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IL SALE - N.°104

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10    numero 104 – Maggio 2010

 

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Sommario

 

                                                       di Carmelo R. Viola

 

                                                       di Fernando italo Schiappa

 

                                                di Antonio Mucci

                        

                                                        di Fabrizio Legger

 

                                                        di Lucio Garofalo

 

                                      di Moreno Pasquinelli

 

                                                        presentato da Lia Didero

 

                                                         di Diderot

 

                                                        di Alessandro Vichi

 

 

 

 

 



 

 

 

 

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Le Istituzioni e i “Figli d’arte”

 

Il convegno sulla legalità dell’8 maggio in Aula Consiliare del Comune di Pescara in memoria di Emilio Alessandrini , il magistrato d’origine pescarese assassinato nel 1979  dai terroristi di Prima Linea mi dà la possibilità di esprimere alcune considerazioni. Una sala gremitissima composta dal 70% di studenti delle medie superiori venuti anche da Castel di Sangro , molti relatori, ma solo alcuni efficaci.

La presenza fra i relatori del figlio del magistrato  Marco Alessandrini  appariva doverosa e indispensabile ma ahimè essendo lo stesso non uno storico e nemmeno un politologo, il suo intervento non è andato oltre la testimonianza diretta, e questo è il  limite di questo tipo di convegni.

Sono contrario alla cooptazione dei figli d’arte parenti delle vittime nel novero delle alte personalità, incarichi dirigenziali, elettivi, in corsie preferenziali, siano esse figure come Haidi Giuliani ( mamma di Carlo Giuliani morto tragicamente durante il G8 2001 a Genova   fatta parlamentare da Rifondazione Comunista ) , oppure di  Rosa Calipari ( anch’essa fatta  parlamentare solo  perché  moglie di Nicola Calipari morto nel 2005 per mano americana a Baghdad subito dopo la liberazione di Giuliana Sgrena sequestrata dai fondamentalisti  islamici, o ancora Maria Fida Moro figlia di Aldo Moro,  per un periodo alla Camera ), e così vale per Marco Alessandrini, senza togliere nulla alla sua figura personale. Incentrando Alessandrini il suo intervento sulla rievocazione degli anni di piombo, ha dato una visione molto parziale,  monca storicamente  , dimenticando  diversi aspetti che qui per brevità non posso analizzare, come la figura di Giuseppe Pinelli  a fianco di quella di Luigi Calabresi,( se si parla di storia bisogna spaziare a 360° ) trascurando  il ruolo dei servizi segreti  anni ’70 artefici di depistaggi ed ostacoli alla Magistratura, quando le indagini su piazza Fontana furono dirette verso gli anarchici e non sui movimenti eversivi di estrema destra come fu provato.  Non basta infatti affermare -come è stato affermato- che  esiste il pericolo del rinascere del terrorismo con  le scritte di solidarietà apparse all’Aquila a favore delle nuove Brigate Rosse  se poi non si punta anche il dito contro i mali della nostra società, come ad esempio la corruzione diffusa ed esercitata dai poteri deviati dello Stato, la spinta eversiva anticostituzionale  contro la Magistratura  esercitata dai potenti corruttori che ahimè governano oggi l’Italia , tesi che vengono  diffuse dai mezzi di comunicazione come le televisioni ( ben sei reti, tra la RAI e Mediaset ) ormai asservite in gran parte al potere berlusconiano in pieno conflitto d’interessi e ripetute ossessivamente da un gran stuolo di portaborse e parlamentari servi  e membri del Governo, nominati direttamente dal capo, in virtù di una cattiva legge elettorale.  Il Procuratore della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, ( a lui il  merito di aver emessa nel 1984 l’ordinanza di chiusura dei ripetitori berlusconiani,  Italia1, Canale5, Rete4 , salvati poi da Craxi quando varò il famigerato “decreto Berlusconi” che salvò queste reti dal tracollo economico ) ha invece fatto un discorso coraggioso,  non solo ricordando gli anni di piombo quando era Sostituto a Genova durante il sequestro Sossi, ma ha anche puntato il dito contro la corruzione dilagante ,  le collusioni tra politica e mafia, veri problemi endemici  italiani. 

Riterrei perciò questi argomenti troppo impegnativi per i cosiddetti “figli d’arte                     ( espressione scorretta ma che rende l’idea ), cioè  coloro assurti a cariche elettive non in virtù di splendore di luce propria , ma bensì per calcolo elettorale dei partiti che li hanno presentati. Un malvezzo da evitare, la riconoscenza, lo Stato,  non può dimostrala così.

 

Luciano Martocchia

 

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La predonomia capitalista alla stretta terminale…

 

L’antropozoismo banchiere, usuraio, umanicida!

 

         Faccio riferimento all’accorato appello lanciato da Ugo Gaudenzi con il suo editoriale “La Grecia strangolata dai banksters” apparso sulla copertina del n. 43 del quotidiano Rinascita. Tale testo si riallaccia perfettamente al mio recente articolo sui terrificanti antropozoi, soggetti antropomorfi, possibilmente dotati d’intelligenza geniale e carichi di scienza d’avanguardia ma totalmente privi di quel sentimento bioempatico (o sintonia bioaffettiva) che fa dell’animale-uomo un Uomo.

         Gli antropozoi sono totalmente indifferenti al dolore dei loro simili (fatta qualche rara eccezione per congiunti e amici) anzi, se utile ai loro profitti, lo producono perfino ad arte. Per poterlo curare a pagamento! Sappiamo che terapie alternative alle neoplasie vengono escluse dal protocollo di uno Stato capitalista perché lesive degli interessi di mercato degli industriali farmaceutici. Ma questa verità va nascosta. Sappiamo che patologie vengono indotte (procurate) artificialmente perché sopra di esse i grandi affaristi – i big (o pigs: porci!) del business! -  costruiscono delle speculazioni di grandi dimensioni e di largo respiro (sic).

         Qual è la realtà denunciata da Ugo Gaudenzi? Semplicemente quella degli antropozoi dell’industria del credito e dell’usura, divenuti, come giustamente informa lo stesso, “poteri occulti che dominano il mondo”. Solo che occulti lo sono soltanto per coloro che o vivono chiusi nel loro piccolo mondo del quotidiano e ai margini della sfera sociale,  o fingono di non vederli. Fra questi, purtroppo, ci sono molti di coloro che fino a qualche decennio fa, volevano fare la rivoluzione, soprattutto in nome di Marx e di Che Guevara! Desolantemente pentiti di avere osato tanto, costoro li ritroviamo perfino nella veste miserabile di scagnozzi servili e del grande padronato e degli Usa, antesignani della peggiore civiltà antropozoica, insomma del suicidio della nostra specie. Ma anche come donchisciotte, fustigatori di mulini a vento mentre di fatto sostengono i veri oppressori. Nomi? Qualcuno, famoso “migliorista” (sic!), officia quasi quotidianamente la liturgia del servilismo al sistema clerico-liberista con tanto di turibolo. Ultimamente ha firmato, con una velocità supersonica, il decreto salva-liste di un tale, che sta facendo tirocinio per dittatore alla faccia di un’opposizione, che non ha nemmeno consapevolezza della propria identità!

         Non ritengo di dire cose esagerate per esprimere più una forte emozione che una vera convinzione. La realtà, stigmatizzata molto saggiamente da Ugo Gaudenzi, è semplicemente vera e con essa bisogna fare i conti. Le banche coprono l’intero Pianeta, posizionate strategicamente come una “ragnatela maligna” e si vanno moltiplicando (ovviamente fagocitandosi fra di loro come monetìvori di tutto rispetto). E dire che il cosiddetto istituto di credito – un’impresa che non produce alcunché e che presta ad usura e a nodo scorsoio il danaro altrui ricevuto in custodia – è un ente non solo inutile ma addirittura nocivo! Ma era nell’ordine (a)logico del capitalismo senile che la società predonomica, trasposizione della giungla, finisse nelle mani – o grinfie – dei predatori più feroci e più crudeli, che sono appunto i banchieri-usurai, gli “antropo-banchieri”: gli imperialisti dell’ultima èra, le cui vere guerre di conquista le realizzano a tavolino con la sola gestione dei giochi monetari.  Era, quindi,  fatalmente inevitabile.

         Il meccanismo di ciò che sta accadendo in Grecia è semplice quanto diabolico e allucinante: una grande bottega monetaria – che il Gaudenzi conferma essere la famigerata Goldman & Sachs – vicepresidente il nostro connazionale dalla faccia pulita e abilitato a dettare regole (dei giochi suddetti), signor Mario Draghi – ha servito onestamente lo Stato greco, bisognoso, come tutti i poteri capitalisti che si rispettano, di quello strumento “distributivo”, che si chiama moneta, che ogni pubblica amministrazione nazionale dovrebbe potere produrre in proprio e ormai senz’altro “controvalore” – nell’èra postaurea -  che non sia il fabbisogno.

         Tale facoltà è la “sovranità monetaria”. Ma non lo fa perché i “padroni di seconda istanza” (i primi restando i banchieri) preferiscono privarsi di questa facoltà in cambio di un àlibi eccellente: quello di potere dire che il debito (pubblico) non dipende da loro ma da norme e leggi che stanno al di sopra di loro. In tal modo – è questa la ragione inconfessabile! – possono diventare più ricchi e potenti mentre il popolo, “democraticamente sovrano”,  subisce la riduzione delle spese sociali (istruzione e sanità in primis) e la crescente pressione  fiscale (sempre più tasse con crescente rincaro – o deprezzamento – della moneta) cui lo Stato debitore è costretto a ricorrere per far fronte almeno alla copertura dei crescenti interessi.

         Si riducono i consumi mentre aumenta la difficoltà delle piccole imprese assieme alla povertà e alla disoccupazione. Anche la grande industria può risentirne ma, con la “mobilità globale” del neoliberismo, può trasferire la produzione laddove ha meno costi e più profitti di mercato, indifferente al terremoto esistenziale che possa produrre in migliaia di famiglie, buttate sul lastrico. E’ quanto sta facendo – legittimamente! – la grande Fiat a scorno di quanti hanno ancora una volta creduto nel sindacato, nella protesta pacifica e nella manifestazione di piazza e che resteranno comunque senza lavoro, proprio come succede nel “terzo mondo endogeno” degli Usa.

         La verità sconvolgente è che sulle rovine di un sistema nazionale (organismo sui generis), finito a pezzi con il danno maggiore a carico delle masse, che vivono di solo lavoro (quando ce l’hanno), svettano felici pochi mostruosi antropozoi: i proto-banchieri, i quali – bontà loro – sono sempre lì, pronti a dare il loro contributo – voglio dire i loro crediti, insomma i loro soldi (o meglio dei “depositanti”) in cambio di altro ladrocinio, di altri sacrifici, di altre lagrime e di altri sommovimenti di esasperati, di poveri cristi o di generosi, con arresti ovvero con un supplemento di pena, quando non anche di sangue.

         Tutto questo avviene perché alla suddetta sovranità monetaria dello Stato si contrappone il “signoraggio monetario” delle banche - trasposizione moderna dei primitivi ricettatori di pepite d’oro e convertitori delle stesse in valori cartacei convenzionali -  estraneo a qualsiasi scienza degna di questo nome. Oggi il commercio del credito è una piovra universale policefala con capacità inimmaginabili come il conio della moneta, la determinazione del valore della stessa o la compravendita dei debiti a carico dei vari Stati-clienti, vittime di uno strozzinaggio, che ci ricorda molto davvicino la predazione della giungla e conferma in pieno la teoria della predonomia.

         La desocializzazione liberista-antropozoica dello Stato capitalista ha raggiunto un “fondo”, laddove a contendersi il dominio del mondo sono proprio i giganti dell’usura, che colpiscono comunque “anche in tempo di pace”, se così si può dire. La gente se ne accorge solo quando i loro mercati infuriano impoverendo milioni di… già poveri, come è successo tempo fa con l’Argentina, come sta succedendo in questi giorni nella Grecia, come potrebbe succedere a casa nostra..

 

 

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     Condivido pienamente la preoccupazione dell’amico Ugo Gaudenzi e mentalmente realizzo quella “manifesta contestazione”, che i nostri sedicenti “Stati di diritto” – che il diritto non conoscono – chiamano sovversione (sottinteso: contro i loro interessi di casta e personali). Che sarà?

 

                                                                         Carmelo R. Viola

 

 

Siamo tutti anarchici, ma la “società senza Stato” è un’altra cosa

 

L’abbaglio anarchico e la verità scientifica

 

 

 comunisti anarchici o libertari di Voce Libertaria (un periodico svizzero) riportano, nel n.ro di settembre 2009, un vecchio articolo di Carlo Cafiero  (1846-1892) in cui si ritrovano dopo un secolo e mezzo.

         Il Cafiero dice che i termini necessari e indivisibili della rivoluzione sono due: anarchia come sinonimo di libertà, e comunismo come sinonimo di uguaglianza. E fin qui possiamo concordare se usiamo anarchia come anarchismo (comportamento dell’individuo, che rivendica il primato della propria coscienza anche, se necessario, contro la legge) e non come “società senza Stato”.

         Il guaio viene quando lo studioso pugliese, famoso per avere pubblicato un compendio del Capitale di Marx (di cui era un estimatore), specifica che il comunismo è la presa di tutta la ricchezza del globo in nome di tutta l’umanità (da distribuire, ovviamente a tutti, secondo il bisogno) e che l’anarchia è l’impedimento alla restaurazione di ogni potere e, a maggior ragione, di ogni Stato. Più avanti il Cafiero afferma che i comunisti, partigiani dello Stato, ovvero i comunisti autoritari, sono avversari degli anarchici, che la presa e la distribuzione della ricchezza e la “messa in comune degli istrumenti di lavoro e delle materie prime” sono “opera del popolo”, che non vogliono “intermediari”“moderatori della libertà”. Condivisibile è l’analogia con la famiglia dotata di un padre giusto che consente ai propri figli, ciascuno dei quali porti un contributo differente, di sedersi a tavola e di mangiare secondo gusto ed appetito, senonché la società è una quantità incalcolabile di nuclei familiari.

         Come opinione di uno studioso della metà dell’Ottocento (che simpatizzava anche con l’autoritario marxismo), l’abbaglio anarchico può avere una giustificazione storica, come convinzione di uomini dei nostri giorni è semplicemente incomprensibile e non solo perché la realtà capitalistica e liberista ha già abbondantemente dimostrato cosa significhi: “meno Stato e più privato”. Da tempo non è più questione di ideologia ma di esperienza intuitiva e di logica matematica, che non lasciano posto alle supposizioni e ai sogni ottocenteschi.

         La confutazione di questa madornale teoria onirica del Cafiero (ma non solo sua) è tanto facile quanto riesce difficile credere che dopo secoli di storia (si pensi agli esiti “governativi” della famosa “rivoluzione spagnola”), persone intelligenti e di notevole cultura sociale continuino a coltivare l’abbaglio del “non Stato”.  E solo di una suggestione innocente può trattarsi.

         Ecco alcune verità scientifiche apodittiche:

         1 - l’alternativa posta dagli stessi anarchici è tra potere dello Stato e potere del privato: non esiste una terza via senza il potere;

         2 - per impedire la restaurazione di un potere occorre disporre di un altro potere! E’ come dire che per respingere una pressione bisogna disporre di una resistenza più forte!

         3 - per mantenere ciò che si è conquistato bisogna disporre di un potere;

         4 - per distribuire una ricchezza bisogna prima produrla;

         5 - per produrre ricchezza e per distribuirla secondo equità e bisogno – cioè comunisticamente – bisogna disporre di un’organizzazione specifica con strumenti specifici e di un potere specifico al di sopra delle parti;

         6 - tale potere al di sopra delle parti non può essere che lo Stato;

         7 - lo Stato è uno strumento comune ed è quello che ne fanno gli uomini;

         8 - una società senza Stato è una contraddizione in termini perché società vuol dire organizzazione ed ogni organizzazione è analoga ad un organismo vivente, che ha un centro fatto di cuore e di cervello;

         9 - un’organizzazione sociale senza cuore-cervello è un’accozzaglia di “privati” in un contesto conflittuale ed autodistruttivo senza fine;

         10 - in verità, l’anarchico tradizionale si oppone a qualunque autorità in nome della propria e proprio così dimostra che l’autorità è una prerogativa della persona come il potere è una prerogativa di qualunque organizzazione sociale;

         11 - sostituire il Stato con il Comune – come sostiene una corrente collaterale e molto in auge oggi - significa soltanto moltiplicare lo Stato per un numero indefinito di micro-Stati e aumentare all’infinito le difficoltà di costruzione del “comunismo anarchico”;

         12 - l’abbaglio anarchico (utopia) consiste nel credere nella possibilità di una specie di “anima collettiva” (che ci riporta al formicaio) dopo avere convinto i vari Agnelli, Berlusconi e potentati dell’industria e della finanza bancaria, della bontà dell’anarchia.

13 - anche per ottenere il “consenso universale” senza conflitti e senza crimini occorre almeno un agit-prop con il doppio dono della persuasività e dell’ubiquità.                                                                                                                         

         Mi convinco sempre di più che alla radice dell’anarchismo tradizionale, che non si ferma alla sola repulsione del capitalismo (comune a molti individui che anarchici non sono) ma si spinge fino alla focalizzazione di un mondo senza Stato – come se ciò fosse possibile – ci sia una vera e propria inibizione psicologica, che impedisce ai soggetti, che ne sono affetti, di accettare la necessità come  costo della libertà, come dire la dimensione complementare della vita reale. Questo riguarda, come dire i “leader del movimento” (locuzione autocontraddittoria, ma non troppa) e non gli individui-massa, che si dicono anarchici e recitano senza saperlo solo perché si sono imbattuti in militanti ed hanno finito per credere che la via della rivoluzione sia solo quella che porti all’abolizione totale (sic) dell’altra parte della vita, che è il potere, e quindi lo Stato.   

 

 Carmelo R. Viola

 

 

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IL   FANTOCCIO

 

 

Ricordo ancora

Zi Giovanni e Zi Giuseppe

con le pipe cariche di fumo

seduti all’angolo

della vecchia fontana

aspettando la sera

le noccioline americane

ed il fantoccio

di cartone

di cartone e pezze di lana.

 

 

Camillo di Parate

con bella voce di tenore

vestito come uno speso

‘Fate attenzione

donne vecchi e bambini

che fra poco

comincia la festa

mani alle tasche

e statevene contenti

tutti in silenzio

che con le prime stelle

pian piano s’avvicina

all’angolo della piazza

coperto di luci

e nastri colorati

il fantoccio di cartone

per festeggiare

la notte di San Giovanni

con un’allegra serenata’.

 

 

E mentre il fantoccio illuminato

balla per l’ameno vicinato

tutti muoion dalla voglia

d’assaggiare a turno, si cita

i maccheroni alla chitarra

ben caldi e saporiti

pieni di sugo e cacio

da leccarsi credi a me

senza fretta mani e dita.

 

 

Za Rosì affacciati al balcone

e chiama pure Zi Nicola

che la festa di San Giovanni

sta per finire

 

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e presto all’angolo

solo un po’ di cenere arde ancora

e il ricordo dell’allegria

che ci facea sentire al cuore

il fantoccio per la via

fatto di pezze e cartoni

trafugati all’amica sartoria.

 

 

 L’EREMO  DI  SAN  BARTOLOMEO

 

 

Scavata nella bruna rupe

al pellegrino ansante

di marcia e fatica

affiora l’eremo selvaggio

di San Bartolomeo….

Una pace eterna

sovrana regna

fra le secolari pareti

che, delle avite fedi,

solenni preservano

la vera dignità umana.

 

 

 IL  PASTORE

 

 

Il pastore guarda e tace,

sembra il dio della Majella,

e la solitudine

che la sua agreste vita suggella,

annuncia il custode antico

che, fra le rupestri valli,

grave s’avanza

e canta l’avìta malja

che soave echeggia

sulle onde d’argento

cullate

dalla brezza marina.

 

 

 

Fernando Italo Schiappa

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La crisi greca ed il Patto di stabilità dell’eurozona!

 

IL CAPITALISMO SCOPPIA ….. AIUTIAMOLO A MORIRE!

 

 

Ci dobbiamo fare carico del debito pubblico greco, oltre che di quello italiano, nonché di quello portoghese spagnolo e irlandese? Per adesso! Successivamente anche degli altri stati dell’eurozona? Totò direbbe: “Ma mi faccia il piacere!”. In sé e per sé è una pretesa ridicola perché, punto primo, noi semplici cittadini che cosa ci abbiamo a che fare con questi debiti? Niente! Li abbiamo fatti noi? Sicuramente no! Il punto secondo è: come facciamo a pagare debiti così enormi se i nostri stipendi le nostre pensioni e le nostre piccole attività già non ci bastano per vivere? “Cari governanti”, non vi siete accorti che state “raschiando il fondo del barile”? Questa vostra incoscienza ed irresponsabilità porterà al fallimento il vostro Piano di stabilità finanziato con 750 miliardi di euro. Per cui il fallimento dello stato greco,  momentaneamente  evitato, si ripeterà successivamente ed anche a livello peggiore. Lo stesso discorso vale per gli altri paesi in crisi della zona euro, compresa l’Italia. Quello che è successo in  Grecia avverrà anche in Italia ed in condizioni peggiorate perché fra 6 mesi-un anno la crisi del capitalismo sarà ancora più grande. Non può essere diversamente poiché c’è una crisi economica-produttiva in tutta l’Unione Europea che non riesce a reggere la concorrenza dei cosiddetti paesi emergenti. Inoltre è tutto un sistema che sta scoppiando, non è soltanto il settore finanziario speculativo, come si può vedere con la falla del pozzo di petrolio della BP al largo delle coste della Luisiana che sta inquinando mezzo pianeta. Ci si mette anche il vulcano dell’Islanda, in eruzione da settimane,  non si sa quando smetterà, sta bloccando il traffico aereo. Anche il vulcano contribuisce allo scoppio di questo sistema.

In una crisi già in atto si inserisce il capitale finanziario con le sue speculazioni. Altrimenti non potrebbe. Il finanziere, cioè il capitalista finanziario, è come lo sciacallo, sempre pronto a saltare  addosso alla preda. I finanzieri sono persone drogate di denaro, non gli basta mai. Sono bulimici di denaro, lo mangiano. I mass media li esaltano tanto mentre sono delle persone malate. Naturalmente non sono pazzi, ma ci sono tanti tipi di malattie mentali che oggi purtroppo vengono considerate normali. Il modo migliore di curarli è quello di aiutare il sistema capitalista a morire per poi, in una nuova società basata sull’essere umano, invitarli ad entrare in una comunità di denaro-dipendenti per disintossicarsi dalla brama dell’accumulazione. Sto scherzando ma non completamente.

I finanzieri-speculatori non sono da sottovalutare in quanto a pericolosità, né da prendere come “volgari biscazzieri”.  Sono peggiori: sono scientifici nell’organizzare la truffa. Non vedono solo l’aspetto del profitto finanziario, ma anche il legame politico ed il potere. Questo rapporto finanza-politica-potere ha permesso loro di fare tanti soldi e, soprattutto, di avere tanto potere. Si calcola che qualche migliaio di capitalisti finanziari hanno nelle proprie mani la ricchezza mondiale con cui dirigono il pianeta. Il vero governo mondiale lo hanno fatto loro e non l’ONU, come proponevano le sinistre italiane.

Gli speculatori non sono staccati dai governi in quanto tanti ministri capi di stato e parlamentari sono speculatori loro stessi. Questi personaggi politici sono persone super ricche che hanno i loro capitali investiti in titoli e sono azionisti di compagnie bancarie ed assicurative. Non è la classe politica quella speculatrice. Questa è molto più ricca di loro. Però partecipa al bottino in quanto, attraverso le agenzie di rating,  viene avvertita e consigliata sui titoli su cui investire. Quindi è al sicuro dalla speculazione, anzi ci guadagna sopra. Di conseguenza i governi sono sottomessi ed ubbidienti alla speculazione finanziaria con cui formano un tutt’uno. Per cui  non possono prendere misure che ledono i loro interessi privilegiati. Cosa che puntualmente hanno fatto ed insieme  si sono avventati come un branco di cani famelici e rabbiosi sulla povera gente. 

Pensare che le soluzioni alla crisi ed ai problemi dei lavoratori ci possano venire dall’alto è veramente l’utopia delle utopie. Pensare che il Patto di stabilità possa portare benessere agli sfruttati è, secondo me, una ingenuità politica oppure un imbrogliare coscientemente. Mario Draghi, il governatore

 

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della Banca d’Italia, ha detto che per battere la speculazione bisogna pensare a tempi lunghi. Certo, lui può aspettare, non ha niente da perdere e tutto da guadagnare.

Parlando a livello politico-ideale io penso che sia necessario un pensiero di rottura totale nei confronti di questa situazione, cominciando con il rifiutare la crisi e tutta la sua logica-illogica. Respingerla al mittente. Se si accetta la logica dei sacrifici noi semplici cittadini siamo fregati. Se si accettano le regole delle istituzioni e del mercato siamo fregati. Si deve vivere fuori dagli alti e bassi delle borse, non ci riguardano, interessano gli speculatori: comunque vadano noi siamo sempre fregati. Non c’è nessuna crisi! La situazione attuale fa parte della normale evoluzione-involuzione del sistema capitalista che si può sintetizzare in una frase celebre chiara e semplice, quotidianamente confermata dagli avvenimenti mondiali: “I ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri!”. A questa frase possiamo aggiungere, sempre nello stesso senso, un concetto di Lenin, che difettava di democrazia ma il sistema capitalista lo aveva capito molto bene, in cui circa 100 anni fa’ diceva che se si proietta il capitalismo nel futuro, a causa della concentrazione della ricchezza,  arriverà ad un punto tale in cui 1 solo capitalista sarà padrone di tutte le ricchezze del mondo. Siamo su questa strada.

Secondo me, è molto importante tenere presente questo principio perché è alla base di tutto il comportamento del capitale e dei capitalisti. Per questo motivo il pensiero rivoluzionario non si fa nessuna illusione sulla possibilità di una sua evoluzione progressista a vantaggio del popolo perché nella sua logica essenza è a vantaggio dei pochi ricchi. La situazione attuale è la logica conseguenza del passato e la premessa del disastro che ci prepara nel futuro. Un capitalismo diverso è impossibile!

La classe sfruttata subisce tutte le conseguenze di questa situazione anche se, a mio avviso, la vera crisi degli sfruttati non è nemmeno economica ma soprattutto ideale, nel senso che è impregnata di valori borghesi-consumisti, è confusa ed ha difficoltà a capire come stanno realmente le cose; inoltre è assente anche un pensiero ed una organizzazione rivoluzionaria di un certo peso. Questi sono gli elementi seri e preoccupanti e questa è la vera crisi, altrimenti sarebbe tutto molto più semplice e di facile soluzione. Sto parlando dell’Italia. Per quanto riguarda la Grecia, indubbiamente c’è stata una reazione massiccia, molto combattiva e questo mi fa molto piacere. Nello stesso tempo si è visto che le masse continuano a seguire i sindacati e le organizzazioni istituzionali oppure i gruppi terroristi. Siamo ancora al falso dualismo degli anni ’70: o PCI o Brigate Rosse. Secondo me, non ancora si riesce a imbroccare la terza via: non ha nessun senso cercare lo scontro con la polizia, mentre è molto importante muoversi per espropriare-socializzare-autogestire, senza delegare nessuno. In questo momento il settore bancario è fondamentale. Le centomila persone che hanno manifestato in Grecia avrebbero dovuto accerchiare le banche per esercitare un’opera di convinzione sugli impiegati affinchè prendessero nelle proprie mani la gestione dell’ente per indirizzarlo a beneficio dei lavoratori togliendolo dalle mani dei padroni.

Come andrà a finire questa situazione? Io credo che sia meglio prepararsi al peggio del peggio perché l’Italia è destinata a diventare un paese del terzo mondo, con povertà e miseria per quasi tutti. Questo è l’elemento certo su cui tutti i governi, a partire da quello italiano, sono d’accordo. Questo affamamento del popolo può essere accompagnato dalla rottura dell’eurozona, oppure dalla Secessione della Padania, oppure dal fallimento di uno o più stati come è avvenuto in Argentina nel 2002. Dipenderà anche dalla reazione dei popoli. Tutti saremo investiti e colpiti da questi cambiamenti negativi. Forse “non tutti i mali vengono per nuocere”, come dice il proverbio, perché questo mondo stupido superficiale immorale non può continuare così. E’ difficile e faticoso viverci dentro. Anche se si va incontro a sacrifici e sofferenze molto grandi perché il popolo non è stato capace di evitare questa decadenza, però io penso sempre che quello che non è successo in 20 anni può succedere in un giorno. La storia e la conclusione del ventennio fascista lo hanno dimostrato. Come ha detto il regista Monicelli, si vede che il popolo italiano ha bisogno di agire così, dall’adulazione al linciaggio. Comunque sia prima si sveglia e meglio è.

13/5/10                                                                                                                           Antonio Mucci 

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Nei due paesi asiatici prosegue la repressione contro i partiti di sinistra

Afghanistan e Bangladesh: lo sterminio dei seguaci di Mao

Centinaia di militanti sono stati uccisi o rinchiusi in carcere

 

L’Afghanistan e il Bangladesh sono due tra i paesi più poveri del mondo. La maggioranza della popolazione afghana e bangladeshi vive nell’indigenza, vittima non solo della miseria nera e della cronica mancanza di lavoro (e quindi di reddito garantito), ma anche di della scarsità di servizi sanitari e sociali. In Afghanistan e in Bangladesh le donne muoiono ancora per infezioni contratte durante il parto, la mortalità infantile è altissima, malattie terribili come la lebbra e il colera colpiscono tuttora ampi settori della popolazione. In Afghanistan, è al governo il presidente filoamericano Karzai, salito al potere dopo l’invasione anglo-americana del 2001, che ha spazzato via il regime dei Talebani. In Bangladesh è al potere Sheik Hasina, la leader carismatica della Lega Awami, che ha vinto recentemente le elezioni politiche sconfiggendo il rivale Partito Nazionale del Bangladesh. Ma in entrambi i paesi, sono piccolissime oligarchie conservatrici e reazionarie a detenere nelle loro mani tutto il potere. E in entrambi, l’opposizione delle forze della sinistra radicale sono le più perseguitate e le più colpite. In Afghanistan, per esempio, è attivo da anni il Partito Comunista Maoista dell’Afghanistan, discendente di quell’Alo maoista (Organizzazione per la Liberazione dell’Afghanstan) che negli Anni Ottanta combatté contro gl’invasori sovietici potendo contare sull’appoggio cinese. L’Alo venne poi annientato dai mujaheddin filosauditi di Gulbuddin Hekmatiar nell’ambito del tragico regolamento di conti tra le diverse fazioni di mujaheddin che successivo al ritiro delle truppe sovietiche. Oggi, il Partito Comunista Maoista dell’Afghanistan è attivo tra le masse popolari ostili tanto al regime di Karzai quanto alla resistenza talebana, ma sta subendo una fortissima repressione. Molti suoi militanti sono stati uccisi dalle truppe governative, altri sono stati incarcerati e torturati: insomma, contro i maoisti afghani è in atto una vera e propria guerra di sterminio, in quanto la loro politica in difesa delle masse popolari afghane è vista come fumo nell’occhio tanto dal governo filoamericano quanto dalla guerriglia talebana. Lo stesso accade nel Bangladesh, dove, sebbene la Lega Awami si consideri una forza progressista e popolare, a detenere le leve del potere sono in realtà gli ambienti più retrogradi e conseravatori delle oligarchie latifondiste e islamiste. Il Partito Comunista del Bangladesh (Marxista-Leninista) sta subendo sin dagli Anni Ottanta una durissima repressione: i militanti assassinati dalle forze paramilitari o dalle milizie islamiche, ormai non si contano più, mentre altre centinaia di semplici attivisti o sospetti simpatizzanti comunisti, languono in condizioni orribili nelle tetre carceri di Dacca e di Chittagong. Una situazione di persecuzione simile a  quella dell’Afghanistan: infatti, in tutti e due i paesi, i partiti comunisti portano avanti lotte sociali intransigenti, programmi rivoluzionari che hanno lo scopo di abbattere i sistemi semifeudali di sfruttamento e di oppressione che colpiscono le masse popolari afghane e bangladeshi, favorendo solo e sempre i settori delle oligarchie latifondiste e delle potenti confraternite e società islamiche che si oppongono a reali e concrete proposte di ammodernamento della società. Dunque, due situazioni simili, caratterizzate da una lotta ad oltranza dei due partiti rivoluzionari maoisti e da repressioni terribili che rischiano di annientarli totalmente. Ma, nonostante la ferocia della repressione, l’estrema indigenza in cui vivono le masse popolari di Afghanistan e Bangladesh non fa che dare sempre nuovi apporti di militanti ed attivisti a questi due partiti così perseguitati. Segno, questo, che vasti settori della popolazione indigente afghana e bangladeshi vede in essi delle forze politiche che lottano risolutamente per il loro riscatto. E questo, in due situazioni politiche e sociali così difficili come quelle di Afghanistan e Bangladesh, non è affatto cosa di poco conto: ancora una volta, le forze rivoluzionarie maoiste si dimostrano capaci di fare proprie le istanze di gran parte di due popoli che, in pieno XXI secolo, vivono ancora nell’arretratezza e nella miseria esattamente come ai tempi dell’impero colonialista britannico!

 

Fabrizio Legger

 

 

 

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I separatisti baluci continuano la loro lotta contro il Pakistan

Balucistan, un intero popolo in lotta per la libertà

Ma il regime pachistano risponde solo con la repressione

 

Nonostante il dittatore militare pachistano Parvez Musharraf si sia dimesso e le recenti elezioni politiche abbiano dato al Pakistan un governo civile, la situazione non cambia nell’oppresso Balucistan, la regione meridionale del paese dove sin dai lontani Anni Settanta ferve la guerriglia indipendentista del Baluchistan Liberation Army (BLA), che si batte indomito per l’indipendenza di questa grande regione. Nemmeno l’uccisione del suo storico leader e condottiero, Nawab  Akbar Khan Bugti, avvenuta nel 2006, ha fatto desistere il BLA dalla lotta armata. Purtroppo, la guerriglia non ha altra scelta che continuare la lotta, perché nessuno dei vari governi civili o militari che si sono succeduti nei decenni alla guida del Pakistan, hanno mai preso in considerazione l’idea di trattare con i ribelli, se non per un referendum d’indipendenza almeno per la concessione di una autonomia. Il Balucistan, regione ricca di gas, è abitata essenzialmente da tre etnie: i Marri, i Mengal e i Bugti, i cui lontani antenati si scontrarono con l’esercito di Alessandro Magno quando il macedone compì il lungo viaggio di ritorno dall’India a Babilonia, attraversando spavaldamente il loro torrido territorio. I Baluci sono di religione islamica, ma sono considerati eretici dai puri musulmani del Pakistan, in quanto il loro Islam è contaminato di credenze animiste e di elementi tribali. Politicamente, i ribelli baluci sono socialisteggianti e per questo, ai tempi della Guerra Fredda, erano ben visti dall’URSS. Negli Anni Settanta, con l’aiuto sovietico, i ribelli baluci tentarono più volte di proclamare l’indipendenza della loro patria, ma il governo pachistano rispose con una vera e propria guerra che causò migliaia di morti. Eppure, nonostante la repressione (esecuzioni sommarie, sparizioni di militanti indipendentisti, distruzione di villaggi sospettati di appoggiare i guerriglieri, arresti e torture), l’esercito pachistano, affiancato da milizie private dei latifondisti punjabi, non è mai riuscito ad estinguere la guerriglia. Questa, infatti, può contare su un vasto appoggio popolare ed è quindi in grado di evitare le grandi offensive lanciate dall’esercito pachistano, per poi tenerlo sotto pressione con continui attentati, imboscate e agguati. Nelle carceri pachistane languono decine di attivisti e militanti baluci, ma siccome la repressione non accenna a diminuire, lo stesso avviene per la resistenza armata, che si radicalizza sempre di più. Tra i baluci del Sud e i punjabi del Nord del Pakistan, esiste un odio feroce, che non produce altro che guerriglia e repressione. Dopo la morte di Nawab Akbar, i nuovi dirigenti del BLA sembrano più inclini a lottare per una autonomia che per una vera e propria secessione dal Pakistan, ma il regime di Islamabad non intende sentire ragioni: ossessionato com’è dall’idea di vedersi amputare una parte di territorio (non dimentichiamo che il Pakistan è nato da una divisione con l’India), continua a riempire il Balucistan di caserme e di soldati, dando ai militari carta banca per stroncare la guerriglia. La repressione, invece, non fa che gettare ogni anno migliaia di giovani baluci nelle file del BLA, che così, nonostante le continue perdite, resta sempre molto forte. La regione del Balucistan resta quindi molto rovente: c’è un intero popolo che lotta per la libertà e l’indipendenza, tra quei pantani e quei deserti aridi, un popolo che lotta audacemente per non essere cancellato dalla faccia della Terra, ma tutto ciò avviene tra l’indifferenza del mondo. Nessuno aiuterà mai i Baluci ad ottenere l’autonomia o l’indipendenza, per questo essi lottano, lottano disperatamente senza arrendersi mai, ben sapendo che né l’Onu né altre istituzioni internazionali muoveranno mai un dito per loro. Ed è appunto in questo clima di guerra e di lotta che, decennio dopo decennio, si forgiano le nuove generazioni dei Baluci, un popolo che è costretto a vivere con il fucile in pugno per poter sopravvivere!

 

 

Fabrizio Legger

 

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LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI E VIVERE MEGLIO

Mi capita a volte di pensare a un paradosso universale, in quanto colpisce direttamente l’intera compagine umana. Mi riferisco ad un’assurda e insanabile contraddizione tra il crescente progresso tecnologico e scientifico avvenuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere in condizioni decisamente migliori, e la realtà concreta che denota un sensibile peggioramento dello stato in cui versa gran parte dell’umanità, in particolare i produttori, cioè le classi lavoratrici salariate. Questa assurda incongruenza opprime anche i lavoratori che vivono nel mondo occidentale. Ebbene, grazie alle più recenti e avanzate conquiste ottenute nel campo tecnico e scientifico, la nobile ed antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità dal bisogno di lavorare, inteso come prestazione di tempo alienato e mercificato, cioè sottoposto a condizioni di servitù e sfruttamento economico, è virtualmente realizzabile oggi di ieri.Ciò significa che tale ipotesi sarebbe oggettivamente possibile e necessaria, ma nel contempo è impraticabile nel quadro dei rapporti giuridici ed economici vigenti, imperniati su leggi e strutture classiste insite nel modo di produzione capitalistico, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi ideologica e sistemica di portata globale. Pertanto, l’idea dell’affrancamento dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si verificano durante il tempo di lavoro, potrebbe dirsi prossima alla sua attuazione. Tuttavia, una simile meta non si potrebbe conseguire senza una rottura rivoluzionaria compiuta a livello planetario nel quadro del dominio capitalistico tuttora vigente. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economica, che controlla e detiene l’alta borghesia industriale e finanziaria.Così come gli antichi greci si occupavano liberamente e amabilmente di politica, filosofia, poesia e belle arti, godendo dei piaceri concessi dalla vita, essendo esonerati dal lavoro manuale svolto dagli schiavi, parimenti gli uomini e le donne del mondo odierno potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro assegnato alle macchine e condotto grazie ai processi di automazione ed informatizzazione della produzione dei beni di consumo. Questo traguardo rivoluzionario è già raggiungibile, almeno in teoria, grazie alle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” fornite dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.

DIFFERENZE TRA ANTISIONISMO, ANTISEMITISMO ED “ANTISCEMITISMO”

L'antisemitismo non è uno scherzo e non si può liquidare con freddure stupide e inappropriate sull’“antiscemitismo”, che suscitano solo l’ilarità di qualche pennuto affetto da aviaria. Quando parlo di "antisemitismo" mi riferisco anzitutto all'antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, al classico razzismo contro gli Ebrei, ma pure all'antisemitismo contro il popolo palestinese, che appartiene anch'esso alla stirpe "semitica", anch'esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione militare, di spietati eccidi di massa di cui sono note le responsabilità sioniste. Il razzismo vero e proprio, il peggior "antisemitismo", non comunemente ideologico, ma brutalmente militare, è quello messo in pratica da quelli che sono i veri assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi alleati storici anglo-americani. Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi decenni dallo Stato di Israele con l'appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e non militarizzate che vivono nella striscia di Gaza? Rammento una risoluzione dell'ONU, la 1544 del 19 maggio 2004, che ha condannato le violenze israeliane in quella regione, chiedendone l'immediata cessazione. Come altre risoluzioni delle Nazioni Unite, anche questa è stata disattesa e violata da Israele. Rammento che Israele possiede da anni la bomba atomica, ma nessuno si è mai azzardato a condannarla per questo, mentre si cerca di strumentalizzare e criminalizzare in modo pretestuoso la volontà del regime iraniano, indubbiamente dispotico e tirannico, di dotarsi di armi nucleari, come hanno fatto in passato gli USA (gli unici ad aver usato armi atomiche contro popolazioni civili, in Giappone nell'agosto del 1945), l'ex Unione Sovietica, la Gran Bretagna, la Francia, l'India e il Pakistan. Ricordo che il Mossad era al corrente in anticipo del piano relativo all’attentato dell'11 settembre 2001. Non a caso in quegli edifici non c’erano cittadini ebrei. Non è strano che nell'elenco delle migliaia di vittime sepolte sotto le Torri Gemelle non figuri alcun nome ebraico? Inoltre, detto per inciso, le Twin Towers furono abbattute in seguito all'impatto dei due aerei, o crollarono per effetto di un'implosione innescata volontariamente? Lo ipotizzano numerosi esperti di ingegneria edile ed altri specialisti.Se con l’orribile accusa di "difensore di criminali" si intende infamare chiunque si schieri a fianco delle popolazioni palestinesi, assolutamente inermi, che vivono nella striscia di Gaza e sono massacrate senza pietà dalle truppe israeliane, ebbene, ammetto che quella definizione si adatta al sottoscritto. Come sono uno strenuo difensore della causa e delle ragioni del popolo ebraico quando questo è stato ed è oggetto di razzismo, come quando fu vittima della Shoah, nei lager nazisti durante il secondo conflitto mondiale.Questa parentesi mi serve a spiegare la mia posizione in materia di "antisemitismo". Sarebbe assurdo se cominciassimo a risalire indietro nel tempo, agli albori dello Stato di Israele, o più indietro, alla nascita del sionismo. Un movimento che propugna da sempre la causa ebraica più oltranzista, che ha fatto ricorso a metodi e pratiche di stampo terroristico, tuttora una prerogativa politica di Israele e del sionismo internazionale.Per il momento mi limito a formulare una elementare, ma agghiacciante domanda: perché chi difende a spada tratta Israele contro

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i suoi nemici e si adopera in tutte le maniere per denunciare ogni accenno di antisemitismo, non reagisce allo stesso modo,non si indigna e non si commuove neppure a compassione di fronte alle sofferenze e alle sopraffazioni subite dal popolo palestinese ad opera di uno Stato il cui popolo ha vissuto per secoli le stesse ostilità e persecuzioni, specie durante la seconda guerra mondiale? La "diaspora" sofferta dal popolo palestinese non merita lo stesso rispetto e la stessa considerazione che riconosciamo giustamente alla "diaspora" del popolo ebraico? Lo sterminio a danno del popolo palestinese non merita la stessa condanna, la stessa risposta assunta nei confronti del genocidio consumato in modo crudele contro gli Ebrei? Detto questo, mi preme far presente che non sono antisemita. Non lo sono in quanto non disprezzo, non perseguito e non insulto alcun popolo di origine semita, sia che si tratti del popolo ebraico che di quello arabo, dato che non ho ragioni personali, o di altro genere, per farlo. Invece, confesso di essere antisionista, nella misura in cui condanno con fermezza la politica di aggressione e di espansionismo economico militare perseguita da Israele a scapito dei Palestinesi, confinati e incalzati nella striscia di Gaza, costretti a subire stragi, ostilità, persecuzioni e violenze d’ogni tipo dalle truppe occupanti. Ricordo uno dei più grandi uomini della storia universale, un ebreo socialista, laico e antisionista: Martin Mordechai Buber. Il quale sosteneva che lo Stato di Israele, che non era ancora nato, non avrebbe dovuto assumere un'identità etnico confessionale. Quest'uomo di buon senso pensava alla creazione di uno Stato che riunisse tutti i semiti in Palestina. Invece, altri “padri fondatori” della nazione israeliana hanno voluto la formazione di uno Stato su basi etniche, strutturato in senso esclusivista e razzista. Tra i nomi dei vari leader sionisti che hanno contribuito alla fondazione dello Stato israeliano come si configura oggi, bisogna citare: Davide Ben Gurion, capo dell'Hagamah, l'Agenzia ebraica sionista; Shamir e Begin, capo dell'Irgun, nonché la famigerata Banda Stern, descritte dai Britannici come vere e proprie organizzazioni terroristiche. In direzione esattamente opposta si muoveva Martin Buber. Questi è ritenuto uno dei padri spirituali della patria e della nazione israeliana, un po’ come Giuseppe Mazzini. E' stato uno dei più importanti filosofi del XIX secolo. Era di orientamento esistenzialista e socialista, ma dissentiva profondamente nei confronti dell'ideologia sionista. Martin Mordechai Buber era di nazionalità austriaca e di origine ebraica. Aderì inizialmente al movimento sionista, ma se ne distaccò non appena si rese conto della vera natura del movimento, per aderire ad una filosofia di ispirazione esistenzialista e socialista, ed abbracciare la causa della convivenza pacifica tra i popoli in Palestina. Egli sosteneva che lo Stato di Israele, che si sarebbe costituito nel 1948, non dovesse reggersi su un fondamento etnico confessionale (come poi è accaduto), tantomeno di tipo oltranzista. Basti pensare ai gruppuscoli estremistici di destra e alle formazioni politiche e religiose integraliste, ben rappresentate nel Parlamento israeliano. Si pensi al Likud, un partito di orientamento ultraconservatore, che costituisce la principale forza politica del paese, insieme al partito socialista (“socialista” per modo di dire). Martin Buber pensava alla creazione di uno Stato che riunisse Ebrei e Arabi musulmani, per metterli in condizione di coesistere pacificamente e di condividere, con pari dignità e pari diritti, le responsabilità della direzione e dell'organizzazione politica, economica e sociale di uno Stato non confessionale o integralista, ma laico e inter-religioso. Altro che "due popoli e due Stati": un solo popolo e un solo Stato! Questa era la geniale, ambiziosa, ma non utopica, soprattutto "profetica" visione di Martin Mordechai Buber. Invece, Ben Gurion, Begin, Shamir e altri leader sionisti, moderati o estremisti che fossero, hanno pensato e partecipato alla creazione di Israele come si struttura oggi: uno Stato ebraico di tipo etnico confessionale, con aspirazioni imperialistiche prepotenti, con una decisa predisposizione all'aggressività e all'espansionismo verso l'esterno. Restando in tema, voglio citare una frase molto bella. L'autore è sicuramente ebreo, ma ignoto; tuttavia il senso è condivisibile da parte di tutte le persone dotate di buon senso.La frase dice: "Se tu scrivessi ebrei invece di israeliani, coinvolgeresti anche me che sono ebreo, ma non israeliano, e che sono antisionista". In questa asserzione è riassunta tutta la differenza semantica, politica e culturale tra "antisemitismo" e "antisionismo". Alcuni opinionisti “filoscemiti” e filosionisti di casa nostra affermano che Israele avrebbe fatto bene a violare le risoluzioni dell’ONU, per proteggersi dai suoi nemici. Dunque costoro, come Israele, il principale "Stato canaglia" del Medio Oriente, si auto-escludono dalle norme della legalità internazionale, dalla civile convivenza tra i popoli, per cui meritano solo parole di disapprovazione. Tornando alla questione dell’antisionismo, ribadisco la mia posizione contraria al sionismo come dottrina politica. Tuttavia, tale posizione non può essere confusa, se non in malafede, con l’antisemitismo, tantomeno con il negazionismo.  Bisogna condannare qualsiasi manifestazione razzista, contrastare ogni insorgenza neonazista, rigettare le opinioni che tendono a separare gli uomini e i popoli in “superiori” e “inferiori”. Proprio per tali ragioni ritengo che l’assunzione del sionismo come fondamento dello Stato israeliano abbia condotto a politiche aggressive e persecutorie verso i popoli confinanti e soprattutto verso i legittimi abitanti della Palestina, gli Arabi Palestinesi. Occorre proclamare con forza che Israele, fino a quando sarà lo Stato Ebraico anziché uno Stato laico e non confessionale, sarà sempre uno Stato fondato sull’esclusione e sulla discriminazione religiosa e razziale. E’ necessario denunciare le occupazioni e le aggressioni israeliane contro i popoli e i Paesi mediorientali, fino a quando Israele continuerà ad aggredire ed occupare territori altrui, violando le risoluzioni dell’ONU.Infine, è molto importante saper distinguere tra ebrei e israeliani, e parlare di “politiche aggressive di Israele e dell’esercito israeliano”, e non di Stato ebraico.

Lucio Garofalo

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Difendere l’Iran? La posizione del Baath iracheno e quella  nostra

 

PRIMO FRONTE - Iraq

Il 23 marzo scorso, venuto a conoscenza che siamo tra i promotori dell’Appello “Fermare l’aggressione all’Iran”, Salah al-Mukhtar, noto esponente del Baath iracheno (col quale abbiamo mantenuto stretti contatti sin dall’aggressione anglo-americana del marzo 2003), ci ha inviato una lettera nella quale, puntando il suo dito indice, ci muove l’accusa che difendendo l’Iran saremmo diventati sodali degli americani. Sentiamo:

«La resistenza Irachena ha atteso per anni che voi condannaste la partecipazione iraniana all’invasione dell’Iraq, alla loro promozione del conflitto settario, ma non lo avete fatto, sfortunatamente! Sembra che siete dalla parte dell’Iran come pure a favore dell’occupazione del suolo iracheno, come a Fakka ad esempio.

Con l’Iran che ha ucciso migliaia di iracheni e sta giocando il ruolo più pericoloso nel colpire la resistenza Irachena assieme all’America. Sostenere l’Iran, il più pericoloso agente dell’applicazione dello schema americano-sionista di partizione dell’Iraq, fa praticamente di voi un movimento leale agli USA.
Questo vostro appoggio all’Iran è davvero strano poiché l’Iran sta giocando il ruolo di primo socio degli americani nell’invasione e nella distruzione dell’Iraq e dell’Afghanistan
». Salah Al-Mukhtar

Una prima precisazione. Condannammo eccome! il collateralismo, ovvero il vero e proprio fiancheggiamento dell’invasione anglo-americana da parte di Tehran. Ma questo gli esponenti del Baath iracheno, sia quelli attivi nella Resistenza che costretti all’esilio come Salah, lo sanno molto bene. Come lo sanno bene anche in Iran, che per il nostro fermissimo e notorio sostegno alla Resistenza irachena, non hanno mai visto davvero di buon occhio il Campo Antimperialista.

La differenza con Salah, non sembri assurdo, è simboleggiata dal posizionamento di una maiuscola. Noi usiamo scrivere Resistenza irachena, Salah, invece, scrive “resistenza Irachena”. In altre parole la differenza insiste sul nazionalismo, che noi sosteniamo quando rappresenta le giuste aspirazioni di un popolo senza patria (vedi quello palestinese), quando esso è un’arma puntata contro l’oppressione imperialistica e colonialistica, che respingiamo quando esso è solo un paravento usato astutamente da questo o quel regime per abbindolare il popolo o, peggio, utilizzato come arnese ideologico per giustificare una politica espansionistica o annessionistica ai danni di popoli che oppressori non sono.

Ci sono nazionalismi buoni, e nazionalismi cattivi. Ci sono infine nazionalismi che buoni in determinate circostanze diventano cattivi in altre.

Il nazionalismo iracheno è ambivalente: è buono dal momento che è un’arma identitaria per sollevare le masse contro gli occupanti imperialisti, può essere cattivo se utilizzato sciovinisticamente contro la minoranza curda, o contro il popolo persiano in quanto tale. Il Baath ha usato, a seconda delle circostanze, entrambi i lati del nazionalismo arabo-iracheno, per di più rivestendolo dell’antica ostilità sunnita contro la shia.

Dove possono condurre il nazionalismo cieco e lo sciovinismo nazionale, ci fu mostrato dalla terribile guerra Iraq-Iran.

Chi scrive non sostenne né l’Iraq né l’Iran nella guerra fratricida (1980-88). Una guerra sanguinosa che non era nell’interesse né del popolo iracheno né di quello persiano e che, indebolendo entrambi i paesi, fece di fatto il gioco degli americani e dei sionisti (che sostennero e armarono, allo scopo di farli dilaniare, ora l’uno ora l’altro belligerante). Il governo di Saddam Hussein porta una responsabilità enorme per avere scatenato, nel settembre del 1980,  quella guerra contro la neonata Repubblica Islamica dell’Iran, così come le porta Khomeini, per aver respinto ogni negoziato di pace che avrebbe potuto porre fine al conflitto tre se non quattro anni prima.

 

 

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Saddam Hussein da una parte, Khomeini dall’altra, entrambi fecero leva sui sentimenti nazionalisti (e religioso identitari) per mobilitare le masse e spingerle ad azzannarsi, ma le vere cause del conflitto furono l’ambizione di potenza regionale del Baath da una parte, e le mire espansionistiche iraniane dall’altra. La guerra fu per entrambi un pretesto per difendersi dai loro nemici interni, dalla crisi, deviando le tensioni verso il nemico esterno.

Per dovere di chiarezza, chi scrive, non si schierò contro l’Iraq quando esso invase, nell’agosto del 1990, il Kuwait, visto che quel conflitto, come si rivelò pochi mesi dopo con l’aggressione americana, non era che il primo capitolo di una guerra devastante che vedrà impegnati contro l’Iraq tutti i paesi imperialisti coalizzati.

E sempre per dovere di chiarezza, chi scrive, non sostenne le rivolte simultanee dei curdi iracheni e degli shiiti a sud, che scoppiarono proprio mentre le truppe d’invasione americane avanzavano verso Baghdad, e che erano dunque obiettivamente complementari all’invasione stessa.

Non ci accusino quindi, i baathisti iracheni, di avere una posizione pregiudizialmente ostile al nazionalismo arabo-iracheno. Non l’abbiamo avuta nemmeno quando la Resistenza, a partire dal 2005,  ha fatto deliberatamente leva sull’antica ostilità verso gli “apostati” shiiti giustificando una tattica stragista per cui ogni shhita era un nemico da annientare. Era purtroppo senso comune negli ambienti della resistenza che l’Iran, al fondo, è un nemico peggiore degli americani.

Si è visto infatti con la triste debacle della Resistenza irachena dove possa portare l’odio indiscriminato antipersiano e anti-shiita. Ha portato alla guerra civile tra iracheni sunniti e iracheni shiiti, un fiume di sangue in cui ad un certo punto galleggiavano le milizie jihadiste salafite-takfirite da una parte, e gli squadroni della morte del Badr, del Dawa o del Mahdi dall’altra. Salah al-Mukhtar sa infatti molto bene che proprio a causa del terreno guadagnato dai fanatici jihadisti (guadagnato anzitutto a spese del Baath), a partire dalla fine del 2006, decine di migliaia di guerriglieri sunniti, passarono dalla parte degli occupanti americani (Il Consiglio del Risveglio). Fu l’inizio della fine della Resistenza. Chiediamo a Salah al-Mukhtar: ci sarebbe stata questa debacle se la Resistenza non avesse adottato la politica frontalmente anti-shiita? Se avesse combattuto l’idea che l’Iran era il nemico principale?

Noi comprendiamo che la Resistenza è stata sconfitta anche grazie al ruolo giocato da Tehran e dai partiti iracheni filo-iraniani. A maggior ragione appaiono chiari gli errori strategici della Resistenza medesima: se non si può ubbidire a due padroni (ci riferiamo ai partiti iracheni shiiti), neanche si può combattere allo stesso tempo contro due nemici soverchianti. Tutto si doveva fare dopo l’invasione del 2003 (e dopo le rivolte antiamericane degli shiiti del 2004 e del 2005), non commettere il gravissimo errore di spingere, per amore del nazionalismo cieco e del settarismo sunnita, la maggioranza shiita tra le braccia degli americani e di Theran.

Salah al-Mukhtar ci accusa perché difenderemo l’Iran nell’eventualità di un’aggressione americana. Su questo già divergemmo con i baathisti alla conferenza di sostegno alla Resistenza irachena che co-organizzammo in Italia nel marzo del 2007. Essi si rifiutarono di sottoscrivere la dichiarazione finale perché, tra l’altro, condannava le minacce imperialistiche all’Iran. Per i baathisti era inconcepibile che noi fossimo per la Resistenza irachena e, allo stesso tempo, per la difesa dell’Iran contro gli USA.

Ognuno può capire che dove i baathisti, accecati dall’odio antipersiano, vedono una contraddizione, c’è in realtà un solido filo rosso di coerenza.

Un paese può giocare un ruolo antimperialista globale e al contempo perseguire una politica espansionistica a scala regionale. Strano che non lo capiscano i baathisti, poiché ciò si applicava a pennello anche all’Iraq di Saddam Hussein. Siamo dunque al fianco dell’Iran nel conflitto latente con gli USA, siamo contrari alla politica fin qui seguita da Tehran verso l’Iraq, che è stata sin qui una politica di condominio e di sostanziale collaborazione.
 L’ultima cosa vorremmo dirla, a scanso di equivoci, sul concetto di “espansionismo”. I sionisti, gli americani e le loro satrapie arabe, condannano l’espansionismo iraniano in Medio oriente. Si riferiscono anzitutto all’appoggio determinante che Tehran fornisce alle resistenze libanese e palestinese. Che Dio benedica questo “espansionismo”, senza il quale non avremmo avuto, né la vittoria di Hezbollah su Israele nel luglio 2006, né la capacità di HAMAS di resistere all’invasione di Gaza denominata “piombo fuso”.

Moreno Pasquinelli

 

 

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(…continua dal numero precedente)

 

Vittoria" Repubblicana

Il 10 ottobre 1911 viene ricordato come la data di nascita della repubblica in Cina perchè fu quel giorno che il governatore del Wuchang sfuggì ad una una insurrezione locale. Lo scontento verso il regime dei Ch'ing si era diffuso tra le classe privilegiate provocando una valanga di eventi nei mesi successivi fino ad una rivolta di corte. Il regime dei Ch'ing crollò non sotto i colpi di un movimento unitario dotato di un programma di cambiamento, bensì sotto il peso della propria impopolarità. 
Si provocò così un vuoto. Sun Yat-sen venne inizialmente dichiarato presidente agli inizi del 1912 ma egli non riuscì a fermare la frammentazione del paese che era ormai iniziata con il collasso dei Ch'ing, per cui il 13 febbraio venne sostituito da Yuan Shih-k'ai per il bene dell'unità. Yuan era una figura di militare tradizionalista che si era unito alla rivolta solo perchè era caduto in disgrazia presso la corte dei Ch'ing. Nel 1911 Yuan aveva combattuto per i Ch'ing e massacrato i prigionieri repubblicani. Poteva aver cambiato fronte, ma non aveva cambiato idea al punto di cercare di restaurare l'impero con egli stesso al potere, prima della sua morte nel 1916. Questo portò ad una divisione nel paese e  Sun Yat-sen costituì un nuovo movimento repubblicano KMT nel sud contro i successori di Yuan Shih-k'ai a Pechino.
Questo fu il periodo dei signori della guerra che durò fino agli anni '30. Nessuno governava sulla Cina, invece il KMT combattè i comunisti e certi locali signori della guerra, con cui a volte si alleava per andare contro i comunisti e più tardi contro i Giapponesi. Lo stato di guerra era una costante nella vita di quei tempi con eserciti rivali che arruolavano i contadini, imponevano tasse sui territori conquistati afflitti da una dilagante carestia a causa della guerra. 
La lezione ricavata da molti giovani rivoluzionari fu che la tradizionale società cinese doveva essere attivamente abbattuta prima che potesse fare qualche vero progresso. Era questa la posizione degli anarchici a Parigi e del loro giornale "Nuova Era" fin dal 1907, con la pubblicazione di già ben 100 numeri. Queste posizioni vengono tradizionalmente accreditate alla pubblicazione di Chen Duxiu 'Nuova Gioventù' che apparve alla fine del 1915, probabilmente perchè Chen avrebbe poi fondato il Partito Comunista Cinese (PCC), ma si sa che egli lavorava a stretto contatto con gli anarchici. Egli sosteneva che l'etica confuciana doveva essere ribaltata per dare il primato ai giovani ed all'innovazione a discapito dell'età e della tradizione. La tradizionale soggezione verso i governanti, i padri ed i mariti doveva essere rifiutata a vantaggio della scienza e della democrazia.

Il Movimento per la Nuova Cultura

Erano queste le idee che gli anarchici avevano promosso nel decennio precedente. Arif Dirlik nel suo studio sull'anarchismo cinese elenca il contributo anarchico al crescente movimento rivoluzionario;(3)

* In prima fila per l'istruzione universale, la trasformazione della famiglia e l'emancipazione delle donne;
* fondatori dei primi sindacati moderni in Cina nel 1917;
* alla testa della diffusione del movimento rivoluzionario nelle aree rurali;
* i primi a sperimentare nuove forme di istruzione e nuovi modi per organizzare la produzione.

Per un lungo periodo, e fino al 1925, la maggioranza dell'ala radicale del movimento rivoluzionario era composta da anarchici piuttosto che da marxisti. Molti testi anarchici erano stati tradotti già nel corso della rivoluzione del 1911 mentre le traduzioni di Marx erano rare sino al 1920. (4) Dirlik dice "Non c'era nessuna "sinistra marxista" di cui si possa parlare in Cina fino al 1920-21. La maggior parte di coloro che emergeranno come dirigenti del movimento comunista in Cina provenivano da un periodo anarchico prima di diventare marxisti." (5)


Un movimento rivoluzionario intellettuale di 'massa', Il Movimento per la Nuova Cultura, si era formato in quel  5% ai vertici della società cinese nel periodo della Prima Guerra Mondiale. Divenne noto cone il Movimento 4 Maggio in seguito alla protesta studentesca del 4 maggio 1919. Kuang Husheng, lo studente che spalancò i cancelli del Ministero degli Esteri quel giorno, era un anarchico.(6) Questo Movimento 4 maggio era filo-occidentale nella lotta contro la tradizione, il 50% delle sue pubblicazioni erano testi occidentali, ma era anche fieramente anti-imperialista  quando si trattava della "umiliazione" subita dalla Cina da parte del Giappone e delle potenze occidentali. Le proteste studentesche del maggio 1919 che caratterizzarono il movimento esplosero a Pechino in conseguenza delle Conferenza di Pace del dopo-guerra a Parigi, in cui le concessioni tedesche in Cina vennero date al Giappone.
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Le condizioni degli operai cinesi

 

Fino a questo punto e comunque fino al 1925 la lotta per la modernizzazione si era svolta all'interno dell'elite e tra le sue frazioni. Si trattava pure di una lotta di massa dato che l'elite contava milioni di cinesi. Ma in generale i contadini e la poco numerosa classe operaia ebbero un ruolo passivo oppure vennero reclutati in uno degli eserciti in campo.
Nel 1920 la Cina contava  450 milioni di abitanti di cui solo il 6% viveva nelle città. La classe operaia era poco rilevante, nel 1919 c'erano 1 milione di operai nell'industria, 2 milioni nel settore minerario e nell'edilizia, 10 milioni nei trasporti e 12 milioni nell'artigianato. (7) Per cui anche a volersi mantenere larghi, una volta esclusi i contadini, solo il 5% della popolazione erano operai e solo lo 0.5% impiegati nell'industria.
Le condizioni di lavoro erano spesso brutali. Operai erano anche i minori a partire dai 6 anni e nel 1920 a Shanghai la giornata di 12 ore era la norma con 13 giorni lavorativi su 14. Molti lavoravano 18 ore al giorno, prima di crollare morti di sonno in un angolo dell'officina. I tentativi di organizzazione venivano brutalmente repressi, tra il 1900 ed il 1919 si contano 152 scioperi.
Gli anarchici erano la forza più significativa agli albori del movimento sindacale organizzato in Cina. Liang Bingxian, esponente  dell'anarchica 'Società di Studi del Socialismo' pubblicò il primo giornale sindacale, 'Il Lavoro' nel 1918. Guangzhou (Canton) era il centro del movimento e gli anarchici di Guangzhou nel 1918 contribuirono ad organizzare il Sindacato della Casa del Tè di Guangzhou  che raggiunse gli 11.000 iscritti, e l'anno dopo sindacalizzò anche i barbieri. Xie Yingbo fu un influente dirigente sindacale collegato agli anarchici i quali, tramite lui, divennero influenti anche nel sindacato metallurgico. (8) Nel 1921 gli anarchici di Guangzhou avevano messo in piedi almeno 40 sindacati ed alcuni di loro erano ne erano anche i dirigenti come il fratello dell'autorevole anarchico Shifu e come Liu Shixin (9) Dirlik scrive che il primo Congresso Sindacale Nazionale a Guanghzhou nel 1922 "rivelò l'estensione dell'influenza anarchica nelle organizzazioni sindacali del sud."(10) Nel 1922 due dirigenti sindacali anarchici vennero uccisi a calci dopo aver guidato uno sciopero a Changsha.

Le condizioni dei contadini

Le condizioni dei contadini variavano in modo considerevole a seconda delle zone del paese, ma in generale gli appezzamenti da lavorare erano sempre più piccoli a fronte del grande numero di contadini e persino i contadini più ricchi  avevano piccole proprietà. La maggior parte della terra era nelle mani del 10% della popolazione. Uno studio del PCC risalente agli anni '30 divideva la popolazione possidente di terreni rurali in questo modo

* Contadini poveri che per poter vivere lavoravano piccoli appezzamenti di terra altrui. Erano il  68% della popolazione, sul 22% delle terre.
* Contadini medi che potevano vivere con la terra di proprietà senza impiego di manodopera a lungo termine. Erano il  22% della popolazione, sul 25% delle terre..
* Contadini ricchi che lavoravano la terra, ma ne avevano così tanta da dover impiegare manodopera costante. Erano il 7% della popolazione sul  27% delle terre.
* Infine c'era la piccola nobiltà che era composta di intellettuali, amministratori locali, possidenti ed usurai. Erano il 3% della popolazione sul 26% delle terre. (11)

Ci furono dei tentativi per organizzare il mondo rurale. Ondate di anarchici "se ne andarono in campagna", specialmente nel periodo del 4 maggio. Prima del 1920, grazie agli sforzi degli anarchici, una parte del Fuijan divenne nota come  "Russia Sovietica del Fujian Meridionale" (12). Persino alla fine degli anni '20 gli anarchici nel Fujian preparono un'insurrezione a cui si unirono anarchici provenienti dal Giappone e dalla Corea "convinti che il Fujian potesse servire da base per una insurrezione anarchica dell'Asia orientale." (13)

Nel periodo dal 1900 al 1940  peggiorarono le condizioni dei contadini. C'era stato un lungo periodo di crescita della popolazione. La fine del tradizionale sistema confuciano significò anche la fine delle relazioni sociali paternalistiche nei villaggi e l'introduzione in molte regioni di un mercato implacabile basato su possidenti assenti o su agenzie proprietarie rappresentate da referenti locali. Un affitto che poteva raggiungere il  45% della produzione ed una serie di arbitrarie tasse sulla terra che potevano accumularsi per anni portarono ad una imprevedibile crisi. Grandi carestie e morte per indigenza non erano cose rare se prodotte da una pessima stagione o da un raccolto fallimentare. Ma anche se tutto ciò veniva evitato, la sopravvivenza stava nel chiedere denaro in prestito agli usurai locali con la conseguente perdita della terra, tutta o in parte, se il debito non veniva ripianato. 

(… continua nel prossimo numero)

Presentato da Lia Didero

 

 

 

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Descrizione: ilSale2

La pagina di Diderot

 

Le interviste impossibili : Giuseppe Garibaldi

Caprera, maggio 1880

Generale come state?

Vecchio, troppo vecchio…..

Ma come, si dice che siete pronto ad annettervi la Corsica,.. ancora..

Non scherziamo Egregio, l'unità d'Italia è conclusa, spero che duri, Roma fu l'ultima occasione, ma ci hanno pensato i bersaglieri, a me non lo concessero, i tempi forse non erano maturi.

Generale , lo rifareste?

Parlate della spedizione dei mille del ‘61, vero? Guardate, lo rifarei , n’è valsa la pena, ma l'Italia sta cambiando, problemi immani si affacciano all'orizzonte, ma fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani. Non aveva senso essere comandati da "..nnu rre pazziariello", come il Borbone, guardate che eravamo partiti in mille ma alla fine è stato un tripudio,eravamo arrivati a quasi 60 mila,  un fiume rosso..spero solo che non si siano sentiti ingannati.

Le camicie rosse, come nacquero, perché  rosse?

Non mi interrompete,.. nacquero in Uruguay , da camicioni da macellaio, erano le uniche disponibili, servivano delle divise....dicevamo.. se si sono sentiti ingannati, non l'ho certo voluto io, io ho rifiutato tutte le cariche che mi hanno offerto, ho lasciato il seggio al parlamento..

Ma la maggior parte dei suoi generali sono stati integrati nell'esercito piemontese, Bixio, e così via..

Bixio s’imborghesì è vero, ( è morto, poverino, di colera, in navigazione) non fu più il rivoluzionario di un tempo..

Ma è vero che a Bronte, quando entro' in paese, alla testa delle camicie rosse e gli venne incontro il prete in processione con i sacri paramenti e gli disse "..baciammu  le mani a vossìa.." , Bixio rispose  ".. baciammu i coglioni" ?

Si è vero , ma di aneddoti se ne raccontano tanti, quel prete se la meritò...

Ma a Bronte ci fu un massacro, l'avete ordinato voi generale?

È stato un errore, ma stava andando tutto a carte quarantotto, i contadini ci avevano preso gusto alla rivoluzione, stavano creando un ordine costituito strano...È stato un errore.. ma non potevamo rischiare. Ritorniamo ai mille, però. Direi che questo è stato il momento culminante di quella rivoluzione che è stato il Risorgimento. Vorrei ricordare che alla mia vittoriosa spedizione seguirono i plebisciti e che le popolazioni a maggioranza quasi unanime decisero l'annessione al resto d'Italia e al regno Sabaudo. Dopo il ‘61 si è andati avanti soprattutto sul piano della formazione dello stato nazionale che, anche per le sue maggiori dimensioni, garantirà in seguito un certo sviluppo, ma al tempo stesso mantiene l'ordine sociale esistente. La borghesia terriera del Mezzogiorno, più arretrata economicamente di quella settentrionale, partecipa ad un'alleanza un po' disuguale, per cui viene a trovarsi in una condizione di inferiorità che tutt'ora persiste e che penso durerà  a lungo.

L'impressione data in tutto il mondo è stata che improvvisamente vi siete fermato a Teano, dove...

Vedete a Teano mi è venuto incontro il Re, con tutto l'esercito piemontese che prima però era passato nelle Marche,Umbria e Abruzzi e aveva annesse queste regioni; io volevo arrivare a Roma e cacciare Pio IX, ma me l'hanno impedito con la forza, forse il Re ricordava ancora la Repubblica Romana, quando fummo sconfitti con il mio amico e compatriota Mazzini, la stretta di mano tra me e il Re è stata  pro forma, se mi fossi mosso  ancora…..Loro sono stati alla finestra se andava tutto bene intervenivano e proclamavano il Regno d'Italia, come accadde, se andava male avrebbero detto " ..quel bandito di Garibaldi..come dissero quando mi condannarono a morte nel ’34 durante i moti piemontesi"

Un po’  la sintesi di ogni rivoluzione..

Vedete, Egregio, un rivoluzionario vittorioso è un eroe, uno sconfitto è un bandito , un malfattore, vince sempre il parere del vincitore.

Parlatemi del vostro grande amore..

...Ah, Anita, quanto breve è stata la sua esistenza! La madre dei miei figli, Menotti, Teresita e Ricciotti.. L'ho sposata nel ‘39 , era brasiliana, ha lasciato un altro uomo per me! Se avesse saputo quello a cui sarebbe andata incontro..Una donna straordinaria, ha sposato in pieno la causa italiana.

Durerà  l'unità d'Italia?

Penso di sì.. Le popolazioni del nord sono profondamente diverse dal resto d'Italia, ma non si possono scordare i motivi, gli ideali e le spinte che ci hanno unificato. Se sparute minoranze dovessero far leva su sentimenti poco nobili ed interessi troppo comuni, alla fine il grande spirito comune per cui abbiamo combattuto e sacrificato un'esistenza, prevarrà certamente. L'unico mio rammarico è stato quello che il plebiscito non è stato seguito da un'assemblea costituente, in cui magari si poteva scegliere tra Monarchia e Repubblica, come voleva il mio amico e compatriota Mazzini...La nostra costituzione è ancora quella di Carlo Alberto.. Ora basta, sono stanco, vi devo salutare, vi auguro buon viaggio di ritorno, speditemi una copia del Sale..

 

( in ricordo della partenza dei Mille da Quarto il 5 maggio 1860 )

 

(Diderot)

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I NUOVI CREDENTI

Accendono
un mutuo
Come
un cero

Coniugano
il presente
al futuro.


Per Joseph O'Connor
che fu tanto
in tempo di niente

 

 

 

SPENTO


Vibriamo ormai
solo
in modalità silenziosa.

 


Tutto ebbe inizio nel lontano autunno del 1997.
In fila davanti allo sportello unificato, una imminente matricola di ingegneria mi rendeva involontariamente partecipe mediante quell'oggetto da cui ancora mi ostinavo a non farmi possedere, avrei detto con postumo senno, che 'Domani sono reperibile tutto il giorno.'
Da un simile proclama avrei dovuto in qualche modo presagire che l'umanità non si accingesse a farsi del bene.

 

 

 

 

Alessandro Vichi