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IL SALE - N.° 97


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 9  –  numero 97 – Ottobre 2009

 

 

 

 

 

 

 

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Sommario

 

 

 

 

                                      di Diderot

 

                                      di Giuseppe Bifolchi

 

                                                       di Lucio Garofalo

 

                                               presentato da Maurizio Marano

                        

                                                        di Fernando Italo Schiappa

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Maurizio Acerbo

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        presentato da Lia Didero

 

                                                        di Fabrizio Legger

 

                                                        di Marco Tabellione

 

                                                        de “Il Sale”

 

 


 
 

 

 

 

 

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Non solo il Lodo Alfano

 

Quale uguaglianza davanti alla Legge?

 

                                                                                                      Carmelo R. Viola

 

                La Corte Costituzionale, dichiarando l’incostituzionalità del Lodo Alfano, ha certamente inferto un colpo allo strapotere di Berlusconi, ristabilendo l’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge, come vuole la carta costituzionale. Tuttavia, bisogna aggiungere che tale affermazione è ambigua perché lascia pensare ad una preesistente vera uguaglianza giuridica dei cittadini. Con l’abolizione del Lodo Alfano semplicemente decade un privilegio a favore delle prime quattro più alte cariche dello Stato: che non potessero essere perseguiti coloro che le ricoprono per tutta la durata del mandato. Ora, i titolari di tali cariche possono ricevere avvisi di garanzia, essere indagati e processati come ogni altro cittadino della Repubblica.

                Ma l’uguaglianza dei cittadini – di tutti nessuno escluso – davanti al potere giudiziario è un’altra cosa. Limitandoci al nostro Paese, possiamo affermare che essa non è mai esistita: non può essere ripristinata una situazione che non è mai esistita.

                E’ semplicemente fuori luogo parlare di uguaglianza all’interno di un sistema – quello capital-liberista, che è strutturalmente fatto di differenze – dove il movente immediato di ogni soggetto è quello di conquistare un potere (di acquisto e di sussistenza) sempre maggiore, quindi quello di superare sempre qualcuno, come vuole appunto la competitività, su cui insiste fino alla nausea ogni economista che si rispetti e che sia in vena di fare raccomandazioni agli imprenditori in difficoltà.

                La centralità del tema in discussione non è l’agonismo para-animale – modalità conduttrice del comportamento economico-capitalistico (meglio “predonomico”) ma il sistema di poteri molto differenziati che ne deriva, e a cui si suole attribuire un’uguaglianza davanti alla legge solo in forza di un articolo della Costituzione. Il fatto è che non ci rendiamo conto che non si tratta di un’uguaglianza effettiva ma solo formale e nominale.

                Lo Stato liberale – erroneamente detto “di diritto”, erroneamente perché non assicura il rispetto dei diritti naturali – ha superato la schiavitù e le stratificazioni feudali, l’ultima delle quali (quella della servitù della gleba) somigliava molto alla schiavitù – ma non ha liberato e integralmente la generalità degli uomini. Esso ha distribuito la libertà in misura molto variegata, ovvero dandone poca a molti e molta a pochi, addirittura niente ad alcuni.

                La formula “libertà-fraternità-ugualianza” – a cui si pensa come ad una curiosità storica – è, al contrario, un trinomio perennemente attuale, che va letto con il rigore della scienza matematica ovvero considerando ogni fattore come interattivo e complementare rispetto agli altri due. Il che significa che nessuno dei tre fattori può essere considerato avulso dagli altri due, a sé stante – nel qual caso perde il significato autentico per assumerne uno puramente vacuo, appunto perché fra quei tre valori vige un rapporto di complementarità e quindi di interdipendenza.

                Una libertà, distribuita in quantità varia, cioè senza uguaglianza, è concorrenza e conflittualità. E’ la libertà “liberale” del sistema vigente, che diventa più categorica nella versione “liberista”, che dà a ciascuno un potere diverso in dipendenze dell’eredità, dei beni della famiglia di origine, della propria capacità e della fortuna.

                E’ evidente che in un contesto a poteri diversificati non possa vigere un’uguaglianza. Siamo arrivati ad una tautologia: ad un insieme di poteri disuguali non corrisponde alcun tipo di uguaglianza. E poiché parliamo di uguaglianza davanti alla Legge, l’esempio dimostrativo è semplicissimo. Sarò uguale a tutti gli altri perché devo ubbidire alle stesse leggi ma se le leggi comportano oneri di ordine monetario, io non potrò farlo come quelli che hanno più soldi di me  o non potrò farlo affatto. Sarò uguale a tutti gli altri perché ho la possibilità teorica di rivolgermi alla magistratura per far valere le mie ragioni e per tutelare i miei interessi o per difendermi da un danno o da un’offesa, ma il mio potere di difesa è strettamente correlato al mio potere economico. E’ possibile che io non sia in condizione di sostenere le sole “spese di approccio” al potere giudiziario mentre il mio avversario, ricco e magari intrigato con amicizie potenti, può essere difeso da uno o più prìncipi del foro e ridurmi al silenzio e fare punire me, l’offeso, come l’offensore, rovinarmi letteralmente anche se sono dalla parte della ragione.

                Questo significa che l’uguaglianza, di cui si parla, semplicemente non esiste. E’ un’illusione. Un flatus vocis. Non può esistere uguaglianza avulsa dalla libertà che è, nel caso specifico, il potere e il potere di  autodifesa. Possiamo dire che non c’è uguaglianza davanti alla Legge se non c’è uguaglianza davanti alla vita.

                Giriamola come vogliamo la questione sociale: ci ritroviamo sempre alla trilogia francese. Questa ci porta al socialismo mentre la pratica di un solo fattore preso a sé stante ci porta al sistema che siamo, dove l’uguaglianza è solo un miraggio, se è vero che non si possa essere “più uguali di altri”. Perciò, bene ha fatto la Corte Costituzionale a bocciare il privilegio del Lodo Alfano, ma l’uguaglianza davanti alla Legge – di tutti e di ciascuno – ha bisogno di ben altro.

                E per finire vediamo che la stessa cosa succede con il terzo fattore, che abbiamo lasciato da canto come superfluo: la fratellanza. La quale, praticata come valore a sé stante, ci dà l’elemosina e il volontariato umanitario, che indiscutibilmente fanno del bene “immediato” ma, fuori della libertà e dell’uguaglianza - strano a dirsi ma vero – servono a legittimare le ingiustizie anche abissali, che dividono gli uomini e li pongono gli uni contro gli altri.              Non per niente la Chiesa è maestra insuperabile della “politica della carità” e da autocrazia assoluta si concede il diritto di parlare di fratellanza evangelica e di “uguaglianza davanti a Dio” senza che faccia sollevare contro di sé stessa poveri cristi “soccorsi” per restare tali per tutta la vita accanto a satolli ed ipocriti sfruttatori.

 

 (Non solo il Lodo Alfano – 14.10.09 – 2565)

 

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La pagina di Diderot

Sul  lettone di Putin

Vero è che i suoi 57 anni li ha già festeggiati il 7 ottobre scorso, ma non per questo Vladimir Putin si lascia sfuggire l’occasione – anche se in ritardo – di incontrare i vecchi amici nella splendida  dacia sul lago Valdai.  Nella regione delle grandi foreste, a Sud di San Pietroburgo farà la sua comparsa anche il premier italiano Silvio Berlusconi, compagno di baldoria dello Zar di tutte le Russie ormai da diversi anni.  Il Cavaliere che, secondo quanto riferisce ‘Il Giornale’, avrebbe comprato il regalo all’amico Putin già la settimana scorsa, mercoledì prenderà il volo verso la “meravigliosa” dimora, come lui stesso la definì di ritorno dalla visita del 2007.  Con una scorta ristretta, senza nemmeno la compagnia dei più fidati uomini del suo staff, Berlusconi parteciperà al party un po’ come accadde due anni fa. Allora, “attorno a un caminetto”, come racconta il quotidiano di famiglia diretto da Feltri, c’erano l’ex presidente della Repubblica francese Jacques Chirac e l’ex cancelliere tedesco Gerard Schroeder, successivamente promosso alla guida del comitato di azionisti del progetto di gasdotto North Stream, che dovrebbe collegare la Russia all’Europa settentrionale.  Di liste degli invitati, oggi, non si parla nemmeno lontanamente. Ma dal riserbo totale, trapela la possibile presenza – di nuovo – dello stesso Schroeder, perché anche di gas (il colosso russo Gazprom, fornisce all’Unione europea il 25% del fabbisogno annuo del combustibile volatile) si parlerà in questa occasione apparentemente conviviale. «Berlusconi discuterà di gasdotti al party di Putin», titola oggi, a questo proposito, il Financial Times. Al centro del faccia a faccia soprattutto il South Stream, frutto di una joint venture tra Eni e Gazprom che porterebbe il gas russo sotto il Mar Nero alla Bulgaria e all'Europa centrale e meridionale. Proprio la settimana scorsa Berlusconi, scrive ancora FT, è stato a Sofia per discutere del gasdotto con Boyko Borissov, il neo-eletto primo ministro bulgaro.  Ma, come rimarca il ‘Giornale’ di famiglia, quella sul lago Valdai sarà soprattutto “una rimpatriata tra amici”. Tanto più alla luce del fatto che “il Cavaliere è uno dei pochi leader internazionali – scrive ancora il quotidiano col manganello – che ha avuto l’onore di dormire dentro il palazzo del Cremlino, mentre il primo ministro russo è stato più volte con la moglie a Villa Certosa”.  Per non dimenticare quel “lettone di Putin”, ricordiamo noi, tanto gradito al premier e alle sue “amiche” notturne.  Per questa ragione, qualcuno (G. D’Avanzo “Chi tocca i fili muore”, da La Repubblica del 19 ottobre) azzarda che l’incontro con l’ex capo del temibile Kgb possa fruttare al Cavaliere qualche addomesticato dossier, da far pubblicare immediatamente al fedele Vittorio Feltri.  Si parla persino di roba scottante nientemeno che sul Capo dello Stato, Giorno Napolitano, reo di non aver esercitato pressioni sulla Corte Costituzionale affinché desse il via libera al Lodo Alfano.  E dopo il ridicolo scoop messo a segno dal Giornale, sul giornalista Corrado Augias e il suo ruolo di spia comunista per conto dei servizi cecoslovacchi, su Napolitano non mancherà di che fantasticare. Parola di Putin.

Diderot

 

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ORDINE E POTERE

 

Giuseppe Bifolchi

 

 

L’anarchia è l’ordine meno il potere. Questa bellissima definizione si deve al cantautore francese Léo Ferré. E’ appena uscito un libriccino di Francesco Codello, Né obbedire né comandare, edito dall’Elèuthera, che si propone come lessico libertario. Analizzando alcune parole chiave, come un piccolo dizionario, il libro parla di un’idea complessa come l’anarchia cercando di dimostrare  come l’anarchia sia  sinonimo di ordine senza potere,  di amore senza sopraffazione, di libertà senza arbitrio, di responsabilità senza obbedienza, di uguaglianza senza mediocrità, di diversità senza discriminazione. Dal libro in questione estraiamo alcuni passi dal lemma “anarchia” perché ci sembra che esprimano in forma compiuta quel che vorremmo dire in poche righe ma fatichiamo a mettere sulla carta.

In ogni società (anche in quella più autoritaria) esiste un ambito molto esteso, probabilmente maggioritario, nel quale le attività e le relazioni umane funzionano grazie a un libero accordo fra gli individui, il che dimostra come si possa fare a meno del governo e dello Stato (poiché già avviene) e organizzare le nostre vite in modo autonomo da ogni forma di dominio. Il libero accordo non costringe il singolo a conformarsi a un comportamento prescritto, ma gli consente di determinare la propria condotta sulla base delle proprie decisioni razionali e dei propri impulsi emotivi.

Questa modalità relazionale si manifesta in tutti quegli ambiti che non sono sottoposti alla regolamentazione istituzionale e che si modificano secondo le necessità e i desideri dei singoli. Non si tratta dunque di un contratto astratto, a priori (come sostengono da Rousseau in poi le teorie contrattualistiche), ma di un libero accordo sempre negoziabile e modificabile per volontà di ogni singolo individuo. Questo approccio anarchico è ben consapevole che la scelta tra opzione libertaria e opzione autoritaria si ripresenta costantemente, ma è altrettanto consapevole che rimanda a una risposta spontanea che gli esseri umani praticano abitualmente. Scrive Colin Ward:

Nella misura in cui anche nei piccoli problemi noi optiamo per la soluzione autoritaria, o l’accettiamo, o la diamo comunque per buona, ovvero quando non abbiamo la fantasia e l'inventiva necessario per scoprirne le alternative, noi finiamo inesorabilmente per diventare vittime inermi anche nelle questioni più imporranti. Non troviamo la forza per cambiare il corso degli eventi riguardo alla corsa agli armamenti nucleari, all'imperialismo e via discorrendo, proprio perché abbiamo ceduto su tutto il resto.

I libertari propongono dunque una teoria organizzativa basata sull'ordine spontaneo; dato un comune bisogno, le persone sono in grado, tentando e sbagliando, con l'improvvisazione e l'esperienza, di sviluppare comunità autonome. L'ordine cui si approda è di gran lunga più duraturo e più funzionale di qualsiasi altro ordine imposto da un autorità esterna. Come scrive Camillo Berneri:

Le soluzioni libertarie di tutti i problemi concreti sono le più semplici possibili: semplici al punto da coincidere generalmente con quelle che il buonsenso suggerisce. Se non si realizzano, è perché gli interessi costituiti e l'inerzia delle tradizioni vi si oppongono, gli uni e le altre agendo con mille metodi, tutti protetti dallo Staro.

L'organizzazione della società attraverso lo Stato porta, per gli anarchici, ali'annullamento dell'individuo, all'abbandono dello spirito di iniziativa, alla rinuncia delle proprie responsabilità. Parallelamente, però, all'interno della società stessa si sviluppano unità sociali concrete (comunità di luogo, di lavoro, di scelta) che si autoregolano spontaneamente secondo modalità e forme assolutamente libertarie. La società anarchica non sarà dunque che la moltiplicazione di queste forme associative, durevoli o provvisorie, le quali nascono per soddisfare gli infiniti bisogni e realizzare tutti gli scopi possibili. Proprio perché in netto contrasto con le organizzazioni statali e burocratiche, queste unità sociali sviluppano un elevata flessibilità e mobilità sociale.

L'anarchismo, dunque, non è la visione, peraltro basata su congetture, di una società futura, ma la descrizione di un modo umano di organizzarsi, radicato nell'esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco di altre tendenze prettamente autoritarie della nostra società, e nonostante quelle.

 

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APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero precedente)

 

Uno spartiacque storico

 

Sono ormai trascorsi 27 lunghi anni dal terribile sisma che il 23 novembre 1980 rase al suolo alcuni centri dell’Alta Irpinia e della Basilicata, cancellando intere famiglie, decimando e stremando le popolazioni locali. Si trattò di un immane cataclisma, le cui rovinose conseguenze non furono causate solo da elementi naturali, bensì pure da fattori di tipo storico-politico e antropico-culturale. Ricordo che nei mesi immediatamente successivi alla catastrofe, non furono pochi gli osservatori e gli analisti politici che si spinsero a formulare l’agghiacciante ipotesi di una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica investì in modo traumatico e devastante le comunità di Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni e Conza della Campania, i centri più gravemente danneggiati dal sisma. Ebbene, da quel funesto giorno sembra separarci un’eternità! In tutti questi anni, le tematiche collegate al terremoto del 1980 e alla ricostruzione post-sismica sono state oggetto di validi e complessi studi, inchieste e approfondimenti, condotti e pubblicati anche su blog e siti Internet (naturalmente sono state scritte anche scempiaggini). Per cui sembrerebbe che non ci sia molto da aggiungere. Invece, credo che valga la pena di spendere qualche frase in occasione delle consuete e rituali commemorazioni, celebrate nel 27° anniversario del triste evento. Per gli abitanti dell’Alta Irpinia, in modo particolare per i cittadini di Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi e Conza della Campania (i tre Comuni più disastrati dell’area del cratere) il terremoto del 23 novembre 1980 ha costituito indubbiamente un avvenimento luttuoso, per cui quel giorno non rappresenta una data qualsiasi del calendario, ma segna un vero spartiacque storico-cronologico e antropologico-culturale. Equivalente all’11 settembre 2001 per gli Americani, oppure all’anno zero, ossia all’avvento di Gesù, per i cristiani.

 

 

 

                             

 

 

 

7

 

 

 

 

 

 

L’espressione “data-spartiacque” indica anzitutto che, a partire da quel momento storico, la nostra vita quotidiana è radicalmente mutata sotto ogni profilo. La realtà delle nostre zone si è trasformata visceralmente sul versante economico e sociale, persino a livello psicologico ed esistenziale, facendoci letteralmente regredire sul piano antropologico e culturale. Il terremoto ha straziato le nostre vite, turbato le nostre emozioni e percezioni, segnando profondamente le nostre menti, i nostri stati d’animo, la sfera interiore degli affetti e dei sentimenti più intimi, perfino i nostri istinti più elementari. Il cambiamento, inteso come imbarbarimento, si è insinuato dentro di noi, negli atteggiamenti e nelle relazioni più comuni, penetrando fino in fondo alle viscere della terra. Una terra sempre più infetta e corrotta dall’inquinamento chimico-industriale, avvelenata dai rifiuti e dalle scorie d’ogni genere. Così pure l’aria e l’acqua, che un tempo erano assolutamente pure e incontaminate.

Ciò che invece sembra mantenersi perennemente intatto, immutato e quasi indisturbato, è l’assetto del potere politico-clientelare che continua a ricattare i soggetti più deboli e indifesi, a condizionare la libertà di scelta delle coscienze individuali, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli, vale a dire di vasti strati della popolazione.

 

 

 

 

                  

 

 

 

 

 

(continua nel prossimo numero...)

 

 

Lucio Garofalo

 

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IL  MORTO   RISORGERA’? (*)

 

di Zygmunt  Bauman

 

(Terza parte)

 

            Di alcune divinità del passato si sa che sono risorte. La domanda è: possiamo sperare in un miracolo simile per la società?

            Diversamente dalla resurrezione degli dèi, che è argomento di teologia, la prospettiva della resurrezione di una società in quanto totalità credibilmente immaginata rientra nell’ambito della sociologia. Tale prospettiva si traduce in una questione pienamente sociologica: può l’esperienza individuale rinascere come atta (e pronta) a essere rielaborata nell’immagine della società, e quali condizioni sociali devono verificarsi perché ciò possa avvenire?

            Per quanto noi, gente comune e sociologicamente non iniziata, possiamo sapere, continuiamo a trovarci come prima “in una compagnia”. Il mondo in cui vengono tracciate le nostre singole traiettorie di vita è densamente abitato. Anzi, mai come ora possiamo quotidianamente accorgerci delle presenza di un numero così enorme di altre persone: le strade che percorriamo  a piedi o in automobile sono affollate, ma gli schermi dei televisori che guardiamo e i computer che usiamo per navigare nel cyberspazio lo sono ancora di più. La distanza fisica non ha più alcuna importanza: nessuna parte della razza umana, per quanto distante, è inaccessibile alla nostra esperienza.

            Ci sono però alcune altre cose che tutti noi non iniziati alla sociologia non sappiamo e che non possiamo sapere attraverso ciò che sperimentiamo. Poiché occasionalmente ci capita di sentire che ciò che fanno altre persone e ciò che accade loro in qualche modo influenza la nostra vita e la possibilità di vivere così come vorremmo, immaginiamo che forse stiamo viaggiando, tutti noi, sullo stesso aereo; ciò che non sappiamo è chi sta seduto  nella cabina del pilota (ammesso che ci sia qualcuno). Per quanto ne sappiamo, la cabina potrebbe essere vuota e i rassicuranti messaggi trasmessi dagli altoparlanti potrebbero essere stati registrati chissà quando, in luoghi che non vedremo mai da persone che non incontreremo mai. Non possiamo certo fidarci dell’impersonale capacità dei piloti automatici, dal moneto che ripetutamente sentiamo e vediamo notizie ancor più allarmanti: ad esempio che le persone sedute nelle torrette di controllo del traffico non sono riuscite a controllare e, anziché preservare l’ordine, hanno scatenato un caos ancora maggiore. Non possiamo perciò sapere con certezza verso quale aeroporto siamo diretti, e ancor meno dove alla fine atterreremo. E infine, ma non meno importante, non abbiamo la minima idea di cosa le persone come noi, i passeggeri di un aereo, possano fare singolarmente o in gruppo per influenzare, modificare o migliorare questa situazione, e in particolare la rotta dell’aereoplano in cui siamo tutti bloccati.

            E proprio questo sembra essere il nocciolo del problema, il punto critico intorno al quale ruotano le possibilità di rinascita della società. Ciò che sembra scomparsa (se per sempre o per il momento resta da vedere) è l’immagine della società in quanto “proprietà comune” dei suoi membri, che almeno in via di principio può essere curata, diretta e gestita in comune; la convinzione che ciò che ciascun membro fa o si astiene dal fare conta: per la società nel suo complesso e per ciascuno dei suoi altri membri; e la fiducia che “possiamo farcela”, che possiamo fare insieme ciò che insieme pensiamo si possa fare, e quindi possiamo portare l’opera a termine e osservarne i risultati; e la convinzione che il farlo o il non farlo fa differenza, l’unica differenza che conti davvero.

            Tali immagini e convinzioni e quella fiducia poggiavano un tempo sulla “corrispondenza biunivoca” tra fini e mezzi, tra i problemi e le capacità necessarie per risolverli. La “società” armata delle risorse dello stato nazionale poteva trovare un punto di equilibrio e garantire ai suoi membri il livello di sicurezza necessario per poter esercitare la loro libertà. Tutto ciò appare ormai scomparso nel nostro mondo sempre più globalizzato, dove il potere va separandosi dalla politica e dove i fattori cruciali che determinano le condizioni in cui gli individui conducono la loro vita non sono più controllati e neppure tenuti a freno dalle sole forze di azione collettiva scoperte o inventate nella storia della democrazia moderna.

            Il paradosso della crescente libertà individuale coniugata a un sempre più profondo senso di impotenza pubblica non è una novità. Molti anni fa Max Horkheimer fu allarmato dalla “disperazione degli  uomini   dinanzi  all’insieme  opaco  che  tengono  in  vita”,  che  egli correlò all’intersecarsi di due fattori: la “costante  irrazionalità  della  società”  e  lo  scarso  livello  di  conoscenza a nostra disposizione(28). Ed egli

affermò che rendere le basi intellettuali e situazionali dell’azione storica “un argomento di studio e di dibattito anziché darle per scontate o relegarle al silenzio” fosse una condizione necessaria della “storia autocosciente”, vale a dire del

 

 

9

 

 

 

 

recupero dei “pubblici poteri” collettivi attualmente assenti. Il tipo di riflessione critica che Horkheimer considerava il mezzo per giungere a quel fine sarebbe stato di per sé “una parte dello sviluppo della società”.

 

            La separazione tra individuo e società, in virtù della quale l’individuo accetta come naturali i limiti imposti alla sua attività, è relativizzata nella teoria critica. Quest’ultima considera l’intera struttura che viene condizionata dalla cieca interazione di attività individuali (…) una funzione che ha origine nell’azione umana e che perciò è un possibile oggetto di decisione pianificata e di determinazione razionale degli obiettivi(29).

 

            Il problema dunque non è certo nuovo. Ciò che invece appare nuova è la questione di una forza capace di raggiungere qualsiasi obiettivo possa essere stato “razionalmente determinato”, e rendere così quella “determinazione razionale” una proposizione meritevole e assennata, e quindi attraente. La graduale dissipazione della società in quanto “forza immaginata” di questo tipo, nutrita dall’esperienza di un crescente divario tra la globalità del potere e il localismo della politica, tra la grandezza dei problemi e la limitatezza degli strumenti di azione necessari per affrontarli e risolverli, è oggi il principale ostacolo alla “determinazione razionale degli obiettivi” e la grande fonte contemporanea della diffusa sensazione di “impotenza pubblica”.

            Come cerco di sostenere in La solitudine del cittadino globale e in Modernità liquida, il senso di impotenza e l’ulteriore diserzione dall’agorà – luogo di nascita e suolo patrio di un’efficace forza di azione collettiva, e luogo in cui i problemi privati e tematiche pubbliche potevano incontrarsi e avviare un dialogo – sono abbracciati in un circolo vizioso: i due fenomeni si nutrono e rafforzano a vicenda.

            Meno spazio esiste per credere che la società possa cambiare qualcosa di importante nella condizione degli individui, meno motivi ci saranno di rinvigorire l’agorà; e quanto più inutile è l’agorà, tanto più forte si fa la convinzione che ci sia poco da guadagnare a prendersi cura della sua salute. La sua debolezza tende ad autoperpetuarsi e autoesacerbarsi, ed è presumibilmente la sfida più impegnativa che la sociologia è chiamata ad affrontare all’inizio del XXI secolo.

            Anticipo qui una domanda: esiste un modo per tornare a un’agorà briosa e sicura di sé, o meglio un modo per approdare a un’agorà completamente nuova, abbastanza ampia da accogliere l’enormità dei compiti e delle responsabilità insiti in una “compagnia” grande quanto l’intero pianeta? Anziché azzardare una risposta preferisco rivolgermi ad Hannah Arendt – quella suprema fautrice del genere di vita contemplativa endemicamente portatrice di vita activa – e citare le parole da lei stessa riprese, con accorata approvazione, da Gotthold Ephraim Lessing, uno dei suoi maestri spirituali:

 

            Non sono obbligato a risolvere le difficoltà che creo. Possano le mie idee essere sempre disgiunte, o finanche apparire in contraddizione tra loro, purchè siano idee in cui i lettori trovino materiale che li induca a pensare da sé.

 

            E posso anche citare le parole della stessa Hannah Arendt, che più di qualunque altra espressione si avvicinano a catturare il suo credo personale, un credo che io condivido:

 

            Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di attenderci una qualunque illuminazione (la quale) potrebbe giungere non tanto da teorie e nozioni astratte quanto dalla incerta, tremolante e spesso flebile luce che alcuni uomini e donne, nella loro vita e con il loro operato, accenderanno pressoché in qualsiasi circostanza e diffonderanno durante il tempo che è stato loro concesso in terra(30).

 

 

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(*) Questo capitolo fa parte del libro “La società sotto assedio”, pubblicato da “Editori Laterza”.

 

(28) Max Horkheimer, Critique of  Instrumental Reason, trad. ingl. New York 1974, p. 29 (trad. It. Eclisse della    ragione, Torino 1969).

(29) Max Horkheimer, Critical Theory. Selected Essays, trad. Ingl. New York 1972, pp. 229, 207 (trad. It. Teoria critica, Torino 1974).

(30) Hannah Arendt, Men in Dark Times, New York 1995, pp. 8, IX.

 

Presentato da Maurizio Marano  

 

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DEDICATO AL MAESTRO ALESSANDRO SICILIANI

 

“Via del conservatorio”

 

Ricordi, Professore

quel ragazzo

che,solitario

se ne stava

aspettandoti

sull’uscio di

quel vecchio, scuro

palazzo dell’Aquila

al N. 37, di Via Rossigni

che, la gloria

e la disfatta

di Corradino di Svevia

segnò.

Quello stesso

che, vide Alessandro

il tuo genio

fiorire

quando

con zelo e dedizione

di giovin Maestro

le leggi dell’armonia

e del contrappunto

spiegavi.

 

Lenta … la prima neve

scendeva

e dalle pendici

del Gran Sasso

fresco

giungeva

alla finestra

della stanza

semichiusa

il soffio del

vento montano

 

 

 

 

 

 

fragrante

di pino e genziane

eco, della zampogna

dei pastori

di Campo Imperatore

denso

del soave aroma

della ricotta.

 

Professore, lo ricordi

tu parlavi di

Bach, Beethoven, Rossigni

Mozart, Respighi, Rimsky, Khorsakov

e quei nomi

di mistero

intrisi

proiettavano

quasi per incanto

quel mondo poetico

che accomuna

la musica

alle altre

consorelle d’arte…………..

 

Lui ascoltava

dalla magia

delle tue parole

avvinto

ed in silenzio

quel mondo fantastico

perduto oltre le cime

dell’Appennino

sognava………….

 

 

 

 

 

 

 

Tu, lo stimavi

ed esortavi

a seguire

con disciplina

l’irto cammino

dell’arte musicale.

Lui, felice viveva

di quella musica

delicato cibo

della sua anima

e quelle note

si convertivano

di giorno in giorno

nel castello dei

suoi sogni………….

 

Un bel giorno

alla lezione

non venne…………….

ti dissero

ch’era partito

portandosi via

i suoi sogni

e le sue illusioni

quando

quelle parole

“Tu, non puoi stare al conservatorio”

come gelida lama

la sua anima

penetrarono.

 

Lontano, il suo destino amaro

seguì

però gli restava

il suono delle tue parole

unico conforto

all’angoscia

che gli attanagliava

l’anima.

11

 

 

 

 

“Non dimenticarlo mai

tu ritornerai

perché la musica

in te vive per sempre, ragazzo mio”

mentre fra le lacrime

allontanandosi s’udiva

l’eco della sua voce

“No, Professore, addio”…………………

 

 

Fernando Italo Schiappa

 

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I mass media nascondono le lotte in corso

 

LA  LOTTA  DELLA  INNSE  E

LA NUOVA TAPPA STORICA

 

 

Il 13 ottobre la fabbrica INNSE  di Milano riapre, con la normale riassunzione di tutti i lavoratori. Nel mese di giugno del 2008 il proprietario ha licenziato tutti con l’intenzione di chiudere la fabbrica. I lavoratori l’hanno subito occupata e fatta funzionare per otto mesi in forma autogestita. Dopo 14 mesi di occupazione, all’inizio di agosto di questo anno, la polizia ha  sgomberato la fabbrica, però 4 operai ed un sindacalista sono riusciti a salire su di un carro ponte ed hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza. La lotta è stata portata avanti con molta decisione, tantissima solidarietà ed ha vinto: la chiusura è stata evitata.

Questo avvenimento ha segnato una svolta storica  nel movimento operaio italiano! Una piccola fabbrica con 49 dipendenti: una ennesima dimostrazione che ciò che conta è la qualità non la quantità. Il loro esempio è stato imitato da centinaia di migliaia di lavoratori, compresi i precari della scuola, in lotta dal sud al nord d’Italia. Sindacati confederali, partiti, giornali e televisione riportano l’1% di quanto sta avvenendo. Per avere notizie delle lotte in corso bisogna leggersi Umanità Nova, il manifesto e Liberazione. In qualsiasi posto di lavoro, alla minima minaccia di licenziamento o di chiusura dell’azienda, i lavoratori stanno rispondendo con l’occupazione e salendo sulle gru e sui tetti. Queste forme estreme di lotta saranno sempre più necessarie perché sono le uniche in grado di impedire ai padroni di scaricare la loro crisi sui lavoratori.

Altro che “fine della lotta di classe”, come ha detto Tremonti (Corriere della Sera-29/9/09).  La lotta di classe, come dimostra la realtà, continua, soltanto cambia forma e passa ad un livello superiore: dalla protesta alla presa di possesso. I padroni chiudono la fabbrica i lavoratori la mantengono aperta: di fatto compiono un esproprio, anche se per poco tempo. Essi si impadroniscono dell’azienda, impediscono la vendita ed il trasporto dei macchinari, a volte la fanno  funzionare, come è il caso della Ideal Standard di Brescia. Per questo motivo il padronato torna indietro sulle decisioni prese e scende a compromessi. Oggettivamente si sente buttato fuori da quella che considera la propria azienda. Da qui la sua paura!

Da più parti è stato detto, senza tirarne le dovute conclusioni, che lo sciopero è stato superato. Anche io sono di questo parere. Stesso discorso vale per le manifestazioni e per i cortei che, obiettivamente, da anni, sono diventati delle processioni e ne hanno preso il loro ruolo: semplici sfogatoi di popolo. Detto questo non vuol dire che non si devono fare più, però la profondità della crisi impone di passare  a forme di lotta più incisive, che non si fermano davanti alle leggi del sistema. Con lo sciopero i lavoratori chiedono qualcosa al padronato ed alle istituzioni, invece con l’occupazione e l’esproprio agiscono direttamente, si prendono ciò di cui hanno bisogno, senza chiedere niente a nessuno: loro sono i proprietari di ciò che producono.

Il passaggio dallo sciopero all’occupazione ed all’esproprio esprime un salto di qualità rivoluzionario da parte dei lavoratori italiani che non si fermerà qui. Ciò dimostra che quando  vogliono risolvere definitivamente i loro problemi, devono ricorrere al programma rivoluzionario.

Questo movimento di occupazione, anche se attualmente è in piena espansione, può subire dei rallentamenti, anche battute di arresto, perché per continuare ha bisogno di sviluppare una produzione propria, un mercato proprio ed una organizzazione propria. Per ora questa coscienza non c’è, però ci si arriverà per forza di cose: sarà la crisi stessa a spingere verso questa soluzione, per non morire. Attualmente c’è la coscienza che lo sciopero non è più sufficiente. Ciò rappresenta già un salto di qualità importantissimo: si esce dal campo riformista e si entra in quello rivoluzionario. Naturalmente questo processo è all’inizio, però è destinato ad approfondirsi perché il padronato e le istituzioni potranno soltanto peggiorare l’attuale situazione, per cui i lavoratori e tutti i cittadini dovranno sempre

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più sostituirsi a loro nella gestione dell’economia e della società,  naturalmente nel proprio interesse. L’autogestione e l’autorganizzazione dal basso saranno le forme organizzative logiche di questa nuova realtà.

Per fare queste cose i lavoratori non hanno bisogno dei sindacati, tanto meno dei partiti. Però di una nuova coscienza sì perché se non si capisce questa nuova epoca, anche in buona fede, si riportano tutte queste lotte dentro le istituzioni, dove inevitabilmente vengono bloccate e soffocate. Il loro sviluppo naturale può avvenire soltanto al di fuori e contro le istituzioni, anche se nel pieno rispetto di coloro che ci credono. E’ un processo evolutivo e di emancipazione, non di rottura. La rottura l’introdurrà, e già lo sta facendo con gli sgomberi polizieschi, il potere. I lavoratori  devono solo difendersi, in modo da potere andare avanti sulla propria strada.    

Si dovrebbero unire tutte le fabbriche occupate ed in lotta facendo assemblee a livello provinciale regionale e nazionale; si dovrebbero cercare forme di aiuto reciproco: fornirsi materie prime-tecnici-prodotti finiti; si dovrebbero creare una nuova produzione ed un nuovo mercato, parallelo ed in concorrenza umana, non economica, con quello capitalista, basati sulla vita delle aziende e non sulla loro chiusura, sulla vita della natura e dell’ambiente e non sulla sua distruzione.

Le fabbriche  chiudono perché i padroni possono produrre gli stessi prodotti con salari molto più bassi, in altri paesi a basso costo di manodopera. Che si fa? Si entra in concorrenza con altri lavoratori? si accetta la guerra tra poveri? No! La fabbrica è di tutti, il diritto al lavoro è per tutti, l’unico elemento fuori posto, non necessario, è il padrone: è qui che bisogna operare i “tagli” per risolvere i problemi dei lavoratori.

Perché accettare la logica del mercato che comporta la chiusura della fabbrica, il licenziamento degli operai ed il trasferimento dei macchinari nell’Est dell’Europa o in Cina? Se non si rompe con questa legge le fabbriche, anche se non subito, dovranno chiudere ugualmente perché considerate “non competitive” con quelle cinesi. Oppure, se c’è un movimento di sinistra molto forte, dovranno essere statizzate, cioè passare i loro costi allo Stato e da questo a tutti i cittadini. Comunque sia l’impoverimento globale, per una via o per l’altra, è inevitabile: dentro questo sistema non c’è soluzione progressista. Se continua a dominare la legge del mercato capitalista e se proiettiamo questa situazione nel futuro, secondo me si può immaginare che si andrà avanti  con la chiusura delle fabbriche fino a quando il salario del lavoratore italiano sarà stato ridotto ad un livello più basso di quello cinese. A questo punto “i padroni ridiventeranno buoni” e riporteranno le fabbriche in Italia. Io mi auguro proprio che i lavoratori italiani non arriveranno mai a questo livello e che si ribelleranno molto prima. 

Penso che si dovrebbe lottare per impedire la chiusura di qualsiasi fabbrica, per l’espropriazione delle fabbriche in crisi, la loro socializzazione ed autogestione. Intorno a questi obiettivi si dovrebbe sviluppare tutto un movimento, il più ampio possibile. Purtroppo oggi non c’è un’organizzazione rivoluzionaria d’avanguardia  per fare queste cose. Io penso che bisogna inventarsela e costruirsela “strada facendo”, partendo dalle avanguardie che occupano. Parlo di avanguardie perché molti tra coloro che occupano e che  salgono sui tetti e sulle gru, si fermano all’aspetto economico: il salario ed il posto di lavoro. Infatti varie lotte rientrano perché il padronato è molto “generoso” con “le buone uscite”, i pre-pensionamenti, la cassa integrazione e con i cosiddetti ammortizzatori sociali. Però la fabbrica viene smantellata lentamente e non se ne impedisce la chiusura.

Il lavoratore prima o poi dovrà capire, e la realtà glie lo dimostrerà sempre di più, che in questo modo non risolve niente e che per avere un benessere reale e duraturo per lui, per la sua famiglia, per i suoi figli-nipoti-pronipoti e per tutti gli sfruttati ed i poveri come lui, dovrà cambiare l’intera società, altrimenti è come voler prosciugare il mare con un secchiello. I lavoratori che capiscono questo principio e questa realtà, oltre a lottare per il salario ed il posto di lavoro, dovrebbero usare l’occupazione della fabbrica come una leva per smuovere l’intero sistema, cioè  passare dall’occupazione all’autogestione. Questi sono i più coscienti e la vera avanguardia.   

 

 

18/10/09                                                                                                                     Antonio Mucci

 

 

 

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Comunicato stampa

 

PROGETTO C.A.S.E.: UN COSTOSISSIMO SET TELEVISIVO

 

Oggi si gira l´ennesima puntata del serial Berlusconi all´Aquila.

Fin dall´inizio la strategia berlusconiana è stata quella di trasformare L´Aquila in un set televisivo e di garantire al Presidente del Consiglio il massimo di efficacia mediatica. Di qui l´inedito slogan "dalle tende alle case".

Pazienza che le C.A.S.E. costino più di appartamenti di lusso e che la maggioranza degli aquilani siano ancora dispersi per la regione. L´importante è mostrare all´Italia e al mondo un nuovo "miracolo italiano".

L´urbanistica d´emergenza della coppia Berlusconi & Bertolaso non si basa sull´esperienza dei precedenti interventi post- terremoto, su un´analisi della situazione reale e dell´impatto sociale, ambientale e urbanistico degli interventi, sui bisogni delle popolazioni colpite.

Gli aquilani sono soltanto delle comparse sul gigantesco set di un kolossal  che il produttore Berlusconi fa pagare agli italiani.

Bisogna dire che la sceneggiatura berlusconiana si è dimostrata davvero efficace. Per svegliarsi dall´incantesimo consiglio a tutti di leggere lo studio coordinato dal Prof. Georg Josef Frisch, in collaborazione con il Comitatus Aquilanus, intitolato "Non si uccide così anche una città?". I dubbi, le perplessità e le critiche circolati in questi mesi trovano purtroppo conferma nell´analisi degli studiosi. Il documento è fortunatamente consultabile on line sul sito del decano dell´urbanistica italiana Edoardo Salzano: www.eddyburg.it ed è stato presentato ieri a L´Aquila nel corso di un convegno.  Una lettura consigliata non solo alla cittadinanza, ma soprattutto alla classe dirigente regionale finora complice o ipnotizzata.

 

 

Maurizio Acerbo, consigliere regionale PRC

 

 

 

 

 

 

 

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Sulla libertà di stampa

di Luciano Martocchia

 

L’Italia scende ancora nella classifica stilata da “RSF” sulla libertà di stampa nel mondo e, dalla 44 esima posizione dello scorso anno, nel 2009 si piazza al 49° posto. Il peggioramento, come si vede, purtroppo, è - oltre che rapido - anche progressivo se solo si pensa che, appena due anni fa, nel 2007, era 35 esima arrivando, così, a perdere ben 14 posizioni in tre anni. Insomma, a leggere i dati di Reporters Sans Frontieres - l’organizzazione internazionale che difende la libertà di stampa in tutto il mondo, a prescindere dalle idee politiche espresse dai giornalisti - sembra che non siano troppo lontane dal vero, quelle  decine di migliaia di persone che, appena qualche settimane fa, a Roma, sono scese in piazza per difendere l’art. 21 della costituzione sconcertati e preoccupati per i pericoli che sta correndo “la libera manifestazione del pensiero” nel nostro Paese. Ma approfondendo l’analisi dei dati pubblicati oggi,  appare evidente che la libertà di stampa sembra ancora molto lontana dall’essere un valore universalmente riconosciuto e realizzato anche nel resto dell’occidente libero e opulento. L'annuale rapporto di RSF, infatti, fornisce un quadro sconfortante, con situazioni che peggiorano in vari Paesi, soprattutto nel democratico occidente e nella vecchia Europa. In testa alla classifica, si confermano le democrazie nordiche con, al primo posto, la Danimarca, seguita da Finlandia, Irlanda, Norvegia, Svezia, Estonia e Olanda. All’8° posto, stabile, la Svizzera, seguita, in calo dall’Islanda e in salita di un posto dalla Lituania. L’Austria è solo 13a mentre la Germania è 18a  e la Francia, 43a appena prima della Slovacchia. Ultima classificata, su 175 nazioni monitorate, l’Eritrea preceduta, nell’ordine da Nord Corea, Turkmenistan e Iran. Tra i dati di maggior rilievo nel “Rapporto” vi è, poi, il ripristino della libertà di stampa negli Stati Uniti - passati dal 40° al 20° posto - a meno di un anno dall’insediamento di Barack Obama e il peggioramento della situazione in paesi come Iran (172 esimo) e Israele (93° posto nel suo territorio e 150° nei territori occupati. Presentando il rapporto, il presidente di RSF, Jean-François Julliard, non ha celato la sua preoccupazione per quanto riguarda la situazione europea, dove diversi paesi, mostrano un progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa. “È inquietante constatare - ha detto - come, anno dopo anno, importanti democrazie europee come Francia, Italia, Slovacchia perdano progressivamente posizioni. L’Europa dovrebbe essere d’esempio sul fronte delle libertà pubbliche. Come possiamo denunciare - ha concluso Julliard - le varie violazioni nel mondo se non siamo irreprensibili noi stessi in prima persona?”.

Luciano Martocchia

 

 

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RESPINGERE IL CONTRATTO SEPARATO SUI METALMECCANICI

MOBILITAZIONE NELLE FABBRICHE PER IL REFERENDUM SULL'ACCORDO
SOSTENERE LE MANIFESTAZIONI DI BASE E GLI SCIOPERI AUTO-ORGANIZZATI


A solo 6 giorni dallo sciopero generale del 9 ottobre indetto dalla FIOM,  partecipato in tutto il paese da centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici che hanno scioperato contro la crisi e contro
le nuove regole sulla contrattazione definite in modo separato da CISL-UIL-UGL con Confindustria, la risposta di Federmeccanica insieme a CISL e UIL ha tutte le caratteristiche di una serrata padronal-sindacale che ha tre obiettivi precisi

- stroncare il rinnovato protagonismo della classe operaia insieme ad una delle sue organizzazioni attualmente più conflittuale e rappresentativa

- sancire una volta di più che i costi della crisi vanno scaricati sui salari, sui posti di lavoro, sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici

- dare inizio allo smantellamento del contratto nazionale di categoria a partire dal settore più combattivo e resistente

L´intesa prevede un aumento retributivo medio di 112 euro, equivalente a 110 euro per il quinto livello. La prima tranche dell´aumento sarà in busta paga da gennaio 2010 e sarà di 28 euro, la seconda sarà di 40 euro dal 2011 e la terza di 42 euro nel 2012. Si tratta di mance, cifre molto più vicine alle proposte di Federmeccanica che a quelle sindacali. Infatti, come avevano chiesto le imprese, la prima tranche degli aumenti retributivi sarà più leggera rispetto alle successive due. Non solo, ma se dal 2010 sono previsti 28 euro al quinto livello, questo significa che al terzo livello l'aumento sarà di 15-16 euro netti.

Ai circa un milione e 300mila lavoratori metalmeccanici saranno corrisposti ulteriori 15 euro mensili dal primo gennaio 2011 come elemento di perequazione per chi non ha la contrattazione integrativa.
Che abbuffata!!

Nonostante i sindacati metalmeccanici di CISL e UIL rappresentino solo una minoranza della categoria, hanno forzato la situazione con l'appoggio delle rispettive confederazioni, con una scelta che fa scempio della democrazia sindacale, che lacera l'unità dei lavoratori offrendo pochi e maledetti euro subito, che sancisce la avvenuta fusione di interessi tra parte padronale e quella parte sindacale che si fa agenzia di controllo territoriale della forza lavoro. Un controllo che si esercita tra contrattazione ed enti bilaterali, tra fondi di sostegno al reddito e collaborazione per l'aumento della produttività, con rinuncia ad ogni tutela contro la precarietà e la flessibilità.

Il plauso del ministro del lavoro completa il triangolo degli interessi padronali, governativi e sindacal-collaborazionisti: svuotare il CCNL di ogni significato di solidarietà, di unità, di
democrazia, distruggendo le basi stesse dell'organizzazione di classe nei posti di lavoro e nel territorio.
In questi giorni occorrerà sostenere tutte le forme di democrazia di base dei lavoratori/trici nelle fabbriche, che esprimano dissenso, contestazione e volontà di respingimento di un accordo firmato sopra le loro teste.

Occorrerà costruire le condizioni per una consultazione referendaria, anche auto-organizzata, che sposti i rapporti di forza, sottraendo consenso ed appoggio ai sindacati firmatari, riacquistando
protagonismo ed autorevolezza nella contrattazione, azienda per azienda.

E' in gioco il futuro della democrazia nel mondo del lavoro, è in pericolo l'esistenza della classe lavoratrice con la sua autonomia ed il suo progetto di una società più eguale e più libera, più solidale e più partecipativa. I comunisti anarchici saranno come sempre in prima fila nella difesa degli interessi dei lavoratori/trici e nel sostenere una prassi sindacale conflittuale e libertaria.

 

FdCA -  Commissione Sindacale
16 ottobre 2009
www.fdca.it

 

Presentato da Lia Didero

 

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La guerriglia separatista scatena nuovi attacchi contro le forze militari indiane

Incendi di guerra nel Manipur oppresso da New Delhi

I guerriglieri Kuki e Metei in lotta tra loro e contro gli hindu

 

Torna ad infiammarsi il Manipur, piccolo stato del Nord Est indiano, stato che dovrebbe essere indipendente, perché i suoi abitanti non hanno nulla a che spartire con gli hindu, e che, invece, è inglobato a forza nell’Unione Indiana. Il Manipur pullula di gruppi guerriglieri e di movimenti armati separatisti in lotta contro il governo centrale di New Delhi, ma, purtroppo, anche in lotta tra loro. In effetti, gli interessi in gioco sono molti. Vi è quello etnico e indipendentista delle etnie Meitei e Kuki (che non vogliono più soggiacere al centralismo hindi e rivendicano con forza le loro differenze identitarie, etniche e religiose), ma vi è anche quello economico (il Manipur è ricco di petrolio, diamanti, idrocarburi, metalli preziosi, e per questo motivo l’India non è affatto disposta a cederne la sovranità). Lo scorso anno, tra il governo indiano e i principali movimenti armati separatisti (Fronte di Liberazione dei Popoli del Manipur, Fronte Nazionale Kuki, Fronte Unito di Liberazione Nazionalista) erano in corso trattative per una soluzione diplomatica del conflitto, ma tutto si è arenato nel mese di settembre 2008, quando, di fronte ai no degli emissari indiani alle proposte autonomiste dei rappresentanti dei movimenti guerriglieri, questi hanno abbandonato i tavoli delle trattative. La lotta armata è  ridivampata subito furiosa, con attacchi da parte del Mplf e dell’Unlt contro le postazioni militari indiane nella regione, in particolare nella città di Moreh e nel distretto di Chandel. In contemporanea, però, si sono avuti anche scontri tra i guerriglieri meitei del Mplf e i guerriglieri Kuki del Knf, che hanno causato oltre una dozzina di morti. Sembra che il Knf prosegua per proprio conto trattative con il governo indiano, indebolendo così le posizioni indipendentiste degli altri movimenti guerriglieri. Inoltre, i ribelli Kuki sono anche accusati di condurre una lotta senza quartiere venata di razzismo contro i ribelli del Nagaland, i quali, in lotta contro l’esercito indiano, spesso dal Nagaland sconfinano nel Manipur. Insomma, la situazione è veramente esplosiva. Di fronte ai continui attacchi e attentati dei ribelli, le forze indiane rispondono con una repressione brutale che colpisce anche le popolazioni civili, in particolare delle aree rurali, mentre gli sconfinamenti dei guerriglieri in territorio birmano hanno indotto New Delhi e Yangoon a concludere una serie di accordi che consentono alle proprie truppe di inseguire oltre confine le bande ribelli. A causa di ciò, nell’intero Nord-Est indiano la situazione sembra davvero sul punto di precipitare. Devastanti bagliori di guerra si levano da tutto il Manipur, mentre il rigido centralismo indiano appare del tutto incapace di sbloccare questa difficilissima situazione. La soluzione di questo conflitto permanente che dura da oltre mezzo secolo è una sola: la concessione dell’indipendenza, da parte di New Delhi, a questi popoli che non sono hindu e che non si sano affatto parte dell’Unione Indiana. Ma per i motivi economici sopra accennati, lo Stato indiano non acconsentirà mai all’indipendenza del Manipur, del Tripura, dell’Assam, del Nagaland, del Mizoram e degli altri piccoli stati che costituiscono il complesso mosaico etnico, tribale e religioso del Nord-Est indiano. Così, in queste terre di salgariana memoria, la parola resta sempre alle armi, con interi popoli in rivolta contro il protervo potere centrale indiano e con una situazione endemica di conflittualità, tensioni interetniche e religiose, sociali ed economiche. E vana è la presenza massiccia dell’esercito indiano, il quale, anche se possiede poteri speciali dovutigli da una legge che risale la lontano 1958, non riesce a controllare la situazione, né annientare militarmente le guerriglie (che godono di un ampio consenso popolare)  e neppure a garantire l’incolumità delle etnie che dichiara di voler proteggere (come nel caso degli scontri interetnici tra i Kuki e i Meitei). Dunque, per il Manipur, il futuro resta decisamente tragico e il suo destino sembra quello di una sempre più devastante spirale di lotte e di violenze senza limiti!

 

Fabrizio Legger

 

 

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Una nuova politica

di Marco Tabellione

 

     Nonostante tutto, nonostante le guerre, le brutture di una società dominata da violenze fisiche, psicologiche e ideologiche, nonostante il dominio di un’economia competitiva e non solidale, nonostante questo e altro, non possiamo non vedere nella civiltà occidentale le tracce di un’evoluzione che, nolenti o volenti, resta inesorabile. Certo, questa parabola non segue una linea continua, ma presenta fratture, battute d’arresto, scarti; eppure il suo procedere è ineccepibile. E se è inevitabile il cammino delle civiltà e dell’umanità verso scenari futuri migliori, allora si può e si deve poter prospettare forme politiche e istituzionali che permettano di perfezionare l’attuale sistema delle democrazie rappresentative, da taluni considerate le forme migliori tra i regimi prodotti dall’uomo.

     Questo discorso però va portato oltre l’attuale panorama, che vede ormai diventato un luogo comune la critica della realtà politica, soprattutto in Italia, per cui i politici italiani sarebbero tutti corrotti, la politica una cosa sporca e via dicendo, in una sequela di frasi fatte intrise di pregiudizio e qualunquismo. Si tratta in questi casi di puro conformismo ad una diceria che lascia il tempo che trova e soprattutto non mette in discussione l’orizzonte culturale e civile in cui una simile politica (quella criticata) si è diffusa. Dal punto di vista del senso comune è la politica ad essere corrotta, non la società; sono i politici a muoversi in base ad egoismi e arrivismi personali, non il cittadino comune.

     Va da sé che questa visione è quanto mento riduttiva e fuorviante. In realtà se di corruzione bisogna parlare, se c’è un decadimento morale questo va attribuito all’intero sistema sociale. Così non è solo il sistema politico che deve cambiare, ma l’intera società dovrebbe individuare nuovi riferimenti ideologici, una nuova utopia che consenta di far davvero cambiare rotta alle stanche democrazie occidentali. Il problema semmai è un altro, il problema è di individuare in quale direzione cambiare, quale meta cercare, una meta che poi si annuncia più che importante, e che ha tutta l’aria di incidere profondamente sul destino di un’intera civiltà.

     Questo traguardo così vicino eppure così lontano può essere individuato mediante una ridefinizione culturale e morale della politica stessa e del suo ruolo. Ridefinire la politica significa rivedere anche il concetto di potere nella nostra società. Il termine “potere” indica un crogiuolo di possibilità, di competenze che il singolo mette a disposizione della comunità. Potere vuol dire potere per gli altri, non per sé. La celebre frase di Andreotti, “il potere logora chi non ce l’ha” potrebbe dimostrare l’arguzia e la sottile ironia dello statista, ma nella sua realtà è un perfetto esempio di inciviltà. Perché dà per scontata un’idea deleteria del potere politico, secondo la quale il potere si limiterebbe ad essere un privilegio di chi lo possiede. Il potere, perciò, da privilegio o da insieme di privilegi, innanzitutto quello economico, va ridimensionato a servizio, a compito svolto da un certo numero di persone, un compito, un ruolo che non deve distinguersi in fondo dagli altri innumerevoli compiti e ruoli che consentono alla società di mantenersi, prosperare o sopravvivere.

     Solo apparentemente questo processo costituisce un ridimensionamento della politica e della sua utilità. Al contrario esso contribuirebbe ad un’amplificazione massima della funzionalità della politica e ad una sua riqualificazione anche culturale. E qui occorre specificare il senso del termine cultura, che va ricondotto alla sua radice etimologica. Cultura come coltura, come coltivazione, cura di entità da portare e maturazione, mediante cui produrre evoluzione, crescita. Queste entità sono le persone, gli individui che effettivamente vivono in una società, e dei quali la politica si è dimenticata. Ha dimenticato la politica che i cittadini prima di essere cittadini sono persone, persone che vanno coltivate, favorite nell’evoluzione; un’evoluzione effettiva, che non può che essere innanzitutto spirituale, riguardare la persona come persona, come anima.

     Che la politica ritorni alle persone è un’utopia, ma come tutte le idee utopiche ha una sua forza concreta, un suo raggio di applicabilità. Ora più che mai occorre la forza di un ideale, occorre che le idee tornino a nutrire non soltanto la politica, ma tutta la nostra vita. Non possiamo continuare a cedere il passo alla concretezza, alla mancanza di ideali, alle pratiche economiche, alle leggi del mercato che decidono la nostra vita. Senza contare che in molti campi questo recupero delle idee, delle speranze, è oggi più che mai vitale. Si pensi all’urgenza ambientale. L’allarmismo generalizzato degli ecologisti non può restare lettera morta, non si possono trascurare dei danni che stanno diventando irreversibili. Ma per cominciare a rimediare agli errori terribili che l’uomo ha compiuto contro il benessere del pianeta, occorre uno scatto idealistico, uno sforzo escatologico, utopico, capace di trasformare quello che oggi è uno dei problemi, nel problema fondamentale, appunto il problema ambientale. E ciò può essere promosso solo da una classe politica illuminata, evoluta; una classe che ha imparato a gestire il potere non nell’immediato, nell’arco dei pochi anni di durata della legislatura, ma a lungo termine, operando scelte non solo a favore del presente e per la conservazione del potere, ma anche per il futuro. Resta solo da chiedersi: quando dovremo ancora attendere per una politica del genere?

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”