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IL SALE - N.°91


 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

 

 

 

anno 9  –  numero 91  Aprile 2009

 

 

 

 

I soccorritori al lavoro (Afp)

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

 

 

 

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Sommario

 

 

 

 

                                      di Lucio Garofalo, di Lioni (in Irpinia)

 

                                      di Lorenza Pelagatti

 

                                                       recensione di Giacomo d’Angelo

 

                                               di Mario Boyer

                       

                                                        presentato da Maurizio Marano

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Giuseppe Bifolchi

 

                                                        di Diderot

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 
 

 

 

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da Annozero all’annozero

di Luciano Martocchia

 

 

Siamo precipitati all'annozero dell'informazione, visti gli attacchi che i caimani del potere stanno riservando all'omonima trasmissione del solito Santoro & C. , in occasione, ahimè , di un triste fatto di attualità come quello del terremoto a L'Aquila. Santoro è stato già oggetto in passato , insieme ad Enzo Biagi,   di un oscuramento, passato alla storia televisiva come l'editto di Sofia, in cui è stato ridotto al silenzio, come una delle poche  voci di dissenso in questo asfittico panorama dell'informazione, tutta omologata.

Sì , tutta omologata, perchè non può esistere nessuna voce fuori dal coro che non parli di come è bravo il premier che pranza in una tenda, come sono eroici i vigili del fuoco, come sono commoventi gli alpini, com'è bello il terremotato che,  con una coperta sulle spalle, impietosamente ripreso da una telecamera che lo segue passo passo, si aggira con un scodella in mano facendo la fila insieme ad altre 5 mila persone.

Il Berluska con l’elmetto in testa da pompiere mi ricorda il Mussolini già visto ( sulle foto ..non sono così vecchio) mietitore, soldato, fabbro, ecc.

Gli italiani hanno necessità di sentirsi buoni e caritatevoli e quale miglior occasione di dimostrarlo seduti in poltrona a guardare questa sfilza di interminabili immagini, magari scordandosi dei beceri comportamenti razzisti che solo pochi giorni prima hanno dimostrato nei confronti dei rom , dei rumeni, immigrati nord africani.

Quando c'è un giornalista come Santoro  , un comico come Sabina Guzzanti, un vignettista come Vauro, ecc. che mettono a nudo le disinformazioni di Stato e mettono alla berlina le magagne del potere, ecco che si scatena l'inferno per bocca dei mastini di Stato, come La Russa , Gasparri, ecc.

E' vietato perciò parlare di Impregilo che dovrà costruire la New Town,  ( a che serve restaurare il centro storico de L'Aquila?) magari sulla falsa riga dell' Ospedale S. Salvatore, ed anche perchè dovrà anche costruire il Ponte sullo stretto, qualche centrale nucleare , la TAV alpina con annessa mega galleria ( poi se i treni da Palermo a Messina, o da Lecce  a Milano  vanno a velocità lumaca  e sono sozzi da far schifo.... ecchissenefrega )

E' vietato parlare del Piano casa del Berluska & C. che darà la possibilità a tutti gli italiani di sopraelevarsi di un piano ( poco importa se , in un nuovo malaugurato terremoto, la loro casa non sopporterebbe tale sopraelevazione )

E' vietato parlare dei condoni edilizi che i governi del Caimano hanno prodotto per sanare in Italia situazioni illegali.

Siete avvisati, è vietato parlarne, ( tra non molto potrete anche  essere processati per questo) e .......andate a messa la domenica, diventerete più bravi ed andrete in paradiso !

 

Luciano Martocchia

 

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TERREMOTO IN ABRUZZO: E’ IL MOMENTO DELLA SOLIDARIETA’, MA ANCHE DI UNA PRIMA RIFLESSIONE

Di fronte all’ennesima “sciagura naturale” (ma esistono davvero calamità naturali esenti da qualsiasi responsabilità di ordine politico-economico e antropico-culturale?) che ha investito il nostro popolo e il nostro territorio, già straziato da lunghi decenni di scempio e devastazione ambientale, di pessima e dissennata gestione politica del territorio e delle sue ingenti risorse, anzitutto sul versante delle amministrazioni locali e quindi sul piano nazionale, un’antica storia contrassegnata da pericolose connivenze e complicità con il cinismo, la spregiudicatezza e il malaffare della criminalità economica privata a beneficio esclusivo di pochi speculatori avidi e arroganti e totalmente privi di scrupoli, questo è comunque il momento dei soccorsi e della solidarietà verso le popolazioni colpite dal sisma. In seguito verrà anche il tempo delle polemiche e delle critiche costruttive, ossia delle proposte.

Pertanto, voglio esprimere subito tutta la mia vicinanza e la mia solidarietà morale ed umana a chi sta soffrendo in queste ore a causa del terremoto in Abruzzo, anche perché ho direttamente conosciuto il dramma provocato da una scossa sismica estremamente distruttiva, avendo vissuto personalmente la terribile esperienza del 23 novembre 1980 in Irpinia.

Tuttavia, una prima analisi critica, benché ancora a caldo, si può e si deve tentare, almeno per provare a comprendere quanto sta accadendo e cosa si potrebbe fare in futuro.

Il bilancio delle vittime, dei feriti, dei senzatetto, dei danni alle persone e alle abitazioni, è ancora provvisorio e si va aggiornando in modo lugubre e agghiacciante ora dopo ora.

Un dato sembra certo e inoppugnabile: si tratta di uno degli episodi sismici più violenti e catastrofici degli ultimi anni, inferiore (per magnitudo Richter) solo ai terremoti che prostrarono il Friuli nel 1976, l’Irpinia e la Basilicata nel 1980. Un evento sconvolgente che ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Per questo, e a maggior ragione, so di cosa parlo.

Alla devastante potenza si aggiunga anche l’orario notturno in cui si è manifestato il sisma: a quell’ora assai inoltrata solo i più incalliti nottambuli erano ancora svegli e in circolazione.

Non c’è dubbio che il terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo è stato geograficamente più circoscritto, nonché più limitato nella sua durata temporale rispetto a quello che la sera del 23 novembre 1980 rase al suolo interi paesi dell’Irpinia e della Lucania, estendendosi in un’area estremamente vasta e profonda, al punto che la scossa maggiore (durata all’incirca un minuto) fu avvertita a centinaia di chilometri di distanza. Ma l’ultimo evento sismico, per gli effetti di distruzione provocati, risulta molto più grave e drammatico di quello che colpì l’Umbria e le Marche nel 1997 e il Molise nel 2002. Tali riferimenti alle esperienze pregresse non sono un puro ed inutile esercizio di contabilità statistica, ma un modo per cercare di comprendere chiaramente l’effettiva portata dell’evento tellurico che ha sconquassato e stremato le popolazioni dell’Abruzzo. Non a caso, partendo dal terremoto dell’Irpinia e dalla Basilicata nel 1980, giungendo a quello dell’Umbria e delle Marche nel 1997, a quello del Molise nel 2002, ed infine oggi in Abruzzo, l’area geografica direttamente interessata e minacciata dai fenomeni sismici più frequenti e dannosi, è esattamente quella lunga striscia di territorio che attraversa la catena dell’Appennino centro-meridionale. Si tratta di una delle zone a più alto rischio sismico dell’intera penisola, probabilmente del mondo. E questo è un elemento di verità assolutamente innegabile e incontrovertibile.

Dunque, per quanto concerne il rischio sismico, l’Italia centro-meridionale è comparabile al Giappone e alla California. Invece, per quanto attiene agli interventi di prevenzione sul territorio, che richiedono soprattutto un’opera di educazione, ossia di sensibilizzazione e preparazione culturale (da affidare non solo alle istituzioni scolastiche che dovrebbero essere deputate a tale compito, ma pure ad altre agenzie formative presenti sui territori), siamo purtroppo paragonabili ad altri Stati, che noi riteniamo siano più arretrati e sottosviluppati del nostro paese, invece ci sarebbe da chiedersi  chi è il vero “Terzo Mondo”…

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Si pensi che la terra d’Abruzzo è stata dichiarata una zona ad alto livello di pericolosità rispetto al rischio sismico sin dagli anni ’60, per cui si presume che la normativa antisismica in materia di edilizia abitativa fosse stata adottata (evidentemente solo sulla carta) sin da quegli anni lontani. Invece, dalle notizie appena trasmesse veniamo a scoprire che, ancora oggi, a causare il maggior numero di morti sono stati i palazzi di quattro piani ed oltre (e c’è chi legifera, tramite decreti d’urgenza, per incentivare la cementificazione del territorio e l’ampliamento dell’edilizia abitativa) costruiti col cemento (dis)armato, così come è accaduto in precedenti esperienze. Un dato davvero inquietante e raccapricciante. Insomma, la memoria storica che dovrebbe essersi formata nella coscienza delle persone del nostro paese, sembra non valere proprio a nulla.

In questi giorni si viene ad apprendere (per chi non lo sapesse) che in Italia la normativa antisismica più stringente e rigorosa è stata varata (e non parliamo della giusta e doverosa applicazione della legge) solo dopo il terremoto del Molise nel 2002, esattamente con l’Ordinanza n. 3274 del 20 Marzo 2003.

Sembra incredibile ed assurdo, ma è così. Checché ne dicano i sepolcri imbiancati presenti in maniera trasversale nella politica nostrana, nonché i loro servi e padroni.

Comunque, si sa che in Italia una cosa sono le leggi, ben altra cosa sono l’osservanza e l’applicazione delle leggi soprattutto da parte di chi dovrebbe eseguirle e farle rispettare.

Nonostante la storia sismica del territorio italiano avrebbe dovuto insegnarci a costruire le case, gli ospedali e le scuole, non dico come in Giappone, ma molto meglio di quanto non avvenga in realtà, e avrebbe dovuto abituarci ad una politica educativa e culturale di prevenzione, per scongiurare simili eventi catastrofici, invece la realtà raccapricciante dell’ultima tragedia ci dimostra che le esperienze precedenti non sono valse proprio a nulla. Si continua a far finta di nulla, come se l’Italia fosse immune da ogni rischio sismico e ambientale.

Dunque, un altro elemento di critica, non polemica o gratuita, bensì costruttiva, da proporre sin da subito, è il seguente.

Viene giustamente da chiedersi come mai in un paese ad elevato rischio di catastrofi sismiche e ambientali, quale l’Italia, in cui periodicamente si verificano “disastri naturali” (terremoti, alluvioni, frane ecc., possono davvero essere considerati come semplici “disgrazie” o “iatture” dovute alla furia della natura, oppure esistono precise responsabilità storiche da ascrivere all’uomo, ovvero alla gestione politica, all’incuria e allo scempio del territorio?), il governo nazionale ragiona insieme ai governatori delle regioni su come incentivare l’edilizia abitativa oppure sull’ipotesi di costruzione del ponte sullo stretto di Messina, invece di dedicarsi seriamente alla progettazione e alla realizzazione di un piano di risanamento ambientale e antisismico, da varare ed attuare finalmente su scala nazionale.

La risposta sarebbe scontata e banale: gli affari d’oro che scaturiscono dalle speculazioni edilizie, o di altro tipo, sono indubbiamente maggiori rispetto ad un’opera di risanamento antisismico e ambientale su tutto il territorio nazionale, che ridurrebbe gli spazi di agibilità e le possibilità di profitto economico per gli speculatori e agli affaristi, ed ovviamente per i loro complici e protettori, vale a dire i referenti politici e istituzionali. Questa è una verità storica ormai assodata da tempo, eppure sembra che venga scoperta per la prima volta.

La mia riflessione non vuole fornire un facile e comodo pretesto per una strumentalizzazione di parte a livello politico, né intende prestarsi ad interventi di “sciacallaggio politico”, come potrebbero banalmente obiettare i detrattori più faziosi e in malafede, ma si propone di offrire un ragionamento il più possibile onesto e obiettivo, utile e costruttivo per l’avvenire, affinché le future generazioni non debbano subire sulla loro pelle le dolorose esperienze vissute in passato dalle genti irpine e lucane, ed oggi dalle popolazioni dell’Abruzzo.

Lucio Garofalo, di Lioni (in Irpinia)

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I CONSEJOS COMUNALES  NEL VENEZUELA DI CHAVEZ

 

 

Negli ultimi decenni si sono verificate in America Latina diverse  esperienze di democrazia diretta, tra cui le comunità autonome del Chiapas e le lotte delle comunità ajmara in Bolivia. Attualmente in Venezula sono stati istituiti i Consejos comunales con una legge del 2006 che applicava una delle promesse contenute nella riforma costituzionale del 1999: il potere popolare, ovvero l’esercizio del potere da parte dei cittadini. In questo modo sono state riconosciute le comunità contadine e le associazioni di vicinato che da anni esistono e operano in Venezuela. 

Tale legge prevedeva che i Consejos fossero gestiti orizzontalmente senza capi e con piccole assemblee di un massimo di 400 famiglie.

La possibilità di ricevere cospicui finanziamenti per realizzare progetti ha rappresentato un incentivo per le comunità a costituirsi in Consejos Comunales. I fondi vengono richiesti con progetti sottoposti alle attenzioni degli enti locali o dei ministeri, una volta accordati vengono gestiti autonomamente dalle comunità.
Il panorama dei Consejos è variegato: ci sono zone del paese in cui non si è provato ad impiantarli, altre che hanno provato senza successo ( per conflitti legati ad una poco limpida gestione finanziaria o per polarizzazioni partitiche e familiari), altre ancora che sono riuscite a realizzarli lavorando in maniera dialogica e trasparente e con generose elargizioni statali.

I Consejos Comunales non hanno capi ma votano un organo di gestione finanziaria, un organo di controllo e un organo esecutivo composto da una quindicina di comitati di lavoro ( scuola, salute, educazione, acqua, elettricità e solidarietà). Tali comitati s’impegnano a scrivere progetti, discuterli in riunioni con membri eletti da tutti i comitati, promuoverli nell’assemblea generale e farli approvare per poi promuoverli nella comunità.

Tale esperienza costituisce una riforma nella gestione del potere che vede forme di partecipazione popolare e di organismi eletti dal basso affiancarsi alle istituzioni governative.

Gli aspetti positivi dei Consejos comunale sono la partecipazione e l’autogestione. La partecipazione diffusa ed egualitaria dei cittadini è assicurata dalle assemblee e dall’assenza di capi al loro interno. Ciò garantisce continuità tra la comunità e il suo organo di espressione politica.

L’autogestione si realizza con le delibere dei Consejos comunales che decidono le opere necessarie e come svolgere i lavori. Spesso vengono scelti membri della comunità a cui affidare i lavori, valorizzando le competenze locali.

 Tuttavia  il  fatto che i Consejo Comunales siano stati istituzionalizzati con una legge e legittimati dalla costituzione, e che quindi anche i progetti da essi elaborati rispondano alle procedure buocratiche necessarie per avere un riconoscimento

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formale, genera spesso malcontento. Ciò accade perché una parte dei partecipanti ai Consejos è fortemente critica nei confronti dei burocrati, politici di professione, ministri e sindaci, ritenuti corrotti e traditori degli ideali rivoluzionari. Inoltre la mobilitazione popolare per la costituzione dei Consejos è stata finalizzata non esclusivamente, ma in buona parte ad ottenere i generosi finanziamenti statali, ottenuti con le vendite del petrolio e che permettono di completare importanti opere infrastrutturali ed edili. E’ anche accaduto che l’assegnazione dei fondi sia stata viziata da logiche clientelari ( chi distribuisce fondi chiede fedeltà elettorale ). Questo genera conflitti e divisioni perché nella maggior parte dei Consejos Comunales i rappresentanti negli organi eletti sono di diverse tendenze politiche.

Dopo aver descritto la situazione sorgono spontanee alcune domande. L’istituzionalizzazione dei Consejos Comunales e il loro finanziamento da parte dello Stato ha rappresentano un incentivo al loro sviluppo oppure un ostacolo alla creazione di autentiche organizzazioni di base?

I Consejos Comunales possono  rappresentare un passaggio tra il potere dello Stato e potere popolare o rappresentano una forma di controllo dello Stato sul popolo?

Risposte precise non ne ho ma credo che i Consejos Comunales possano rappresentare una palestra di autogestione e di assemblearismo e quindi di potere popolare.

Se è vero che l’elargizione di finanziamenti da parte dello Stato ha rappresentato un incentivo alla loro creazione e tal volta ha comportato un venire meno della tensione ideale e dei principi  rivoluzionari, è anche vero che ha favorito l’autogestione, ovvero che si passasse all’interno dei Conseyos da una fase decisionale ad una fase esecutiva dei progetti approvati dalle assemblee.

L’aspetto più importante di tale esperienza è l’assemblearismo, ovvero una concezione della politica che ripropone il modello delle polis greche in cui i cittadini nell’agorà si riunivano per prendere decisioni importanti per la comunità. Credo che tale concezione possa rappresentare il nostro futuro e la via per superare la crisi morale, politica ed economica che contraddistingue i nostri giorni. 

Tale modo di fare politica deve essere un esercizio attraverso il quale imparare ad ascoltare l’altro e il rispetto di punti di vista diversi, metodo che si rende necessario anche per la presenza di culture diverse nella nostra società. Tale laboraorio di democrazia è lo sforzo necessario per assicurare la partecipazione di tutti alla vita politica delle città, che diventano in questo modo comunità in cui ogni problema e ogni decisione rappresentano un fatto collettivo.

 Forme d’integrazione tra il potere politico istituzionale e il potere popolare, come i Consejos Comunales, possono rappresentare un graduale superamento della professionalizzazione della politica e favorire lo sviluppo di forme di autogestione dal basso.

 

                                                                                 Lorenza Pelagatti

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Un anno al Senato (*)   -  Recensione di Giacomo d’Angelo -  II parte

 

Se i “moribondi” del Petruccelli, in una fase storica che ignorava il suffragio universale e aveva il senato di nomina regia, erano rappresentanti di una minoranza di italiani, nel ’61 dei potenziali 418.696 elettori- cioè meno del 2% della popolazione- se ne presentarono 239.583, nel nostro affliggente oggi nelle elezioni politiche non rientra in parlamento la sinistra estrema, che per evitare la scomparsa definitiva non trova maniera più intelligente e più sinistra del frantumarsi in un pulviscolo di gruppuscoli tardosessantottini (“la frantumazione mortale della sinistra”, scrive la Menapace), mentre in Abruzzo il popolo sinistrese si evira del suo voto e consente ad una destra spettrale di riguadagnare a fatica la poltritudine di Palazzo Centi. Intanto come in una commedia di Beckett si attende che una magistratura torquemadesca tiri fuori qualche brandello di prova a otto mesi dal plateale arresto del governatore Del Turco, che a tutt’oggi  rimane incriminato soltanto per i racconti a ruota libera e in libertà del sedicente camerlengo, che faceva affari con la destra e con la sinistra. Un ultimo paragone tra i vecchi fusti di ieri e le catastrofi di oggi. Petruccelli scriveva: “ Su questi 438 deputati(quelli eletti nel ’61) vi sono: 2 principi; 3 duchi; 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci; 117 cavalieri, di cui 3 della Legion d’onore; 135 avvocati; 25 medici; 10 preti, 21 ingegneri, 4 ammiragli, 23 generali, ecc. Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento democratico! Vi è di tutto- il popolo eccetto”. Oggi, in pieno suffragio universale, con un parlamento di nomina partitica, quindi non popolare, potremo avere, se l’esempio abruzzese delle regionali troverà imitatori, un esercito di “moribondi”(tra cui il battaglione di legulei del Capo, che gli confezionano le leggi ad personam)che rappresenta un’abbondante metà degli italiani e anche  quella cospicua parte di popolo astensionista, che “voce non ha”, che forse non è mai esistito. Una situazione simile c’era in Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, dove  lo sterminio dei capi sindacali veniva così commentato:” A Macondo non è successo nulla. Né sta succedendo né succederà mai nulla. Questo è un villaggio felice”. Come l’Abruzzo, un tempo insula felix gaspariana, oggi pertinenza coloniale del Cavaliere, che vi sistema i suoi pretoriani: da ultimo l’Arturo Diaconale, catapultato dalla direzione di un giornale-fantasma alla guida del Parco Nazionale d’Abruzzo. Ma di quotidiani-fantasma, pagati dal pubblico denaro e introvabili nelle edicole, il centro sinistra ne ha tanti: “Il Riformista”, “Europa”, letto forse solo da chi lo scrive.

In questo contesto, disegnato in termini farseschi in un libro dal titolo omonimo da Leonardo Sciascia (anch’egli ebbe i suoi trascorsi di parlamentare)e attualmente per la sua drammaticità più somigliante al “Grand Hotel sopra l’abisso” di cui parlava Walter Benjamin, presentare un libro come quello di Lidia Menapace può apparire una spiritosa trouvaille neofuturista, nel clima di omaggio a Filippo Tommaso Marinetti e al futurismo (per ironia del caso, anche la Menapace nel ’68 scriveva di futurismo), un escapismo per esorcizzare l’incubo del Cavaliere invincibile e avanzante, un modo crepuscolare di nascondere la realtà leggendo le lettere dalle catacombe che nonna Lidia, ragazza del secolo scorso, ci racconta.

 

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E il suo filò-fabula si snoda fitto di fatti nella narrazione non solo dei lavori parlamentari ma delle iniziative collaterali qua e là per l’Italia in “viaggi sempre insidiati dalle coincidenze che scappano e dovendo cambiare treno più volte e la cosa è ansiogena”, ma generalmente rinfrancata dalla “sempre grande affettuosa ospitalità dei compagni e compagne”, dai rituali a lei graditi dei saluti agli addetti alla cucina, dagli incontri stimolanti con interessanti realtà locali( tra cui Chieti e financo Pescara, che si merita un aggettivo che oggi stride con la realtà canagliesca in cui avvenne l’evento) e dalle dormite in case di compagne: «il che- scrive- a me piace moltissimo poiché non dormo negli alberghi”. Sempre “stanca ma felice”-annota in una pagina del suo journal- “secondo una clausola tipica del diario scolastico”, ammirevole per l’entusiasmo giovanile che profonde nel suo peregrinare evangelico, ha raramente accenti tristi: talora ad es. nel racconto della sua campagna elettorale, che fa pensare a Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis, parla delle difficoltà “in un Piemonte conquistato dalla Lega nelle vallate che furono teatro della Resistenza”: e l’amarezza non nasce soltanto dal rimpianto di una stagione perduta.

I temi politici, le passioni e le urgenze morali che ispirano i suoi resoconti sono quelli del precedente Lettere dal Palazzo: la pace, la laicità(«La dimensione della laicità innerva i nuovi movimenti ed è una nuova speranza», scrive con slancio commovente), il femminismo(con «la sinistra che continua stupidamente e in modo suicida a non includere “mai” il femminismo tra le culture politiche che la arricchiscono», «amen!»- sospira quasi rassegnata- «non andrà da nessuna parte. Come diceva un motto appeso al collo:”La COSA ROSSA o femminista o nata morta”». Annota queste malinconie a proposito di una manifestazione a piazza San Giovanni ma l’umor nero dura poco perché si affretta a scrivere quasi per scacciare tristi pensieri: «ho visto il corteo che affluiva sicuro composto allegro attivo orgoglioso, insomma una cosa grande, chi non ci è venuto si è perso un pezzo della storia della  sinistra italiana, della sua ‘nuova’ incipiente storia». Era appena il 21 ottobre 2007, tenera Lidia, quantum mutatus ab illo!

La rincorsa inoltre che la Menapace affronta nel compito di maestrina dalla penna rossa verso le topiche, i privilegi fiscali, le ingerenze, gli errori storici, il tralignamento da posizioni etiche già affermate dal Concilio Vaticano II e da Paolo VI, le “encicliche reazionarie”, lo spettro del Sillabo di Pio IX, il neotemporalismo del papa, dei suoi giannizzeri, e del Vaticano nella politica italiana, in nome sempre del bene dei cattolici, mi spinge a definirla l’antiBinetti, la virtù civile del laicismo agli antipodi della medievale ciliciofera, ma poi mi correggo subito: la Binetti esprime il dogmatismo catafratto, il paolottismo- come lo chiamava Carducci dell’Inno a Satana- delle beghine, il rifiuto del dialogo, la übris dell’intolleranza non religiosa ma parrocchiale, mentre nella Menapace questa protervia non c’è, né ci sono ombre di fondamentalismo, né rischi di fanatismo.          (Giacomo d’Angelo)

 

(continua prossimo numero)

(*) "Titolo del libro  di Lidia Menapace- edizioni Tracce Pescara- recensito e presentato a Pescara  al Museo Vittoria Colonna   l'otto marzo 2009 ."

 

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Prospettive della “crisi” e insostenibilità politica dell’attuale “ordine giuridico del mercato”Mario Boyer – Pescara, 5 marzo 2009

 

 

-1           Lo slogan agnosticista-ateista “la notizia cattiva: dio è morto-La notizia buona: non ne abbiamo bisogno.” È metafora eloquente di quanto sta evidenziando la crisi economico-finanziaria in atto a livello mondiale con il suo gravame di licenziamenti di massa e di paura del futuro. Basta sostituire la prima locuzione con “il Pensiero Unico è morto”, e la seconda con “non sappiamo che farcene dell’idolatria del mercato”, per illuminare in profondità quanto la crisi globale mette a nudo. E cioè: 

            -il disvelamento del carattere non divino ma immanente e bugiardo della promessa capitalista di uno sviluppo economico “continuo e illimitato”;

            -lo smascheramento della falsa sacralità attribuita alla regole liberiste del mercato e al principio di massima competitività su cui sono incardinate. Oggi, l’ideologia mercatista propagandata e praticata in questi anni e che ha diffusamente ridotto il lavoro umano a merce, conduce all’esito della più grave “crisi” che abbia mai conosciuto la storia economica planetaria e ci consegna un mondo più insicuro, più povero, è più ingiusto.

 

            Dunque un risveglio brusco, rude, che tuttavia consente di storicizzare la globalizzazione nel suo vero portato, di riconoscerne il limite, di mettere a evidenza gli aspetti di illusione e di inganno del suo messaggio mitizzante.

            Di qui, anche e soprattutto, le necessità e l’urgenza di ricercare e sperimentare nuove strade che rendano davvero e concretamente possibile un “mondo nuovo”, nuovi sistemi di produzione della ricchezza non più fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla appropriazione privatistica dei beni comuni, a partire dai beni naturali, decidendoci fattivamente per l’”uomo animale sociale” di contro all’ideologia dominante dell’”homo homini lupus”.

 

-2      Le cose stanno proprio così, siamo davvero di fronte a un annuncio di tramonto del capitalismo alla luce dell’acutissima recessione globale in atto?

            Penso proprio di sì. Penso cioè che la “crisi”, con il suo Dna di “crisi strutturale” e di “crisi di sistema”,  segnali inequivocabilmente una riduzione della “provvista di futuro” a disposizione del sistema di produzione capitalistico mondiale.

            Questa “provvista”, che fino a ieri appariva avere davanti a sé un orizzonte di secoli, si è per così dire temporalmente compressa, stretta in una doppia morsa:

-la “sovracapacità produttiva” che esprime il sistema economico in essere a seguito del livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive mondiali (scienza, tecnologie, saperi, capitali), e cioè la capacità di produrre beni e servizi smisuratamente eccedenti la domanda mondiale;

-il livello insostenibile di dissipazione ambientale e di alterazione climatica già raggiunto e che le dinamiche mondiali delle produzioni e dei consumi in atto tendono ad aggravare ulteriormente spostandolo sulla soglia dell’irreparabilità e della catastrofe planetaria.

La sovracapacità produttiva per altro è tendenzialmente in espansione  per gli ulteriori sviluppi in corso del sapere scientifico e delle sue possibili applicazioni tecnologiche (biotecnologie, nanotecnologie ecc.) e presenta caratteri di incomprimibilità. A meno che non vengano poste limitazioni oscurantiste alla ricerca scientifica (altra cosa è il problema aperto della democratizzazione e de-privatizzazione dei saperi e dell’informazione scientifica!).

            Dunque è all’ordine del giorno l’imposizione dei limiti invalicabili entro cui contenere necessariamente le attività produttive e i consumi mondiali. Ma tutto ciò, (sovracapacità/sostenibilità) impedisce all’accumulazione capitalistica di obbedire alla legge

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fondamentale che la governa e di cui ne va della sua esistenza: la possibilità di crescita tendenziale del saggio di profitto. Possibilità che “è data” solo in un contesto di sviluppo economico illimitato.

-3        Guardando alle prospettive più ravvicinate della “crisi”, convince la previsione che il superamento dei suoi aspetti più acuti non possa avvenire nel breve periodo ma in un arco temporale più ampio (naturalmente alla condizione che la “cura Obama” venga più o meno generalizzata a livello mondiale).

            E tutta via la stessa terapia d’urto americana appare in grado di garantire alla “crisi” una sorta di stato di convalescenza piuttosto che una vera e definitiva guarigione. Valgano a questo proposito due considerazioni:

-          il piano americano (senza dubbio coraggioso, innovativo, ispirato al binomio equità sociale/riconversione verde dell’economia (in una parola, l’esatto opposto delle scelte dei governanti nostrani) ridistribuisce il reddito nazionale usando la leva fiscale, favorendo per questa via il rilancio della domanda interna. Ma, diversamente dalle risposte date alla crisi del ’29, quando i salari americani furono aumentati dalle imprese mediamente del 50%,  il piano lascia inalterato il primo e fondamentale livello di distribuzione della ricchezza prodotta, cioè la distribuzione del plus-valore (di marxiana memoria) tra profitti e salari. Il rilancio della domanda interna sarà dunque contenuto al solo aumento della spesa pubblica, con gli interrogativi del caso.

-          La messa al bando della cattiva finanza attraverso una rigorosa riscrittura delle regole e nuovi e più severe strumentazioni di controllo, se risolve in radice la questione della moralizzazione delle attività finanziarie e creditizia e di un più sano rapporto tra finanza e economia reale, sorvola su un’altra questione in campo: quale nuovo equilibrio tra finanza e economia. Appare infatti evidente che a una riduzione della liquidità per finanziare i consumi debbano corrispondere tassi di crescita prevedibilmente più bassi di quelli conosciuti in questi ultimi anni. Bassi salari e liquidità contenuta lasciano dunque intravedere un’uscita dalla recessione densa di problemi per l’occupazione e il lavoro e di incognite circa la consistenza e la stabilità della ripresa.

 

-4        In questo quadro oggettivamente incerto e preoccupante che rimanda a limiti e contraddizioni insanabili (in essere e in divenire) intrinseche al sistema di produzione capitalistica mondiale, assume centralità la questione di un nuovo e autonomo ruolo della “politica” rispetto all’”economia di mercato”.

            Appare cioè irrinviabile e prioritario innovare profondamente l’”Ordine giuridico del mercato” che oggi è incardinato, in tutti i paesi del mondo a partire dal nostro, sulla centralità dell’impresa e sul riconoscimento della preminenza delle sue ragioni e logiche produttive e di mercato rispetto ai diritti e alle tutele lavorative, sociali, ambientali.

            E’ il grande tema non tanto della democrazia economica, quanto il tema più generale della democratizzazione dell’economia.

            E’ in questione in particolare qui da noi, la necessità di rendere effettivamente sovraordinati per via e per forza di legge, i diritti e le tutele sociali e ambientali fondamentali, rispetto agli interessi privatistici dell’impresa e degli imprenditori. Si tratta dunque di rovesciare letteralmente l’Ordine giuridico in vigore che, con il suo corpo di leggi regolative/de-regolative, ha di fatto privatizzato gli strumenti di governo del collocamento e ha sottratto alla contrattazione collettiva spazio e poteri per arginare e limitare le scelte imprenditoriali di flessibilizzazione esasperata delle prestazioni lavorative e di precarizzazione selvaggia dell’occupazione (vedi legge Treu e legge 30). Come pure è in questione la legge Bossi/Fini sull’immigrazione, la legge che de-sanziona le violazioni sulla sicurezza del lavoro da parte dell’impresa, le nuove limitazioni al diritto di sciopero che si vanno legificando, le nuove normative in allestimento di liberalizzazione delle licenze edilizie…….. e via esemplificando la vergognosa subordinazione dell’”Ordine giuridico italiano” alle ragioni e interessi del mercato e del profitto (e delle rendite, dimenticavo)…, verso il traguardo di nuove e sempre più gravi ”crisi”.

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IL DIRITTO  ALLA  PIGRIZIA

Confutazione del diritto al lavoro

di Paul Lafargue

(Ottava parte)

 

 

Ahimè! Come pappagalli dell’Arcadia ripetono la lezione degli economisti: “Lavoriamo, lavoriamo per accrescere la ricchezza nazionale”. Razza di idioti! E’ perché voi lavorate troppo che l’apparato industriale si sviluppa lentamente. Smettete di berciare e ascoltate un altro economista – non è un’aquila, è soltanto il signor L, Reybaud, che abbiamo avuto la fortuna di perdere qualche mese fa:

 

“In generale, la rivoluzione nei metodi di lavoro si regola sulle condizioni della manodopera. Finché la manodopera fornisce i suoi servizi a prezzo basso, la si prodiga; si cerca di risparmiarla quando i suoi servizi diventano più costosi”(20).

 

Per forzare i capitalisti a perfezionare le loro macchine di legno e di ferro, bisogna alzare i salari e diminuire le ore di lavoro della macchina di carne e ossa.

            Le prove? Se ne possono fornire a centinaia. Nella filanda, il filatoio automatico (self acting mule) fu inventato e applicato a Manchester perché i filatori si rifiutavano di lavorare quanto in passato.

            In America la macchina invade tutte le branche della produzione agricola, dalla fabbricazione del burro fino alla sarchiatura del grano: perché? Perché l’Americano, libero e pigro, preferirebbe mille morti alla vita bovina del contadino francese. L’aratura, così faticosa nella nostra gloriosa Francia, così foriera di indolenzimenti, nell’Ovest americano è un piacevole passatempo all’aria aperta che si fa seduti, fumando tranquillamente la pipa.

 

 

A  NUOVA  MUSICA,  NUOVA  CANZONE

 

            Se diminuendo le ore di lavora si conquistano nuove forze meccaniche per la produzione sociale, e se si obbligano gli operai  a consumare i loro prodotti, si conquisterà un enorme esercito di forze lavorative.

            La borghesia, scaricata del suo compito di consumatore universale, si affretterà allora a licenziare la sua schiera di soldati, magistrati, parrucchieri, magnaccia, ecc. che ha sottratto al lavoro utile per avere un aiuto a consumare e sperperare.

            A quel punto, quando il mercato del lavoro sarà traboccante, ci sarà bisogno di una legge ferrea per vietare il lavoro: sarà impossibile  trovarne per questa genia finora improduttiva, più numerosa dei pidocchi. E poi bisognerà pensare a tutti quelli che provvedevano ai loro bisogni e ai loro gusti futili e dispendiosi.

            Quando non ci saranno più generali e lacchè da gallonare, prostitute nubili e sposate da coprire di trine, cannoni da forgiare, palazzi da costruire, si renderà necessario imporre con leggi severe alle operaie e agli operai delle passamanerie, delle trine, del ferro, delle costruzioni canottaggio igienico ed esercizi ginnici per il ristabilimento della loro salute e il perfezionamento della razza. Visto che i prodotti europei, consumati sul posto, non saranno più mandati al diavolo, bisognerà bene che i marinai, i facchini, i trasportatori si siedano e imparino a girarsi le dita. I bravi Polinesiani potranno finalmente darsi all’amore libero senza temere i calci della Venere civilizzata e i sermoni della morale europea.

            E c’è di più. Per trovare lavoro a tutti i disutili della società attuale, e per permettere

 

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(20) Louis Reybaud, Le coton, son régime, ses problémes, 1863.

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all’apparato industriale di svilupparsi indefinitamente, la classe operaia dovrà, come la borghesia, violentare i suoi gusti sobri e sviluppare indefinitamente le sue capacità di consumo. Invece di mangiare due o tre once di carne coriacea al giorno, mangerà delle belle bistecche di una o due libbre; invece di bere moderatamente il vino cattivo, più cattolico del papa, berrà grandi e profondi bicchieroni di bordeaux e di Borgogna, di quello senza battesimo industriale, e lascerà l’acqua alle bestie.

            I proletari si sono messi in testa di infliggere ai capitalisti decine d’ore di forgia e di raffineria: qui è il grosso errore, la causa degli antagonismi sociali e delle guerre civili. Vietare, non imporre il lavoro, di questo ci sarà bisogno. I Rothschild, i Say saranno ammessi a fornire la prova di essere stati, durante la loro vita, dei perfetti mascalzoni; e se giureranno di voler continuare a vivere da perfetti mascalzoni, nonostante il generale trasporto per il lavoro, saranno messi in lista e, nei loro rispettivi comuni, riceveranno tutte le mattine una moneta da venti franchi per  i loro piccoli piaceri.

            Le discordie sociali svaniranno. I benestanti, i capitalisti per primi, si schiereranno col partito popolare una volta persuasi che,  lungi dal volergli del male, vogliamo al contrario liberarli della fatica del superconsumo e dello sperpero da cui sono oberati fin dalla nascita.

            Quanto ai borghesi che non saranno in grado di provare i loro titoli di mascalzoni, li lasceremo seguire i loro istinti: esistono abbastanza mestieri disgustosi per sistemarli tutti. Dufaure pulirebbe i gabinetti pubblici, Galliffet potrebbe occuparsi dei maiali rognosi e dei cavalli impazziti, i membri della commissione di grazia, mandati a Poissy, marchierebbero i buoi e le pecore da macellare; i senatori, assegnati alle pompe funebri, farebbero i beccamorti. Per gli altri si troveranno mestieri alla portata della loro intelligenza. Lorgeril e Broglie potrebbero tappare le bottiglie di champagne – ma bisognerà imbavagliarli per impedirgli di ubriacarsi. Ferry, Freycinet, Tirard potrebbero schiacciare le cimici e i pidocchi dei ministeri e in altri locali pubblici. Bisognerà comunque mettere i denari pubblici fuori dalla portata dei borghesi, per paura delle abitudini acquisite.

            Ci prenderemo invece una dura e lunga vendetta sui moralisti che hanno pervertito l’umana natura: bacchettoni, infami, ipocriti

 

“e altre simili genie di gente che si è travestita per gabbare il mondo. Perché danno a intendere al popolo comune che essi si occupano solo di contemplazione e devozione, digiuni e macerazione dei sensi, salvo quel poco strettamente necessario a sostenere e alimentare la povera fragilità della loro natura umana: e invece fanno cacare. E Dio sa come! Et Curios simulant sed Bacchanalia vivant(21). Potete leggerlo a grandi lettere miniate sui loro musi rossi e sulle loro pance svaccate, se non quando puzzano di zolfo”(22).     

 

Nei giorni dei grandi festeggiamenti popolari, invece di ingoiare polvere come ai 15 agosto e ai 14 luglio dell’era borghese, i comunisti e i collettivisti faranno andare le bottiglie, trottare i prosciutti e volare i bicchieri, mentre i membri dell’Accademia delle scienze morali e politiche, i preti dalla gonna lunga o corta della chiesa economica, cattolica, protestante, ebrea, positivista e liberista, i divulgatori del malthusianesimo e della morale cristiana altruista, indipendente o sottomessa, costoro, vestiti di giallo, reggeranno il moccolo fino a bruciarsi le dita, faranno la fame accanto a donne gallesi e tavole colme di carne, frutta e fiori, moriranno di sete vicino a botti sturate. Quattro volte l’anno, al cambio delle stagioni, li legheremo a grandi ruote, come i cani degli arrotini, e per dieci ore li condanneremo a macinare vento. Gli avvocati e i legulei subiranno la stessa pena.

 

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(21) “Si fingono dei curii ma vivono come ai baccanali” (Giovenale).

(22) Pantagruel, libro II, cap. XXXIV.

 

(continua nel prossimo numero)

 

Presentato da Maurizio Marano

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LA  PAROLA  AI  TERREMOTATI!

Per  l’Autogestione  delle  tendopoli!

 

 

            Tutti parlano tranne i diretti interessati, cioè i terremotati. Loro sono i veri tutori dei propri interessi però non li lasciano parlare e vengono trattati dai giornalisti come bambini delle elementari. Tema: Racconta la giornata del terremoto! Oppure: Racconta la tua giornata in tenda! Come se avessero smesso di pensare! Con una tragedia apocalittica di queste dimensioni, tutti parlano discutono progettano sulle loro teste, senza che essi dicano niente sulle cause e sulle prospettive di questa catastrofe. Incredibile! Loro sono quelli che la hanno subita, vissuta e la seguitano a vivere sulla propria pelle. Le uniche cose che gli fanno dire sono i ringraziamenti alle “autorità” e gli elogi alla Protezione civile ed ai Vigili del fuoco.

            Alla beffa si aggiunge l’inganno. Prima sono stati beffati con la costruzione di case che dovevano essere antisismiche e non lo erano, adesso sono ingannati con la promessa che la ricostruzione sarà fatta nel pieno rispetto delle regole. Promessa resa ancora più meno credibile dal fatto che il terremoto si aggiunge ad una crisi già esistente, e diventa una crisi nella crisi. Figuriamoci che cosa ci può venire fuori! Secondo me, è meglio prepararsi al peggio! 

            Io non credo minimamente nella volontà e nelle promesse del governo e dello stato italiano. Fra poco si spegneranno i riflettori dei mass-media, ed il terremoto dell’Aquila verrà dimenticato. Allora usciranno fuori i “diavoli” dell’Inferno per corrompere tutto. Gli “angeli buoni” si tireranno da parte e si faranno avanti gli uomini grigi dell’apparato ministeriale dello stato.

            La mia è una previsione dettata dal pregiudizio? Esprime un eccessivo scetticismo nei confronti dello Stato? Non è vero, anzi penso che credere il contrario sia un eccesso di fanatismo. Mi auguro di sbagliarmi, però gli apparati statali lo dovranno dimostrare. Fino a quando non lo faranno io mi sento pienamente autorizzato a rimanere con le mie idee perché nel passato si sono comportati sempre in questo modo. Quindi la ragione è dalla mia parte.

            In questo momento tutti parlano di aiuto e di solidarietà, dal Vaticano al Governo, all’Unione Europea ed a tante altre istituzioni. Il Berlusconi logicamente recita la parte del primo attore in tutto questo teatro. Ma l’aiuto, ben venga, non è minimamente disinteressato: serve soprattutto a gettare fumo negli occhi della gente per non far vedere i veri responsabili del disastro ed a preparare le condizioni per i nuovi imbrogli e per avere voti. Una semplicissima osservazione: l’Unione Europea dice che ha stanziato 500 milioni di euro, il Vaticano 5 milioni ecc. ecc. …… e molti terremotati si stanno morendo di freddo perché mancano le coperte, le stufe,  la corrente elettrica ed anche le tende. Con delle somme tanto vertiginose si potrebbero comprare delle montagne di coperte…. Perché mancano? Dove vanno a finire questi soldi? Come vengono impiegati? Chi li amministra? Tutte domande destinate di fatto a rimanere senza risposta. Formalmente un qualsiasi ministro del governo, in qualsiasi momento, risponderebbe sicuramente con dei fogli  scritti e con delle cifre. Però la corrispondenza di questi fogli e cifre con la realtà non si verificherebbe mai perché sono loro stessi che controllerebbero i fogli le cifre e la realtà, per cui agirebbero come conviene a loro. Anche se le forze di opposizione  dovessero giungere a imporre un controllo, si arriverebbe alla nomina di una commissione  composta sempre da gente fidata del potere. Per cui non controllerebbe niente, le cose rimarrebbero come prima e l’inchiesta finirebbe in una “bolla di sapone”.  Sto dicendo qualcosa di nuovo? A me sembra di stare dicendo delle cose ovvie, vecchie ed ultra dimostrate. Ma allora perché la gente seguita a crederci? A questa domanda non so rispondere!

Comunque io inviterei tutti i terremotati ad avere la massima sfiducia nelle istituzioni ed a non credere alle promesse dei vari personaggi. La cosa migliore è “fare da sé”, cioè  autorganizzarsi  e prendere nelle proprie mani la situazione complessiva del presente per progettare da sola il proprio futuro. Le “New town” ed eventuali maggiori cementificazioni le lascerei per la villa di

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 Arcore del Sig. Berlusconi, ed invece mi preoccuperei  di ricostruire una bella città così com’era, pienamente al sicuro dai pericoli del terremoto, più razionale, con qualche casa in meno piuttosto che con qualcuna in più e con meno cemento.

            Per evitare la speculazione criminale ed imporre la ricostruzione a misura umana della città c’è una sola forza che può farlo: il popolo dei terremotati organizzato in forma autonoma ed autogestita. E’ uno sforzo non da poco, però possono fare appello al volontariato: i volontari per l’autogestione. Bisogna difendersi! Purtroppo, la lotta di classe non si interrompe con il terremoto. Gli sfruttatori sono sempre all’attacco. Per cui l’obiettivo dell’aiuto materiale è molto importante, ma il decisivo è quello umano sociale e politico: bisogna fare in modo che non ci siano più terremotati nella Storia, per lo meno in quella dell’Aquila. Per evitare che questa tragedia si ripeta è necessario uscire dalla logica del profitto privato e delle leggi del mercato, bisogna fare ciò che è necessario per la massa delle persone e non per gli interessi economici del gruppetto dei  capitalisti. Viene prima la vita umana e poi il profitto. Se le decisioni vengono lasciate alle istituzioni, queste ripeteranno la vecchia malefica storia, se invece si creano nuove istituzioni la storia può cambiare. E’ necessario che i terremotati  si autorganizzino  direttamente creando un proprio Consiglio di gestione della Tendopoli; possono eleggere vari delegati e formare il CONSIGLIO DEI DELEGATI DELLA TENDOPOLI; possono eleggere un delegato per ogni 50-100 persone, come riterranno opportuno gli stessi abitanti; i delegati sono eletti e revocabili dalle assemblee in qualsiasi momento; gli incarichi sono stabiliti a rotazione; la vera sovranità spetta all’assemblea; i delegati sono soltanto semplici esecutori.  

            Io penso che soltanto così si potrà raggiungere la vera partecipazione e decisione da parte di tutti i terremotati alla gestione della vita nelle tendopoli, riuscendo a gestire l’emergenza attuale che è piena di problemi, di tutti i tipi. Se si tiene presente che le tendopoli sono 32, con la presenza  di 33.000 terremotati, si può eleggere un delegato per ogni tendopoli e l’insieme dei delegati formerà il CONSIGLIO SUPERIORE DELLE TENDOPOLI. Sempre con lo stesso criterio della democrazia diretta e dell’autogestione si possono eleggere i delegati degli 800 terremotati che dormono nei treni alla stazione dell’Aquila, nonché i delegati dei 22.000 terremotati alloggiati negli alberghi lungo la costa abruzzese. Questi ultimi delegati si possono aggiungere ai 32 eletti nel Consiglio superiore delle tendopoli: formano un organismo ed una forza veramente rappresentativa di tutti, al di sopra della divisione  tra gli apparati della destra e della sinistra.  In questo modo si creano nuove istituzioni che agiscono in parallelo con quelle dello stato, con la differenza che non rispondono al potere capitalista ma a quello del popolo assembleare. Si viene a creare un contropotere che riduce le ingiustizie del potere. Sono questi nuovi organismi che devono autogestire i fondi economici, tutti gli aiuti, nonché i progetti, i controlli e la realizzazione delle nuove opere. Se non ci sono soldi sufficienti, pazienza, non fa niente, però senz’altro si può ricostruire una città con più giustizia democrazia e libertà. Questo non costa niente!

            I comitati che si sono costituiti o che si costituiranno, secondo me, potrebbero integrarsi in questa struttura ed anche contribuire a formarla. Il vero potere è nelle masse e, dal momento che diventa di tutti, il potere scompare come forza prevaricatrice e privilegiata per diventare un diritto paritario per tutti.

            Le persone nei campi non sanno che fare e sentono il bisogno di partecipare, come dimostra un  terremotato intervistato, ingegnere, che si è offerto di pulire i gabinetti e la moglie  di aiutare in cucina. Il responsabile del campo ha risposto che non era possibile perché “non sono assicurati”. Assurdo! E’ un malato di legalità: si dimentica che è stata distrutta una intera città per non rispettare le norme antisismiche, con la piena approvazione di tutte le istituzioni. Questo comportamento è doppiamente assurdo in una situazione di emergenza del genere in cui il modo migliore di riprendersi dal trauma subito è quello di partecipare attivamente alla vita dell’ambiente in cui si vive. Questo non avviene standosene zitti e buoni in un angolo e facendo Sì! oppure No! con la testa e poi gli altri decidono tutto. Partecipare significa che tutte le persone interessate decidono, fanno, controllano e realizzano. Specialmente in questo caso in cui è in “ballo” la sorte della propria vita, che non può essere delegata a nessuno.           

17/04/09                                                                                                                          Antonio Mucci

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DIEGO CAMACHO, SALUD!

 

di Giuseppe Bifolchi

 

Il 13 aprile è morto a Barcellona Diego Camacho. Nato in Almeria nel 1921, si trasferisce con la famiglia a Barcellona all'età di 8 anni. A soli 14 anni, nel 1935, inizia a lavorare nell'industria tessile ed entra nella CNT (Confederacion Nacional del Trabajo). Nel luglio del 1936, con l'inizio della guerra civile e della rivoluzione in Spagna, si arruola nella colonna Durruti e combatte sul fronte aragonese e in seguito a Barcellona dove, armi in pugno, partecipa agli scontri del maggio 1937 durante i quali vengono assassinati da agenti stalinisti, insieme a centinaia di anarchici e poumisti, Camillo Berneri e Francesco Barbieri. A seguito della caduta della Catalogna, nel gennaio 1939, fugge in Francia. Dopo qualche anno rientra clandestinamente in Spagna per cercare di riorganizzare la lotta antifranchista ma viene arrestato e recluso per dodici anni, dal 1942 al 1954. Torna poi da esule in Francia e può rientrare in patria solo alla morte del dittatore Francisco Franco.

 

Ho conosciuto Diego a Pisa una decina d'anni fa. Era un convegno su Rosselli, Berneri e la guerra di Spagna. Insieme a Gigi Di Lembo rimanemmo fino a tarda notte a chiacchierare, bere e, soprattutto Diego, fumare (fumava due pacchetti al giorno e più... certe sigarette spagnole pestilenziali). Fu come incontrare la Storia. Uno che le cose che hai letto sui libri le ha vissute in prima persona. Nel novembre del 2006 tornò in Italia per un breve ciclo di conferenze, una delle quali si tenne a L'Aquila.

 

Diego ha scritto diversi libri sulla rivoluzione spagnola, il più importante dei quali è la monumentale biografia di Buenaventura Durruti. Ne ha scritto da testimone e da storico non accademico (A undici anni mi sono trasferito a Barcellona per andare a vivere con mio zio. Lì ho frequentato per due anni una scuola razionalista, di quelle fondate da Ferrer y Guardia. Si applicava una metodologia moderna, si cercava di creare le condizioni per formare una coscienza rivoluzionaria. Due anni… Due anni di scuola in tutta la mia vita…)

Diceva anche “In Spagna non mi fanno parlare all’università. E non sono gli studenti, ma i professori a impedirmelo. Ripetono come pappagalli quello che gli hanno insegnato a loro volta i loro professori fascisti. Si insegna la filosofia, ad esempio… Ma la filosofia non si può insegnare. Bisogna essere filosofi. A me interessa soltanto la filosofia che insegna la vita, quella che impari vivendo”.

Si firmava con lo pseudonimo di Abel Paz e con i suoi numerosi libri ci ha sempre abituati ad una lettura incantata - e a tratti incantevole - della storia, sia che si tratti di una ricostruzione biografica, sia che riguardi la sua autobiografia di militante anarchico donchisciottesco.

 

Raccontava “Non sono stato mai così felice in vita mia come nei primi otto giorni della rivoluzione.
Le rivoluzioni sono sferzate che si danno contro la storia. Sono brevi, durano anche pochi giorni. E dovrebbero coinvolgere non un paese, ma un intero continente. Altrimenti succede come in Spagna, dove i paesi vicini si allearono per soffocarla. La rivoluzione spagnola è stata sconfitta militarmente dal franchismo, ma forse è nella disfatta che risiede la sua forza… Perché se fosse risultata vittoriosa si sarebbe trasformata in dittatura, come è

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successo a Cuba, o in Cina, o in Russia. La rivoluzione si è persa, ma è rimasta viva nella memoria della gente”.

C'è chi fa la storia e chi la vive. Il primo è portato necessariamente ad un distacco se vuole far sì che il suo raccontare serva a comprendere, analizzare e verificare i fatti/documenti storici. Il secondo è cosa viva con il racconto ed il suo scopo è quello di coinvolgere nella propria passione, travolgendo situazioni e personaggi in un turbinio emozionante. Nessuno dei due è in grado di dire/descrivere la verità. Pure soltanto a quest'ultimo è concesso raccontare la vita, arraggiandola se capita.

Nella sua autobiografia Diego racconta come, da poco giunto in una Barcellona infuocata dagli avvenimenti insurrezionali, si trovi immerso in essi e ci dà la possibilità di essere partecipi, attraverso i suoi occhi, di quel che succede, si tratti di una barricata, di una cucina popolare, di un ateneo libertario, di una collettività agricola, di un intero popolo in armi. Ma la descrizione del giovane Diego - sebbene aiutata e confortata dall'esperienza di un Diego più maturo e riflessivo - vuole anche lanciare uno sguardo sulle "opportunità sociali" che allora l'intero movimento anarchico iberico disponeva per realizzare il comunismo libertario e che le "opportunità politiche" prima frenarono e poi soffocarono definitivamente.

Non per nulla tutta la descrizione storica degli eventi spagnoli si snoda attorno alla questione cruciale dell'ingresso degli anarchici nella Generalidad catalana, prima, e nel governo nazionale successivamente. Il racconto autobiografico di Abel Paz descrive lo stato di tensione/emozione che attraversa le esperienze dei militanti anarchici, soprattutto rispetto a scelte operate dalle segreterie della CNT e della FAI che per un eccesso di prudenza, lealtà, attendismo nei confronti delle altre forze politico-sindacali spagnole finirono per accettare e far proprie decisioni che condussero la rivoluzione del `36 ad una progressiva sconfitta. In modo particolare l'autore ripercorre puntualmente i fatti salienti di questo processo di arretramento, individuando soprattutto nella morte di Durruti (20 novembre1936), così come nelle Giornate del maggio 1937, i momenti in cui deliberatamente le strutture organizzative del movimento libertario non se la sentirono di dar pieno sfogo alla pressione rivoluzionaria che allora - in modo particolare in Catalogna - poteva contare sul pieno appoggio delle masse.

Allo stesso tempo però Abel Paz ricostruisce il clima avvelenato - costruito ad arte dai comunisti spagnoli sotto la direzione completa ed assoluta degli agenti del Kgb sovietico -- che si respirava in quegli anni e che la velocità con la quale succedevano gli eventi non consentiva un chiaro e pacato ragionamento sul da farsi. Così da una parte gli "incontrollati", dall'altra parte i fin troppo "controllati" determinarono una situazione in cui il Movimento Anarchico Iberico perse la capacità di essere oltre che decisivo, anche determinante per il successo della rivoluzione sociale in Spagna.

Hanno sempre voluto demonizzare gli anarchici, ci hanno sempre dipinti con le corna, come dei diavoli. Ma la rivoluzione spagnola ha lasciato un’eredità profonda, nonostante abbiano voluto sotterrarne la memoria… Col tempo tutti sono cambiati, i franchisti si sono chiamati democratici… Solo noi anarchici siamo rimasti noi stessi”.

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Se questo è giornalismo ……

di Diderot

 

C'è qualcosa che non torna quando leggo sul Centro che una banca è stata condannata dal Tribunale di Pescara a risarcire per 600 mila euro alcuni risparmiatori  che avevano incautamente investito sui bond argentini abbagliati dagli alti  rendimenti sbandierati dalla banca e  a seguito di cattive informazioni avute dal banchiere  che non li aveva debitamente informati sugli alti rischi di tale investimento  .

Intendiamoci la sentenza è giusta e sacrosanta, ma le perplessità che riscontro sono dovute essenzialmente dal fatto che Il Centro non pubblica  il nome della Banca e del banchiere  perchè penso che i consumatori debbano essere sempre informati  e poi, per poter liberamente scegliere in libera concorrenza,  devono conoscere l'affidabilità dei fornitori, di qualsiasi genere, dalle banche , come in questo caso, alle marche di saponette.

E' un 'omissione quella del Centro che non depone bene per il giornalismo, e devo dar ragione, mio malgrado, a Grillo che  sostiene che in Italia si sa sempre  tutto prima senza  nessuno parla.

Anche la precisazione che il giornalista dell’Espresso, Primo Di Nicola, ha pubblicato sul Centro, a  a seguito delle sue dichiarazione al Convegno dell'Ordine dei giornalisti, in cui assolve il Centro- dopo una nota del giornale pubblicata il giorno dopo,  sui sospetti di parzialità d'informazione a proposito  della FIRA e sulla recente Sanitopoli, mi sembra tardiva e forzata, in odore di conflitto d’interessi ( Il Centro appartiene  alla Finegil  del Gruppo Editoriale L’espresso ) e Di Nicola lo sa bene.

Ecco un pessimo modo di fare informazione omettendo di parlare dei calzini sporchi di casa propria, quando è notorio che l’ex Direttore del Centro, Antonio del Giudice, è stato trasferito nottetempo e d’urgenza quando sono venute alla luce le sue omissioni giornalistiche sull’inchiesta FIRA che tanto ruolo ha avuto successivamente nella Sanitopoli abruzzese.

E' facile parlare, come nell' Amleto di Shakespeare,  con dovizia  del marcio in Danimarca, quando si sa il marcio lo abbiamo anche qui e se ne  omette di darne la paternità.

Non vorrei sentir parlare di garantismo d'informazione e della presunzione d'innocenza fino alla definitiva condanna ( in Italia dopo 30 anni e dopo che il reato è risultato prescritto) perchè non vedo mai che questo giornale adotta  la stessa linea  verso chi s'è reso responsabile di reati interessanti la cronaca spicciola.

A Pescara, dopo l’assemblea dell ‘11 dicembre 2006  in Consiglio di quartiere  2 in Piazza dei Grue , fu costituita l’associazione  marelibero i primi articoli a mia firma apparsi sul suo blog parlavano delle responsabilità politica  del Sindaco  Luciano d’Alfonso in quanto controllore mancato dell’operato dei tecnici comunali  in merito al saccheggio sulla spiaggia da parte di alcuni balneatori. Questi profetici articoli successivamente sono stati soppressi per lesa maestà, ma furono anche inviati al Centro per…. essere cestinati.

( Manzoni cantò “di servo encomio e di codardo oltraggio” :  nessun altro   verso  s’adatta di più alle inchieste postume del Centro su D’Alfonso , pubblicate solo a pentola scoperchiata )

Vorrei invitare Luigi Vicinanza direttore del Centro di Pescara  a rileggere le mie comunicazioni che ha  doverosamente cestinato e ignorato, quando parlavo delle concessioni edilizie rilasciate indebitamente a Pescara, sugli accordi di programma sui quali avevo co prodotto alcune osservazioni ed interrogazioni in Comune, sulle similitudini tra Montesilvano e Pescara, l'aver ignorato le iniziative di cui sono stato organizzatore e relatore circa la legalità a Pescara ed in Abruzzo, quando contrariamente invece ho assistito alla larga profusione di inchiostro sulle iniziative di facciata contro la Casta organizzate dalla ... stessa Casta pescarese e regionale ( sotto campagna elettorale- remember la conferenza con  Sergio Rizzo, quando il mio intervento fu etichettato il giorno dopo quale intervento di un provocatore ) , patrocinate dallo stesso giornale invitando ignari personaggi illustri,  attraverso un organizzatore professionista,  le cui iniziative sono state lautamente foraggiate e sponsorizzate con pubblico denaro .

Se s’incarica un maggiordomo all’acquisto dell’incenso per onorare il potere, le volute di  fumo potrebbero risultare sgradevoli e non odorose.

A Pescara, basta che il Sindaco o  l’assessore tal dei tali faccia un cenno, magari per parlare del libro dell’amico o della suocera, che il Centro sproloqui con paginoni con annessi nomi e cognomi dei maggiorenti della città, ignorando tutto il resto.

Fateci caso, le lettere alla Redazione , sono scritte sempre da quattro o cinque persone nelle grazie del Direttore,   magari ex politici in disuso  o amici di essi, facciamo i nomi?

 

Diderot

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”