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IL SALE - N.° 94


 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 9  –  numero 94  Luglio 2009

 

 

 

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Sommario

 

 

 

 

                                      presentato da Moreno De Sanctis

 

                                      di Lucio Garofalo

 

                                                       presentato da Antonio Mucci

 

                                               di Mario Boyer

                       

                                                        presentato da Maurizio Marano

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 
 

 

 

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La pagina di Diderot

 

Berluskaz

 

Berluskaz chi sarebbe? Meglio dire chi NON sarebbe. Lui non è l'imperatore che si organizza i festini, attraverso il veicolo del il puttanaio delle sue trasmissioni,  Grande Fratello, Amici, ecc., attraverso i suoi servi stipendiati tipo Fede, De Filippi, ecc., avere al soldo una serie di "giornalisti" ( le virgolette sono d'obbligo ) scendiletto,  una  serie di portaborse -portavoce, come Bonaiuti , Bondi , Cicchitto, Capezzone.. i nodi vengono al pettine.

Il fatto che gli italiani di bassa cultura lo votino è solo perchè storicamente siamo un popolo senza dignità, così come la gente si coprì gli occhi durante gli anni '30-40, quando Mussolini fece rastrellare gli ebrei partecipando contemporaneamente alle adunate oceaniche di Piazza Venezia a Roma. Questa a cui ci vuol portare Il Berluskaz non è affatto una democrazia, ma un letamaio, fatta di prostitute d’alto bordo  fatte eleggere-come compenso- parlamentari, ed alcune persino ministre.

Il problema che il Premier è ricattabile da una qualsasi prostituta  che gira video di nascosto - come è successo con la Patrizia D'Addario-, la quale potrebbe benissimo essere stata strumentalizzata dai servizi deviati per far imboccare all'Italia una china pericolosa. Ben ci stanno i cosiddetti spioni se servono a far emergere la verità. Ma la colpa più grossa ce l'ha quel certo D'Alema che a suo tempo si oppose alla legge sul conflitto degli interessi, perchè il Berluskaz sarebbe stato emarginato dalla politica, e sarebbe rimasto  solo un ricco pedofilo, con i soldi guadagnati dai prestiti che la mafia gli fece nella seconda metà degli anni '80 . In questi giorni l'orgoglio dei galoppini pidiellini  sta subendo un duro colpo: scoprire che il loro leader, che si è sempre vantato di essere un dongiovanni e un tombeur de femmes, frequenta ragazze con il tariffario non dev'essere facile da affrontare.  Eppure il suo avvodeputato Mortimer Ghedini ha assicurato che se vuole può averne grandi quantitativi gratis, di donne. Gratis , ha detto bene, perché gliele portano su un piatto d’argento, in cambio di favori, ovviamente: appalti, nomine, consulenze, quindi possiamo dire che Berluskaz è furbo, scopa con i soldi degli italiani.  La sua fida collaboratrice, tale Sabina Began, ha sempre provveduto affinchè non mancassero mai le candidate all'harem del sultano. Una ruffiana, direte voi. Piano con le parole, perchè trattasi di una coordinatrice politica. E allora non si spiega perchè la fida Sabina gli abbia organizzato degli incontri con ragazze escort, che non sono quelle che arrivano a bordo della omonima Ford. L'utilizzatore finale, che sarebbe Silvio papi premier, si trova adesso in imbarazzo. Non tanto perchè andava ai family day a esaltare i valori della famiglia e a baciare i piedi al papa invocando la sua profonda fede, quanto per la sua reputazione di latin lover fortemente compromessa. E fa bene a gridare al complotto fatto di "strategie oscure in cui sono coinvolti spezzoni dell'intelligence nazionale con parti deviate dei servizi stranieri".  Il tutto, naturalmente, manipolato da Franceschini e Di Pietro, che come è noto controllano CIA, giornali e leader stranieri. E poi, anche se fosse, il presidente-utilizzatore non è perseguibile. Sarebbe interessante chiedere un parere in merito alla Carfagna, quella a cui la prostituzione nelle strade fa orrore. Tutto questo purtroppo mortifica la splendida immagine che hanno del nostro premier all'estero. Dopo essere sopravvissuto a indagini per corruzione di giudici e finanzieri, fondi neri, società off-shore, falsi in bilancio, falsa testimonianza, stallieri mafiosi e chi più ne ha più ne metta, ironia della sorte rischia di scivolare su quello che ama di più, oltre ai soldi e al potere: la gnocca. Dove fallirono orde di toghe rosse avranno ragione dello statista di Hardcore alcune signorine a pagamento, aviotrasportate da un fabbricante di protesi di nome Tarantini?

Ma non sono le "scopate del Berlusca " il problema, e di Vendola che, se fosse inquisito, non me ne fotterebbe nulla- ( l'illecito non deve avere nessuna connotazione di parte) , ma semmai l'uso che fa il Berluskaz ( ma leggasi qualsiasi Presidente del Consiglio al suo posto ) del suo potere: non siamo ai tempi di Caligola che fece senatore il suo ...cavallo, mentre Berluskino fa deputate e ministre le sue ....amanti. Se non fosse emerso lo scandalo le noemi, patrizie, le barbare, ora ce le saremmo trovate eurodeputate.

In un momento di crisi, in cui gli operai sono disoccupati o in cassa integrazione, i pensionati non sanno come tirare a fine mese, i terremotati giacciono nelle tende, sapere che l'uomo più ricco d'Europa, andato al potere grazie ad un'assenza di legge sul conflitto d'interessi e che vive in ville sfarzose dove c'è la pizzeria, il vulcano, la gelateria, prato sconfinato, la voliera delle farfalle libere  che si accoppiano per la gioia degli invitati, duecento camere per gli ospiti, e tant'altro che qui non elenco,  riceve ragazzine minorenni per farci le orge a base di cocaina circondato da una polizia privata, ( caligola aveva i pretoriani) ... possiamo  essere tutti molto incazzati?

 

Diderot

 

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Questa lettera è stata scritta da Andrea Gattinoni, un attore che si trovava a L 'Aquila per presentare il film "Si Può Fare" di Giulio Manfredonia. Le parole sono dirette a sua moglie ma rappresentano un'efficace testimonianza per tutti quelli che a L 'Aquila non ci sono ancora stati.

 

 

HO VISTO L 'AQUILA

 

Lettera a mia moglie scritta ieri notte.

Ho visto l 'Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell'unico posto aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati. Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando "Si Può Fare". Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo. Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore. Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa. Francesca, stanno malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all'improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani stanno impazzendo. Hanno vietato internet nelle tendopoli perchè dicono che non gli serve. Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c'era la parola "cazzeggio". A venti chilometri dall'Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Là ???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.

Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L 'Aquila.

Poi c 'è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E ' come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l'importante è che all'esterno non trapeli nulla. Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l 'ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole. Qua i media dicono che là va tutto benissimo. Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto,

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insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l 'intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente".

Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c 'è più, tutto perduto. Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera. C 'era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie.

E poi quest'umanità all'improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là. Ci voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.

Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c'erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli "Assaggi, assaggi". Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finché Michele non l'ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini".

Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere.

Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

 

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.

 

 

 

PRIMA DI TUTTO VENNERO A PRENDERE GLI ZINGARI.

 

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.

 

Bertold Brecht

 

 

presentato da Moreno De Sanctis

maldiscuola@yahoo.it

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APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero precedente)

 

Alcune considerazioni in cifre

 

Credo che anche da noi non si possa ignorare un dato di fatto talmente evidente che segnala l’inasprimento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. Tali problemi esistono e si aggravano anche nei piccoli centri di provincia, che non rappresentano più "oasi felici", oltretutto perché si è allentata quella rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva  e proteggeva le nostre comunità, un tempo a misura d’uomo.

 

                                   casa_a_misura_d'uomo

 

L'Istat riferisce che gli italiani poveri sono 7.577.000. Il 22 per cento della popolazione meridionale vive praticamente sotto la soglia di povertà. In Alta Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta ben oltre il 20 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 51 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino (più di) un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa.

 

                          disoccupati_in_calo

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Aggiungo che l'Irpinia, e l'Alta Irpinia in modo specifico, detiene un angosciante primato: quello del più alto numero di suicidi (oltre 40 casi sono stati registrati solo nel 2006, e il 2007 non sembra invertire questa lugubre tendenza) per quanto riguarda l'intero Meridione. Un primato tristemente condiviso con la provincia di Potenza. All'origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico. Inoltre, i tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l'uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

                      

                      Andretta

 

 

(continua nel prossimo numero...)

 

Lucio Garofalo

 

 

 

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TRIONFO E MORTE DEI SOVIET

di Ignazio Silone

 

Nelle rievocazioni dell’Ottobre russo del 1917 viene a torto trascurato il carattere schiettamente liberatorio delle speranze allora suscitate in larga parte del movimento operaio. L’attuale oblio si può forse spiegare, nelle persone in buona fede, con la durata effimera di quelle illusioni, che andarono rapidamente distrutte negli sviluppi ulteriori del sistema politico promosso da Lenin. Ma sarebbe falso ritenere che si trattasse di un’infatuazione arbitraria di persone male informate. In realtà, durante il primo periodo rivoluzionario, l’illusione libertaria fu condivisa, a modo loro, anche da parecchi dirigenti comunisti.

            Ricorderò fatti forse dimenticati. Nelle prime delegazioni estere che nel biennio 1920-1921 si recarono a Mosca per la fondazione della III Internazionale e della Centrale dei sindacati rossi, facevano spicco anche elementi qualificati dell’anarco-sindacalismo e di altre correnti estremiste non marxiste. Basta ricordare Alfred Rosmer della Vie ouvrière, Angel Pestana della Confederaciòn  generale del trabajo di Barcellona, Jack Tanner degli Shop steward committees inglesi, Armando Borghi dell’Unione sindacale italiana, gli olandesi Henriette Roland-Holst e Gorter, come pure rappresentanti degli IWW americani e della KAPD tedesca. Non erano, com’è ovvio, dei turisti o dei giornalisti, ma dei militanti responsabili espressamente invitati dai dirigenti del nuovo regime. Sarebbe sciocco attribuire agli uni o agli altri una premeditazione d’inganno; e tuttavia la semplice rievocazione di quegli incontri, con i contatti e le discussioni che ne seguirono, adesso non può non sorprendere. Come spiegarlo?

            La speranza libertaria si fondava principalmente su una valutazione antiparlamentaristica, antiautoritaria e antiburocratica del Soviet, e anche su alcune affermazioni di Lenin che preannunziavano l’immancabile deperimento del nuovo Stato, di pari passo con la trasformazione socialista dell’economia. L’illusione, ripeto, non era limitata all’ambiente anarco-sindacalista. Gramsci, non ancora bolscevizzato, la condivideva in pieno. Ogni suo accenno al Soviet, in quel primo periodo, era appunto un’esaltazione del loro carattere nuovo, aperto, elementare, aderente alla struttura sociale del popolo lavoratore e pertanto in grado di specchiarne con immediatezza e fedeltà i bisogni, le aspirazioni, le tendenze. Il sistema dei Soviet, assicurava Gramsci, avrebbe eliminato radicalmente le tare e le finzioni del parlamentarismo borghese: i deputati ai Soviet infatti non sono, non potranno essere dei politicanti, eletti simultaneamente e a data fissa in tutto il Paese, nelle condizioni di frastuono, di intimidazione e di isteria create dagli apparati di propaganda; no, essi vengono scelti dai propri compagni di lavoro, e sono revocabili e sostituibili in qualsiasi momento, e finchè restano in carica continuano a lavorare come prima, nella propria fabbrica, nel proprio ufficio, nel proprio podere.

            I propositi di Lenin, questo va da sé, non erano così candidi, ma non contraddicevano il commento gramsciano. Nelle sue Tesi di aprile, la diffidenza e l’avversione di Lenin contro la burocrazia statale era esplicita; nel suo Stato e rivoluzione, la smobilitazione dell’apparato coercitivo dello Stato non era da lui rinviata alle calende greche (come di solito si usa fare dai marxisti che la sanno lunga), bensì prevista come una conseguenza  sicura, anche se graduale, dell’imminente riorganizzazione socialista della produzione. Il modello storico era implicitamente  indicato nella Comune di Parigi del 1871. Ma quello era sempre stato il modello anche dei socialisti libertari di tutte le tendenze. Per un breve tempo, dunque, potè sembrare che nel movimento operaio tornasse a spirare l’aria mattutina della I internazionale, con in più la chiarezza spietata e la volontà titanica di Lenin.

            A chi non l’ha vissuta non è facile dare un’idea dell’esaltazione che la parola Soviet suscitava in quel tempo in certi ambienti di lavoratori italiani, specialmente in certe Camere del lavoro, con la conseguente fraternizzazione di tutte le tendenze estreme. Non era considerata una frase retorica chiamare la Russia dei Soviet “la patria dei proletari”: patria non detestabile come l’altra, poiché non contrastante con l’ideale internazionalista. Prese così forma una nuova religione politica. Accadeva di frequente, in quei primi tempi, che qualche delegato socialista in viaggio per Mosca, nel porre piede sul suolo russo, si inginocchiasse devotamente a baciarlo, e l’atto non suscitava sorpresa da parte degli amici che l’accompagnavano, uomini altrimenti facili al dileggio della bigotteria tradizionale.

Le novità non erano però solo d’ordine retorico. La nuova patria, sorta da un ammutinamento di massa contro la guerra, proclamò la rinunzia definitiva alla diplomazia segreta; diede le terre ai contadini; espropriò le industrie e le affidò alla nazione; aprì ai figli dei lavoratori le porte delle scuole superiori e le carriere più elevate; dichiarò l’emancipazione della donna dall’antico servaggio; concesse perfino a gruppi di tolstoiani i mezzi per i loro esperimenti di libera convivenza; riconobbe la legittimità dell’obiezione di coscienza contro il servizio militare…

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            L’aspetto della vita quotidiana nelle città russe, in quegli anni, non era propriamente idillico; ma la fame, le epidemie, la sporcizia, la mancanza di alloggi e  le altre privazioni inevitabili in un Paese devastato dalla guerra e dalla rivoluzione, non potevano spegnere nei “pellegrini” arrivati da lontano il fervore di ammirazione e di riconoscenza verso quel popolo intento a creare, col proprio sangue, un nuovo ordine umano. Anzi, la visione di tutte quelle sofferenze poteva soltanto accrescere quel fervore, per la convinzione che il popolo russo si sacrificasse non soltanto per sé. E l’austerità dei costumi dei capi (un piccolo particolare tra migliaia: gli ufficiali dell’esercito, in quel tempo, non si distinguevano in nulla dai soldati) rendeva accettabili anche certe durezze che potevano sembrare inutili. Ma quella generosa disposizione alla fiducia produceva anche, disgraziatamente, una rinunzia alla verifica sistematica del motivo che era stato all’origine dell’entusiastica adesione. Omissione gravissima, poiché se nel frattempo il motivo fosse venuto a mancare, anche le riforme mutavano senso e validità.

            L’involuzione istituzionale in realtà era già consumata, dal giorno in cui la vita pubblica russa era passata dal regime della pluralità dei partiti a quello del partito unico. Il Soviet, che noi continuavamo a idoleggiare, era stato svuotato dalla sua molla libertaria fin dalla primavera del 1918, quando i bolscevichi vi avevano conquistato la maggioranza e ne avevano scacciato tutti gli altri gruppi socialisti, costringendoli nella illegalità. Esso non era più che il catafalco di se stesso. Da assemblea sovrana, il Soviet era diventato un grosso organismo di massa alle dirette dipendenze del partito totalitario, alla stessa stregua delle cooperative, dei sindacati, delle unioni giovanili o dopolavoristiche.

            Dopo l’addomesticamento dei Soviet, Lenin non aveva conosciuto altri ostacoli esterni per l’applicazione rigorosa del suo principio fondamentale: “La dittatura rivoluzionaria del proletariato è un potere non vincolato da alcuna legge”. Ma l’attuazione di quel principio doveva ben presto rivelarsi incompatibile con le sue altre aspirazioni politiche, e in primo luogo con la limitazione e il controllo della burocrazia. Era inevitabile che un sistema politico in cui, per dirla con una formula familiare agli italiani, “tutto era nello Stato, nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, richiedesse una mostruosa burocrazia. Il poco tempo che a Lenin rimase da vivere fu più che sufficiente perché egli assistesse al fallimento del suo piano, e le sue ultime energie furono consacrate alla riflessione attorno ad un sistema di controllo antiburocratico da affidarsi a operai e contadini. La sua mente non aveva mai concepito nulla di più utopistico, quasi che fossero conciliabili la statolatria, l’abolizione di tutte le libertà e un pubblico controllo. L’assurdo progetto rimase lettera morta; ma se i successori di Lenin ne avessero tentato la applicazione, non avrebbero ottenuto altro effetto che di aumentare la massa burocratica d’un congruo numero di altri impiegati. Saggiamente Stalin si appagò della mistificazione di continuare a chiamare il suo impero la Russia dei Soviet.

            Una piccola soddisfazione ce l’ha data, nei giorni scorsi, il pittore Vasarely, il noto padre della op art, con una irriverente trovata. Incaricato da un editore di Parigi di illustrare il simbolo ufficiale dei Soviet (la falce e il martello), egli ha scoperto che la falce, che nel simbolo rappresenta i contadini, così com’è, senza alcuna forzatura deformante, è la riproduzione precisa d’un punto interrogativo.

 

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Questo articolo di Silone, pubblicato nella raccolta  degli scritti dell’autore intitolata “Romanzi e Saggi”, Secondo volume, a pag. 1106 , “Arnoldo Mondadori Editore”, lo trovo molto attuale ed interessante.

            Molto attuale perché i Soviet, che in italiano significano Consigli, sono stati ripresi, tra l’altro,  dai rivoluzionari italiani con i Consigli di fabbrica nel 1919-20, anche durante la Rivoluzione spagnola del 1936, nonché nell’Autunno caldo del 1969 in Italia: nelle fabbriche, le assemblee di reparto eleggevano il proprio delegato  che, insieme agli altri, andava a formare il Consiglio di fabbrica. Tale esperienza, secondo me, si può ripetere all’Aquila, nella lotta per la ricostruzione dal basso della città e della provincia. Come si è creato il delegato di reparto nelle fabbriche, si può creare il delegato di una o più tende, eletto dall’assemblea, ed il Consiglio di autogestione della tendopoli.

Trovo molto interessante questo articolo perché dimostra l’obiettività di Silone: vede i pregi ed i difetti di quel fatto rivoluzionario, che è stata la Rivoluzione russa, senza perdere la fiducia nelle idee Socialiste e nella Rivoluzione. E’ un ottimo esempio, da imparare, di come interpretare i fatti della Storia senza buttare “il bambino con l’acqua sporca”. Silone butta “l’acqua sporca”(la burocrazia) e salva “il bambino”(i Soviet). Mentre la maggioranza del movimento comunista mondiale ha buttato tutto, compreso l’ostetrica, il catino dell’acqua, il bisturi e tutto il resto. Anche se stesso!

                         

Antonio Mucci

 

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DIALOGO CON UN ASTENSIONISTA MILITANTE(ovvero con un militante astensionista) di Mario Boyer

 

 

ASTENSIONISTA- E’ la mia “prima volta”. Io da sempre militante di sinistra non ho votato alle “europee” del 6/7 giugno. Mi sono astenuto non per mandare un generico segnale di dissenso alla politica in quanto “casta”, come hanno fatto alcuni milioni di elettori. La mia astensione è stato un atto mirato ai politici di sinistra per, come dire, “mandarli a casa”.

Ho voluto cioè contribuire fattivamente “a staccare la spina dell’alimentazione forzata a una “sinistra officiante”, dominata dai personalismi e parolaia, da lungo tempo in stato di morte cerebrale”.

 

DIALOGANTE- Riconosco che la tua scelta esprime una in-tensione di rottura di schemi autoreferenziali e autoconservativi presenti e dominanti nei gruppi dirigenti della sinistra tutta. Dunque la comprendo e rispetto.

Tuttavia non la condivido.Mi sono formato infatti a una cultura della lotta politica che non ammette alcun regalo di spazi di rappresentanza istituzionale alla destra o a chicchessia. Per quanto sia consapevole che il cosiddetto “spazio parlamentare” sia soltanto uno dei terreni della lotta per la trasformazione democratica della società, io quello spazio lo difendo.

 

ASTENS- Avrai anche ragione (in teoria), ma osservo che la sinistra, senza eccezioni, è sdraiata sul “parlamentarismo”. Ed è proprio questo “sbilanciamento”, questa sostanziale diserzione dal campo della lotta politica e sociale a condannarla a una presenza marginale nelle Istituzioni o addirittura a esserne espulsa. Con il tuo argomento “di scuola” mi pare che non si vada da nessuna parte. La destra continua a vincere nelle Istituzioni perché “lotta e vince” nel Paese reale. Vince perché con-vince. Perché allora continuare a tenere in piedi questo penoso e improvvido teatrino di sinistra?

 

DIALOG- Ti do atto che ormai da tempo permane un quadro di sostanziale latitanza dell’iniziativa politica dei partiti della sinistra. Anche io sono convinto che  se non riparte dal superamento di questo limite è impensabile qualsiasi recupero elettorale. Rimango tuttavia altrettanto convinto che possiamo essere costretti a uscire dalle Istituzioni per la nostra incapacità di produrre politica, ma è un errore grave decidere deliberatamente di non farne parte.

Si può essere extra-parlamentari per necessità, non già per scelta.

Questo non vale in tutti i casi. Certamente vale per l’occidente del mondo, in cui la lotta politica dispone ancora (per quanto logorate) delle conquiste democratiche del movimento operaio e progressista di cui può e deve continuare ad avvalersi. La Costituzione italiana si conferma come una piattaforma decisiva per il cambiamento e sarebbe autolesionistico non impugnarla in tutti i suoi aspetti, a partire dal concreto esercizio del diritto di voto. Dunque sarò pure “scolastico” come dici, ma i pedali su cui spingere restano in ogni caso due: la lotta per la presenza nelle istituzioni; la lotta politica e sociale sul “territorio”.

 

ASTENS- Allora buon viaggio sul vostro binario morto.

Io sono per un “nuovo inizio”.

La correzione può avvenire solo alla condizione dell’entrata in campo di un nuovo soggetto politico/partitico/plurale che superi l’attuale polverizzazione della sinistra.

 

DIALOG- Parliamone. Anche perché ora che la tua “opzione destruens” si è concretamente consumata con l’uscita della sinistra politica dal parlamento sia nazionale che europeo, dovresti chiarire meglio quale è il passo successivo, quello che chiami “un nuovo inizio”.

A valle della sconfitta alle “europee” permangono infatti le stesse formazioni politiche che tu astenendoti dal voto ti proponevi di “abolire” e che, per quanto pallide e consunte, continuano a occupare il campo e, per così dire, non hanno alcuna intenzione di “togliere il disturbo”.

Io la vedo così.

Di un’auto-riforma dei “partitini” neanche a parlarne. La coazione dei gruppi dirigenti a continuare ad esistere (e a resistere) continua a sopravanzare l’istanza del cambiamento. Costruire un ulteriore “atomo di sinistra”, (magari nel nome della riunificazione, come ha fatto Vendola con Sinistra e Libertà) appartiene a

un immaginario palesemente malato. Converrai che dovremo ripartire necessariamente da “quello che c’è” (e che già c’era).

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Quale “nuovo inizio” dunque se i soggetti rimangono quelli di prima? E ancora: la “riunificazione delle sinistre” nel nuovo soggetto di cui parli, non è forse controversa in radice dato che non mi risulta sia superata la contrapposizione tra i sostenitori della “riunificazione dal basso” e i sostenitori della “riunificazione dall’alto”?

Due pensieri che continuano ad offrirsi come appetitoso “casus belli” per rinnovate divisioni da consumare all’interno dello stremato campo dei soliti eterni questionanti!

 

ASTENS-  Stai banalizzando l’unica (probabilmente l’ultima!) prospettiva che può ragionevolmente evitare la scomparsa definitiva della sinistra italiana.

Dare vita a un “nuovo soggetto poltico plurale” è cosa radicalmente diversa da una sommatoria (peraltro improbabile) dei litigiosi “partitini” di oggi.

Si tratta di un progetto fondativo di una nuova forza politica che nasce “dal basso” rompendo le gerarchie ossificate dei tanti capi e capetti e i recinti identitari novecenteschi dentro i quali sono rinserrati e che impediscono di costruire il futuro.

DIALOG- Io sulla fattibilità di questa ipotesi ho seri dubbi di ordine “razionale”, oltre che “politico”. Trovo cioè poco credibile che un processo dal basso, promosso e governato dalla nomenclatura, possa avere come sito il taglio della testa della nomenclatura stessa in nome del rinnovamento. Si tratterebbe di un’autoriforma a prezzo di un suicidio programmato delle attuali classi dirigenti da mettere in scena ad epilogo di una commovente mega-assemblea costituente. L’ipotesi ha la stessa credibilità che avrebbe un processo di liberazione delle donne che volesse affidarsi alla magnanimità maschile. Penso inoltre che le “risorse militanti” cui pensi quando dici “dal basso” siano già abbondantemente esaurite e vadano dunque “ricostruite” piuttosto che “convocate” in assemblea.

Io, caro compagno, per dirtela tutta, sono diventato insofferente rispetto al ritornello della ”riunificazione”, se con questa parola suadente e fascinosa in sé si cerca di eludere il vero e fondamentale problema di cui soffre la sinistra politica italiana. Cioè il rachitismo della sua analisi politica della società contemporanea e (di conseguenza) l’impotenza a produrre un progetto di cambiamento nei nuovi scenari della globalizzazione e della biopolitica.

Sono sempre più convinto, ripeto, che la crisi della sinistra, non è di natura organizzativistica ((ri-unificare le formazioni esistenti). E’ una crisi di progetto di società e di programma  politico. E’ una  crisi che origina dalla “non fondazione dei partiti nella società reale”, dalla loro sospensione nel vuoto di un reale blocco sociale di riferimento che, facendosi partito, assuma concretamente su di sé (e pratichi) la trasformazione democratica del Paese.

Naturalmente resistono differenze profonde tra i diversi partiti della sinistra oggi in campo, e, per quanto mi riguarda, differenze davvero qualificanti e decisive.

Dichiarare da parte di Rifondazione l’obiettivo politico dell’”abolizione dello stato delle cose presenti”, come pure presentarsi al voto europeo come “forza comunista e anticapitalista”, sono già questi enunciati programmatici che fanno chiarezza, che meritano rispetto, che giustificano una più che legittima resistenza, non nominalistica, ma appunto, Programmatica, a quanti chiedono (anche questo uno stucchevole ritornello) che la parola comunismo si annulli nel genericismo della parola “sinistra”. Come pure fa chiarezza la disarticolata collocazione internazionale dell’”altra sinistra”, quella di Vendola-Fava-Nencini-Francescato aperta in una prospettiva ravvicinata a Pannella-Di Pietro; una “sinistra altra” che, contraddicendo la sua conclamata vocazione unitaria si divide in ben “sei Gruppi diversi” nel Parlamento europeo.

Penso infine, (e più in generale: cioè più in profondità), che la crisi della sinistra nasce da un accomodamento nell’esistente, da una troppo debole volontà di cambiare lo stato delle cose “dentro” e “fuori di noi”.

Dobbiamo prendere atto di questo pesante deficit di “intelligenza” e di “volontà reale di cambiamento” presente nelle nostre file e non abbracciare la “riunificazione” come espediente per sottrarci alla fatica della costruzione “del nuovo”.

Questo è il problema che vedo davanti a noi. Un problema cioè di “massa politico-cerebrale inadeguata collegata a un sistema nervoso debilitato”.

E’ questo quadro clinico che ci va trasformando da incendiari della storia in portatori di lumini funerari.

Per il resto ciascun faccia la sua parte per quello che sa e che gli riesce di fare.

Io rimango in un’attesa fiduciosa circa il futuro della sinistra senza tuttavia stare alla finestra aperta sulla storia che scorre davanti a noi. La crisi capitalistica ci aiuterà ad avvicinarci al vero. Volenti o nolenti.

 

 

 

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LA SOCIETA’?  DIFFICILE DA IMMAGINARE (*)

 

di Zygmunt  Bauman

 

            Pochi dei nostri contemporanei ricordano che quando apparve per la prima volta nel lin guaggio dell’emergente scienza della sociologia, il termine “società” era una metafora, e in quanto selettiva come tutte le metafore metteva a nudo certi tratti dell’oggetto cui si riferiva, dando minore importanza ad altri. Di quelle parti o aspetti del mondo cui i sociologi assegnarono massima rilevanaza e che si accinsero ad esplorare, la metafora della società portò in superficie e rese saliente la qualità dell’essere una “compagnia”. Secondo l’Oxford English Dictionary,  “cameratismo, fratellanza”, “associazione con altre persone, soprattutto in rapporti amichevoli o intimi” sono il più antico significato del termine “società”. Altri significati, tutti precedenti l’adozione del termine da parte della sociologia, erano quelli di “un certo numero di persone accomunate da qualche interesse o finalità”, registrato per la prima volta nel 1548; quello di “stato o condizione del vivere in associazione, compagnia o rapporto con altri della stessa specie (…) adottato da un gruppo di individui a scopo di un’armoniosa coesistenza o per reciproco vantaggio, difesa ecc.” (1553); di “corpo variegato di persone residenti in un luogo chiaramente definito”(1558) e di “aggregazione di persone che vivono insieme in una comunità più o meno ordinata”(1639).

            Esiste un denominatore comune a tutti questi utilizzi primordiali e presociologici del termine “società”. Tutti, esplicitamente o meno, trasmettevano un’idea di vicinanza, prossimità, aggregazione, in un certo grado di intimità e di reciproco legame. La “società” poteva essere usata come metafora perché il tipo di esperienza che i sociologi si sforzavano di catturare e articolare era quello di un certo numero di persone che dividono lo stesso luogo, che interagiscono in molte se non tutte le loro attività, che si incontrano spesso e si parlano ripetutamente. Essendo in tal modo unito, quel gruppo di persone aveva dinanzi la prospettiva di vivere in stretta prossimità a lungo, e per tale motivo l’unità dello scenario di vita era rafforzata dal tentativo di serrare i ranghi, di rendere la coesistenza “armoniosa”, “ordinata”, di modo da poterne trarre “reciproci benefici”, vantaggi per tutti coloro che vi erano coinvolti.

            La scelta delle metafore da utilizzare nei racconti dell’esperienza umana era allora, com’è ancor oggi, un  compito assolto dalla ristretta cerchia di esseri pensanti e parlanti, ed è sempre stata l’esperienza di quella categoria prescelta che ha stimolato l’articolazione, fornendo al contempo lo specchio attraverso cui le esperienze degli altri esseri umani, l’esperienza umana in quanto tale, andava analizzata. Tenendo presente ciò, possiamo dire che per l’élite pensante dell’era protomoderna la scelta della “società” come metafora aveva perfettamente senso. Ben si accordava con quanto sapevano e sentivano; il tipo di “immaginazione sociologica” che innescava era aderente alla loro esperienza quotidiana.

            Dopo tutto, era quella l’epoca della modernità solida, della costruzione di massicci recinti e di impalcature destinate a durare, l’epoca dell’integrazione e dell’unificazione; dell’accorpamento di piccole e sparpagliate officine in grandi fabbriche, del congiungimento di arcipelaghi di isole comunitarie nei compatti continenti degli stati nazionali, della fusione dei diffusi e variegati dialetti, costumi e modi di vita in un’unica nazione e in un’unica lingua, obiettivo e governo. Per quanto potessero essere state divise, ai ferri corti, antagonistiche  e religiose le singole parti delle nuove unità, le parole d’ordine dell’epoca erano aggregazione, cameratismo, interazione, così come la consapevolezza di essere destinati a tenersi reciproca compagnia per lungo tempo e il sentimento comune del “ci rivediamo”. Queste parti dell’élite che praticavano la vita contemplativa, così come i loro compagni d’arme si dedicavano alla vita activa, erano soggette alla stessa condizione, lo stesso destino e le stesse prospettive: vale a dire il coinvolgimento presente e futuro con tutte le persone racchiuse entro i confini dello stato nazionale. “Essere in reciproca compagnia” era il loro destino comune, un destino che sarebbe stato bene riforgiare in una vocazione comune. Il controllo dell’ordine sociale a livello nazionale o locale – il compito dei dirigenti politici ed economici – e il coltivare sentimenti patriottici o repubblicani – il compito dei pensatori che meditavano sul compito dei dirigenti – erano aspetti dello stesso tipo di coinvolgimento. E la metafora della “società” era un’introspezione nell’esperienza del coinvolgimento.

           

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(*) Questo capitolo fa parte del libro “La società sotto assedio”,  pubblicato da “Editori Laterza”.

 

 

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Certo, la società fu sin dall’inizio una “entità immaginata”. Ma allorché Benedict Anderson, per la gioia e il giubilo universale dei sociologi praticanti, coniò l’espressione “comunità immaginata”, sembrò ricalcare,  come  fa  quasi  sempre  la  maggior  parte di noi, l’abitudine della civetta di Minerva: tale nozione

nacque infatti proprio quando il suo oggetto di riferimento stava per dissolversi. La “società” potè catturare l’immaginazione umana perché non sapeva di essere immaginaria, e potè continuare a farlo fino a  quando non vi furono motivi per scoprire che lo era, o di recepire tale verità qualora fosse stata suggerita. La società trascorse gran parte della propria vita vestendo i panni della realtà.

Questa è, comunque, la ragione per cui Emile Durkheim, nello scrivere Le regole del metodo sociologico nel 1895, potè ancora presentare in buona coscienza il significato di “società”, e potè farlo contando sulla comprensione e l’approvazione dei membri della sua stessa società. La società era la realtà, punto e basta; e fu facile sostenere e dimostrare che non differiva in nessun aspetto significativo da altri oggetti che noi consideriamo reali, perché non possiamo né desiderare che spariscano né tentare di penetrare lo spazio che occupano senza farci un bernoccolo in testa o sbucciarci le ginocchia. La realtà, sostenne Durkheim “si riconosce dal potere di coercizione esterna che esercita o può esercitare sugli individui”, e quel potere può a sua volta essere percepito nella “esistenza di alcune ben definite sanzioni o dalla resistenza opposta a qualsiasi atto individuale che tende a contravvenirle”: In breve, conosci la realtà quando la vedi, e la conosci attraverso il dolore che provi, un dolore causato dal suo “potere imperativo e coercitivo”(1). Durkheim non nutriva alcun dubbio (né aveva motivo di farlo) che la prova concreta della realtà della società  fosse tutta sul piatto della nostra comune esperienza quotidiana. Era quell’esperienza che insegnava a ciascun essere umano che la società è reale: i sociologi esistevano solo per convertire quella lezione in parole e preparare i temi d’esame.

Le metafore aiutano l’immaginazione. E proprio questo fece la metafora della “società”. Senza di essa, l’immaginazione si sarebbe riversata sui vasti spazi dell’esperienza umana tutt’altro che coesiva e coerente, alla disperata quanto vana ricerca di un estuario comune. Sebbene l’immaginazione si libri al di sopra del livello dell’esperienza quotidiana, sono le immagini rese familiari attraverso quell’esperienza che ci consentono di giocare a leggere forme nelle nuvole e nella costellazione di un cielo notturno. La realtà della società era per Durkheim un fatto empirico. Ai suoi tempi fu facile estrapolare la realtà della società dalla copiosa evidenza fornita dall’esperienza di ognuno. Il tipo di esperienza che fornì le prove più convincenti e meno contestate fu quello del potere coercitivo. Fu quel diffuso senso di potere coercitivo che limita la libertà individuale a porre in moto l’immaginazione e a spronarla a partorire un’immagine credibile di un’entità possente che diede senso all’esperienza da cui iniziò l’intero processo.

E tuttavia, il “potere coercitivo” su cui Durkheim incentrò la propria tesi non fu la sola esperienza che diede credibilità alla “totalità immaginata”. Ve ne furono altre, il cui ruolo nell’istigare e guidare l’immaginazione crebbe sempre più nel corso del secolo e divenne particolarmente saliente nel suo ultimo scorcio, insieme alle esperienze che ben si confacevano all’immagine di una totalità coesiva, coerente, “conscia di ciò che fa” e significante. L’immagine della società trasse la propria credibilità dall’esperienza della restrizione coercitiva, ma anche dal senso di assicurazione collettiva contro le disgrazie individuali generato dall’introduzione di misure previdenziali sostenute collettivamente, e soprattutto dal senso della solidità e continuità delle comuni istituzioni sociali, accreditate da un’aspettativa di vita ben più lunga del lasso di tempo in cui i singoli progetti di vita – i progetti di un’intera vita – erano organizzati. Tutte le esperienze che alimentavano l’immaginazione sembravano procedere nella stessa direzione; convergevano verso i poteri legislativo-esecutivo-giuridico dello stato, e fu facile assemblarle nell’immagine della “società” come di “un insieme che è maggiore della somma delle sue parti”, una compagnia dotata di saggezza, raziocinio e di un proprio fine, e sicura di sopravvivere a ciascuno dei suoi singoli membri.

 

 

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(1)Cfr. Emile Durkheim: Selected Writings, p. 64

 

 

Continua nel prossimo numero

 

Presentato da Maurizio Marano

 

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G8: solo una grande passerella mediatica

di   Luciano Martocchia

Se si sono spesi rapidamente 450 milioni per approntare la caserma della Guardia di finanza di Coppito per il summit del G8 ( per non parlare delle infrastrutture costruite appositamente ed inutilmente alla Maddalena ) mentre ancora i terremotati giacciono nelle tendopoli ( e non si sa fino a quando ) è perché il tutto è stato  finalizzato all’indegna passerella mediatica del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in questi mesi travolto dagli scandali ed in cerca quindi di un rilancio mediatico. Il summit è stato solamente una parata di facciata che non ha preso nessuna decisione di rilievo.  Non deve sfuggire all’opinione pubblica  che  il G8 che Berlusconi ha voluto trasferire  all’Aquila, viola il rispetto e mette solo in vetrina il  dolore e le sofferenze  di una popolazione ormai stremata che guarda, attonita, con rabbia anche, i cortei delle auto governative che portano i “ grandi”a visitare i luoghi di morte e distruzione. Tutti i mezzi d’informazione sono asserviti e non fanno altro che pontificare sull’organizzazione dell’evento e poche sono le voci fuori dal coro. Certo i “grandi”, come la  Merkel hanno preso impegni per interventi, non si sa bene di che tipo, ad Onna, il paese che il terremoto ha fatto scomparire. Ma per esprimere solidarietà non c’era bisogno di venir fin qua, in una terra devastata da un terremoto che in altre parti del mondo non avrebbe provocato il crollo di alcuna casa, dove si vive sotto le tende, aspettando di ora in ora qualche nuova scossa. Davvero provoca sconcerto vedere i cortei delle auto con Berlusconi, come un imbonitore,o peggio una guida turistica che mostra macerie, palazzi sventrate, monumenti semidistrutti. Obama ha capito la situazione, non gradisce cortei di auto. Va in piazza all’Aquila in maniche di camicia, quasi volesse scusarsi di una ufficialità fuori luogo in una città morta, ogni  giorno vietata agli abitanti, salvo una piccola zona, una strada. Esce di scena Obama e Berlusconi porta in giro il presidente russo  Medvedev. Insomma chi va e chi viene, quasi fosse un tour di piacere, di quelli che fanno i turisti a Roma sui bus scoperti. Solo  un “ piazzista” come il presidente del consiglio italiano poteva avere il coraggio, in conferenza stampa, di tessere gli elogi dei lavori di questa prima giornata. Il documento che alla fine è stata approvato sul temi della crisi economica è come la scoperta dell’acqua calda: Non c’è alcuna decisione concreta, solo l’esortazione a combattere l’evasione fiscale, a colpire i paradisi fiscali. I primi commenti non sono lusinghieri. Tutto viene rimandato al vertice di Pittsburgh quando si incontrerà il G20 e poi ancora ad un altro G8. Insomma si va avanti a forza di “ G”, una specie ormai di carovana che gira da una parte all’altra del mondo mentre gli  affari “ veri “ si fanno faccia a faccia fra i veri grandi e l’Italia fra questi non c’è.  Infatti ricordiamo che il trattato di riduzione delle testate nucleari Obama l’ha firmato con il presidente russo  Medvedev , a Mosca , il giorno prima dell’inizio del G8 , svuotando l’evento dell’Aquila della sua decisione più significativa. La totale disinformazione e la cortina di ferro che ha avvolto il Premier, alla pari di qualsiasi dittatorello sudamericano, non ha permesso ai giornalisti di rivolgere domande al premier anche su questioni scottanti, sulle notizie che continuano a circolare in relazione alle “notti brave” di cui è stato protagonista “papi” e che vengono raccontate da escort, ragazze che affittano il proprio corpo, che popolano le stanze delle ville e dei palazzi del premier italiano. Berlusconi ha il terrore che qualche giornale pubblichi foto di cui tutti ormai conoscono ogni particolare. Nel frattempo si è impegnato  a comparire, con la faccia di plastica spalmata di cerone  da cerimonia ufficiale, nelle foto di gruppo facendo di tutto per essere a fianco di Obama.

Luciano Martocchia

 

 

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”