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IL SALE - N.°103

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10   numero 103 – Aprile 2010

  

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Il problema del potere!

 

UNA  POLEMICA  IN  FAMIGLIA

(Seconda  parte)

 

 

Continuando la polemica con Andrea Papi a proposito dell’articolo “La dipartita del socialismo”, pubblicato sulla rivista anarchica “A”, ottobre 2009, anno 39, n.7 vorrei discutere anche altri aspetti. La prima parte del mio articolo è sul n° 99 de “Il Sale”.

Andrea dice:“…ogni volta che c’è stata rivoluzione……anche quando eravamo presenti, non solo non c’è stata libertà, ma si è sempre formata  nuova oppressione.” Purtroppo è verissimo quello che dice, ma partire da questa constatazione per arrivare alla conclusione che il socialismo “è deceduto”, secondo me, è sbagliato: c’è una visione antidialettica della storia.

           L’essere umano nella sua evoluzione dalla vita nella caverna allo sbarco sulla Luna ha superato difficoltà enormi, quindi come può non risolvere un semplicissimo problema come quello di compiere una rivoluzione senza poi instaurare una nuova dittatura? Questa è la vera utopia! Il fatto di pensare che ciò sia impossibile indica un pensiero fatalista e slegato dalla storia. Ci sono tantissime rivoluzioni da studiare per trovare gli antidoti al potere ed alle burocrazie. Anche io ho la mia opinione, ma ce ne sono tantissime altre  che, messe tutte insieme, possono aiutare sicuramente a trovare la soluzione. In conclusione: il movimento rivoluzionario non si può arrestare di fronte a questo falso spauracchio e cambiare strada. Io penso che l’uomo e la donna  di oggi già si sono posti il problema e già lo stanno affrontando. Un piccolissimo esempio, l’ultimo in ordine di tempo, è la manifestazione del 5 dicembre a Roma, con centinaia di migliaia di persone, autorganizzata ed autogestita dal  Movimento Viola, al di fuori dei partiti e dei sindacati, cioè delle istituzioni del potere. Credo, però,  che questo movimento avrà breve durata perché esprime una democrazia “improvvisata”, temporanea, mentre è necessaria una democrazia permanente, di base e di massa. Comunque questi movimenti sono già avvenuti e torneranno a ripetersi in forma sempre più perfezionata.           

.La Sinistra parlamentare è fuori dal discorso che stiamo facendo in quanto questi problemi non se li pone nemmeno. Inoltre è perdente in partenza perché non ha risposte globali alla crisi di questa società e di questo sistema. Non avendole, sta affondando insieme alla classe al potere, ed anche collaborando. Non bisogna dimenticare che i “padri” di questa sinistra fecero il Patto di Monaco nel 1938, cioè l’accordo Stalin-Hitler in cui si spartirono la Polonia, e dettero una pugnalata alle spalle degli antifascisti e di tutti i rivoluzionari dell’epoca. Per cui non ci si può meravigliare minimamente se oggi conciliano, si mettono d’accordo e fanno affari con Berlusconi.

Andrea Papi dice che bisogna puntare alla conquista delle “strutture di comando” piuttosto che al loro abbattimento. Personalmente penso che non sia possibile perché se è vero che “le conquiste del potere” da parte delle rivoluzioni si sono sempre trasformate in dittature, è altrettanto vero che le conquiste delle “strutture di comando” del  Sistema in via pacifica non sono mai avvenute, ed è altrettanto vero che un “potere buono” non è mai esistito. Esso è sempre stato oppressore, anche se in alcune circostanze ed  in alcuni momenti ha potuto svolgere un ruolo progressista per il popolo. Inoltre c’è da considerare che il potere non è solo una “struttura di comando”, ma è nella testa della gente, nella sua psiche. Qui è la sua vera forza, non nella “struttura”.

Sempre Papi, in riferimento agli errori commessi dall’anarchia nella Spagna del 1936, pone due interrogativi: “non conoscevamo la natura profonda del potere? Come si può poter combattere ed abbattere un nemico quando non lo si conosce veramente?”. Personalmente penso che il potere sia stato vivisezionato in tutto e per tutto storicamente. Quello che non si sa si può facilmente

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dedurre dalle conoscenze che si hanno, anche perché sono dettagli che non cambiano minimamente la sostanza del fenomeno. Ciò che si conosce molto poco, invece, è l’emancipazione della gente: Come avviene? Che si deve fare? Quali sono state le esperienze costruttive? In questa direzione indirizzerei lo studio e la ricerca. 

Io penso che gli anarchici con i loro errori commessi in Spagna, così come i Bolscevichi russi con la rivoluzione del 1917, i Comunardi di Parigi nel 1871 ecc. vadano capiti perché si tratta di errori relativi in quanto hanno dovuto affrontare problemi nuovi per  l’essere umano. Quindi è stato ed è normalissimo commettere errori in queste situazioni. Non si è trattato di malafede, come dicono alcuni; tanto meno, come dicono altri, di “cattiveria innata nell’uomo”, cioè di un problema antropologico che non si estirperà mai e che si ripeterà sempre fino alla notte dei tempi.

Papi dice che la formula anarchica-bakuniniana dell’”abbattimento dello stato e del potere centralizzato…..propugnando l’assenza totale di ogni forma di potere e di dominio…..comincia a far acqua da tutte le parti”. Io penso che le idee ed i principi dell’Anarchia sono molto importanti e validi. Credo che essi vadano applicati e non solo propagandati. Questo è il vero problema e la vera difficoltà, che riguarda le persone e non le idee. Parlo di applicazione sia a livello individuale che di piccolo gruppo o di organizzazione o di piccole esperienze. La realtà di oggi non permette una estensione maggiore.

L’anarchia ha bisogno di una morale propria che non si può esaurire, come fanno molti, nel principio “io faccio e penso come cazzo mi pare e piace!” credendo di essere all’apice dell’anarchia mentre stanno semplicemente applicando il principio egoista-borghese della “libera iniziativa”. La libertà senza coscienza altruista non può esistere. Questa è la crisi.

Secondo me gli anarchici dovrebbero smettere di fare la guerra a Marx ed ai marxisti e di farsi la guerra tra i propri gruppi. Penso che non solo gli anarchici ma tutte le organizzazioni rivoluzionarie abbiano bisogno di riflettere, comunicare ed unirsi al meglio delle loro qualità. L’avanzare irreversibile della crisi renderà sempre più necessaria la formazione di movimenti rivoluzionari.

Fino a che ci sarà l’ingiustizia nella società, secondo me per moltissime generazioni ancora, la ribellione rappresenta la dignità della persona. Se non si produce lo scatto interiore, cioè il passaggio da sottomesso a ribelle, la persona non può conquistare la dignità. Per cui il ribelle è una predisposizione sentimentale e mentale, non un comportamento “incazzoso” che, molte volte, esprime uno stato di nevrosi.

Nel fare tutte le sue osservazioni critiche che lo portano alla conclusione della “Dipartita dal socialismo”, Andrea si basa sulla “percezione collettiva” – “l’immaginario collettivo” – “percepito nell’uso comune”. Lui fa proprie queste angolazioni generiche ed indefinite e, da qui, fa partire le proprie analisi e conclusioni disfattiste . Ma che cos’è questa “percezione collettiva”? Nient’altro che la cosiddetta “opinione pubblica”. Essa è l’opinione diffusa dai  mass media e dal potere, ed assorbita dalla maggioranza della popolazione, come sempre. E’ un’opinione conservatrice e reazionaria. Se ci basassimo sulla “percezione collettiva”, cioè sull’opinione pubblica, gli anarchici e tutti i rivoluzionari non sarebbero mai sorti. Nella storia ha sempre prevalso l’opinione pubblica a livello di massa, tranne brevissime parentesi rappresentate dallo scoppio delle rivoluzioni. I  rivoluzionari, piccole minoranze,  si sono basati sempre non soltanto sul presente ma soprattutto sul passato per poter progettare un futuro. Oggi bisogna basarsi poco sull’Italia attuale, di più sul passato, cioè su di una tendenza storica dell’uomo al progresso umano. Inoltre ci si deve basare sulla ribellione delle masse di fronte all’accrescersi della crisi. Le rivoluzioni non si possono fare tutti i giorni, bisogna aspettare i momenti storici favorevoli che immancabilmente arrivano, però trovando quasi sempre le avanguardie impreparate e stupefatte.

 

Comunque sia, anche se ho fatto le mie critiche, anche se non lo conosco, mando un abbraccio ad Andrea Papi con tutto il mio rispetto. Ognuno è libero di esprimere le proprie idee ed opinioni!

 

10/12/09                                                                                                                   Antonio  Mucci

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UN PENSIERO PER EZIO

 

Scrivo queste righe sul giornale per ricordare Ezio D’Auria, che si è spento il 26 marzo 2010 all’ospedale di Chieti a soli 45 anni ed esattamente 13 giorni dopo il suo compleanno.

Desidero ricordarlo semplicemente perché abbiamo trascorso insieme 12 anni della nostra vita, dodici anni di gioie e dolori, di difficoltà e soddisfazioni, ma soprattutto di speranze e di ideali comuni. Anche se le nostre strade si erano divise da anni, abbiamo continuato a volerci bene e ad avere un legame profondo.

La sua morte improvvisa è stata per me un duro colpo, un pezzo della mia vita se n’è andato via per sempre. Il passato è tornato ad essere presente e le immagini, i ricordi, i pensieri riaffiorano vividi dentro di me. Porterò sempre nel mio cuore il suo sorriso, bello e luminoso, che ci regalava  anche nei momenti più bui.

Ma oltre alle vicende personali desidero ricordarlo per l’impegno politico e sociale che ha caratterizzato tutta la sua vita.

Sono convinta che la storia non è quella che si studia a scuola sui manuali, quella degli avvenimenti importanti  e dei grandi personaggi, ma è quella fatta dagli uomini “qualunque”, che si alzano la mattina presto per andare a lavorare, che cercano di  risolvere le difficoltà giorno per giorno, che si aiutano gli uni con gli altri, magari anche solo per superare una giornata “no”, e che soprattutto coltivano dei sogni e provano a realizzarli.

La storia è fatta di relazioni interpersonali, di esperienze condivise e quindi di emozioni, sentimenti e stati d’animo. Essi rappresentano il motore del mondo, non certo la politica affaristica, il denaro o la tecnologia. Per questo voglio parlarvi di Ezio perché è stato un uomo come tanti, ma anche speciale perché ha provato a realizzare i suoi sogni.

Ezio era un idealista e gli amici lo chiamavano “Eziorro” ( mix tra Ezio e Zorro ) forse per il suo senso di giustizia. Aveva ideali importanti come il comunismo, e intendeva realizzarli praticamente cercando di cambiare la realtà che lo circondava in senso solidaristico.

Durante gli studi universitari a Bologna ha partecipato alle lotte del movimento studentesco dal 1987 al 1994 per affermare il diritto allo studio e migliorare le condizioni degli studenti e dell’Ateneo. Nel contempo, sempre a Bologna, partecipava alle attività di  cotroinformazione presso Radio Kaos. Ma soprattutto si occupava del problema della casa con un collettivo chiamato “Senza casa mai più”, che si batteva per i diritti delle persone senza abitazione ( disoccupati e immigrati), con l’azione diretta e l’occupazione di edifici abbandonati.

Tornato a Pescara ha rivolto il suo interesse alla questione degli spazi sociali, insieme ci siamo impegnati nel movimento per il Centro sociale, che ha aggregato numerosi giovani ed è stato un movimento importante  stimolando nella città un intenso dibattito politico ed una notevole produzione artistico-culturale ( 1995-2000).

Anche il suo lavoro denota il suo spirito altruista e la sua sensibilità, infatti ha scelto di stare a fianco dei più deboli, dei ragazzi con problemi psichici. Egli ha lavorato al Centro Diurno di Pescara, un servizio della ASL che si occupa della riabilitazione psichiatrica ed ha collaborato con l’Associazione “Percorsi”, associazione di familiari per la tutela della salute mentale.

Durante la cerimonia funebre abbiamo avuto tutti, amici e parenti, la dimostrazione dell’affetto che i ragazzi avevano per Ezio e dell’amore con cui egli svolgeva il suo lavoro.

 

 

 

 

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Per essi è stato un punto di riferimento costante, ma anche affettuoso e generoso. Lo hanno definito “megaoperatore” per la sua capacità di stare vicino a tutti, per  la sua capacità di ascolto, di comprensione e soprattutto con per la sua abilità a stimolare la “socializzazione”, parola che piaceva tanto ad Ezio.

Egli credeva profondamente nell’amicizia e amava stare insieme agli altri in modo autentico e profondo.

Tutti quelli che l’hanno conosciuto conservano un buon ricordo di lui, perché riusciva a creare complicità e a comunicare sul serio, dando qualcosa di sé, lasciando qualcosa agli altri.

Tornando ai suoi sogni Ezio voleva creare con alcuni amici una “Fattoria sociale”, un luogo in cui i suoi amati ragazzi potessero vivere liberi e a contatto con la natura. Spero tanto che questo sogno si avveri, e rivolgo un appello agli amici che aveva condiviso il progetto con lui affinché vadano avanti  e realizzino la “Fattoria Sociale Eziorro e i suoi amici”. Mi auguro inoltre che si facciano tante cose e altre ancora che gli avrebbero fatto piacere, non solo per ricordarlo, ma per far si che continui ad essere vivo tra noi.

Ricorderò per sempre il suo sguardo vivo, il suo sorriso,  le sue mani grandi e le braccia avvolgenti. Addio Eziorro! Mi mancherai e ci mancherai. Un abbraccione!

 

 

Descrizione: Foto Franca delle Lenti1

 

 

Lorenza Pelagatti

 

 

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COMUNICATO DEL COMITATO PER LA DIFESA DEI LUOGHI CULTURALI A PESCARA 

 

Al termine di due nutrite assemblee, cui hanno partecipato rappresentanti di associazioni culturali e molti altri cittadini, si è costituito un Comitato per la difesa dei luoghi culturali:

 

a)     preso atto che si moltiplicano notizie, voci, dichiarazioni di politici, comunicati stampa, sul disimpegno dell´Amministrazione comunale verso gli spazi pubblici assegnati per delibera o altri atti amministrativi e sul conseguente avallo - in itinere o sulla via di realizzarsi - dell´azzeramento degli spazi stessi e del loro uso per operazioni di pura marca speculativa;

b)     analizzati gli errori, le contraddizioni, i pasticci burocratici, l´immobilismo operativo sul terreno delle innovazioni al servizio della cittadinanza, la confusione o la fumosità degli indirizzi su come gestire le tematiche relative all´impegno culturale dei governanti locali, con prospettive che si profilano inquietanti a giudicare dagli annunci di future manifestazioni;

c)     si decide di formare un comitato che, in nome di tutte le associazioni culturali, senza posizioni di priorità e senza autoreferenziali privilegi, degli operatori nel campo delle diverse discipline di conoscenza, dei cittadini attenti ai problemi del sapere, sostenga un´azione continua d´informazione e di sensibilizzazione sulla politica culturale cittadina, attualmente affidata alla nebulosità dei programmi, all´effimero di iniziative estemporanee che non hanno respiro, al recupero di espressioni ultraprovinciali e spesso strapaesane (il festival di d´Annunzio, l´attore porno che legge Il Piacere, il logo "Pescara Città Dannunziana", il concorso per Flaiano e un telegramma, curiosamente condiviso da destra sinistra e ultragauche, ecc.), alla mancanza di trasparenza sulle vere finalità di decisioni adombrate da dubbi di natura democratica e da sospetti di assenza di eticità;

d)     il comitato informerà man mano i cittadini su quanto verrà organizzato in termini di iniziative che ricaccino indietro tentativi di togliere alla città quell´ossigeno e quello spazio di cui la loro convivenza civile ha bisogno vitale. Essi reclamano a gran voce l´assegnazione da parte dell´attuale Amministrazione comunale delle sedi già assegnate con atto deliberativo, tuttora vigente, dalla precedente Giunta, e propongono l´emanazione di un ulteriore bando per l´assegnazione delle altre che nel frattempo si siano rese disponibili, per concederle a quelle associazioni che non abbiano potuto partecipare al precedente bando o ne siano state escluse per motivi puramente formali.

e)     Si invitano le associazioni ed i cittadini a partecipare alla riunione del Consiglio comunale di Pescara che lunedì 12 aprile, dalle ore 9,30, discuterà in merito alla individuazione del notevole patrimonio immobiliare - tra cui l´ex tribunale, attuale sede del Mediamuseum - da alienare allo scopo di recuperare danaro alle casse comunali, privando, in tal modo le associazioni culturali degli spazi necessari in cui poter svolgere le iniziative a favore della crescita culturale della città. 

 

 

Presentato da Annalisa Cerretani

 

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Padre Pio : la grande bufala

Giovanni XXIII annotava: “I suoi rapporti scorretti con le fedeli fanno un disastro di anime”

 

Al futuro Giovanni XXIII, Padre Pio non era mai piaciuto. All’inizio degli Anni ’20, quando per due volte aveva percorso la Puglia come responsabile delle missioni di Propaganda Fide, aveva preferito girare alla larga da San Giovanni Rotondo. Ma è soprattutto la fede ascetica, mistica, quasi medievale di cui il cappuccino è stato il simbolo, per la Chiesa modernista di inizio secolo come per la Chiesa conciliare a cavallo tra gli Anni ’50 e ’60, a essere estranea alla sensibilità di Angelo Roncalli. Che, sempre il 25 giugno, annota ancora: “Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili”. E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, ad appunto quasi quarant’anni da quella compiuta nel 1921, il Papa conclude che «purtroppo laggiù il Padre Pio si rivela un idolo di stoppa”. Poi dopo la sua  morte gli sono stati attribuiti diversi miracoli. Ma che strano nel caso di Padre Pio ed in genere:  i miracoli sanciti dalla scienza vanno a vantaggio solo dei cattolici di razza bianca , mai che ad essere miracolato possa essere un buddista , un extracomunitario di colore, un islamico, un induista, ecc. Mi sa che questi santi sono anche un po' razzisti. E poi le stimmate.. che boiata pazzesca .. ovviamente scomparse dopo la morte del pio.
Bah, lasciamo perdere la riesumazione del corpo dopo 40 anni.. espediente mediatico ..
San Giovanni Rotondo : la LAS VEGAS pugliese, il santo rende bene, il commercio è fiorente e i frati ricchissimi ( Poi non ci stupiamo che i ladri, come a Pescara, vanno a fregarsi le corone d'oro tempestate di diamanti in testa alle madonne di gesso)
Aveva quindi  ragione Roncalli divenuto nel frattempo Papa Giovanni XXIII che ha sospeso il padrepio; leggi il libro di Sergio Luzzati che riporta le annotazioni del Pontefice; infatti Giovanni XXIII scrisse: “I suoi rapporti scorretti con le fedeli fanno un disastro di anime” Traduzione in chiaro: si scopava nella sua cella le pellegrine in cerca di senzazioni forti , forse era una soluzione boccacesca per assolverle dai loro peccati. Continua Giovanni XXIII nelle sue annotazioni :
“Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi ad una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia ad una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di Padre Pio che ha pur un’anima da salvare, e per cui prego intensamente» annota il Pontefice. “L’accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti”. L’importanza di Padre Pio nella storia religiosa del Novecento è attestata dal mutare delle sue fortune a ogni morte di Papa. Benedetto XV si dimostrò scettico, permettendo che il Sant’Uffizio procedesse da subito contro il cappuccino. Più diffidente ancora fu Pio XI: sotto il suo pontificato si giunse quasi al punto di azzerarne le facoltà sacerdotali. Pio XII invece consentì e incoraggiò il culto del frate. Giovanni XXIII autorizzò pesanti misure di contenimento della devozione. Ma Paolo VI, che da sostituto alla segreteria di Stato aveva reso possibile la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, da Pontefice fece in modo che il frate potesse svolgere il suo ministero «in piena libertà». Albino Luciani, che per poco più di un mese fu Giovanni Paolo I, da vescovo di Vittorio Veneto scoraggiò i pellegrinaggi nel Gargano. Mentre Wojtyla si mostrò sempre profondamente affascinato dalla figura del cappuccino, che sotto il suo pontificato fu elevato agli altari.

 

Luciano Martocchia

 

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AL TRENO DEL SUD CON NOSTALGIA

 

 

 

Amico treno del tempo migliore

che dalle nebbie della Lombardia

mi portavi al paesello con amore

nel cuor di te sento la nostalgia.

Nella vettura poco era il calore

ma s’aveva dei vent’anni l’allegria

che della notte nutriva il fiore

preservandone la malinconia.

Treno del Sud degli anni più belli

con tanti sogni di gloria perduti

al vento al di là del vasto mare

di cui fiero serbi i gioielli

ricordi(*) per incanto rinvenuti

tra i pini che mi dicon di restare.

 

 

 

 

(*) I gioielli per il poeta sono le conchiglie marine che un tempo si trovavano ancora sulla spiaggia dopo la risacca o nella pineta adriatica fra le foglie d’alloro o nascoste fra gli aghi dei pini forse portate o lasciate là dai gabbiani o altri uccelli marini.

 

 

 

 

 

 

 

VARIANTE  MINORE

 

 

 

Il primo nostalgico sonetto

si stende per piacere o per gioco

scegliendone i versi del mazzetto

che la mente segue poco a poco.

S’accende un malinconico caminetto

e si pensa beati al caldo fuoco

sognando del passato il minuetto

mentre il bagliore si fa più fioco.

Le dolci ballate d’un tempo lontano

si spargono col tepore della stanza

che alla mente infonde gioia e speme.

Si spengono le luci piani piano

ma nel ricordo della lontananza

l’animo già felice più non teme.

 

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PAESAGGIO SILVESTRE

 

 

Le roverelle portate dal vento

fan della terra

un mitico manto.

Le bionde ginestre al sole

segnano l’antico confine

del dominio che non ha fine

dipinto per incanto

dall’usignolo col suo canto

che concerta con la ciaramella

la dolce melodia

che ammanta, e pian piano

culla e addormenta

la nostalgica Maiella.

 

 

 

                                  

LE  ROVERELLE

 

                                                                                       

Nate col vento, le roverelle

delle sorelle querce

evocano lo splendore,

ma, dalle verdeggianti chiome,

affiora la fierezza altera

che solo può forgiare

Madre Natura

nella sua proteica miniera.

 

 

 

 

I TOLO DELLA VALLE GIUMENTINA

 

 

Cinerei asili\

d’armenti sparsi

si stagliano alteri i tolo,

tumuli agresti

di massi dal sole riarsi,

ed alludono al lavoro

dei coloni solerti

che in mitica solitudine

sorvegliano i campi

ove s’annidano

messi verde-oro.

Fernando Italo Schiappa

 

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Un’immeritata riverenza servile alla potenza colonialista yankee

 

25 Aprile: una festività da abolire!

  

         Che gli americani abbiano liberato l’Italia è una delle barzellette più uggiose e stomachevoli che i nostri rappresentanti (si fa per dire), in combutta con giornalisti-ciabattini, continuano a raccontarci senza vergognarsi del ridicolo, di cui si coprono, confessando se non altro un’immensa ignoranza della storia.

         Gli americani si sono sempre mossi solo in funzione di interessi di potenza o di mercato (che è poi un modo diverso di fare potenza). Non hanno mai manifestato alcun proposito di liberare un solo paese da una dittatura o potere cattivo meno che nei riguardi del mondo comunista, in cui vedono, e non a torto, la propria negazione. Il parametro della tollerabilità di qualunque Stato, nell’ottica degli Usa,  si chiama solo e semplicemente “Usa-compatibilità”. Il che significa, come è evidente, che quanto è compatibile, anzi cònsono,  con gli interessi, geopolitici o di mercato, della macchina del mostro industriale-politico-militare nordamericano, non può temere alcun intervento o sanzione anche se all’interno si fa scempio dei diritti civili.

         Non è proprio una battuta ad effetto, questa,  se si pensa che ancora ci sono paesi in cui si condanna alla lapidazione delle adultere e se nell’Arabia Saudita, paese amico degli Usa, si pratica ancora il taglio della mano per i ladri (magari per fame!). Quello della democrazia è un paravento che fa spifferi da tutte le parti. Del resto, “la più grande democrazia del mondo” è una dittatura imperialista con dittatore elettivo legittimata da un giochetto elettorale e rappresentata da un fantoccio di turno al servizio del potere reale di chi lo ha fatto eleggere.

         Le continue ciance sui diritti civili trasgrediti in Cina e a Cuba nascondono una realtà tipica, che fa davvero pietà se si pensa che nell’àmbito degli Usa non esiste alcuna garanzia circa il diritto al lavoro e meno che mai a quello di conservarlo, se l’assistenza sanitaria è pagata – quando possibile -  dagli stessi assistiti attraverso specifiche polizze di assicurazione, se la povertà  sta sempre dietro l’angolo e se la criminalità è come una patina che copre l’intero territorio della grande unione di Stati.

         Ciò premesso, appare chiaro che gli americani non avevano alcun interesse di liberare l’Italia dalla dittatura fascista tanto da non accorgersi di quella, davvero feroce, di Franco e dell’altra, di Salazar, ambedue nella penisola iberica, ma solo quello di accorrere in aiuto alla complice Inghilterra: a tal fine , non potevano non invadere-occupare l’Italia, il polo più a portata di aggressione dell’asse con Berlino. E non potevano che farlo secondo il costume yankee, cioè massacrandola di bombardamenti non certo per colpire obiettivi militari ma il più spesso a scopo prettamente terroristico, per fiaccare le autorità e le forze in armi attraverso il panico (terrore) dei civili, quando non anche o solo per il piacere sadico dei seminatori di morte. A Tripoli (dove lo scrivente viveva), i fratelli siamesi di Albione, voglio dire i signori inglesi, degni compari dei militari “a teschi e bare” (pardon, a stelle e strisce), venivano a bombardare quasi tutte le notti (e talvolta anche di giorno, colpendo abitati civili e povera gente che non disponeva di un rifugio adeguato. Memorabile è il

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bombardamento navale britannico del 21 aprile 1941 (Natale di Roma!), durato non meno di quattro ore e causa di danni immani e di innumeri morti, tra i civili s’intende.

         La liberazione dell’Italia dal potere mussoliniano fu solo un effetto secondario e, quel ch’è  peggio, costituì un pretesto per occupare militarmente il nostro Paese. Era inevitabile che la gente, stressata dalle bombe e dalla fame, vedesse negli occupanti il simbolo della fine di un incubo. Sulla stessa fame le truppe “di liberazione” posero il pretesto del famigerato “Piano Marshall”, una forma di carità pelosa, cioè condizionata dal rispetto, senza limiti di tempo,  della sovranità militare degli occupanti, che sarà il diritto dei vincitori e che si chiamerà Nato con quelle implicazioni a catena che conosciamo.

         Così conciato il nostro Paese è diventato perfettamente “Usa-compatibile”, anzi “Usa-servile”, una “riserva coloniale” a tutti gli effetti, con basi militari in crescente proliferazione e fra le più grandi di tutta l’Europa. E’ così che agli interessi nazionali va anteposta la devozione feudale al principe yankee di turno inviando inservienze militari gratuite ( a titolo vergognosamente ipocrita di “missioni di pace”) prima in Iraq ed ora in Afghanistan, a dispetto dell’art. 11 della Costituzione, semplicemente ridotto a figura retorica della carta fondamentale di uno Stato sedicente di diritto.

         La storia del dopo guerra è una conferma a posteriori della non liberazione dell’Italia se è vero che nei paesi latino-americani i signori yankee continueranno ad abbattere o a creare poteri a seconda della compatibilità o meno con il parametro sopra detto.  Un esempio valido per tutti è quello del Cile dove, fatto assassinare Allende, vi instaureranno la tirannia del malvagio cattolicissimo Pinochet.

         La classifica, che gli Usa han fatto degli Stati prima dell’occupazione, totalmente contro il diritto ordinario e internazionale, dell’Iraq è ben eloquente: è “canaglia” qualunque Stato che non sappia servire gli interessi della Casa Bianca e del Pentagono. L’Iraq, già vittima dell’embargo con moria di bambini per mancanza di alimenti e di farmaci di prima necessità (oltreché per irradiazione radioattiva, strascico dell’aggressione militare di Bush-padre), subirà un’aggressione con un dispiegamento di forze tanto poderoso quanto vile ma non senza l’assenso di un’Onu, ridotta a feudo di fatto della potenza yankee.

         Il 25 Aprile è una ricorrenza nazionale ambigua nella misura in cui pretende di ricordare agli italiani una liberazione americana, che non è mai avvenuta e che oggi, più che mai, sa di viscido ossequio ad una potenza selettivamente criminale, semplicemente barbarica, (con buona pace del premio Nobel per la pace Obama!)  e che sta mettendo a rischio la sopravvivenza della specie umana. Chi ha il coraggio di proporne l’abolizione senza correre il rischio di essere accusato di apologia di fascismo?

 

                                                                                  Carmelo R. Viola

 

 

 

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APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero precedente)

 

Lo “spaesamento” e lo spopolamento dei paesi irpini

 

                                                         

Epilogo

 

Qualcuno potrebbe obiettare che "il passato è passato", per cui bisognerebbe pensare al futuro. Ma non è esattamente così. Mi limito a ricordare che la memoria del passato riveste una funzione altamente educativa e serve proprio ad interpretare correttamente il mondo presente e ad organizzare meglio l'avvenire della nostra società, ossia delle future generazioni. E’ necessario studiare e conoscere il passato al fine di progettare e costruire, se possibile, un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine, ossia per i nostri figli, insieme con gli altri soggetti sociali realmente antagonisti e progressisti, ossia attraverso un'azione  di natura necessariamente politica, volta ad una trasformazione radicale dell'ordine vigente nelle nostre zone. Le quali sono ancora oppresse da una casta politica "digerente", ormai incancrenitasi, che governa utilizzando sistemi di stampo borbonico-feudale, alla stregua del celebre "Gattopardo" (di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

 

                    Descrizione: copertina_ilgattopardo Descrizione: il_gattopardo

   

Questo "fatalismo", così diffuso tra la gente irpina, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa cambiare e che tutto sia già prestabilito da una sorta di destino superiore, da una forza trascendente, contro cui i miserabili e gli umili sarebbero assolutamente impotenti, ma così non è.

 

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Il successo di alcune iniziative popolari dimostra, invece, che le cose possono essere cambiate, basta volerlo. In tema di "fatalismo", di apatia e di indifferenza politica, non si può non citare un famoso scritto giovanile di Antonio Gramsci, intitolato "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire  "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Mi pare che non ci sia molto da aggiungere.

Sempre in materia di assenteismo e di non partecipazione alla vita politica, rammento un celebre brano di Bertold Brecht, che dice: "Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico". Non c'è nulla di più vero e più saggio. Brecht sostiene che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali.". Io aggiungo: "e delle imprese locali". In altri termini, se te ne freghi della politica la politica ti frega!

Insistendo su questo punto, potrei citare il momento centrale di una famosa canzone di Giorgio Gaber, che recita: "La libertà è partecipazione". Parole sante!

 

                    Descrizione: gaber_giorgio Descrizione: giorgio_gaber

 

Sempre in tema e in vena di citazioni dotte, mi preme menzionare una frase del grande filosofo greco Aristotele, che diceva: "L'uomo è un animale politico". Ebbene, parafrasando l'aforisma aristotelico e il succitato brano di Brecht, mi viene da chiosare e commentare in tono ironico: "L'uomo apolitico (colui che non si occupa di politica e se ne vanta), ossia l'analfabeta politico, è semplicemente un animale".

Concludo, con immenso sollievo per il lettore sfinito dalla noia, pensando e sperando che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste ragioni e convinzioni, sia sempre vincente e difficile da contrastare o ridurre all'impotenza. 

 

Lucio Garofalo

 

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Se si escludono alcuni eventi quali la Lunga Marcia e la Comune di Shanghai ben poco si sa negli ambienti della sinistra occidentale dello sviluppo della Rivoluzione Cinese, a confronto di quanto si sa sulla Rivoluzione Russa del 1917, sulla Rivoluzione Spagnola nel 1936 o persino sulla primavera di Parigi nel 1968. Nè hanno portato ulteriori conoscenze quelle frazioni della sinistra che sono state influenzate dal maoismo o che si sono autoproclamate maoiste. Il loro contributo storico si è fondato su una semplificazione per quale era importante solamente il ruolo svolto da un solo uomo, mentre  100 anni di storia rivoluzionaria venivano oscurati a vantaggio di eventi importanti solo per la figura di Mao.

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Questo articolo cerca di ripercorrere le rivoluzioni cinesi da un punto di vista anarchico. Non si tratta di una storia dell'anarchismo cinese, sebbene si dà conto di alcune delle vicende relative al movimento anarchico che per 20 anni anni ha dominato la formazione della sinistra in Cina. Una vera storia del movimento anarchico cinese dipende non solo dalla traduzione di una vasta quantità di testi a partire dagli inizi del XX secolo, ma anche da una dettagliata ricerca a base locale che scopra una storia che è stata deliberatamente seppellita e dimenticata.

Le origini locali della rivoluzione

La moderna tradizione rivoluzionaria assume come incipit  la ribellione del Taiping del 1850. Nel corso di 14 anni, centinaia di migliaia di contadini insorti conquistarono gran parte della Cina centrale e meridionale con una guerra civile che costò 20 milioni di morti.
Sebbene i dirigenti di quella rivolta si insediarono poi come monarchi assoluti, quell'episodio aveva una serie di caratteristiche che avrebbero segnato le rivolte repubblicane e di sinistra nei successivi 100 anni. Vediamole
1. Si trattava della prima rivolta che non usava il tradizionale argomento confuciano per cui l'Imperatore in carica aveva perso "l'investitura divina" e doveva essere sostituito. Si opponeva invece al Confucianesimo, che pure era stato il fondamento ideologico dello Stato cinese per centinaia di anni.
2. Si proclamò l'uguaglianza delle donne, che vennero mobilitate nell'esercito e liberate dall'obbligo di bendarsi i piedi.
3. Si abolì la proprietà privata, tutta la terra veniva assunta e distribuita dallo Stato.
4. L'imperialismo intervenne in supporto del regime al governo e contro la rivolta.

Al tempo della rivolta, la potenza dello Stato cinese stava attraversando un periodo di rapido declino sotto le pressioni dell'imperialismo occidentale. La prima guerra dell'oppio del 1839-42 terminò non solo col cedimento cinese rispetto all'importazione di oppio dall'India occupata dai britannici ma anche con il controllo britannico sui porti cinesi tra cui Hong Kong. Durante gli ultimi anni della rivolta del Taiping, la dinastia regnante Ch'ing (Manchu) perse una seconda guerra dell'oppio con l'occidente.  Dal momento che la corte cinese aveva posto la Cina al centro del processo di incivilimento per migliaia di anni, queste sconfitte e la crescente penetrazione dell'imperialismo provocarono una profonda crisi ideologica nelle elite.




 

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La necessità di modernizzare

Quando, dopo una lunga lotta supportata dagli aiuti occidentali, i Ch'ing ebbero sconfitto la rivolta del Taiping, si ritrovarono anch'essi a riconoscere che il tradizionale stato cinese doveva essere modernizzato se voleva mantenere la propria indipendenza. Il problema era che la maggior parte delle classi dominanti si opponevano alle misure necessarie poichè la modernizzazione minacciava molti loro privilegi. I periodi contraddistinti da tentativi di modernizzazione imposti dall'alto che seguirono, vennero caratterizzati dal mantenimento dei valori tradizionali a fianco dell'introduzione delle "idee occidentali" limitatamente al campo delle tecnologie militari ed industriali. Ma era troppo poco, era troppo tardi e nel 1894 il Giappone, che aveva iniziato una modernizzazione più diffusa, sconfisse la Cina nella prima di una serie di guerre imperialiste di conquista. 
La corte cinese in precedenza era solita definire con disprezzo i giapponesi come "nani", per cui la sconfitta per mano giapponese aggravò la crisi ideologica e mise in luce la necessità di riforme sempre più avanzate. Quando l'ala modernizzatrice della burocrazia riuscì a far passare un programma di riforme gradito all'imperatore, ci fu un breve periodo di accelerazione riformatrice, ma dopo i "100 giorni" la maggioranza tradizionalista mise in atto un colpo di palazzo, mettendo fine a quel breve periodo e mettendo a morte 6 esponenti riformatori. 

La debolezza dello stato cinese di fronte all'imperialismo occidentale ed a quello giapponese diventò il grande tema di discussione tra le elite cinesi nei successivi 60 anni, ma sebbene i Ch'ing fossero stati in seguito rappresentati semplicemente come proni ai voleri imperialisti, la realtà era molto più complessa. Alla fine del XIX secolo, un disperato tentativo di invertire la tendenza fu quello di incoraggiare la rivolta dei 'Boxer' ("Il Movimento per la Società Giusta ed Armoniosa") nel 1900 e poi nel giugno  1901 con una vera e propria dichiarazione di guerra alle potenze imperialiste quando sembrava che la rivolta potesse avere successo.
Nelle file dei Boxer c'erano poveri contadini sradicati dalle loro terre, gruppi marginali minacciati dalla modernizzazione ed alla loro testa gli ufficiali più conservatori. L'anti-imperialismo dei Boxer è stato descritto come molto vicino alla xenofobia (1) e la grande maggioranza di coloro che vennero uccisi dai Boxer erano cinesi convertiti al cristianesimo. Ai rivoltosi mancarono le armi per sconfiggere forze imperialiste ben organizzate. La loro rivolta venne sconfitta e servì come pretesto per le potenze imperialiste per far crollare le barriere verso l'interno della Cina. La brutalità che venne usata, specialmente l'ordine del Kaiser Guglielmo II di "fare in modo che i cinesi si ricordassero della Germania per mille anni così che nessun cinese avrebbe mai più osato guardare di traverso un tedesco", non fece che incrementare il risentimento contro le potenze imperialiste.

Origini del movimento repubblicano

I Ch'ing reagirono alla sconfitta accelerando il programma di riforme. Ma queste riforme, lungi dal salvare il regime, ne accelerarono la caduta, dal momento che contribuirono a creare quelle istituzioni moderne da cui emerse una nuova generazione di rivoluzionari repubblicani. Proprio negli anni '20 questi rivoluzionari provenivano quasi del tutto da settori circoscritti della società cinese, cioè quelle frazioni delle classi medio-alte che sostenevano la modernizzazione, vale a dire studenti, giovani ufficiali, ceto mercantile. Queste nuove istituzioni erano principalmente l'esercito e l'università di Pechino. E si aggiunsero al sistema delle Scuole Modello che si erano già diffuse in Cina per istruire i figli della piccola nobiltà che seguiva i metodi occidentali e non più quelli confuciani. 
L'esperienza di viaggiare all'estero, molto spesso come studenti sia in Giappone che in Europa, divenne un elemento comune della crescita politica di molti di coloro che diventeranno figure rivoluzionarie chiave negli anni a venire. Dal 1905 si sa dell'esistenza di gruppi anarchici cinesi residenti sia a Parigi che a Tokyo. Questi e gli studenti rientrati nel paese con idee radicali iniziarono a pubblicare giornali ed a costruire organizzazioni di propaganda. In generale gli anarchici facevano parte anche del più ampio movimento rivoluzionario repubblicano guidato da  Sun Yat-sen.
Sun Yat-sen fu l'insorto repubblicano che sarebbe divenuto per poco tempo presidente della Repubblica dopo molte insurrezioni fallite, a partire dalla prima del 1885 nel Kwangtung. Aveva studiato matematica all'estero e dopo l'insurrezione del Kwangtung emigrò a Londra e poi in Giappone, dove fondò a Tokyo nel  1905 la Alleanza Rivoluzionaria che sarebbe poi diventata il Kuomintang (KMT). Si trattava di una organizzazione molto ampia in cui entrarono anche molti anarchici, cosa che lo stesso Sun Yat-sen incoraggò, quando più tardi nel 1924 disse che "lo scopo finale del Principio di Esistenza del Popolo era il comunismo e l'anarchismo." (2)

(… continua nel prossimo numero)

Presentato da Lia Didero

 

 

 

 

 

 

 

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La pagina di Diderot

 

Ridateci le fontanelle

 

Clof, clop, cloch, cloffete,

cloppete, clocchette, chchch...
È giù, nel cortile, la povera fontana malata;
che spasimo! Sentirla tossire.

Tossisce,tossisce,un poco si tace... di nuovo.
Tossisce. Mia povera fontana, il male
che hai il cuore mi preme.
Si tace, non getta più nulla.
Si tace, non s'ode rumore
di sorta che forse...
che forse sia morta?
Orrore…………………..

 

da “La Fontana malata”  di Aldo Palazzeschi

 

C’era una volta a Pescara la fontana di via Luisa D’Annunzio, in pineta sud, davanti l’edificio dell’ex Aurum, meta di centinaia di persone che ogni giorno facevano la fila per rifornirsi di acqua purissima, freschissima, senza cloro , un ‘acqua proveniente direttamente dalle falde della Majella.

Ora la fontana è transennata e secca, insomma disabilitata.

Non sappiamo se è in fase di ristrutturazione o se il punto idrico sarà definitivamente eliminato.

La fontanella pubblica è un romantico ed utile retaggio di un passato da non ripudiare, quando i viandanti, la gente comune, i bambini, tutti, non trovavano di meglio e di  più rinfrescante, soprattutto nelle canicolari giornate afose di agosto di rinfrescarsi e bere a garganella ; i bar allora non c’erano o ce n’erano pochissimi e riservati alle classi sociali più abbienti  e, avere quel refrigerio a sbafo, gratis, era certamente da considerarsi un toccasana, quasi terapeutico. 

Per non parlare della rappresentazione artistica della pubblica fontana nella letteratura e nella cinematografia del neo realismo italiano; potremmo citare una per tutte la scena del film “La dolce vita” di felliniana fattura  in cui  Marcello Mastroianni ed Anita Ekberg  s’immergono nella fontana di Trevi e mirabilmente  rappresentano una scena densa di tanti significati:  la frescura, l’erotismo……. 

Con l’avvento dell’urbanizzazione delle città e anche nei centri minori, le prime infrastrutture a farne  le spese sono state proprio le fontanelle pubbliche.

In primis si sono regolamentate ed è valsa l’abitudine quando si notava una fontanella pubblica sgorgare continuamente acqua, s’inseririrono  le  manopole per aprire e chiudere il getto. Il minore spreco d'acqua ridusse la spesa comunale e quindi anche le imposte pagate per finanziare la spesa pubblica.

Addirittura , come da notizia recentissima , in talune città s’è arrivato all’obbrobrio, come in Umbria ed a  Perugia, in cui  la Regione e i principali Enti locali hanno inaugurato una serie di fontanelle automatiche a pagamento, eroganti acqua dell’acquedotto, addizionata di anidride carbonica.

La tendenza in atto è quella  di chiudere le fontanelle pubbliche gratuite, motivando la scelta con il presunto pericolo di mancato controllo dell'acqua, e aprire fontanelle di acqua frizzante a pagamento. Si pagheranno infatti 5 centesimi al litro: l'acqua potabile che sgorga dai nostri rubinetti costa 50 volte di meno! E’ un evidente sperpero di denaro pubblico, visto che si tratta di erogatori pagati dagli Enti pubblici e sembrerebbe l'ennesimo insulto all’ intelligenza dei cittadini.

Anche a  Venezia  sopprimono le panchine e fontanelle, ( i turisti sono obbligati ad andare al bar)  e forse ….anche Pescara  tristemente si adegua.

 

Diderot

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”