionaria, dopo gli avvenimenti del ’68 e degli anni ‘70. Il popolo italiano deve ancora digerire il PCI. Non a caso è venuto fuori un “Manifesto politico” (il manifesto-6/2/11), già sottoscritto da 1.000 persone in data 6 febbraio, che di nuovo vuole rifondare il PC, dopo che ci hanno già provato Rifondazione Comunista ed altre organizzazioni ancora. Il PCI è stato una delusione molto grande!  Il mito della  Rivoluzione Russa e di Stalin si è tramandato per generazioni ed ha impedito un’assimilazione critica ed autocritica, cioè razionale, di questa esperienza. Il mito svolge sempre questo ruolo negativo perché fa di un individuo o di uno Stato un qualcosa al di sopra di tutto, sviluppando una fede cieca in esso, impedendo alle persone di imparare a riflettere e ragionare con la propria testa. La stessa operazione, in formato molto ridotto, il potere l’ha ripetuta con Che Guevara.

La morale rivoluzionaria in sé e per sé è contro il mito perché basa la sua forza e la sua intelligenza sulle masse, non sull’individuo. Sono loro che effettuano le scelte storiche e prendono le decisioni, non è l’individuo. Se le masse non vogliono, l’individuo può anche essere un genio, ma non riesce a cambiare la loro volontà. Inoltre, da un punto di vista rivoluzionario, il ruolo dell’individuo, organizzato in avanguardia,  viene visto e vissuto non come un’élite privilegiata  ma come una abnegazione della propria persona al servizio della massa, cioè del progresso umano. E’ il principio rivoluzionario che gli zapatisti messicani esprimono con il “Comandare obbedendo!”. L’avanguardia senza la massa è un insieme di persone apparentemente “eccentriche-bislacche-strane”. Nella Storia questo distacco si è verificato tante volte e tornerà a ripetersi. Essa deve saper aspettare il momento giusto per congiungersi alle masse. Al rivoluzionario non è vero che  sono richieste qualità speciali ma particolari, questo sì. Come per l’insegnante il muratore l’ingegnere sono necessarie delle conoscenze particolari. Per il resto il rivoluzionario è uno “stronzo” come tutti gli altri. Senza offendere nessuno, parlo per me. Il mito non esiste, come non esistono gli eroi ed i martiri. Il rivoluzionario è semplicemente una persona che la pensa in modo diverso-particolare e quando uno dice di essere rivoluzionario non è che deve far sprofondare la terra sotto i piedi dei governanti del mondo, altrimenti non è niente. Dire sono rivoluzionario è la stessa cosa che dire sono liberale-riformista-musulmano-cattolico ecc. E’ un modo di pensare come un altro ed un uomo o una donna come tutti gli altri, con i pregi ed i difetti delle persone comuni. La scelta è soggettiva e relativa. Lo stesso discorso vale per tutte le idee.

Parlando con compagni ed amici della Sinistra ho sentito dire tante volte che  “Bakunin e Marx sono superati perché oggi è un’epoca diversa!”. Secondo me, non è vero! E’ diversa nella forma, non nella sostanza: i principi e le idee della lotta di classe non sono cambiati, anzi si sono inaspriti perché tuttora viviamo in una società super classista. Per cui la morale rivoluzionaria è sempre necessaria, anche se è leggermente cambiata nel senso che prima era il frutto di un’avanguardia che si metteva alla testa delle masse per guidarle all’insurrezione e poi all’emancipazione. Oggi la morale rivoluzionaria è il frutto di un’avanguardia che non si mette più alla testa ma in mezzo alle masse per guidarle all’emancipazione e poi alla distruzione del potere. Per questo motivo l’avanguardia di oggi è quella che per prima acquisisce la morale umanitaria e che si mette al servizio della gente, per diffonderla.

 

5/3/11                                                                                                                           Antonio Mucci

(Continua nel prossimo numero)

 

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Sul vincolo di edificabilità in Pineta : fatti e misfatti.

 

( Luciano Martocchia )

 

La bocciatura del Consiglio dei ministri del provvedimento che amplia la Riserva Dannunziana di Pescara , disegnata per abbracciare un territorio dalla collina alla foce del torrente Vallelunga ( un’area di enorme portata  naturalistica, un polmone ecologico tra collina e mare ) rappresenta un regalo ai palazzinari pescaresi ( gli stessi che l’hanno fatta crescere disordinatamente durante lo sviluppo urbanistico e la dice lunga sulla qualità dell’impegno sociale ed ecologico di questo governo: basta con il verde, cemento per tutti!

 

C’è chi ne ha già approfittato : in adiacenza della pineta di Pescara, via Scarfoglio , in un spiazzo ricolmo di attrezzi , ancora non edificato , campeggia il cartello di un costruttore : “ Vendesi  appartamenti  villetta quadrifamiliare – Insula XXVIII –Lotto 8 -  Lottizzazione 1912 a cura ing. Antonino Liberi  ( nato nel 1855 e cognato di Gabriele D’Annunzio)

 

Sembra una battuta umoristica , ma è tristemente vera per una concessione edilizia rilasciata  per  edificande  palazzine  in anno 2011 e  mi risulta che l’area era di proprietà del Comune e data in gestione ad Attiva per  rimessaggio attrezzature, ora passata inopinatamente ad un costruttore privato che si accinge ad edificare. Non è precisamente vero che solo l'area RAI di Via Pantini fosse rimasta fuori dal vincolo, altri spazi quindi subiranno gli attacchi della speculazione edilizia come già è accaduto per il litorale di Pescara Porta nuova.

Dov'è il  tanto sbandierato vincolo osannato da alcuni partiti quale sonante vittoria contro la speculazione ?

 

E’ necessario essere documentati e dettagliati  sulla "ResPubblica" ( un termine composto  latino antico   ma valido su cui è nato il termine "Repubblica"  che sta indicare la "Cosa pubblica" ) , cioè di tutti.

Quando poni l'interrogativo sul perchè in Consiglio comunale chi si picca di  svolgere ( e fa di tutto per accreditarsi come tale)   un ruolo di censore verso i misfatti del potere non è intervenuto dimostra che hai davvero centrato il nocciolo della questione: fare battaglie o azioni di lotta selettive mirate solo al "particulare" interesse personale di visibilità elettorale non giova alla causa dell'ambiente.

Perciò  ci dobbiamo chiedere sul perchè si stende un velo pietoso su licenze di cotruzioni rilasciate a costruttori amici o vicino agli amici che si danno anche l'aurea di storici facendo risalire la validità della licenza addirittura all'epoca dannunziana e qui non stiamo parlando di salvaguardia dei beni architettonici storici come si vuol far credere ma di palazzi di nuova costruzione e si vuol far leva  sulla Storia per buttar fumo negli occhi all’ignaro cittadino : non esistono speculazioni edilizie benefiche ed utili e quelle da condannare ad opera di palazzinari corruttori. La speculazione edilizia è tutta da condannare in tondo.

 

 

 

 

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Mi  chiedo cosa ne pensa  la Magistratura  se indagasse per quale motivo questa società ad indirizzo pubblico , la cui presidenza  viene nominata dal Sindaco di Pescara, (e la

dirigenza del Consiglio d'Amministrazione a nomina dei partiti che si spartiscono la torta) debba poi vendere  a privati un'area che le era stata assegnata a fini comuni.

Uno  dei  motivi per cui, ahimè,  la Sinistra è arretrata schiacciata da un berlusconismo rampante è proprio perchè non è esente da un comportamento ambiguo adottato dai cosiddetti "duri e puri" in apparenza, ( e qui ci inserisco anche i cosiddetti ambientalisti da salotto ) ma che in realtà sono congeniali a quel potere a cui  loro dichiarano di opporsi.

A Pescara la lotta all’abusivismo  si fa a giorni alterni, come la circolazione delle auto in momenti di sovrainquinamento.

Se davvero si vuole tutelare la Pineta sia dal cemento futuro  e quando si ristrutturano ediifci esistenti  (vedi viale Primo Vere con tanto di ricorso al Tar), perchè non si è evitata questa colata di cemento quando bastava rendere non edificabile questo lotto in fase di approvazione della Variante al PRG? Si poteva dare una destinazione pubblica al lotto - di proprietà comunale - per realizzarci edificio un legno dove illustrare la storia e la bellezza della Riserva naturale.

Invece si preferisce vincolare gli immobili altrui ma non quelli propri che poi finiscono, guarda caso, ai soliti noti.    si è fatta una battaglia per farsi ridare da Attiva il terreno quando questa ha comunicato al Comune che stava per venderlo ad un privato costruttore, il quale non ci avrebbe di certo realizzato un'opera pubblica.
La domanda da farsi è questa: chi siede in Consiglio comunale poteva fare una battaglia per evitare tutto ciò? La risposta è sì, ma non è stato fatto.

 

FAHRENHEIT

ovvero

l'altra Italia

Giuseppe Bifolchi

Amo la radio perché arriva dalla gente

entra nelle case e ci parla direttamente

se una radio è libera ma libera veramente

mi piace anche di più perché libera la mente

Così cantava Eugenio Finardi negli anni 70. Parole sante per chi, come me, è convinto che lo

sfacelo a cui è giunto questo paese, pur riconoscendo come causa principale la sconfitta totale delle

idee che una volta erano bagaglio della sinistra e la vittoria, altrettanto totale, del processo iniziato

negli anni 80 (allora si chiamava

reflusso

) e ora al culmine con le ultime convulsioni del

berlusconismo, abbia trovato nella televisione il canale naturale attraverso il quale, proprio in grazia

dello strapotere mediatico assunto dal mezzo televisivo in tutta la vicenda, costringere la

popolazione ad una ebete sudditanza nei confronti del potere. E

l'ebete sudditanza

è assolutamente

trasversale. Infatti anche con tutta la buona volontà non si riesce a trovare differenze sostanziali tra

chi rimane incollato al televisore per i programmi spazzatura di Mediaset e chi vi rimane per i

teatrini dei vari Santoro, Lerner, ecc. Sconfitta totale perché

l'ebete sudditanza

non morirà con

l'uscita di scena di Berlusconi, ma fa parte ormai del patrimonio genetico dei

teleasserviti

. E tutto

ciò con buona pace degli utili idioti che continuano imper territi ad asserire che il problema non sta

nel mezzo televisivo ma nell'

uso

che se ne fa. Pessimismo totale quindi? In gran parte sì, ma...

Nonostante tutto c'è un'altra Italia, anch'essa assolutamente trasversale, che non rientra quindi negli

schemi stantii di destra e sinistra (almeno per quello che questi termini significano per il teatrino

televisivo). Basterebbe accendere la radio per scoprire quest'altra Italia, fatta di persone che

leggono, pensano, si interessano di teatro, musica, letteratura e, soprattutto, hanno un concetto della

politica che nulla ha a che fare con i politicanti televisivi di ogni colore e bandiera.

Uno dei programmi più belli del pomeriggio radiofonico si intitola Fahrenheit, prendendo a prestito

il titolo dal libro di Ray Bradbury, libro quanto mai premonitore che, accanto a

1984

di Orwell e

Il

mondo nuovo

di Huxley, rappresentava una realtà di fantasia (al momento in cui questi libri sono

stati scritti) che purtroppo si è rivelata estremamente simile a quella che ci circonda.

I temi attorno ai quali ruotano i romanzi sono tristemente sotto gli occhi di tutti (di tutti? di chi vuol

vedere, non certo di chi si bea della

realtà

televisiva): la gestione delle informazioni, il controllo

della società attraverso l'imposizione di un consumo di massa, il regno dell'apparenza, l'estrema

incapacità di reagire al degrado civile, ecc.

Nel libro di Bradbury tutti i cittadini rispettosi della legge devono utilizzare la televisione per

istruirsi, informarsi e per vivere serenamente al di fuori di ogni inutile forma di comunicazione. La

televisione come elemento ossessivo della società viene utilizzata dal governo per definire ciò che è

giusto e ciò che è sbagliato. I libri sono aboliti e la loro lettura è considerata sovversiva. Il corpo dei

vigili del fuoco è sempre all'erta per scoprire eventuali trasgressori e bruciare il corpo del reato (451

gradi fahrenheit).

La trama del libro, ricavata da Wikipedia, è la seguente:

Montag, che per anni è stato un vigile del fuoco, un giorno commette un'improvvisa infrazione:

 


decide di leggere un breve trafiletto di un libro che dovrebbe bruciare. In seguito, attirato dalla sua

prima fugace lettura, salva alcuni libri e inizia a leggerli di nascosto. La decisione di infrangere le

regole gli viene suggerita dalla conoscenza di Clarisse, una ragazzina sua vicina di casa, che

mostra un modo di vivere strano. Infatti Montag ha notato che i familiari di Clarisse alla sera non

guardano la televisione, che non possiedono, ma trascorrono il tempo parlando tra di loro, e tutti

dimostrano di possedere un'allegria e spensieratezza difficile da comprendere e facilmente

invidiabile.

La famiglia di Clarisse sembra felice, a differenza di quella di Montag, che non ha figli e la cui

moglie (che ha appena tentato il suicidio) non ne vuole. Montag, dopo aver riflettuto a lungo,

prende coscienza di non amare né realmente conoscere quella donna, e capisce che nella sua vita

c'è qualcosa di profondamente sbagliato. La lettura dei libri che ha preso lo conduce a scoprire un

nuovo mondo, ma lo spingono anche verso la rovina. Sua moglie, dopo aver dato l'allarme alla

caserma, abbandona Montag, mentre i vigili del fuoco lo costringono a incendiare la sua stessa

dimora. Poco dopo Montag, minacciato e provocato dalle parole del suo ex-capo Beatty, in preda

alla rabbia brucia quest'ultimo con un lanciafiamme e, ferito da un segugio meccanico che poi

distruggerà con lo stesso lanciafiamme, fugge dolorante verso la periferia della città.

Montag fugge poi lungo il fiume, sulle cui rive incontra un gruppo di uomini fuggiti dalla società

che, insieme ad altri loro compari sparsi per tutta la nazione, costituiscono la memoria letteraria

dell'umanità, in quanto conoscono a memoria numerosi testi. Sulla città viene sganciato un ordigno

nucleare e Montag, con i suoi nuovi compagni, si avvia verso di essa per prestare soccorso ai

sopravvissuti.

Non può, infine, non essere citato il film che Truffaut ha tratto dal libro. Le scene finali lungo il

fiume, con i personaggi che recitano, tra il nevischio, i libri che hanno imparato a memoria

rimangono nella storia del cinema.

C'è solo da sperare che non la vinca il capitano dei vigili del fuoco:

«Stammi a sentire Montag: a

tutti noi una volta nella carriera, viene la curiosità di sapere cosa c'è in questi libri; ci viene

come una specie di smania, vero? Beh dai retta a me Montag, non c'è niente lì, i libri non

hanno niente da dire!»

 

 

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La lezione dei popoli magrebini

 

Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica,Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all'attenzione dei mass-media. In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un "effetto domino", come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata. L'ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti“interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi. Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano. 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

 

Lucio Garofalo

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OLTRE IL PRESENTE

 

Questo non è il classico articolo che di solito si trova su Il Sale, ma vuole essere una scrittura che in qualche modo cerca un risveglio per le coscienze, una ricerca di persone politicamente attive che abbiano voglia di superare il mero discorso istituzionale!

Da troppo tempo ormai si assiste ad uno svuotamento del senso della parola delega, soprattutto per quel che concerne il discorso più strettamente politico ed è per questo che mi rivolgo a tutti gli amici de Il Sale ed a tutti i suoi scritto/lettori: mi piacerebbe che ci si riappropriasse del senso della parola politica e che ci si rendesse nuovamente conto che la delega non sta lì a rappresentare un semplice gesto rituale da compiersi al termine di una campagna elettorale. La delega rappresenta uno strumento importante in una democrazia rappresentativa, ma oggi è totalmente svuotato di ogni senso poiché si è scambiato questo strumento per uno scarico estremo di responsabilità, per una sorta di menefreghismo che impedisce poi a noi cittadini di contare davvero nelle istituzioni. Oggi tutti lasciano che siano altri a prendersi la responsabilità di governo (che si parli del singolo comune  o dello stesso Stato Nazionale) e noi assistiamo inermi e senza volontà di reazione, all'incapacità di coniugare la parola politica con un progetto di sviluppo sostenibile e dell'impronta fortemente ecologica!

La delega non ci deve allontanare dal discorso politico, anzi dovrebbe spingerci ad una maggiore partecipazione alle attività politiche che governano in qualche modo le nostre vite; perchè sono convinto che la politica, nonostante tutto, continui a rappresentare il mezzo (l'unico mezzo) attraverso cui si possano migliorare le condizioni di vita di ognuno di noi, per cui lasciare la visione del futuro o del presente ai soli amministratori e ai mestieranti rappresenta, per me, la più

grande arrendevolezza che un popolo posa compiere e soprattutto rappresenta un atto contro se stesso.

Non sono uno di quelli che pensa che la politica si sia allontanata dalla gente comune, ma penso piuttosto che la gente comune si sia allontanata dalle “trame di palazzo” per occuparsi del proprio orticello, credendo che le parole degli amministratori riassumibili nell'ormai ben noto: “voi non dovete preoccuparvi di nulla, penso a tutto io”, potesse rappresentare una svolta nella quotidianità di ognuno; una svolta che ci avrebbe permesso di porre maggiore attenzione a ciò che più ci sta vicino: alle nostre famiglie, ai nostri interessi culturali, ai nostri hobbies, insomma a tutto ciò che rappresenta in un certo qual modo la nostra persona e il nostro vivere giornaliero. Ma il nostro vivere è scandito dalle decisioni che gli uomini di palazzo, a cui abbiamo ciecamente delegato il nostro futuro e il nostro presente, prendono per noi e questo va a coinvolgere il nostro tempo, i nostri affetti e le nostre sensibilità; per cui credo che riappropriarsi della parola politica sia fondamentale, soprattutto in un momento come questo!

La mia idea di fondo era quella di costruire un comitato politico di base, un'assemblea permanente con cui occuparsi di quella che è la gestione della nostra città, con cui discutere di problemi riguardanti la nostra vita (la vita della collettività) in questa città; in cui la politicia è totalmente assente e si risveglia nel momento in cui c'è da vestire a nuovo tutto il comparto per il solo scopo di apparire, n on assistiamo ad una reale progettazione che porti Pescara verso un futuro fatto di mobilità sostenibile, di zone verdi, di capacità imprenditoriali legate alla valorizzazione del territorio in merito ad un discorso turistico. Assistiamo ad una visione miope della gestione di questa città, legata solo agli appalti delle imprese edili; non c'è una spinta che porti verso investimenti sulla cultura, non c'è una spinta che porti a studi di settore per quanto riguarda il ripensamento di una mobilità che porti le persone a preferire il mezzo pubblico o la bici al mezzo privato!

Questo mi spinge a chiedere “aiuto” a persone che so essere molto attente al discorso partecipativo per cercare di unirsi insieme in un sistema realmente democratico con cui elaborare critiche e soluzioni a chi amministra la città partendo da un interesse comune e cercando di coinvolgere, man mano, la cittadinanza in questo: rappresenterebbe un modo per tornare a riappropriarsi dello strumento di delega che abbiamo dimenticato da troppo tempo! 

La mia idea è quella di uscire fuori dalla logica che sta dietro i partiti politici che sono legati ad interessi di voto e tornare a riprenderci in mano noi il senso della parola politica; per cui, credo, oltre a rappresentare una forma di aggregazione sociale, potrebbe essere una ricerca di un pungolo per le amministrazioni e per i partiti stessi a che si cerchi davvero di guardare oltre. Non parlo di una collaborazione con le amministrazioni ma una vera e propria spinta propulsiva per fare in modo che ci si renda conto che si possa tornare realmente a contare e non ad essere un semplice numero, in tanti, che rappresenta un semplice voto.

I problemi di cui si potrebbe parlare sono davvero tanti in questa città e si può davvero pensare di rappresentare un discorso alternativo a chi invece lega la parola politica ai propri privati interessi, senza un occhio attento al futuro, allo sviluppo delle nuove tecnologie, allo sviluppo di percorsi politici differenti non necessariamente legati agli interessi dei poteri forti ma consapevolmente ancorati a ciò che rappresenta la crescita di una collettività, alla capacità di guardare oltre l'orizzonte imbarbarito di una quotidianità che non ha prospettive future e che tende solo a mantenere in un galleggiamento precario quello che è invece lo status quo. Da anni assistiamo ad una mancanza di progettualità da parte delle amministrazioni che agiscono esattamente come i regimi totalitari in cui si cerca di salvare le apparenze proponendo solo una bella vetrina ma il cui contenuto resta vuoto e privo di ogni prospettiva che porti ad una crescita reale e responsabile.

 

Daniele Valeri

 

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… continua dalla pagina 5

Oltre a questa posizione rispetto al potere, c'è una caratteristica essenziale nello zapatismo - e lo vedrete ora che siete qui in questi giorni o se parlerete con i Consigli Autonomi e con le Giunte di Buon Governo, ovvero con le autorità autonome -: la rinuncia ad egemonizzare ed omogeneizzare la società. Noi non pretendiamo un Messico zapatista, né un mondo zapatista. Non pretendiamo che tutti diventino indigeni. Noi vogliamo un posto, qui, il nostro, che ci lascino in pace, che non ci comandi nessuno. Questo è la libertà: che noi decidiamo quello che vogliamo fare.

E pensiamo che sia possibile solo se altri come noi lo vogliono e lottano per la stessa cosa. E si stabilisce un rapporto di cameratismo, diciamo noi. Questo è quello che vuole costruire L'Altra Campagna. Questo è quello che vuole costruire la Sesta Internazionale. Un incontro di ribellioni, uno scambio di apprendistati ed un rapporto più diretto, non mediatico, ma reale, di appoggio tra organizzazioni.

Alcuni mesi fa sono venuti qua compagni di Corea, Tailandia, Malesia, India, Brasile, Spagna - e non mi ricordo di che altre parti - di Vía Campesina. Noi li abbiamo incontrati a La Realidad ed abbiamo detto loro: l'incontro tra dirigenti per noi non vale niente. Tanto meno le foto con loro. Se le dirigenze di due movimenti non servono affinché i movimenti si incontrino e si conoscano, queste dirigenze non servono.

Diciamo la stessa cosa a chiunque venga a proporci questo. Quello che ci interessa è quello che c'è dietro: voi, altri come voi. Non possiamo andare in Grecia, ma possiamo fare un calcolo e dire che non sono tutti qua quelli che avrebbero voluto venire. Come possiamo parlare con questi altri? E dire loro che non vogliamo elemosine, che non vogliamo pietà. Che non vogliamo che ci salvino la vita. Che vogliamo un compagno, una compagna, ed uno/a compagno/a in Grecia che lotti per le proprie rivendicazioni. In Italia, nei Paesi Baschi, in Spagna, in Francia, in Germania, Danimarca, Svezia - non elenco tutti i paesi perché se ne salto uno poi mi contestano -…

Dove guardiamo noi? Mentre vi espongo questo rapido percorso, vi parlo di un'eredità morale ed etica dalla quale siamo nati. Ha a che vedere soprattutto con la lotta ed il rispetto per la vita, per la libertà, per la giustizia e per la democrazia. Noi abbiamo un debito morale con i nostri compagni. Non con voi, non con gli intellettuali che si sono allontanati, non con gli artisti né con gli scrittori, né con i leader sociali che ora sono antizapatisti.

Noi abbiamo un debito con coloro che sono morti lottando. E noi vogliamo che arrivi il giorno in cui ai nostri morti ed alle nostre morte potremo dire solo tre cose: non ci siamo arresi, non ci siamo venduti, non abbiamo tentennato.

(traduzione del Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)

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                                                               Posto all’attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”