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IL SALE - N.°105

 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10    numero 105 – Giugno 2010

 

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Le foibe:  no a revisionismi  e strumentalizzazioni

di  Luciano Martocchia

 

Agli esami di stato gli studenti per la prima volta hanno avuto una prova d’esame insolita che lascia trasparire tutto il revisionismo storico della destra al governo. Per quanto riguarda il tema storico si propone la questione delle Foibe. Partendo dalla decisione di introdurre il Giorno del ricordo «al fine di conservare e ricordare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe» si chiede ai candidati di delineare la complessa vicenda del confine orientale soffermandosi in particolare sugli eventi tra il 1943 e il 1954.  È la prima volta che la questione delle Foibe viene affrontata in un tema della Maturità.
Niente di male se non che gli studenti sono chiamati a ricordare solo le vittime italiane di quel periodo. In un'altra traccia poi si assiste per la prima volta allo sdoganamento di Mussolini che viene affiancato a personalità come Togliatti e Giovanni Paolo II.  Ma ricordiamo  per giustizia storica oltre alle foibe e i crimini che le hanno precedute .
 Le fosse, o le foibe come si chiamano in  Italia, sono un crimine grave, e coloro che lo hanno commesso si meritano la più dura condanna. Ma bisogna dire sin da ora che a quel crimine ne sono preceduti degli altri, forse non minori.  Se di ciò si tace, esiste il pericolo che si strumentalizzino e "il crimine e la condanna" e che vengano manipolati l'uno o l'altro.  Ma la storia ingloriosa iniziò molto prima, non lontano dai luoghi in cui furono commessi i crimini. Prenderò qualcosa dai documenti che abbiamo a disposizione: il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non scelse a caso quella città). Annuncia: "Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l'Adriatico (si intende tutto l'Adriatico, ndr.), che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava". Il razzismo così entra in scena, seguendo la "pulizia etnica" e il "trasferimento degli abitanti". Le statistiche che abbiamo a disposizione fanno riferimento alla cifra approssimativa di 80.000 esuli Croati e Sloveni durante gli anni venti e trenta. Non sono riuscito a confermare quanti poveri siano stati portati dalla Calabria, e non so da dove altro, per poterli sostituire. Gli Slavi perdono il diritto, che avevano prima in Austria, di potersi avvalere della propria lingua sulla stampa e a scuola, il diritto al predicare in chiesa, e persino l'iscrizione sulla tomba. Le città e i villaggi cambiano nome.
Le "foibe" sono  un'invenzione fascista. Dalla teoria si è passati velocemente alla prassi. Il quotidiano triestino "Il Piccolo" (5.11.2001) riporta la testimonianza dell'ebreo Raffaello Camerini che era ai lavori forzati in Istria, alla vigilia della capitolazione dell'Italia, nel luglio 1943: la cosa peggiore che gli successe fu prendere gli antifascisti uccisi e buttarli nelle fosse istriane, per poi cospargere i loro corpi con la calce viva. La storia avrebbe poi aggiunto a ciò ulteriori dati. Uno dei peggiori criminali dei Balcani fu di sicuro il duce ustascia Ante Pavelic. Jasenovac fu un Auschwitz in piccolo, con la differenza che in esso si facevano lavori perlopiù "manualmente", ciò che i nazisti fecero "industrialmente". E le fosse, ovviamente, furono una parte di tale "strategia".  A quel tempo, tra il 1941 e il 1943, di nuovo, furono cacciati dall'Istria circa 30.000 Slavi – Croati e Sloveni – e fu occupata la regione. Le "camicie nere" fasciste portarono a termine fucilazioni individuali e di massa. Fu falciata un'intera gioventù. I dati che provengono da fonti jugoslave fanno riferimento a circa 200.000 uccisi, particolarmente sulle coste e sulle isole.  A ciò occorre aggiungere l'intera catena dei campi di concentramento italiani, i più piccoli e i più grandi, dall'isoletta di Mamula nel profondo sud, davanti a Lopud nelle Elafiti, fino a Pago e Rab nel golfo del Quarnaro. Erano spesso stazioni di transito per la mortale risiera di San Sabba di Trieste, e in alcuni casi anche per Auschwitz o Dachau. Non siamo ingenui. Si tratta di una mobilitazione eccezionalmente riuscita del berlusconismo nello scontro con l'opposizione, con la sinistra e le sue relazioni col comunismo che, secondo le parole di Berlusconi, ha sempre e solo portato "miseria, morte e terrore", e persino anche quando sacrificò 18 milioni di vittime di Russi nella lotta per la liberazione dell'Europa dal fascismo. Questa campagna meditata è iniziata 5-6 anni fa, al tempo in cui fu pubblicato "Il libro nero sul comunismo", distribuito pubblicamente dal premier ai suoi accoliti. Essa è condotta, pubblicamente e dietro le quinte, abilmente e sistematicamente. La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d'Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.  L’altro pezzo di verità, che la brava gente italiana spesso dimentica.

( l.m.)

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La pagina di Diderot

Preti pedofili: le colpe dell’istituzione

( Dalla sessuofobia all’ipocrisia omertosa, le immense responsabilità della Chiesa )

Lo scandalo dei preti pedofili si dispiega a mio avviso su due livelli, uno più grave dell’altro, e che colpisce la Chiesa nella sua essenza: la cultura che lo ha reso possibile, nella sua ampiezza e gravità; il comportamento dell’istituzione, che lo ha tollerato e coperto. Su entrambi la reazione della Chiesa è del tutto negativa. Partiamo dal primo aspetto: la violenza sui bambini perpetrata da chi avrebbe dovuto proteggerli e guidarli. Le argomentazioni a difesa ci sembrano rivoltanti: si stilano percentuali di casi acclarati rispetto al numero dei preti in esercizio, e si conclude che il fenomeno è assolutamente secondario, inferiore alle percentuali che si registrano in altre istituzioni, a iniziare, ahinoi, dalla famiglia. In realtà anche se il numero dei casi registrati è impressionante (centinaia di minorenni violati dal singolo prete), la sensazione è che, estendendo le indagini, sollevando i sassi, altro marciume finora sottaciuto verrebbe alla luce.

Il celibato dei preti non è un istituzione che risale dai tempi di Pietro e dalla nascita della Chiesa Cattolica Romana : esso è stato introdotto strumentalmente dopo l’anno 1000, affinchè i beni personali dei preti e i  lasciti dei fedeli non finissero in linea ereditaria alle mogli e figli dei sacerdoti ma alla Chiesa stessa che ha fatto del celibato le sue fortune  temporali. Il celibato dei preti, forzati in una condizione innaturale e il crollo della quantità delle vocazioni, e quindi della qualità, tende a fare dei sacerdoti degli individui emotivamente fragili, che nell’istituzione cercano rassicurazioni. Per noi ci sono motivazioni ancor più di fondo: la pesante sessuofobia di cui è impregnato il cattolicesimo, oggi fuori dal mondo, e che in ogni caso impedisce un approccio sereno alla sessualità; in particolare per i preti, come possono testimoniare tutti coloro che sono passati per i seminari, la demonizzazione della donna come simbolo del peccato, e la conseguente accentuazione distorta delle pulsioni omosessuali (la maggior parte degli abusati sono maschietti). Di questo la Chiesa non osa discutere.

C’è poi il secondo aspetto, forse più grave, la copertura omertosa. Che investe personalmente Benedetto XVI che, da cardinale, era a capo della Congregazione della Dottrina della Fede. Le sue disposizioni sono state chiarissime: silenzio imposto agli abusatori e agli abusati, avocazione a Roma di ogni pratica, sistematicamente insabbiata (tranne il caso, unico, di mons. Marcial Marciel, che evidentemente dava fastidio in quanto a capo dei discussi Legionari di Cristo). Le conseguenze sono note: i pedofili nella stragrande maggioranza (pochissimi quelli ridotti allo stato laicale e nessuno denunciato) venivano spostati in altre parrocchie dove, rifattisi una verginità, potevano continuare con altri minori le loro tristi pratiche.

Qui casca tutto: la gravità è inaudita: è più colpevole il pedofilo, triste squilibrato, o l’alto prelato che da Roma, dopo attenta riflessione, lucidamente gli permette di perseverare negli abusi? Non c’è da meravigliarsi che gli abusati non concedano sconti: finchè il papa non chiederà perdono per quello che lui (non gli altri) ha fatto, non potrà avere credibilità alcuna. La reazione della Chiesa invece è stata sconcertante, ad indicare la siderale lontananza non solo dallo specifico problema, ma anche dai principi conclamati. Si è svolta infatti su due piani. Da una parte il papa che ammette responsabilità (ma non le proprie) e chiude le porte a buoi scappati, emana cioè disposizioni per procedere alla denuncia dei responsabili. Dall’altra però il variegato mondo di alti prelati e organi di stampa ufficiali che, come se gli abusi fossero un’invenzione, si scaglia contro il “chiacchiericcio” e il “complotto” che, per alcuni, diventa addirittura “sionista” e “giudaico”. Hanno perso la testa, è chiaro. Ma questo accade perché non hanno il cuore. Non hanno principi, valori (di cui pur tanto chiacchierano) in cui credere, se non la salvaguardia della vuota istituzione.

(Diderot)

 

 

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Il referendum alla Fiat di Pomigliano!

 

Che cosa è più importante: Il lavoro o la dignità?

 

 

Il lavoro ad ogni costo? Non può essere quando si paga con la rinuncia alla propria dignità. La dignità non ha prezzo, non è una merce e non è in vendita.

Il risultato da plebiscito che tutto il padronato e la classe politica si aspettava, non c’è stato(62,2%). Questo è un buon segno in quanto indica che c’è una minoranza di lavoratori (36%), che si oppone veramente, che vuole mantenere la propria dignità e non accetta di ritornare all’epoca schiavista. Tra le schede nulle scrutinate sono state trovate frasi di questo tipo: “Fallo tu lo schiavo!” – “Andate a faticare!”. Ciò dimostra “l’adorazione” che hanno per la propria classe dirigente!

Non si può mantenere il lavoro “a qualsiasi costo”, non si può svendere il proprio corpo, la propria morale, tradire le proprie idee ed i propri principi pur di mantenere un  lavoro. La propria dignità vale più del lavoro e del denaro. Anche se si rimane disoccupati, anche se si rimane senza soldi per se stesso e per la propria famiglia, non si può accettare il ricatto padronale.

Secondo me hanno sbagliato completamente coloro che hanno votato per il Sì all’accordo. Si dovrebbero vergognare! Sono andati contro i propri interessi e principi per paura! Dimostrano di non avere dignità. Era meglio votare No, eventualmente rimanere senza lavoro, cercarsene un altro, ridurre le spese il più possibile cominciando con l’eliminare vari falsi “bisogni indotti”, in una parola arrangiarsi il più possibile e, al limite, se proprio impossibile, morire di fame se stessi e la propria famiglia, buttarsi dal ponte, ma mai e poi mai accettare la schiavitù. Io sono per la ribellione rivoluzionaria piuttosto che per il suicidio. Comunque troverei molto più dignitoso il suicidio che il cedimento al ricatto economico. Non si può seguitare a vivere all’infinito in un mondo di alienati. E’ sgradevole triste e faticoso.  Non c’è nessun benessere! Non si può seguitare a vivere in funzione degli oggetti e trasformare la propria persona in oggetto. Sta scomparendo la filosofia della vita in quanto ogni cosa, compreso la persona, viene monetizzata. In funzione del Dio Denaro non si rispettano gli amici, si abbandonano gli affetti, si imbroglia, ci si prostituisce, si ammazza, si rinuncia al proprio patrimonio ideale e morale.

Le persone che hanno votato Sì dicono di averlo fatto per mantenere il proprio posto di lavoro e per i propri figli. Ma che cosa danno ai propri figli? La schiavitù? Gli trasmettono una pessima eredità ed un pessimo esempio. Non è vero che fanno il loro bene, fanno il loro male!

Se non si è capaci di soffrire-lottare e morire per le proprie idee e per la propria morale non si può avere dignità. Secondo me, come persone,  sono degni di rispetto i kamikaze musulmani dell’Afghanistan e dell’Iraq che si imbottiscono di tritolo e si fanno saltare in aria per la loro causa. Io non condivido minimamente la loro finalità integralista-musulmana che reputo reazionaria,  però le trovo molto coerenti perché agiscono in base a ciò che pensano, senza nessuna paura. Quando gli oppositori italiani  avranno questa capacità, allora si potrà veramente cambiare l’Italia.  Non si può pensare in un modo e agire in un altro!

I dirigenti della Fiat non si accontentano della vittoria del 62,2%. Dicono che è troppo poco. Chiedevano la capitolazione di tutti i dipendenti dello stabilimento perché vogliono  l’annullamento della personalità proletaria del lavoratore ed un ritorno alla prostrazione dello schiavo. Non può essere! Non si possono riportare indietro le lancette dell’orologio della Storia all’epoca di Nerone. L’orologio si può fermare perché si sono scaricate le batterie. Il tempo necessario per introdurre una pila nuova e poi riparte. I dirigenti della Fiat dimostrano di non essere imprenditori ma schiavisti. Non sono moderni, sono antichissimi!

 

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Non solo la classe padronale ma anche la classe politica si aspettava un vero plebiscito a Pomigliano. Tutti erano convinti che il Sì avrebbe         stravinto,  se non con il 100%, ma quasi. Tale convinzione veniva dal fatto che loro, al posto dei lavoratori, avrebbero votato per il Sì. Questo perché sono senza nessuna dignità, altrimenti non sarebbero potuti arrivare a ricoprire quelle cariche. Dirigono l’Italia senza dignità! La divisione vera non è tra Sinistra e Destra ma tra persone dignitose ed alienate.

Al 36% dei lavoratori che si sono schierati per No va tutto il mio rispetto, questo avvenimento mi rende contento, non è stata una battaglia facile! Nello stesso tempo penso che ci sia una sopravvalutazione di questo risultato perché il 62,2% dei Sì rappresenta una forte maggioranza. Secondo me più che dedicarsi a tante proteste contro il padronato che  si è dimostrato, come sempre nel passato, insensibile, di pietra, io credo che sia molto più importante rivolgersi a coloro che hanno votato per il Sì per far comprendere cos’è la dignità,  piuttosto che insistere sull’aspetto del miglioramento economico. Tanto il padronato con una mano ti da 10 e con l’altra ti toglie 100. La realtà di oggi e la storia del dopoguerra lo dimostrano chiaramente. La lotta  centrata sul campo economico è perdente.

 

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Come si fa a capire le ragioni della Fiat e quelle del mercato? Il mercato è la vita delle merci e la morte delle persone. Se la fabbrica Fiat di Pomigliano dovesse chiudere e trasferirsi in Polonia, come minaccia Marchionne , che ci vada lui e tutta la famiglia Agnelli, la fabbrica rimane in Italia, si può espropriare, socializzare e continuare la produzione in modo autogestito. Sicuramente andrebbe molto meglio di adesso. Se un simile progetto non si può realizzare subito, il che è più che certo, si può lottare affinché si attui nel tempo. Solo uno scatto di dignità da parte della maggioranza degli Italiani può rendere realizzabile un simile progetto che, secondo me, è l’unico che può riportare la Fiat e l’Italia sulla strada del progresso umano.

 

24/6/10                                                                                                    Antonio Mucci                      

 

 

 

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EDUCARE NEL «CRATERE»\1                     

 

L’ A Q U I L A: le marginalità sociali dello shock, gli scenari dell’educazione

 

INDICE:

Lo shock e le «emergenze»

Le sorgenti della marginalità sociale

Resistere alla marginalità: comunità aperte

 

Lo shock e le «emergenze»

Il mondo non viene spiegato già con lo spiegarlo? No.

La maggior parte delle spiegazioni sono giustificazioni.

Dominio popolare significa dominio degli argomenti.

Il pensiero sorge dopo delle difficoltà e precede l’azione.

                                                 B. Brecht

 

Ad un anno dal sisma L’Aquila «è ancora una città fantasma» 1. La città è ridotta all’osso nei suoi abitanti, l’economia e il mercato locale sono al collasso, la situazione è a dir poco drammatica: milioni sono le ore di cassa integrazione, migliaia i posti di lavoro andati in fumo, con famiglie dove capita che a restare disoccupati siano due dei componenti. Per leggere e comprendere gli attuali scenari può essere indicativo utilizzare il paradigma interpretativo della shock economy, analizzare cioè come vengano applicate politiche senza il consenso popolare approfittando di uno shock causato da un evento contingente (provocato ad hoc per questo scopo oppure generato da cause esterne), che hanno, come conseguenze sociali, una crescita della disoccupazione ed un generale impoverimento della popolazione2.

Si attende il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock per poi sfruttare le risorse pubbliche allo scopo di ottenere un guadagno privato mentre gli abitanti sono ancora disorientati; si agisce quindi rapidamente, per rendere «permanenti» quegli interventi «giustificati» sul momento dai più perché visti in relazione alla «emergenza». In altri termini, una tragedia o, come nel caso tutto italiano, un cosiddetto «grande evento», diventa per pochi una grande opportunità: privatizzazione degli interventi di costruzione o ricostruzione, meno tasse, meno regole, manodopera meno costosa, controlli pressoché inesistenti, lavoro nero, libertà di tagliare i costi sulla prevenzione e la sicurezza del lavoro, sulle misure igieniche e di protezione degli operai, più libertà di subappaltare e subappaltare3. Un grande evento è

 anche il terremoto che ha colpito L’Aquila. Superprofitti per megadisastri, con un minor ricorso possibile a gare pubbliche e amplissime deroghe alle regole4. Persino la progettazione della ricostruzione della città è stata appaltata all’esterno, con il risultato di un nuovo assetto urbano irrazionale e totalmente riconfigurato. L’assoluta mancanza di un progetto complessivo ha trasformato l’intero territorio e ha ridefinito la vita dei cittadini, senza alcuna condivisione da parte degli stessi, in termini di sradicamento, emarginazione, aumento della mobilità, pendolarismi, congestione, dequalificazione degli insediamenti abitativi. Adriano Paolella 5 ha spiegato che la città che va conformandosi è definita dalla sommatoria delle nuove abitazioni – non provvisorie ma provvisoriamente utilizzate – e quindi definita da una delle componenti, quella residenziale, trattata in «emergenza» tra quelle che determinano la qualità della vita urbana. In

sintesi, va conformandosi una città che ricalca le stesse logiche, seppure con finalità apparentemente diverse e con i fondi pubblici, con cui la speculazione immobiliare ha destrutturato, congestionato e degradato la vita delle città contemporanee6: «le aree di intervento sono disseminate su tutto il territorio comunale. Non sembrano seguire nessuna logica urbanistica se non quella della disponibilità immediata dell’area. Il carattere della loro casualità si riconnette intimamente a quel processo finitamente spontaneo che sta all’origine di tutte le periferie italiane. Noncuranti della forma urbana, presupposto per ogni qualità di vita, le aree di intervento insistono su aree in aperta campagna (che mai potranno essere servite dal trasporto pubblico, precludendo a priori ogni soluzione di mobilità sostenibile), si pongono come saldatura fra due nuclei urbani esistenti (distruggendo i borghi e alterando il rapporto fra città e campagna), sono localizzate lungo le principali direttrici di accesso alla città centrale, avamposti di un futuro nastro urbano continuo: la ‘macchia d’olio’ tanto contrastata dalla più aggiornata teoria urbanistica»7.

La tattica usata per l’intervento, la cui velocità, subitaneità e portata dei mutamenti provocano reazioni psicologiche nell’opinione pubblica tali da «facilitare l’adattamento», è quella definita «dottrina dello shock» o «shockterapia»: «soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano [...]: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile. [...] Imporre un mutamento rapido e irreversibile

 prima che la società tormentata dalla crisi torni a rifugiarsi nella ‘tirannia dello status quo’»8.

In effetti, la velocità delle operazioni ha battuto il tempo di percezione dei terremotati, resi letteralmente incapaci di agire e reagire poiché ancora immersi in un’atmosfera di panico, di confusione, di lutto, di dolore collettivo. Nel mascherare e nascondere le reali manovre, nel disincentivare all’approccio critico – necessario innanzitutto per riflettere sul fatto che i disastri dovrebbero in qualche modo sospendere almeno momentaneamente gli interessi privati e rappresentare, invece, un momento in cui tutti si uniscono per il benessere collettivo (possibilità, questa, rapidamente

abbandonata e senza dibattito pubblico) – ognuno ha a suo modo contribuito:

Il Signore ha voluto che in questa settimana santa, in un qualche modo ... anche loro [i terremotati] partecipassero ... diciamo così ... alle sofferenze della sua passione ... capire i misteri di Dio è sempre molto difficile, cari amici ... leggere i misteri di Dio è molto difficile ... vogliamo vedere anche in questo, cari amici, anche in questa tragedia ... vogliamo vedere qualcosa di ... non so come dire ... di positivo ... in fondo il Signore quando ci fa partecipare alle sue sofferenze è perché vuol farci anche partecipare al dolore della sua resurrezione9.

Dal nostro punto di vista, abbiamo semplicemente avuto conferma di come si possano applicare misure radicali di ingegneria sociale ed economica sfruttando in pieno proprio il momento di profondo disorientamento, di estrema paura e ansia, di trauma, di regressione collettiva. Attimi così descritti da Giovanni Pietro Nimis: «per quanto concerne il culto della memoria, la guerra e il terremoto stanno agli antipodi. Se davanti alla guerra si prende partito, ci si assoggetta, volenti o nolenti a una qualche prolungata partecipazione (da cui viene il gusto dei ricordi), all’istante del terremoto si

rimane passivi, sbigottiti, proiettati, nello stesso momento, all’origine e alla fine del mondo. Finendo paralizzati, senza motivo d’orgoglio, affondati semmai nella paura – quando non addirittura nel panico – e chiusi nel proprio egoismo. Un po’ come i reduci dei campi di concentramento, tornati da allucinate esperienze che superavano il senso comune, dove avevano sperimentato la rabbia di vivere e l’istinto animale necessario per sopravvivere a una stagione che segnava per sempre la loro vita, mancando il vocabolario lessicale e concettuale (a meno di essere Primo Levi) necessario a raccontare l’orrore»10.

Ebbene, è questo il momento intercettato da chi attende di ritrovarsi davanti ad una tabula rasa su cui poter costruire, una ‘terra di nessuno’ da colonizzare dove, liberisticamente, chi è più debole perde. I sopravvissuti al disastro, però, vogliono ben altro che una tabula rasa: vogliono salvare il salvabile e iniziare a riparare ciò che non è stato distrutto, vogliono riaffermare il proprio legame con i luoghi in cui sono cresciuti. Come neutralizzare queste istanze? «Dalle tende alle case» è lo slogan tempestivamente coniato e diffuso in ogni angolo dall’industria della propaganda, che, tradotto in pratica, ha comportato: da un lato, il prolungarsi della bestiale permanenza forzata nelle tendopoli, lo

 spopolamento di massa e la militarizzazione del territorio; dall’altro, il concretizzarsi di quella tabula rasa, di una corsia privilegiata su cui far correre il ‘nuovo che avanza’. Nessuna interpretazione della reale emergenza. L’operazione mediatica ‘dalle tende alle case’ ha escluso dalle proposte qualsiasi altra possibile soluzione provvisoria, qualsiasi riferimento al passato, tanto che dai dibattiti e dai progetti sulla ricostruzione sono mancati fin da subito alcuni elementi: le responsabilità politiche delle 308 vittime, le vite delle decine di migliaia di persone stanziate nelle tendopoli o sfollate, il loro passato e le loro aspettative, la ricostruzione sociale, le questioni centrali del lavoro e del salario. In Friuli si diceva «prima il lavoro, poi la casa, dopo le chiese. Lassù, in Friuli, molti osservatori constatano che la ricostruzione è stata la scintilla del boom economico del Nordest di fine secolo»; nei centri del cratere del terremoto aquilano, invece, «la parola lavoro (e innanzitutto quello connesso alla ricostruzione) deve essere ancora pronunciata»11. Una tabula rasa, quindi, da cui poter trarre grandi opportunità, «quell’impossibile foglio bianco che si può raggiungere solo con qualche cataclisma»12. Come hanno spiegato gli urbanisti del Comitatus aquilanus: «Dalle tende alle case [...], una scelta che ha assunto i contorni di una seconda emergenza ancora più critica della prima (messa in sicurezza della popolazione). La soluzione adottata, o meglio imposta, appare come una singolare sintesi tra negazione dell’autodeterminazione, sfoggio di tecnicismo asettico tale da configurare solo una semplificazione estrema della ricostruzione, deprivata di contenuti culturali e sociali»13.

E ancora:

   Prove di dittatura soft [...]. L’Aquila è stata sequestrata così come i suoi abitanti,consegnati nelle new town, prototipo di controllo sociale e fonte di ricchezza per i costruttori che all’alba del terremoto «ridono» [...]. Una deportazione di massa nella periferia del nulla, la old city non c’è più mentre lontano fioriscono le costruzioni a schiera, arredate secondo il gusto del Grande fratello, e da riconsegnare integre [...].

Le case tirate su a tempo record [...] molto costose, hanno esaurito i fondi per la ricostruzione. Ma è chiaro che in programma non c’è mai stato il restauro della città[...].

   Questa è la cultura del privato, delle vite spezzate, senza spazio pubblico, alimentate dagli schermi tv ultrapiatti elargiti a ogni famiglia, dove l’orizzonte è largo come il salotto [...]. Il linguaggio che parla di centro storico, beni comuni, relazioni d’affetto, piazza come luogo d’incontro, opere d’arte da salvare, vite intrecciate da profumi e sapori, modernità come rielaborazione del bello, non arriva all’efficiente paladino dell’emergenza [...].

   Dopo lo shock gli aquilani si sono svegliati, e vedono la rete metallica che chiude il ghetto dette tendopoli dove non si può né entrare né uscire senza permesso, vedono i militari e i poliziotti incaricati di strappare i manifesti di protesta, di togliere la parola ai dissidenti. Licenza di violare i principi di libertà individuale in nome dello stato di eccezione [...] L’ordinanza che permette ogni deroga alla legge e consegna il potere di costruire su terreni agricoli non edificabili, di erigere casermoni destinati a utilizzo privato, di sospendere le regole, gli appalti...14

In breve: sospensione temporanea delle consuetudini democratiche, applicazione di un’agenda politica impopolare, prime e manifeste conseguenze sociali del «trattamento shock», sorgente delle successive patologie sociali. Non molto tempo fa, ha affermato Naomi Klein, i disastri erano «momenti di livellamento sociale», rare occasioni in cui le comunità frammentate mettevano da parte le divisioni e ritrovavano la coesione. Oggi, sempre più spesso, i disastri sono l’opposto: «ci mostrano in anteprima un futuro crudele drammaticamente diviso» in cui la possibilità di ripresa si

 compra con il denaro e con lo status sociale15. La stessa emergenza «non è uguale per tutti. Qualcuno ci diventa ricco. Qualcun altro ci perde la salute»16. Anche l’emergenza è un affare: affare mediatico, politico ed economico. Un affare da prolungare il più possibile, anche se la conseguenza è quella di violentare la storia e il presente di una città, e svuotarla per lunghi mesi, se non per sempre, di buona parte dei suoi abitanti: «dopo ogni sisma, le zone maggiormente colpite hanno subito ovviamente un temporaneo spopolamento. Gli interventi di questo strano post-terremoto sembrano però volere rendere permanente – o almeno duraturo – ciò che prima era temporaneo»17.

L’emergenza ricostruzione dovrebbe concludersi nel 2032, perché i fondi per la ricostruzione, la vera ricostruzione, quella dei tanti edifici lesionati dal sisma, sono affidati dall’attuale decreto ai Gratta e Vinci e a Lotterie simili18.

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Per altri vent’anni si parlerà quindi di «emergenze», che, affrontate singolarmente di volta in volta, trasformeranno inevitabilmente in modo permanente ciò che era in «un mondo diverso»: «L’Aquila ‘bella’ si ripopolerà per enclaves determinate dagli interventi di chi potrà e dalle logiche speculative [...]. Sarà un mondo diverso, L’Aquila si dilaterà,

colmando gli spazi tra un centro vuoto di gente e di funzioni e le sue tante new town, saldandosi inevitabilmente con esse con le ben note modalità che caratterizzano le periferie ‘spontanee’, estranee a qualsiasi riflessione sull’assetto del territorio»19.

 

1) Censis, 43esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. // 2) «Definisco ‘capitalismo dei disastri’ quei raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a eventi catastrofici, legati a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato». Naomi Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, BUR Rizzoli, Milano, 2009, p. 12. // 3) Sulla vicenda si veda lo studio di Manuele Bonaccorsi, Potere assoluto. La Protezione civile al tempo di Bertolaso, Alegre, Roma, 2009. // 4) Sui costi delle new town aquilane cfr. Ivi, pp. 102-103. Il progetto C.a.s.e. (complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili), 19 aree per 184 palazzine da tre piani, circa 4.500 appartamenti temporaneamente assegnati a quasi 17.000 persone, per un costo di 710 milioni di euro. 2.700 euro al metro quadrato, il costo di una villa di lusso, calcolando che un metro quadro di edilizia residenziale in genere costa 1.000-1.200 euro al metro quadro. I Map (moduli abitativi provvisori), ovvero 1.500 casette di legno a un piano, sono invece riservate agli sfollati dei piccoli comuni dell’aquilano. Ospiteranno 4.500 persone. La spesa è di 78 milioni di euro, 1.000 euro al metro quadro, 52mila euro a casetta. Per intenderci, un metro quadro del C.a.s.e. costa 2,6 volte una casetta di legno; per un appartamento delle new town si spende il triplo rispetto ai prefabbricati. Con lo stesso denaro del C.a.s.e., ai costi delle casette in legno si sarebbero potuti costruire 13mila appartamenti (contro i 4.500 del C.a.s.e.), per 679mila metri quadri (contro i 255mila del C.a.s.e.) dando un alloggio ad oltre 40mila sfollati. Mentre la somma dei due proggetti, C.a.s.e. e Map, si ferma a solo 20mila sfollati, costringendo migliaia di persone ad una diaspora. // 5) Adriano Paolella, architetto, esperto di pianificazione e progettazione ambientale e docente di tecnologia presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria. //

6) Adriano Paolella, Ma quale ricostruzione?, «A», rivista anarchica, ottobre 2009. // 7) Comitatus aquilanus, L’Aquila. Non si uccide così anche una città?, a cura di Georg Josef Frisch, Clean, Napoli, 2009, scaricabile su www.eddyburg.it, p. 18. // 8) Naomi Klein, cit., p. 13. // 9) Dichiarazione di Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, a poche ore dal sisma del 6 aprile 2009, http://sabinaguzzanti.it/forum/topic.php?id=653

10)  Giovanni Pietro Nimis, Terre mobili. Dal Belice al Friuli dall’Umbria all’Abruzzo, Donzelli, Roma, 2009, pp. 10-11, il corsivo è dell’autore.

11) Comitatus aquilanus, cit., p. 24. // 12) Naomi Klein, cit., p. 27. // 13) Comitatus aquilanus, cit., 22. // 14) Mariuccia Ciotta, Fermo immagine sulla barbarie, «Il Manifesto», quotidiano comunista, 14 maggio 2010. //  15) Naomi Klein, cit., p. 472. // 16) Manuele Bonaccorsi, cit., p. 39.

17) Comitatus aquilanus, cit., p. 22. // 18) Manuele Bonaccorsi, cit., p. 39. // 19) Comitatus aquilanus, cit., p.

25.

 

                                           Edoardo Puglielli (maggio 2010) (...continua nel prossimo numero)

 

 

 

                               

 

NO AL PROGETTO ANAS- VARIANTE SUD CHE PUNISCE I BORGHI DI SAN GREGORIO E ONNA

 

L’ANAS ha approvato il progetto definitivo relativo ai lavori della S.S. n. 17 dell’Appennino Abruzzese, “Variante Sud” collegamento II lotto –Bazzano - Onna- San Gregorio.

 

L’inizio lavori è imminente poiché è già è stata indetta la gara di appalto.

Il progetto ANAS SpA prevede:

1) L’OCCUPAZIONE ED ESPROPRIO DEI TERRENI ricadenti nel tracciato in località “PEZZOGRANDE” - ossia tutta l’area agricola che collega San Gregorio ad Onna - per la costruzione di una SUPERSTRADA SOPRAELEVATA, realizzata integralmente sul terrapieno alto 6 - 8 m, con il relativo SNODO stradale (di dimensioni abnormi) previsto per la viabilità del paese di Onna, a pochi metri dal centro abitato ed adiacente ad una abitazione privata;

2) Un IMPONENTE SVINCOLO costituito dal VIADOTTO a due corsie (strada anch’essa sopraelevata che sovrasterà due abitazioni) per lo scavalco ferroviario lungo 360 m costituito da 12 luci, da DUE RAMPE d’accesso a raso al medesimo nonchè da una MEGA ROTATORIA del diametro di circa 100 m con i relativi 5 accessi, prevista a ridosso di un’altra abitazione;

3) L’AMPLIAMENTO della sede viaria relativo al primo tratto della subequana s.s. 261 e della S.S.17, con un nocumento irreparabile alle altre abitazioni interessate.

Si sottolinea che tutto il territorio interessato alla realizzazione della Variante Sud è classificato dal PIANO STRALCIO DIFESA ALLUVIONI DELLA REGIONE ABRUZZO come area ad ALTO RISCHIO IDROGEOLOGICO!

La realizzazione dell’opera in programma avrà degli effetti irreversibili e rappresenterà un vero e proprio disastro ambientale per le frazioni di San Gregorio ed Onna, con conseguenze impattanti sulla popolazione delle rispettive comunità che vedranno del tutto stravolta la loro vita quotidiana, con irreparabile pregiudizio alla sfera personale e di relazione, impedendo, di fatto, il processo di RICOSTRUZIONE DEI DUE CENTRI COLPITI DAL SISMA.

Si precisa che l’ANAS, in deroga alla procedura ordinaria imposta ex lege per questa tipologia di intervento ha, invece, fatto “passare” la costruzione della Variante SUD come un’opera urgente legata al terremoto, quando, invece, come è noto, l’intervento relativo alla suddetta viabilità rientra nella pianificazione del piano pluriennale ANAS 2003-2011!!!!

Per tali ragioni è alcuni cittadini hanno presentato un ricorso al TAR per impedire la costruzione della Variante Sud chiedendo all’Anas di rispettare la delibera consiliare del Comune di L’Aquila n. 14 del 2004 che prevede la delocalizzazione del tracciato per lasciare indenni gli abitati di SAN GREGORIO e ONNA e traslare la strada per collegare i nuclei industriali di BAZZANO e FOSSA al fine di decongestionare la S.S. 17 dal traffico dei mezzi pesanti.

Posto che il ricorso ha dei costi inevitabili e considerato che il problema non riguarda solo i residenti nell'area interessata abbiamo ritenuto opportuno appoggiare l'iniziativa di questi cittadini promuovendo una raccolta fondi per contribuire alle spese. Vi invitiamo, pertanto, a sostenere l’iniziativa versando sul conto: IBAN: IT96R0604003601000000156154 presso Carispaq S.P.A intestato a: ONLUS SAN GREGORIO RINASCE indicando nella causale la dicitura "ricorso variante".

Presentato da: Angelo Jonas Imperiale

 

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QUATRA’!!! DICE CHE… APRONO LE CASE MATTE!

 

 (manifesto di CaseMatte ottobre 2009)

 

 

Quando più di 6 mesi fa abbiamo deciso di far nascere un comitato non avevamo alcuna idea di cosa sarebbe accaduto. Dopo sei mesi di attività una cosa l’abbiamo capita: fino a dove non si sa, ma la determinazione ti fa andare avanti. Ci ha portato fin qui, non era scontato. Perché quando si da vita e continuità ad un percorso si va incontro a piccole conquiste, a dolorose sconfitte, ad inevitabili errori. Un percorso fatto di condivisione, impegno sociale ed autorganizzazione. In questo modo quello che sembrava impossibile , unendo forze e intenti, diventa man mano possibile, reale. E la vita così è migliore, la felicità e le energie aumentano.

E’ con questo spirito che una mattina che faceva più freddo abbiamo deciso di venire a Collemaggio per recuperare, occupandolo, uno stabile. Via Strinella – la piazza e il campo autogestito nati quest’estate col comitato 3e32 – non era il luogo adatto dove sopravvivere all’inverno. È un parco della cittadinanza e come tale andava restituito alle sue funzioni.

Così dopo due mesi tra lavori e peripezie varie in questo bellissimo luogo ecco che aprono le CASEMATTE. Non più un campo ma delle case. Non più l’emergenza ma l’inizio di un progetto concreto per la vita di questa città, L’Aquila.

Troppo in questi mesi non si è fatto o non si è fatto abbastanza. La popolazione di queste montagne è stata costretta a lasciare il suo grande potenziale inespresso. La sua forza e la sua volontà d’animo sono state forzatamente sostituite dal prolungato ruolo di vittima, ruolo appiccicato dalle stesse persone che hanno invece sfruttato largamente un’altra caratteristica degli aquilani: la gentilezza.

E’ importante invece – adesso più che mai – ripartire dalle proprie possibilità attraverso l’autorganizzazione. Non si può assistere passivamente alla ri-costruzione perché vorrebbe dire farsi ri-costruire, prendendo l’identità di qualcun altro o qualcos’ altro.

Il lavoro che ha permesso l’apertura delle CASEMATTE è stata un’occasione incredibile per sperimentare le proprie capacità, confrontarsi con gli altri, imparare nuove pratiche oltre la forte separazione del lavoro e dei saperi che normalmente vige nella società.

L’intero comprensorio di Collemaggio è un luogo che naturalmente dovrebbe essere destinato ai luoghi di aggregazione e partecipazione della cittadinanza. E’ quello che la Legge Obiettivo del ‘98 prevede tramite la rivalutazione sociale e strutturale degli stabili dell’ex Ospedale Psichiatrico, praticando modalità inclusive con gli utenti del servizio di salute mentale. Noi vogliamo che questa legge si applichi. Purtroppo invece ad ascoltare la Asl e la politica locale già si parla di vendita dell’intera area per rimpinguare le tasche della sanità abruzzese di cui conosciamo le tristi storie recenti. Vendita non si sa a chi e non si sa per fare cosa. La speculazione è dietro l’angolo con gli interessi economici di qualche privato messi davanti a quelli della comunità.

Per questi motivi abbiamo occupato, recuperandolo, questo stabile all’interno del comprensorio dell’ex Ospedale Psichiatrico di Collemaggio in disuso già precedentemente al 6 aprile. Presidio permanente per la ricostruzione e contro le speculazioni sulla nostra città. Con le nostre forze e autofinanziandoci l’abbiamo ristrutturato rendendolo funzionale.

Le CaseMatte sono uno spazio sociale autogestito. Le sottoscrizioni sono per portare avanti le attività del comitato e per concludere i lavori iniziati. La buona riuscita delle iniziative dipende dal comportamento responsabile di tutte e tutti. Tante sono le attività e le iniziative che abbiamo voglia di sviluppare in questo luogo: laboratori multimediali di informazione, officina di autocostruzione e riparazione basata sul recupero, spazio di condivisione di arti e cultura, sala prove musicale, contesto ricreativo, una radio libera, biblioteca e molto altro.

Chiunque partecipando può contribuire al suo sviluppo. Questo non è insomma un esercizio commerciale ma un laboratorio di ricostruzione anche sociale. E molto c’è ancora da fare, è solo l’inizio.

 

E’ senza padroni che si ricostruisce una città!              

    

 

presentato da un frequentatore del bar di CaseMatte – L'Aquila

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

 

Uno sguardo al lato oscuro dell'economia internazionale: manie speculative, crisi finanziarie e azzardo morale. 

 

Alle origini dell'attuale disordine finanziario globale.

 

Per capire uno dei lati più oscuri del capitalismo globale, e cioè il verificarsi di crisi economiche originate da scompensi finanziari, occorre fare i conti con alcune importanti pagine di storia economica ed, inoltre, approfondire alcuni concetti e dinamiche strettamente collegate con il funzionamento del mercato internazionale dei capitali.

La complessità della materia rende insufficiente la semplice conoscenza di quei fattori di rischio (individuati dagli economisti), in presenza dei quali aumenta la probabilità di una crisi finanziaria.

Squilibri macroeconomici di varia natura, indebitamento e squilibrio dei conti esteri, lenta crescita economica, inflazione e instabilità politica sono tutti fattori che preludono il crack finanziario di un'economia. Tuttavia diversi possono essere le dinamiche e la concatenazione di questi fattori e, sopratutto, è bene interrogarsi sul ruolo degli Stati rispetto alle possibili scelte di politica economica prima e durante le fasi turbolente.

Nelle pagine a seguire si farà cenno ad un modello astratto utile all'interpretazione delle crisi finanziarie globali per poi passare in rassegna le fasi salienti del caso argentino 2000 – 2002. Lungi dal voler giungere ad una comprensione esaustiva del fenomeno, si vuole qui suggerire una prospettiva critica dell'assetto finanziario globale che poggi su basi economiche.

Sebbene l'economia mondiale abbia sperimentato la mobilità dei capitali, già negli anni che precedono il primo conflitto mondiale, il fenomeno, cosi come lo conosciamo oggi s'è diffuso solo a partire dalla metà degli anni settanta del secolo scorso.

In linea di principio, l'abbassamento delle barriere che ostacolano il flusso dei capitali consente la migrazione di risorse finanziarie da quei paesi che le hanno accumulate verso quelle economie bisognose di finanziare il loro sviluppo economico.

Purtroppo, Il tratto che distingue gli investimenti transnazionali nella moderna economia globale è il fatto che buona parte di questi è altamente volatile e con scadenze a breve termine e tendono, dunque, ad assumere quella natura puramente speculativa che accresce la vulnerabilità del sistema finanziario internazionale.

Secondo alcuni politici ed economisti, gli investimenti speculativi minano alle fondamenta la stabilità dell'economia mondiale ed andrebbero assolutamente regolati.

A livello mondiale, si può affermare che il sistema finanziario del secondo dopoguerra funziono correttamente fino alla decisione (unilaterale ed assai criticata) del Presidente americano Nixon di abbandonare il sistema dei cambi fissi alla base del sistema monetario internazionale. Solo in questo modo gli Stati Uniti potevano continuare a nascondere e finanziare i crescenti costi della già poco popolare guerra in Vietnam senza alzare le tasse ma esercitando delle politiche macroeconomiche inflazionistiche.

Con questa specie di gioco delle tre carte, l'emissione di nuovi dollari (con conseguente svalutazione della valuta americana) da un lato, e la conseguente libertà di tutti gli Stati di manovrare sui tassi di cambio dall'altro, si ponevano le fondamenta del nuovo disordine economico mondiale. Disordine perché nessun sistema di regole fu definito per il funzionamento dei nuovi cambi variabili. Tuttavia, è bene chiarire che l'accelerazione dei movimenti di capitali è stata impulsata almeno da altri due fattori.

In primo luogo, con la crisi petrolifera del 1973 si realizzo quel surplus monetario in capo ai paesi OPEC propensi all'impiego di tali risorse in altre economie che, bisognose di capitali, si sono adoperate per la rimozione delle barriere legali ad ostacolo dei flussi.

In secondo luogo, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso è iniziata la informatizzazione delle procedure finanziarie e la diffusione di strumenti tecnologici che hanno ulteriormente semplificato ed accelerato la movimentazione dei capitali.

E' ora chiaro che, in assenza di qualsivoglia meccanismo regolatorio, le trasformazioni della finanza moderna abbiano portato all'aumento vertiginoso da parte dei banchieri di forme di investimento a breve termine rendendo altamente vulnerabili i debitori (dove per debitori intendiamo intere economie e le loro popolazioni) agli improvvisi cambiamenti nelle preferenze degli investitori.

 

Capire le crisi finanziarie: il modello di Hyman Minsky.

 

Sistema Monetario Europeo (1992), Messico (1994) e Asia orientale (1997) sono alcune delle vistose e ricorrenti crisi finanziarie. Sebbene la maggioranza degli economisti abbia minimizzato queste crisi continuando a professare la

 

 

 

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razionalità intrinseca dei mercati, Minsky ha elaborato una teoria della instabilità finanziaria secondo cui, la genesi e sviluppo delle crisi finanziarie segue dei percorsi riconoscibili che permetterebbero in qualche modo di prevenirle o di attenuarne gli effetti.

Secondo il modello di Minsky, le crisi vengono originate da eventi eccezionali esterni all'economia (shock esogeno) come l'introduzione di una importante novità tecnologica che aumenta le possibilità di profitto in un settore economico.

A seguire, banche, fondi di investimento privati e aziende riversano sul settore in crescita risorse finanziarie e linee di credito che fungono da motore per una ulteriore crescita economica (boom di investimenti). Si attiva cosi un processo cumulativo: investimenti – crescita – investimenti.

Tuttavia gli investimenti assumono scadenze sempre più a breve termine, e le prospettive di alti guadagni aprono la strada alla deriva speculativa. Il gioco è fatto: prima o poi lungo il sentiero speculativo si diffonde la percezione che il mercato abbia raggiunto il suo picco ed il comportamento di pochi investitori, desiderosi di salvaguardare i propri capitali (o di investire in un altro mercato dai rendimenti comparativamente migliori), disinvestono dando il segnale alla “mandria” che si scatenerà nella folle e disperata corsa alla liquidità e ad alienare titoli con conseguente crollo e strangolamento di un intero settore economico divenuto essenziale per quell'economia.

Passatemi la retorica perché ci sta davvero tutta...gli attori di mercato, sono sempre attori razionali?!

Lo schema delineato mette in risalto come la speculazione finanziaria sia un fenomeno gregario che può assumere i tratti della follia collettiva. Comunque non finisce qui, in una prospettiva critica mi sembra opportuno evidenziare possibili comportamenti razionali eticamente assai discutibili.

Sebbene la teoria economica assuma a priori che gli attori di mercato siano attori razionali che agiscono per il soddisfacimento dei propri fini, paradossalmente la razionalità non garantisce che gli operatori economici tengano esclusivamente comportamenti giusti e responsabili.

Mi riferisco al problema dell'azzardo morale, argomento paradossalmente sbandierato da quella maggioranza di economisti favorevoli ad una impostazione liberale e senza restrizioni legali dei mercati finanziari. Questi economisti accomunati dalla fiducia nel mercato, ritengono (e purtroppo non hanno tutti torti) che certe forme di intervento nell'economia (il nodo è proprio quello di trovare le forme per migliorare il funzionamento dei mercati!) finiscano per rendere ancora più incauti e spregiudicati gli investitori internazionali.

Si allude qui agli ambigui effetti dell'attività del Fondo Monetario Internazionale a cui si farà a breve cenno parlando della crisi Argentina di circa dieci anni fa.

L'idea di fondo è che, la presenza di una istituzione che svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza per il salvataggio delle nazioni in crisi, abbia incoraggiato, gli Stati ad adottare politiche economiche dissennate e, gli investitori che hanno convogliato i capitali in queste economie a procedere senza una adeguata valutazione del rischio. Le due parti pare tendano ad essere confortate dalla consapevolezza che, in fin dei conti anche se tutto finisce per andare storto interviene il Fondo Monetario Internazionale.

Peraltro, non è da escludere (e questa è una congettura di chi scrive) che la tanto criticata severità del FMI negli interventi di salvataggio (vedi il caso argentino), che impone clausole durissime per l'erogazione dei fondi di salvataggio, abbia un fine “pedagogico” tendente a disciplinare i responsabili di politiche economiche ardite o poco ponderate.

D'altra parte, secondo Milton Friedman, il caso del Messico, salvato dalla crisi scoppiata nel 1994 da un pacchetto di aiuti di 50 miliardi di dollari raccolti da FMI, USA ed altri paesi, rappresenta un caso eclatante di distorsione della regolamentazione del mercato, dato che i fondi finirono direttamente nelle mani di enti stranieri (tra cui molte banche americane) che avevano concesso prestiti dissennati al Messico, mentre l'economia messicana veniva lasciata in condizioni addirittura peggiori di quelle che hanno preceduto il “salvataggio”.

E' vero, i rilievi appena fatti mettono in luce alcune (e non tutte!) delle difficoltà all'implementazione di meccanismi ed istituzioni che possano arginare gli effetti devastanti della finanza globale, tuttavia, alla luce delle ricorrenti crisi e manie speculative finanziarie di cui soffre l'economia mondiale, tali difficoltà non possono assolutamente esimere pensatori, governanti ed economisti dalla responsabilità di escogitare efficaci strumenti di regolazione.

 

(...continua nel prossimo numero)

 

Daniel Angelucci

 

 

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Descrizione: ilSale2

GIULIE', PIJT  'SSU SGOMBR!

 

Sentivo quei clacson. Chiuso in casa, invocando il silenzio. Lottando a tagliarli fuori. Sperando come un bambino che si stancassero. Avevo provato a rifugiarmi, nell'incombere di coprifuoco, ma ero stato raggiunto dai primi. Rabbiosi, aggrappati all'illusione disperata che per un giorno che non finirà la vita sarà diversa dal sempreuguale che ti prende alla gola con la tenacia che i desideri non avranno mai. E così ora avrei dovuto ricordarmi di ragazze con facce di madri alla guida di motorini e dei loro uomini stringere in mano i colori del proprio istante di conquistato perentorio orgasmo; branchi di famiglie uscite a sfuggire quello che li aspettava rintanato in casa; bambine a custodire margini di strada devote timide nelle loro bandierine fare ciao ai soldati con gli occhi di colpevole speranza che furono delle loro nonne.

Me lo ripetevo, solo, aggrappato alle mie mura estranee che non proteggevano, non riuscivano a farsi altrove, invase dal silenzio che rimbombava feroce nell'eco di quelle gioie lontane. Me lo ripetevo, la solitudine di quella gente era una maledizione incomparabile alla mia. Incomparabile per la dignità che la vita sa toglierti se non diventi abbastanza intimo con il dolore che ti dà.

Me lo sarei ripetuto fino a che quei clacson non si fossero spenti. Ma intanto mi perdevo a ricordarmi quant'è bella incoscienza.

Che facilità abbiamo noi uomini a farci fregare. E che bisogno. Come una buona dose di eroina che sale su, lenta, nella spina dorsale, per gettarsi nella testa spaurita, abbandonata. E fare il botto calda, luminosa, eterna in quell'attimo. Come un bengala sul mare d'estate.

 

 

Pescara, 13 giugno 2010. Promozione del Pescara Calcio in serie B.

 

L'ODORE DELL'AFRICA

 

E'

 

Nei muti pianoforti

a custodire il mare

Dalla gabbia Art déco

di superattici condonati

 

Negli zeri lasciati in bianco

tra dita scheletriche

Di chi ha nutrito i sogni

dove muoiono di fame

 

Come

 

Nelle foci infernali di Nigeria

 

Nei freddi grilletti dei bambini di guerra

 

Negli zigomi taglienti

di giovani diamanti

Attraversarci lo shopping

in silenzio feroce

Di chi non spera,

vuole.

 

Alessandro Vichi

 

 

 

 

 

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TRAGEDIE GRECHE

 

In piazza sono scesi di nuovo ad Atene, Salonicco ed altri centri urbani i lavoratori del settote pubblico (Gsee) e privato (Adedy) insieme agli studenti per manifestare contro  la riforma delle pensioni che prevede un aumento dell’ etá pensionistica, oltre a cambiamenti che fanno ancora piú flessibili i rapporti di lavoro. Si tratta del quinto sciopero generale in Grecia da quanto la troika dell’ UE e del Fondo monetario internazionale, in pratica le grandi economie del mondo occidentale,  hanno imposto un piano di austeritá, un vero programma “lacrime e sangue”  per affrontare la crisi finanziaria nel paese. Gli esperti e i ministri del governo ellenico non perdono occasione per affermare che queste misure sono necessarie per risparmiare denaro pubblico in modo che il paese esca dalla crisi. Ma ad Atene, come del resto in tutto il terittorio, i greci vivono con il timore che questa crisi non avrá fine, “perché l’obiettivo non riguarda la risoluzione a lungo termine dei problemi economici, ma quello di chiudere i “buchi aperti” al più presto possibile”. Manca, insomma, un piano strategico, misure che mirano allo sviluppo del paese, senza le quali non si puó uscire dalla recessione. Inoltre i greci si chiedono come è  possibile ottenere il consenso dei cittadini ed imporre misure pesanti nel momento in cui questi tagli vengono imposti alla parte piú debole della società, i dipendenti pubblici e i pensionati, senza che si tocchino le banche, le quali continuano ad aumentare i loro profitti oppure la chiesa ortodossa che viene esclusa dalle tasse. E fino che punto é credibile il premier Jorgos Papandreou quando afferma che “tra cinque anni il paese uscirá dalla crisi”, pur sapendo che questi 110 miliardi di euro prestati dall´ UE e dal Fmi, hanno un alto tasso di interesse che grava pesantemente sulla società.

 

E’ una ruota che gira senza fine: prendo dei soldi per pagare gli interessi del mio vecchio debito, ed in seguito prendo altri soldi per pagare un debito ancora piú alto, entrando in un circolo vizioso. In questi “giochi finanziari” il popolo greco conta poco o  meglio nulla!

 

Ricordiamo come é nata la crisi mondiale e poi il caso greco. Tutto è cominciato nel 2006 negli Stati Uniti, quando la crisi immobiliare, causata dalla semplificazione dei prestiti bancari per la costruzione delle case, ha portato migliaia di persone all’ impossibilità di pagare gli interessi. Cosi i killer economici, i soliti speculatori per sfamare il loro appetito, hanno “scelto” di investire nel petrolio, nel gas, nelle materie prime e negli alimenti, provocando l’ aumento dei loro prezzi . Questo ha provocato la crisi mondiale. Cosi i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri.

 

La domanda che si pone qualcuno è perché gli speculatori hanno scelto proprio la Grecia? La Grecia in un certo senso è il terittorio dove si svolge l’esperimento di un lobby finanziario delle grandi banche di Wall Street  e delle banche europee per distruggere l’ economia reale. E la Grecia, un paese con un economia reale debole, con un alto livello di corruzione e altri problemi economici strutturali, era una facile preda. I media nord-europei e anglosassoni sono facilmente caduti nella  trappola dei stereotipi, attribuendo la colpa ai greci e generalmente ai cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, anche se certuni aggiungono anche l’ Irlanda), ai maiali dell’ Europa, che vengono presentati come grezzi, sporchi, affamati, pronti a rubare e ad evadere dal fisco. Non a caso i cittadini nord-europei danno la colpa alla Grecia e una gran parte é stata contraria agli aiuti, in realtá ai prestiti offerti dai loro paesi, senza tener conto che i primi a guadagnare da questi prestiti sono proprio loro. Soltanto la Germania, per esempio, guadagnerá centinaiai di migliaia di euro dal prestito “offerto” in Grecia all’ ultimo momento perché l’ interesse supera il 5%. Ovviamente  questa crisi la pagherà il popolo greco, ma giá si vede nell’ orrizonte che anche altri cittadini europei, che le loro economie nazionali vengono considerati forti, sono sulla stessa via. Perché anche loro sono stati messi al mirino delle banche o meglio degli speculatori di fronte ai quali i governi europei non riescono oppure non vogliono fare nulla.

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E il popolo greco come vive questa crisi? La cosidetta generazione dei 700 euro, i giovani alle scuole e alle università vedono che non hanno futuro in un paese dove il nepotismo e la corruzione sono all’ ordine del giorno. Gli scandali emergono ovunque, nella vita politica, nella vita comune di ogni cittadino che doveva pagare le bustarelle negli enti pubblici, negli ospedali, ecc. Bisognava fregarsi per sopravivere. In piú con la crisi la gente non ha piú soldi e comincia a non avere i beni che era abituato ad avere. Non a caso si registra un aumento di criminalita non organizzata, ma della persona ‘della porta accanto’. Perché cresce giorno dopo giorno il numero dei greci che diventano poveri. Non a caso la classe media, dipendenti pubblici e privati, vedono che il loro stipendio svanisce prima che arrivi la fine del mese. I greci sono diventati ansiosi e sospetti per tutto e per tutti. Certo pure loro, cioé tutti noi greci siamo in parte responsabili per questa

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Descrizione: ilSale2

 

 

 

tragedia greca. Perché non cerchiamo di vivere con valori diversi, di diventare diversi da quelli che oggi vogliamo combattere. La linea tra una parte e l’altra non é chiara, più che altro è sfoccata.

 

Ed ora che la gente comune vede che appena riesce a sopravivere, vede che non viene aiutata dallo stato, lasciando i bisognosi con i loro bisogni, siamo ad un passo da una rivolta. Un “assaggio” di ció che potrebbe accadere abbiamo avuto durante la Rivolta del Dicembre del 2008. Allora questi sentimenti di amarezza e di angoscia si sono trasformati in furore, aggressivita e violenza. Nelle strade di Atene, Salonicco e di tutte le grandi cittá elleniche, si é registrata la storia dei piú grandi scontri nella storia contemporanea del paese dopo la caduta della giunta dei colonelli. Nello stesso tempo in tutto il mondo, da Sidney fino a Buenos Aires e da Chigago fino a Mosca sono nati movimenti di solidarietà ai giovani greci. Cosi si puó capire come dalle fiamme delle auto della polizia e dalle banche bruciate puó nascere un fiore. Cioé una nuova era di fratellanza e di solidarietà in tutto il mondo. Basta che sia chiaro chi é veramente il nostro nemico. Perché, si sa, tutti i governi hanno tanta paura del popolo, di noi quando siamo uniti e arrabiati.

 

Quei giorni, i giorni nostri e di Alexis, erano soltanto l’inizio. Quei giorni erano più che altro un “fatto nostro”, dei giovani. Ora molti, -e tra questi anch’ io-,  credono che quando la situazione in Grecia diventerá ancora piú difficile, probabilmente entro il 2011, ci sará una reazione violenta non solo dei giovani che sono i piu politicizzati e ansiozi per il loro avvenire, ma da parte di ogni cittadino che vede in queste misure un’ ingiustizia sociale. Scenderanno in piazza tutti, anche le vecchiette insieme ai loro nipoti. Perché ormai tutti vivono al limite di sopportazione.

 

In questo ambito potrebbe essere giustificata la reazione violenta, causata da anni di sofferenze e di aggressione da parte dello stato, scatenata poi dopo l´ uccisione di un ragazzo di 15 anni. Ma é ingiustificata questa continua “lotta urbana” senza un obiettivo chiaro (come la esplosione di una bomba il 24/6 dentro il Ministero della Protezione del Cittadino, affianco al ufficio del ministro Chrisochoidis, uccidendo una persona, in circostanze non troppo chiare). In Grecia, dopo “i giorni di Alexis” sono nati tanti gruppi “semi-clandestini”, i quali con la loro attivitá, hanno provocato, o meglio hanno dato l’ alibi al governo per far uscire piú poliziotti in strada, per instaurare un numero maggiore di camere di sorvelglianza alle strade, per controllare di piú la nostra vita. É vero che i media spesso sbagliano, attribuendo la colpa ai giovani rivoltosi, ma la gente comune confonde quale é il giusto e il male. Quando nel quartiere di Exarchia manifestano gli “anarchici”, i  media trovano l´ occasione per colpevolizzare tutto il movimento rivoluzionario, aggrappandosi da atti fatti da persone che sanno poco cosa significa anarchia. Ecco perché il dibattito tra gli attivisti del movimento anti-autoritario sulla tattica da seguire per la continuazione della lotta é acceso. Speriamo che questi giorni di confusione finiranno primo o poi…

 

Per concludere: la situazione diventerá sempre piú grave se noi giovani non ci opponiamo. Tutti noi. La cosa sicura é che il problema non riguarda soltanto la Grecia, nemmeno un singolo stato. É un attacco organizzato del mondo capitalistico all’ etica, ai valori e al pensiero umano, alla nostra vita. Diciamoci la veritá, in un mondo globalizzato non ci sono problemi singoli. Un’ ingiustizia in una parte del mondo provoca un’ altra ingiustizia da un’ altra parte. La lotta, peró, non é facile. Non abbiamo di fronte a noi una  minaccia con la quale possiamo misurarci con la forza fisica. Il sistema, lo status quo, é spesso invisibile, crudele, ma anche ben organizzato. Per questo bisogna agire con cautela e intelligenza, pur mantenendo la nostra rabbia. La prima, la piú grande rivoluzione e rivolta non deve essere fatta alle strade, ma dentro a noi. E poi, se noi greci, con l’aiuto di tutti, non lottiamo fino alla fine in modo che non passi questo programma “lacrime e sangue”, si apre la strada per l’  applicazione di programmi simili anche in altri paesi. Dobbiamo essere uniti e solidali. Perché solo con la fratellanza il nostro mondo diventerá una meraviglia per vivere. Il futuro é alle nostre mani…

 

adoneran@yahoo.gr

di    Alessandro Nerantzis     

Studente della Facolta dei Beni Culturali-Archeologia

(25/06/2010)

  

 

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1-giugno-2010    Moreno De Sanctis

 

Descrizione: ilSale2

 

(…continua dal numero precedente)

 

Le rivoluzioni cinesi da un punto di vista anarchico

 

La Rivoluzione Russa e l'avvento del PCC

Nel 1919 i rivoluzionari repubblicani erano ormai disillusi rispetto al liberalismo occidentale, in particolare a causa del trattamento imposto alla Cina dalla Conferenza di Pace di Parigi. Sebbene non ampiamente compresa, la Rivoluzione Russa sembrava offrire alla modernizzazione una via nuova e vincente. I Bolscevichi di  Lenin davano fiato all'anti-imperialismo allo scopo di rivolgersi ai popoli orientali per cui il Leninismo sembrava offrire non solo un programma di modernizzazione all'occidentale ed un modello rivoluzionario di successo, ma anche un modello che rigettava l'imperialismo occidentale. In Cina la Rivoluzione Russa venne inizialmente vista come una rivoluzione anarchica, a causa della mancanza di una tradizione rivoluzionaria marxista nel paese. Il giornale anarchico 'Il Lavoro' fu la prima testata a parlare a fondo della rivoluzione e lo fece in un modo che Dirlik conclude dipingendola come "una rivoluzione in perfetta armonia con le aspirazioni anarchiche." (14) Inizialmente era questa l'opinione più diffusa in Cina, per cui la Rivoluzione Russa portò ulteriore forza al movimento anarchico cinese. Intanto il leninismo cresceva anche se lentamente. Chen Duxiu era diventato un marxista e nel 1921 convocò il primo congresso del Partito Comunista Cinese (PCC).  Tredici furono i delegati in rappresentanza di  57 iscritti. Molti di loro erano effettivamente anarchici, e la natura a maglie larghe del partito a quel punto viene confermata dal fallimento del congresso di Shanghai nell'editare un manifesto e forse ancor di più dal fatto che 2 dei 13 delegati diventarono poi ministri nel governo filo-giapponese di Nanking durante la guerra.(15) Anarchici si dicevano anche molti dei partecipanti ai primi gruppi di studio sul marxismo; quello  di Guangzhou era composto inizialmente solo da anarchici e da due inviati di Mosca!
Il PCC era ancora solo una delle tante cose che si muovevano; Jung Chang & Jon Halliday scrivono "C'erano molti altri gruppi comunisti in Cina in quel tempo - almeno 7 tra il 1920 ed il 1922, di cui uno dichiarava 11.000 iscritti." (16) Agli inizi del 1913, quando il Partito Socialista Cinese venne bandito, esso contava 200 sezioni e 400.000 iscritti. Ma è importante dire che il PCC era l'unico che aveva il riconoscimento di  Mosca, per cui tra l'ottobre 1921 e giugno 1922,  il 94% dei fondi del PCC veniva da Mosca.(17) Il che permise a gran parte dei suoi attivisti di diventare organizzatori a tempo pieno, permise di stampare giornali e di aprire librerie. Uno di questi attivisti era il figlio di un ricco contadino di Hunan, Mao Tse-Tung, che lasciò il lavoro per dedicarsi a tempo pieno per il partito.

Il fascino continuo dell'anarchismo

Gli anarchici continuavano a crescere in numero anche agli inizi degli anni '20. Dopo il 4 maggio vi erano raggruppamenti anarchici a Pechino, Shanghai, Nanjing, Tianjin, Guanghzhou, Zhangzhou, Hankou, Chengdu e Changsha come pure all'estero in Francia, Singapore, Filippine, San Francisco e Vancouver. Tra il 1910 ed il 1928, si contavano 92 raggruppamenti anarchici, spesso con proprie pubblicazioni. Il picco del movimento venne raggiunto tra il 1922 - 1923 quando uscivano oltre 70 pubblicazioni anarchiche. La tiratura dei libri raggiunse le 5000 copie e quella delle cartoline degli anarchici più famosi le 50.000 copie.(18) Tuttavia il numero degli anarchici non era grande cosa se raffrontato con gli abitanti della Cina; in un articolo di Xiao Xing del 1923 sul mensile "Mutuo Appoggio" si stimava in parecchie migliaia il numero degli anarchici in Cina (19)
Quando venne fuori la realtà di quello che stava succedendo in Russia e gli anarchici divennero critici verso i Bolscevichi, la forza degli anarchici divenne una preoccupazione per il PCC. Nel 1922 Chen Duxiu rispose ad una proposta di spostare la sede nazionale del PCC nel Guangzhou dicendo "Gli anarchici qui sono dappertutto e parlano male di noi. Come si può pensare di spostarci a Guangzhou?" (20) L'incapacità degli anarchici di costruire grandi e coerenti organizzazioni sembrava non aver importanza finchè essi erano la forza principale nella sinistra rivoluzionaria. Ma agli inizi degli anni '20 era proprio questo il problema. Infatti, nonostante il lungo periodo di attività ed i grandi numeri, gli anarchici non riuscirono a costituire nessun tipo di coordinamento nazionale e neppure a livello regionale. Ci furono dei tentativi, un paio di piccoli congressi e piccole federazioni. Causa di questa incapacità fu in parte la repressione governativa, ma la ragione principale fu il fallimento di tutti gli anarchici cinesi nell'assumere seriamente la questione della coerenza organizzativa. Dirlik sostiene che negli anni '20, "gli anarchici cinesi, filosoficamente sospettosi verso l'organizzazione politica, si ritrovarono a non essere in grado di coordinare le loro attività in modo abbastanza sufficiente da poter competere alla lunga con i comunisti." (21) Dal momemto che l'anarchismo non riusciva a fornire una soluzione organizzativa all'intensificarsi della situazione rivoluzionaria, molti degli anarchici che rimasero attivi finirono in uno o nell'altro dei due poli rivoluzionari in espansione, il KMT ed il PCC.

L'alleanza PCC - KMT
Nel 1922 il PCC, dietro ordine di Mosca, si fuse con il KMT. Questa alleanza sarebbe poi  finita in un massacro,

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ma nell'immediato permise al PCC di passare dai 195 iscritti del luglio 1922 ai 58.000 nella primavera del 1927, diventando la forza maggioritaria della sinistra rivoluzionaria. Il KMT ricevette supporto e addestramento militare da Mosca, in particolare i Russi addestrarono un'elite di ufficiali sulle più moderne tecnologie militari intorno a cui formare l'esercito del KMT, ed uno di questi ufficiali fu  Chiang Kai-shek, che fece anche un viaggio a Mosca.
Da questa alleanza il PCC ottenne una considerevole credibilità quale seria forza politica, tale da aiutarlo nell'assumere la dirigenza delle organizzazioni di massa, prima nelle mani di quei disorganizzati -al confronto- degli anarchici. Tra il 1923-27 le fluttuanti organizzazioni operaie delle città, spesso formatesi grazie agli anarchici, crebbero, finirono sotto il controllo del PCC ed in conseguenza della politica di questo ne uscirono decimate al punto che il PCC non riuscì mai più ad ottenere quel livello di sostegno dalla classe operaia urbana.
La strategia del PCC era quella di lavorare nel KMT ed in particolare nell'ala sinistra del KMT per giungere al potere. Brodin, il consigliere sovietico del PCC, sosteneva che il compito del partito era quello "di fare da portatori per il Kuomintang." Erano sicuri che il ruolo dei Russi nel programma di addestramento militare nell'accademia di  Whampoa avrebbe dato loro  un notevole controllo sull'esercito, anche se in molti casi , compreso quello di Chiang Kai-shek, questo ruolo risulterà essere sovrastimato. Ebbero qualche successo qiando ci fu la scissione tra il PCC ed il KMT ed alcuni ufficiali con le loro unità passarono al PCC. In termini militari l'alleanza diede subito i suoi frutti. L'esercito del KMT meglio addestrato ed equipaggiato si dimostrò in grado di sconfiggere gli eserciti dei signori della guerra e del regime di Pechino. Il PCC fu in grado di dare valore aggiunto a queste vittorie tramite le mobilitazioni di massa degli operai e dei contadini nelle aree in cui avanzava l'Armata del Nord, la quale sotto il comando di Chiang Kai-shek iniziò rapidamente a centrare i suoi obiettivi. Nell'estate del 1925 ci furono scioperi generali a Shanghai, Hong Kong e Guangzhou in risposta alla morte di 12 scioperanti provocata dalla polizia britannica alla fine di maggio a Shangai. Qui il PCC controllava le lotte e guidò lo sciopero tramite il suo controllo sul SIndacato Generale del Lavoro. Nel Guangzhou e vicino Hong Kong comunque il PCC non aveva lo stesso livello di controllo. Nello sciopero della amministrazione pubblica c'era un Consiglio dei Delegati degli scioperanti sulla base di un delegato per ogni 50 lavoratori. Questi eventi dimostrano non solo la crescente influenza del PCC ma anche che la classe operaia delle città era diventata di diritto la maggiore forza politica.

Il KMT contro il PCC

Le prime evidenti spie di problemi nell'alleanza KMT - CCP sorsero quando Chiang Kai-shek lanciò un attacco a sorpresa contro la sinistra interna e contro  il PCC nel Guangzhou nel marzo 1926 in risposta alla crescente influenza della sinistra e del movimento sindacale nella città. Nel congresso del maggio 1926 del KMT, venne ratificata la svolta di Guangzhou e Chiang Kai-shek venne nominato capo della imminente Spedizione del Nord. Vennero posti anche dei limiti all'influenza del PCC. La risposta del PCC fu di starsene buoni e al tempo stesso cercare di continuare a costruire la propria influenza tramite la sinistra del KMT. Le notizie di ciò che era accaduto a Guangzhou vennero nascoste a Mosca. Di fronte ad una tumultuosa ondata di rivolte contadine, la reazione del PCC fu quella di condannare gli eccessi dei contadini, per timore di alienarsi l'appoggio della borghesia progressista. Chen avvertì che "Una politica agraria troppo radicale avrebbe creato una contraddizione tra l'esercito ed il governo a cui partecipa il PCC. La maggioranza degli ufficiali dell'esercito veniva da famiglie di piccoli proprietari terrieri che sarebbero state le prime ad essere danneggiarte da una riforma agraria." (22). Quando iniziò l'Offensiva del Nord nel luglio 1926, il PCC era in grado di moblitare circa 2 milioni di contadini e di operai a sostegno dell'offensiva. Nel settembre 1926 presero Wuhan dove il governo che si insediò era composto dalla sinistra del KMT sotto l'influenza del consigliere bolscevico Borodin. L'influenza della sinistra culminò il 21 marzo 1927 con un gigantesco sciopero generale a Shanghai, dove prese rapidamente il controllo della città 6 giorni prima dell'arrivo di Chiang Kai-shek. L'evento gettò nel panico le potenze imperialiste che usavano Shanghai come loro principale base in Cina come pure i capitalisti e la piccola nobiltà della città. Chiang Kai-shek ebbe così una facile vittoria ma dovette riconoscere un crescente potere del PCC al quale era deciso a mettervi fine. A Shanghai ricevette fondi da mercanti e banchieri locali ed incorporò nel suo esercito ufficiali provenienti dalle truppe sconfitte a nord. Il  6 aprile 1927 un raid nell'ambasciata sovietica a Pechino portò alla luce documenti che provavano il grado di infiltrazione russa nel KMT, vennero anche catturati 19 esponenti del PCC, compreso il segretario del nuovo partito, e messi a morte. Il 12 aprile, a Shanghai, Chiang Kai-shek, insieme a gangsters locali (con cui aveva rapporti da lungo tempo) ed alla polizia del quartiere francese, lanciò un attacco letale contro il PCC e le organizzazioni sindacali in generale. Durante gli scontri vennero uccisi migliaia di operai e di iscritti al partito, oppure messi a morte in seguito, con il conseguente smantellamento del PCC e dei sindacati. Fu di poco conforto al PCC il successo del golpe della sinistra del KMT nel Wuhan nel mese di luglio, dato che ebbe breve vita e si concluse con l'espulsione del PCC dal KMT. A disastro si aggiunse disastro per quell'anno dato che Mosca, nel tentativo disperato di salvare qualcosa, ordinò insurrezioni a ripetizione, tutte finite male e con la distruzione dell'organizzazione del PCC a livello locale. All'ordine di fare un'ultima insurrezione a Guangzhou si oppose lo stesso dirigente del PCC locale, Chang T'ai-lei che scrisse "Un'insurrezione a Guangzhou è fuori questione questa volta". Stalin diede l'ordine ugualmente, se non altro perchè gli tornava utile nel suo scontro con Trotsky, e furono 6.000 i cinesi massacrati. Ma l'insurrezione era durata abbastanza a lungo per essere presentata come una vittoria al 15° Congresso del Partito Bolscevico.

Presentato da Lia Didero

(… continua nel prossimo numero)

 

 

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Descrizione: ilSale2

 

Quest'articolo è apparso su un quotidiano romano in data 22 giugno 2010

L’impudente schiavismo della multinazionale FIAT 

Il dramma di Pomigliano:

o il lavoro come pena o la via crucis della disoccupazione 

         Per gli amanti della liturgia della retorica patria, la Fiat sarebbe una perla del patrimonio nazionale, solo perché nata in Italia. Io non sono nazionalista ma rispetto coloro che professano un sano nazionalismo, che non è quello in questione.  La Fiat è soltanto l’espressione lobbistica del padronato naturalmente amorale, il quale non ha patria, che non sia quella del profitto, dell’usura e della predazione antropozoica.  La storia della Fiat non è delle migliori: è quella di un’impresa affaristica nel senso più pedestre, gretto ed avido del termine, che ha saputo cogliere, nelle varie situazioni storiche, le posizioni più confacenti con la propria grossolana avarizia. Un collocamento nella Fiat è stato sempre ritenuto un buon partito ma solo in assenza di un’alternativa. Lo spirito caporalesco è di casa.

         E non poteva essere diversamente, essendo la Fiat una creatura onnivora del capitalismo, che è vera e propria criminalità essenziale (checché ne pensino le barbe accademiche), nel cui linguaggio la insistente economia altro non è che predonomia dal significato trasparente. Semmai ci fossero dei dubbi, l’attuale vicenda tra Polonia ed Italia non ne lascia in piedi uno solo. La Fiat pone al centro della sua attenzione – come sempre, del resto -  solo il proprio interesse, il proprio predamonio, come è naturale per qualunque attività affaristica con mire mondialiste. E tale è quell’imprenditoria e quell’industria, che i nostri ineffabili saggi Tremonti chiamano la “nostra economia” (non mia certamente) e da cui fanno dipendere il benessere – o la sopravvivenza animale, come nel caso di Pomigliano – della nostra collettività umana.  

         Assumere come fine unico del proprio produrre e vendere merci una sempre maggiore ricchezza del gruppo padronale e dei segugi maggiori (principato e corte), è proprio del costume e della sociodinamica del Medioevo. E’ vero che si è parlato di un nuovo costume e di una diversa sociodinamica al cui centro si è posto l’uomo con tutta la sua dignità. A tale nuovo costume e a tale diversa sociodinamica si è dato il nome di “Stato di diritto” e a tal fine si sono create delle condizioni giuridiche, la principale-basilare delle quali è la Costituzione repubblicana mentre prodotti legislativi specifici sono il Contratto Nazionale Collettivo del Lavoro ed una serie di leggi di valore attuativo.  Ad onor del vero anche alla legislazione del Ventennio si devono delle innovazioni, specie in tema di previdenza e di assistenza, che sono arrivate fino a noi anche se -  per rispetto di un clima di contrapposizione ideologica, che si sarebbe dovuto esaurire con la fine della guerra – si preferisce non parlarne.Si deve comunque alla Prima Repubblica il primo vero tentativo di realizzare un vero Stato di diritto, che è tale solo se la centralità dell’uomo significa centralità del lavoro come diritto e come condizione creativa della nostra specie. Perché il lavoro sia tale ci vogliono tutele legislative dei ritmi naturali della produzione e del riposo, della salute, dell’unità psicofisica della persona e, non ultima, quella della possibilità di contestare condizioni unilaterali fino al rifiuto ed allo sciopero pur nei limiti della funzionalità specifica del lavoratore (in un contesto industriale), che è insieme un prestatore d’opera ma anche e sempre un cittadino sovrano. La Fiat che, fedele alla propria tradizione, è già saltata sul cavallo vincente della restaurazione del primo capitalismo, vuole ridurlo a “merce usa e getta”!

         Si deve alla Prima Repubblica una procedura di assunzione e di tenuta in carico dei lavoratori sotto la diretta protezione del pubblico potere, una possibilità di piena tutela sanitaria, in fabbrica e fuori, ed una pensione retributiva, cioè computata sul numero degli anni lavorati. La crescita

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naturale sarebbe dovuta essere, pertanto, quella di una vera economia, quasi di un ordine socialista. Ma è avvenuto esattamente il contrario, una decrescita, un ritorno verso il Medioevo, verso la civiltà del principe e dei cortigiani. Fino alla miserabile pensione contributiva, cioè computata sui contributi versati e quindi bisognosa di essere integrata dallo stesso pensionando. Il potere dei padroni è prevalso sul potere del diritto. Tale decrescita si chiama liberismo, il cui attributo pancomprensivo è la globalità. Liberismo vuol dire centralità dell’imprenditore-affarista e strumentalità del prestatore d’opera; e globale vuol dire che il padrone può impiantare la sua impresa predatoria dove può realizzare maggiori profitti. “Maggiori profitti” sono l’altra faccia dei “costi minori”, i quali sono bassi quanto esasperata è la fame di coloro che chiedono lavoro con l’urgenza di chi, naufrago, chiede un’azione di salvataggio.

         Ebbene, alla luce dell’animalismo liberista, è perfettamente normale che una Fiat – ente amorale per definizione – nata casualmente in Italia, abbia trovato convenienti i costi bassi accettati per fame dai polacchi – liberati dal socialismo, e ridati in pasto al capitalismo, anche dagli americani – per la produzione della Panda. Com’è normale che alle stesse condizioni la multinazionale torinese, può sfruttare-schiavizzare indifferentemente gli affamati di casa nostra o quelli degli Usa o del Canada, verso cui ha già esteso il suo sguardo rapace. Non è invece compatibile con lo Stato di diritto il ricatto della fame e l’uso schiavistico dei lavoratori che, nel caso specifico, dovrebbero potere tenere un ritmo produttivo, quasi macchinale, fino ad otto ore consecutive – come gli uomini- robots di “Tempi Moderni” di Chaplin  -; essere disposti allo straordinario comandato; subire un’incentivazione all’agonismo conflittuale ed autolesivo a colpi di premi di produzione (per i più forti, i più cattivi o forse i più disperati); accettare modalità di turni, pause e lavoro notturno dettate dalla ragione suprema del profitto dell’impresa; sottomettersi al divieto di protesta e di sciopero pena il licenziamento; subire un controllo rigoroso sulle assenze per malattia con il pretesto dell’”assenteismo anomalo” come detenuti in regime speciale.

         Non c’è dubbio che, con tali condizioni da immigrati clandestini assunti in nero, il posto di lavoro oscilla tra la caserma, il carcere e il campo di concentramento dove i lavoratori non sono degli schiavi veri e propri solo perché non hanno le catene e possono dormire a casa e qui anche morire, sollevando i padroni da ogni fastidio ma anzi fornendo loro la possibilità di farsi belli con altri poveri cristi, morti di fame.

         Questa è la grande Fiat, rappresentata dal duo Elkann-Marchionne (il padrone e il servo, più falso e spietato del padrone,  plenipotenziario e superpagato) che, con la Marcegaglia, prima donna della Confindustria, formano una vera e propria “trinità” della vergogna liberista italiana. Tale trinità vuole d’un sol colpo cancellare tutte le leggi che riguardano il diritto e la tutela del lavoro e fare sottoscrivere un contratto pluridecennale sotto l’imperativo della fame. Non può esserci contrattazione paritaria fra chi ha tutto e chi non ha niente. Anche l’eventuale referendum è privo di senso perché dietro ad ogni sì ci può essere sempre la dama nera della fame. In quest’operazione di vero e proprio assassinio del nascente Stato di diritto sono complici sindacati indegni del nome, di cui si fregiano, una compagine governativa totalmente asservita al padronato nella totale ignoranza del diritto e del senso di marcia della civiltà ed un’opposizione così tiepida da sembrare inesistente. La Fiom non ha forze sufficienti per fare il miracolo! Il destino di Pomegliano sembra già segnato: alle lagrime della fame succederanno le lagrime dello stress e a cedere non saranno donne e bambini ma uomini vigorosi!

Stando così le cose non c’è altro da aggiungere se non che la regressione alla giungla (di stampo antropozoico, s’intende) sta per passare il confine del non ritorno, laddove solo due iniziative possono evitare il peggio: una protesta generalizzata o l’azione di un gruppo capace di impadronirsi delle leve del potere e di fare giustizia. Io mi auguro che prevalga la prima. 

                                                         Carmelo R. Viola 

(Fiat-Pomegliano – 18.06.10 – 2617)