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IL SALE - N.°90


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 9  –  numero 90   Marzo 2009 – Edizione Straordinaria

 

 

Sulla lotta delle tabacchine e la rivolta di Lanciano del 4 Giugno 1968

 

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Sommario

 

 

 

   Pagine 3, 4, 5 e 6       LA RIVOLTA DI LANCIANO

                                      di Antonio Mucci

 

 

                                      presentato da Lia Didero

 

                                      di Antonio Mucci

 

                                      presentato da Abruzzo social forum

 

                                                      di Luciano Martocchia

 

                                               di Moreno De Sanctis

                        

                                                        presentato da Lucio

 

                                                        presentato da Giuseppe Bifolchi

 

                                                        recensione di Giacomo d’Angelo

 

·         Pagine 18 e 19     IL DIRITTO ALLA PIGRIZIA                                                

                                                 presentato da Maurizio Marano

 

                                                        di Carmelo R. Viola

 

                                                        Di Diderot

 

                                                        De “Il Sale”

 

 

 


 
 

 

 

 

 

LA   RIVOLTA   DI   LANCIANO

 

Lo sciopero generale  del 4 giugno 1968

 

 

Per 40 anni non ho mai voluto scrivere niente su questo sciopero generale, avvenuto a Lanciano il 4 giugno 1968, a cui ho partecipato. Mi sono deciso dopo avere visto questa estate un’opera teatrale che parla della lotta delle operaie dell’Azienda Tabacchi e fa dei riferimenti a questo sciopero. Il titolo dell’opera è “Le tabacchine insorgono” ed è stata rappresentata a Lanciano il 12 luglio in Largo S. Lorenzo, il 13 nello spazio delle Torri Montanare. Il tutto era organizzato dall’”Associazione culturale l’Altritalia”, come parte di un programma promosso dalla Regione Abruzzo. Naturalmente non me la prendo con le tre attrici che hanno recitato molto bene, ma con il testo dell’0pera e con le persone intervistate, trasmesse tramite un video, che non hanno riflesso minimamente i fatti e lo spirito di quella giornata di lotta e di quell’epoca. Del 4 giugno quasi non se ne parla e, quel poco, viene fatto anche in maniera confusa.

 

Una operaia del tabacchificio intervistata dice : ”Il sindacato non poteva fare niente se non volevano i grandi del tabacco!”. Buona notte! Con questo spirito si poteva fare al massimo una processione!  Per fortuna il 4 giugno del ’68 erano pochissime persone a pensarla come lei, altrimenti la Rivolta  non ci sarebbe mai stata.

 

L’opera finisce dicendo: “Seme fatte ‘na rivoluzione!”. Nelle due giornate di recitazione si è verificato lo stesso fenomeno: il pubblico per alcuni momenti è rimasto muto perché giustamente non capiva cosa c’entrava la rivoluzione con tutto quello ch’era stato detto in precedenza. Dopo ha applaudito, quando ha visto che lo spettacolo era finito.

 

Secondo il testo teatrale La rivolta di Lanciano diventa la rivolta delle Tabacchine di Lanciano. Non è vero! La rivolta è stata fatta da tutta la popolazione  del paese. Allo sciopero generale del 4 giugno le operaie dell’azienda tabacchi vi hanno partecipato, ma ebbero un ruolo secondario. Il ruolo principale-fondamentale è stato svolto da un gruppo d’avanguardia di 50-100 persone che trascinò il corteo di oltre 8000 manifestanti,  nella distruzione del paese. Senza questo sciopero quasi insurrezionale, i dirigenti della fabbrica avrebbero portato avanti i propri piani di ristrutturazione e di licenziamenti, invece pochi giorni dopo accettavano tutte le condizioni poste dal sindacato per paura che si ripetesse quanto avvenuto.

 

L’opera teatrale segue una trama tutta  sindacalista ed operaista. Fa un’esaltazione del sindacato quando questo, pur avendo indetto lo sciopero ed essendo alla testa del corteo, poco dopo la sua partenza, vedendo la “piega” che prendeva la manifestazione, non seppe far altro che invitare i manifestanti alla calma, al rispetto della legge e della Costituzione. Poiché rimasero inascoltati, ripiegarono gli striscioni e si ritirarono “in buon ordine”. Scomparvero! Ricordo ancora adesso gli sguardi di odio che rivolgevano a noi che, al contrario, accettavamo con molto piacere  il clima di ribellione  che si faceva avanti.

 

Per cui quando si esalta il ruolo del sindacato, è sbagliato. Ebbe un ruolo molto conciliatore. Il sindacato era contrario a tutto lo svolgimento dello sciopero generale del 4 giugno. Non lo ha mai detto ma, di fatto, era così.

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Nell’opera c’è tutta una esaltazione dello spirito di sacrificio e di lotta delle tabacchine che occuparono l’azienda per 40 giorni, controllandola giorno e notte, allontanandosi dalle proprie famiglie. Si recita: “ Mi piaceva andare a lavorare!”. Concetto rispettabilissimo ma molto discutibile. Si dimentica completamente che il lavoro è sfruttamento, che il salariato o il dipendente rappresentano  l’ultima forma di schiavitù nella Storia, che la figura del bravo-lavoratore di oggi è l’equivalente del bravo-schiavo di 2000 anni fa. Per cui questa esaltazione del lavoro non la condivido minimamente. Sono espressioni di persone conservatrici e di retroguardia che non rispecchiano minimamente lo spirito della Rivolta e di quel momento storico. Anche io ho dovuto fare il “bravo-schiavo” nella vita per procurarmi da mangiare, ma non vi provavo nessun piacere, anzi sentivo di essere sfruttato e trattato ingiustamente. Mentre ho sempre provato piacere nella ribellione contro questa società e questo sistema.

 

Sempre nell’opera si racconta la solidarietà e l’aiuto che le tabacchine ricevettero da parte di tutta la popolazione. Indubbiamente fu così e meritano tantissimo rispetto, anche perché senza la loro lotta non ci sarebbero stati lo sciopero e la Rivolta. Gli avvenimenti si sommano, non si escludono. La Rivolta ha fatto fare un salto di qualità alla lotta delle tabacchine, mettendo sotto accusa non solo il padronato dell’azienda tabacco ma dell’intera società. Però la vera rivolta non è stata quella delle tabacchine perché di fabbriche occupate ce n’erano tantissime in quell’epoca. Da poco aveva chiuso la IME a Pescara, dopo un’occupazione eroica durata 30 giorni. Ciò non avvenne nell’Azienda Tabacchi di Lanciano grazie alla Rivolta.

 

Il fatto eccezionale è rappresentato dagli avvenimenti dello sciopero generale del 4 giugno che acquistarono risonanza nazionale e le prime pagine di vari giornali, per alcuni giorni. Da qui nasce la definizione di Rivolta. Era diventata un fatto storico.

 

Il  ricordo di questi avvenimenti del ’68 è stato organizzato in forma “morta”, cioè come se si trattasse di un avvenimento accaduto 400 anni fa (per esempio: la commemorazione di Giordano Bruno), mentre è successo solo 40 anni fa e la maggior parte dei partecipanti è ancora “vivissima”. Per questo motivo c’era tantissima gente alle rappresentazioni teatrali. Perché non si è fatto un microfono aperto a tutti, una assemblea per far riportare la voce e la testimonianza diretta di tutti quelli che vi avevano partecipato? Evidentemente gli organizzatori non lo volevano oppure il problema non se lo sono nemmeno posto, il che sarebbe altrettanto grave se non peggiore: non avevano cognizione della profondità dell’argomento che stavano rappresentando. Loro erano sulla superficie. Comunque rimane il fatto concreto che il microfono non c’era nemmeno. C’era solo quello personale, vicino alla bocca, delle tre attrici. Qualcuno può pensare che sto esagerando con le critiche e dire: “Nel fondo è meglio questo che niente!”. Non sono d’accordo: è meglio niente che questo. E’ meglio non ricordare per niente un avvenimento, che ricordarlo in modo distorto, ad “uso e consumo” della cultura di potere.

 

Io partecipai a questo sciopero insieme ad altri due compagni di Pescara. Facevamo parte di un gruppo trotskista facente riferimento alla IV Internazionale-Posadista. Intervenimmo per portare la nostra solidarietà alla lotta delle tabacchine e per divulgare le nostre idee ed il nostro programma in merito alla situazione. Avevamo già distribuito alcuni volantini e fatto brevi comizi davanti alla fabbrica occupata. Qui avemmo degli scontri verbali con i carabinieri che non volevano farci fare i comizi perché non avevamo l’autorizzazione. Un carabiniere ci prese le generalità dopo che un nostro compagno gli disse: “Te ne approfitti picchè ti su cappelle!”. La cosa piacque molto ai presenti e ci fece guadagnare autorità.

 

Inoltre avevamo preso contatto con un altro gruppo trotskista che c’era a Lanciano, facente riferimento anch’esso alla IV Internazionale, però diversa dalla nostra, il cui esponente principale in

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Italia era Livio Maitan, successivamente entrato in Rifondazione Comunista. Malgrado le divergenze politiche e le liti tra i nostri capi, con due-tre riunioni riuscimmo ad intenderci molto bene e ad intervenire insieme nello sciopero generale del 4 giugno.

La mattina dello sciopero portammo uno striscione, alcune bandiere, qualche cartello, un megafono e tanta buona volontà. Eravamo un bel gruppo, molto deciso, e ci collocammo all’inizio del corteo, subito dopo gli striscioni e la macchina con l’altoparlante del sindacato. Il clima era incandescente. Si gridavano slogan inneggianti al Vietnam (i Vietcong erano in piena offensiva contro gli americani), a Parigi (era l’epoca del “maggio francese”), a Valle Giulia (da poco c’era stato lo scontro studenti-polizia davanti alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma), all’unità studenti-operai (quella mattina era un “dato di fatto”), al potere operaio ecc. ecc. Tutti questi avvenimenti ed idee rivoluzionarie erano dentro la testa di tutti noi. Subito iniziarono gli scontri e, come ho detto in precedenza, l’apparato sindacale si mise da parte, per cui il corteo proseguì senza di loro e noi ci trovammo ad esserne la testa. Non ci dispiacque! Con i nostri striscioni-cartelli-bandiere-megafono-slogan costituivamo un gruppo compatto di 50-100 persone che aveva capito lo spirito la volontà e la rabbia di tutta la popolazione.

Il gruppo era composto principalmente da studenti ed operai, in maggioranza giovani. Esso svolse un ruolo di avanguardia e fu decisivo: dette l’impronta rivoluzionaria e trascinò la massa del corteo di oltre 8.000 persone. Determinò il salto di qualità da protesta a rivolta.

Il corteo si muoveva come “una furia distruttrice”: si rompevano i segnali stradali, i vetri del municipio andavano in frantumi, si occupavano i binari della stazione, si rompevano gli scambi delle rotaie dei treni, molte automobili venivano rovesciate, rottura della porta dell’Ufficio Tasse, le finestre del “Circolo degli amici” venivano prese a pietrate(il ritrovo dei borghesotti del paese), si suonarono le campane della Chiesa ad oltranza; ci furono subito scontri con i carabinieri che arrestarono alcuni dimostranti: questi vennero fatti scendere a forza dal furgone e liberati dalla gente; un furgoncino delle poste venne incendiato e si prese d’assalto l’Ufficio Postale, pieno di “crumiri” che non avevano scioperato, gli unici su 25.000 abitanti, raccomandati di ferro della DC dell’epoca. Demmo cinque minuti di tempo agli impiegati delle poste per abbandonare gli uffici, altrimenti saremmo entrati per farli uscire. Dopo nemmeno due minuti e mezzo erano tutti fuori. Ricordo che mentre davo questo ultimatum con un megafono un poliziotto mi si avventò contro. Per fortuna un suo superiore lo fermò, facendogli capire che non era quello il momento. Dal suo punto di vista aveva ragione! C’erano 8.000 persone pronte a difendermi! Il “momento buono” purtroppo sarebbe venuto dopo, come racconterò di seguito.

Dopo questo episodio delle poste, ci fu l’ultimo scontro con la polizia con lancio di Molotov e rilancio da parte dei manifestanti, scontri a tutti i livelli, “le forze dell’ordine” ebbero la peggio, un ufficiale dei carabinieri rimase ferito e, da quel momento, scomparvero, fino alla sera tardi.

Eravamo diventati i “padroni” di Lanciano. Tutto il pomeriggio trascorse in un clima surreale. Il paese era mezzo distrutto,  tutto in disordine, con la gente che girava da una parte all’altra senza capire né sapere che fare. In giro non si vedeva né un poliziotto né un carabiniere. Che era successo? Avevamo “preso il potere a Lanciano”? Sto scherzando ma non troppo! Certo è che le “Autorità” non si aspettavano uno sciopero così violento. Noi nemmeno. La differenza era che noi eravamo molto contenti, mentre loro erano molto  preoccupati ed arrabbiati.

Noi non sapevamo che fare: si parlava, si discuteva, giravano tante voci di tutti i tipi, alcune molto sospette.  “La presa del potere” è durata tutto il pomeriggio fino a circa le 10,30 della sera, quando avvenne l’episodio del “Cavallo di Troia”. Una colonna di furgoni della polizia, proveniente dal corpo speciale anti-sommossa di Foggia, si avvicinò lentamente al paese, gradualmente  si posizionò nella piazza principale. Quando c’erano tutti i furgoni, un poliziotto scende con un fischietto, emette un suono fortissimo, si aprono gli sportelloni posteriori dei furgoni, escono come belve tutti questi poliziotti e si mettono a dare manganellate a tutti: donne bambini anziani, chiunque si trovavano davanti. Era tornato lo “Stato democratico” che ristabiliva l’ordine degli sfruttatori ed il disordine economico-sociale-esistenziale degli sfruttati. Fu un vero macello! Non ricordo quanti feriti, molti non lo dichiararono nemmeno.

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Questi poliziotti fecero degli squadroni che si misero a percorrere le strade del paese, menando ed arrestando tutti quelli che si trovavano davanti. Arrestarono 48 persone che poi rilasciarono la mattina successiva. Io ed alcuni compagni ci salvammo quella sera perché all’ultimo momento una famiglia ci aprì la porta, ci fece entrare nella sua casa e poco dopo passava marciando lo squadrone dei poliziotti. A notte inoltrata riprendemmo la macchina e tornammo a Pescara.

Il giorno dopo ne parlarono tutti i giornali e si dava per concluso lo sciopero di Lanciano. Per noi del gruppo trotskista di Pescara non era così. Facemmo un nuovo volantino invitando a continuare lo sciopero, ad estenderlo ai paesi vicini. Altro non ricordo, purtroppo ho perso l’originale. Due giorni dopo, la sera del 6 giugno, io ed un altro compagno eravamo a diffonderlo sul corso di Lanciano. All’improvviso è arrivata una camionetta di carabinieri che ci ha caricati a forza e portati in carcere. Abbiamo buttato gli ultimi volantini rimastici dalla camionetta, lungo il corso del paese. La polizia perquisì le nostre case, le nostre macchine, le sedi dell’organizzazione a Pescara e Moscufo, e tutta l’organizzazione trotskista  venne accusata in base all’articolo 270, cioè di “organizzazione diretta a sovvertire l’ordinamento economico e politico dello Stato…”, l’articolo poi usato per accusare le Brigate Rosse. Siamo usciti dal carcere quasi 5 mesi dopo, grazie ad una amnistia generale imposta dall’ondata di lotte che si stava sviluppando in tutta Italia.

In base ai capi d’accusa avremmo dovuto fare 35 anni di carcere ciascuno. Scaricavano su noi due e sulla nostra organizzazione le colpe di tutto quello che era successo. Troppo sbrigativo! Indubbiamente dal loro punto di vista noi avevamo le nostre colpe ma, e qui è la differenza, noi eravamo dalla parte della giustizia, mentre loro no. Noi avevamo semplicemente fatto il nostro dovere di agire in coerenza con le nostre idee rivoluzionarie. Anche se, insieme ad altri, abbiamo svolto un ruolo di avanguardia in quella situazione, noi due non potevamo aver distrutto mezzo paese. Era tutto un paese che si era ribellato a causa della crisi economica e sociale che stava vivendo in quel momento. Nel fare questo si aggrappava alle idee rivoluzionarie di quell’epoca.

            La violenza rivoluzionaria di massa è un atto pacifico, anche se esercitato in forma violenta, il più pacifico che l’umanità abbia imparato ad esercitare perché il fine è la pace e la violenza è l’unico mezzo per poterla raggiungere. E’ il fine che, in questo caso, qualifica l’atto, non il mezzo. Lo stesso ragionamento vale per il chirurgo. La sofferenza che lui infligge con l’operazione è finalizzata al benessere della persona. E’ questo che qualifica l’atto, non è il dolore dell’operazione. Il chirurgo non è un sadico ma un guaritore. Stesso discorso vale per la violenza rivoluzionaria delle masse. Per cui non si può avere un atteggiamento di condanna della violenza delle masse di Lanciano, né tantomeno di “presa di distanza” o di ignorare quanto avvenuto, ma bisognava e bisogna ancora oggi soprattutto sforzarsi di capire le cause di quella ribellione ed apprezzarne il metodo usato per portarla avanti, visti i buoni risultati ottenuti.

Gli episodi che ho raccontato della giornata dello sciopero generale, sono quelli che io conosco. Sicuramente ce ne sono tanti altri a me sconosciuti. Per questo motivo sarebbe stato importante, secondo me, fare un’assemblea aperta a tutti i cittadini, invece dell’opera teatrale. Ne sarebbe venuto fuori un teatro-realtà, senza bisogno di attori, ricordato e rappresentato dai diretti protagonisti. Sarebbe stato molto più vero, istruttivo ed attuale. Sempre in tempo per farlo, se si vuole, anche perché i problemi non mancano, né tantomeno lo sfruttamento è finito. Sul territorio di Lanciano e dintorni incombe la minaccia della costruzione del Centro oli di Ortona che provocherebbe una distruzione dell’ambiente e dell’economia di tutta la zona. Sarebbe un danno molto più grande della chiusura dell’Azienda Tabacchi di 40 anni fa. Per questo motivo io penso che la Rivolta di Lanciano dovrebbe continuare con la Rivolta contro il Centro oli e con l’Autogestione da parte della popolazione di tutto il territorio interessato.

 

Antonio Mucci

 

 

 

 

 

Sindacalismo autonomo in Algeria: l'esempio del CLA                                                               

Achour Idir è un organizzatore del sindacato autonomo algerino Conseil des Lycées d'Algérie (CLA, Consiglio delle scuole secondarie d'Algeria). Ha 30 anni e vive in Algeri. In un paese segnato dalle stigmate del Partito-Stato, non è una cosa semplice mantenere la propria autonomia. Ecco un'intervista con un militante della lotta di classe, che si identifica con gli ideali rosso&neri di disobbedienza e di resistenza.

*Achour, ci puoi parlare della tua organizzazione?*
Il CLA è un sindacato che opera nel settore scuola e raccoglie insegnanti della scuola superiore, sebbene in linea di principio esso partecipi alle lotte in tutti i settori. Il CLA è stato fondato nel 2003 e basa la sua piattaforma su 3 precise richieste:
  * aumento degli stipendi del 100%
  * la definizione di uno statuto dei docenti
  * una pensione decente dopo 25 anni di servizio.
Oggi il CLA rappresenta oltre 15.000 insegnanti. In Algeria, il mondo sindacale della scuola è burocratizzato e corrotto, per cui il CLA si pone come credibile punto di riferimento sulla base della stretta connessione delle nostre proposte con la lotta di classe.

*A quali lotte ha finora partecipato il CLA?*
Nel 2003, appena nato, il  CLA organizzò uno sciopero basato sui 3 punti di cui sopra. Lo sciopero durò tre mesi e conseguì qualche successo, riuscendo ad ottenere un aumento degli stipendi pari a 5000 dinari (/circa 50 euro attuali, ndr/) per tutti i lavoratori della scuola. Un'altra iniziativa del CLA è stata nel 2005 la presenza all'interno del movimento della "Intersindacale della Scuola", una coalizione dei sindacati più conflittuali del settore scuola. Il movimento si è poi ripresentato nel 2006, nel 2007 e nel 2008, anno in cui si è trasformato in "Intersindacale della Funzione Pubblica", comprendente quindi non solo i sindacati scuola (come il SATEF), ma anche quelli dei servizi pubblici (come il SNAPAP). Nell'estate del 2008, abbiamo fatto un difficile sciopero per gli insegnanti a tempo determinato, e gli scioperanti non hanno esitato a fare uno sciopero della fame per 45 giorni. Ma senza nessun risultato. Ora stanno pensando di fare un altro sciopero della fame durante le vacanze di primavera, a partire dal 19 marzo.

*Ci puoi dire qualcosa sul movimento sindacale in Algeria?*
Per un lungo periodo il movimento sindacale in Algeria ha fatto riferimento ad una sola centrale - l'UGTA. L'Union Générale des Travailleurs algériens (UGTA - Unione Generale dei Lavoratori Algerini) è stata fondata il 24 febbraio 1956 ed è stata il primo sindacato algerino. E' scaturita dal movimento di liberazione nazionale, sebbene
non fosse controllata dai politici rivoluzionari. I suoi membri fondatori erano fondamentalmente sindacalisti algerini della CGT (Confédération Générale du Travail) e della CFT (Confédération Française des Travailleurs). E' importante sottolineare che l'UGTA si sviluppò ai margini del movimento politico. Questa autonomia sarebbe durata solo fino all'indipendenza del paese. Dopo di chè l'UGTA divenne parte dell'apparato statale in Algeria, controllata da quelli al potere. E' l'unico sindacato legale che il governo riconosca.In contrasto con questo sindacalismo integrato, c'è anche quello che viene chiamato sindacalismo autonomo, di cui fa parte anche il CLA. Ma questo tipo di sindacalismo non ha vita facile, dato che la libertà di movimento in Algeria è molto limitata. Tutti gli scioperi indetti da organizzazioni del lavoro che non rientrano nei piani delle autorità vengono sistematicamente dichiarati illegali. I sindacalisti vengono arrestati dalle forze armate ed imprigionati.  Non riusciamo a trovare delle sedi per le nostre riunioni, nè la nostra organizzazione ha il riconoscimento ai fini della rappresentatività. Su questo, il potere non ci dà nessuna illusione. L'Intersindacale della funzione pubblica rappresenta la corrente combattiva del sindacalismo algerino. Questo spinge il potere in Algeria ad usare stratagemmi originali per screditarci. Sono arrivati a creare dei loro propri sindacati "autonomi", vere e proprie copie di quelli veramente autonomi. Infatti, esistono dei cloni: un clone del CLA, un clone del SNAPAP. In questo modo sperano di creare un po' di confusione.

*Esiste una tradizione anarco-sindacalista o  libertaria in Algeria?*
Non c'è nessun sindacato che si definisce apertamente come anarco-sindacalista. Comunque, ci sono molti militanti anarco-sindacalisti che sono iscritti ai vari sindacati. Probabilmente non siamo in tanti, però esistiamo.

*Ci puoi dire in poche parole qual è la sitazione sociale in Algeria?*
La situazione sociale è segnata da un estremo livello di povertà. In generale, la maggior parte delle famiglie ha un reddito che gli basta per le spese solo per 15-20 giorni al mese. Nell'ultima settimana devono arrangiarsi alla meglio. Molti lavoratori sono seriamente indebitati.Il tasso di disoccupazione sta toccando il 17% ed è ancora più alto tra i giovani.Nel settore pubblico (un settore che è tuttora dominante nella Algeria "socialista"), molti impiegati sono a tempo determinato. La corruzione è legalizzata a tutti i livelli dello Stato.

 

*Sebbene la maggior parte dell'economia algerina sia sotto il controllo statale, esiste pure un settore privato. Qual è la situazione sindacale in questo settore?*
Il sindacalismo nel settore privato risulta non-esistente. Questo è dovuto fondamentalmente al fatto i lavoratori del settore privato hanno contratti a breve termine. Per la verità, essi lavorano spesso in nero, senza nessun contratto, senza essere dichiarati. Questi lavoratori si trovano perciò in una posizione debolissima. Hanno paura di perdere il posto di lavoro se si sindacalizzano.

*E per finire, Achour?*
Il CLA dà la sua solidarietà a tutte le lotte sindacali a livello nazionale ed internazionale. Sosteniamo tutte quelle cause che puntano a creare maggiore giustizia sociale. Siamo fermamente convinti che solo la lotta paga. Avanti con la lotta di classe!
/Intervista a cura di Jérémie Berthuin della Segreteria Internazionale della CNT francese. Traduzione in italiano a cura della FdCA- Ufficio Relazioni Internazionali/

 

Presentato da Lia Didero

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LA  RIVOLUZIONE  SI  FA  PER  AMORE

 NON  PER  RABBIA!

 

 

La rivoluzione per rabbia ha già fallito da tempo soprattutto perché partiva da un presupposto sbagliato: prima la rivoluzione e la presa del potere, poi l’emancipazione. Si deve invertire questo presupposto. La rivoluzione non si fa per vendicarsi delle angherie e dei soprusi subiti ad opera delle persone al potere. Momenti di violenza per reazione alle sofferenze ed alle ingiustizie subite la massa li ha sempre avuti e continuerà ad averli. Sono molto comprensibili, molto giustificabili ed inevitabili. Però devono durare poco: oggi, dopo tantissime esperienze vissute, il meno possibile. La rivoluzione si fa non per portare gli sfruttati al potere e sfruttare gli ex sfruttatori,  ma per emancipare tutto il popolo. Poiché sarà impossibile convincere tutte le persone, particolarmente quelle della classe dirigente e privilegiata, alla fine si dovrà ricorrere alla violenza di massa per abbattere l’apparato del potere.

 

In Italia c’è stata l’esperienza delle Brigate Rosse e di altri gruppi armati, cioè di una ribellione basata soprattutto sulla rabbia. Oggi nelle assemblee, principalmente quando ci sono giovani, si sente spesso parlare di “rabbia” nei confronti dei governanti. Berlusconi ha un atteggiamento ed un linguaggio coscientemente provocatorio. La crisi economica e sociale molto profonda spinge la gente verso la disperazione. Sicuramente ci saranno scoppi sociali e politici. Bisogna stare attenti a non ricadere nella trappola della fine degli anni ’70! Il potere spinge verso la rabbia e la violenza perché su questo terreno è sicuramente vincente: ha un apparato repressivo poderoso. Mentre nei confronti della ribellione fatta per amore umanitario il potere è disarmato, va soggetto a disgregazione e quindi è perdente perché non può contrapporre l’amore in quanto non ce l’ha. Nessun potere l’ha mai avuto!

 

L’amore per l’umanità è un pensiero che abbraccia tutti gli esseri umani e li considera fratelli e sorelle, tutti uguali. Trascende il concetto economico, nonché quello della capacità intellettuale e fisica, della razza, della patria e della religione. “Siamo tutti uguali di fronte a Dio!”, dice la religione. Il materialismo storico, che io condivido, dice: “Siamo tutti uguali di fronte al progresso umano!”. Questa necessità ed aspirazione ci accomuna tutti!

 

L’amore è la risposta alla crisi. Non bisogna farsi trascinare nella decadenza e nell’immoralità dalla classe borghese. L’avidità è il sentimento che sta distruggendo il mondo, l’amore è quello che lo può salvare. Esso è la soluzione ai problemi economici-sociali-politici perché è l’antidoto al principio del profitto privato. I governi, in questa crisi, si preoccupano di dare soldi soltanto alle banche, nemmeno agli industriali, per non parlare dei milioni di lavoratori buttati per la strada, di cui se ne fregano  completamente. Mentre il principio dell’amore si preoccupa di tutti perché sostituisce la logica del profitto privato con quella del profitto collettivo, include tutti e vuole il bene di tutti. L’amore per l’umanità  non è un amore romantico-astratto-idealista punto primo perché ha un’applicazione programmatica concreta in tutti i settori dell’economia, della società e della politica; punto secondo perché è legato alla natura, di cui facciamo parte come specie. Viviamo allo stesso modo: abbiamo tutti gli stessi bisogni vitali ed interessi vitali. Per cui l’amore umano è dentro di noi,  nella nostra coscienza. Anche se l’attuale società  è in piena decadenza morale, non vuol dire. Le società passano ma l’essere umano, dal punto di vista naturale, rimane sempre uguale.

 

Bisogna capire e sentire che sono migliaia di anni che l’intera umanità cerca di eliminare  l’ingiustizia che opprime le classi povere del mondo. Malgrado tutte le sofferenze, i cataclismi naturali, le epidemie spaventose e le guerre a catena questi miliardi di esseri umani sono riusciti a non abbrutirsi ed a trovare la forza e l’intelligenza di superare tutte queste difficoltà. Nello stesso tempo sono stati capaci di reagire ai regimi più spietati ed oppressivi della Storia. Con questo comportamento storico hanno trasmesso forza e fiducia in se stessi a tutte le generazioni successive. Per cui il sentimento di commozione e di pietà per i poveri si è unito a quello dell’ammirazione. Si è creato nelle persone un misto di sentimenti fatto di pietà e di ammirazione, che genera reattività di fronte a questa situazione che non viene vissuta

 

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passivamente ma, anzi, come uno stimolo alla ribellione contro gli oppressori ed all’amore verso questi esseri umani, che soffrono e si ribellano nello stesso tempo. Meraviglioso!

 

Sono stati questi sentimenti la molla che ha spinto Marx, Bakunin e tantissimi altri uomini e donne a costruire, per la prima volta nella storia, la scienza e l’azione rivoluzionaria. Essi hanno visto e sentito le masse come esseri umani, uguali a loro, fratelli, quindi affratellati dalla necessità di vivere nel modo migliore  e non dalla finalità della morte e di una vita extra-terrena, come fa la religione. Con questa concezione l’amore per gli esseri umani e per se stesso diventano la stessa cosa. Siamo tutti esseri umani. Non si può voler bene a se stesso senza volerlo agli altri e viceversa. E’ questo cemento che forma l’amore umano. Non si può vivere felici finchè ci sarà un altro essere che ti chiede l’elemosina o che tu devi chiederla all’altro, oppure soffrire o veder soffrire ingiustamente. Il sentimento della pietà non si può abbandonare mai fino a quando ci saranno la sofferenza, la miseria e la morte ingiusta. E’ un sentimento vitale interiore. Vitale perché è una molla che ti stimola, da un senso alla propria vita. Non è pietismo perché lottando per l’altro aiuti te stesso, diversamente non vivi, sopravvivi.

 

Non è piacevole passeggiare per il Corso Umberto di Pescara: si cammina in mezzo a due ali di poveri, di tutti i tipi. C’è chi vende le collane, gli Africani vendono i CD, i Romeni suonano, ragazzine che ti chiedono l’elemosina, qualcuno zoppica e non si sa se finge, gli Italiani chiedono spiccioli per la droga o per bere e tantissime altre forme di povertà e di degrado umano. Io non faccio l’elemosina perché sono contrario per principio, però mi viene la commozione e la tristezza  verso tutta questa povera gente. Avevano detto che a Pescara era scomparsa la povertà….. Sta tornando peggio di prima perché i rapporti umani sono  peggiorati rispetto all’epoca del dopoguerra, quando la povertà era un fenomeno di massa. 

 

L’amore per gli esseri umani non vuol dire aiutare 6 miliardi di persone. Siccome questo una persona non lo può fare, si deduce che sia cattiva, oppure indifferente. Deduzione contraria: siccome il Vaticano, i governi e varie associazioni mandano soldi e fanno tante “opere di bene” per i poveri del mondo, si deduce che queste persone siano buone. Niente di più falso! Punto primo perché il vero concetto dell’aiutare è espresso molto bene da un vecchio proverbio cinese: “Non regalare il pesce ma insegna a pescare!”. Punto secondo perchè il pietismo non è un sentimento umano ma un business, un affare, una ideologia su cui hanno istituito un potere. Il pietismo è un potere per il Vaticano e per coloro che lo praticano, così come lo era il Comunismo per l’URSS e per i partiti comunisti. I primi hanno fatto del sentimento della pietà una propria esclusiva qualità, cioè una proprietà privata; i secondi avevano fatto la stessa cosa con l’idea comunista.

 

Sono convinto che molti di quei denari che vengono inviati tramite beneficenza sono usati dai governanti dei paesi poveri per acquistare armi e farsi le guerre. E’ tutto un imbroglio! Costruire ospedali e scuole per “solidarietà”, in Africa o in altre parti del mondo, è diventato un affare su cui traggono profitto, lavorano e vivono centinaia di migliaia di persone. Vedi la FAO, l’UNICEF e tantissimi altri organismi similari: sono tutti organismi di potere che antepongono il proprio interesse alla sopravvivenza a quello dei poveri. Si possono pure fare queste opere, ben vengano, però con la finalità di abbattere il potere in questi paesi, altrimenti si inganna la povera gente, la si illude che gradualmente si possano risolvere i loro problemi. Non è vero perché mentre l’ospedale cura 5 persone, il sistema dello sfruttamento e della miseria ne ha fatto ammalare altre 50. Per questo meccanismo la popolazione africana è in uno stato di salute e di miseria che peggiora tutti gli anni. Questo è uno dei motivi per cui si buttano sempre di più sul continente europeo.

 

Stesso discorso basato sull’amore umano e non sul pietismo si dovrebbe fare con gli immigrati in Italia: non aiutarli a integrarsi nel sistema ma a ribellarsi ad esso, insieme a noi. Siamo tutti sfruttati. Siano benvenuti per questa finalità. “Benvenuto qua!”, come dice la canzone “L’opportunità”, presentata al Festival di San Remo. L’augurio reciproco è che si esca dalla crisi aprendo le porte agli immigrati e buttando fuori i padroni, non solo dall’Italia ma dal mondo intero. In un modo o in un altro, prima o poi, io credo che si andrà verso questa soluzione. Non ne esiste un’altra! Diversamente l’alternativa è che anche noi scenderemo ai livelli economici e sociali degli Africani. I capitalisti lo vorrebbero ma i popoli europei, con il progresso tecnico-scientifico che hanno raggiunto e con la tradizione rivoluzionaria marxista ed anarchica, non lo accetteranno mai! 

 

Antonio Mucci

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ACQUA BENE COMUNE STOP PRIVATIZZAZIONE

Lunedì 9 marzo Mailbombing

su componenti Commissione Ambiente Camera dei Deputati

Le audizioni per la legge d’iniziativa popolare verranno definite nella prossima riunione dei capigruppo della Commissione Ambiente che si terrà il 10 Marzo.

 Il ritardo di tale passaggio è dovuto essenzialmente all’ostruzionismo che i componenti della Commissione stanno facendo non presentando la propria lista di audizioni in merito.

Qui trovate le e-mail dei parlamentari (40) soggette al mailingbombing e la lettera da spedire

http://www.acquabenecomune.org/spip.php?article5716

 

Fermiamo il governo Berlusconi sulla privatizzazione dell’acqua

Sosteniamo la legge d’iniziativa popolare sottoscritta da 400.000 cittadini

ben 8 volte il numero minimo di firme necessarie!

 

PASSATE PAROLA!

concentriamoci tutt* sulla giornata di lunedì 09 marzo

basta un semplice copia incolla! 

Il 22 Gennaio 2009 è iniziata la discussione parlamentare

sulla proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

http://www.acquabenecomune.org/spip.php?article211

 

Report riunione Coordinamento Nazionale Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

http://www.acquabenecomune.org/spip.php?article5686

 

 

Presentato da Abruzzo social forum

 

 

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Che succede a sinistra?

di   Luciano Martocchia

 

 

L’ultima scissione avvenuta a casa Rifondazione Comunista, con Niki Vendola che,   sconfitto all’ultimo congresso del partito ne forma un altro , ci pone un serio interrogativo : si trova normale dividere ancora e parcellizzare la residualità di un blocco sociale antagonista e d’opposizione, ma normale non è. Ed ora, se elenchiamo le sigle avremo, Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi, ( ma ci sono ancora?) Sinistra Democratica, e la nuova formazione vendolbertinottiana  Sinistra e Libertà (ma non poteva evitare di scimmiottare Berlusconi ?) con un logo alle europee ricalcante il tricolore, con  nel simbolo, metà rosso con la scritta Sinistra  e metà in verde con la scritta Libertà, in fondo bianco con  in piccolo anche i loghi dei gruppi europei di riferimento, e quindi la rosa del Partito socialista europeo, il Sole che ride dei Verdi e il richiamo al Gue (la sinistra radicale a Strasburgo).

E quindi i partiti della sinistra sono cinque, dico cinque, ma se ci mettiamo anche quelli della sinistra critica ecc., arriveremo a sei , sette, forse otto (suicidio politico).

E poi, Vendola, non rispettando la democrazia congressuale che lo ha visto sconfitto,  vorrebbe riprendersi il partito e toglierlo a Ferrero e la sinistra si frammenta di continuo, per alcuni torti e un paio di ragioni. I torti pesano di gran lunga di più, perchè assecondano pigrizie meschinità e desideri  immediati, desideri di protagonismo,  o di breve prospettiva. Si può dire che si frammenta per miopia mentale ed etica. Vendola sa bene che scaduto il suo mandato di Governatore della Puglia non verrà rieletto e che la sua carriera politica è in forte declino, pertanto non trova di meglio che proporsi quale leader di una nuova formazione politica destinata ovviamente ad arricchire la schiera dei partiti dello zero virgola.

Il guaio è grosso perchè molto spesso modi siffatti rendono impossibile un qualsiasi discorso. Il migliore esempio di tale grossolana miopia sono i dibattiti che avvengono non nel merito, ma sull'uso di parole che diventano icone , insomma che impediscono il pensare tipico chiuso solo nell' ideologia (a voler dare una spiegazione "nobile").

   

Nulla sullo stato della situazione attuale di crisi  e nemmeno si ha voglia di costruire un luogo di dibattito serio: è una crisi congiunturale? E’ strutturale? Dipende dalla finanziarizzazione dell'economia o da errori  rimediabili? Su questo bisognerebbe discutere.

Personalmente penso che si tratti di una crisi strutturale e che da molti indizi  si possa cominciare a credere che sia  l'inizio della crisi finale del capitalismo: durerà con alterne vicende molto a lungo, Bisogna  avere almeno un luogo in cui si possa discutere sulla natura della crisi e sugli sbocchi che si vorrebbero determinare, come  la via riformista, o la   costruzione di una complessa ipotesi rivoluzionaria , sono temi che noi non siamo capace di darci o  discuterli e costruirci sopra un blocco coeso.

 

Luciano Martocchia

 

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LA FATTORIA DEGLI ANIMALI.

 

    Se ho una torta e siamo in dodici persone, la ragione vuole che dividiamo questa torta per dodici, cosicché possiamo mangiarne tutti un po’. Senza dividere le parti in maniera diseguale, perché altrimenti qualcuno non mangerà, qualcuno si, qualcun altro troppo.

Credo sia semplice, un’equa distribuzione delle ricchezze.

    Guardate le formiche, quando sono intorno ad un cumulo di sabbia, ce ne sono tantissime e a noi sembrano tutte uguali, indistintamente. Beh io penso che lo siano anche gli uomini. Lo sono ancor di più nella sofferenza e nella malattia. La sanità dev’essere di alta qualità, gratuita e per tutti indistintamente.

    Le frontiere non devono esserci, per le cose così come per le persone.

Così accade per gli uccelli ad esempio, vi immaginate se recintassimo il cielo delle nazioni per mettere una dogana dei volatili ed impedirgli il libero volo!

Ecco questo ci sembra impensabile ma noi l’abbiamo fatto per le persone.

    Ho visto molti animali litigare,  azzannarsi mordersi calciare, ma non ho mai visto alcun animale armato contro un altro animale. Non ho mai visto alcun animale che dichiara guerra ad un'altra specie o a un suo simile con carri armati e bombe ed allora ho capito a che punto di deficienza è  arrivato l’uomo con la sua intelligenza.

    Tra gli esseri viventi che non siano umani esiste un valore delle cose, certo che esiste, il cibo, l’acqua, l’aria, lo spazio vitale… tutto ha importanza, ma nessuna specie deficiente come l’essere umano si è mai immaginato di mettere un valore al valore delle cose.

Noi l’abbiamo fatto inventandoci il denaro, buffo, no? Io direi terribile.

Questo ha determinato la disparità di accesso alle risorse del pianeta da parte dei suoi abitanti e alla ricattabilità dei singoli in ogni componente della loro vita materiale e non.

    Se tutto ha un prezzo, anche il tempo… ecco, il tempo. Qualunque essere vivente si sveglia, magari all’alba o per qualunque altro motivo, ma assolutamente nessuno perché sono le 7 di mattina e si deve timbrare il cartellino ecc. ecc. anche questo mi sembra abbastanza idiota. E poi conteggiamo tutto, questa mania scientifica del vivere ci ha portato a misurare tutto, troppo: l’ascolto, l’amore, l’impegno, la concentrazione, lo sforzo…  uffa!

E poi c’è il lavoro, quelle ore della propria vita che gli occupati cedono ogni giorno a qualcun altro perché li rifornisca del denaro necessario ad accedere alle risorse che impropriamente ripartiamo.

Ma se la durata di un’ora è uguale per tutti al mondo, perché non lo è il valore dell’ora di vita che ognuno cede per lavorare?

    Cerco un parallelo nel mondo animale che possa avvicinarsi alla nostra seppur diversificata concezione del “lavoro”, ma non sono riuscito a trovarla, mi dispiace.

    Scrivo di tutto questo, e potrei scrivere di tanto altro, non per fare l’intellettuale da quattro soldi ma perché credo davvero che molte “invenzioni” dell’uomo, seppur in buona fede, abbiano alla lunga condizionato negativamente la sua esistenza, deprivandola della sua naturalezza, naturalezza che riesco a trovare in tutto il resto ma molto poco nei miei simili e in ciò che hanno prodotto.

Forse perché il “progresso” è stato utilizzato non per il bene comune (esseri umani e non) ma come mezzo di sopraffazione degli uni sugli altri.

L’uomo ha fatto della terra, dell’universo, degli altri esseri viventi un mondo a parte come se ci fosse da una parte “l’uomo” e dall’altra parte “il resto”. E questo io credo sia profondamente falso.

Credo invece che il ritorno alla natura sia l’unica via che ha l’essere umano per capire e capirsi, per ritrovarsi, insomma, per guardarsi allo specchio e riconoscere ancora un essere vivente.

 

Moreno De Sanctis

Maldiscuola#yahoo.it

 

 

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Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

 

    Il termine utopia (pron. utopìa) indica un progetto, o la suarealizzazione (prevista o attuale), quando questi si propongano comeidealisticamente desiderabili e dotati di valore. Esso può anche

indicare una meta intesa come puramente ideale e non effettivamente raggiungibile; in questa accezione, può avere sia il connotato di punto di riferimento su cui orientare azioni pragmaticamente praticabili, sia quello di mera illusione e di falso ideale.

L'utopista, sia come coniatore di utopie sia come semplice propugnatore, può quindi essere tanto colui che costruisce le sue preferenze e le sue scelte ideologiche esimendosi dallo studio e dalla

comprensione della realtà e delle sue dinamiche, quanto colui che indica un percorso che ritiene al contempo auspicabile e pragmaticamente perseguibile. Benché non sia un costituente essenziale

del concetto di utopia, molte utopie presentano un carattere universalista.

 

 

Presentato da Lucio

 

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La Comune di Parigi

Presentato da Giuseppe Bifolchi (tratto dal sito internet Anarchopedia)

 

Le condizioni sociali esistenti in Francia, le speranze suscitate dalla Prima Internazionale e la tradizione di avanguardia che il movimento operaio francese esercitava da tempo, crearono quelle condizioni che permisero, a Parigi, la realizzazione del primo storico esperimento di autogestione popolare: La Comune di Parigi.

 

Il contesto storico

Nonostante l’entusiasmante ascesa economica e politica di Napoleone III in Francia, le difficoltà interne, dovute a scellerate politiche liberiste, aumentarono con l’andar del tempo, aggiungendosi a quelle di politica estera (fallimento del tentativo di insediamento francese in Messico). Questi problemi andarono a sommarsi alla spregiudicata azione diplomatica e militare della Prussia, che determinò un inevitabile scontro militare tra le due potenze europee.

I francesi subirono una disfatta a Sedan (il 2 settembre 1870) e una successiva a Metz (il 27 ottobre 1870). Parigi rimase sotto assedio per 4 mesi sino alla capitolazione definitiva. Il governo provvisorio, guidato da Louis Thiers, dovette piegarsi e accettare le durissime condizioni di pace prussiane: cessione delle regioni al confine (Alsazia e Lorena), pagamento di un’indennità di 5 miliardi (!) di franchi d’oro e il mantenimento a carico dei francesi delle truppe d’occupazione tedesche.

 

Proclamazione della Comune

La politica rinunciataria di Thiers provocò a Parigi una furiosa rivolta popolare (18 marzo 1871) nella quale si mescolarono individualità, pensieri e progetti diversi: patrioti che speravano di ridare lustro e prestigio alla “patria” umiliata; repubblicani che temevano il ritorno della monarchia; democratici; socialisti (nelle loro varie sfumature); anarchici (in cui si misero in evidenza personalità del calibro di Louise Michel, Benoit Malon, l’italiano Amilcare Cipriani e altri).

Il 18 marzo Thiers, nel tentativo di piegare le resistenze dei rivoltosi, ordinò ai militari di impossessarsi dei cannoni della Buttes Montmartre. I soldati invece solidarizzarono con i comunardi, rifiutarono di eseguire gli ordini poi arrestarono e fucilarono il generale Claude Martin Lecomte e il generale Thomas.

Il 28 marzo i rivoltosi proclamarono la Comune di Parigi, sollecitando il resto della Francia a fare altrettanto, attraverso il "manifesto" steso da Louis-Charles Delescluze: "Basta al militarismo! Via gli stati-maggiori gallonati su tutte le cuciture!Largo al popolo, ai combattenti, ai “bras-nus”!E’ suonata l’ora della guerra rivoluzionaria. Il popolo ignora le manovre sapienti ma quando ha un fucile in mano e il pavé sotto i piedi non ha paura di tutte le strategie della scuola monarchica".

I ribelli invitarono la popolazione di Francia a costituirsi in comuni liberi e autonomi tra loro federati (vi furono tentativi a Marsiglia, a Lione, a Digione e Saint-Etienne), contrapponendosi antiteticamente al vecchio Stato (monarchico, borghese e parlamentarista) accentratore e oppressore.

Il 16 maggio 1871, la colonna Vendôme, in abiti, simbolo di dispotismo e autoritarismo, viene abbattuta davanti alla popolazione in festa. I comunardi, come vennero chiamati, costituirono un Comitato Centrale e una Assemblea municipale. Purtroppo, il fallimento immediato delle altre comuni francesi isolò Parigi dal resto del paese, determinandone in seguito la sconfitta (l’isolamento fu anche il fallimento dell’esperienza libertaria di Kronstadt, dell'Ucraina di Nestor Makhno e, in parte, della Spagna del 36).

 

Provvedimenti

La prima preoccupazione degli insorti, all’indomani dell’insurrezione del 18 marzo, fu quella di saldare il proletariato delle fabbriche con quello delle campagne.

Il primo decreto della Comune fu la soppressione dell’Esercito Permanente e la sostituzione con una Guardia Nazionale composta per lo più da operai. I 92 membri della Comune (o più correttamente, del "Consiglio Comunale") comprendevano un gran numero di operai, diversi "professionisti" (medici e giornalisti), e un gran numero di attivisti politici (dai riformisti repubblicani, a varie tipologie di socialisti, fino ai Giacobini e agli anarchici).

Il socialista carismatico Louis Auguste Blanqui fu eletto presidente del Consiglio, anche se ciò avvenne in sua assenza, poiché era stato arrestato il 17 marzo e tenuto in una prigione segreta per tutto il periodo di vita della Comune. I consiglieri furono eletti a suffragio universale (26 marzo) nei diversi "arrondissement" di Parigi, il cui potere però era revocabile in ogni momento.

Lo stesso provvedimento venne preso per tutti i funzionari amministrativi, a cui furono soppresse tutte le indennità e i privilegi di cui godevano. Il Consiglio pose fine alla coscrizione e sostituì l'esercito con una "Guardia Nazionale" composta da tutti i cittadini che potevano portare le armi.

Nonostante le differenze ideologiche che caratterizzavano i vari consiglieri comunali, essi svolsero un buon lavoro nel mantenimento dei servizi pubblici essenziali per una città di due milioni di abitanti. Tra i progetti legislativi più importanti ci fu la separazione della Chiesa dallo Stato e la confisca di tutti i beni ecclesiastici. La religione venne esclusa anche dall’insegnamento nella scuola, ciò al fine di porre le basi per la costruzione di una società libertaria e laica.

Alle chiese tuttavia, fu permesso di continuare l’attività religiosa, solo a patto che tenessero le loro porte aperte per incontri politici pubblici la sera.

Altri provvedimenti riguardarono: la remissione degli affitti per l'intero periodo dell'assedio; l'abolizione del lavoro notturno in centinaia di panifici parigini; l'abolizione della ghigliottina; la concessione di una pensione alle compagne non sposate di membri della Guardia Nazionale uccisi in servizio, oltre che ai figli se ce n'erano; la restituzione, da parte degli uffici prestiti dello stato, di tutti gli strumenti di lavoro dei lavoratori dati in pegno durante l'assedio; vennero rinviate le scadenze delle cambiali e abolito l'interesse sul debito; il diritto degli impiegati ad impossessarsi e condurre un'impresa se questa era stata abbandonata dal proprietario.

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L' assedio, la repressione e la sconfitta dei comunardi

Il governo francese, a partire dal 2 aprile, cominciò a bombardare pesantemente la città-comune, nel tentativo di fiaccare la resistenza proletaria. I tedeschi appoggiarono gli assedianti al comando di Thiers e accolsero la loro richiesta di liberare 100000 prigionieri di guerra, affinché potessero domare più facilmente i rivoltosi.

La Comune fu minacciata anche dall’interno: i repubblicani e i “patrioti” ben presto abbandonarono i rivoltosi, spaventati com’erano dal carattere socialista della rivoluzione, opponendosi politicamente ai “rossi” e, di fatto, appoggiando le truppe "Versagliesi" di Thiers.

L’esercito regolare, forte anche di questo sostegno, lanciò un duro attacco agli insorti il 21 maggio 1870, dando inizio alla cosidetta "Semaine sanglante" (settimana sanguinosa), conquistando la città “strada per strada, barricata per barricata” al sanguinoso prezzo di 20000 morti. Parigi cadde il 27 maggio, dopodichè si scatenarono le violenze delle truppe fedeli al governo di Thiers. Ci furono oltre 20000 esecuzioni sommarie e 75000 condanne ai lavori forzati e alla deportazione nella Nuova Caledonia (tra cui l’anarchica Louise Michel).

La sconfitta dei comunardi causò anche la “decapitazione” del movimento operaio francese, la fine (5 anni più tardi) della I Internazionale e la repressione delle organizzazioni a carattere socialista dell’Europa.

A Parigi quindi si realizzò non l’alleanza dei popoli contro i governi (come previsto da Marx ed Engels), bensì l’alleanza dei governi, vincitori e vinti, contro il pericolo socialista.

 

Il ruolo delle donne nella difesa della Comune

Nella Comune il ruolo assunto dalle donne fu molto importante. Alcune diedero un contributo anonimo ma non per questo meno importante, altre invece furono maggiormente visibili e di loro si trovano ampie tracce nei documenti storici.

Le donne furono molto importanti nella difesa armata di Parigi dall’assalto delle truppe di Thiers e, nonostante il parere contrario iniziale di molti uomini, molte di loro combatterono in prima fila o operarono nella cura dei feriti (secondo André Léo, molte migliaia di donne parteciparono alla lotta sulle barricate; Louise Michel parla di circa duemila, ma è difficile verificare con assoluta certezza la veridicità di tali cifre), attraverso la costituzione, l’11 aprile 1871, dell’”Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti”. Nathalie Le Mel, operaia rilegatrice bretone, ed Élisabeth Dmitrieff, giovane aristocratica russa, furono tra le fondatrici dell'Unione.

Altre donne particolarmente conosciute furono: Louise Michel, André Léo, Victorine Rouchy, Marguerite Lachaise, Eulalie Papavoine, Madame David, Marguerite Diblanc, Élisabeth Retiffe, Léontine Sueten, Joséphine Marchais, Adèle Chignon.

Le comunarde furono molto impegnate nelle lotte per le conquiste sociali e per l’emancipazione femminile. Esse rivendicavano la piena uguaglianza dei sessi : “Qualsiasi diseguaglianza e qualsiasi antagonismo tra i sessi costituisce una delle basi del potere delle classi dominanti [...]Uguaglianza dei salari, diritto al divorzio per le donne, diritto all'istruzione laica ed alla formazione professionale per le ragazze”. Le donne dell'Unione rivendicarono inoltre la soppressione della distinzione tra donne sposate e concubine, tra bambini legittimi e naturali, richiesero l'abolizione della prostituzione, considerata come una forma di sfruttamento commerciale dell’essere umano sull’essere umano, ottenendo la chiusura delle case di tolleranza.

Molte furono le donne arrestate, processate e detenute nelle prigioni francesi. Un documento ritrovato dalla storica Catherine Thomas racconta le condizioni di vita di una comunarda francese detenuta in carcere, l’insegnante Celeste Hardouin: denunciata in modo anonimo, fu fermata il 7 luglio 1871 e liberata il 17 ottobre dello stesso anno, dopo il pagamento di una “cauzione”. La sua "colpa" fu quella di avere assistito due volte alle riunioni del club della rivoluzione sociale nella chiesa Saint-Michel del Batignolles.

Il ruolo delle donne all’interno della Comune fu quindi di straordinaria importanza, probabilmente addirittura decisivo nello sviluppo delle tematiche di emancipazione sociale, culturale e sessuale.

 

La Comune anarchica

La comune riservò sin dal suo principio grande importanza all’individualità: libertà d’espressione, di coscienza, di lavoro e d’intervento nelle decisioni comunali.

L’aspetto caratterizzante quest'esperienza fu il localismo, la rivolta contro il potere centralizzato e la distruzione dello Stato politico quale centro di controllo autoritario. La Comune non fu uno Stato quindi, bensì la sua negazione, e perciò essa doveva anche, dinanzi alle esigenze militari, conservare il suo carattere democratico e seguitare a basarsi sulle piccole comunità locali di cui Parigi era composta.

Gli anarchici essendo essenzialmente federalisti volevano un sistema in cui il potere, per quanto ne sarebbe rimasto, fosse attribuito a gruppi locali, mentre ogni organismo operante su un campo più vasto non doveva avere che funzioni delegate.

Non mancarono tuttavia le critiche, da parte di alcuni esponenti dell’anarchismo francese e internazionale. Élisée Reclus, che pure fu presente entusiasticamente a Parigi, scrisse:

Il principale errore della Comune, un errore inevitabile, perché originato dal principio stesso su cui si basa il potere, è stato quello appunto di essere un governo e di sostituirsi al popolo con la forza dei fatti. Il funzionamento naturale del potere e l’intossicazione da questo prodotto, la spinsero a considerarsi un po’ la rappresentante dell’intero Stato francese, dell’intera Repubblica e non soltanto la Comune di Parigi, fautrice di una libera associazione di altre Comuni, urbani o rurali.

Concludendo si può certamente dire che la Comune di Parigi non fu un'esperienza prettamente anarchica (per l’improvvisazione con cui si costituì, per le diverse anime che furono presenti ecc.) ma, indubbiamente, ne assunse alcune caratteristiche che le diedero, con tutte le critiche possibili, un carattere libertario.

 

 

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Un anno al Senato (*)   -  I parte

Recensione di Giacomo d’Angelo

 

Nella mia prefazione al libro di Lidia Menapace, Un anno al senato, passando in breve rassegna gli antecedenti di libri che come il suo analizzano o narrano esperienze e memorie parlamentari, ho accennato ad un testo, I moribondi del Palazzo Carignano (pubblicato nel 1862, un anno appunto di parlamento dall’Unità d’Italia) di Ferdinando Petruccelli della Gattina. Questo scrittore, nato a Moliterno, in Basilicata, non fu un grafomane della domenica né un conformista avvezzo italianamente a salire sul carro del vincitore, ma un carattere fumantino, un ribelle ostile ai compromessi, un’anima bella divisa tra insofferenze e passioni intellettuali. Barone, ma repubblicano, laico e anticlericale di ascendenza illuministica, laureato in medicina, romanziere prolifico, corrispondente per vari giornali europei e viaggiatore attraverso l’Europa (a Parigi conosce l’anarchico Proudhon, a Londra lo scienziato Darwin), condannato a morte dai Borboni, espulso per tre volte dalla Francia dopo aver solidarizzato con i comunardi, eletto deputato nel ’61, alla Camera torinese siede all’estrema sinistra con Garibaldi, Guerrazzi, Musolino: insomma il progenitore esemplarmente giacobino di nipotastri come Rutelli, Capezzone, Vito, Quagliarello ed Eugenia Roccella, nati furenti radicali mangiapreti e mangiatutto, rimasti dopo capriole genuflessioni contrizioni pubbliche e cambi di livree radicalmente e ingordamente voltagabbana. Ma chi erano per il rampante barone lucano i “moribondi” di Palazzo Carignano, la costruzione barocca di Guarino Guarini che fu sede del Parlamento Subalpino? Erano i deputati che, assisi sulla cadrega parlamentare (con privilegi ridicoli di fronte a quelli odierni), avevano tradito gli ideali del Risorgimento, la libertà, la partecipazione popolare, gli interessi dei cittadini. Scriveva polemicamente nel libro, rivolgendosi ai colleghi:”Voi andate ai balli di corte, voi andate alle ricezioni del barone Ricasoli; voi partecipate a taluni pranzi diplomatici…Voi siete invitati a tutte le feste. Voi viaggiate gratuitamente. Voi non pagate spese di posta…Voi avete un palazzo principesco per andarvi a leggere i giornali, parlare, fumare; senza parlare dell’acqua zuccherata a discrezione e, durante le sedute, ben anco dei liquori…(Oggi, il Petruccelli avrebbe mangiato un primo e un secondo con caffè per 4 o 5 euro, perché la crisi ha comportato per lor signori una diminuzione della già risibile spesa di buvette) ”, eppure, aggiungeva, “la posizione di un deputato non è costellata di rose…e il mestiere di deputato, a farlo con coscienza, è un mestiere a rendere ebete l’uomo lo più svegliato, a capo di tre anni”: che ottimista, oggi, molti, cominciano già ebeti o sono inebetiti dopo tre mesi.

Domenica 1 marzo 2009, su “Repubblica”, è apparso il settimanale articolo del sociologo Ilvo Diamanti, dal titolo cattocimiteriale: “Gli ex voto del PD esuli in Italia”. Più che un articolo un necrologio, un de profundis, una lamentazione funebre non sui deputati “moribondi”, ahinoi più vivi che mai, ma sugli elettori del PD che, a sentire il Diamanti che lavora sui sondaggi, sono “scomparsi, finiti, svaniti, quasi tre milioni di elettori”. O ”meglio- aggiunge- invisibili a coloro che fanno sondaggi. Perché si nascondono. Non rispondono o si dichiarano astensionisti. Oppure, ancora, non dicono per chi voterebbero: perché non lo sanno”. Questi elettori del PD- analizza con limpidezza il Diamanti- “nutrono oggi una sfiducia totale nei confronti della politica e dei partiti. Anzitutto verso il Pd, per cui hanno votato. Per questo, non si sentono traditori, ma semmai traditi”. E con il

 

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loro silenzio, la loro assenza dalle urne, manifestano un disagio antropologico verso il loro paese, il loro partito e la politica in generale. Che ci sia una diaspora dal partito che dovrebbe essere il massimo riferimento del centrosinistra(anzi, nelle intenzioni e nel programma del suo ex leader, il solo a garantire il voto utile),  lo ha dimostrato con l’eloquenza delle cifre la fuga in Abruzzo nelle ultime regionali di almeno la metà degli elettori, di cui l’80% di sinistra. Che la disperazione muova gran parte di questi elettori e ne acuisca lo smarrimento lo spiega la crescita dei consensi per lo sceriffo molisano e i suoi deliri iperlegalistici: si potrà ripetere fino alla noia che tra i grandi errori di Veltroni c’è stato quello sciaguratamente suicida dell’alleanza con l’Italia dei Valori? Questo zatterone meduseo brulicante di reduci d’ogni risma, di riciclati e di révenants, l’impresentabile Leoluca Orlando Cascio in testa e un’orda di grillini girotondini navigatori d’ogni palude carrieristi Rai udierrini (in Abruzzo un ex Pci-Pds-Ds era finito tra le truppe mastellate, ma, caduto l’idolo di Ceppaloni, ha ripiegato nell’accogliente branco dipietrista). All’avventura populista del callido ex poliziotto ed ex magistrato di Mani Pulite si vanno avvicinando anche quelle landolfiane lamprede in via di estinzione, gli intellettuali, dallo stagionato inventore del commissario Montalbano a Paolo Flores D’Arcais, l’arcigno fondatore di “Micromega”, che organizzò con Eugenio Scalfari un convegno in onore di Irene Pivetti, a loro giudizio un genio della politica, ora finita a sgambettare nel libro paga di Sua Emittenza.  In tanta babele e in tale degrado si può capire perché Alba Parietti si dichiari pronta per le primarie del PD (già pregusta tanti Porta a porta col ciambellano aquilano del Berlusca), perché Mario Capanna si consumi in elogi per la Prestigiacomo e per la Gelmini(davvero formidabile questa sua discesa nell’anticamera della conversione), perché anche nel Sulcis o nella Val Vibrata si attendano le dichiarazioni di Fini come refrigerio per la sinistra e perché l’unica bandiera sventolante sull’Unità, il giornale di Gramsci, sia l’affondo forcaiolo di Marco Travaglio, giornalista di destra, come tiene a precisare, dopo aver scaricato i suoi veleni da pubblico ministero robespierrino nel tempio-Barnum dell’apostolo martire Michele Santoro, demagogo dei quattro palmenti, che presta i suoi remuneratissimi servizi alla RAI, alla Mediaset, con l’Ulivo al parlamento europeo(ma per il  tempo necessario ad ingannare gli elettori), poi di nuovo alla Rai, berciante, sovrattono, masaniellesco, maschera sguaiata del doppiogiochismo populista più retrivo, simbolo dell’ambiguità visceral-prandiale che caratterizza  perennemente il demi-monde di nani e di ballerine, di gauche-caviar e di parassitismo di sottogoverno, croce e letizia della sinistra, sia nei rari momenti di maggioranza che nelle lunghe pause d’opposizione.

La cruda analisi di Ilvo Diamanti non si limita agli elettori del Pd, ma si estende anche alla cosiddetta sinistra radicale: nel 2008 sono scomparsi 2 milioni e mezzo di elettori. Recuperare questi e gli altri non sarà facile. ”Perché- conclude Diamanti- non si tratta di risvegliare gli indifferenti o di scuotere i delusi. Ma di restituire fiducia nella politica e negli altri. Di far tornare gli esuli. Che vivono da stranieri nella loro stessa patria”.

 

Giacomo D’Angelo

 

(continua prossimo numero)

 

(*) "Titolo del libro  di Lidia Menapace- edizioni Tracce Pescara- recensito e presentato a Pescara  al Museo Vittoria Colonna   l'otto marzo 2009 ."

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IL  DIRITTO  ALLA  PIGRIZIA

Confutazione del Diritto al lavoro

di Paul Lafargue

 

(Settima parte)

 

            Ma non basta. Borghesi che si rimpinzano, classe domestica che sorpassa la classe produttiva, nazioni straniere e barbare che si intasano di merci europee: niente, niente può riuscire a smerciare le montagne di prodotti che si ammucchiano più alte e più enormi delle piramidi d’Egitto. La produttività degli operai europei sfida qualsiasi consumo, qualsiasi spreco. Gli industriali, sconvolti, non sanno più dove battere la testa: non riescono più a trovare la materia prima per soddisfare la passione disordinata, depravata dei loro operai per il lavoro. Nei nostri reparti lanieri si sfilacciano i cenci luridi e mezzi fradici, se ne fanno stoffe dette “renaissance”, che durano quel che durano le promesse elettorali.

            A Lione, invece di lasciare alla fibra di seta la sua semplicità e la sua leggerezza naturale, la si sovraccarica di sali minerali che aggiungendo peso, la rendono friabile e di poca utilità. Tutti i nostri prodotti sono adulterati per facilitarne lo smercio e accorciarne l’esistenza.

            La nostra epoca sarà chiamata l’”età del falso”, come le prime epoche dell’umanità hanno ricevuto i nomi di “età della pietra”, “età del bronzo” dal carattere della loro produzione. Uomini ignoranti accusano i nostri pii industriali di frode, mentre in realtà il pensiero che li anima è fornire lavoro agli operai che non possono rassegnarsi a vivere senza far nulla. Queste falsificazioni, che hanno per unico movente un sentimento umanitario, e che comunque portano superbi profitti agli industriali che le praticano, se sono disastrose per la qualità delle merci, se sono una fonte inesauribile di spreco del lavoro umano, provano la filantropica ingegnosità dei borghesi e l’orribile perversione degli operai che, pur di appagare il loro vizio del lavoro, obbligano gli industriali a soffocare gli scrupoli           della loro coscienza e a violare anche le leggi dell’onestà commerciale.

            Tuttavia, nonostante la sovrapproduzione di merci, nonostante le falsificazioni industriali, gli operai ingombrano innumerevoli il mercato implorando: lavoro! lavoro! La loro sovrabbondanza dovrebbe indurli a frenare la loro passione: al contrario, li porta al parossismo. Appena si presenta un’occasione di lavoro, ci si avventano sopra: allora sono dodici, quattordici ore di lavoro che reclamano per essere sazi, e il giorno dopo eccoli di nuovo gettati sul lastrico, senza più niente per alimentare il loro vizio. Tutti gli anni, in tutte le industrie, la disoccupazione ritorna con la regolarità delle stagioni. Al superlavoro, micidiale per l’organismo,  succede il riposo assoluto, per due o quattro mesi – e niente lavoro, niente sbobba.

            Dal momento che il vizio del lavoro è diabolicamente radicato nel cuore degli operai, visto che le sue esigenze soffocano tutti gli altri istinti della natura, visto che la quantità di lavoro richiesta dalla società è necessariamente limitata dal consumo e dalla disponibilità di materia prima, perché divorare in sei mesi il lavoro di tutto l’anno? Perché non distribuirlo uniformemente  nei dodici mesi e forzare ogni operaio ad accontentarsi di cinque o sei ore al giorno, durante un anno, anziché prendersi indigestioni di dodici ore per sei mesi? Una volta sicuri della loro quota quotidiana di lavoro, gli operai non si invidieranno più, non si combatteranno più per rubarsi il lavoro dalle mani e il pane dalla bocca. Allora, non più sfiniti di corpo e di spirito, cominceranno a praticare le virtù della pigrizia.

            Rincitrulliti dal loro vizio, gli operai non hanno potuto elevarsi all’intelligenza del fatto che, per avere lavoro per tutti, bisognerebbe razionarlo come l’acqua su una nave in pericolo. Tuttavia gli industriali, nel nome dello sfruttamento capitalista, hanno da molto tempo chiesto una limitazione legale della giornata lavorativa.

            Davanti alla Commissione del 1860 sull’insegnamento professionale, uno dei più grandi manifatturieri dell’Alsazia, il signor Boucart di Guebwiller, dichiarava:

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“che la giornata di dodici ore era eccessiva e doveva essere ridotta a undici ore, che si doveva sospendere il lavoro alle due del sabato. Io posso consigliare l’adozione di questa misura, benché sembri onerosa a prima vista: noi l’abbiamo sperimentata nei nostri stabilimenti industriali da quattro anni e ci siamo trovati bene, e la produzione media, lungi dall’essere diminuita, è aumentata”.

 

 

Nel suo studio sulle macchine, il signor F. Passy cita la seguente lettera di un grande industriale belga, il signor M. Ottavaere:

 

 

“Le nostre macchine, benché siano le stesse di quelle delle filande inglesi, non producono quello che dovrebbero produrre e quello che queste macchine produrrebbero in Inghilterra benché le filande lavorino lì due ore di meno al giorno…. Noi lavoriamo tutti ‘due ore buone di troppo’. Sono convinto che, se si lavorassero solo undici ore al giorno invece di tredici, avremmo la stessa produzione e produrremmo di conseguenza più economicamente”.

 

 

Del resto, il signor Leroy-Bealieu afferma che:                     

 

 

“è osservazione di un grande industriale belga che le settimane in cui cade un giorno festivo non portano una produzione inferiore a quella delle settimane ordinarie”(18).

 

           

Quello che il popolo,  imbrogliato nella sua semplicità dai moralisti, non ha mai osato, l’ha osato un governo aristocratico. Spregiando le alte considerazioni morali e industriali degli economisti i quali, come uccelli del malaugurio, gracchiavano che diminuire di un’ora il lavoro delle fabbriche significava decretare la rovina dell’industria inglese, il governo dell’Inghilterra ha proibito con una legge, strettamente osservata, di lavorare più di dieci ore al giorno; dopo questa legge, l’Inghilterra resta, come prima, la prima nazione industriale del mondo.

            C’è la grande esperienza inglese, c’è l’esperienza di qualche capitalista intelligente: dimostrano irrefutabilmente che, per potenziare la produttività umana, bisogna ridurre le ore di lavoro e moltiplicare i giorni di paga e di festa. Eppure il popolo francese  non è convinto. Ma se una miserabile riduzione di due ore ha aumentato in dieci anni di circa un terzo la produzione inglese(19), quale vertiginosa marcia imprimerà alla produzione francese una riduzione legale della giornata lavorativa a tre ore?

            Gli operai  non riescono proprio a capire che, sovraccaricandosi di lavoro, esauriscono le loro forze e quelle della loro progenie; che, usurati, arrivano prima del tempo a essere incapaci di qualsiasi lavoro; che assorbiti, abbrutiti da un unico vizio, non sono più uomini, ma relitti umani; che uccidono in se stessi tutte le belle facoltà per lasciare in piedi, lussureggiante, soltanto la follia furibonda del lavoro.

 

 

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(18) Paul Leroy-Beaulieu, La question ouvrière au XIX siècle, 1872.

(19) Ecco,  dal celebre statistico R. Giffen, dell’Ufficio statistiche di Londra , la progressione crescente della ricchezza nazionale dell’Inghilterra e dell’Irlanda : nel 1814, era 55 miliardi di franchi ; nel 1865, era  162,5 miliardi di franchi ; nel 1875, 212,5 miliardi di franchi

 

(continua nel prossimo numero)

 

Presentato da Maurizio Marano

 

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A proposito di testamento biologico e della tacita “eterocoazione cattolica”

 

Il diritto e “la padronanza di me stesso”

                                                                                                                                         di Carmelo R. Viola

 

                L’Italia vanta nomea di “patria del diritto”, pensando soprattutto alla “proprietà privata” (che i romani esercitavano anche sugli schiavi – “cose umane”) e molto meno alle spettanze naturali della persona, come ci provano le lunghe e contrastate lotte per il divorzio civile e per l’aborto controllato e l’opposizione alle coppie di fatto, all’omosessualità, alla ricerca sulle cellule staminali e all’eutanasia.

                Si deve alla Rivoluzione Francese del 1789 il trinomio “libertà-fratellanza-uguaglianza”, che ci suggerisce come il diritto si chiami libertà e come questa possa essere realizzata correttamente solo in stretta connessione con l’uguaglianza e la fratellanza con una rigorosità per l’appunto algebrica.  Ma potenti e demagoghi hanno sfruttato la parola libertà per continuare ad esercitare il potere sugli uomini oltre che sulle cose.  Hanno estrapolato tale parola lasciando da parte l’uguaglianza e la fraternità. E’ nato così il liberalesimo. Se assunto come propedeutica ai cosiddetti “diritti civili”, sarebbe potuto essere il “padre del socialismo”, ma sottratto al rapporto interattivo e complementare con gli altri due fattori, si è risolto nella cosiddetta “libertà economica”, che è libertà di sfruttare il proprio simile per il maggiore accumulo di cose e quindi di ricchezza, insomma nella trasmutazione antropica della primitiva predazione. Su questa era già stato costruito il capitalismo, che diventerà via via l’attuale liberismo: dell’aurea e insuperabile trilogia francese del 1789, del tutto snaturata, è rimasta un’espressione retorica, su cui, se possibile, ridere con riferimento all’utopismo romantico.

                Ma la biologia ci dirà che il diritto è una scoperta della scienza naturale e che il trinomio francese, cònsono appunto all’organicità biologica, è esatto: viene riletto, interpretato ed aggiornato  come base imprescindibile della società assimilata ad un vero organismo vivente sui generis. L’uomo ha diritto all’alimentazione perché ha bisogno d’ingerire sostanze energetiche per “esistere” e realizzarsi. Pertanto, il bisogno è il padre del diritto. Perfino il mio cane ha diritto di mangiare, perché ha fame, non perché glielo consenta io!

                A questo punto, avremmo tutti gli elementi per costruire un impianto giuridico quasi perfetto riportando il concetto di libertà nel felicissimo contesto interattivo del 1789. Ma, oltre a mancare di sovranità monetaria e nazionale, l’Italia manca di vera “sovranità legislativa” essendo anche “patria del cattolicesimo” (il cristianesimo è nato altrove!), il quale è caratterizzato da una volontà patologica di dominare l’uomo dalla culla alla tomba. Tale volontà si chiama “eterocoazione” ed è il filo conduttore di diciassette secoli di multiforme violenza neopagana, per l’appunto coattiva, che ha inizio con la catechesi del bambino, di cui sequestra preventivamente la ragione,  tocca il picco nelle mostruosità dell’Inquisizione e perdura nella petulante ingerenza nella vita civile del popolo che lo ospita.

                Il nostro potere legislativo, che dovrebbe essere indipendente per definizione, agisce sotto il peso plumbeo dell’eterocoazione cattolica esercitata in termini di “delegazione divina” e di una pretesa “coscienza etica”, il tutto destituito di ogni fondamento storico, logico e scientifico e quindi di competenza non politica ma psichiatrica.

                Finché non si ha la capacità di riconoscere questa realtà ed il coraggio di denunciarla, si brancola nel vuoto e si mena il can per l’aia. Ci troviamo di fronte alla situazione assurda in cui delle due facce della libertà si dà ampio spazio alla parte nociva (“economica”) di quella rivolta verso gli altri, che dà esiti funesti (dalla povertà alla guerra al possibile disastro della civiltà, della natura e della specie) mentre non se ne dà quasi nessuna alla libertà socialmente innocua che il soggetto rivolge verso sé stesso. E’ la padronanza di sé che ci appartiene come la solitudine con noi stessi, e di cui nessuno dovrebbe poterci privare. Io rivendico il diritto di fare di me ciò che voglio al limite del danno altrui, e di essere padrone della mia vita.

                C’è solo una libertà di sé che, può danneggiare altri sul piano affettivo. Ma è inevitabile. E’ quella del suicidio, assistito o meno, di cui io rivendico il diritto pieno e indiscutibile. Che è poi anche quello all’eutanasia: il diritto di finire di soffrire per un’attesa senza speranza. Nessun apriorismo metafisico, pseudoetico, tanto meno religioso o teocratico (“perché Dio lo vuole”) od autocratico può privarmi di questa padronanza di me stesso.

                Il testamento biologico, in discussione presso il Parlamento italiano, sarà naturalmente legittimo – e giuridicamente corretto – solo se conterrà la volontà ineccepibile dell’autore, il quale possa chiedere non solo la fine del cosiddetto accanimento terapeutico ma perfino l’aiuto medico per una fine degna di una persona, dotata del diritto di decidere di sé stessa. La vita non ci è data da nessun Dio e non significa nulla aspettare che un Dio ce la tolga, la vita essendo una vicenda dell’eterno panta rei biologico della Vita universale. Resta ovvio che ci crede, possa decidere diversamente. Diceva Schopenhauer, riferendosi ad un creatore personale: “Se un dio ha creato questo mondo, non vorrei essere io perché la miseria umana mi spezzerebbe il cuore”. Per avere citato quest’aforisma aureo del grande pessimista, in un articolo sul settimanale romano “Umanità Nova”, poco più che ventenne, nei primi anni Cinquanta, venni processato per vilipendio alla religione di Stato, dietro denuncia dell’Azione Cattolica dell’epoca!

                Oggi intendo dire che nessuna barba di papa o di teologo o di servo della sètta romana può minimamente confutare il mio diritto a disporre di me stesso secondo la mia coscienza o convenienza. La difficoltà di varare una legge estremamente semplice alla luce del vero diritto, dimostra come il nostro Stato, succube dell’imperialismo USA e suddito della Chiesa cattolica, non essendo padrone di sé stesso, non è in grado di far valere la propria laicità e di rispettare l’autopadronanza della persona umana.

 

 

 

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Quando si affoga nella “preda”

 

Il “capitalismo sostenibile” di Berlusconi

                                                                                                           di Carmelo R. Violauando si affoga nella “preda”

 

            Lungi da me l’intenzione di togliere meriti all’imprenditore, all’uomo di affari, all’industriale ed alchimista dei profitti parassitari, che ha accumulato una ricchezza astronomica,  che a costui serve solo come risposta ad un bisogno patologico di possedere un superfluo senza limite potenzialmente sottratto a chi ne ha bisogno e che talora muore letteralmente di fame.

                Al signor Berlusconi ho indirizzato, nell’arco di molti anni, una serie di lettere, quasi tutte apparse su testate varie, ed anche sul quotidiano Rinascita, ponendogli delle domande da uomo ad uomo. La più recente lettera, bene articolata, risponde ad una sua notoria elettorale, relativa alle ultime competizioni, personalizzata al punto da darmi del tu e chiamarmi “caro Carmelo”: gli ho risposto chiamandolo “caro Silvio” e con lo stesso vocativo: è apparsa sulla rivista “Cronache Italiane” di Salerno. Una delle ripetute domande (indiscreta, lo riconosco) è quanti lavoratori (rimasti probabilmente quasi tutti poveri) pensa siano coloro che hanno prodotto la ricchezza che lui possiede, legalmente, per carità, ma grazie ai giochi del sistema capitalista (chiamate regole o leggi), che non distribuisce secondo equità e bisogno ma secondo la capacità di fare mercato – essendo vero che solo il lavoro produce la ricchezza.

                Il signor Berlusconi non mi ha mai risposto perché non può rispondermi. Egli non conosce l’abc della sociologia ma è solo – vale ripeterlo – un ottimo businessman, una figura esclusivamente capitalistica: un difensore d’ufficio di sé stesso. Costui ama monologare con sé stesso e si dà sempre ragione! Da sempre ce l’ha con il socialismo - che ama chiamare senz’altro comunismo per fare più effetto – perché questo non gli avrebbe consentito di possedere mezzo mondo. La paura se la porta in corpo e non riesce a nasconderla anche perché il volume della sua ricchezza gli pesa e l’opprime: non gli consente di godersela in santa pace. La cosa, che più gli è congeniale è spararle grosse e mettere le mani avanti come chi ha paura di perdere un tesoro piovutogli dall’alto e che mai avrebbe potuto produrre con il proprio personale lavoro.

                Costui ignora le vicissitudini psicologiche di una massa, purtroppo tradita e vituperata anche da un folto gruppo di ex-compagni, che probabilmente socialisti non sono stati mai ma solo dei miserabili avventurieri, saltati, col pugno chiuso, su un cavallo che credevano vincente e che, incapaci di tener testa al nemico dell’umanità (al capitalismo, voglio dire), hanno scelto di pensare a sé stessi e loro stessi hanno atterrato quel cavallo, azzoppato e finito. Questa massa (che ritengo improprio chiamare popolo) è molto sensibile agli “ottundori sociali”, approntati dallo stesso capitalismo vincente, come il consumismo (lo shopping fine a sé stesso), il tifo sportivo, il predaludismo (giochi a premi in cui fanno a gara le TV e dove va gente con la speranza di risolvere problemi d’esistenza) e tutte le scommesse settimanali (dal superenalotto in su), che dànno l’illusione di potere diventare dei piccoli “berlusconi” con un colpo di fortuna dall’oggi al domani. Una massa così malridotta, risponde facilmente alle promesse fasulle che un avventuriero traduce in adesioni coscienti e “democratiche” al “salvatore della patria”.

                Sono sicuro che mi legga anche stavolta e che faccia finta di niente in quanto il mio discorso rimane estraneo al suo monologo e all’autoconsenso. Sul suo Giornale di oggi, 9 marzo 2009, costui parla del suo “capitalismo sostenibile”, e sostiene che la crisi non sia questione di mercato ma di alcune regole del gioco, che vanno cambiate (purché, s’intende, venga conservata la possibilità di accumulare una preda così grande come la sua: è questo, infatti, il suo capitalismo sostenibile!),  mentre il socialismo darebbe solo miseria e illibertà. Lo invito a meditare su quanto segue:

                1 - i marxisti della Rivoluzione d’Ottobre hanno certamente commesso errori ed abusi ed è  anche vero che un certo Stalin ha abusato del proprio potere per spezzare, anche brutalmente e criminosamente, certa resistenza di avversari, veri o presunti, un po’ per la megalomania del suo carattere un po’ per la mania di persecuzione indotta dalle minacce del capitalismo accerchiante e minacciante com’è vero che l’esperimento sovietico è crollato anche per il complotto Reagan-Woytyla;

                2 - nessun principio può essere valutato sulla base della violenza che sia stata commessa in nome di esso: della violenza è stata commessa in nome di Cristo (storico o mitico poco importa) senza con ciò compromettere il cristianesimo dell’evangelico “amore del prossimo” (il cattolicesimo è un’altra cosa) come della violenza è stata commessa in nome del socialismo senza con ciò compromettere il principio del socialismo ( teorizzato dai vari Proudhon,  Marx, Gramsci e tanti altri);

                3 - non è affatto vero che il socialismo in quanto tale abbia prodotto solo miseria e  illibertà. E’ vero che laddove uno possa possedere per mille, molti soffrono per lui e che colà – siamo in Italia! – non possa esserci alcuna giustizia economica e sociale! Invito il signor Berlusconi a studiare la psicologia sociale e a leggere la storia del socialismo;

                4 - il capitalismo non ha bisogno di violenza fisica per essere compromesso perché è criminalità per sé stesso in quanto riproduce, in abiti surrettizi, la predazione della foresta che consente a chiunque di giocare al mercato, rispettando, per l’appunto,  certe “regole di gioco”: a pochi dà la possibilità di appropriarsi di ricchezza senza misura , ai più, innocenti, lascia la condanna alle difficoltà, alle ristrettezze, ai sacrifici, al bisogno  quando non alla fame e al suicidio;

                5 - il capitalismo comprende la corruzione “intralegale” (vedi “tangentopoli” senza fine!) e quella “paralegale” delle varie mafie con le quali non ha soluzione di continuità in un rapporto di naturale-potenziale collusione (anche non appariscente), come la cronaca quotidiana ci dimostra; i suoi attributi (differenze abissali, disoccupazione, maloccupazione, precarietà, delinquenza da bisogno o da emulazione e così via) estendono l’istinto predatorio, per analogia psicologica, alle cose (vandalismo) e alle persone (predazionismo sessuale con riferimento particolare allo stupro); l’agonismo predatorio si traduce in fagocitazione di imprese deboli da parte di imprese forti (investire per vincere significa appunto questo!), sul piano nazionale, e in imperialismo su quello internazionale (prevaricazione dei più forti : vedi USA e Stato d’Israele), sul piano naturale, in disintegrazione ecologica con il rischio reale di un possibile “suicidio” della specie umana per incompatibilità di habitat biologico.

                Il signor Berlusconi è invitato a studiare anche la storia sanguinaria del capitalismo e a chiedersi se lo trovi compatibile con l’uomo, con la natura, con il futuro e il bene che vogliamo ai nostri figli e nipoti, al limite psichiatrico e di morte della civiltà. Lo ascolterò volentieri.                                              

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La pagina di Diderot

 

La riforma della Costituzione

 

Per romanzesche vicende che non amo divulgare, sono venuto in possesso di un documento segreto che illustra l'intero progetto di riforma istituzionale, e ve lo comunico, anche perchè mi sembra di grande contestualità praticità e soprattutto è "MODERNO"!

 

Finora abbiamo  conosciuto solo la proposta di semplificazione dei lavori alla Camera, dove effettivamente si va a rilento e poco giova la pensata  di accelerare il tutto con la moderna tecnologia, infatti ai parlamentari sono state prese le impronte digitali per evitare che votino anche per i colleghi assenti, e poi, non si sa mai, con i tempi che corrono, qualcuno nei bagni  potrebbe   anche attentare  alla “virtù” della  ministra Carfagna ricordandola quando stava sui culandari..pardon i calendari , quindi giusta la misura cautelativa.

Però, se non si sapesse, non vi è nulla di certo nelle impronte digitali: non basta nemmeno il DNA, figurarsi!

 

Per questo Berlusconi ha saltato tutti gli ostacoli,  riconoscendo voto multiplo ai soli capigruppo (designati da lui -è scritto nell'originale) e così si va come il vento .

 

Ma quello che non sapete ancora è che il Cavaliere con la ribollente fantasia che  lo contraddistingue ha già pensato avanti: che fare del Senato? Quanto era bello quando i senatori erano di nomina regia, per famiglia aristocratica o per censo! il Senato non costava niente e contava poco. Peccato che non ci sia più il re, direbbe qualsiasi persona di normale intelligenza, e ligia alla Costituzione. Quisquiglie: il Capo  sa  che un re ce l'ha quasi sotto casa, Oltretevere: il Papa.

 

Dunque la Camera sarà di nomina presidenziale e verranno designati i più belli direttamente dai finalisti dell’isola dei famosi e il Senato di nomina papale. Così saranno risolte una volta per tutte le noiose lentissime vicende etiche: tutte sotto il comando ferreo di Benedetto XVI .

Le questioni politiche economiche e giudiziarie (le intercettazioni!) ,  e culturali (il Milan!),  nonchè estetiche (le donne , dando la precedenza alle veline, ma solo se dotate di quella grazia necessaria sperimentata con lo Psiconano, attraverso il ripristino del  suo diritto di prelazione ) sono di appannaggio invece di Berlusconi in persona.

 

Davvero il top del pensiero politico, la capacità di costruire il massimo dell'equilibrio, la coincidentia oppositorum: ma fermiamoci qui.

 

Diderot

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”