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IL SALE - N.° 95-96


 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 9  –  numero 95-96 – Agosto/Settembre 2009

 

 

Copertina

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

 

 

 

                                      presentato da Speranza 2000

 

                                      di Lucio Garofalo

 

                                                       di Antonio Mucci

 

                                               di Fernando Italo Schiappa

                       

                                                        presentato da Maurizio Marano

 

                                                        di Diderot

 

                                                        presentato da Lia Didero

 

                                                        di Carmelo R. Viola

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 


 
 

 

 

 

 

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Prosegue nel paese africano la lotta dei ribelli del delta del Niger

Nigeria: Mend e Npdvf, guerra di popoli contro lo sfruttamento

Nel Sud della Nigeria le multinazionali hanno trovato pane per i loro denti

 

 

Ormai non passa settimana che nel Sud della Nigeria, nei territori del Delta del Niger, non avvengano rapimenti di tecnici petroliferi, attacchi alle piattaforme, sabotaggi agli oleodotti da parte dei guerriglieri del Mend (Movimento di Emancipazione del Delta del Niger), una organizzazione politico-militare in guerra aperta contro il regime federale nigeriano, sostenuta da una popolazione stimata intorno ai venti milioni di persone.

Dopo vent’anni di sfruttamento dei loro territori (ricchissimi di petrolio) da parte delle multinazionali (Exxon, Chevron, Shell, Agip, e compagnia bella), le popolazioni del Delta del Niger hanno desto basta allo sfruttamento e basta alla miseria nera, alla repressione e all’arretratezza in cui le costringe a vivere il regime islamista nigeriano. Ogoni, Ijaw, Ibo, hanno detto basta e, dopo l’uccisione del leader nonviolento ogoni (lo scrittore Ken Saro-Wiva, fatto impiccare dalla dittatura militare nigeriana nel 1995), hanno dato vita, nel 1999, all’Npdvf (Forze Volontarie dei Popoli del Delta del Niger) guidato da Aljhaji Dokubo Asari, e al Mend, guidato da Jomo Gbomo, che ha fatto la sua comparsa nel 2005, con il chiaro intento di liberare la regione del Delta dalle politiche di sfruttamento portate avanti dalle multinazionali petrolifere con la compiacenza e la “carta bianca” data loro dal corrotto governo nigeriano.

Bene armati, ben addestrati e ben motivati, i guerriglieri nazionalisti del Mend e dell’Npdvf operano con il pieno appoggio delle popolazioni locali, che forniscono loro gli appoggi indispensabili per portare avanti la lotta armata, non solo contro l’esercito dello Stato federale nigeriano, ma anche contro gli apparti delle stesse multinazionali. Infatti, gli oleodotti, le piattaforme e i tecnici, sono tra gli obiettivi prediletti dei ribelli. Ormai, la situazione è degenerata in scontro aperto: le multinazionali versano cifre astronomiche di dollari al corrotto governo nigeriano per ottenere in concessione lo sfruttamento della regione in cui operano  l’Npdvf e il Mend. Di fronte a questi continui attacchi, sabotaggi e attentati, i dirigenti delle multinazionali hanno alzato la voce con il governo di Abuja, esortandolo a risolvere una volta per tutte il problema della guerriglia. Così, nella regione sono arrivate le truppe antiguerriglia, unitamente a bande di miliziani islamici giunti dal Nord della Nigeria (gli stati governati dalla Sharia, la legge coranica), ben intenzionati a sterminare i kafiri, ovvero gl’infedeli (le popolazioni del Delta del Niger e i guerriglieri del Mend e dell’Npdvf sono in gran parte cristiano-animisti).

Ma a fronteggiare le unità speciali dell’esercito nigeriano c’è un intero popolo, di cui i due movimenti guerriglieri sono l’espressione armata, ovvero al ribellione nata da decenni di violenze, soprusi, sfruttamento che affondano le loro radici nella Guerra del Biafra (1966-1969) che vide la ribellione degl’Ibo soffocata nel sangue dalla repressione governativa.  Alle violenze e alle brutali repressioni dell’esercito nigeriano (vi sono stati eccidi di civili accusati di appoggiare i ribelli, incendi di villaggi, deportazioni di comunità dai loro territori dichiarati “zona militare”) si susseguono gli attentati e i rapimenti posti in atto dai guerriglieri, il che ha avviato una spirale di cieca violenza e di odio senza fine.

Il fine ultimo dichiarato dal Mend e dell’Npdvf è il controllo delle aree petrolifere nigeriane per riparare gli effetti collaterali dell’estrazione petrolifera, primo tra tutti l’inquinamento, ma anche per porre fine alle politiche di sfruttamento dei loro territori, politiche che arricchiscono solo le tasche del governo federale nigeriano e delle multinazionali e che lasciano, al contrario, i popoli del Delta del Niger nella miseria e nello squallore.

Purtroppo, il governo nigeriano, finanziato com’è dalle multinazionali a cui ha concesso in sfruttamento le regioni del Delta (e non solo americane ed europee, ma anche cinesi e giapponesi), non sembra affatto intenzionato a prendere in considerazione anche solo l’ipotesi di una autonomia di tali regioni e una parziale redistribuzione tra i loro abitanti degli ingenti profitti derivati dal petrolio. L’unica risposta che il governo nigeriano sa (o vuole dare) è quella della repressione armata, una repressione spietata e sanguinaria, che non fa che aumentare l’odio dei popoli del Delta del Niger verso il governo centrale nigeriano, creando così, purtroppo, tutti i presupposti per una nuova devastante…Guerra del Biafra, che potrebbe rivelarsi ancora peggiore della precedente!

 

 

Fabrizio Legger

 

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ABRUZZO : ex regione verde d’Europa

(articolo presentato da Speranza 2000 )

Un vero affare

"Il 50% del territorio viene ceduto alle compagnie petrolifere per estrarre petrolio di pessima qualità che dovrà essere sottoposto a processi molto inquinanti di desulfurazione. Il 90% della popolazione si troverà a vivere dentro un distretto petrolifero". E' l'allarme lanicato dalle associazioni ambientaliste.  "Le compagnie petrolifere pagheranno allo Stato il 7% di royalties e alla nostra regione solo l’1%. In altri paesi del mondo si pagano dal 30% all’80% di royalties come ricompensa per i danni ambientali. Vista la pessima qualità del nostro petrolio, il basso costo è l’unica ragione che rende interessante la nostra regione agli occhi dei petrolieri" scrivono le associazioni. "I pozzi di petrolio non porteranno posti di lavoro perché le compagnie petrolifere utilizzano i propri tecnici da fuori regione. Le raffinerie sono altamente automatizzate e a regime serviranno solo poche decine di persone. Al contrario, l’inquinamento provocato dall’attività petrolifera riguarderà tutta la regione con ricadute pesantissime sulla salute della gente e sull’economia". 

Danni alla Salute

"Il petrolio estratto in Abruzzo è di pessima qualità perché ricco di zolfo. Per essere trasportato via dalla nostra regione attraverso il porto di Ortona deve essere prima sottoposto ad un processo di raffinazione. Il prodotto di scarto più pericoloso è l’idrogeno solforato (H 2 S) dagli effetti letali sulla salute umana anche a piccole dosi. L’Organizzazione Mondiale della Sanita’ raccomanda di non superare 0.005 parti per milione (ppm) mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge è pari a 30 ppm : ben 6000 volte di più. In mare addirittura non ci sono limiti in Italia. Politici e petrolieri diranno che tutto è a norma di legge, ed è vero! Il problema è che tali leggi sono fatte per tutelare i loro interessi e non i nostri".  

Danni all’agricoltura

"La trasformazione della regione in distretto minerario creerà un danno all’intero sistema agricolo e all’immagine dei prodotti eno-gastronomici abruzzesi. L’incompatibilita’ tra agricoltura e raffinerie è stata dimostrata scientificamente più di 30 anni fa. Allo stato attuale non esistono tecnologie che possano evitare i danni ambientali. Per questo motivo negli USA e negli altri paesi europei non vengono consentiti impianti di raffinazione di nessun tipo in prossimità di zone abitate. Ad Ortona per far posto alla raffineria hanno già tagliato le viti del Montepulciano DOC. Quanto alle altre viti che rimarranno, chi è che vorrà bere un vino fatto all’ombra delle trivelle e delle raffinerie? Sarà invendibile".

Danni all’economia regionale

"Il petrolio comporterà la chiusura di moltissime aziende agricole e vi sarà una perdita di posti di lavoro in tutto il settore agricolo e agro-alimentare, un comparto che in Abruzzo include marchi di fama e di prestigio mondiali. Vi sarà anche un danno incalcolabile nel settore turistico e alberghiero: chi vorrà trascorrere le proprie vacanze tra fiamme alte 30 metri e puzza di uovo marcio (H 2 S)? La regione dei parchi si trasformerà nella regione delle raffinerie e delle discariche.

Contaminazione dell’acqua

"L’estrazione del petrolio e la sua raffinazione comportano un notevole dispendio di acqua. Solo l’impianto di desulfurazione utilizzerà UN MILIONE di litri d’acqua potabile al giorno. Acqua che sarà prelevata dall’acquedotto pubblico, già perennemente carente in estate. Queste acque contaminate dallo zolfo e metalli pesanti saranno poi reimmesse nel terreno con un rischio gravissimo di contaminazione delle falde. In Basilicata è già successo. 

Contaminazione dell’aria che respiriamo

"Secondo lo studio del Mario Negri Sud solo la raffineria di Ortona emetterà ogni anno: 112 t di ossido di zolfo, 322 t di nitrati, 80 t di monossido di carbonio, 1.2 t di polveri fini e 2.2 t di composti volatili organici. Sempre secondo il Mario Negri Sud le stime dell’Eni sottostimavano dfino al 20% tali valori. Non dovevamo essere la regione dei parchi?"  

 

Danni al mare                                                                                                                                                                 5

"Negli Stati Uniti le perforazioni in mare devono essere eseguite a 160 km dalla costa per paura di possibili incidenti che riverserebbero petrolio sulla costa. Tali vincoli non esistono in Italia e a San Vito la MOG vuole installare un piattaforma a 5 km dalla costa. Tale piattaforma verrà costruita a partire dal 2010 e resterà li per i prossimi 15-20 anni secondo quanto dichiarato dalla MOG stessa. Conoscete qualcuno che vorrà venire in vacanza all’ombra di una piattaforma petrolifera?"

Contaminazione dei terreni

"La ricaduta delle sostanze inquinanti immesse nell’aria e nell’acqua danneggiano le potenzialità agricole della regione. In Val d’Agri (Basilicata) 15 anni fa i petrolieri dicevano le stesse cose che dicono a noi e cioè che tutta la loro attività è compatibile con l’agricoltura e la salute umana. Evidentemente mentivano se oggi in Basilicata i terreni vengono abbandonati e lasciati incolti perché producono poco o niente e con pessima qualità. Gli stessi terreni che furono pagati a caro prezzo dai rispettivi proprietari, oggi non valgono nulla perché non c’è mercato. Nessuno li vuole. Il risultato è un danno economico pesantissimo che nessuno ha mai risarcito.

Il silenzio

I petrolieri lavorano alla petrolizzazione dell’Abruzzo dal 2001 mentre la classe politica sapeva, stava zitta e metteva le firme necessarie. Gli unici a non essere informati erano i semplici cittadini che non avrebbero mai accettato la trasformazione irreversibile del loro territorio. Nel frattempo la stampa è venuta meno al suo lavoro di indagine nascondendo e sottovalutando gli allarmi lanciati da scienziati e da grandi enti di ricerca scientifica. Per questa ragione molti abruzzesi non sanno ancora niente del rischio spaventoso che la nostra regione sta correndo. I petrolieri e i loro amici amano chiamare la raffineria che vogliono costruire ad Ortona “ Centro-Oli” per confondere i cittadini e non spaventarli. La raffineria di Ortona è un elemento indispensabile del progetto che se oggi non esiste è grazie ad una legge regionale approvata nel marzo 2008. La legge è stata approvata sotto la spinta popolare di migliaia di cittadini arrivati nel capoluogo ad assediare il palazzo della regione. Senza questa pressione popolare i politici non ebbero il coraggio di resistere alle richieste dei petrolieri che ora sono tornati all’attacco".

L’inganno

"Durante la campagna elettorale del 2008 tutti i partiti si sono dichiarati contrari al petrolio ed in particolare alla costruzione di raffinerie. La pericolosità del tema petrolio in campagna elettorale fu tale che anche Berlusconi nei suoi discorsi tenuti a Chieti e a Pescara si impegno a non farli fare. Ma a tante belle parole, fatti di segno opposto sono seguiti. Il Ministero della Sviluppo Economico continua a classificare l’Abruzzo regione mineraria e il governo ha impugnato la legge regionale che bloccava la costruzione della raffineria di Ortona. Inoltre nuove autorizzazioni vengono ancora rilasciate alle compagnie petrolifere; la legge regionale recentemente proposta dall’assessore all’agricoltura Febbo dell’attuale maggioranza, di fatto, apre la strada al petrolio e condanna a morte l’agricoltura, l’economia eno-gastronomica e lo sviluppo turistico dell’Abruzzo.La verità sul grave rischio che stiamo correndo è ormai chiara, ma la classe politica non ha la forza, il coraggio e soprattuto la volonta’ di contrastare la compagnie petrolifere. Il rischio è ora più grave che mai! Stampa e istituzioni cercano ancora di tranquillizzare la gente con false promesse, bugie e nascondimenti. La verità è che al 31.12.2007 in Abruzzo sono già stati perforati 722 pozzi di estrazione o di ricerca e che molti altri sono in arrivo. Tutto questo con il supporto delle vecchie giunte e di quella attuale. Ad Ortona l’Eni ha già acquisito i terreni e sta facendo tagliare le vigne per far posto alla futura raffineria. Contano sul fatto che come al solito, quando la gente capirà, sarà troppo tardi".

Gli appelli finora ignorati

"Un forte appello a desistere da questi scellerati progetti è stato lanciato da 88 dirigenti medici della ASL di Chieti-Ortona, docenti universitari e da scienziati di diversi settori chehanno tenuto conferenze in varie città dell’Abruzzo per illustrare i rischi. Persino la conferenza abruzzese-molisana dei vescovi, consapevole di quello che èaccaduto in Basilicata, è intervenuta col documento “Abitare la Terra” (Luglio 2008) in cui si chiede espressamente di rinunciare al progetto della raffineria. Tutti gli appelli del mondo scientifico, delle autorità religiose, delle numerose associazioni di cittadini, delle cantine, degli agricoltori, degli operatori turistici, dei comuni a cui si sono uniti anche personaggi noti come Dacia Maraini, Giò Di Tonno, Caparezza ed altri, nonsono riusciti finora a far desistere i petrolieri. I politici non vogliono (o non riescono) a fermarli perciò occorre un’azione comune. Abbiamo una classe politica debole, corrotta e connivente. Abbiamo una stampa inadeguata. Abbiamo tutto da perdere e nienteda guadagnare dalla trasformazione della nostra regione in regione petrolifera: danni economici, ambientali, disoccupazione, emigrazione, malattie e malformazioni. (da Abruzzo24ore.tv)

http:// regioneabruzzo.blogspot.com/ Coordinamento per la Tutela della Costa Teatina- Comitato Natura Verde- WWF Abruzzo- Legambiente Abruzzo

-Presentato da Speranza 2000-

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APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero precedente)

 

Mancata assunzione di responsabilità

 

A questo punto non si può evitare di porsi una domanda capitale: di chi sono le responsabilità storico-politiche? Di certo le responsabilità appartengono a molti soggetti, ma principalmente ad un ceto politico che ha (mal)governato i piccoli e numerosi paesi dell'Irpinia. Mi riferisco ad una classe dirigente che per lunghi decenni ha ruotato e si è formata attorno alle sedi della Democrazia cristiana, in modo particolare intorno ad alcune figure di spicco del potere locale e nazionale. Infatti, le responsabilità storico-politiche di tale fallimento sono note a tutti, in quanto il ceto politico locale che ha governato l'opera della ricostruzione post-sismica in Irpinia ha coinciso con una parte rilevante della classe politica dirigente a livello nazionale. Basta citare i nomi di De Mita, Mancino, Bianco, ecc., per rendersi conto che i maggiori dirigenti della Democrazia cristiana irpina, i vari vassalli e valvassini (ma anche i rivali dichiarati, come Gerardo Bianco) dell'imperatore e feudatario di Nusco, hanno ricoperto a lungo incarichi di prestigio all'interno del partito nazionale. Molti di questi personaggi sono tuttora esponenti politico-istituzionali affermati a livello provinciale, regionale e nazionale. 

 

                                       de-mitaDeMita

 

De Mita è stato contemporaneamente segretario politico nazionale e capo del governo nei primi anni '80. Un potere immenso concentrato nelle mani di una sola persona, affetta per indole caratteriale da un'incontenibile megalomania e da una sfrenata bramosia di potere. Insomma, il potere politico locale, esclusivo appannaggio della Dc, era assorto alla guida nazionale della Democrazia cristiana e al governo del paese. La leadership politica degli anni '80 era diventata una questione interna alla Democrazia cristiana irpina. Questo assetto di potere si è preservato in modo cinico e spregiudicato, sopravvivendo quasi del tutto indenne e indisturbato alla bufera giudiziaria di Tangentopoli e allo scandalo dell’Irpiniagate.

 

 

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                                              irpiniagate

 

 

Ora, se mi fermassi qui rischierei di troncare e banalizzare la trattazione, avendo sfiorato solo superficialmente i problemi reali. Invece, credo che si debba approfondire l'indagine, anche a costo di risultare noiosi. Ritengo che si debba avviare un ragionamento storico a partire dal sisma del 1980 e dalla ricostruzione postsismica, per individuare e vagliare meglio le decisioni politiche che hanno contribuito in maniera determinante al tipo di sviluppo che è stato promosso-imposto nelle nostre zone.

 

 

                             Sisma del 1980

 

 

(continua nel prossimo numero...)

 

 

Lucio Garofalo

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La  “Sovrappopolazione”, l’Ambiente ed il Sistema Capitalista

 

 

Molti teorici della borghesia italiana, ma anche stranieri, insistono con la vecchia teoria di Malthus(1766-1834) che vede nell’aumento della popolazione sul pianeta la causa di tutti i mali. Di conseguenza, secondo questi teorici, la soluzione logica è quella di fare meno figli. Per cui le masse del mondo, oltre a fare una vita piena di sofferenze ed a dover morire per fame e sete, avrebbero anche la colpa di disturbare il tranquillo sonno dei ricchi facendo figli. In concreto esse dovrebbero lasciarsi morire, “zitte zitte”, senza procreare, andare da sole al cimitero ed autoseppellirsi. Questo sarebbe il modo migliore per risolvere il problema della sovrappopolazione e la crisi economica. Nessuno dice chiaramente una cosa del genere però, da come si comporta il potere mondiale, è facile dedurre che questo è il suo sogno. Poiché gli uomini e le donne del potere sanno che non avverrà mai, passano all’uso della violenza per raggiungere questo scopo: le guerre, le pandemie, le crisi economiche e l’impoverimento globale del pianeta. I potenti hanno paura che questa massa enorme di poveri  si ribelli. Hanno ragione a preoccuparsi: nella Storia è sempre stato  così. Non vedo perché in questa epoca dovrebbe andare diversamente!

Il fenomeno della sovrappopolazione è un problema dei ricchi e della classe capitalista, visto che i poveri seguitano tranquillamente a fare tanti figli, senza preoccuparsene. Anche se i poveri del pianeta non facessero più figli, non diventerebbero certamente ricchi. Un proverbio popolare dice che “il sesso è il divertimento dei poveri”. Il fare figli ed i rapporti affettivi che ne scaturiscono compensano  la miseria della vita quotidiana. Questa è la loro ricchezza!

Le mie considerazioni  riguardano la filosofia della vita. Qualità che oggi quasi non esiste in una società dominata dal materialismo volgare. Comunque, a mio avviso, un fatto è certo: fare o non fare figli è una libera scelta della coppia, e non può essere pianificato dallo Stato come in Cina, né imposto dai falsi bisogni indotti dalla vita consumista come in Occidente. Il popolo italico è a rischio estinzione entro il 2100 in quanto è a crescita zero. La popolazione italiana oggi è in aumento grazie all’arrivo dei tanto “disprezzati e colpevolizzati” immigrati.

In una società più giusta, in cui le persone parteciperanno alla gestione delle scelte sociali, l’individuo accetterà di farsi carico di tali scelte perché le sentirà come proprie. Allora la scelta della procreazione sarà in base alle esigenze della collettività perché si aprirà il rapporto individuo-società, che oggi non esiste. Oggi il rapporto è individuo-individuo. Non può essere diversamente in una società neoliberista,  iperegoista e dominata da una oligarchia finanziaria.

Con Malthus già polemizzò ampiamente Proudhon con il libro “La filosofia della miseria”, nell’anno 1846, dimostrando che alcuni paesi dove la popolazione diminuiva aumentava anche la sua povertà e, viceversa, dove aumentava la popolazione cresceva anche la ricchezza del Paese. Analizzando la Storia recente, si potrebbe dire la stessa cosa per l’Italia: nell’epoca del “boom economico” la popolazione aumentava insieme alla ricchezza del Paese, mentre da quando è iniziata la stagnazione e la crisi, la popolazione diminuisce. Quindi non è vero che la crescita della popolazione è la causa della povertà. I fattori che la provocano sono altri. Malgrado l’argomentazione molto convincente di Proudhon, il problema fu considerato tutt’altro che chiuso ed i sostenitori di Malthus hanno continuato ad esserci nella Storia. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono Alberto Ronchey e Giovanni Sartori, due “colonne” del potere capitalista in Italia. Essi hanno scritto degli editoriali sul Corriere della Sera difendendo questa teoria: sono molto preoccupati per il fenomeno degli eco-profughi, cioè di centinaia di milioni di persone che fuggono dalle proprie terre

a causa del dissesto ambientale. Inoltre, continuando il degrado ambientale, ci sarà lo spostamento dei monsoni in India che ridurrà alla fame mezzo miliardo di persone. I Paesi occidentali, che già sono in crisi per problemi loro, saranno sommersi da queste ondate enormi di esseri umani affamati, che non hanno niente da perdere. Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera del 15 giugno 2009, pensa di risolvere in questo modo: “…l’Africa (e non soltanto l’Africa) muore di

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sovrappopolazione, e….la crescita demografica (ovunque avvenga) va risolutamente affrontata e fermata”.

Ma, io penso, invece di bloccare la procreazione di esseri umani, non sarebbe meglio per tutti risanare il clima, il buco dell’ozono, smettere di distruggere il regno animale e vegetale, quindi anche quello umano? Sarebbe molto più semplice e più giusto! Sempre Sartori dice: “Per l’Africa un’idea sarebbe ‘rinverdirla’”. Giusto! Ma perché non sarebbe il caso di “rinverdire” anche l’Italia che di verde ne ha meno dell’Africa ed è diventata una lastra di cemento? Ed il mondo intero? Perché non lo fate? Chi ve lo impedisce? Nessuno….solo la vostra brama di profitto, di denaro ed il vostro “grasso” piacere di vivere da privilegiati e di “sentirvi superiori”! Più avanti, sempre a proposito di questa possibilità di “rinverdire l’Africa”, Sartori scrive: “Un po’ tardi, visto che l’agricoltura è già per metà perduta, che i laghi si prosciugano e che la desertificazione è irreversibile”. Non c’è niente di perduto né di irreversibile! La natura è pienamente in grado di riassorbire i danni arrecati da questa pseudo civiltà e ristabilire l’equilibrio e l’armonia dell’eco sistema. E’ l’esistenza dell’”homo sapiens” che è in pericolo perché si è allontanato dai principi naturali della vita. La natura potrà procedere tranquillamente anche senza di noi. La vera intelligenza dell’essere umano si misurerà nella sua capacità di avviare un processo di riavvicinamento alla natura, cominciando con il riavvicinarsi tra di sé, al di là delle razze delle religioni del ricco e del povero.

Quando Sartori  dice “l’agricoltura è per metà perduta…..la desertificazione è irreversibile “, incoscientemente sta esprimendo uno stato d’animo generale della classe al potere che si sente per “metà perduta” e in balia di una scelta “irreversibile” perché lei non sa, non vuole e, quindi, non può tornare indietro. La strada è reversibile, ma per essa diventa irreversibile perché è prigioniera di se stessa. Da questo stato d’animo derivano idee, proposte e comportamenti assurdi come quella dei “negazionisti”, cioè dei 114 “scienziati” (tra cui Zichichi) che hanno firmato il “manifesto del no”, il quale dice che l’effetto serra non esiste; un’altra corrente di “scienziati” sostiene che i mali della Terra si curano non con meno ma con più scienza e più tecnologia (quale? quella degli ultimi decenni? poveri noi!); altra proposta è stata quella di bloccare lo scioglimento dei ghiacciai coprendoli con degli enormi teloni(ridicolo!); altro comportamento assurdo e irresponsabile è quello dei governanti delle grandi potenze che, quando si riuniscono nei vari G8-G12-G20 per discutere i problemi del clima, minimizzano, fanno accordi che poi nessuno rispetta, rimandano la soluzione di problemi urgentissimi alle “calende greche”, se la prendono con comodo…..sono veramente ignoranti: non hanno capito che non sono loro a decidere come si vive su questo pianeta. E’ già stato deciso dalla Natura milioni di anni fa. Loro si devono adeguare. Poiché non vogliono rispettare le leggi della natura, anzi vogliono imporle quelle di un mondo artificiale, sono entrate in collisione ed in antagonismo con essa. La loro sconfitta è inevitabile. Per questo motivo, per loro, questo processo è irreversibile: incoscientemente hanno scelto l’autodistruzione come classe, piuttosto che rinunciare ai propri privilegi, ed anche perché un mondo diverso, in cui non sono loro a dirigerlo,  per loro è inconcepibile, non riescono nemmeno a immaginarlo.

La sovrappopolazione non può essere considerata la causa della miseria nel mondo né del dissesto ambientale. La superficie del pianeta, nonché la parte progressista delle scoperte scientifiche e tecniche, possono fare vivere tranquillamente il doppio della popolazione                                                                                          attuale, a condizione che vi sia un sistema economico-sociale-politico umanitario e giusto. E’ il Sistema capitalista la vera causa: è il suo sistema produttivo, consumista, impositivo che travolge tutto ciò che incontra davanti a sé, pur di fare denaro e profitto, senza nessun rispetto per le persone e per la natura. Questi problemi non se li pone nemmeno! Per cui questo Sistema, anche con metà popolazione, farebbe le stesse cose e gli stessi danni alle persone ed alla natura. Non attuerebbe certamente la ripartizione della ricchezza. Questo obiettivo si può raggiungere soltanto attraverso un processo rivoluzionario sociale che porti ad un cambiamento dell’attuale sistema e delle coscienze delle persone. Le due cose marciano di pari passo. Questi due elementi sono indispensabili, altrimenti anche se, ragionando per assurdo, dovessero rimanere solo due persone sulla Terra, l’una cercherebbe di sottomettere l’altra e “ricreerebbe il Sistema”.

 

Antonio Mucci

 

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LETTERA AD UNA BAMBINA APPENA NATA!(*)

 

A mia figlia Mariateresa

 

 

 

Lo so piccina

che non puoi raccontare

ciò che ho da dirti

però nei tuoi occhietti

che indagano instancabili

oggetti vicini e lontani

ci sono già tracce

del misterioso avvenire

cominciato un giorno

nel grembo materno

in quel tuo cuoricino

che scandiva il suo ritmico

sillabario al mondo

poi venne il primo vagito

che salutò a conclusione

la fatica di tua madre

e apparisti alla luce

con una vivacità

che non ti conoscevamo

ci sussurrasti felice

che la lunga sospirata linfa

aveva dato i suoi frutti

e nel dolce tepore

della ninna nanna

chiudesti gli occhietti

al mistero della vita

che ci ricorda diariamente

che tu sei

il nostro più prezioso tesoro

vincolo tenace

dell’arte e dell’amore

 

“aria di primavera”

 

Primavera è già nell’aria

api e farfalle

volando di fiore in fiore

e pettirossi felici

sui rami nodosi

del vecchio ciliegio

ne sentono l’umore

mentre dalla chiesetta

giunge l’eco solitario

d’una preghiera

una semplice preghiera

conforto al cuore

come acqua cristallina

di ruscello

che svegliato dal tepore

zampilla al sole

fra sassi

mormorando allegro

un antico cantico d’amore.

Il mio pensiero allora

volge a te madre diletta

e mi riscopro felice

come quando non visti

ascoltavamo

quel notturno di Chopin

che l’amico Werner

spandeva nella vecchia sala

quella dolce melodia

che vorrei risentire ancora

per affidare al sogno

le soavi illusioni

d’un vagabondo

che attende fremente

il sorgere dell’aurora.

 


 

 

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(*) Pubblichiamo una serie di poesie dell’amico Fernando Italo Schiappa, che ha collaborato con il giornale varie volte nel passato, purtroppo morto 3 anni fa, ricordandolo con tanto affetto.(n.d.r.)

 

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“Preghiera di chi nella disperazione ritrova la speranza”

 

 

Fino a quando, mio Dio

vivremo

noi, figli di Caino

l’attesa disperata!

 

Violato è il patto

del gran padre Abramo

giacciono nella polvere

dimenticate

le tavole di Mosè

spenta è ormai

la voce angosciata

di re Davide

rieccheggia più crudele

il “Crucifigge” antico.

 

Erode – solenne delirio di giustizia –

Assalonne – arida sete di vendetta –

Adamo – sciocca brama del sapere –

Pilato – vano orgoglio del potere –

Giuda – miope baratto dell’innocenza –

tracciarono il solco

che noi, schiavi ribelli

calpestiamo ogni giorno

con ghini, bestemmie

e rantoli beffardi

di maledizione.

 

Fummo i dispersi

della Babele altera

Siamo gli stessi

del Vitello d’oro

Non lavò le nostre colpe

la mano del Battista

né illuminò

la nostra notte

la cometa di Betlehem.

 

Ripudiammo il calice nel  Getsemani

Rinnegammo il Golgota ed il Nazzareno

nella speranza di una promessa

risorta

dalla paura, dal dubbio e dalla morte.

 

 

Fernando Italo Schiappa

 

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LA SOCIETA’?  DIFFICILE DA IMMAGINARE (*)

 

di Zygmunt  Bauman

 

(Seconda parte)

 

            Il punto è, tuttavia, che tutti e tre i tipi di esperienza –costante pressione normativa, protezione dagli imprevisti del fato individuale e maestosa longevità di un ordine collettivamente controllato – iniziarono rapidamente a svanire negli ultimi decenni del XX secolo e a essere sostituiti da un’altra esperienza, la quale non prospettava più una “compagnia”, ma piuttosto (per citare una definizione di Keith Tester) un mondo che era “separato dagli individui”,  un mondo che è “empiricamente diventato sempre più uguale a una rete di istituzioni sovrapposte, ciascuna dotata di un’esperienza indipendente”(2) – ma, permettetemi di aggiungere, un’esistenza con una aspettativa di vita non definita, sin troppo spesso breve e sempre “fino a ulteriore notifica”. Il sentimento del “ci vediamo domani”, il senso di coesione e continuità che lascia intendere una compagnia che pensa, agisce, litiga ma coopera, cementata da un fine comune e da una progettualità collettiva, è pressoché scomparso dall’esperienza. E senza tale sentimento, l’esperienza non può certo condurre l’immaginazione alla visione della “società”, nel senso che la sociologia continuò a intendere quanto meno negli ultimi cento anni, o a rendere tale visione credibile qualora sia proposta oggi come garanzia di logica di vita.

            L’esperienza più comune, intensa e coinvolgente, l’esperienza che con maggiore probabilità può offrire la materia prima per costruire un’immagine del mondo, è quella del consumatore: un’esperienza di vita come una serie di scelte di consumo fatte in risposta alle seducenti merci esposte da centri commerciali, canali televisivi e siti web in competizione tra loro; ma anche in luoghi pubblici e all’interno di dimore private sempre più ricalcate, ma soprattutto percepite e “razionalizzate”, su quel modello.

            Harvie Ferguson ha stilato un inventario di probabili impressioni dei visitatori di un qualsiasi tempio o cattedrale del consumo(3). La moltitudine di negozi e l’orgia di prodotti che competono per attirare l’attenzione, “anziché apparire esaustive offrono un sempre mutevole punto di contatto dietro al quale si erge l’idealmente infinito, e perciò incontenibile, mondo dei beni di consumo”. “Qualsiasi esposizione di merci”, tuttavia,  “non può essere altro che un campione arbitrario tratto da una gamma ideale di possibilità infinite”. La gamma stessa è destinata a eludere incessantemente la nostra capacità visiva e a restare insondabile, a sfuggire perennemente alla nostra portata, a sconfiggere la nostra capacità d’immaginazione. L’idea di una “totalità” – per non parlare di una totalità compatta”, un “insieme” – è l’ultima cosa che suggerisce il campione inevitabilmente  monco  e  casuale  della gamma  offerta  in visione. E infine: “Come nei sogni , gli oggetti vengono facilmente presi e gettati via. Nessuno di essi ha un valore duraturo”. Gli oggetti sono cose da usare fino a quando il loro potere di soddisfare resta inalterato o quanto meno non si estingue del tutto, ma non un minuto di più; ciascun oggetto ha sin dall’inizio una “data di scadenza”. Di conseguenza, non è possibile costruire alcun legame permanente tra l’oggetto e il suo utente. Alla fine, “non importa quale prodotto viene scelto”: gli oggetti non sono che campioni di una gamma che non può essere e non sarà mai abbracciata completamente. E l’esercizio della selezione di campioni trae beneficio, anziché danno, dalla sua casualità.

Mi sono occupato dell’esperienza del consumo, ma non intendo dire che questa sia l‘unica lezione di vita contemporanea che fa della “società” una metafora inadatta per l’immaginata totalità  volta a legare insieme i vari fili che costituiscono l’essere-nel-mondo dell’uomo. Viceversa, il potere dell’esperienza del consumo sull’immaginazione è così schiacciante proprio per la corroborazione che quotidianamente riceve da tutti gli altri aspetti della vita individualizzata: e principalmente dalla sempre più schiacciante evidenza dell’impotenza dello stato, l’organo esecutivo della società, a forgiare e controllare lo scenario in cui la vita individuale  si  dipana  e  dove  ci  si  aspetta  che  i  problemi  individuali   vengano  affrontati  e  risolti;  dal

 

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(*) Questo capitolo fa parte del libro “La società sotto assedio”,  pubblicato da “Editori Laterza”.

 

(2) Keith Tester, Moral Culture, London 1997, p.6

(3) Harvie Ferguson, Watching the world go round: atrium culture and the psychology of shopping, in Rob Shields (a cura di), Lifestyle Shopping. The Subject of Consumption, London and New York 1992, pp. 34-5

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comportamento “alla Houdini” dei manager bramosi di scrollarsi di dosso i rischi impliciti nel compiere scelte e l’onere della responsabilità per i risultati ottenuti; e dallo spettacolo quotidianamente reiterato degli atti di sparizione di noti e familiari cartelli segnaletici e punti di riferimento che solevano caratterizzare i percorsi di vita e permettevano di imbastire dei progetti di vita.

L’immaginazione è stata spesso censurata per i suoi voli di fantasia, e immaginare un nucleo stabile della società dietro il flusso di esperienze apparentemente disgiunte è ancora concepibile; in particolare, se l’immagine della società è saldamente radicata nell’esperienza comune, resta una  parte integrante di un’immagine del mondo ereditata e di una possente presenza nella memoria collettiva. Questa immagine, tuttavia, sopravvive principalmente grazie all’inerzia della cornice cognitiva ampiamente condivisa; a differenza del passato relativamente recente, essa non è più rinvigorita da nuove prove. L’esperienza attuale spinge l’immaginazione in una direzione diversa. L’esperienza attualmente vissuta sembra piuttosto indicare che le realtà del mondo umano dovrebbero essere visualizzate sul modello del Dio tardo-medievale elaborato dai francescani (in particolare dai Fraticelli, un loro ordine minore) e dai nominalisti (tra cui spicca Guglielmo d’Ockham). Nel compendio di Michael Allen Gillespie, questo Dio francescano/nominalista era “volubile, terrificante nel suo potere, inconoscibile, imprevedibile, non raffrenato dalla natura e dalla ragione e indifferente al bene e al male”(4). Soprattutto, se ne stava costantemente fuori portata dei poteri intellettivi e delle capacità pragmatiche degli esseri umani. Non c’era niente da guadagnare a cercare di forzare la mano di Dio, e poiché tutti i tentativi in tal senso erano destinati a fallire e testimoniavano soltanto la presunzione umana, erano tanto empi quanto inutili. Dio non doveva niente agli uomini. Una volta che li ebbe creati e detto loro di arrangiarsi, Egli si ritirò e senza molte parole dichiarò la Sua indifferenza agli affari umani.

            Nel saggio La dignità dell’uomo, Giovanni Pico della Mirandola, il grande codificatore delle baldanzose ed esuberanti ambizioni del Rinascimento, trasse le sole conclusioni sensate dalla ritirata di Dio:

           

Perciò (Dio) accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così egli parlò: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desideri, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi (…). Tu te lo determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio alla cui  potestà ti consegnai”(5).

 

            Oggi tocca alla società seguire l’esempio del Dio francescano/nominalista e ritirarsi. In sintonia con gli umori del tempo, Peter Drucker – il Guglielmo d’Ockham e il Pico della Mirandola dell’epoca liquido-moderna incarnati in una sola persona – riassunse il nuovo spirito in un secco verdetto: “Niente più salvezza da parte della società”. Adesso tocca agli individui avanzare la propria causa “secondo il loro voto e il loro consiglio”, dimostrarne la fondatezza e difenderla dai promotori di cause diverse. A nulla serve richiamarsi ai verdetti della società (l’ultima delle autorità sovrumane a cui l’orecchio moderno ha accettato di dare ascolto) per sostenere la propria causa: innanzitutto l’invocazione non verrebbe creduta dal momento che i verdetti – ammesso che ve ne siano – sono sconosciuti e destinati a rimanere tali; in secondo luogo, la sola cosa di cui si può essere certi per quanto riguarda i verdetti della società è che non durerebbero mai a lungo e che non c’è modo di sapere in quale direzione andrebbero la volta successiva; e in terzo luogo, al pari del Dio Tardo-medievale, la società è “indifferente al bene e al male”. La ritirata della società, come quella di Dio svariati secoli prima, è avvenuta in un’epoca di ignoranza cognitiva e simultaneo dubbio etico.

            Il Dio diventato absconditus scatenò la crisi pirroniana del XVI e XVII secolo. La societas diventata  abscondita sta scatenando la nuova crisi pirroniana del tardo XX e inizio XXI secolo.

 

 

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(4) Michael Allen Gillespie, The Theological origins of modernità, in “Critical Review”, 13, 1-2,    1999, pp.1-3°.   

 

(5) Giovanni Pico della Mirandola, La dignità dell’uomo, Matera 1963, p.34.

 

 

Continua nel prossimo numero

 

Presentato da Maurizio Marano

 

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La pagina di Diderot

Videocrazia

 

Incuriosito dalla sospensione o censura che avrebbe colpito il film di Erik Gandini, Videocrazy, sono andato a vederlo prontamente, anche perché ero davvero curioso di sapere se finalmente qualcuno producesse un’opera tale da mettere a nudo tutti gli aspetti legati all’irresistibile ascesa da 15 anni a questa parte  del premier , il Cavalier Berlusconi, ormai a capo  del Sultanato d’Italia.

Si sa che in Italia, contrariamente a quanto avveniva in anni scorsi con Giulio Andreotti censore, quando era sottosegretario di Governo in anni ’50  di film come Totò e Carolina  (mi vien da ridere) , oppure quando si mandò al rogo il film di Bertolucci con Marlon Brando e  Maria Schneider (ne beneficiarono le industrie casearie produttrici di burro come  Galbani o Prealpi) oggi una buona censura al momento giusto serve solo a far cassetta ed ad alimentare i pruriti di milioni di italiani.

Le dichiarazioni preventive del regista, mi preannunciavano chissà quali rivelazioni quando ha affermato  che  “In una videocrazia la chiave del potere è l’immagine . In Italia solo un uomo ha dominato le immagi­ni per tre decenni. Prima ma­gnate della tv, poi Presidente, Silvio Berlusconi ha creato un binomio perfetto, caratterizza­to da politica e intrattenimento televisivo, influenzando come nessun altro il contenuto della tv commerciale nel Paese. I suoi canali televisivi, noti per l’eccessiva esposizione di ragaz­ze seminude, sono considerati da molti uno specchio dei suoi gusti e della sua personalità”.

Bella presentazione, invece grande delusione, anzi che dire, tutto il film rischia di essere congeniale proprio al grande Caimano, con la rappresentazione del suo potere che invece di scandalizzare tutti lo rende grande ed invincibile, oggetto di invidiosa emulazione da parte degli italiani che anelano essere come Lui ( e Lui se ne vanta) oppure oggetto di desiderio delle tante ragazzine aizzate dalle mamme ad infilarsi prontamente nel letto del satiro in cambio magari di una comparsata al Grande Fratello o un contrattino da velina  (le più fortunate) o finire miserevolmente pagate con un importo una tantum di 1000 euro più spese di viaggio aereo tramite  il fido magnaccia Giampaolo  Tarantino.

In Videocracy il punto di osser­vazione è un al­tro: il back stage di un’Italia osses­sionata dall’esibizionismo sessua­le e senza più fre­ni morali fa il gioco di chi si vorrebbe far credere di attaccare:  l’Italia dei Lele Mora, dei Briatore, Corona, Ventura. Che com­paiono in scena, nelle loro camere da letto  insieme con i re­duci dei Grandi Fratelli, le veline e i tronisti, la tribù Costa Sme­ralda, smaniosa solo di appari­re, pronta a tutto per riuscirci. Almeno Moretti ne Il Caimano  tentò di darci un’altra angolazione , ciò che questo pessimo film non ha fatto e cioè un’analisi seria sulle dubbie origini delle fortune di Berluskaz  (come lo appellava Bossi fino al 1999)

In passato qualcuno attaccò l’opera letteraria di Leonardo Sciascia definendola compiaciuta nel descrivere la mafia in tutte le sue sfaccettature, entrando dentro il modo di ragionare dei mafiosi, quasi facendosi ammaliare; qualcuno definì Sciascia  , probabilmente a torto, paradossalmente congeniale alla mafia, anche perché arrivò descrivere uno scenario in cui  indicò due uomini - Orlando il sindaco del grande cambiamento di Palermo e Borsellino un magistrato integerrimo - come esempi dell’antimafia che fa carriera. Videocrazy  fa esattamente la stessa cosa.. rende un servigio a Berlusconi il quale ha già vinto, ha cambiato la testa degli italiani  vent’anni fa e non saranno certo i film tipo Videocrazy a far cambiare opinione e a decretarne la sua caduta, ci vuole altro, e speriamo che la pentola si possa scoprire al più presto, prima che sia troppo tardi.

Al film assegnerei come  voto ….un bel  tre .

 

Diderot

 

 

 

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La lotta al razzismo come strumento di costruzione di una societa'
interculturale, interetnica, internazionalista


Individuare nella lotta al razzismo uno degli strumenti fondamentali di ricostruzione dell' opposizione sociale in Italia è uno dei passaggi fondamentali nella mobilitazione che coinvolge tutti coloro che sono impegnati nel ricollocare in una prospettiva di lotta di classe, e quindi di emancipazione dal bisogno, il loro agire politico, per costruire un progetto politico di uguaglianza e di libertà che trovi consenso nella società. Occore prendere atto che già oggi, ma ancora di più nel futuro, siamo immersi in una società multietnica e multiculturale nella quale i vari segmenti, le varie "comunità" che la compongono non parlano un linguaggio comune e sono indotte dall'organizzazione capitalistica del lavoro a cercare modi di organizzazione, di interrelazione, valori, comportamenti tesi alimentare la divisione e la contrapposizione. Le differenze linguistiche, comportamentali, alimentari, valoriali delle popolazioni migranti vengono utilizzate dalla destra non solo per alimentare la paura e criminalizzare i comportamenti di tutti coloro che sono diversi, ma per impedire una ricomposizione degli interessi di classe, per contrastare gli interessi di genere più legati alla natura umana, che potrebbe minacciare il perpetuarsi dei sistemi di sfruttamento delle classi subalterne.
*Le strategie di frammentazione della società*
La progressiva concentrazione di capitali e di ricchezze nelle mani di un numero sempre minore di soggetti, lo sviluppo del capitale finanziario e della speculazione a danno ed a detrimento dei salari e delle pensioni dei lavoratori/trici -spingendoli inesorabilmente verso l'indebitamento ed il ricatto occupazionale/salariale- sono alla base dell'attuale crisi economica che, per essere superata, ha bisogno di una profonda ristrutturazione dei rapporti produttivi e quindi sociale. L'involuzione sempre più autoritaria dei modelli di governo, l'eliminazione di ogni opposizione sociale anche a livello istituzionale è necessaria alle classi dominanti se si vuole gestire una percentuale delle popolazione perennemente ricattata, in quanto collocata sulla soglia di povertà, alla quale si contrappone una popolazione migrante ulteriormente e maggiormente discriminata, ma utilizzata sul mercato del lavoro per mantenere bassi salari e occupazione precaria. Fin qui niente di nuovo ma oggi, utilizzando le classi subalterne contro i migranti si crea uno spazio ulteriore di sfruttamento e di potere che consente di reprimere ulteriormente le classi subalterne frammentate e divise. In tal modo la distribuzione delle popolazioni sul territorio risulta costituita da tante sacche di sfruttati, posti l'un contro l'altro, divisi dalla differenza linguistica, etnica e valoriale, e perciò incapaci di sviluppare quella unità di classe che sarebbe necessaria e naturale sulla base della comune condizione di sfruttamento. Questo modello sociale ha bisogno di un nuovo tipo di Stato che gestisce queste differenze e pertanto in questa fase politica si esaltano le competenze etiche delle istituzioni politiche le quali estendono il principio di ordine pubblico a quello di "ordine morale" e pretendono di governare i diritti di status: negando ai lavoratori immigrati non solo quello di cittadinanza, ma quello di soggiorno, di mobilità, di ricongiungimento coi familiari, all'istruzione, alla salute,...

*Il governo dell'economia e delle coscienze*

Esiste un profondo legame, tra gestione dell'accumulazione e dei suoi processi e strategie di accentuazione delle diversità finalizzate a impedire la ricomposizione di classe. Ad esempio porre l'accento sulla differenziazione in materia religiosa, ricercando in questa strategia il sostegno delle confessioni delle quali si esaltano le diversità e le specificità, differenziandole nel godimento dei diritti e nell'accesso alla libertà di culto significa promuovere aggregazioni solidaristiche su basi confessionali che sono per loro natura interclassiste e che contribuiscono quindi a impedire una ricomposizione degli interessi in relazione alla collocazione dei soggetti nel processo produttivo e nelle dinamiche di accumulazione. Allo stesso modo, fare leva sull'elemento etnico come strumento di coesione e solidarietà significa ancora una volta sviluppare una innaturale alleanza tra soggetti diversi per la loro collocazione di classe. Attraverso queste tecniche si realizza una frammentazione di classe che va ben al di la del dato economico, fino a toccare le corde di sentimenti e volizioni più profonde che riguardano la sfera personale, quella delle tradizioni, dei ricordi, del vissuto individuale e di gruppo. Ecco così gettate le premesse e le condizioni per una legislazione repressiva e razzista, che dalla legge Turco-Napolitano degli anni '90 al decreto Maroni di quest'anno mettono milioni di vite di immigrati alla mercè della casualità, dei mercanti di schiavi, del governo libico, dei respingimenti, dei CPT e dei CIE, della clandestinità perenne da cui non si esce mai o in cui si viene ricacciati dalla perdita del lavoro o della casa. Non più esseri umani, ma semplicemente corpi vaganti tra reclusione e precarietà. Di fronte a questo attacco a tutto campo alla concezione stessa dell'essere umano per come l'abbiamo conosciuta, vacillano le Chiese e le religioni, crollano consolidate alleanze, entrano in crisi sistemi politici. La risposta perciò diventa vaga, sconnessa, disorganica, inefficace, incomprensibile ai nostri stessi referenti sociali.
*L'antirazzismo e la solidarietà come strumenti di lotta politica*
Non basta denunciare le politiche razziste e securitarie del decreto Maroni. Occorre evitare che, grazie a una attenta e martellante opera propagandistica diventino, prima ancora che norme di legge, senso comune, come dimostrato da episodi aberranti già successi. Ciò significa nel concreto costruire e federare ampi fronti associativi di base misti, sociali e culturali, di immigrati ed italiani per la comune lotta contro il razzismo, l'emarginazione e la clandestinitàfavorire e incentivare la partecipazione dei cittadini di origine straniera alla vita sociale, politica, sindacale, associativa, a prescindere dalla provenienza culturale e geograficacostruire reti di sostegno legale e sociale ai rifugiati, a chi rischia il ritorno nella clandestinità, alle vittime del razzismo, contrastare forme ed espressioni di intolleranza e di razzismo, di controllo del territorio a scopo di pulizia etnica e di repressione, garantire la solidarietà attraverso strutture di sostegno ai clandestini, agli immigrati precari, sfrattati, emarginati costruire una rete di solidarietà nell'accesso al reddito e nel sostegno alle condizioni di vita e di lavoro; lottare pergarantire l´accesso ai servizi essenziali del territorio a tutti coloro che lo abitano garantire i valori culturali di ognuno nel rispetto dei diritti dei minori e della loro libertà di costruzione della propria personalità nella scuola pubblica;riconoscere piena libertà a tutte le confessioni religiose e un regime di pari accesso alla disponibilità di edifici di culto per depotenziarne la carica rivendicativa identitaria
72° Consiglio dei Delegati FdCA

Presentato da Lia Didero

 

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ilSale2

 

 

Una barbarie culturale da mercato liberista

                   

La pubblicità televisiva

 

                                                                                   Carmelo R. Viola

 

            Tengo a precisare di non essere contrario (e non vedo perché dovrei esserlo) alla comunicazione informativa e conoscitiva di non importa quale prodotto dell’uomo, la si chiami pubblicità o meno. Io parlo di un’altra cosa: della cosiddetta pubblicità televisiva.

            Nasce come menzogna: l’uso della sola parola pubblicità ha lo scopo di far pensare, per l’appunto, a comunicazione informativa e conoscitiva. Si sottintende il doppio attributo di consumistico-concorrenziale che ingigantisce oltre misura la menzogna di base.  Anche quando cita dei dati (quantità, dimensioni, prezzi e roba del genere), questi stessi sono utilizzati per la finalità di una pseudo-pubblicità, che è  quella di indurre al consumo di prodotti in concorrenza con altri. Ecco una stringata sinossi:

            1 - Si dice pubblicità ma si intende “pressione consumistica e concorrenziale”.

            2 - Consumistica perché mira solo ad indurre al consumo fine a sé stesso indipendentemente dalla eventuale inutilità o nocività. Pertanto, il consumo fine a sé stesso può essere contrario e alla salute delle persone e della collettività e agli equilibri della natura.

            3 - Il messaggio pubblicitario in questione è fatto di immagini e di parole (con eventuali note musicali) e intende raggiungere non l’io razionale-etico ma l’io emotivo degli ascoltatori. Più precisamente tende a produrre la famigerata “persuasione occulta”, reazione, che avviene nella cosiddetta zona subliminale dell’inconscio ovvero al di sotto della soglia della coscienza.

            4 - La persuasione occulta o subliminale, che si traduce in una pulsione autocoattiva (ovviamente inconsapevole) può essere prodotta in vari modi: quello più semplice e meno sospettabile discende dalla “ripetitività” di un’immagine-parola.

            5 - La persuasione occulta risponde al classico plagio psico-mentale ed è pertanto, come atto di violenza, un crimine in quanto inibisce o condiziona il potere critico e decisionale del soggetto, che ne è vittima. Significa che questa – come abbiamo già detto – consuma un prodotto, talora anche indipendentemente dall’utilità dello stesso (vedi pubblicità del farmaco) solo perché è indotta ad acquistarlo per effetto della conseguente autocoazione.

            6 - Che i committenti della pseudo-pubblicità siano consapevoli del plagio lo dimostra inequivocamente la sola “ripetitività del messaggio”. Infatti, se la ripetitività del messaggio verbo-imaginale non producesse induzione viscerale al consumo, non ci sarebbe motivo di subire uno stesso messaggio non richiesto, e probabilmente non gradito, infinite volte nelle 24 ore.

            7 - Stando così le cose, il crimine della “manipolazione pubblicitaria” della volontà degli spettatori è un reato, anche se il nostro codice penale non lo contempla e non lo punisce solo perché così vuole il sistema dentro cui solo vige la cosiddetta “autonomia” del potere giudiziario. Ne uscirebbe mutilata la libertà “liberista” come dire dei padroni.

            8 - Un altro effetto della determinazione coattiva della pseudo-pubblicità è la sconfessione della decantata “legge della domanda e dell’offerta” nella misura in cui la domanda viene predeterminata non da un bisogno effettivo ma da un bisogno indotto. Infatti, la pressione dei consumi significa indurre a consumare prodotti al posto di altri ovvero concorrere al proprio successo e al fallimento di concorrenti! Non credo ci sia una sola persona che non giudichi la persuasione occulta uno strumento sleale di concorrenza!

            9 - In parte per realizzare la “ripetitività” del messaggio, in parte perché la pubblicità è diventata una merce ed un mercato a sé stanti (analogamente alla moneta), non c’è spazio che basti

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per mandare in onda messaggi pubblicitari sempre nuovi, sempre più elaborati e, se possibile, più lunghi. L’effetto di questa “lievitazione pubblicitaria” è la “permeazione pubblicitaria” anche all’interno dei singoli spettacoli.

            10 - Permeazione significa anteposizione del mercato alla cultura, dei profitti alla ragion d’essere naturale e civile del mezzo televisivo, in particolare lo spezzettamento perfino di opere d’arte e quindi la distruzione delle opere stesse e dei rispettivi autori.

            11 - Al livello degli spettatori-consumatori la permeazione pubblicitaria degli spettacoli in genere e di quelli esteticamente impermeabili significa interruzione della percezione estetica, difficoltà a seguire un’opera specie in ore serali e in età avanzata!

            12 - Non si ha alcun titolo giuridico per smembrare un’opera, per offendere il senso estetico degli spettatori, per offendere quale che sia autore di non importa quale lavoro. Infatti, ogni prodotto culturale ha una propria organicità e identità, si direbbe “vitalità” (sic), che si ha soltanto il dovere di rispettare anche quando non la si condivide.  Venire meno a questo dovere significa confondere la civiltà con il mercato e il potere con la vergogna.

            Io ho 80 anni compiuti e vorrei ancora godere della televisione anche se è spesso più di parte che imparziale, più un mercato, che una comune sede culturale. Tuttavia, trovo qua e là qualcosa che ritengo degno di essere visto e goduto (psicoemotivamente parlando) se non fosse permeato come una spugna di acqua o un legno vecchio di tarlo! Io dico che è imbottito di “spazzatura mediatica”. La televisione, per restare fedele alla propria ragion d’essere ed allo spirito di un sedicente Stato di diritto, dovrebbe rispettare in toto il diritto naturale di un’opera alla propria integrità e identità preservandola da ogni inquinamento pubblicitario evitando, per fare un esempio intuitivo, che la fruizione di una scena d’amore o drammatica, che ci tiene sospesi, venga improvvisamente come cancellata per vedere apparire al suo posto una buona salciccia! Se i responsabili si sentissero anzitutto degli uomini e si rendessero conto del significato assai grave di cotanto ripetuto evento, si metterebbero davanti ad uno specchio per sputarsi sugli occhi! Questa “mistura” indica soltanto incultura e inciviltà, più precisamente barbarie liberista.

            La cosa è ancora più grave se si tratta della cosiddetta televisione non commerciale ma pubblica e non solo perché a favore di questa si è costretti a versare un canone di “abbonamento coatto” che vieppiù si conferma quello che io ho più volte definito: un “pizzo di Stato”, l’espressione di un abuso di potere, se è vero che non dà nemmeno il diritto di vedere un’opera d’arte senza il fastidio delle infiltrazioni pubblicitarie a dispetto di un’”authority”, che, non si sa perché, non vede né concorrenza sleale né mercificazione della televisione. E pertanto tace! E la spazzatura pubblicitaria scorre tranquillamente lungo i canali televisivi come acqua melmosa lungo le rogge cittadine della Padania gabbando  “all’italiota” l’art. 21 della Costituzione.

 

 

                                                                               Carmelo R. Viola

 

(La pubblicità televisiva - 09.08.09 – 2557)

 

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Pecunia non olet  (*)

di Luciano Martocchia

 

L’assenza di quella che si dovrebbe chiamare informazione dal TG1 del Direttore Augusto Minzolini  grida vendetta al cospetto dell’etica e dei manuali più accreditati del giornalismo . La politica di questo  TG  è ridotta alle rapide interviste ai vari scodinzolanti Bonaiuti, Capezzone, Cicchetto e Gasbarri.   Il Parlamento poi  è addirittura scomparso, persino la familiare visione delle aule si riduce sempre più. Infatti le decisioni vengono prese tutte fuori dei circuiti istituzionali, sempre, e vanno in vigore senza alcun passaggio in aula, il parlamento diventa un luogo di ratifica e basta. Si tratta della più colossale operazione di stravolgimento della democrazia che si sia vista in Italia.  Ci troviamo di fronte a un governo eversivo, non sto usando una definizione un po' eccessiva: in un paio di mesi l'eversione governativa è diventata la regola del governare e non impressiona nessuno e non suscita seria opposizione, tutto diventa teatrino televisivo  e basta.

Il Premier  ama far parlar di se, ma non come capo del Governo, ma quale protagonista di imprese di sesso : i suoi scandali, quelli di cui parla tutta la stampa mondiale  anziché deprimerlo  lo esaltano  e  per lui rappresentano l’occasione per rilanciare la sua immagine personale presso quella certa  maggioranza becera di italiani eredi della stessa maggioranza becera che sostenne e tollerò  Mussolini al potere. Infatti è quasi esilarante apprendere che, oltre a denunciare Unità e giornaliste varie per lesa "dignità" (ma quale dignità?)  e richiedere un risarcimento di due milioni di euro, il Califfo nostrano porta in Tribunale anche  Luciana Littizzetto rea di aver ipotizzato l'utilizzo, da parte del premier, di speciali accorgimenti contro l'impotenza sessuale. Il legale del Califfo, Fabio Lepri, le giudica "affermazioni false e lesive dell'onore" del premier del quale "hanno leso anche l'identità personale presentando l'on. Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione". Fantastico. Dopo essere stato definito "l'utilizzatore finale"" delle prostitute da parte di quell’altro azzeccagarbugli di "Ghedini, adesso il Lepri ci informa che l'ometto di Arcore "non è una persona con problemi di erezione".

L'Italia si presente in Europa con un "utilizzatore finale" di prostitute dichiarato però…. "persona senza problemi di erezione"!! Inoltre con un penoso dictat - pensa di stare in Italia e dar disposizioni ai suoi servi dei media da lui controllati o ai suoi dipendenti in Parlamento - raggiunge l'apice del ridicolo affermando "che nessun commissario e nessun portavoce di commissario europeo possa intervenire più pubblicamente su alcun tema"  Questo piccolo dittatorello da strapazzo, frequentatore di minorenni, corruttore e bugiardo provato, osa rivolgersi all'Unione Europea con un "altrimenti" e con minacce di "dimissionamento dei commissari". Forse il Califfo pensa di parlare a Feltri o Fede? Pensa di intimorire i commissari come sta tentando con i giornalisti in Italia. Aggiungo che se la Lega avesse mantenuto i suoi giudizi che aveva prima del 2000  su Berlusconi, e se Repubblica, oltre la giusta campagna d’informazione che va facendo in questi mesi  sui rapporti sessuali e  frequentazioni di Berlusconi con le  varie noemi e patrizie minorenni, avesse messo in luce sistematicamente alla stessa maniera anche  i rapporti finanziari che il Cavaliere deteneva con taluni personaggi ( sono inquietanti alcune rivelazioni postume di alcuni pentiti sulla strage mafiosa di Via D’Amelio dove perì il giudice Borsellino con la sua scorta) a questa ora il quadro sarebbe stato più chiaro perché, se è vero che certa opinione pubblica lo accetta come tombeur de femmes , non penso che sarebbe stata disposta ad accettarlo come “uomo d’onore”.  Infatti, ecco alcuni articoli che La Padania , il giornale di Bossi e della Lega Nord, pubblicava regolarmente contro Berlusconi prima del 2000:

1) "La Fininvest è nata da Cosa Nostra" - Matteo Mauri - 27 ottobre 1998

«Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un palermitano».«L'uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d'intervento, ha indicato spesso il disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e coppola. Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che "pecunia non olet". C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia.

E, degli altri articoli de La Padania, riporto  per brevità i  soli  titoli  :
2) "Parla meneghino ma è di Palermo" - 7 luglio 1998
3) "Silvio riciclava i soldi della Mafia" - 7 luglio 1998
4) "C'è una legge inapplicata: Berlusconi ineleggibile" - Davide Caparini - 25 novembre 1999
5) "Imprenditore o politico è il momento della scelta" - Chiara Garofano - 8 novembre 1998

6) "Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica" - 5 maggio 1998
7) "Un biscione di miliardi in Svizzera" - Emilio Parodi - 3 novembre 1998
8) "Le sedici cassaforte occulte" - Max Parisi - 29 settembre 1998
9) "Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca" - 2 luglio 1998
10) "Così il Biscione si mise la coppola" - 10 luglio 1998
11) Le gesta di Lucky Berlusca - Max Parisi - 30 agosto 1998

Bossi deve aver capito l’antifona e come funzionano le cose vista  la sua metamorfosi e cambio radicale di opinione nei confronti di Berlusconi , per lui ora ….“Pecunia non olet “

 

Luciano Martocchia

(* )  Pecunia non olet dal latino,  significa letteralmente “Il denaro non puzza”. La leggenda vuole questa frase attribuita a Vespasiano, a cui il figlio Tito aveva rimproverato di avere messo una tassa sui servizi igienici pubblici .

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”