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IL SALE - N.°107-108

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10    numero 107/108 – Agosto/Settembre 2010

 

 

Descrizione: Copertina

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                       di Antonio Mucci

 

                                                       di Luciano Martocchia

 

                                                di A.V.

                       

                                                        di Daniele Valeri

 

                                                        di Diderot

 

                                       presentato da Lia Didero

 

                                                         presentato da Mario Boyer

 

                                                         firmato da Edoardo Puglielli

 

                                                         di Lucio Garofalo

 

                                                         Presentato da Annalisa Cerretani D’Angelo

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

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NESSUNA FRONTIERA     NESSUNA GALERA

 

Sono 29 i centri per i cosiddetti immigrati irregolari attualmente operativi sul territorio nazionale. Le strutture si distinguono in tre tipologie: centri di accoglienza (Cda) - centri di accoglienza richiedenti asilo (Cara) - centri di identificazione ed espulsione (Cie) (dl 92 del 23/5/08), sono gli ex Centri di permanenza temporanea.

I Cie attualmente in funzione sono 13 e si trovano rispettivamente a: Bari, Bologna, Brindisi, Caltanissetta, Crotone, Gradisca d'Isonzo (GO), Lamezia Terme, Lampedusa e Linosa (AG), Milano, Modena, Ragusa, Roma, Torino, Trapani. A questi si aggiungano i CPT adesso chiusi di Agrigento e Lecce. Quindi 15.

 

Filtrare gli ingressi sui territori, controllare, identificare, schedare, espellere, comandare, schiavizzare, rinchiudere: sono queste le pratiche che lo stato italiano, gli stati europei e tutti gli stati del mondo, quotidianamente riservano a quelle persone che si spostano verso territori altri.

In Italia la burocrazia li divide ogni anno in regolari ed irregolari, i 4 milioni che ce la fanno contro i 500.000 che non ce la fanno ad avere le carte in regola: tutto questo è orribile ed accade qui in Italia, dove a sentire i mezzi d'informazione più seguiti sembra che le cose importanti siano la prova costume o i litigi di palazzo.

Ma perché mai io dovrei essere una carta bollata o un corpo in affitto per imprenditori senza scrupoli!

 

L'essere poveri o senza carte è diventata una colpa e con i cie la colpa s'è fatta struttura!

Spezziamo questa catena e rompiamo il silenzio!

 

Io non voglio un mondo dove le frontiere siano il moderno filo spinato e i cie dei nuovi lager. Non accetto la storiella dello straniero perché siamo tutti fratelli, non accetto la distinzione 'i ricchi e i poveri' perché siamo tutti abitanti di questo pianeta e con gli stessi diritti naturali del godere e del preservare le risorse.

Nessuna distinzione imposta ed acquisita io riconosco come vera.

Io non accetto tutto questo, lo rifiuto e mi ribello!

La chiusura dei cie e di tutti quei centri non indispensabili al benessere e alla salute delle persone, scelta dalle persone, deve chiudere!

Nessun compromesso, nessuna discussione, non si tratta di giusto o sbagliato, è antiumano!

Per un mondo dove la solidarietà sia pratica attiva e quotidiana, senza gli stati, senza il potere e senza le autorità, senza carte bollate e timbri d'identità, perché il lavoro sia un contributo volontario per me stesso e per la collettività nelle forme e nei modi da me scelti e non una forma di schiavismo organizzato. Perché la diffusione delle pratiche autogestionarie e della libera associazione, già presenti in ogni dove e da sempre esistite, siano i mezzi con i quali insieme riusciamo a creare e a vivere in un mondo umano e progredito, in un mondo senza sopraffazioni e gerarchie di ogni sorta.

Per la libertà, la solidarietà, l'uguaglianza!

 

Per l'accoglienza, contro i respingimenti.

Chiudere i CIE, subito!!!

 

 

Moreno De Sanctis

 

 

 

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RIFLESSIONI A RUOTA LIBERA!

 

 

            Il dissesto ambientale continua, creando sempre più danni all’ambiente ed alle persone. I primi sei mesi di questo anno sono risultati i più caldi del pianeta a memoria d’uomo. Nei mesi di luglio ed agosto il Pakistan purtroppo ha avuto migliaia di morti, milioni di sfollati e distruzioni enormi a causa di una inondazione: la peggiore che ha colpito il paese dal 1929. E la situazione non è ancora risolta. Nel mese di agosto la Russia centro-occidentale ha dovuto subire la morte di 50 persone e l’incendio di migliaia di ettari di foreste nonché danni economici altissimi per il verificarsi di una ondata di caldo eccezionale, la più elevata degli ultimi 130 anni. Come si può vedere sono tutti record negativi, molto preoccupanti,  e sono soltanto gli ultimi in ordine di tempo. Dove si va a finire?

            La classe dirigente mondiale non è capace di evitare questi disastri, per cui seguita a girare intorno al problema. C’è chi dice che i disastri ambientali si correggeranno inventando “tecnologie più verdi”, cioè nuove tecnologie che dovrebbero rimediare ai danni prodotti dalle vecchie. La realtà dimostra tutto il contrario: le nuove sono peggiori delle vecchie. Alcuni esempi: I nuovi filtri collocati sulle ciminiere delle fabbriche permettono la fuoriuscita delle micropolveri che entrano direttamente nel sangue e fanno più danno delle emissioni dei vecchi filtri. La famosa benzina verde che doveva eliminare l’inquinamento dovuto alle automobili si è rivelata una bufala: oggi l’inquinamento c’è più del 1985, l’anno in cui è stata introdotta.

            I mass media su tutte queste catastrofi ambientali se la cavano molto sbrigativamente dando la colpa al clima che cambia, dimenticando completamente le ere geologiche, che loro ci hanno fatto studiare a scuola. I 50 morti diventano una conseguenza del caldo, le migliaia di morti in Pakistan vengono attribuite alle acque del fiume che straripano. Alla fine diventa colpa della natura se ci sono tutti questi disastri. Non c’è niente di più falso, sbagliato ed antiscientifico. Il vero responsabile è il Sistema capitalista che, in nome del profitto privato, non rispetta e distrugge la natura. Purtroppo non capire il problema alla radice impedisce di intervenire sulle cause e porta ad agire soltanto sugli effetti. In questo modo il fenomeno ambientale si aggraverà sempre di più, portando a sprechi di denaro immensi ed a catastrofi di dimensioni bibliche.

            I climatologi prevedono grandi disastri, ma non fanno niente per prevenirli. Perché è avvenuta questa rovina ambientale? Non ci vuole molto a capirlo, tra l’altro lo dicono anche gli “esperti”: troppe macchine,cemento,fabbriche inquinanti,deforestazione, distruzione dell’agricoltura

            C’è anche e soprattutto il perché del perché, cioè perché c’è stato e continua tutt’ora questo comportamento insensato dell’uomo e della donna?  Qui viene fuori  il “Dio profitto”, al di sopra di ogni cosa e delle stesse persone. Di fronte a questo Dio potente, pari all’altisonante Giove dell’antichità, tutti gli esperti e gli analisti della società di oggi alzano le mani, si arrendono. Viene prima di ogni cosa. Però non sempre hanno il coraggio di ammetterlo apertamente. Per cui si giustificano dicendo che “è necessario per il progresso della società!”, che “non si può tornare indietro” (invece si sta tornando indietro!) e si intascano un sacco di soldi. Costoro prevedono le peggiori catastrofi, indubbiamente possibilissime, però poi se ne vanno tranquillamente a dormire nelle loro case super-lussuose.

            Soltanto i popoli, cioè una grande massa di persone,  possono impedire  la fine dell’attuale livello economico-sociale-naturale raggiunto dall’essere umano. Però per fare questo hanno bisogno prima di tutto di capire la gravità della situazione e poi farsene una coscienza di vita. Purtroppo siamo molto lontani da una tale consapevolezza. Per questo motivo non ci aspetta “un futuro roseo”, per lo menoa breve scadenza. Io penso che si dovrebbero aiutare le persone a comprendere questa realtà. Se esse non acquisiscono una tale mentalità non si può fare niente. Non

esistono scorciatoie, cioè avanguardie che si sostituiscono a loro, capiscono per loro, lottano per loro, prendono il potere per loro, si mettono alla loro testa e, approfittando del malcontento

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generale, sconfiggono la classe capitalista al potere, entrano a dirigere la nuova società per fare il bene del popolo e dell’ambiente. E tutto si risolverebbe, attuando il Paradiso o il Comunismo o l’Anarchia, cioè la società ideale che si vorrebbe. Non è così! L’arretratezza delle masse ed il loro gretto egoismo sono stati, a mio avviso, la prima causa del fallimento delle grandi rivoluzioni del secolo passato. Sono state queste masse a portare le loro avanguardie al potere per poi affossarle con la loro incomprensione, approfittando di loro per fare i propri gretti interessi, fregandosene degli altri esseri umani e della gestione sociale e politica. Per  cui l’emancipazione dell’uomo e della donna va fatta da oggi stesso, anzi da ieri perché siamo già in ritardo. Non si può stare ad aspettare che gli altri risolvano i nostri problemi. Siamo noi stessi, autorganizzandoci, che dobbiamo affrontarli e risolverli. Non possono esistere più gli “apolitici”, cioè coloro che non si interessano di politica. La politica e la società, per la singola persona di oggi, devono ricevere lo stesso interesse e preoccupazione che ottiene la famiglia. Famiglia-società-politica sono sullo stesso piano di importanza. Anzi, se vogliamo, la società e la politica vengono prima della famiglia perché se essa risolve il presente, le altre due risolvono il futuro. Un presente senza futuro non ha prospettiva, muore. L’apolitico è senza futuro. Inoltre c’è da considerare che il futuro sarà il presente del domani.

            Di macchina-computer- telefonino si possono fare a meno, ma dell’ossigeno e dell’acqua no. Che facciamo? Seguitiamo a produrre macchine-computer-telefonini fregandocene dell’acqua e dell’ossigeno? Impossibile! Questa è la coscienza che dovrebbero acquisire i cittadini. Se ciò avvenisse cambierebbe la scala dei valori della propria vita e della società. Io mi riferisco ai cittadini perché non ho nessunissima fiducia che la classe dirigente possa cambiare. Singoli dirigenti sicuramente sì ma come classe no.  E’ un principio del materialismo storico di Marx riconfermato tutti i giorni.

Nella maggior parte della gente c’è una rassegnazione filosofica-masochista verso le catastrofi dovute allo squilibrio ambientale, come se tutto ciò dipendesse da una forza soprannaturale di fronte a cui si è impotenti. Non è vero! Dipendono principalmente da “4 stronzi” bulimici di denaro e senza scrupoli, che si basano su una gerarchia obbediente e servile, ed una maggioranza di popolo ignorante e menefreghista. Dire 4 stronzi può sembrare esageratamente riduttivo perché questi hanno un potere enorme, tra cui anche quello di scatenare una guerra mondiale, però se miliardi di persone prenderanno coscienza dei problemi e della situazione allora non potranno fare niente e saranno veramente quello che sono: “4 stronzi”. 

            Il problema del clima oramai condiziona la vita quotidiana delle persone. Incide sull’economia, il lavoro, provoca disastri nel territorio, arreca danni alla salute, agisce sull’umore, la psiche, interviene sugli avvenimenti politici. La natura si sta ribellando a questa barbarie, e lo farà sempre di più costringendo l’uomo e la donna a seguirla. Per cui non può essere trattato a parte come un problema dei “verdi”, cioè degli ambientalisti.

            Esso deve essere prima di tutto agganciato alla salute, al lavoro ed all’economia. Non si possono seguitare ad accettare condizioni come alla FIAT di Pomigliano dove pur di ottenere il mantenimento del posto di lavoro, per ora, si rinuncia al diritto di sciopero e si accetta di produrre la Panda, senza nemmeno porsi il problema dell’inquinamento atmosferico che provocherà questo veicolo e, quindi, dei tumori alle persone. In Italia il 75% dei tumori viene provocato dall’aria inquinata. Non si pensa nemmeno per un momento che ci sono già altri 44.000.000 di autoveicoli che hanno ammazzato milioni di Italiani e che sarebbe ora di smetterla di produrre questi mostri. Questo problema morale è completamente assente dalla discussione dei mass media e, purtroppo, anche da quella dei lavoratori. Ognuno pensa per sé! Però così non potrà continuare. Il Governo è tutto preoccupato perché la FIAT ha avuto un calo delle vendite. Meno male! Ben venga! In Grecia, dopo la crisi dell’autunno scorso ed il conseguente impoverimento dei lavoratori, c’è stato un calo delle vendite delle auto pari al 50%. Forse non tutti i mali vengono per nuocere…… Io penso che, con questa crisi, ci sarà una presa di coscienza rivoluzionaria da parte della maggioranza della popolazione.

Antonio Mucci

 

 

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RIFLESSIONI A RUOTA LIBERA!

 

 

            Il dissesto ambientale continua, creando sempre più danni all’ambiente ed alle persone. I primi sei mesi di questo anno sono risultati i più caldi del pianeta a memoria d’uomo. Nei mesi di luglio ed agosto il Pakistan purtroppo ha avuto migliaia di morti, milioni di sfollati e distruzioni enormi a causa di una inondazione: la peggiore che ha colpito il paese dal 1929. E la situazione non è ancora risolta. Nel mese di agosto la Russia centro-occidentale ha dovuto subire la morte di 50 persone e l’incendio di migliaia di ettari di foreste nonché danni economici altissimi per il verificarsi di una ondata di caldo eccezionale, la più elevata degli ultimi 130 anni. Come si può vedere sono tutti record negativi, molto preoccupanti,  e sono soltanto gli ultimi in ordine di tempo. Dove si va a finire?

            La classe dirigente mondiale non è capace di evitare questi disastri, per cui seguita a girare intorno al problema. C’è chi dice che i disastri ambientali si correggeranno inventando “tecnologie più verdi”, cioè nuove tecnologie che dovrebbero rimediare ai danni prodotti dalle vecchie. La realtà dimostra tutto il contrario: le nuove sono peggiori delle vecchie. Alcuni esempi: I nuovi filtri collocati sulle ciminiere delle fabbriche permettono la fuoriuscita delle micropolveri che entrano direttamente nel sangue e fanno più danno delle emissioni dei vecchi filtri. La famosa benzina verde che doveva eliminare l’inquinamento dovuto alle automobili si è rivelata una bufala: oggi l’inquinamento c’è più del 1985, l’anno in cui è stata introdotta.

            I mass media su tutte queste catastrofi ambientali se la cavano molto sbrigativamente dando la colpa al clima che cambia, dimenticando completamente le ere geologiche, che loro ci hanno fatto studiare a scuola. I 50 morti diventano una conseguenza del caldo, le migliaia di morti in Pakistan vengono attribuite alle acque del fiume che straripano. Alla fine diventa colpa della natura se ci sono tutti questi disastri. Non c’è niente di più falso, sbagliato ed antiscientifico. Il vero responsabile è il Sistema capitalista che, in nome del profitto privato, non rispetta e distrugge la natura. Purtroppo non capire il problema alla radice impedisce di intervenire sulle cause e porta ad agire soltanto sugli effetti. In questo modo il fenomeno ambientale si aggraverà sempre di più, portando a sprechi di denaro immensi ed a catastrofi di dimensioni bibliche.

            I climatologi prevedono grandi disastri, ma non fanno niente per prevenirli. Perché è avvenuta questa rovina ambientale? Non ci vuole molto a capirlo, tra l’altro lo dicono anche gli “esperti”: troppe macchine,cemento,fabbriche inquinanti,deforestazione, distruzione dell’agricoltura

            C’è anche e soprattutto il perché del perché, cioè perché c’è stato e continua tutt’ora questo comportamento insensato dell’uomo e della donna?  Qui viene fuori  il “Dio profitto”, al di sopra di ogni cosa e delle stesse persone. Di fronte a questo Dio potente, pari all’altisonante Giove dell’antichità, tutti gli esperti e gli analisti della società di oggi alzano le mani, si arrendono. Viene prima di ogni cosa. Però non sempre hanno il coraggio di ammetterlo apertamente. Per cui si giustificano dicendo che “è necessario per il progresso della società!”, che “non si può tornare indietro” (invece si sta tornando indietro!) e si intascano un sacco di soldi. Costoro prevedono le peggiori catastrofi, indubbiamente possibilissime, però poi se ne vanno tranquillamente a dormire nelle loro case super-lussuose.

            Soltanto i popoli, cioè una grande massa di persone,  possono impedire  la fine dell’attuale livello economico-sociale-naturale raggiunto dall’essere umano. Però per fare questo hanno bisogno prima di tutto di capire la gravità della situazione e poi farsene una coscienza di vita. Purtroppo siamo molto lontani da una tale consapevolezza. Per questo motivo non ci aspetta “un futuro roseo”, per lo menoa breve scadenza. Io penso che si dovrebbero aiutare le persone a comprendere questa realtà. Se esse non acquisiscono una tale mentalità non si può fare niente. Non

esistono scorciatoie, cioè avanguardie che si sostituiscono a loro, capiscono per loro, lottano per loro, prendono il potere per loro, si mettono alla loro testa e, approfittando del malcontento

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generale, sconfiggono la classe capitalista al potere, entrano a dirigere la nuova società per fare il bene del popolo e dell’ambiente. E tutto si risolverebbe, attuando il Paradiso o il Comunismo o l’Anarchia, cioè la società ideale che si vorrebbe. Non è così! L’arretratezza delle masse ed il loro gretto egoismo sono stati, a mio avviso, la prima causa del fallimento delle grandi rivoluzioni del secolo passato. Sono state queste masse a portare le loro avanguardie al potere per poi affossarle con la loro incomprensione, approfittando di loro per fare i propri gretti interessi, fregandosene degli altri esseri umani e della gestione sociale e politica. Per  cui l’emancipazione dell’uomo e della donna va fatta da oggi stesso, anzi da ieri perché siamo già in ritardo. Non si può stare ad aspettare che gli altri risolvano i nostri problemi. Siamo noi stessi, autorganizzandoci, che dobbiamo affrontarli e risolverli. Non possono esistere più gli “apolitici”, cioè coloro che non si interessano di politica. La politica e la società, per la singola persona di oggi, devono ricevere lo stesso interesse e preoccupazione che ottiene la famiglia. Famiglia-società-politica sono sullo stesso piano di importanza. Anzi, se vogliamo, la società e la politica vengono prima della famiglia perché se essa risolve il presente, le altre due risolvono il futuro. Un presente senza futuro non ha prospettiva, muore. L’apolitico è senza futuro. Inoltre c’è da considerare che il futuro sarà il presente del domani.

            Di macchina-computer- telefonino si possono fare a meno, ma dell’ossigeno e dell’acqua no. Che facciamo? Seguitiamo a produrre macchine-computer-telefonini fregandocene dell’acqua e dell’ossigeno? Impossibile! Questa è la coscienza che dovrebbero acquisire i cittadini. Se ciò avvenisse cambierebbe la scala dei valori della propria vita e della società. Io mi riferisco ai cittadini perché non ho nessunissima fiducia che la classe dirigente possa cambiare. Singoli dirigenti sicuramente sì ma come classe no.  E’ un principio del materialismo storico di Marx riconfermato tutti i giorni.

Nella maggior parte della gente c’è una rassegnazione filosofica-masochista verso le catastrofi dovute allo squilibrio ambientale, come se tutto ciò dipendesse da una forza soprannaturale di fronte a cui si è impotenti. Non è vero! Dipendono principalmente da “4 stronzi” bulimici di denaro e senza scrupoli, che si basano su una gerarchia obbediente e servile, ed una maggioranza di popolo ignorante e menefreghista. Dire 4 stronzi può sembrare esageratamente riduttivo perché questi hanno un potere enorme, tra cui anche quello di scatenare una guerra mondiale, però se miliardi di persone prenderanno coscienza dei problemi e della situazione allora non potranno fare niente e saranno veramente quello che sono: “4 stronzi”. 

            Il problema del clima oramai condiziona la vita quotidiana delle persone. Incide sull’economia, il lavoro, provoca disastri nel territorio, arreca danni alla salute, agisce sull’umore, la psiche, interviene sugli avvenimenti politici. La natura si sta ribellando a questa barbarie, e lo farà sempre di più costringendo l’uomo e la donna a seguirla. Per cui non può essere trattato a parte come un problema dei “verdi”, cioè degli ambientalisti.

            Esso deve essere prima di tutto agganciato alla salute, al lavoro ed all’economia. Non si possono seguitare ad accettare condizioni come alla FIAT di Pomigliano dove pur di ottenere il mantenimento del posto di lavoro, per ora, si rinuncia al diritto di sciopero e si accetta di produrre la Panda, senza nemmeno porsi il problema dell’inquinamento atmosferico che provocherà questo veicolo e, quindi, dei tumori alle persone. In Italia il 75% dei tumori viene provocato dall’aria inquinata. Non si pensa nemmeno per un momento che ci sono già altri 44.000.000 di autoveicoli che hanno ammazzato milioni di Italiani e che sarebbe ora di smetterla di produrre questi mostri. Questo problema morale è completamente assente dalla discussione dei mass media e, purtroppo, anche da quella dei lavoratori. Ognuno pensa per sé! Però così non potrà continuare. Il Governo è tutto preoccupato perché la FIAT ha avuto un calo delle vendite. Meno male! Ben venga! In Grecia, dopo la crisi dell’autunno scorso ed il conseguente impoverimento dei lavoratori, c’è stato un calo delle vendite delle auto pari al 50%. Forse non tutti i mali vengono per nuocere…… Io penso che, con questa crisi, ci sarà una presa di coscienza rivoluzionaria da parte della maggioranza della popolazione.

Antonio Mucci

 

 

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QUALCOSA DI CUI PARLARE

 

Lunedì 13 settembre sono iniziati i lavori per portare la filovia sulla “Strada Parco”, strada che attraversa in linea retta parte del Comune di Montesilvano e parte del Comune di Pescara.

Lunedì mattina “gli utenti” che solitamente attraversano la suddetta strada in bici, a piedi o con i pattini, hanno assistito all'arrivo dei camion, davanti al plesso sportivo “Le Naiadi”, e di operai che, armati di ringhiere in ferro e blocchetti di cemento, hanno recintato una porzione di strada per dare inizio a quello che sarà il cantiere dei lavori per la posa dei pali elettrici per fornire corrente al filobus e per la realizzazione delle piazzole di sosta per le fermate del suddetto. Il lavoro è stato svolto nel più totale silenzio, sia da parte dell'amministrazione comunale, sia da parte della Gestione Trasporti Metropolitani; hanno deciso così nelle stanze del “potere” che da un giorno all'altro si sarebbe dato il via ai lavori! Reputo (e spero molti altri con me) questa presa di posizione una vera e propria imposizione, una vera a propria mancanza di sensibilità da parte di chi, trovandosi in una posizione di vantaggio verso i cittadini, non ha mai chiesto un parere in merito al discorso Strada Parco: insomma siamo dinnanzi ad una vera e propria imposizione antidemocratica, dove come sempre le decisioni vengono calate dall'alto e dove nessuno ha diritto di mettere bocca.

La Strada Parco è l'unica area urbanizzata dove le famiglie hanno la possibilità di ritrovarsi e fermarsi a parlare con serenità, rappresenta l'unica area (fa eccezione Villa Sabucchi) dove i bimbi possono giocare tranquillamente senza incorrere nel pericolo di essere investiti dalle macchine, rappresenta un percorso in linea retta di oltre sei chilometri in cui ciclisti e pattinatori possono dare sfogo alla loro passione senza dover necessariamente subire i disagi di una traffico fuori controllo, rappresenta inoltre un punto di ancoraggio per molte persone anziane che possono passeggiare lì tranquillamente e socializzare con altre persone della loro stessa età e non, senza dover preoccuparsi di stare attenti agli automobilisti imbizzarriti che transitano a tutta velocità sulle strade della città. La Strada Parco rappresenta inoltre la sede del mercato rionale del mercoledì; altro luogo in cui le persone possono ritrovarsi e, nel fare la spesa, discutere in armonia e rilassatezza; si può anche aggiungere che l'area rappresenta anche uno dei pochi polmoni verdi rimasti alla città di Pescara, inglobata e bloccata dalle logiche mercantili dei “signori del mattone e del cemento” e dove lo smog provocato da un traffico perennemente in subbuglio viene mitigato dalla presenza delle piante che offrono una maggiore ossigenazione dell'aria.

La posa in opera della filovia rappresenta l'ennesimo imbarbarimento di Pescara, dove l'unica cosa che conta è il denaro di cui le amministrazioni si ritrovano ostaggio!

Poiché i voti vengono smossi in funzione degli appalti, delle concessioni edilizie  e  delle assegnazioni in conto terzi per la messa in opera di pubblici cantieri: questa “grande opera” che vogliono far passare in realtà altro non rappresenta se non uno scambio “politico” e una lapalissiana incapacità di progettare uno sviluppo ecosostenibile di Pescara, in cui manca totalmente un piano traffico serio e programmatico, in cui non si hanno vere e proprie zone pedonali, in cui non si trovano luoghi di socializzazione, in cui non si “costringe” una ditta come la GTM, che si occupa di trasporto pubblico, a rinnovare il parco macchine dotandosi di un maggior numero di autobus e soprattutto di mezzi ecologici, come possono esserlo

 

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autobus a metano o addirittura elettrici. La filovia è un alibi a tutto questo, si vuol convincere la cittadinanza che a fronte di un “piccolo” sacrificio si possano trarre degli enormi benefici.

La Strada Parco andrebbe lasciata quello che è: l'unica vera e reale isola pedonale esistente in Pescara, quotidianamente rapinata da una mancanza di una pianificazione seria della mobilità, anzi andrebbe ulteriormente potenziata garantendo la posa in opera di alcuni servizi, come edicole, bar e, qualora si voglia, anche la possibilità di aprirvi un grande centro servizi culturali, che possa, in organizzazione con il consiglio di quartiere, garantire l'accesso alla cultura e anche alle nuove tecnologie a tutti e soprattutto a titolo completamente gratuito.

Viale Bovio e buona parte del Quartiere Castellammare si è trasformato da anni in un quartiere dormitorio, proprio per la mancanza di un luogo di aggregazione che offra uno spazio adatto a tutti e la Strada Parco rappresenta proprio questo, per cui sarebbe il caso di finirla con le imposizioni ai cittadini per il solo accantonamento economico, ma sarebbe il caso di iniziare a ripensare una Pescara come una città altamente vivibile ed in cui la qualità della vita rappresenti davvero qualcosa di cui discutere in maniera programmatica e soprattutto in maniera democratica attuando una serie di consultazioni popolari che coinvolgano la cittadinanza tutta.

L'alibi del filobus non regge, poiché nasconde una pochezza di idee in merito ad una seria riorganizzazione degli assetti urbanistici della città: Pescara è una città con un traffico spaventoso che produce non solo disagi alla circolazione (questo si riperquote principalmente su chi decide di usare il mezzo pubblico) ma anche e soprattutto sulla salute perchè l'inquinamento legato alle micropolveri e agli scarti della combustione degli idrocarburi finiscono nei polmoni delle persone, aggredendo anche le vernici e gli intonaci delle abitazioni e i monumenti; quindi perchè non mettersi a tavolino con la cittadinanza e cercare insieme una soluzione al problema? Invece no si preferisce decidere in maniera perentoria piuttosto che lasciare la voce a chi la città la vive quotidianamente, piuttosto che cercare una soluzione a lungo termine per il miglioramento della qualità della vita e del benessere dei cittadini; perchè il benessere non è rappresentato dal mero possesso economico, ma anche e soprattutto dall'avere una città che sappia accogliere e che possa andare in accordo con uno stile di vita più sano, in cui ci siano luoghi di confronto, in cui si abbia una mobilità organizzata per il mezzo pulito invece che per le macchine, in cui si possa passeggiare senza il rischio di essere investiti.

Bene, signori amministratori e signori dirigenti della GTM, questa possibilità vi è stata data, ora sarebbe il caso di riconvertire i fondi stanziati per un'opera inutile come la filovia, per l'ampliamento del parco macchine della GTM offrendo un servizio migliore e soprattutto ecologico e, per l'Amministrazione comunale la concreta possibilità di riuscire a varare un piano traffico che sia pensato per una mobilità ecosostenibile, poiché Pescara così come si trova non va più da nessuna parte!

 

 

Daniele Valeri

 

 

 

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La pagina di Diderot

Strada parco e porca filovia - I cittadini si mobilitano, interveniamo in appoggio. Bisogna impedire l'avvio dei cantieri. Dal momento l'Assemblea del 23 scorso in aula consiliare Comune di Pescara ha dimostrato lo scollamento esistente tra la popolazione e la politica tutta,  dal momento compresa quella che, ahimè, si definisce opposizione di sinistra, ormai residuale ed ex sinistra radicale, che nel chiuso dei consigli di aministrazione ha votato  a favore dell'insediamento, avviando lo sperpero di ben 31 milioni di euro per un opera inutile, impattante e preclusiva agli interessi di tutta la popolazione e  non solo dei residenti. E’ necessaria l’occupazione dei cantieri, e questa volta la lotta non deve essere gestita da nessun partito. La doppia morale dei partiti che intascano laute prebende e gettoni presenza  dall'istituzione di commissioni e tavoli tecnici  per far finta di risolvere quello  già deciso con contratti già firmati ormai è diventata nauseante. Alle prossime elezioni mandiamoli tutti a casa. Questa mobilitazione è stata decisa dal basso e non dai vari Sorgentoni e consiglieri comunali carrieristi ed autoreferenziali  che hanno fatto sfoggio di politichese e indegna passerella: uno sporco gioco delle parti. La cittadinanza è ingannata.

Ecologia ed intrallazzi. E alla fine tutto si concluse parafrasando il nobel per la letteratura 1972  Heinrich BÖLL, con la Foto di gruppo con signora ( in giallo), modo elegante per non dire a  tarallucci e vino. Stiamo parlando ovviamente del convegno sull’acqua avvelenata dagli scarichi Montedison di Bussi, tenutosi in Sala Figlia di Iorio-Provincia di Pescara organizzato dall’ Associazione Articolo 3 ( Mai un articolo della Costituzione è stato citato così a sproposito ) la cui presidente la signora Allegrino sfoggiava per l’occasione una mise giallo canarino fosforescente tale  che il Il Centro non potette esimersi dal pubblicare il resoconto con gigantesca foto dei relatori sorridenti e felici per il volemose bene , dimenticando chi era la contro parte.  Il convegno è stato organizzato con relatori, Giovanni Damiani presidente dell’Ecoistituto Abruzzo, ( già noto per le sue posizioni filo ministeriali , quando nel 2001 dette una mano al Governo negando la pericolosità dell’uranio impoverito  causa delle morti di molti militari italiani e stranieri in missioni internazionali in Kosovo)  un’ Associazione collegata con il fior fiore  dell’ecologia pescarese come Marevivo, Italia Nostra, WWF, Miladonnambiente, Marelibero, ecc., con  e Adriano Goio supercommissario governativo alla discarica dei veleni che da 5 anni a questa parte ha prodotto una consistente quantità di …. Nulla ! Chi è Adriano Goio ? Ecco cosa scrive di lui “ Questotrentino “ un giornale di Trento, n° 12  del 17 giugno 2006,  (http://www.questotrentino.it/2006/12/Adriano_Goio.htm)-  Adriano Goio, la nomenclatura. L'ennesima poltrona per l'ex (discusso) sindaco. Settantenne, incompetente, inaffidabile, ma fa parte del giro degli amici (…)per 14 anni ha occupato, sempre nomina politica, la poltrona di segretario dell’Autorità di Bacino dell’Adige. Dove si è distinto per immobilismo, di fronte al degrado delle condizioni, soprattutto di sicurezza, in cui versa il nostro fiume (…)Alla fine di due mandati (14 anni), i suoi sponsor politici (il centro-destra, nel frattempo) non gli hanno rinnovato l’appoggio, preferendogli un nuovo nome. Scatenando le ire del Goio, che per dispetto si avvicina alla Margherita .Bene, ora a tale personaggio, ormai settantenne, si affida la poltrona del Corerat (3.500 euro mensili). Competenza specifica dell’uomo: nessuna. Coerenza politica: zero, conta la poltrona. E allora, che senso ha una tale nomina? Uno solo: noi siamo una casta, il potere ce lo spartiamo tra di noi, le poltrone sono cosa nostra “ E ora tale personaggio, grazie alla politica ambigua dell’allora Margherita- oggi  PD-  ce lo troviamo Commissario straordinario in Abruzzo, ed anche con il beneplacito delle associazioni ambientaliste che hanno ingaggiato con lui uno squallido gioco delle parti, altrimenti come possono continuare a percepire incarichi nel sottobosco delle piccole nomine  che la politica clientelare abruzzese concede loro per tenerseli buoni? Damiani ha fatto finta di rintuzzare responsabilità ed ha litigato benevolmente in diretta con Goio , con posizioni riportate ampiamente dai giornali locali che però hanno tralasciato di riportare l’unico intervento in cui si sono spiattellate a Goio i giudizi che di lui si danno in Trentino. E rielaborando Bennato possiamo cantare in coro, “ ma che politica che cultura .. sono solo…

 

 

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… continua dal numero precedente

(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

Per una storia anarchica della rivoluzione cinese

La vittoria del PCC

In questo contesto non vi è alcun mistero del fatto che nel corso della guerra quasi tutte le classi sociali cinesi siano giunte a vedere il PCC come quella forza che poteva offire la migliore speranza per un futuro migliore rispetto al KMT. L'elite del PCC apparve in grado di proporre uno sguardo a lungo termine dopo l'ondata di modernizzazione e una efficace capacità di governo. I contadini vedevano come il PCC teneva sotto controllo i possidenti e gli usurai. A differenza del  KMT, il PCC non era corrotto, ovviamente, e non era in combutta col l'imperialismo occidentale, dato che durante e dopo la guerra gli USA avevano fornito il KMT di armi e mezzi di trasporto per le truppe. Eppure quando il PCC giunse al potere nel 1949 e Mao dichiarò la vittoria dalla porta di Tienamen, egli lo fece in termini nazionalistici, egli disse che la Cina doveva "rialzarsi" ed ufficialmente il 1949 venne descritto come la  "vittoria della democratica rivoluzione borghese nazionale." Le 4 stelle più piccole sulla bandiera cinese rappresentavano l'alleanza che ha portato alla vittoria gli operai, i contadini, i ceti medi ed i capitalisti progressisti (cioè nazionalisti).

Non occorre più discutere sul fatto se il Maoismo ha portato la libertà agli operai ed ai contadini cinesi. Le stesse parole di Mao dimostrano che così non è stato ed oggi la Cina è diventata una parte vitale dell'economia capitalista globalizzata. Mao giunse al potere perchè fu capace di seguire i sentieri che massimizzavano la crescita, il prestigio ed il potere del PCC nei periodi decisivi, in particolare nel 1927 e nel 1936. Egli aveva una chiara comprensione delle torsioni e delle svolte necessarie per portare il PCC al potere e per restarci, queste sue caratteristiche così esplicative sono compendiate nell'appellativo che un tempo lo rese molto popolare quello de 'il Grande Timoniere'.

Da un punto di vista anarchico, la questione più interessante e grandemente inesplorata è quella del fallimento dell'anarchismo cinese nell'offrire una propria alternativa nonostante il fatto che nel 1920 esso avesse tutti i numeri per poterlo fare. In primo luogo si può dire che l'anarchismo cinese non riuscì ad emanciparsi dalle sue origini collocate nella parte più radicale dell'elite repubblicana. Vi furono anarchici che riuscirono con successo a costruire i sindacati, ve ne furono di quelli che andarono nelle campagne per organizzare i contadini, ma il movimento in sè  rifiutò di organizzarsi come tale e ne pagò il caro prezzo. 

Andrew Flood

1 Lucien Bianca, Origins of the Chinese Revolution, 1915-49, Stanford University Press, 1971, p4
2 Anarchism in the Chinese Revolution, Arif Dirlik, 1991, University of California Press, p34
3 Anarchism in the Chinese Revolution, p27
4 James P Harrison, The Long March to Power: A history of the Chinese Communist Party, 1921-72, Praeger Publishers, 1972, p16
5 Anarchism in the Chinese Revolution, p2
6 Anarchism in the Chinese Revolution, p148
7 James P Harrison, The Long March to Power, p9
8 Anarchism in the Chinese Revolution, p170
9 Anarchism in the Chinese Revolution, p15
10 Anarchism in the Chinese Revolution, p18
11 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p95
12 Anarchism in the Chinese Revolution, p170
13 Anarchism in the Chinese Revolution, p26
14 Anarchism in the Chinese Revolution, p178
15 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p54
16 Mao: The Unknown story, Jung Chang & Jon Halliday, Jonathan Cape 2005, p28
17 Mao: The Unknown story, p28
18 Anarchism in the Chinese Revolution, p154
19 Anarchism in the Chinese Revolution, p13
20 Anarchism in the Chinese Revolution, p153
21 Anarchism in the Chinese Revolution, p147
22 Cited in Theses on the Chinese Revolution, Solidarity, (1967) online at
http://struggle.ws/disband/solidarity/china_rev2.html
23 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p62
24 Report on an Investigation of the Peasant Movement in Hunan, March 1927, Online at
http://www.fordham.edu/halsall/mod/1927mao.html
25 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p68

Questo articolo è stato proposto per il giornale North Eastern Anarchist alla fine del 2007.
Una versione modificata è stata pubblicata nel n°14, primavera 2009. L'articolo è stato anche usato come base per un presentazione audio-video intitolate Anarchism & the Chinese Revolution –

Presentato da Lia Didero

 

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

 

… continua dal numero precedente

 

 

a proposito di Pomigliano

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                                       un samizbar “inevitabile” anche se “lontano”

                                                                                                        fine giugno 2010

 

di Vittorio Rieser

 

 

4. ...e gli effetti del referendum

 

L'esito del referendum costituisce uno di quei casi esemplari (frequenti anche se non frequentissimi) della lotta di classe, in cui il padrone “fa la figura del cretino”: cioè non ha capito niente della coscienza e dei conseguenti comportamenti dei lavoratori sottoposti al suo comando. (Per limitarci a ricordare un altro caso, basti ricordare l'accordo separato del luglio 62, con cui Valletta si illuse di fermare la lotta contrattuale dei “suoi” lavoratori – ottenendo invece l'effetto opposto).

Figura esattamente analoga hanno fatto i sindacati firmatari dell'accordo: il “capolavoro” esaltato da Bonanni non sembra essere stato particolarmente apprezzato dai lavoratori di Pomigliano.

(Va detto subito che neanche chi era contrario all'accordo, probabilmente, prevedeva un tale esito del referendum: aspetto non irrilevante, su cui torneremo nella seconda parte).

La Fiat (diversamente da Sacconi e dai sindacati firmatari) ha ammesso esplicitamente che l'esito è stato diverso dalle aspettative, e ora si trova realmente in una situazione di incertezza di scelte.

Non credo infatti che l'”ipotesi su Pomigliano” fosse un semplice trucco, messo in atto per trovare una scusa per andarsene: il marchingegno messo in piedi con l'accordo separato era troppo impegnativo.

A questo punto, le alternative di fronte alla Fiat sono:

-andarsene da Pomigliano: scelta che al momento sembra impraticabile per tutta una serie di ovvie ragioni;

-fare una new company, in cui vengono assunti con contratto individuale (libero da altri vincoli contrattuali) solo i lavoratori che aderiscono a tutti i termini contenuti nell'accordo separato: sarebbe la soluzione “ideale” per la Fiat, ma – anche in base alle dichiarazioni del ministro e dei sindacati che le sono alleati, oltre che per difficoltà “giuridiche” – sembra difficilmente praticabile;

restano dunque due altre ipotesi possibili:

-la Fiat, basandosi anche sulla maggioranza comunque ottenuta dai “sì” al referendum e forte dell'appoggio di sindacati firmatari e governo, mantiene l'ipotesi originaria su Pomigliano, e si appresta a “forzarne l'applicazione” tra i lavoratori (e magari a chiedere qualche sostanzioso sostegno supplementare al governo);

-la Fiat mantiene Pomigliano, ma con un programma produttivo più “debole” e di corto respiro, analogo a quello che doveva essere il “programma sostitutivo” di Tichy, riservandosi ulteriori mosse.

Al momento, però, un punto sembra comunque fermo (da parte della Fiat come dei sindacati firmatari dell'accordo): non c'è la disponibilità a riaprire realmente una trattativa, tanto più se questa comporta il rientro di FIOM (ed eventualmente CGIL) al tavolo negoziale. La reazione dura dei sindacati firmatari alla pur timida proposta in proposito fatta da Sacconi è significativa.

Questo è un elemento importante, di cui terrò conto nella parte successiva, in cui – finalmente – mi porrò “dal punto di vista sindacale”.

 

         

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 B) dal punto di vista sindacale

 

1.l'accordo e il referendum

 

Non mi soffermo sulla scelta FIOM di non firmare l'accordo, perchè le sue ragioni sono state abbondantemente illustrate: era una scelta giusta e inevitabile. Altrettanto giusto è stato il rifiuto di un referendum che metteva in gioco “sotto ricatto” diritti individuali indisponibili. E' stata avveduta l'indicazione di andare a votare per evitare rappresaglie – senza accompagnarla con indicazioni di come votare. Quest'ultima scelta era formalmente coerente con il rifiuto della legittimità del referendum – ma forse derivava anche da un'implicita convinzione che, sotto ricatto, quasi tutti i lavoratori avrebbero votato “sì”. Una convinzione esplicitata più volte sia sui giornali della sinistra (il Manifesto), sia in qualche dichiarazione CGIL – che, affermando giustamente che avrebbe rappresentato i lavoratori del “sì”, qualche volta ha maldestramente detto che ovviamente il “sì” avrebbe prevalso in misura schiacciante.

La posizione della FIOM ha prodotto, anche prima del referendum, alcuni effetti importanti: gli scioperi a Mirafiori, e l'affermazione FIOM alle elezioni RSU di Melfi. In sostanza, la posizione assunta dalla FIOM ha fatto sì che i lavoratori non la percepissero come “un sindacato come tutti gli altri”, ma come un possibile punto di riferimento. “Possibile” e non scontato: può anche avvenire (com'è avvenuto in Fiat in un lontano passato) che questo si traduca in un “avete ragione, ma purtroppo non contate niente”. Dipenderà, anche, da come la FIOM riuscirà a utilizzare un risultato che le dà ragione (in una misura superiore alle aspettative) e che in qualche modo “riapre i giochi”.

Questa nuova prospettiva non va vista solo nei termini di un (improbabile) rientro nella trattativa, ma in termini di cosa si intende fare dopo, per tutelare i lavoratori di Pomigliano – e di altri stabilimenti in cui la Fiat tenterà di estendere, se non la lettera, lo “spirito” dell'accordo separato di Pomigliano.

 

 

6.l'ipotesi di rientro nel tavolo negoziale

 

Come abbiamo detto, è un'ipotesi improbabile, visto se non altro l'atteggiamento dei sindacati firmatari. Ma non ci si deve rinunciare,e va proposta – come faceva, in condizioni di isolamento, la FIOM e la CGIL negli anni 50: per una ricerca incessante di ogni possibile occasione di ricostruire l'unità tra i sindacati, e per un criterio di “realismo”, che tenga conto dei mutamenti nelle condizioni immediate e non rinvii tutto al futuro. Se vogliamo, la proposta di “riapertura del tavolo” rientra – non per scelta FIOM – nella “propaganda”, ma in quella seria, in cui il sindacato fa sapere quali sarebbero le sue intenzioni.

Ma la proposta di rientro non può avvenire “al ribasso”. Non può, anzitutto, essere una proposta tipo “a questo punto firmiamo anche noi”  - come si ventila nel PD e forse auspica anche qualcuno in CGIL. Naturalmente, dev'essere una proposta che parte dall'impianto dell'accordo, ma ne propone alcune modifiche sostanziali:

-anzitutto, ovviamente, l'eliminazione delle clausole che violano diritti sindacali e costituzionali;

-ma, anche  sui 18 turni, non ci si può limitare ad accettarli nei termini proposti dalla Fiat: avrebbe senso, ad es., una proposta di riduzione d'orario per il turno notturno;

-sono poi importanti alcune proposte di modifica apparentemente “di dettaglio”: ad es., sui tempi di lavoro, la procedura di reclamo/verifica contenuta nell'accordo è quella vigente in Fiat prima del '68: è il singolo lavoratore, da solo, che deve andare a reclamare (esponendosi così a possibili rappresaglie), e solo in ulteriori istanze possono intervenire le RSU; a queste andrebbe invece attribuito un “diritto di iniziativa”.

Sono solo alcuni esempi: ma sarebbe sbagliato “appiattirsi sull'accordo” per poter  “rientrare”, per poi sentirsi dire “no, tu no!”. Già che probabilmente si tratterà solo di “propaganda”, che sia propaganda seria, che fa conoscere ai lavoratori in che direzione ci si muoverà:

 

… continua nel prossimo numero

presentato da Mario Boyer

 

 

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Descrizione: ilSale2

(...continua dal numero precedente)

 

Resistere alla marginalità: comunità aperte

 

Non si tratta di conservare il passato, ma di

realizzare le sue speranze.

T. W. Adorno

 

Nel vocabolario della ricostruzione, «comunità aperte» avrebbe dovuto  significare partecipazione e democrazia diretta. Nella ricostruzione del  Friuli, criticando quello che era stato per il Belice (1968), così il parroco di Santa Ninfa del Belice si pronunciava:

 Non diventate Belice, perché è troppo grosso il Belice come scandalo, come motivo  di riflessione e come ingiustizia, da poter pensare che si ripeta anche fra di voi […]  [...] Fate in modo che la nostra gente sia [...] responsabile e partecipe dei suoi fatti,  non fatela emarginare assolutamente da qualunque partito o potere. Democrazia sì,  imposizione no; e democrazia è partecipazione, mai imposizione; democrazia è  rispetto dell’uomo e l’uomo deve essere lui il costruttore di se stesso e del suo bene  [...].  Guardate che questo Belice può essere il Friuli, i disegni faraonici, le urbanizzazioni  discutibili, quel passare sopra la testa di tutti, il voler realizzare secondo criteri  verticistici erano esclusivamente opera e quindi responsabilità di coloro cui il  governo aveva dato l’incarico di realizzare la ricostruzione. Si trattava cioè delle  cosiddette opere a totale carico dello Stato – e può avvenire anche nel Friuli – quelle  cioè che lo Stato si assume di fare in proprio, quelle che eliminano la responsabilità  e la partecipazione del cittadino interessato, quelle che sono insomma la peggiore  elemosina che si possa compiere, perché si fanno male e distruggono l’uomo nella

 sua dignità48.  Responsabilità e partecipazione perché «l’uomo deve essere il costruttore di  se stesso e del suo bene» vuol dire ‘internalizzare’ il locus of control della  psicologia sociale; vuol dire, usando il linguaggio di Carl Rogers, agire  orientati dall’attualizzazione, decidere cioè della propria vita liberamente  verso una piena realizzazione della propria autenticità 49; vuol dire, per citare  un’altra voce della psicologia umanista, rispettare la ‘scala dei bisogni’  strutturata da Abraham Maslow50, che tradotta in termini sociali significa  che non si può promuovere una società attualizzante (autostima,  riconoscimento sociale, autorealizzazione) se non sono soddisfatti in detta  società i bisogni di livello inferiore, vale a dire quelli collegati alla  sopravvivenza, alla serenità e all’appartenenza sociale; vuol dire – come ha  scritto Guido Crainz riferendosi all’esperienza friulana – «democrazia dal  basso – nelle assemblee delle tendopoli, nel coordinamento dei paesi  terremotati»; vuol dire «capacità di unire la sfiducia nel Palazzo e la fiducia  in se stessi. Ma anche in quel concreto operare di uomini e istituzioni. In  quel concreto operare anche del Palazzo. Anch e dei legislatori nazionali e  degli amministratori locali, a contatto diretto e talora conflittuale con gli  amministratori. Con i cittadini. Con i paesi e le culture colpite dal sisma»51.  Responsabilità e partecipazione perché anche nel processo pedagogico di  ricostruzione sociale non può esserci alcuna educazione democratica  possibile che non contempli un’integrazione, allo stesso tempo, tra  partecipazione e responsabilità, accettazione e rispetto, promozione della  specificità individuale nelle libere relazioni sociali. John Dewey, ad  esempio, ha sostenuto che «la libertà non è qualcosa che può venire regalata  agli uomini dal di fuori [...] ma che può essere posseduta solo in quanto gli  individui partecipano al suo conseguimento» 52. Libertà che può svilupparsi  attraverso un’educazione/pedagogia in grado di porsi quale cultura  dell’interdipendenza a tutti gli effetti, cultura e pratiche per una società fatta

 di uomini e per gli uomini permeate da un’idea di società fondata sull’ascolto, il dialogo, la conversazione; dove l’ascolto è il disporsi a  ricevere le ragioni dell’altro e coglierne le radici; il dialogo è comunicazione  reciproca; la conversazione è la realizzazione del dialogo, l’atto  concretamente costitutivo, in quanto – spiega Franco Cambi – nella  reciprocità dei discorsi «si crea un con-vergere, un andare-verso-insieme»;  la conversazione è dialogo costruttivo di spazi d’intesa comune e di un’etica  comune di comunicazione e di convivenza 53. Perché l’altro è già «nel vivo  del soggetto»; il principio d’inclusione è originario, come per l’uccellino  che – per usare la metafora di Edgar Morin – «quando esce dall’uovo, segue  sua madre». L’altro è una necessità interna. Il soggetto si struttura con la  mediazione degli altri soggetti anche prima di conoscerli veramente. Il  soggetto emerge al mondo integrandosi con l’intersoggettività.  L’intersoggettività è il tessuto di esistenza della soggettività, «l’ambiente di resistenza» del soggetto senza il quale esso deperisce. La comprensione stessa non può emergere che nella relazione intersoggettiva ed è spesso  immediata, quasi intuitiva54.  Un’educazione/pedagogia quale cultura e pratica dell’interdipendenza può  fare dello «spazio dell’incontro» uno spazio etico/politico/culturale,  disposto a giocare in pieno il suo ruolo di modello di convivenza, di  organizzazione sociale, di valore culturale sia come fine che come mezzo. I  modelli educativi e scolastici «devono confrontarsi e prestare attenzione agli  aspetti esistenziali, alla diversità dei vissuti, alle varie radici culturali e  linguistiche, mitiche e religiose, antropologiche ed etniche. La situazione di  instabilità attuale può avere una lettura in positivo se serve a giocare un  ruolo importante nella critica di modelli educativi obsoleti, e a favorire  l’emergere di progetti educativi dove la tolleranza, la dialettica dei valori, il  diritto di ognuno alla propria diversità trovino spazio e cittadinanza»55. La sfida, dunque, è quella di innestare e sviluppare pratiche sociali diverse  per una società diversa, una società che non deve preoccuparsi di far  necessariamente sintesi delle differenze ma, al contrario, impegnarsi a  garantirne il libero sviluppo in un processo continuo. Accettazione e varietà, diversità e pluralismo sono sul versante pedagogico componenti  fondamentali. Sarebbe contraddittorio sostenere o proporre una via unica  all’educazione/pedagogia, un modello unico: vanno invece accolte  un’insieme di riflessioni e idee che mirano alla critica e alla dissoluzione di discriminazione, esclusione, emarginazione e razzismo 56, di dominio e autorità intesi come rapporto gerarchico e di subordinazione tra individui,  non solo tra governati e governanti, ma, come ha precisato Murray  Bookchin, in ogni situazione, perché la gerarchia – intesa come sistemi  culturali e psicologici di comando e obbedienza – e il dominio «potrebbero  facilmente continuare a esistere in una società senza classi o senza Stato. Mi riferisco al dominio del vecchio sul giovane, dell’uomo sulla donna, di un  gruppo etnico su un altro, dei burocrati (che si pretendono portavoce dei  superiori interessi sociali) sulle masse, della città sulla campagna e, in un  senso più psicologico e sottile, della mente sul corpo, di una piatta  razionalità strumentale sullo spirito, della società e della tecnologia sulla  natura»57. A riguardo, Leonardo Trisciuzzi ha ricordato che esiste un filo  discorsivo che collega storicamente le varie forme di emarginazione e che, implicitamente, rappresenta il livello culturale della società che stabilisce un  tipo di marginalità. Un filo rappresentato dai valori culturali di una data  società e il modo con cui essi regolano i rapporti sociali e vengono trasmessi  alla generazione successiva. Ogni epoca culturale ha dunque il suo ‘centro  culturale’, il quale stabilisce uno specifico modello comportamentale. Ogni  cultura tramite l’educazione impone una direzione, il cui traguardo tende a  coincidere con l’immagine dell’uomo che quella cultura sceglie e produce.  La società ha sempre fornito lo status e il ruolo degli individui,  delimitandone la possibilità di manovra nell’ambito di quella cultura  economica58. Nota, a tal proposito, Herbert Marcuse che nella società così  come organizzata la gente «gode di una porzione considerevole di libertà nel  comprare e nel vendere, nel cercare e nello scegliere un lavoro,  nell’esprimere la sua opinione e nel muoversi in tutte le direzioni. Ma le sue  libertà non trascendono mai il sistema sociale stabilito, il quale determina i  suoi bisogni, le sue scelte e le sue opinioni» 59. Anche il sistema educativo  viene troppo spesso pensato come supporto allo sviluppo economico, lo si  vorrebbe esplicitamente organizzato in funzione ancillare alle necessità 

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dell’economia, annullando così l’aspetto fondativo dell’educazione stessa,  ovvero luogo di relazione, strumento per affermare la libertà e  l’uguaglianza.  In contrapposizione a questo sistema di dominio bisogna quindi mostrare che altre forme di relazione tra gli individui, basate sull’uguaglianza  sostanziale, sulla libertà e il consenso, possono dar vita a comunità sociali  aperte, non coercitive e solidali. Da questo punto di vista, non si può non  notare come «autoritarismo, centralismo e patologia sociale» sono fattori  che tornano puntuali nelle accese critiche al modello imposto per la  ricostruzione del Belice: «lo Stato pretendeva di progettare e di gestire gli  interventi da Roma. Anziché capire il contenuto di ordine economico,  sociale e di organizzazione che le comunità avevano avuto prima del sisma e  aiutarle a riconquistarlo in termini di continuità, veniva assunto un modello  astratto, carico di utopia, di rifondazione urbana. Infine, anziché ridurre  all’essenziale il carico procedurale degli interventi, si è adottato un modello  ad alta complicatezza burocratica. Centralismo, utopismo, burocratismo  hanno così generato tutte le premesse per i ritardi, per il mancato  conseguimento dei risultati, per lo sterile assistenzialismo e per la patologia  sociale»60. Al contrario, nel ‘modello’ Friuli, «l’elezione dei sinistrati a  protagonisti assoluti [della ricostruzione] ha garantito la provvidenziale  presenza sul campo di soggetti attenti e interessati al buon esito delle  operazioni individuali, e ha creato un esaltante fenomeno di frenetica  vitalità»61. È interessante notare come quanto fin’ora detto trovi soprattutto da un punto di vista socio pedagogico forti corrispondenze nelle prassi adottate per la ricostruzione friulana: A posteriori si può affermare che gli obiettivi emersi da quel dibattito [sulla  ricostruzione] si potevano ricondurre ad alcuni principi basilari:  • un principio di tempestività pena il rischio di passare dal danno al degrado  sociale; • un principio di autonomia e di assunzione di responsabilità diretta da parte di  tutti i soggetti, istituzionali e sociali, localmente coinvolti; • infine un principio di continuità [evitando di] realizzare ristrutturazioni  organizzative, socio-economiche e territoriali radicali [ex novo] pena la  perdita di consenso e di risposta sociale unitaria62.  Teorie educative per una ricostruzione sociale, fondate cioè sulla concezione  dell’uomo quale essere interattivo, dialogico e cooperativo, ce ne sono ma  vengono spesso avversate. Nella critica di Paul Goodman 63, ad esempio,  nella nostra società «bambini intelligenti e vivaci, potenzialmente capaci di  conoscenza, di nobili ideali, sforzi onesti e di qualche forma di realizzazioni  intrinsecamente valide, vengono trasformati in bipedi inutili e cinici, o in  giovani per bene chiusi in trappola o precocemente rinunciatari, sia dentro  che fuori del sistema organizzato. Il mio scopo è semplicemente questo:  dimostrare come oggigiorno sia disperatamente difficile, per un bambino  normale, crescere fino a farsi uomo, perché il nostro attuale sistema sociale  organizzato non richiede uomini: sono pericolosi, non convengono»64. Il  progetto goodmaniano, esplicandosi sostanzialmente nella difesa e  nell’allargamento degli spazi di libertà esistenti, interpreta molto bene quel

 pragmatismo democratico attraverso cui hanno potuto prendere corpo  teorizzazioni ed esperienze educative alternative. Si pensi allo stesso  Dewey: «l’estendersi dell’area degli interessi condivisi, e la liberazione di  una maggior varietà di capacità personali che caratterizzano una democrazia  [...], una volta create uno sforzo deliberato s’impone per sostenerle ed  estenderle»65; o all’approccio antropologico di David Graeber: «relazioni  sociali anarchiche e forme di azione non alienata già esistono intorno a noi.  E questo ha una valenza critica, perché ci mostra che l’anarchismo è già  adesso, ed è sempre stato, una delle principali basi per l’interazione umana.  Ci autogestiamo e pratichiamo il mutuo appoggio da sempre. L’abbiamo  sempre fatto»66.  Si tratta, sostanzialmente, di teorie educative che muovono partendo da:  • critica del quotidiano67;  • allargamento degli spazi di libertà esistenti, pratica degli spazi di  libertà come modelli alternativi già presenti e/o come spazi di  cambiamento possibile;  • educazione/pedagogia che vede gli allievi come fine e non come  mezzo68;  • educazione/pedagogia consapevole del suo essere fallibilista e  contingente: fallibilista perché educa al dubbio, in primo luogo  sull’educazione e sull’educatore stesso e i suoi metodi. Contingente perché rinuncia ad autoriprodursi forzosamente: deve lasciare libero l’altro di percorrere una via diversa69. Anche Paulo Freire, ad esempio, ha sostenuto che i programmi educativi  devono venire ‘dal basso’; in questo contesto, l’educatore assume il ruolo di  tramite importante, ma deve prima imparare per poter insegnare; attraverso  il dialogo quotidiano con chi gli sta davanti, sviluppando discussioni, deve  capire quali sono i loro problemi fondamentali e basarsi sulle loro  conoscenze. Si tratta di un’educazione ‘coscientizzatrice’, che non significa  semplice presa di coscienza ma avvicinamento critico al mondo e alla  propria quotidianità. Un’educazione critica/problematizzante che, avendo  come punto di partenza gli uomini concreti nel loro qui ed ora, sviluppa  nell’educando e nell’educatore un atteggiamento critico di fronte alla realtà  in cui vive. Un processo su cui si avvia la persona, lungo il quale si disvela  la sua realtà, si apre la possibilità di esprimerla e di comprendere il mondo  per poi impegnarsi nella sua trasformazione70.  La costruzione di dimensioni educativo/comunitarie aperte è dunque  essenziale per resistere alla marginalità e all’esclusione sociale; perché è un  processo che stimola ed educa all’azione diretta; perché rappresenta in un  certo senso il tentativo di mediazione tra l’individuo e la società, una  microsocietà con regole diverse, in una scala e in una misura umana che  permettono agli individui che ne fanno parte di controllarla 71; perché  sviluppa e diffonde modelli e prassi di resistenza: per saper meglio resistere  al prossimo shock.  Pedagogicamente parlando, e condividendo la riflessione di Marc Augé, nel  cratere del terremoto aquilano oggi siamo tutti chiamati innanzitutto a dover  affrontare seriamente la necessità «di reimparare a sentire il tempo per  riprendere coscienza della storia. Mentre tutto concorre a farci credere che la  storia sia finita e che il mondo sia uno spettacolo nel quale quella fine viene  rappresentata, abbiamo bisogno di ritrovare il tempo per credere alla storia.  Questa potrebbe essere oggi la vocazione pedagogica delle rovine» 72. Senza  «una storia» non si sedimenta né azione diretta né resistenza, anzi,  rimaniamo «profondamente vulnerabili all’azione di quelle persone che  sono pronte a trarre vantaggio dal caos per i propri scopi». Appena  disponiamo «di una nuova versione dei fatti che offre una diversa  prospettiva sugli eventi scioccanti, ritroviamo l’orientamento e il mondo  torna ad avere un senso per noi»73.

 

48 Giovanni Pietro Nimis, cit., p. 16.  49 Per Rogers la salute è un processo di pieno sviluppo di se stessi in modo autentico, la malattia è  l’inautenticità, il falso Sé.  50 Bisogni fisiologici, bisogni di sicurezza, bisogni associativi e di appartenenza, bisogno di autostima  e di riconoscimento sociale, bisogno di autorealizzazione.  51  Guido Crainz, Introduzione, in Giovanni Pietro Nimis, cit., p. VIII.  John Dewey, Intelligenza creativa, riportato in Luigi Corvaglia, Psicopatologia della libertà.  Capitalismo e nevrosi ossessiva, CSL Camillo Di Sciullo, Chieti, 2003, p. 122.  53  Franco Cambi, Incontro e dialogo. Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci, Roma,  2006, p. 25. 54Edgar Morin, Il metodo 5. L’identità umana, Raffaello Cortina, Milano, 2002, p. 57.  55  Simonetta Ulivieri, Sentieri storici dell’emarginazione, cit., p. 36.  Si veda Alessandro Vaccarelli, Dal razzismo al dialogo interculturale. Il ruolo dell’educazione  negli scenari della contemporaneità, ETS, Pisa, 2008.  57  Murray Bookchin, L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, Elèuthera,  Milano, 1995, p. 25.  58  Leonardo Trisciuzzi, Il centro e il margine. Conformismo educativo e dissenso esistenziale, in  Simonetta Ulivieri (a cura di), cit., pp. 49-50. 59   60  61  62 Herbert Marcuse, Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969, p. 289  Giovanni Pietro Nimis, cit., p. 44. 60 Ivi, p. 20.  61Ivi, p. 57.  63  Si veda Paul Goodman, Individuo e comunità, Elèuthera, Milano, 1995.In Filippo Trasatti, Lessico minimo di pedagogia libertaria, Elèuthera, Milano, 2004, p. 103. 65  John Dewey, Democrazia e educazione, Sansoni, Firenze, 2008, pp. 95-96.  66 David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera, Milano, 2006, p. 75.  67 Si veda Raffaele Mantegazza, Teoria critica della formazione. Espropriazione dell’individuo e  pedagogia della resistenza, Unicopli, Milano, 1995.  68  Si veda Francesco Codello, La buona educazione. Esperienze libertarie e teorie anarchiche in  Europa da Godwin a Neil, Franco Angeli, Milano, 2005.  69  Per una cornice epistemologica si veda John Dewey, Rifare la filosofia, Donzelli, Roma, 2002. 70  Di Paulo Freire si vedano: La pedagogia degli oppressi, Mondatori, Milano, 1971; L’educazione  come pratica della libertà, Mondatori, Milano, 1973.  71 Filippo Trasatti, cit. p. 22.  72 Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, p. 41.  73 Naomi Klein, cit., p. 525.

 

fine                                                                                                                                                                                                           

Edoardo Puglielli

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

Per non dimenticare

In queste giornate rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che furono annientate. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni. Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui sono state impiegate armi nucleari in un conflitto bellico contro popolazioni civili, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. Bisogna ricordare che la paternità storica di tali crimini commessi contro l’umanità, rimasti tuttavia impuniti, va ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un momento ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.

In particolare occorre riflettere sulla seconda bomba, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un alibi tecnico-scientifico, era che la bomba su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (tale ragionamento è semplicemente cinico). Il secondo motivo era di ordine strategico-politico, in quanto la seconda bomba era inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese stremato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente il vero scopo della seconda esplosione, un gesto scellerato compiuto in funzione antisovietica. In tal senso le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta ben precisa, un chiaro segnale intimidatorio teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni.

Negli anni successivi al ‘45 le armi atomiche furono adottate dalle principali potenze: l’URSS l’ottenne nel 1949 (grazie alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla creazione della bomba H per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli arsenali atomici, si generò un clima di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, la strategia della deterrenza che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero più numerose, ma soprattutto più sofisticate, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”.  Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte.

Nel corso degli anni ‘80 il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione delle armi atomiche possedute dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un ragazzo di Seattle che, giocando col computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense provocando, nella finzione cinematografica, il pericolo di un conflitto termonucleare, poi scongiurato. Cito il film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è più pericolosa di quella descritta, relativa al periodo della “guerra fredda”.

Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, cioè Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Inoltre la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti delle varie potenze (USA e Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’odierna situazione internazionale, avvolta in quella che convenzionalmente è definita “la spirale guerra-terrorismo”, segnata da tensioni e contraddizioni

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aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” che, di fatto, alimenta le spinte oltranziste in ogni angolo della Terra. Per questo, non di “spirale” si tratta, ma di mostri gemellari partoriti dallo stesso apparato di distruzione e oppressione: l’imperialismo Usa.L’odierna situazione planetaria è dunque più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è stata un periodo in cui l’equilibrio tra le superpotenze esercitava un potente effetto deterrente.

Oggi quell’equilibrio non esiste più ed è rimasto solo il “terrore”. Anzi, la situazione è profondamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati con arroganza e che li ha condotti all’isolamento. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede un coinvolgimento crescente anche dell’Italia. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte almeno 90 testate nucleari. Per capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, rammento alcuni episodi del 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive nella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad uno scontro militare e al ricorso ad armi nucleari. Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali e assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come Usa, Cina e Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo ed agiscono in modo espansionistico sul terreno commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione tra Usa, Giappone, Europa e Cina, o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal ‘45 ad oggi le guerre finora combattute e quelle in corso non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, ma solo a quelle convenzionali.

Finora ho fornito una ricostruzione storica in materia di armi nucleari, provando a evidenziare un confronto tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che è assai più insidiosa, benché la coscienza della gente sia meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito cito un brano di un articolo di Giorgio Bocca (apparso anni fa nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, cioè il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve essere tollerata, ma va respinta con fermezza e in modo definitivo, pena l’annientamento dell’umanità e di quasi ogni forma di vita sul nostro pianeta.

Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, cioè di una classe sociale da parte di un’altra classe. Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente tra guerre tradizionali e guerra nucleare sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certo trascurabile, per cui non va sottovalutato.

Dunque, concludo con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo e utopistico, esprime un’istanza diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema importanza e contiene una proposta indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra: BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!

Lucio Garofalo

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

 

 

INVITO

 

 

 

 

Descrizione: Annalisa Cerretani d'Angelo 1

 

 

 

 

 

 

 

 

Presentato da Annalisa Cerretani d’angelo

 

 

 

 

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”