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IL SALE - N.°106

 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10    numero 106 – Luglio 2010

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                       presentato da Tusio De Iuliis

 

                                                       firmato da Edoardo Puglielli

 

                                                di Antonio Mucci

                       

                                                        di Diderot

 

                                                        di Lucio Garofalo

 

                                      presentato da Mario Boyer

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                         di Aurelio Fabiani

 

                                                        presentato da Lia Didero

 

                                                        di Moreno De Sanctis

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

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BANCHIERI D’ASSALTO

Descrizione: http://standupforamerica.files.wordpress.com/2009/08/goldman-sachs-fbi-doj.jpgImmaginate che io sia un rapinatore ma di quelli perbene che non sparano sulla gente, un bandito gentiluomo ed eroico come certuni che si vedevano una volta al cinema.  In quanto lestofante  sarei tenuto a svolgere la mia prestazione nel posto di lavoro più adatto, che so’ una banca per esempio, cercando di alleggerirla di qualche migliaio di dollari o euri per rimpinguare le mie tasche. Diciamo pure però che, per una sorte accanita e malevola, la polizia riuscisse ad arrestarmi e a condurmi di fronte alla legge. A questo punto, davanti alla bilancia starata della giustizia rischierei, almeno in Italia, una pena dai 3 ai 10 anni, più le aggravanti se il giudice dovesse attribuirmele. Non sono un avvocato o un magistrato ma credo, più o meno, che le cose stiano così. Se nondimeno, come uomo irriducibilmente incline al crimine, appena più furbo di un gangster romantico e un po’ svagato, invece di svaligiarla la fondassi una banca, magari associando all’operazione qualche altro genio della truffa addestrato nelle migliori università economiche del mondo, le cose andrebbero diversamente? Forse sì. Per essere sicuro di sfondare nel ramo potrei accomunare all’onorata società anche qualche politico influente e, perché no?, tentare col tempo di piazzare alcuni miei dipendenti ai vertici degli organi economici dello Stato.

Nel frattempo, al fine di consentire alla mia banca di prosperare e moltiplicare il denaro tramite il denaro potrei inventarmi tutta una serie di prodotti sintetici del tipo subprime o cdo ad alto rischio, ben impacchettati per nascondere ai clienti le eventuali fregature. Supponiamo che così operando riuscissi ad accumulare svariati miliardi di dollari mandando in rovina organismi  pubblici e privati. Tutto ciò fino al punto in cui qualcuno s'incazza seriamente perché a causa mia cominciano a saltare i pilastri stessi del sistema che non regge all’urto di tali manovre da casinò. Che faccio? Minaccio di chiudere i battenti, di licenziare il personale, di far avvitare su se stessa la contabilità mondiale. I politici allora, molti dei quali sono miei sodali ed hanno approfittato della mia benevolenza durante i tempi di vacche grasse, s’inventano un piano di risanamento e mi prestano altro denaro per porre rimedio ai guasti che io stesso ho generato. Restituisco qualcosa alle persone per mostrare la mia contrizione con una partita di giro nella quale non faccio altro che dare con la sinistra ciò che ho appena ricevuto con la destra. Tuttavia, i soldi che lo Stato Pantalone mi presta sono tanti e l’abitudine inveterata ad arraffarli fa riemergere in me le cattive inclinazioni. L’istinto non si può reprimere e pertanto uso una parte di quel denaro per premiare i miei manager  d'assalto, veri uomini del caos che meritano un verde rispetto in contanti. Citibank, Bank of America, Goldman Sachs, e Morgan Stanley si sono appropriate, con questo ragionamento, di 20 mld di dollari appena due settimane dopo lo stanziamento di 700 mld voluto dal Presidente Obama per salvare gli istituti più grandi del sistema bancario americano, in ossequio alla logica perversa del  too big to fail (troppo grandi per fallire).Ad ogni modo, una lezioncina esemplare, nulla di vessatorio s'intende, ai banchieri felloni la si doveva pur dare,  più che altro per evitare che la gente si riversasse nelle piazze a sfasciare la testa a tutti. Non qualcosa di realmente pesante ma almeno un buffetto repentino come si fa con i bambini discoli che hanno rubato la marmellata. Niente galera né persecuzioni ovviamente. Pensiamo, vediamo, mediamo, abbindoliamo, ci siamo…abbiamo trovato: commineremo una multa. E' così che Goldman Sachs se l’è cavata anche questa volta sborsando 550 milioni di dollari per i danni immani causati ai cittadini statunitensi. In cambio i truffatori legalizzati restano tutti al loro posto e proseguono ad incassare super bonus. Questa è la giustizia fatta su misura per chi comanda.

Mi sovvengono le parole di Bertolt Brecht: Cos'è lo svaligiare una banca rispetto al fondarne una?
Appunto, cos'è? Questa è la morale immorale di tutta la vicenda.


da
http://www.conflittiestrategie.splinder.com/

Scritto da Gianni Petrosillo   

 

 

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RAFFAELE CIRIELLO

 

Le sue origini lucane sono da ricondurre al paese di Ginestra (PZ) dove è nato, paese abbandonato a soli due anni quando con la famiglia si trasferì a Milano. Laureato in medicina cominciò a fare il fotografo nei primi anni Novanta.Raffaele Ciriello era un fotografo freelance specializzato nei reportage di attualità. Aveva esordito con la fotografia sportiva, seguendo le edizioni 1991 e 1992 della Parigi- Dakar. Lì tra le sabbie del Sahara aveva trasformato la passione in un autentico lavoro. E lì aveva scoperto l'Africa, la sua travolgente vitalità e le sue tragedie. E' del 1993 la prima grande occasione di avvicinarsi al fotoreportage di attualità: Raffaele è nella Somalia devastata dalla siccità e dalla guerra civile, con i militari italiani della missione “Restore Hope”. In Somalia riceve il suo battesimo del fuoco. Lì, compagno dell'ultimo viaggio, ritrae insieme gli inviati della Rai Ilaria Alpi e Miran Hrovatin poco prima della barbara uccisione. Lì assiste all'inferno del check- point Pasta. Postcards from Hell - Cartoline dall' Inferno- nome che dà al sito internet che raccoglie il suo lavoro -sono le immagini che scatterà d'ora in poi, e per tutti i nove anni successivi, nei luoghi dove si combatte e si muore, con un riguardo speciale per le popolazioni subiscono i conflitti. In Rwanda, in Sierra Leone, nella ex-Jugoslavia, in Albania, in Kossovo, in Eritrea, in Iran, in Cecenia, in Afganistan. I suoi reportage dalle zone calde del mondo trovano spazio sui maggiori giornali di tutto il mondo, dal Corriere della Sera al New York Times.

L'Afganistan era il suo “inferno” preferito.

Quello ribelle dei mujaheddin e del Comandante Massoud, eroe della resistenza contro i russi. Proprio il leggendario Leone del Panshir è protagonista di un incisivo documentario girato da Raffaele e trasmesso dalla Rai nel 2001. Vi ci si reca lungamente, più volte , anche con Maria Grazia Cutuli, l'inviata del Corriere della Sera uccisa in Afganistan nel novembre 2001, tante volte compagna di viaggio dall'Africa ai Balcani al Rwanda. Qui va dopo il crollo delle Torri gemelle, coprendo per il Corriere della Sera il versante nord dell'avanzata verso Kabul. Nel febbraio 2002 decide di tornare in Palestina, dove era già stato nel ‘94. Sente come una lacuna professionale non esserci ancora tornato dopo l'inizio della Seconda Intifada. Vuole scattare altre immagini a Gaza, Hebron, Ramallah, per aggiornare il suo sito internet. Porta con sé anche una piccola telecamera digitale, la sua ultima passione. E' con quella telecamera che Raffaele Ciriello, a 42 anni, il 13 marzo 2002 filma a Ramallah il suo ultimo reportage, la sua morte in diretta.Quella ripresa apre oggi il sito da lui ideato, un commuovente omaggio al suo impegno di professionista dell'immagine caduto sul campo.

Il 13 marzo 2002, moriva a Ramallah il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello.

Io, purtroppo, ero accanto a lui. Ad ucciderlo, come documentano le immagini che lui stesso ebbe la sfortuna di realizzare in punto di morte - e che sono consultabili da tutti sul sito web http://www.ciriello.com - è stata una raffica di mitra partita da un blindato israeliano che gli si è improvvisamente parato contro, mentre Raffaele stava svolgendo il suo lavoro: filmare e fotografare, come faceva da più di dieci anni. La stessa perizia balistica, disposta dalla procura di Milano, ha stabilito che ad uccidere Raffaele sono stati dei proiettili calibro 7,62 Nato, del tipo in dotazione all'esercito israeliano. Giova ricordare che i proiettili che hanno falciato Raffaele non sono in dotazione alla polizia palestinese, né risulta che siano dotati di mitragliatrici i gruppi armati palestinesi che sostengono l'Intifada.

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Ufficialmente, non si sa ancora né perché, né chi l'ha ucciso Raffaele. Nulla si sa infatti dell'inchiesta interna avviata dall'esercito israeliano sui fatti di Ramallah del 13 marzo. E nessuna risposta è arrivata dalle autorità israeliane alla richiesta di collaborazione avanzata in giugno dalla procura di Milano, che chiedeva di identificare e poter interrogare, in qualità di persone «informate sui fatti», i soldati componenti l'equipaggio del blindato che si vede nel video di Raffaele. E' anzi molto probabile che l'inchiesta italiana venga alla fine archiviata, perché il rifiuto israeliano sta vanificando il lavoro dei magistrati. Ad aggravare la beffa, sono intervenuti poi due altri episodi. A fine giugno, i soldati israeliani hanno fatto a pezzi e rimosso la lapide che era stata posta all'incrocio di Ramallah, dove Raffaele è stato ucciso. E a fine agosto un portavoce dell'esercito, anticipando in qualche modo le conclusione dell'inchiesta interna dell'Idf (Israely Defence Forces), ha dichiarato che non ci sono «né prove, né conoscenza che alcuna unità delle forze armate israeliane abbia aperto il fuoco in direzione del fotografo italiano». Una dichiarazione sconcertante, che nega l'evidenza dei fatti, filmati dallo stesso Raffaele prima di crollare a terra, ucciso. Nell'ultimo fotogramma del suo video, infatti, si nota chiaramente la scia bianca della raffica che parte dal blindato israeliano e lo colpisce a morte. Ci vuole insomma un bella faccia tosta per sostenere che la verità è un'altra. Ma tant'è è bastata questa falsa ricostruzione del portavoce dell'esercito israeliano per autorizzare diversi mass media italiani - Tg1 e Tg2 in testa - a «riaprire il caso» ed a rimettere in dubbio le responsabilità israeliane in quello che improvvisamente è diventato «un incidente». Salvo poi lasciar cadere la notizia, evitando qualsiasi inchiesta approfondita sui fatti. Questo comportamento è francamente inammissibile. Non era infatti mai successo che la morte tragica di un giornalista italiano venisse dimenticata così in fretta. Per non urtare la «sensibilità» degli israeliani, si è preferito chiudere un occhio e tacere, per un intero anno, accontentandosi della loro versione palesemente falsa, invece che indagare, scrivere e protestare, com'era doveroso. E non è tutto. Anche il governo italiano ha fatto la sua parte in questa vergognosa commedia. Non era mai successo che le nostre autorità adottassero un così basso profilo nei confronti di un Paese amico, Israele, per chieder conto - come sarebbe legittimo - dell'uccisione di un cittadino italiano. Non a caso, nessuno da Palazzo Chigi o dalla Farnesina ha mai replicato alle dichiarazioni dell'ambasciatore israeliano Ehud Gold, secondo cui il caso Ciriello «ormai è chiuso». Né mai è stata sollecitata una maggiore collaborazione da parte del governo di Tel Aviv, così come ad esempio viene sollecitata, costantemente e vigorosamente, la collaborazione delle autorità afghane nell'inchiesta sulla morte di Maria Grazia Cutuli. Insomma, viene il sospetto che Israele goda di una speciale «impunità» e che le eventuali sbavature del suo esercito, l'uso cioè eccessivo oppure illegittimo della forza, non possano essere né criticate né tantomeno perseguite penalmente. Prova ne è l'ultimo bilancio di Reporters Sans Frontieres:. dal settembre 2000, data d'inizio della seconda Intifada, nei territori occupati sono stati uccisi 3 giornalisti e più di 60 sono stati feriti, vittime quasi sempre del fuoco israeliano; ma in nessun caso ci sono state sanzioni o provvedimenti per i soldati di Tsahal che avevano aperto il fuoco. Tutto ciò aggiunge al dolore per la perdita di Raffaele un'amarezza profonda, che è cresciuta giorno dopo giorno, mese dopo mese. E che mi spinge oggi a scrivere, non solo per onorare la memoria di un collega e di un amico, ma anche per chiedere che sia finalmente ristabilita la verità, tutta la verità, su quanto è accaduto a Ramallah il 13 marzo 2002.

E' ora di spezzare l'ignobile cortina di silenzio che avvolge questo «caso».

Ed è tempo soprattutto di fare giustizia. 

 

( Presentato da Tusio De Iuliis )

 

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(...continua dal numero precedente)

Le sorgenti della marginalità sociale                                                       L’elemento storico nelle cose non è che

l’espressione della sofferenza passata.

T. W. Adorno

Il temuto e più volte annunciato collasso demografico puntuale si è registrato. Conseguenza diretta della «shockterapia». L’Aquila prima del 6 aprile 2009 era una città già in crisi, con una significativa perdita di posti di lavoro. Una città di circa 100mila abitanti; 73mila circa i residenti, 25mila idomiciliati. All’aprile 2010 sono quasi 30mila gli abitanti 20: circa 43mila sono quelli che mancano all’appello. Tra questi ultimi ci sono: sia i primi esclusi da qualunque tipo di alternativa21; sia coloro che, avendo visto scomparire definitivamente all’orizzonte la ricostruzione, hanno deciso di non tornare più. D’altronde è lo stesso Decreto Abruzzo ad incentivare allo spopolamento ed al trasferimento: la legge offre ai terremotati un semplice risarcimento individuale, che essi potranno utilizzare per ricostruire la propria abitazione dove meglio credono. L’opposto di quanto accaduto in Umbria e Marche dopo il terremoto del 1997, quando furono istituiti consorzi obbligatori tra i proprietari delle unità immobiliari, per garantire una ricostruzione integrale. Con la soluzione individuale anziché collettiva

 qualcuno preferirà intascare i soldi del risarcimento e andare via, per ricostruire in periferia o trasferirsi in altra città. I proprietari di seconde case (finanziati all’80%) potranno decidere di non ricostruire, o non avere i soldi per farlo: «così l’inviolabile diritto alla proprietà viene risarcito, ma sparisce il diritto a ricostruire la comunità»22.

Gli scenari previsti non sono di certo dei migliori: «con il tempo, senza fretta, si ricostruirà [la città con il suo centro storico] – dopo che si saràrassegnato chi non sarà potuto rientrare. Non tutti si ricostruirà, non per  tutti, magari non per farci vivere la gente ma piuttosto per ‘dar vita’ a una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilità di ammirare come era una città preziosa prima del terremoto, prima del miracolo tutto italiano delle new town»23. Nelle new town, invece, lontano dalla città, una volta portate le basilari opere di urbanizzazione il resto verrà da sé: la città, ha affermato Manuele Bonaccorsi24, si espanderà «fino a raggiungere il complesso edilizio esterno, sfruttando i vantaggi economici procurati dalla prima ‘colonia’ di cemento»25. Anche per coloro temporaneamente assegnati negli appartamenti delle new town del progetto C.a.s.e., sarà la soluzione individuale ed antisociale applicata in «emergenza» a definire la futura condizione socio-esistenziale: «alla maniacale cura degli interni (‘saranno poi presenti tutti i comfort: dagli elettrodomestici, come il televisore a schermo LCD, la lavatrice, la lavastoviglie, il forno elettrico e il frigorifero con congelatore, a componenti d’arredo quali divani e poltrone in tessuto o ecopelle e tende colorate’) corrisponde la totale assenza di servizi collettivi. L’accento è posto esclusivamente sulla casa, piuttosto che sulla città, sul bisogno individuale che prevale e annulla le esigenze della collettività e i valori sociali. Da alcuni millenni, il significato dell’abitare non può essere ridotto alla pur ineludibile necessità di un tetto sulla testa. Un gruppo di C.a.s.e. non potrà mai diventare una città se pensato per sopperire esclusivamente ad esigenze funzionali individuali, senza alcun riferimento al contesto territoriale e sociale, ed anzi, per certi versi, in contrasto con essi»26. In questo quadro, sviluppare nuove pratiche di inclusione, integrazione e partecipazione alla vita collettiva significa innanzitutto porre immediatamente al centro dell’attenzione i potenziali rischi di marginalità

 sociale già presenti ed affrontarli. Se «essere marginali può significare essere esclusi dai processi economico-produttivi di un data società», oppure «essere esclusi dai valori socio-culturali di questa società»27, una delle categorie più esposta a rischioè rappresentata innanzitutto dagli anziani. In una società come la nostra, dominata dal culto del prestigio sociale e dal mito della produttività, l’anziano, soprattutto se inattivo, viene normalmente relegato in un triste limbo. Se a ciò si accompagneranno il senso di sradicamento, il disagio economico, le malattie e le carenze dell’organizzazione sanitaria, la situazione si farà ancor più grave. Allo stato attuale, la solitudine determinatasi con la frammentazione sociale resta il problema principale: «viviamo in una società che propone con forza [...] il mito sfrenato dell’individualismo, che sta distruggendo la capacità di una crescita intergenerazionale, chiudendo ogni classe d’età tra i propri coetanei, negando valore allo scambio di conoscenze e di aiuto reciproco» 28. Inoltre, la tendenza psicologica alla rimozione dell’evento provocherà rinunce a

 comunicare l’esperienza stessa: «l’evento esce dall’attualità e non è più raccontabile in quanto la comunicazione richiederebbe dolorose

 rivisitazioni. I ricordi vengono celebrati in una cerchia ristretta, quasi senza parole, a motti sublimati in silenziosi abbracci tra coloro che si sono incrociati da protagonisti in quei giorni e in quei luoghi. I bambini [diventeranno] adulti, e soprattutto non [faranno] domande, non [avranno] curiosità di sapere»29. Non a caso, per l’educazione il tema della memoria è il tema dell’identità, del disvelamento che riattualizza il passato stabilendo il senso della propria continuità nel tempo e nello spazio. Un tramonto della memoria potrebbe  quindi rappresentare la fine stessa di ogni educazione, del bisogno antropologico di essere raccolti e reinterpretati, rivissuti e reincarnati da chi ci sopravvive. Il ricordo, ha scritto Duccio Demetrio, restituendoci il ruolo di protagonisti del nostro apprendimento, «è ciò che di più nostro, nella povertà o nel benessere, si possa possedere»30. Al contrario, la svalutazione delle memorie «depriva i figli non soltanto di metodi e modelli di autoidentificazione (la memoria infatti è una rete di narrazioni che ci difendono e chi hanno difeso dimostrandoci che avevamo una storia,

 appartenevamo ad una trama), ma ne compromette l’adultità futura»31.  Preoccupanti e manifesti sono anche i rischi di marginalità sociale direttamente riconducibili all’improvvisa esclusione dai processi economico-produttivi: «ogni giorno, nelle nostre sedi riceviamo persone disperate perché senza lavoro», hanno riferito i dirigenti della Camera del Lavoro provinciale. Il campo delle emarginazioni va evidentemente allargandosi anche verso ceti o situazioni fino a ieri in qualche modo protette o tutelate; la complessità delle risorse, i nuovi profitti, anziché valorizzare le potenzialità umane e del territorio sembrano invece creare nuove povertà. E se a livello sociale la nuova povertà produrrà condizioni di vita disagiate o ai limiti della sopravvivenza per disoccupati e cassintegrati, per anziani soli, per i diversamente abili e le loro famiglie, dal punto di vista territoriale, segnala Simonetta Ulivieri, «le aree maggiormente a rischio sono rappresentate da zone abitative urbane progettate senza verde e senza luoghi educativi, associativi e ricreativi; quartieri ghetto [...]; zone montane o comunque improduttive»32. Nel nostro caso i due aspetti si combinano.

Nel solo 2009 sono circa 25mila i posti di lavoro persi in tutto l’Abruzzo: il dato più alto d’Italia33; circa 5.600 sono i posti di lavoro cancellati a L’Aquila e provincia. Sempre nel 2009, con 34milioni di ore, l’Abruzzo è la terza regione del Paese per incremento di cassa integrazione (+440% contro la media nazionale del +311%); del totale, 7 milioni di ore riguardano solo L’Aquila. Da segnalare che in questi dati non sono comprese le crisi dei liberi professionisti e in generale del lavoro autonomo. Passando al primotrimestre del 2010, nel cratere del sisma le ore totali di cassa integrazione sono aumentate del 423,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In particolare, sono state utilizzate 1.190.074 ore di cui ben 741.260 (circa il 70%) nel settore dei servizi; circa 8.000 sarebbero attualmente i lavoratori cassintegrati nel cratere34. Bisogna anche ricordare che nella costruzione delle stesse new town del progetto C.a.s.e. hanno lavorato meno del 20% di operai edili abruzzesi, riducendo così gli utili che potevano rimanere alla popolazione del territorio; più dell’80% degli operai impiegati nei cantieri sono arrivati direttamente con le ditte fuori sede vincitrici degli appalti. «La collettività, con ridotti vantaggi per se stessa in termini di ricadute occupazionali locali, ha dato ad alcuni imprenditori una bella cifra. Ma la cosa più interessante è

 che la cifra si è maturata in soli 5 mesi e che è saldata in tempi ridottissimial contrario con quanto avviene (ed in questi ultimi anni è notevolmente peggiorata) con le pubbliche amministrazioni. Una vera manna»35. Una triste consonanza, questa, con la «shockterapia»

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applicata per la ricostruzione di New Orleans distrutta dall’uragano Katrina nel 2005, ricostruzione contrassegnata dall’«avversione degli appaltatori ad assumere abitanti del luogo che potevano aver visto la ricostruzione di New Orleans non solo come un lavoro, ma come parte di un processo di riqualificazione e consolidamento delle loro comunità. Washington avrebbe potuto facilmente imporre come condizione per ogni appalto relativo a Katrina che le aziende assumessero abitanti della zona con salari decenti per aiutarli a rimettere in senso le loro vite. Invece [...], dovettero restare a guardare mentre gli appaltatori creavano un boom economico basato su soldi facili dai contribuenti e regolamenti elastici»36. Costretti alla passività e all’assistenzialismo, buona parte dei lavoratori autoctoni ha vissuto fin da subito quella condizione descritta da Zygmunt Bauman tipica di coloro considerati «in sovrannumero», «privi di uno status sociale definito, considerati eccedenti dal punto di vista della produzione». Come da copione, quando la tragedia è diventata spettacolo per i media l’opinione pubblica li ha perfino trattati alla stregua di «scrocconi e intrusi», accusati «di pretese ingiustificate o d’indolenza», «di nutrirsi del corpo della società come fanno i parassiti»37. Nelle parole di Antonello Ciccozzi38: Il terremotato: ormai siamo una categoria marginale, elementi di bassa umanità, descritti come ‘esasperati che non ragionano’ dai massmedia, come privi di ‘lucidità’ da certi politici, animalizzati attraverso mesi di tendopoli e rappresentazioni massmediatiche che cercano solo la lacrima o l’urlo, preparati alla domesticazione del ‘grazie’ incondizionato sotto la minaccia di esser tacciati di ingratitudine. L’Italia intollerante ci insulta come insulta altre minoranze, in un bestiario neorazzista in cui iniziamo ad accorgerci di essere stati annessi, come disperati di lusso, ma pur sempre disperati [...]. Il male ricevuto è segno di colpa, è

 la forza primitiva di un universale archetipo espiatorio, che cova sotto le moine solidaristiche di qualsiasi civiltà39.

 La deregolamentazione del mercato del lavoro di certo non giova alle vittime della nuova disoccupazione, provocando soprattutto «stress, inade- guatezza, rinuncia, autoemarginazione da parte di chi non riesce a riciclarsi secondo le richieste del mercato»40. In altri termini, come ha spiegato Paolo Orefice, «non è difficile rendersi conto che se ad una persona si lasciano intravedere più possibilità di realizzazione nei diversi campi della vita e quindi le si consente di alimentare il campo delle aspirazioni, ma poi queste aspettative vengono regolarmente frustrate nella realtà, è evidente che si finisce con l’estendere il fenomeno dell’emarginazione. È il caso delle nuove povertà generate dalla società contemporanea. Si tratta fondamentalmente del tradimento di quei più maturi diritti umani che esse stesse hanno fatto nascere ed alimentato tutte le volte che non riescono a garantirne a soddisfacimento»41. Ad un anno del sisma c’è quindi un altro terremoto, un terremoto «che nessuno racconta». Un terremoto nascosto sotto le macerie dei crolli, «disperso nel caos di una città senza più punti di riferimento, affogato nell’incertezza di una vita precaria». È il terremoto dei nuovi poveri. «Per rendersene conto [...] bisogna andare nei luoghi dove la gente non si mette in mostra. Dove chiedere un pasto caldo diventa una vergogna perché è difficile accettare l’idea di aver perso tutto, persino la possibilità di entrare in un negozio a comprare un pezzo di pane o un pacco di pasta». Le testimonianze recentemente raccolte da Giustino Parisse, giornalista di un periodico regionale, descrivono efficacemente chi sono nel cratere i nuovi marginali: Oggi all’Aquila i poveri non sono solo quelli che chiedono l’elemosina. Ma sono soprattutto coloro che prima del sei aprile 2009 vivevano in maniera dignitosa e che oggi non hanno nemmeno da mangiare. È il caso di una coppia di commercianti aquilani: locale in centro storico distrutto, lontani ancora dalla pensione, per mesi dispersi in un albergo della costa, poi il ritorno a L’Aquila in uno degli alloggi del progetto C.a.s.e. e la traumatica scoperta di non avere più nulla. Un giorno si sono presentati alla mensa dei poveri: con discrezione hanno chiesto se potevano avere un aiuto. Si sono vergognati di sedere a tavola con gli altri diseredati e hanno preso un pacco-viveri, se ne sono tornati nella casa provvisoria e hanno consumato il loro triste pasto. E così anche nei giorni a seguire. Oppure c’è il caso di un padre separato, spinto a mendicare un piatto di pasta perché con il suo reddito da artigiano che, dopo il sisma, si è fatto più magro, riesce  malapena a pagare la cifra stabilita dal giudice per sostenere l’ex-moglie e i figli. Per andare avanti e pagarsi almeno la benzina alla macchina deve risparmiare su tutto,

 persino sul pranzo quotidiano. Ci sono situazioni che sembrano tratte più da una fiction che dalla realtà. Un rappresentante di commercio, una settimana dopo il terremoto è stato licenziato dalla sua ditta che addirittura voleva addebitargli le fatture del materiale fornito ai clienti,

 materiale finito sotto le macerie dei negozi del centro storico. Quando chiede aiuto confessa amaramente: «Non ho mai chiesto a mia moglie di lavorare, perché bastava quello che guadagnavo io, ora senza lavoro mi vergogno persino di guardare i miei figli» Eppure, le esperienze delle gestioni dei precedenti post-terremoti avevano lasciato importanti e significative tracce. L’Aquila ha fatto eccezione. Il progetto C.a.s.e. mescolando emergenza e ricostruzione «crea una situazione malata», che sembra volta soprattutto «a stupire con promesse capaci di vincere le ragioni del tempo e dello spazio»: tornando a «vecchi accentramenti di potere», ciò che sembrava superato per sempre dopo l’esperienza del Friuli (1976) e dell’Umbria (1997)43. «Vecchi accentramenti di potere» che inevitabilmente impongono di mantenere alta la guardia poiché rendono il problema dell’emarginazione più che mai aperto. Coma ha spiegato Humberto Maturana, le relazioni di potere e di obbedienza e le relazioni gerarchiche non sono relazioni sociali; il potere non è qualcosa che possiede una persona o un’altra, «è una

 relazione nella quale si concede qualcosa a qualcuno attraverso l’obbedienza». Il potere insorge con l’obbedienza e l’obbedienza costituisce il potere come reciproca negazione: «chi obbedisce nega se stesso, perché per evitare o ottenere qualcosa fa ciò che non vuole su richiesta dell’altro [...]. Chi comanda nega l’altro e se stesso, perché non trova nell’altro unaltro legittimo nella convivenza. Nega se stesso perché giustifica la legittimità dell’obbedienza dell’altro con la propria sopravvalutazione e nega l’altro perché giustifica la legittimità dell’obbedienza con l’inferiorità dell’altro»44. La diversità, dunque, ha origine sociale, e si basa sul lavoro, sul reddito, sulla ricchezza, sull’appartenenza ad una certa cultura. Viceversa, il processo emarginativo espresso verso la diversità è da attribuirsi all’insieme

 dei pregiudizi che quella dimensione scatena soprattutto in chi teme la diversità, temendo di esserne sopraffatto e colpito; spesso e volentieri «sono soprattutto gli individui o i gruppi socialmente ed economicamente più insicuri a temere la diversità, proprio perché, essendole più prossimi, tendono a rimuoverla da sé con atti eclatanti di rifiuto e di violenza»45. La società occidentale, com’è noto, è strutturata in forme di competitività che generano divisione, gerarchizzazione, emarginazione, e questo fa sì che il successo individuale tenda a misurarsi attraverso l’adeguamento, l’identificazione con un modello idealizzato di perfezione. L’«educazione nel cratere» dovrà innanzitutto saper opporre «resistenza» a questa ideologia. Come affermato in altra sede, «l’assenza della centralità del ruolo dell’educazione in un qualsivoglia progetto socio-politico di costruzione o ricostruzione porta inevitabilmente alla disgregazione sociale e all’emarginazione, all’assenza di comunità»46; ciò vuol dire che nel processo di ricomposizione del tessuto sociale e connettivo devono trovar fondamento le prassi educative di resistenza ai processi di isolamento, esclusione, emarginazione. «A questi problemi come può rispondere la cultura occidentale progressiva? In primo luogo» – sostiene Simonetta Ulivieri – «ridando valore proposito al laicismo come nuovo umanesimo, ovvero come liberazione dell’umanità da ogni clericalismo o ideologia totalitaria, sviluppando nel contempo il principio della solidarietà [...]. A livello pedagogico queste nuove problematiche trovano risposta in una formazione delle nuove generazioni, né dogmatica, né autoritaria, ma aperta

 a comprende la dinamicità, la problematicità, la complessità e l’ambivalenza dei tempi presenti»47.

Edoardo Puglielli - maggio 2010 (continua nel prossimo numero)

 

 

 

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IL   REALE   ED   IL   VIRTUALE!

 

 

            Ci è stato detto che Il Sale è inutile farlo in quanto “il giornale è una forma di comunicazione superata” perché oramai c’è Internet. Indubbiamente è una osservazione come un’altra, degna di rispetto, però mi sembra troppo drastica e sbrigativa, quindi superficiale. La  realtà ha tante facce, e va vista nell’insieme. Per cui non condivido l’affermazione per i seguenti motivi:

1)  Internet non arriva minimamente a livello di massa, è solo la classe intellettuale a servirsene. Il che è importante ma certamente non è tutto.

2)   La lettura e la ricerca di articoli su Internet è scomoda e difficoltosa.

3)  Il giornale stampato ha il vantaggio di essere una selezione già fatta e concentrata in base ad un indirizzo politico-ideale.

4)  Su Internet c’è anche moltissima zavorra.

5)  I giornali quotidiani sono quasi tutti in crisi. Questo è vero! Il Corriere della Sera nel mese di marzo ha venduto il 13% in meno rispetto al marzo del 2009. Ma questo è un problema politico in quanto dipende dal fatto che in genere dicono stupidaggini, sono qualitativamente in ribasso, la classe intellettuale-politica ha perso credibilità nei confronti dei lettori. Ciò non dipende dalla forma giornale, avrebbero avuto lo stesso risultato su Internet con i giornali “online”. La qualità-schifezza sarebbe uguale. Parlo di “schifezza morale” non letteraria, nel senso di essere immorali, servili e banderuoli. Sono questi comportamenti che decidono il contenuto degli articoli. Di conseguenza “la schifezza” è morale. 

6)  Quindi ciò che è decisivo non è la scelta tra forma giornale e forma Internet ma la qualità ed il contenuto delle due forme. Queste non si combattono tra loro né si fanno concorrenza, ma si sommano in funzione dell’obiettivo ideologico che si vuole perseguire.

7)  Il potere si serve di tutti e due i mezzi, a seconda di come e quando gli fa comodo. Non pensa di abolire la carta stampata perché penetra in settori della massa irraggiungibili da Internet, che rimane pur sempre lo strumento di una minoranza.

8)  Abbandonare la forma giornale per immergersi in Internet, secondo me, sarebbe sbagliato ed assurdo. Esprimerebbe soltanto una infatuazione  insensata di questo strumento ed una sua sopravvalutazione.

9)  L’Italia è piena di giornali. Si possono cominciare a citare quelli dell’estrema sinistra, di cui Il Sale fa parte, come Umanità Nova, ARivista anarchica, Falce e Martello, Il Programma Comunista, Lotta Comunista, La Freccia di Teramo, Il Trabbocchetto del centro sociale di San Vito, ecc. ecc. Si potrebbe aggiungere un numero infinito di giornali prodotti da piccoli gruppi, associazioni, centri sociali. A questi se ne possono aggiungere tantissimi altri emessi da piccole e medie organizzazioni, nonché da partiti e sindacati ecc. ecc.  Per cui, come si può dire che “il giornale è una forma di comunicazione  superata?” Evidentemente è sbagliato!

Personalmente nei confronti di Internet mi trovo nella sensazione opposta dell’infatuazione,  ho una specie di rigetto. Penso che ci sono da risolvere i problemi elementari di  sopravvivenza di miliardi di persone e quindi si dovrebbero indirizzare la scienza e gli investimenti verso la loro soluzione, invece di dedicarsi a scoprire nuovi mezzi di comunicazione. Per questo motivo la mia prima reazione di fronte ad una nuova scoperta è quella istintiva di rifiutarla. Penso che sia la reazione giusta! Però il mondo non lo faccio io, quindi cerco di adeguarmi ragionando.

Oggi i Mass Media fanno il canto di Facebook, presentandolo come la soluzione per tutti i problemi. In realtà questo non è altro che un mezzo di comunicazione, uno dei tantissimi, come il telefono, la radio, la posta cartacea, l’editoria, la televisione, il cinema, ecc. Indubbiamente in nessuna epoca della storia ci sono stati così tanti mezzi di comunicazione. Eppure non c’è mai stata tanta incomunicabilità e solitudine: vicini di casa che nemmeno si conoscono né si salutano….. Non si interessano l’uno dell’altro. Terribile! Ognuno preso da sé! Non esiste un mezzo tecnico di comunicazione che potrà mai risolvere questo problema perchè è dentro la persona, non è materiale, riguarda lo stato d’animo interiore.

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Una volta, ed ancora oggi,  giustamente, si criticano le persone che fanno i pettegolezzi, particolarmente “le comari”. Io penso che questa figura sociale sia stata esageratamente e volutamente denigrata. Secondo me non erano così “cattive” e, tutto sommato, svolgevano un ruolo positivo-costruttivo. Anche la sociologia definisce il pettegolezzo come “controllo sociale”. Il fatto in sé, dicendo cose a volte giuste ed a volte sbagliate, del resto come tutte le persone, dimostra una preoccupazione umana. Per questo motivo, “le comari” erano migliori degli psicologi di oggi nel curare le persone. Alla base del rapporto psicologo-paziente c’è il denaro e quindi un rapporto mercificato-alienato. Per cui non può riprodurre altro che persone basate su questi valori. Dicono che il paziente è guarito quando è diventato un egoista coerente-freddo-calcolatore, purificato di ogni istinto altruista. Tutto questo in psicologia viene qualificato come “sano egoismo”. Assurdo!

 Il pettegolezzo, comunque sia, esprime sempre un interessamento-altruista. Per questo motivo l’indifferenza di oggi la considero peggiore.  Naturalmente non dico di tornare al pettegolezzo, ma nemmeno di rimanere al livello dell’indifferenza. Oggi, in generale, la gente fa una vita vuota, chiusa in se stessa, non si interessa degli altri…..che cosa può comunicare? Niente! Anzi entra in difficoltà quando deve farlo. Questo tipo di persone è l’ideale per il potere, non certamente per fare una società umanitaria. Facebook, i video-giochi e tutte le cose del genere sono forme di comunicazione e di intrattenimento irreali che spingono la persona ad autoisolarsi.

Anche il nostro giornale ha aperto una pagina di Facebook. I benefici sono stati minimi, quasi zero. Comunque Il Sale si è guadagnato la sua piccolissima autorità attraverso 10 anni di intervento pubblico e non virtuale, con un giornale reale. Secondo me si deve continuare principalmente su questa strada.

La realtà si è sempre cambiata attraverso la lotta di classe nelle piazze, le strade, i posti di lavoro, per l’affermazione di una società libera e giusta. Questi nuovi mezzi di comunicazione non potranno mai sostituire lo scontro violento, in atto tutti i giorni, tra la classe sfruttata e quella sfruttatrice. La rivoluzione rimane sempre “la locomotiva della storia”. Inoltre bisogna stare molto attenti a questi mezzi perché sono super controllati dal potere

Un buon uso di Facebook è stato fatto dal “Movimento viola” che, in forma autogestita ha organizzato il “No Berlusconi day” il 5-12-09, cioè una manifestazione di protesta contro Berlusconi a Roma; la stessa cosa si può dire dello sciopero degli immigrati, effettuato il 1° marzo, lanciato da un gruppo di 4 donne ed appoggiato da decine di migliaia di persone. Sono state lotte spontanee molto importanti promosse al di fuori e contro i partiti ed i sindacati che, però, nel momento in cui escono dal virtuale per entrare nel  reale si disperdono e si disintegrano. Secondo me ciò è dovuto  a due fattori: 1) non hanno strutture organizzative reali; 2) Sono movimenti organizzati intorno ad un unico problema, quando si esce da quel problema le divergenze logicamente sono tantissime e tutto crolla. Ci si trova con una quantità enorme di persone, decine e centinaia di migliaia, senza la qualità necessaria, con una grande responsabilità addosso, senza la pazienza di cercare una soluzione del problema, per cui si fa la cosa più semplice ma meno costruttiva: dissolversi, ognuno se ne va per conto suo.

Io penso che bisogna creare prima la qualità e poi viene una quantità qualificata. Innanzitutto non si può creare un movimento intorno ad un unico problema quando i problemi sono tantissimi, migliaia, né tanto meno si può pensare di risolverli uno alla volta quando sono tutti collegati tra di loro ed interdipendenti, per di più diretti ed imposti da una unica regia, che è il potere. Per questo motivo si dovrebbe tornare a reimpostare movimenti tipo quelli del ’68 e del ‘77 che abbracciavano e condannavano tutta la società ed il sistema prefigurandone una nuova. Per fare questo bisogna ricorrere ai vecchi ed insostituibili metodi reali della lotta di classe come l’assemblearismo di base, la partecipazione, gli organismi di base, la democrazia diretta e l’autogestione. La comunicazione è un mezzo per raggiungere questi obiettivi.La cosa importante è la finalità non il mezzo.

Antonio Mucci

 

 

 

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La pagina di Diderot

 

L’asfittico dibattito culturale  pescarese

 

Vi chiederete infine perché la parola cultura  sembra essere troppo grande per  Pescara? Quando un quotidiano locale dedica  pagina intere ai soli rappresentanti del potere locale tralasciando tutte le altre iniziative relegate ai ruoli di Carneadi  e oscurando  la città di Pescara  tutte le iniziative che non giovano alla visibilità del sindaco, dell’assessore, il quale viene invitato per puro scopo rappresentativo, per ottenere, per l’appunto, lo spazio adeguato sul giornale. Succede questo perché Pescara è troppo “piccola” per la cultura. Qui, a Pescara  non esistono più sale cinematografiche  adeguate:  a il Massimo relegato ai ruoli di rassegne cinefile  ( quando ci sono)  e persino il Premio Flaiano ogni anno viene messo in dubbio dalla solita querelle tra gli organizzatori e i maggiorenti politici avari di contribuzioni,   In compenso tra Montesilvano, Chieti e Spoltore vi sono tre gigantesche multisale, affollatissime d’inverno, desolatamente vuote i giorni feriali, soprattutto estivi, cosicchè se vai al cinema in periodo morto rischi di trovarti solo e sperduto in una sala tristemente vuota e desolata.  Ma in quale  città viviamo? Quella città che abbattè il Teatro Pomponi  per farci un parcheggio, Pescara che  tante speranze suscitava in chi ci viveva e in chi ci venne a vivere qualche anno più tardi non c’è più.  E non c’è più perché non ha saputo darsi un progetto. Non c’è più perché non c’è stata e non c’è una classe dirigente adeguata e la politica, forse, non c’è mai stata. Oggi meno che mai. Lo si vede nella gestione delle risorse pubbliche destinate alla cultura dove la mancanza di visione e, appunto di progetto, ha portato, progressivamente, questa città ad essere totalmente marginale, assente o meglio inesistente, dal dibattito culturale nazionale. Pescara poteva essere e non è stata. Non è. Una città di sole case caoticamente sparpagliate da passati  piani regolatori scritti dai palazzinari, una città che ha visto fallire tutta l’economia dei piccoli commercianti ed artigiani a vantaggio dei  centri commerciali, una città che abbatte i palazzi storici per costruire al loro posto informi casermoni.  E dove il mare non c’è più : è stato cannibalizzato dagli ingordi gestori balneari che l’hanno recintato, vilipeso,  dove lavorano solo d’estate  realizzando lauti guadagni che permettono poi di campare tutto l’inverno, ovviamente salassando l’utenza con prezzi spropositati. E’ finito il pendolarismo balneare che vedeva Pescara  in anni passati   meta di turisti dei paesi della provincia, che affollavano le spiagge libere, ora scomparse o colme di rifiuti e sporcizia. In fondo era il riconoscimento  di supremazia anche culturale che che essi pagavano alla più grande città abruzzese. Pescara che all’inizio del secolo abbatte i bastioni della fortezza per ricavarne pietre per costruire la Cattedrale di S. Cetteo,  è l’unica città italiana che non ha più una memoria storica, non ha vestigia, in fondo era una città a confine tra il Regno delle due Sicilie e lo Stato della Chiesa. Di Pescara multietnica non ne parliamo ! Una città dove è radicato un profondo razzismo, dove la neo amministrazione comunale ha tolto le panchine in Piazza S. Cuore per far sloggiare gli extra comunitari, dove i vigili urbani vanno a multare gli artisti di strada che s’esibiscono in Corso Umberto perché  danno fastidio ai negozianti. Ogni tanto qualche sprazzo di cultura si nota, un’eccezione lodevole infatti va rimarcata per la Libreria Edison che ha costruito un buon palinsesto di presentazioni librarie in piazza Salotto, ma sono episodi sporadici.

 

Diderot

 

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Emergenze locali e prospettive future

Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita imposto alle giovani generazioni. In tal modo, quelle che erano comunità a misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato sulla storia recente delle nostre zone. Inoltre, negli ultimi anni si sono aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile,  un processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia. Diversi indicatori segnalano un impoverimento crescente del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale nelle nostre zone. L'Istat rivela che il 22% della popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e prospettive per l'avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile, esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo gli spazi di libertà, legalità e agibilità democratica. Il tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio, specie nella fascia di giovani alla prima occupazione. E’ dunque inevitabile che i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove, lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell'emigrazione intellettuale è la sciagura peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e della dignità personale. Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco al "sovversivismo delle classi dirigenti" di cui parlava Gramsci ), che è egemone e radicato in vasti settori della nostra società. Si tratta di una sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un "liberismo" più di facciata che di sostanza, nel senso che sono "liberisti" a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono "antiliberisti", "protezionisti" e "statalisti" quando si vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell'odierna fase recessiva.Tornando al quesito originario - quali sono i soggetti reali del rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna, profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico. Il ruolo di un intellettuale comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un'azione  politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla stregua del celebre "Gattopardo", convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima. Dunque, non basta interpretare il mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti effettivamente interessati al progetto. La storia ci insegna che le rivoluzioni sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente, per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da ridurre all'impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo, alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico  e politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi, disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.Sono convinto dell’urgenza di affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma occorre anzitutto volerlo.

Lucio Garofalo

 

 

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a proposito di Pomigliano

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                                       un samizbar “inevitabile” anche se “lontano”

                                                                                                        fine giugno 2010

 

                note di premessa

-questo samizbar parte “dal punto di vista dell'azienda”, e arriva solo in seguito al punto di vista del sindacato: mi è parso utile “prendere in parola” l'azienda sui suoi obiettivi dichiarati, e vedere se l'accordo concluso era funzionale ad essi

-questa prima parte di considerazioni (i primi due paragrafi) è stata scritta prima dell'esito del referendum, ma mi pare resti  valida anche ora

                                                                                                                     

                                A) dal punto di vista dell'azienda

 

1.gli obiettivi dichiarati della Fiat

 

Dunque, parto prendendo per buona l'enunciazione della Fiat, che vuole mantenere Pomigliano (anche a spese dei polacchi... ma su questo non mi soffermo), investendoci su, a condizione che vengano rispettati certi standards di efficienza, qualità, basso assenteismo, tali da compensare, almeno in parte, l'aggravio del costo del lavoro rispetto ai livelli polacchi.

Cosa ci si aspetta da un'azienda in questo caso?

a) che faccia un bilancio critico della past performance dello stabilimento su questi tre parametri, dati alla mano; un bilancio articolato, nello spazio (tra diversi reparti ed officine) e nel tempo (tra diversi momenti – aspetto rilevante soprattutto nel caso dell'assenteismo), perchè le performances possono variare nello spazio e nel tempo. In questo caso, il problema è complicato dal cambiamento nella gamma di modelli (un declassamento di gamma), per cui il bilancio dovrà prendere in considerazione le performances di Tichy, che produce attualmente la Panda.

b) che individui le responsabilità dell'eventuale mancato raggiungimento degli standards in passato (e le condizioni che hanno eventualmente permesso il loro raggiungimento a Tichy): nel comportamento dei lavoratori, ed eventualmente del sindacato nella misura in cui può influenzarli o “coprirli”, ma anche nei comportamenti dei fornitori e, soprattutto, della gerarchia di stabilimento per quanto le compete.

c)che individui obiettivi di progressivo miglioramento (ricordate il kaizen?) e le condizioni per raggiungerli.

d)che “faccia i conti” con la gerarchia di stabilimento (e con altre forze esterne al rapporto tra azienda-sindacato-lavoratori) sugli aspetti che dipendono da questa/e; facendo le necessarie azioni di “repulisti” o di “energica formazione” (a suo tempo, Marchionne eliminò l'80% del top management precedente, e a Mirafiori “fece i conti” con alcuni capi corrotti – a titolo di “azione esemplare”).

e) a questo punto, che si presenti ai sindacati (con alla mano i dati sui punti di cui sopra) con una proposta di obiettivi e di strumenti per raggiungerli.

Ad esempio, un premio di risultato (di stabilimento ma articolato anche per aree), basato sui tre parametri di qualità, produttività, assenteismo (quest'ultimo può essere collettivo o individuale, uniforme o legato ai possibili “momenti di picco”). Con ciò non dico che questa proposta divenga di per sé sindacalmente accettabile, ma è una proposta funzionale agli obiettivi, e quindi costituisce un terreno serio di negoziazione – su cui, tra l'altro, è non solo legittima ma doverosa una consultazione tra i lavoratori. Inoltre, si possono anche chiedere – senza ledere la logica negoziale – come “segnale di buona volontà”, “dichiarazioni a verbale” anche su aspetti che dipendono in realtà da cause esterne alle relazioni industriali (es. assenteismo per ruoli elettorali).

                                                                                                                                                                                

2.la logica dell'accordo separato e i suoi effetti non previsti

 

Ma la Fiat non ha fatto nulla di tutto questo. Ha presentato una proposta “prendere o lasciare”, la cui logica è solo quella del controllo unilaterale dell'azienda su tutti questi aspetti: “ci pensiamo noi”. Al sindacato resta il ruolo di gendarme sui comportamenti dei lavoratori, sapendo che, se non riesce a controllarli totalmente, a farne le spese sarà, da un lato, il sindacato stesso, dall'altro anche i lavoratori non responsabili di “comportamenti trasgressivi” (vedi l'abolizione del pagamento dei primi tre giorni di malattia, in caso di picchi di assenteismo).

 

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Tralascio le giuste discussioni sulla costituzionalità o meno (e, tanto più, sulla “legittimità contrattuale”) di questo impianto, e vedrò più oltre il possibile perchè di questa scelta della Fiat; per ora rimango sul terreno delle implicazioni (previste o non previste) che essa può avere per la produzione aziendale.

Si ripete, mi pare, un'operazione tipo “Romiti 1980”: prima stronchiamo una presenza sindacale autonoma, poi al resto ci pensiamo noi. Si ripete in forme giuridicamente e sindacalmente più estreme – su questo tornerò in seguito. Ma come andò con la Fiat romitiana degli anni '80 e seguenti? Dopo un iniziale successo dovuto (oltre che all'innovazione tecnologica già in atto) alla sottomissione dei lavoratori, e alla intensificazione conseguente del loro sfruttamento (=aumento della produttività), non avendo “posto mano alle altre variabili” la Fiat “andò in deriva”.... fino all'arrivo del “salvatore” Marchionne (naturalmente, hanno giocato anche altri fattori “esterni”, ma quelli “interni all'azienda” e alla sua organizzazione della produzione erano questi). L'accordo imposto dalla Fiat, dunque, mi fa intravvedere uno “scenario romitiano”:

-l'assenteismo per un po' diminuisce per effetto della repressione;

-la produttività per un po' aumenta per effetto dell'intensificazione del lavoro e non per l'efficienza degli impianti (che anzi vengono logorati dall'applicazione alla manutenzione della stessa logica di intensificazione del lavoro);

-la mezz'ora di mensa a fine turno (così come gli “straordinari extra”), imposti dall'accordo, vengono regolarmente assorbiti per ricuperare “sul piazzale” (o sulle linee stesse) le vetture difettose uscite dalla linea – sempre più numerose... e così via. L'esperienza dello stabilimento di Melfi (che pure costituisce un “fiore all'occhiello” dell'efficienza Fiat in Italia) può offrire alcune indicazioni in proposito. Ne ricordo alcuni aspetti:

-per accordo sindacale (in quel caso unitario) si realizzarono alcune delle condizioni oggi imposte a Pomigliano (pur senza il contorno repressivo del recente accordo), in termini di turni/orario e di intensificazione del lavoro;

-uno degli effetti, in capo a un paio di anni, fu la diffusione di forme di inidoneità (a partire dai casi di ernia del disco;                                                                                               

-anche per questo, l'assenteismo, rimasto basso finchè quasi tutti i dipendenti erano in contratto di formazione-lavoro, è schizzato in alto non appena sono passati a tempo indeterminato;

-dopodichè, a un certo punto c'è stata la ribellione contro i 18 turni e il sistema di organizzazione del lavoro, che ha fatto saltare i 18 turni (anche se poi la conquista è stata parzialmente riassorbita) e ha cambiato sotto molti aspetti la situazione sindacale in fabbrica. Complessivamente, comunque, la costruzione di Romiti non è crollata per la ribellione operaia, ma per la propria inefficienza e “arretratezza”. La “Fabbrica Integrata”, che doveva essere la “traduzione italiana” del modello giapponese, non si è mai realizzata compiutamente (neanche a Melfi, che doveva esserne il “luogo principe”) per l'incapacità di affrontare gli “altri” problemi e contraddizioni, che non fossero quello del comando sul lavoro. Se mi permettete un “vezzo filologico marxiano”, la strategia di Romiti e quella adombrata nell'accordo di Pomigliano hanno un elemento in comune, quello di “ripiegare sul plusvalore assoluto” visto che non si è capaci di estrarre adeguatamente il plusvalore relativo.

 

3. l'ambizioso progetto di relazioni industriali della Fiat...

 

In realtà, l'accordo di Pomigliano si inseriva in un progetto che andava ben al di là dello stabilimento campano (di qui l'assurdità dei discorsi del PD “purchè resti un'eccezione...”).

Sono significativi in proposito anche alcuni particolari: l'accordo è stato firmato anche dall'Unione Industriale di Torino (e non solo perchè la sede legale della Fiat è a Torino); subito dopo l'accordo, la Fiat New Holland di Modena ha denunciato alla magistratura operai e delegati che, mesi prima, avevano fatto uno sciopero per non effettuare gli straordinari comandati dall'azienda...

L'accordo di Pomigliano doveva essere usato come “grimaldello” per imporre un nuovo sistema di relazioni industriali negli stabilimenti Fiat italiani (che ovviamente avrebbe “indicato la via” anche alle altre aziende...).

Questo era possibile (o forse veniva anche “suggerito”) per la congiunzione con una strategia governativa diversa da tutte quelle precedenti. Mentre in passato i governi – pensiamo a quelli democristiani – avevano una funzione di mediazione nelle relazioni industriali (che poteva essere più favorevole ai sindacati, come nell'autunno caldo, o più favorevole ai padroni, come alla Fiat nell'80 – ma era comunque una mediazione), la strategia di Sacconi e dell'attuale governo è una strategia “ultrà”, sia nel senso di essere tutta dalla parte dei padroni sia nel senso di assumere al proprio interno la divisione sindacale e gli accordi separati come elemento non solo accettabile ma esplicitamente perseguito.                                                                                                                                   

Nel quadro di questa prospettiva, gli obiettivi “produttivi” e di stabilimento erano per certi versi secondari: anche perchè probabilmente la Fiat ricascava nella vecchia abitudine di pensare che per le vetture di gamma bassa la qualità non è poi così importante (la Panda non è l'Alfa...).

 

… continua nel prossimo numero

presentato da Mario Boyer

 

 

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La nuova mafia

di  Luciano Martocchia

Nel 1992 l´atto finale della guerra del doppio Stato: pezzi di istituzioni hanno usato e protetto la mafia .Un quadro fosco: poliziotti infedeli, prove scomparse, verbali d´interrogatorio o di perquisizione distrutti o contraffatti, falsi obiettivi investigativi ostinatamente perseguiti, pentiti pilotati Già nell´89, dopo il fallito attentato all´Addaura, Falcone avvertiva: ci troviamo di fronte a menti raffinatissime. Esistono forse punti di collegamento con centri occulti di potere  . I morti del 1992 sono solo gli ultimi. Quelle stragi, in Sicilia, erano cominciate molto tempo prima. Con Falcone e Borsellino c´è stato l´atto finale di una guerra fra Stato e Stato che si trascinava da anni, segnata da una spaventosa sequela di delitti eccellenti e da altrettante congiure.
Non c´è soltanto da scoprire che cosa è avvenuto nella tragica estate del 1992, non c´è soltanto da capire chi ha voluto la bomba dell´Addaura, chi ha progettato gli attentati di Capaci e di via Mariano D´Amelio. Prima di quella resa dei conti qualcuno aveva già fatto precipitare Palermo in uno strapiombo italiano nascondendosi dietro la mafia.
Per quasi un quarto di secolo Cosa Nostra è stata usata e protetta, s´è guadagnata la sua impunità - pensate alle latitanze di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, il primo ricercato e libero per 24 anni e 7 mesi e l´altro ricercato e libero per 42 anni e 8 mesi - scatenandosi alla bisogna. Tutelata da un pezzo dello Stato che la manovrava contro un altro pezzo dello Stato. Quelli che hanno deciso l´uccisione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sono gli stessi poteri - vengono di volta in volta definiti gruppi affaristici-massonici, apparati deviati, «entità» - che negli anni precedenti avevano incaricato o incoraggiato o suggerito di eliminare un impressionante numero di uomini delle Istituzioni, magistrati, poliziotti, giornalisti, segretari di partito (della maggioranza e dell´opposizione), ufficiali dei carabinieri, prefetti, parlamentari. Da Pio La Torre a Carlo Alberto dalla Chiesa, da Rocco Chinnici a Gaetano Costa, da Piersanti Mattarella a Cesare Terranova. Tutti omicidi mandati in archivio come delitti «politico-mafiosi», ma tutte esecuzioni «accollate» esclusivamente ai Corleonesi e al loro capo che nel frattempo era diventato il dittatore di Cosa Nostra.
Oggi, venti e anche trent´anni dopo, quella storia siciliana che è storia italiana deve essere tutta riscritta. È stato solo Totò Riina e i suoi macellai a spazzare via uno dopo l´altro quei personaggi che «disturbavano» un ordine antico, che rappresentavano uno Stato che non era lo Stato sceso a patti con la mafia? È stato soltanto lui, lo «zio» Totò, a destabilizzare la Sicilia e l´Italia dalla fine degli Anni Settanta sino al principio degli Anni Novanta? Partendo dalle indagini dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo sull´estate del 1992, partendo dalle loro dichiarazioni ufficiali («Non è stata solo Cosa Nostra a volere il massacro di via D´Amelio»), partendo dalle scoperte di questi ultimi mesi («I depistaggi sono stati colossali»), si rintracciano indizi che portano a ribaltare molte delle certezze acquisite sulla matrice dei grandi delitti di Palermo. Le inchieste della magistratura, trasportate sapientemente su binari morti, stanno arrivando a queste conclusioni con notevole ritardo.
Prendiamo come esempio l´Addaura. Già il 21 giugno del 1989, soltanto qualche ora dopo il fallito attentato all´Addaura, il giudice Falcone aveva indicato chi potevano essere i suoi sicari («Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento fra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l´impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi»), eppure quella pista non è mai stata battuta. Tutto è stato scaricato solo e soltanto sui boss dell´Arenella e di Resuttana. Soltanto oggi stanno affiorando brandelli di verità, frammenti che potrebbero farci «risistemare» anche tutto il resto.
Funzionari dei servizi segreti ritrovati sui luoghi delle stragi, alti ufficiali che trattavano con i capi mafiosi mentre magistrati come Paolo Borsellino andavano soli incontro alla morte, spie avvistate in officine dove caricavano esplosivi alla vigilia degli attentati, poliziotti infedeli, prove scomparse, verbali d´interrogatorio o di perquisizione distrutti o contraffatti, falsi obiettivi investigativi ostinatamente perseguiti, pentiti pilotati: è il resoconto delle indagini sulle indagini, il bilancio delle inchieste che erano state fatte su Capaci e su via Mariano D´Amelio.
Ma è in ogni delitto eccellente avvenuto anche prima di quel 1992, è in ogni altro significativo momento di Palermo che si individuano - con implacabile regolarità - sempre le stesse impronte. Che non sono mai impronte di mafia ma impronte di Stato. La cassaforte svuotata del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il covo ripulito di Riina, l´enigmatico libanese dell´attentato al consigliere istruttore Chinnici, le piste nere dell´assassinio di Mattarella, i Corvi delle estati palermitani, la scomparsa ed introvabile agenda rossa di Borsellino . È un inventario di vuoti, di pezzi mancanti.  La mafia è cambiata. Ne serviva un´altra di mafia: quella stragista, quella di Totò Riina, quella che ha trattato con lo Stato e favorito, anche con investimenti cospicui, l’ascesa di Silvio Berlusconi nel panorama politico italiano .

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LA LEGGE E´ UGUALE PER TUTTI ?

NO ! CE N´E´ UNA PER I CARABINIERI E UNA PER GLI ANARCHICI.


Non parliamo della legge scritta nelle aule di tribunale, dove saremmo tutti uguali di fronte alla legge, quindi innocenti prima del terzo grado di giudizio e neanche parliamo dell´uso estorsivo del carcere
preventivo (nel senso del tentativo di estorcere delle confessioni), sulla carta applicabile a tutti. Parliamo della legge materiale, quella scritta con gli atti e indirizzata attraverso le dichiarazioni
dei potenti, ministri, generali dei carabinieri, e attraverso il silenzio di altri, in particolare, (e questo è molto interessante per una analisi seria sull´uso degli strumenti repressivi), dei politici
dell´area giustizialista del centrosinistra

Ebbene questa legge parla di 400 giorni di arresti preventivi per Michele (nel teorema politico/giudiziario il capo della cellula  dei"baby terroristi" (ah!ah!ah!), di Spoleto ( la fraseologia
inquisitoria, da baby linciaggio, è del duo de Il Messaggero Ugolini Carminati ), e di "principio della presunzione di innocenza fino a prova contraria." Il Ministro leghista dell´Interno Maroni", che
aggiunge sulla scorta delle dichiarazioni degli Alti Gradi dell´Arma: "Il generale Ganzer ha la fiducia del Comando generale dei carabinieri, e quindi anche la mia".

Alcuni giudizi politici e giornalistici sono in tutta evidenza eversivi della verità e rappresentano volutamente una colpevolezza preventiva verso gli anarchici, e una innocenza e fiducia preventiva
verso il Generale Capo dei ROS, Giampaolo Ganzer. Totò si sarebbe domandato: sono uomini o caporali ? Gli attendenti del vero ufficiale dei poteri che contano, sia i politici di rango più alto che quei giornalisti che scrivono sotto dettatura, ovviamente sono caporali e partecipano all´azione di sovvertimento della realtà delle cose, a favore di una "verità" politicamente utile.

Non che noi vogliamo difendere politici corrotti e per qualche giornale in odor di mafia, ce ne guardiamo bene ! Ma quei politici giustizialisti, Di Pietro in primis e modello per tutti gli altri,
così pronti a chiedere  dimissioni di politici appena questi sono raggiunti da un avviso di garanzia, perché tacciono ? perché non hanno da dire niente sul Generale Giampaolo Ganzer ? che non solo non va in carcere (ci mancherebbe altro !) ma continuerà a vestire la divisa di comandante in capo dei ROS in Italia nonostante una condanna in primo grado a 14 anni di carcere. Dove è finita la loro morale punitiva, si è fermata alle soglie degli alti gradi dell´arma ? Oppure ciò che si dichiara dipende esclusivamente dalla cordata di interessi e di poteri a cui si appartiene ?

In conclusione una verità certa c´è, se sei un giovane di idee anarchiche di 20 anni, sei rappresentato e trattato a priori come colpevole e ti becchi 400 giorni di arresti preventivi (270 in carcere,100 in isolamento e 180 in carcere speciale), se sei Generale dei Carabinieri, sei rappresentato e trattato a priori come innocente e puoi continuare a vestire la divisa di Comandante dei ROS in Italia
anche se sei stato condannato a 14 anni in primo grado.

Questa è la giustizia materiale in Italia , questo il suo senso morale e politico.

COMITATO23OTTOBRE

www.comitato23ottobre.com

 

AURELIO FABIANI

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

(…continua dal numero precedente)

 

Le rivoluzioni cinesi da un punto di vista anarchico

 

La fine dell'ortodossia leninista

Il periodo che va dalla costituzione del PCC nel 1921 ai disastri del 1927 può essere visto come un periodo di ortodossia in cui il PCC applicava con considerevole successo la linea dettata da Mosca e che gli aveva permesso di diventare la prima forza rivoluzionaria in Cina. Quella strategia gli aveva permesso di insediarsi nella classe operaia industriale e di costruire un'alleanza con la borghesia "anti-imperialista" sotto le vesti del KMT. In teoria questo avrebbe dovuto portare il PCC al potere sull'onda di una rivoluzione borghese, ma in pratica una base sociale limitata alla classe operaia industriale si era dimostrata troppo esigua in un paese come la Cina, dove la classe operaia non era che lo 0,5% della popolazione.

Nel 1927 gli anarchici erano una forza ormai spenta in Cina. Una parte restante finì con l'entrare nel KMT dopo la soppressione dei comunisti, nella speranza di poter tornare a dirigere di nuovo quei movimenti di massa che il PCC aveva rilevato. Una speranza vana, dato che nel 1928  il KMT era riuscito ancora una volta ad unificare la maggior parte del paese occupato, per cui non aveva più bisogno di movimenti di massa nè tanto meno di "anarchici nel KMT".
Il KMT ancora non controllava alcune aree rurali rimaste isolate ed era qui che si era ritirato il PCC. Sebbene, come abbiamo visto, la strategia del PCC fosse quella di scoraggiare la lotta di classe nelle campagne, nel 1927 un esponente del PCC ed ex-anarchico, P'eng P'ai, prese parte alla formazione dei soviet contadini nel  Kwangtung orientale. (23). Qualche tempo prima nella insurrezione del 1926 a Hunan, Mao aveva scritto un"Rapporto sul movimento contadino nell'Hunan". In questa breve inchiesta vi erano gli embrioni della strategia che egli avrebbe seguito nei successivi 10 anni. 
Erano circa 2 milioni i contadini che avevano fatto l'insurrezione nello Hunan. Il rapporto di Mao si apre con questa audace affermazione "In un tempo molto breve, nelle province centrali, meridionali e settentrionali della Cina, parecchie centinaia di milioni di contadini insorgeranno come una terribile tempesta, come un uragano, come una forza così rapida e violenta che nessuna forza, per quanto grande, sarà capace di fermarla. Abbatteranno tutti gli ostacoli che incontreranno lungo la strada per la liberazione." (24) Ben lungi dal seguire la linea del partito e dal condannare gli eccessi dei contadini, Mao scriveva "Quello che i contadini stanno facendo è del tutto giusto, quello che stanno facendo è bello! "Per dirla tutta, è necessario creare un attimo di terrore in ogni area rurale."

La strategia di Mao era quella di incoraggiare la guerra di classe nei villaggi in cui i poveri contadini venivano spinti a terrorizzare, torturare e spesso uccidere pubblicamente i piccoli nobili ed i proprietari terrieri. Facendo così avrebbero bruciato tutti i ponti col vecchio regime, che avrebbe sicuramemte punito i responsabili se fosse tornatio al potere in quelle terre. Il PCC avrebbe costruito "Armate Rosse" per difendere i contadini che in questo modo sarebbero diventati dipendenti dal PCC per il loro futuro e ne avrebbero rafforzato i ranghi. 
Mao stabilì una base sulle montagne del Chingkangshan al confine con l'Hunan. Con la sconfitta del PCC nelle città questa base ed altre diventarono la salvezza per i sopravvissuti dirigenti del PCC e per le unità del KMT che si erano ammutinate ed erano passate con l'Armata Rossa. Tali unità , insieme a banditi locali, formarono agli inizi una forza di 10.000 uomini (ma solo 2000 fucili) Queste basi riuscirono a resistere alla campagna di sterminio promossa dal KMT e l'esercito raggiunse i 65.000 uomini nel luglio 1930.
Queste basi si trovavano in regioni isolate su terreni impervi che rendevano difficoltose le manovre per gli eserciti del KMT. Inizialmente il KMT non era in grado di rispondere ai metodi delle guerriglia. Quattro campagne di sterminio finirono con un fallimento.Nel novermbre 1931 venne infine dichiarata la fondazione della Repubblica Sovietica Cinese. Ma i militari del KMT avevano imparato dai fallimenti e la quinta campagna del 1934, basata su un lento avanzamento di piccole fortificazioni, costrinse il PCC ad abbandonare la regione del Chingkangshan.
Questa ritirata prese il nome famoso di "Lunga Marcia": ciò che restava dell'Arnata Rossa marciò per 10.000 km attraverso la Cina verso una nuova base nello Shensi. La storia convenzionale della marcia racconta che bisognava affrontare "una scaramuccia ogni giorno, una battaglia ogni 2 settimane", sebbene recentemente Jung Chang & Jon Halliday hanno sostenuto che Chiang Kai-shek lasciò andare l'Armata Rossa e che alcune battaglie non erano altro che invenzione della propaganda. Tuttavia non si può negare che le condizioni in cui avvenne la marcia furono orrende. Sui 90-100mila iniziali, solo 7-8mila giunsero a

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destinazione. Quelli che sopravvissero alla marcia diventeranno i futuri quadri dirigenti del PCC e dello Stato cinese. (25)

La nuova allenza con il KMT

La situazione internazionale era cambiata non poco durante la Lunga Marcia, i fascismi crescevano ad ovest e di conseguenza Stalin cercava alleati "anti-fascisti". Anche la Cina dal 1931 era sotto attacchi periodici da parte del militarismo giapponese che si espandeva costruendo stati fantoccio. Consapevole dello stato degli eserciti cinesi a confronto con quello giapponese, Chiang Kai-shek usò lo slogan "Unificazione e poi resistenza" per dire che il KMT avrebbe combattuto  il nemico giapponese solo quando i nemici interni compreso il PCC fossero stati assoggettati. Disse anche che nella guerra col Giappone egli stava scambiando "lo spazio con il tempo". Ma quando il tempo era scaduto e la guerra col Giappone scoppiò apertamente nel luglio del 1937, il KMT perse presto tutte le città chiave e con esse tutta la credibilità nei confronti dei nazionalisti cinesi.
In questo contesto ed in linea colla politica del Comintern, il congresso del PCC durante la Lunga Marcia aveva lanciato l'appello del "Fronte Unito dal Basso". Che significava un fronte unito non con Chiang Kai-shek ma con tutti gli attivisti del KMT sotto la direzione del PCC. Non senza sorpresa l'appello ebbe qualche risultato. Tuttavia poco dopo nel maggio 1936 venne formata una Alleanza per la Salvezza Nazionale con la vedova di Sun Yat-sen quale presidente. L'Alleanza lanciò un appello per la fine della guerra civile e per un Fronte Unito contro i Giapponesi. Nell'estate del 1936 il PCC cambiò posizione verso un'alleanza con la guida di Chiang Kai-shek all'interno della politica della costruzione di "Fronti Popolari" locali, come indicato da Mosca.
Sebbene a questo punto il PCC si trovasse in una posizione di debolezza, confinato in povere province di confine, anche il KMT in realtà era nei guai.Prima dell'inizio della guerra con il Giappone, il KMT aveva attraversato un decennio in cui aveva controllato gran parte della Cina ed aveva avuto così la possibilità di dimostrare che poteva modernizzare il paese. Ma senza riuscirci, pochè al pari dei regimi precedenti la modernizzazione significava attaccare certi privilegi di classe, specialmente quelli dei possidenti, che avevano aderito al KMT dopo la vittoria del 1928 e ne costituivano la base di potere nella maggior parte delle località. Per esempio, sebbene esistesse una legislazione sui tetti per gli affitti, questa non era applicata nei tribunali locali controllati dai latifondisti, tranne che nelle zone controllate dal PCC.

La fine del KMT

Tra il 1932 ed 1935, la produzione agricola era aumentata solo dell'1%, una percentuale inferiore alla crescita della popolazione. La stessa crescita delle ferrovie e dell'industria moderna aveva basi così limitate che i cambiamenti risultavano quasi invisibili. Le riforme legislative per combattere la corruzione e limitare gli aumenti degli affitti si dimostrarono inefficaci per mancata applicazione a livello locale o perchè ignorate dai possidenti terrieri. Nel 1934 Chang-Kei Sheik impresse una retromarcia alla sua politica al punto da restaurare il Confucianesimo quale religione di stato.
La guerra col Giappone salvò il PCC perchè Chiang Kai-shek venne letteralmente costretto a mettere fine alla sua guerra contro i comunisti per entrare a far parte del Fronte Unito. La cosa divennne ufficiale nel settembre 1937 con la dichiarazione congiunta di  KMT e PCC. Poichè l'esercito del KMT non era in grado di opporre una resistenza effettiva ai Giapponesi, il PCC fu in grado di dimostrare come la sua attività di guerriglia di lunga data insieme ad una migliore gestione amministrativa fossero armi in grado di tutelare gli interessi nazionali della Cina. Inoltre, la politica anti-guerriglia di punizione collettiva dei "3 tutto" dei Giapponesi, "bruciare tutto, uccidere tutti, saccheggiare tutto", portò i contadini ad arruolarsi nell'Armata Rossa per difendere se stessi.
A partire dallo Shensi il PCC allargò la sua area di controllo grazie alla guerriglia.  In realtà accadeva spesso che il PCC vincesse di notte ed i Giapponesi di giorno, ma in questo modo fu possibile costituire un Governo delle Regioni di Confine. Che non era politicamente radicale, dato che dopo la Lunga Marcia il PCC aveva abbandonato il programma radicale allo scopo di costruire il Fronte Unito con il KMT. Ma il semplice atto di rafforzare la legislazione esistente promulgata dal KMT sui tetti agli affitti e sui tassi di interesse, portò al PCC le simpatie dei contadini. 
Le aree governate dal KMT soffrivano anche di un'alta inflazione simile a quella della Germania di Weimer. I soldati di leva negli eserciti del KMT venivano trattati male come sempre negli eserciti cinesi - non erano insoliti la mancanza di cibo e di equipaggiamento. Per cui i soldati spesso giungevano a derubare e persino a uccidere i contadini locali. L'Armata Rossa d'altro canto trattava i suoi soldati in modo più ragionevole e scoraggiava fortemente i maltrattamenti ai danni dei contadini. 


Presentato da Lia Didero

(… continua nel prossimo numero)

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”