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IL SALE - N.°92


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

anno 9  –  numero 92  Maggio 2009

 

 

 

Due carabinieri accanto alla carcassa di un'auto colpita dalle macerie (Ansa)

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

 

 

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Sommario

 

 

 

 

                                      di Renato Di Nicola

 

                                      di Lucio Garofalo

 

                                                       recensione di Giacomo d’Angelo

 

                                               presentato da Moreno De Sanctis

                       

                                                        presentato da Maurizio Marano

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        di A. Pinzòn

 

                                                        di Diderot

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 


 
 

 

 

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La situazione del dopo terremoto all’Aquila

 

LA  RICOSTRUZIONE  “VIRTUALE”   E  LA  RICOSTRUZIONE REALE

Il sorgere di numerosi comitati e l’Autogestione delle tendopoli

 

           

     C’è un gran parlare intorno alla situazione dei terremotati e sui progetti per la ricostruzione della città. In prima fila c’è sempre il “grande Berlusconi” come “venditore di fumo”. Molti apprezzano ed invidiano questa sua capacità. Ma essa non è un suo merito, ammesso e non concesso che si possa definire tale, ma un demerito degli altri che gli credono e che “comprano fumo”.

            E’ in svolgimento una “ricostruzione virtuale”, fatta di grandi progetti, promesse, senza nessun problema, in cui tutto scorre liscio, tutto viene risolto dal “grande governo” attuale. Questa è quella che appare nel quadratino della televisione, particolarmente nei programmi sul terremoto a carattere nazionale. Poi c’è la ricostruzione reale, completamente staccata da quella “virtuale”, piena di problemi di ogni genere, che viene fuori dai giornali locali e parlando con i terremotati. Due mondi  opposti!

            Il governo ha stanziato 8,7 miliardi di euro da versare gradualmente ogni anno fino al 2032. Sembra chi sa quale grande cifra….. certo se si pensa alle capacità del proprio portafoglio è una cifra enorme, ma se si volge il pensiero al fatto che c’è da ricostruire, sistemare e far tornare a vivere una intera città e provincia ci si rende conto di quanto sia piccola. E’ stato calcolato, rispetto all’esperienza dei terremoti precedenti, che sarà necessaria all’incirca una somma 3-4 volte superiore. Una conferma indiretta di questa previsione è data dal fatto che è in corso in Parlamento una ridiscussione del Decreto Abruzzo. Oltre al fatto che questi soldi stanziati sarebbero pochi, c’è anche un altro “piccolo particolare”: sembra che non siano soldi veri ma virtuali. I partiti del governo fanno salti mortali per smentire queste voci, almeno pubblicamente. Però all’interno del governo c’è stato uno scontro tra Berlusconi e Tremonti perché il secondo ha affermato che gli emendamenti sono senza copertura finanziaria. Tremonti ufficialmente lo ha smentito. Berlusconi ha detto pubblicamente che i fondi si troveranno. Per me è evidente che lui si preoccupa soprattutto di ottenere voti nelle prossime elezioni  del 6 giugno.

            Alle voci roboanti del governo ed a quella rassicurante del presidente della regione abruzzo, Gianni Chiodi, fa da contrasto la situazione di disagio e di sofferenza dei terremotati nelle tendopoli:  50 abitanti  sono stati colpiti dalla febbre e dalla diarrea; casi di polmonite; un malato di Tubercolosi; ci sono stati furti nelle tende; liti tra terremotati; i topi abbondano; temperature attuali dentro le tende oltre i 30 gradi, fino a pochi giorni fa si soffriva il freddo adesso si soffrirà sempre di più il caldo, i rimedi tanto sbandierati sono paliativi; nella tendopoli di Colle Sassa è mancata l’acqua per due giorni; 3 medici dell’ospedale San Salvatore dicono che la vita nelle tendopoli dal punto di vista sanitario è gravissima e “da oggi non più tollerabile”(Il Centro -15/05/09).      

            Come si vede la realtà è piena di problemi, sofferenze ed ingiustizie. Per questo motivo stanno sorgendo spontaneamente numerosi comitati di cittadini che si uniscono e si preparano a lottare per ottenere i propri giusti diritti. Secondo me, sarebbe costruttivo se questi comitati si organizzassero in un coordinamento e si collegassero con gli abitanti delle tendopoli. E’ sorto anche un Comitato all’interno della tendopoli di P.zza d’Armi, composto da 3 rappresentanti per ogni etnia. Penso che sarebbe bene eleggere anche rappresentanti italiani, attraverso libere assemblee dove si discute e decide lo svolgimento della vita del campo. A mio avviso si dovrebbe  fare la stessa cosa in tutte le tendopoli in modo da arrivare ad autogestirle, eleggendo propri delegati per ogni tenda o gruppi di tende, formando un Consiglio dei delegati, funzionando sulla base della democrazia diretta e delle libere assemblee. In questo modo si può rompere o mitigare il clima di oppressione e militarizzazione imposto dalla Protezione Civile e dalla presenza dei militari, addetti alla sorveglianza. Questa può essere fatta benissimo dagli stessi abitanti del campo, in forma autogestita. Le istituzioni devono essere al servizio dei terremotati e non il contrario.

 

15/05/09                                                                                                                        Antonio Mucci

 

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LE ALTERNATIVE DI MOVIMENTO ALLLA RICOSTRUZIONE DALL'ALTO AL  G8, ED ALLE CRISI GLOBALI

 

Come tutti sapete il G8, che doveva tenersi alla Maddalena, è stato spostato a L’Aquila. Questo, oggettivamente, ci pone al centro dell’attenzione italiana e internazionale più di quanto volessimo, vista la mole d’impegno che, dal 6 aprile, stiamo concretizzando in favore delle popolazioni colpite. Gli eventi sismici hanno centrato soprattutto il capoluogo ma hanno colpito buona parte della provincia, alcuni paesi del teramano e del pescarese. Tutto il nostro Abruzzo è stato comunque coinvolto dalle attività di soccorso e la risoluzione di molti problemi delle popolazioni più colpite dipenderanno anche dal tipo di risposta sociale che si darà sia a livello regionale che nazionale. Mano a mano che passano i giorni e che lo sciame sismico continua, la catastrofe abitativa e produttiva comporta un vero e proprio disastro sociale. Fenomeni quali la militarizzazione delle tendopoli, la passivizzazione sociale, le limitazioni alla libera circolazione ed alla agibilità politica che avevamo già segnalato qualche giorno dopo il terremoto si aggravano sempre di più e rappresentano i principali strumenti di governo concreto di territorio e popolazioni. La dispersione e l’isolamento tra campo e campo ampliano i conflitti interni ai campi, iniziano ad emergere problemi anche tra i cittadini che vivono nelle tende e quelli che si sono rifugiati sulla costa, mentre il decreto governativo sul terremoto fa emergere le mire speculative e decisioniste del governo senza alcuna considerazione per i poteri locali. Questi ultimi, d’altronde, non hanno dimostrato la capacità di autonomia necessaria a resistere alle pressioni governative ed a quelle del partito dei palazzinari e dei poteri forti. Accettando entusiasticamente il trasferimento del G8 a L’Aquila ed i superpoteri a Bertolaso - non solo sulla ricostruzione ma anche sul G8 - si sono automaticamente tagliate tutte le possibilità residue di contrattazione ed indipendenza.

Abbiamo una classe politica regionale che, ancora una volta, si dimostra incapace di difendere i legittimi diritti delle popolazioni. Per questi motivi lottare oggi contro le politiche liberiste e militariste del G8 e dei potenti della terra nel nostro territorio (ancor di più dopo la devastazione del terremoto) significa lottare per una ricostruzione partecipata delle strutture pubbliche ed abitative insieme a quelle sociali e di convivenza civile contro una ricostruzione di tipo neocoloniale, calata dall’alto e che risponde alle esigenze di governo politico ed economico della crisi e non alle esigenze della popolazione.

Nella città dell’Aquila e nei paesi circostanti sono nate reti sociali interessanti che, a partire da un impegno diretto e immediato per le prime emergenze, oggi iniziano a riprendere la parola pubblica attraverso progettualità nuove e azioni dal basso concrete e rispondenti alle necessità dei cittadini. Abbiamo lavorato con loro fin dal primo giorno e di fronte alle questioni poste con il G8 a l’Aquila abbiamo tenuto una prima assemblea di valutazione la scorsa domenica 3 maggio. Dalla riunione sono emersi narrazioni, suggerimenti, proposte che hanno portato alla elaborazione di un documento comune di lavoro che alleghiamo e che dovremmo meglio discutere ed approfondire per contribuire alle attività che si promuoveranno contro il G8 a L’Aquila, in Abruzzo ed in tutta Italia. In seguito, il documento verrà inviato alle reti nazionali in modo che tutto il movimento italiano possa definire in modo coordinato le iniziative giacché il g8 è un evento di portata internazionale . Noi stiamo lavorando con metodo unitario con il nostro approccio di rete sociale. L’esistenza di relazioni con altre forze che mettono a critica il sistema a partire dal proprio territorio e, quindi, dal nostro comune Abruzzo non fa che aumentare la possibilità di cambiamento e di alternativa. La nostra opposizione parte dalla pratica concreta delle alternative e, soprattutto in questo momento, dalla realizzazione di progetti da realizzare e condividere con le popolazioni danneggiate e con le organizzazioni sociali del territorio. Dobbiamo iniziare a decidere quali progetti portare avanti come ricostruzione sociale, approfondire i temi del documento unitario sul G8 (nel quale sono integrate alcune nostre indicazioni ritenute utili), definire quali proposte fare alle altre reti per il G8 e come articolare il nostro lavoro organizzativo e comunicativo.

Renato Di Nicola

 

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Assemblea aquilana e abruzzese contro il G8 del 3 maggio 2009

 

Si è tenuta presso il tendone della rete 3e32 in piazza dell'Unicef, via Strinella, il pomeriggio del 3 maggio un'assemblea aquilana ed abruzzese dedicata alle conseguenze dello spostamento del G8 da La Maddalena a L'Aquila. L'assemblea che ha visto la partecipazione di numerose realtà attive all'Aquila, nella regione e in altre città è stata molto partecipata e ha posto le basi di un ragionamento condiviso sulle conseguenze per una città già ferita nel profondo dello svolgimento del G8. L'Assemblea è stata anche il luogo per esprimere e confrontarci su quella che è la drammatica situazione dell'aquilano, in cui i numerosi gruppi di solidarietà sociale che lavorano dal primo giorno nelle tendopoli si sono confrontati sulle difficoltà e i disagi che le popolazioni vivono tutti i giorni e sulla scarsa agibilità legata alle misure del controllo del territorio che si stanno sempre più inasprendo, anche in vista del G8. E’ emersa da più parti l'esclusione degli abitanti delle tendopoli e della costa dalle attività quotidiane e di ricostruzione sociale del territorio. La mancanza e spesso la distorsione delle notizie, l'incertezza totale sul futuro delle persone e sulla ricostruzione, le difficoltà nell'entrare nei campi per diffondere notizie ed iniziative a causa della sempre maggiore militarizzazione della vita delle persone. Si è costatato come inizialmente lo spostamento del G8 all'Aquila aveva dato l'illusione ad una parte dei cittadini di poter portare giovamento al territorio, sensazione smorzata dalle prime notizie sul Decreto Abruzzo e dalla consapevolezza di un meccanismo ingannevole e offensivo. Si è discusso del Decreto Abruzzo presentato in questi giorni, è emersa in maniera condivisa  una forte opposizione a tale decreto e l’intenzione di avviare un percorso innanzitutto cittadino, ma che coinvolga le realtà regionali e nazionali, che porti  sui territori una reale informazione sulla questione, al fine di fornire agli aquilani la consapevolezza di cosa si sta decidendo sopra le loro teste. Si è ribadita l'opposizione al G8 all'Aquila come in altri luoghi, e la sua completa inutilità. Se lo spostamento del G8 è pensato per sostenere economicamente le popolazioni colpite dal sisma la nostra proposta è quella di annullarlo e di destinare le risorse, comunque ingenti, necessarie all'organizzazione dell'evento, interamente al territorio aquilano per una ricostruzione reale. Se invece la decisione di Berlusconi e Bertolaso venisse confermata, ci prepariamo da oggi a mettere in campo idee, intelligenze e creatività per contrastare il G8. Per noi il contro G8 è già iniziato.

E’ iniziato con le attività di sensibilizzazione e di mobilitazione sul territorio contro le proposte governative che a questa città si vogliono imporre. Sappiamo infatti che il G8 è strumentale alla consacrazione delle politiche che il governo Berlusconi sta attuando sul territorio accelerando i tempi, senza permettere nessuna forma di partecipazione della cittadinanza. Inoltre l'organizzazione del G8 porterà anche ad un sempre maggiore uso della forza militare che renderà sempre più difficile la vita e la libertà di movimento su un territorio già dichiarato in stato di emergenza. Una militarizzazione che continuerà ancora per molto tempo a governare, controllare, recintare i campi e le vite delle persone e rispetto alla quale noi proponiamo una ricostruzione del tessuto sociale. Come aquilani, anche in una situazione difficile come questa, ci sentiamo indignati per la mancata considerazione che si ha per le nostre intelligenze e del nostro spirito critico. Riteniamo fondamentale una forma di rispetto che non porti a manifestazioni, seppur tutte legittime, su questo territorio, che potrebbero tra l’altro mettere a rischio il lavoro di chi già da settimane, dal basso, offre solidarietà e si interessa della ricostruzione fisica e sociale del territorio. La sfida che proponiamo alle realtà nazionali interessate è quella di avviare un percorso di avvicinamento al g8 che sia fatto di momenti di confronto per mettere in comune idee, proposte e pratiche per la ricostruzione sopratutto sociale dell'aquilano in contrapposizione all'imposizione governativa. Contrapporre alla chiusura che viviamo un'apertura alle idee, alle esperienze alle sperimentazioni e alle pratiche dei movimenti contro il G8 e il neoliberismo in Italia, in Europa e nel mondo. Per fare dell'aquilano un laboratorio di alternative reali alla speculazione, alle mafie, alla disoccupazione, alla mercificazione, da concentrare nei giorni immediatamente precedenti al G8. All'imposizione dall'alto contrapponiamo un processo di partecipazione di quante e quanti vorranno collaborare con la sfida della ricostruzione della città e del territorio. 

All'assemblea hanno partecipato Epicentro Solidale, Abruzzo social Forum, Cobas, A Sud, Donne in Nero, Arci, Coordinamento Mediatori Culturali, Brigate della Solidarietà, rete 3e32.

 

Renato Di Nicola

 

 

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LUCIO GAROFALO

 

APPUNTI IRPINI

 

 

 

 

 

APPUNTI CORSARI DEDICATI ALL'AMATA IRPINIA

 

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Prefazione

 

Sperando di non tediare troppo il lettore, vorrei provare  a ragionare sui problemi locali e reali della mia terra, l'Irpinia, benché il discorso si possa estendere facilmente a tutte le aree interne (e depresse) del Mezzogiorno. Preciso subito, a scanso di eventuali equivoci, che se dovessi addentrarmi troppo nel merito di tali problemi rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un (mal)costume tipico dei potenti e politici nostrani è proprio quello di sentirsi facilmente "diffamati" e “calunniati”, e querelare chiunque provi a sostenere una verità sacrosanta, sempre malintesa, confusa con la menzogna e tacciata d'essere una "accusa infamante".

 

 

                         

 

Fatta questa premessa, vorrei introdurre una riflessione il più possibile oggettiva sulla situazione politico-sociale in Irpinia a partire da un'analisi storica complessiva.

Io sono nato e vivo in un centro dell’Alta Irpinia. A pochi chilometri di distanza, in un altro Comune irpino, svolgo il mio lavoro di insegnante, esattamente in una scuola elementare, per cui potrei parlarvi soprattutto dei problemi specifici che riguardano il mio settore, ma in questa sede vorrei occuparmi dei problemi collettivi che avviliscono la mia comunità, a cui sono visceralmente legato, malgrado tutto.

 

Approccio iniziale ai problemi

 

Se si vuole discutere di problemi concreti penso che si debba partire dalla piaga più dolorosa che affligge (non solo) la realtà irpina, ossia la disoccupazione giovanile, la mancanza di lavoro e di prospettive occupazionali per l'avvenire delle giovani generazioni. La disoccupazione è una tragedia collettiva in quanto genera disgregazione e conflittualità che lacerano il tessuto sociale, esponendo i soggetti più deboli al ricatto politico-clientelare e riducendo gli spazi di libertà, convivenza e agibilità civile e democratica.

 

(continua nel prossimo numero...)

 

Lucio Garofalo

 

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Un anno al Senato (*)   -  Recensione di Giacomo d’Angelo

 

 III ed ultima  parte

 

Leggete la Menapace, si potrebbe dire, per capire quanto la terziaria Binetti sia una plumbea talebana di clausura. Come definire altrimenti l’ineffabile signora che parlando di Ignazio Marino, cattolico e aperto al prossimo, tuona il suo arrogante anatema: ”Solo Dio sa se Marino è cattolico!”. Si pensa a Nietzsche quando scriveva: “Crederò alla religione cristiana quando vedrò un pio inginocchiarsi dinanzi a un empio”.

 Quando la Menapace ha scritto queste note di sofferenza non era ancora esploso il caso di Emanuela Englaro, in cui la notte dell’oscurantismo ha legato come in un fascio capo del governo ministri parlamentari porporati manifestanti maledicenti del “partito della vita” nel ricco e pio Veneto e compagnia macabrizzante, uniti in nobile e cristianissimo linciaggio verso Peppino Englaro, l’assassino, il mostro, il boia, che aveva il torto di aver rifiutato la pratica ipocrita di risolvere tutto nel segreto di una clinica privata. Ha scritto Michele Serra: «Per definire “vita” lo stato di conclamata inesistenza in cui è sprofondata Eluana, bisogna infatti avere della morte un terrore talmente ottenebrante da farle considerare preferibile qualsiasi condizione, anche la più umiliante, la meno libera e dignitosa». Il più raffinato dei teocon, l’esegeta più istericamente infervorato del pensiero del papa, Giuliano Ferrara, girella di mille chiese, ex spia della CIA, ha scritto: «Che branco di mascalzoni questi gentiluomini che si dicono laici». Ascoltavo Tabloid, la rassegna stampa di RAI 3 e il suo conduttore, Luca Telese, redattore del “Giornale”, ha commentato: io non mi sento mascalzone, piuttosto lo scritto di Ferrara mi sembra una mascalzonata.

 Un altro pallino dell’indignata Lidia è quello delle spese per le armi: si parla dei costi della politica, ma si tace su quelli delle guerre. Perché non erigere il tabù della guerra, come scrisse anni fa Alberto Moravia? Rutelli, forte mangiatore di cicoria, tarzan delle conversioni (ma la platea radicale di recente lo ha accolto gelidamente, nonostante il volemose bene dell’intenerito Marco Pannella, che maternamente lo ha riabbracciato perdonandogli il mulinello di camaleontismi), Rutelli, dicevo, difende ad Anno Zero la salute dell’industria italiana citando la Finmeccanica: “ non sa- si chiede Lidia Menapace- che produce armi e che le vende al mondo su consiglio dei molti generali che appena smontati dal servizio attivo vengono messi nel Consiglio di Amministrazione della stessa Finmeccanica?”.

Un altro ricorrente tarlo della compagna Lidia è la crisi dei partiti, la forma-partito: il partito non è un fine o il fine, perché allora la poltica scompare, ma uno strumento con il fine di aiutare a dar vita a un blocco sociale e ricorda l’attenzione che Gramsci dedicò all’abilità organizzativa della chiesa verso il mondo dei contadini e che  Rosa Luxemburg rivolse ai braccianti agricoli. «Se avessimo dedicato»- prosegue nella sua severa disamina- «al sorgere della precarietà, come componente strutturale della fase capitalistica, la stessa attenzione che Lenin dedicò al fordismo, avremmo capito di più di ciò che succede al mondo e le modificazioni di coscienza che si sono radicate facendo diventare Berlusconi culturalmente egemone anche su parte del sindacato e del Pd». Ma queste cose, cara Lidia, ti è mai capitato di dirle a Fausto Bertinotti, che oggi, in piena resipiscenza, dopo il riposo del guerriero alla presidenza della Camera, scrive:«I nostri gruppi dirigenti? Sganciati e lontani dalla realtà dei lavoratori, autoreferenziali, una vera e propria casta, un ceto politico interessato solo alla propria sopravvivenza»? E’ solare che parla di se stesso, forse perché non frequenta più il salotto di Maria Angiolillo o il palazzo di Vittorio Cecchi Gori e di Valeria Marini.

Un libro quindi non fosco di pessimismo, né amputato di quelle speranze che spingono a non desistere dalla lotta, un libro che non piange su se stesso né si lascia travolgere

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decadentisticamente dalla nostalgia, anche perché- come diceva Vittorio Foa, ricordato nella prefazione- non è mai “passività pura”, anzi è “un punto di partenza del futuro: cioè tu ricordi perché hai bisogno di fare qualcosa che riguardi il futuro”.

Lo stesso Vittorio Foa, intervistato da Marino Sinibaldi su un manifesto politico di Natalia Ginzburg, così commentò : “Io credo che nella politica vi siano diversi livelli: c’è un livello utilitario, che io non giudico come una cosa volgare, è una cosa che è necessaria…C’è la sfera utilitaria; poi c’è la sfera etica, nel senso che le cose che si fanno hanno un senso per la collettività, per gli altri, nevvero, e in questi altri c’è da scegliere. Per quali altri? Nevvero, per quelli che sono schiacciati dalla vita, che sono schiacciati dalle circostanze. E c’è un terzo livello, che è il livello…così, della poesia, no? Che non è vero che è fuori della politica: è il livello dell’immaginazione, è il livello di una sensibilità particolare di certe cose”. Ecco, a me sembra che anche nella politica di Lidia Menapace sia presente questa sfera poetica, innata e persistente, tenace e sempreverde, leggera e infrangibile. Una volta chiesero ad Enrico Berlinguer di cosa non si pentisse e l’allora segretario del PCI con essenzialità poetica rispose: ”Essere rimasto fedele agli ideali della mia gioventù”. Altrettanto potrebbe dire Lidia Menapace, che appare oggi nonostante tutto combattiva e appassionata come lo era quando scriveva sul giornale di Luigi Pintor, di Aldo Natoli, di Eliseo Milani, di Franco Fortini, del giovane Umberto Eco che allora firmava con Daedalus i suoi corsivi, di Rossana Rossanda.

A quei tempi vivevo a Milano, acquistavo giornalmente “Il Manifesto”(ma lo faccio ancora oggi, anche quando costa 50 euro), all’edicola della compagna anarchica Augusta di via Dante compravo “L’Adunata dei Refrattari”, votavo per il professor Fortini che era candidato nel listone per Valpreda e che tenne un comizio in un indimenticato joli mai nella bellissima piazza dei Mercanti, mi immergevo poi nei suoi saggi nelle Questioni di frontiera che decriptavo a fatica, alla Casa della Cultura mi incuriosivo dei dibattiti tra la Rossanda e un dolcissimo Pier Paolo Pasolini, al Circolo Turati mi accadeva di incontrare “paesani” illustri-tristissimi come Ignazio Silone o sulfurei e pirotecnici come Raffaele Mattioli-, alla sera scivolando verso Brera era Eugenio Montale in uscita dal Currierun che risaliva verso via Bigli col suo passo scazonteo, in via Manzoni riluceva la prima libreria Feltrinelli e spesso Giangiacomo s’installava all’ingresso con le sue cravattone multicolori, era allora sindaco il partigiano Aldo Aniasi e nei trani, nelle gargotte, nelle latterie con cucina, nei cibicotti, nelle cantine Scoffoni e Morigi, al Praticello pieno di fumo e di canzoni a dispetto, nei capannelli di piazza Duomo la musica che s’intonava come un respiro era sempre quella: la morte imminente della balena bianca, la resa ineluttabile del Palazzo, il Socialismo per dirla con Gian Maria Volontè in Uomini contro di Francesco Rosi.

Ora che gli anni sono precipitati e con essi le dure repliche della storia e l’esistenza è andata oltre la linea d’ombra (parlo, ovviamente, della mia generazione), quando con Giorgio Caproni potremmo ripetere: “Ed ora che cominciavo ad indovinare il paesaggio, si scende- dice il capotreno, è finito il viaggio”, la lettura del libro di Lidia Menapace che contrappone ancora senza dubitare socialismo e barbarie echeggiando i classici, attenua la barbara leopardiana malinconia, quella che Flaiano chiamava canina, e ci restituisce una boccata d’ossigeno, ci fa sentire per poco meno stranieri in patria.

 

 ( Giacomo D’Angelo)

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 (*) "Titolo del libro  di Lidia Menapace- edizioni Tracce Pescara- recensito e presentato a Pescara  al Museo Vittoria Colonna   l'otto marzo 2009 ."

 

 

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IL DISCORSO TIPICO DELLO SCHIAVO

 

Uno degli aspetti più micidiali dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore.

 

Beh gli esempi sono nel cuore di ognuno… per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.

Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta…

 

Mentre fino ad ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso:

“Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, c’ho solo questa.. e loro mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno.. per fare cosa? come si fa in un giorno a costruire la vita?!”

 

Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero

perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire…

 

Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta:

“Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di due milioni e mezzo al mese, bene che vada,

mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”

 

Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere 77 miliardi e un essere umano due milioni e mezzo al mese, bene che vada.

Secondo me, poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte… e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte! Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella di, mettiamo, di fare l’amore, no?!

 

Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno… sarebbe una vera tortura… e quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l’amore, no?! Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana… certo c’ho il mitra alla nuca… lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?”

“Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci?

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Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci?

Tutto ciò è “oggettivamente” mostruoso, ma là dove la coscienza produce coscienza, tutto ciò è “effettivamente” mostruoso…

 

interlocutore:“SI VABBE’ MA ORMAI E’ IRREVERSIBILE LA SITUAZIONE”

 

Si, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è il tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo…il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.

 

Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto:

“Eh si! sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata… e come farai a spiegarlo, a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori…”

 

“Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”… hai capito? Perché tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del Mondo. Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina,… no.

 

E’ un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di Mondo e da un po'di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi…

quindi, signori miei, o ci si sveglia… o si fa finta di dormire… o bisogna accorgersi che siete tutti morti…

 

discorsi di Silvano Agosti

presentati da Moreno De Sanctis

maldiscuola@yahoo.it

 

 

 

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IL DIRITTO  ALLA  PIGRIZIA

Confutazione del diritto al lavoro

di Paul Lafargue

(Nona parte)

 

 

In regime di pigrizia, per ammazzare il tempo che ci ammazza secondo dopo secondo, ci saranno in continuazione spettacoli e rappresentazioni teatrali: lavoro per i nostri borghesi legislatori. Li organizzeremo in bande, che percorreranno fiere e villaggi dando rappresentazioni legislative. I generali, stivaloni alla cavallerizza, il petto coperto di fiocchi e patacche e croci della Legion d’onore, andranno per strade e piazze a divertire la brava gente. Gambetta e Cassagnac, il suo compare, faranno gli imbonitori alla porta. Cassagnac, in costume da Matamoro, roteando gli occhi, torcendo i mustacchi, sputando fuoco, minaccerà tutti con la pistola di suo padre e sprofonderà in un buco appena gli si mostrerà il ritratto di Lullier. Gambetta discorrerà di politica estera: della piccola Grecia che lo infurbisce e che darebbe fuoco all’Europa per fregarsi la Turchia; della grande Russia che lo istupidisce, che promette di fare un pasticcio con la Prussia e che augura all’Europa occidentale piaghe e bernoccoli per farsi il gruzzolo all’Est e strangolare il nichilismo all’interno; del signor Bismarck, che è stato così bravo a permettergli di pronunciarsi sull’amnistia…

            Poi, scoprendo il suo pancione dipinto col tricolore, ci batterà sopra enumerando tutte le deliziose bestiole, gli ortaggi, i tartufi, i bicchieri di vini pregiati che ha ingoiato per incoraggiare l’agricoltura e tenere in festa gli elettori di Belleville.

            A teatro apriremo con la “Farsa elettorale”.

            Davanti agli elettori, dalle teste di legno e dalle orecchie d’asino, i candidati borghesi, vestiti da pagliacci, balleranno la danza delle libertà politiche, pulendosi il davanti e il didietro con i programmi elettorali pieni di promesse. Poi parleranno con le lacrime agli occhi delle miserie del popolo, con voce da tromboni delle glorie della Francia. E le teste degli elettori giù a ragliare forte in coro: ih oh! Ih oh!

            Poi comincerà la grande pièce drammatica Il furto dei beni della nazione.

            La Francia Capitalista, enorme femmina pelosa di faccia e calva di cranio, imbolsita, dalle carni flaccide, sformate, smorte, dagli occhi spenti, insonnoliti e socchiusi, si allunga su un divano di veluto. Ai suoi piedi, il Capitalismo Industriale, gigantesco organismo di ferro dalla maschera scimmiesca, divora meccanicamente uomini donne e bambini, le cui grida lugubri e strazianti riempiono l’aria. La Banca, dal muso di faina, corpo di iena e mani da arpia, lesta gli ruba le monete da cento soldi dalla tasca. Orde di miserabili proletari smunti e stracciati, scortati da gendarmi con la sciabola sfoderata e spinti da furie che li frustano con la sferza della fame, portano ai piedi della Francia Capitalista mucchi di merci, barili di vino, sacchi d’oro e di grano. Langlois, con le mutande in una mano, il testamento di Proudhon nell’altra e il registro dei conti tra i denti, si mette alla testa dei difensori dei beni della nazione e monta la guardia. Posati i fardelli, gli operai vengono cacciati  a colpi di calcio e di baionette, mentre si aprono le porte agli industriali, ai commercianti e ai banchieri. Questi si precipitano alla rinfusa sul mucchio, ingoiando stoffe, sacchi di grano, lingotti d’oro, vuotando barili. Non ne possono più: sporchi, disgustosi, si accasciano nel loro sudicio e nel loro vomito… Ed ecco che scoppia il tuono! La terra trema e si apre! Il Destino Storico sorge: col suo piede di ferro schiaccia le teste di quelli che singhiozzano, titubano, cadono e non possono più fuggire; con la sua larga mano rovescia la Francia Capitalista, sbigottita e tremante di paura.

            Se la classe operaia, sradicandosi dal cuore il vizio che la domina e avvilisce la sua natura, si sollevasse nella sua forza terribile, non per reclamare i “Diritti dell’uomo”, che non sono altro che il diritto allo sfruttamento capitalista, non per reclamare il “Diritto al lavoro”, che non è altro che il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge bronzea che vieti a ogni uomo di lavorare più di tre

 

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ore al giorno, allora davvero la Terra, la vecchia Terra, tremando di allegria sentirebbe schiudersi un nuovo universo…

            Ma come chiedere a un proletario corrotto dalla morale capitalista una decisione virile?

            Come Cristo, la dolente personificazione della schiavitù antica, gli uomini, le donne, i bambini del proletariato patiscono penosamente da un secolo  il duro calvario del dolore: da un secolo il lavoro forzato spezza le loro ossa, strazia le loro carni, rovina i loro nervi; da un secolo la fame torce le loro viscere e confonde i loro cervelli!…

            O Pigrizia, madre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!

 

 

 

            A P P E N D I C E

 

 

I nostri moralisti sono gente ben modesta: se hanno inventato il dogma del lavoro, dubitano della sua efficacia per tranquillizzare l’anima, rallegrare lo spirito e mantenere il buon funzionamento dei reni e degli altri organi, e vogliono perciò sperimentare l’uso sul popolo “in anima vili” prima di rivolgerlo contro i capitalisti, di cui hanno la missione di scusare e autorizzare i vizi.  Ma, filosofi da quattro soldi, perché lambiccarsi così il cervello per elucubrare una morale di cui non osate consigliare la pratica ai vostri maestri? Il vostro dogma del lavoro, di cui andate tanto fieri, volete vederlo deriso, vilipeso? Apriamo la storia dei popoli antichi e gli scritti dei loro filosofi e legislatori.

 

 

“io non saprei dire – afferma il padre della storia, Erodoto – se i Greci derivano dagli  Egiziani il disprezzo che nutrono per il lavoro, perché trovo lo stesso disprezzo tra i Traci, gli Sciti, o Persiani, i Lidi; in una parola, perché anche presso la maggior parte dei barbari coloro che imparano arti meccaniche e anche i loro figli sono guardati come gli ultimi cittadini… Tutti i Greci sono stati educati secondo questi principi, in particolare gli Spartani”(23).

 

“Ad Atene i cittadini erano dei veri nobili, che dovevano occuparsi soltanto della difesa e dell’amministrazione della comunità, come i guerrieri selvaggi da cui traevano origine. Per essere liberi tutto il tempo di vegliare, con la loro forza intellettuale e corporale, sugli interessi della Repubblica, essi oberavano gli schiavi di tutti i lavori. Lo stesso  a Sparta: le stesse donne non dovevano né filare né tessere per non venir meno alla propria nobiltà”(24).      

 

 

I Romani non conoscevano che due mestieri nobili e liberi, l’agricoltura e le armi. Tutti i cittadini vivevano di diritto a spese del Tesoro, senza poter essere costretti a provvedere alla propria sussistenza mediante le “sordidae artes” (così designavano i mestieri) che appartenevano di diritto agli schiavi. Bruto il vecchio, per sollevare il popolo, accusò Tarquinio il tiranno di aver ridotto ad artigiani e muratori dei cittadini liberi”(25).

 

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(23) Erodoto, Storie, libro II

(24) Biot, De l’abolition de l’esclavage ancien en Occident, 1840

(25) Tito Livio, Storia di Roma, libro I

 

(continua nel prossimo numero)

 

Presentato da Maurizio Marano

 

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Con riferimento al ’68 ed agli anni ‘70

 

LA MIA GENERAZIONE HA PERSO?

 

         Secondo me è sbagliato pensare che nel ’68 e negli anni ‘70 abbiamo perso. Le idee non si possono distruggere. Le persone sì. Le idee progressiste riaffiorano sempre nella Storia. Sì è vero che abbiamo perso, ma non siamo morti idealmente. Le nostre idee sono sempre vive in quanto giuste, necessarie, anzi indispensabili. E’ così che bisogna vedere il percorso di quegli anni: in senso storico e non in senso personale, basato sulla durata della propria vita.

  Enzo Di Mauro in un articolo intitolato “Amici abbiamo  perso!”, pubblicato su Alias, il supplemento settimanale de “Il Manifesto”, del 3/05/09, si dedica a recensire il libro “La vita personale”, scritto da Renzo Paris, che parla della propria militanza negli anni ’70. Enzo Di Mauro conclude il proprio articolo dicendo: “Contano i risultati, ed è per questo che il bellissimo libro di Paris provoca dolore e non consola”. Ma che cosa intende per “risultati”? La rivoluzione in Italia? Impossibile! Il vero comunismo? Impossibile anche questo! I risultati ci sono stati ed anche molto grandi, però in rapporto alle condizioni oggettive ed alle forze soggettive di quel momento storico. Non si poteva fare di più. Con il “senno del poi” io penso che in quell’epoca, per andare avanti, bisognava fare un passo indietro per preparare i successivi due passi in avanti. C’era bisogno di approfondire la teoria e la morale rivoluzionaria all’interno del movimento per poi rivolgersi all’esterno della massa con maggiore  capacità di attrazione. Non c’era questa comprensione, né la pazienza storica di fare questo tipo di azione. Per cui invece di fare un passo indietro, ci si è buttati allo sbaraglio, in una specie di azione suicida che mostrava tutta la nostra impotenza e incapacità di costruire un mondo veramente nuovo, e non tecnologicamente diverso come ha fatto la borghesia successivamente.

         Però quello che è stato fatto nel ’68 e negli anni ’70 non si può cancellare: rimane e servirà di esperienza per le generazioni future. Queste ripartiranno da lì. Qualunque movimento che si prefiggerà di rovesciare l’attuale sistema  non potrà fare a meno di quelle esperienze. Per cui non si possono vedere quegli anni come “La mia generazione ha perso!”, come fa Giorgio Gaber, oppure “Amici abbiamo perso!” come fanno Enzo Di Mauro,  e tanti altri. C’è un sentimento di sconfitta e di tristezza, secondo me fuori posto. Mi dispiace fare questa osservazione a Giorgio Gaber perché è un artista che apprezzo moltissimo e di cui condivido quasi tutto.

         Secondo me, quegli anni li dobbiamo vedere come un contributo che abbiamo dato al progresso umano nella sua lotta storica per liberarsi “dalle proprie catene”. C’è da esserne contenti e sentirsi fortunati di avere potuto dare un senso alla propria vita  dedicandosi a questa causa. Altrimenti come saremmo vissuti? Sicuramente secondo lo schema: lavora-consuma-crepa. Vivendo secondo questo modello voluto dal potere veramente avremmo perso, senza nemmeno combattere!

Antonio Mucci

 

 

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Berluska maximo conducator

 

di Luciano Martocchia

 

Dopo le tristissime vicende degli immigrati respinti al mittente come pacchi senza valore, Berlusconi ha fatto in Tv una dichiarazione di straordinaria impudenza, anche per uno come lui, rivendicando quella decisione barbara. A me benchè le vicende non siano sovrapponibili, ha fatto venire in mente Mussolini che rivendica e si prende la responsabilità (impunita) dell'assassinio di Matteotti.

Ha cominciato a sistemare i suoi: Fini non è più persona dotata di individualità politica "perchè An non c'è più e lui fa parte del Pdl"; Maroni ha eseguito i suoi ordini, perchè il disegno di Maroni rende attive le decisioni prese tra lui e Gheddafi. Sicchè anche alla Lega, sistemata come servo fedele, bisogna lasciare un po' di spazio per strillare, tanto non sgarra nell'eseguire gli ordini.

Poi ha alluso agli altri: ciò che ha deciso sta nei testi di diritto internazionale, perchè i barconi portano persone "scientificamente" scelte tra lavoratori e disoccupati  per venire a delinquere da noi (prontamente si sono trovati proprio in questi giorni due islamici che preparavano dal carcere di Lecce un attentato all'aeroporto di Parigi). Tutto ciò non contiene nessuna prova, ma gli e le immigrate dei barconi possono essere respinti perchè Berlusconi sa già che sono delinquenti.

E tutto questo è stato fatto tra Berlusconi e Gheddafi e dunque è legge. Eppure Gheddafi è uno dei capi di stato che non ha approvato le norme sul diritto di asilo. Il Consiglio d'Europa e la Cei e addirittra le agenzie delle N.U. possono andare a farsi benedire tanto lui se ne frega. Sistemato anche il papa, almeno fino a che non avrà bisogno del suo appoggio va avanti con grande spavalderia.  Davvero inquietante.

 

Poi i terremoti. Il governo Berlusconi ha devitalizzato le strutture locali della protezione civile per concentrarle tutte nelle mani di Bertolaso: un ottimo sistema per finire sotto campagna elettorale sotto l’obiettivo delle TV, quale Presidente pompiere, scavatore, muratore, assopigliatutto, ecc. Ma  se il terremoto è imprevedibile, come è ad oggi tra gli  scienziati, allora bisogna sempre prevederlo. Mi spiego: di fronte a un evento che si  sa destinato a succedere una  volta o l'altra  nelle zone ad elevato rischio sismico, allora bisogna attivare una formazione  generale di base,  un addestramento diffuso e introiettato, che metta la popolazione nella condizione migliore possibile per resistere all'evento. 

Predisporre  piccoli magazzini con riserve (alimentari coperte medicinali e mezzi sanitari  di primo soccorso ecc.) stanziati in molti luoghi del territorio. Gruppi di anziani e anziane  potranno -in periodi di  vita tranquilla- fare i magazzinieri e tenere tutelate e rinnovate le scorte. Si può, incominciando da un periodo eccezionale, iniziare la formazione di magazzini popolari di riserva e  di prima necessità. 

Analogamente  bisognerebbe fare con tende, ospedali e cucine da campo, stanziate e tenute pronte in molti luoghi: si possono anche usare per altre necessità o desideri, per sagre popolari, feste, incontri, possono essere affittate ad associazioni che  vogliano fare teatro all'aperto o concerti o  esercitazioni  o ginnastica o ballo o danza o quel che ci pare. Risorse  distribuite sul territorio (come piazze del popolo?) e tenute pronte in molti luoghi. 

Manca insomma  la cultura diffusa di prevenzione delle catastrofi naturali.

Naturalmente si potrà affrontare tutto ciò  dopo che si sarà finito di esaminare la faccenda delle….. veline nelle liste del PDL di  Berlusconi.

lm

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LA TEORIA PER LA  SOLUZIONE DEL CONFLITTO COLOMBIANO

 

Sebbene possa essere percepita come un affermazione determinista o ridicolmente tautologica, l’uomo può aspirare a risolvere solamente quei problemi che gli è consentito dallo sviluppo della società in quel particolare momento.
Per esempio, l’uomo medievale non avrebbe potuto risolvere, ma neanche porsi, il problema di realizzare un viaggio di lunga distanza in aereo: per prima cosa non possedeva le conoscenze tecnico-scientifiche riguardo alle leggi della gravità e del moto, che gli avrebbero consentito di affrontare tale problema; inoltre, quella società non aveva raggiunto quel livello di sviluppo delle forze produttive e della tecnologia che gli avrebbe permesso di realizzarlo. Era una semplice fantasia, che si risolveva attraverso un tappeto volante nelle leggende millenarie da mille e una notte. Questo stesso principio, guardato alla luce di quella che attualmente si conosce come la “Teoria della Risoluzione del Conflitto”, e proiettato sulla realtà sociale nota come il conflitto colombiano, mi permette di affermare che la classe politica e dirigente dell’attuale società colombiana, tenuta a galla dai teorici funzionalisti pro-statunitensi, ha sviluppato nella pratica -e nel corso di questi ultimi 55 anni- tre strategie militari: gestione, trasformazione e sterminio. Queste, invece di condurre la situazione conflittuale vissuta in Colombia verso una maturazione concettuale e materiale capace di trovare una soluzione, l’hanno deviata verso i suoi sfiancamento e perpetuazione, mettendo in grave pericolo la possibilità del Paese di esistere come tale. Durante le prime fasi e la nascita dell’attuale conflitto armato colombiano, la classe dirigente e dominante, confidando semplicemente nella potenza del proprio armamento (donato interamente dal governo degli Stati Uniti), si limitó ad “amministrare il conflitto” traendone benefici di ogni sorta con la scusa della salvaguardia dell’Ordine Pubblico. Mi riferisco alle amministrazioni presidenziali degli spaventosi bombardamenti, dei campi di concentramento e degli assedi militari contro le cosiddette “regioni comuniste”,  implementati a partire dal 1954 dalla dittatura di Rojas Pinilla, dalla Giunta Militare liberal-conservatrice e da Alberto Lleras, passando per l’operativo Laso nella regione di Marquetalia ad opera dell’amministrazione del Presidente Guillermo Valencia. Tutto ciò sfociò 13 anni dopo, durante la presidenza di Lleras Restrepo, in un’ascesa della lotta guerrigliera e nell’apparizione di altri gruppi armati, i quali si cercò di “controllare” con operazioni clandestine “controguerrigliere” molto poco conosciute e non sottoposte a dibattito pubblico alcuno. Successivamente, nel 1970,  avvenne il famoso broglio elettorale ad opera di Pastrana Borrero seguito dalla nascita del M-19, un altro movimento guerrigliero caratterizzato da colpi ad effetto fondamentalmente urbani e dalle piú diverse origini ideologiche e di classe (ex militari del periodo di Rojas Pinilla, militanti peronisti, disertori delle FARC, nazionalisti illuminati, socialdemocratici e molto probabilmente anche vari infiltrati dell’esercito ufficiale), tanto da farlo definire, da uno dei suoi fondatori, un “minestrone” alla colombiana. Esso portò l’allora presidente Pastrana, con il sostegno del Pentagono, ad affrontare la situazione utilizzando gli efficienti metodi di tortura impiegati dalle dittature del Cono Sud, con la nascita di quello che durante la seguente amministrazione di Turbay Ayala e l’ascesa dei narcotrafficanti come classe sociale, fu conosciuto come lo “Statuto di Sicurezza Nazionale”. Indubbiamente, tutto andó avanti gestito e sotto controllo.
Con questi sviluppi teorico-pratici su piano militare e nell’amministrazione del conflitto, si giunse nel 1982 alla presidenza di Belisario Betancourt, alla tregua con le FARC ed alla nascita dell’Unión Patriótica, allo strano risentimento del conflitto con l’M-19, all’oscura “presa” del palazzo di Giustizia nel 1985 ed al conseguente passaggio alla seconda fase della strategia prevista dalla “Teoria della Risoluzione del Conflitto”: la sua trasformazione in “conflitto interno di bassa intensità”, finalizzato ad impedire con ogni mezzo un’eventuale “presa del potere da parte dei comunisti e dei loro alleati”. I risultati che sono sotto gli occhi di tutti: la nascita della Strategia paramilitare dello Stato, lo sterminio dell’Unión Patriótica e lo smantellamento calcolato dell’M-19. Ancora niente da risolvere, né di cui allarmarsi. Come disse in quella situazione l’allora ex presidente Pastrana Borrero: “Come andiamo, andiamo bene!” La lumpen-borghesia latifondista, nata dal narcotraffico e dalla controriforma agraria pattata a Chicoral ed alleata col militarismo, giunse al suo pieno sviluppo durante la presidenza dell’ “assente” Barco Vargas, e con un sufficiente potere locale e regionale nelle proprie mani affrontó il successivo presidente Cesar Gaviria; questi, per raggiungere una nuova governabilità, sigló un patto tripartito del silenzio tra l’M-19, il partito liberale e quello conservatore al fine di proclamare nel 1991 una Costituzione neoliberista ed aperturista, che i businness globali del riciclaggio di denaro esigevano. Il conflitto, modificato con un bersaglio militare scelto nell’ambito del patto tripartito stesso, subí un’escalation con il simbolico bombardamento a Casa Verde (l’allora quartier generale del Segretariato delle FARC, N.d.T.). Fu ottenuta una momentanea stabilità senza la necessità di attuare alcuna delle riforme chieste dalle guerriglie. Tutto era sotto controllo. Il narcotraffico aveva prosperato tanto da avere giá due potenti cartelli: quello di Medellín e quello di Cali, che facevano affari con svariati sotto-cartelli e che, nel perfetto stile mafioso, si disputavano tutti gli spazi di mercato. Quello di Cali riescí ad infiltrare e controllare il Partito Liberale, portando alla presidenza Ernesto Samper, mentre quello di Medellín passó sotto il controllo del vincitore Carlos Castaño, capo del gruppo paramilitare Los

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Pepes, alleati con la DEA e con i militari.  A quel punto  il conflitto passó ad una terza strategia, che è vigente già da dodici anni e che fu lanciata dalla Segretaria di Stato dell’amministrazione Clinton, Madeleine Albrigth, come “strategia del bastone e della carota”; che però, in Colombia, é diventata la pratica mafiosa di risolvere le questioni con lo “sterminio dell’avversario!” Esattamente come rammenta per l’ennesima volta (il 28/02/2009) il presidente Uribe Vélez: “Signori generali e colonnelli, Don Mario, el Yiyo, el Nito, lo zio Pacho, il Paisa e quello che rimane della guerriglia li andremo a cacciare perfino nei loro rifugi nello spazio, affinché non ne rimanga uno solo, neanche uno”. Come se tutti i colombiani non conoscessero l’esatta posizione di questa Terra, dove si sta combattendo. E cosí, a partire dal 1997 si ebbero quattro anni di “carota” del presidente Pastrana figlio, che permisero alla classe dominante di riprendere fiato, riarmarsi e cercare di vincere il conflitto senza risolvere nessuna delle cause che ne stanno alla base, seguendo alla lettera il copione descritto nel “best seller” del professore Roger Fisher sulla “Teoria della Risoluzione del Conflitto”, intitolato “Come negoziare senza cedere” ed edito non a caso dalla casa editrice colombiana Norma.  
Ovviamente, la perfidia presidenziale risultó palese e l’opportunitá di risolvere realmente il conflitto svaní. A quel punto la strategia fu modificata e si passó alla fase del “bastone”, che è toccato al presidente Uribe Vélez portare avanti ossequiosamente negli ultimi sette anni, secondo la dottrina adottata in Irak da parte del Segretario di Stato del governo Bush, D. Rumsfield: “ Il numero pubblicato dei nostri caduti deve essere zero”. Per fare ció Uribe ha fatto ricorso a tutto il potere a disposizione dello Stato colombiano, totalmente ripotenziato dagli Stati Uniti. Così, nel bel mezzo dello spesso ed ubriacante fumo che spargono quotidianamente gli incensori mass-mediatici e di propaganda del regime, i quali raccontano di “impressionanti e straordinari risultati strategici”, vengono diffusi solamente i dati che riguardano le perdite dei nemici guerriglieri (dimenticandosi che anche loro sono colombiani), al fine di convincere la societá che la guerriglia sta per essere sterminata, o che ne rimangono solo alcuni residui nascosti in luoghi remoti, seppur facendo attenzione a chiedere un’altra proroga per giungere al suo sterminio totale: altri quattro anni di “Sicurezza Democratica”. Ma alla fine ha sempre la meglio la realtà, quella vera e non quella virtuale (creata dalla propaganda), che viene a smentire le menzogne. Non si tratta solamente di ciò che afferma l’uomo politico ex governatore del gigantesco dipartimento orientale del Meta, Alan Jara, recentemente liberato dalle FARC dopo aver trascorso con loro gli ultimi sei anni, tanto quanto le spaventose statistiche riguardo al numero di militari caduti, totalmente ignorata ed occultata dalle organizzazioni umanitarie e che è stata recentemente pubblicata sulla pagina web delle FARC (http://www.frentean.col.nu/) come “bollettini di guerra del 2009”: oltre alle azioni del 9 febbraio a Cali e del Agrado a Piendamó, il Fronte Orientale di questa guerriglia riconosce che, solamente durante lo scorso mese di gennaio in questa parte del Paese, si sono svolte 91 azioni con campi minati, 25 combattimenti di lunga durata, 150 scontri armati ed 1 imboscata, mentre 2 elicotteri sono stati danneggiati, 6 guerriglieri sono morti e 7 sono rimasti feriti. Senza dimenticare la raccapricciante cifra di 120 militari morti e 182 feriti, per un totale di 302 membri della Forza Pubblica della Colombia messi fuori combattimento nel suddetto mese; cifra che, se fosse confermata, significherebbe una media di 10 militari caduti giornalmente in combattimento. Tale dato costituirebbe un allarme gravissimo, che non credo gli analisti colombiani di questioni strategiche abbiano colto; dato che indicherebbe che in un conflitto di lunga durata come quello colombiano la guerriglia è ben lungi dall’essere stata sterminata o sul punto di esserlo. Al contrario, dimostra come sia riuscita a sopravvivere pur nel mezzo delle difficoltà e, ciò che è peggio, mantenersi attiva. Ogni giorno che passa riscuote una nuova vittoria. La percezione sociale del conflitto armato colombiano, nonostante i fiumi d’inchiostro versati per farne una diagnosi e la relativa presa di coscienza di alcune menti -purtroppo ancora marginali- più lucide, non è ancora sufficientemente maturarata del tutto per giungere ad una soluzione politica. Il militarismo della classe dirigente colombiana continua a vederlo come un’azione legale di sterminio militare, contro quello che chiama il “narco-terrorismo all’angolo e sul punto di essere sterminato”; azione destinata ad imporre un molto discutibile “monopolio legale e legittimo delle armi”, mentre ubriaca l’opinione pubblica con la propaganda di un irreale trionfalismo mediatico e nasconde l’oscuro precipizio al bordo del quale ci troviamo, creando l’impressione mediatica, in Colombia e fuori, che tutto va ed andrá avanti in futuro sotto controllo. E’ per tutto ciò finora descritto che mi riallaccio al paragrafo iniziale di questo scritto: l’uomo può risolvere solamente quei problemi che lo sviluppo della società, in quel momento, gli consente. Aggiungo che la società colombiana non possiede al momento i necessari elementi tecnico-scientifici, né le forze produttive e tecnologiche e sovra-strutturali o di coscienza sociale che le permettano di avvistare una pronta soluzione al sanguinoso conflitto, che la lacera. E perché, concludendo e completando il concetto, la chiave di volta di questo conflitto risiede nel Pentagono statunitense.

 

 Coordinamento nazionale boliviano -  A. Pinzòn

 

 

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La pagina di Diderot

 

La campagna elettorale in corso per le europee , ed a Pescara anche per le amministrative dopo la forzosa deflaiance del Sindaco Luciano D’Alfonso,  ci impone un seria riflessione sullo stato in cui versa la Sinistra  pescarese.

Notiamo  il clima di calma stagnante ed irrespirabile che notiamo sul versante dell’  informazione, dove tutti i mezzi d’informazione sono asserviti al potere dominante, dove i maggiori giornali locali sono succubi dei maggiorenti locali non concedendo ( per par condicio e non per altro) ai concorrenti o candidati la pari opportunità.

Come può fare  un candidato a far conoscere alla cittadinanza il suo programma o i suoi propositi? La democrazia è imperfetta perché non permette a tutti i candidati l’accesso ai mezzi d’informazione e i costi delle campagne elettorali sono accessibili  solamente dei maggiorenti per censo e capitali ed è dimostrato che le vicende che hanno portato  il Sindaco di Pescara sotto inchiesta in gran parte sono anche dovute ai costi abnormi delle campagne elettorali.

E’ stato detto infatti dai banchi dell’opposizione, e non so se sia veritiero, che le gigantografie dell’ex Sindaco che campeggiavano l’anno scorso, in piena campagna elettorale amministrativa su tutti i muri di Pescara ( anche in spazi non consentiti) siano state affisse con pubblico denaro e non con mezzi propri del partito del Sindaco.

Questo perché ormai i costi hanno raggiunto livelli insostenibili, soprattutto  per la natura stessa del maggior partito concorrente, il PDL di Silvio Berlusconi, che dispone di mezzi spropositati e del quasi totale controllo dei media; concorrere con loro è arduo, il ricorso dei loro concorrenti all’approvvigionamento dei mezzi elettorali scivola quasi sempre , o nel finanziamento illecito o nella corruzione.

Cosa rimane al cittadino normale? La risposta sarebbe quella di organizzarsi in movimenti ed in comitati; ma anche qui la risposta diventa sterile quando poi questi comitati di cittadini vengono stravolti dai partiti che li fagocitano e li annientano tentando di annetterseli.

E’ questo l’errore più grave commesso dai partiti della Sinistra, ed in modo particolare da Rifondazione Comunista, cioè quello di non aver capito e favorito la nascita dei movimenti di lotta ma solo di aver cercato di inglobarli al suo interno.

Rifondazione Comunista a Pescara ha fatto diversi errori e giova riperterli: primo fra tutti quello di non aver controllato attraverso il proprio Assessore all’ Urbanistica la gestione degli accordi di programma fra costruttori e Comune. Costui, l’Assessore , sapeva o non sapeva  cosa accadeva in Comune? Nel primo caso , se sapeva,  agli occhi del popolo  è colpevole perché connivente, nel secondo caso, se non sapeva ..anche… perché incapace.

Le battaglie per il rispetto delle regole urbanistiche si fanno generalizzate e non a campione: il Comune deve essere una casa di vetro  per tutti i cittadini, ma così non è stato.

Poi c’è da ricordare che Rifondazione deteneva anche l’altro assessorato, quello al decentramento ed alla partecipazione, occasione d’oro ( irripetibile ahimè) per promuovere la crescita delle associazioni, ed avrebbe rappresentato un fiore all’occhiello ed inversione di tendenza rispetto al passato, in cui un amministratore di sinistra sarebbe riuscito a marcare una differenza; ciò non è avvenuto e le conseguenze si sono viste perché sono venute meno le spinte idealistiche dei movimenti che vedevano Rifondazione Comunista nel 2006 come un partito davvero alternativo.

Poi viene quello di non aver permesso al proprio interno la crescita e politica e decisionale delle strutture di partito, relegando i propri iscritti a meri esecutori o volantinatori o attacchini, avocando al vertice ( due o tre persone al massimo) tutto  il programma o la visibilità pubblica.

Non c’è che da augurarsi di voltar pagina e di non ricommettere gli stessi errori.

 

Diderot

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”