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IL SALE - N.°87


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 9  –  numero 87   Gennaio 2009

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

 

 

                                     di Marco Tabellione

 

                                      di Antonio Mucci

 

                                               presentato da Gianni Donaudi

                       

                                                        presentato da Giuseppe Bifolchi

 

·         Pagine 10 e 11    Un Moloch o un padre sociale ma imprescindibile: lo Stato                                               

                                                 di Carmelo R. Viola

 

                                                        di Maurizio Acerboi

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        presentato da Maurizio Marano

 

                                                         presentato da Pietro Castellini

 

                                                         di Diderot

 

                                                         Presentato da Lia Didero

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

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Economia autodistruttiva

di Marco Tabellione

 

     Il capitalismo e il tardo-capitalismo ci hanno abituato alle cosiddette crisi cicliche, periodi di congiuntura negativa dei mercati che da un lato ci spingono a stringere la cinghia su bisogni non essenziali, dall’altro determinano vere e proprie fobie riguardo ai bisogni essenziali. Il primo quesito che bisogna porsi riguardo a queste tematiche è se quella che stiamo affrontando ora è vera crisi; e nel caso che rapporto ha questa rispetto alle altre crisi cicliche del passato recente, ad esempio quella degli anni settanta

     Nel passato storico le crisi erano legate ad eventi diciamo così extraumani, cioè sfuggenti al controllo e al potere degli uomini, o meglio non partoriti dall’evoluzione umana. Ad esempio una carestia, un’epidemia. Certo questi fatti potevano sposarsi con le guerre, oppure potevano esserne determinati. Tuttavia si trattava di qualcosa di reale, fenomeni tremendi che lasciavano il segno. In caso di un’epidemia, e i casi storici sono frequentissimi, alcuni dei quali di portata universale, si assisteva ad una diminuzione della popolazione e ad una relativa contrazione delle attività economiche; l’agricoltura affondava e solo la diminuzione di popolazione poteva garantire la futura ripresa. Oggi invece, oggi che ormai nessuna epidemia, nessuna tremenda malattia endemica può davvero minacciare il genere umano, anche se le fobie in tal senso non sono poche, oggi che la carestia sembra un fantasma definitivamente tramontato (almeno per le società sviluppate dell’Occidente, mentre il resto del mondo in alcuni casi soffre ancora la fame), oggi che la società opulenta sembra poter vivere senza rischi, oggi, anche oggi il sistema economico capitalistico ha saputo creare un meccanismo in grado di generare da sé la crisi.

     Si tratta ovviamente di meccanismi economici complessi, che fanno perno soprattutto sulle dinamiche delle borse occidentali, veri coacervi di speculazioni e attività finanziarie che possono avere conseguenze deleterie sui mercati internazionali e sui sistemi di produzione. Ciò dimostra che oggi lo stimolo alla produzione non viene più da condizioni naturali favorevoli, il tempo, le stagioni, la situazione dei mercati (per quanto di naturale ci sia nei mercati) ma dal serbatoio delle azioni. Le azioni, veri e propri stimoli alle aziende sottoforma di finanziamenti, le quali rappresentano una possibilità imprescindibile per le imprese, tuttavia le schiavizzano, le sottomettono e strumentalizzano la loro creatività. Tutto viene finalizzato e banalizzato al profitto, che diventa davvero lo scopo unico di ogni procedere economico e di conseguenza esistenziale. E tutto ciò perché a monte, ormai, a muovere e stimolare il processo produttivo ci sono i finanziamenti ottenuti mediante appunto la distribuzione delle cosiddette azioni. Ma questo aspetto distruttivo e riduttivo, che giunge ad inficiare le infinite possibilità creative e qualitative delle aziende, mortificandole per l’unico scopo commerciale, è in realtà niente rispetto a ciò che il meccanismo borsistico mondiale, basato sulla vendita e sull’acquisto di azioni, riesce a determinare.

     Innanzitutto questa assenza di valore morale nel mondo della produzione, innanzitutto è uno dei principali responsabili della continua divaricazione fra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati. Nel mezzo si pongono quei paesi in via di sviluppo che ormai, grazie alla loro aggressività sul mercato mondiale, hanno per molti versi superato i paesi tradizionalmente sviluppati. Molto è stato detto sull’immoralità di tale divario, che tuttavia va a ledere anche un diritto di convivenza pacifica tra le nazioni. Ma ciò che conta di più è che finalmente è stato dimostrato e si è finito per ammettere che la vecchia e logora formula di Smith, legato all’egoismo capitalistico, secondo cui il capitalismo facendo i propri interessi indirettamente

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cura quelli della comunità, ebbene questa formula si è rivelata ormai errata e deleteria. E ciò, a dire la verità, sta diventando quasi di dominio pubblico, se è vero che un economista come Tremonti, di area berlusconiana, ha ammesso che quella degli speculatori è la peste di questo secolo.

Il problema è però è un altro, è a monte, e viene immancabilmente disatteso dall’opinione pubblica e dal senso comune. Si tratta di conquiste che questi ultimi fanno immancabilmente in ritardo. Da decenni economisti di sinistra hanno provato a contestare non solo la moralità, ma addirittura la legalità delle borse capitalistiche, finendo per essere tacciati di eresia. Oggi anche economisti liberali di centro destra ammettono l’esistenza di falle incredibili nel sistema capitalistico, come quella della speculazione. Purtroppo ancora una volta si è in ritardo rispetto alla gravità del problema. Ma la natura di quello che sta accadendo e il fatto che esso consiste nell’accelerazione di un processo insito non solo nel sistema capitalistico, ma nell’intero schema evolutivo dell’uomo, appare ben più grave di una semplice crisi finanziaria. Non sarò definito un apocalittico, spero, se oso affermare che il sistema borsistico mondiale è la testimonianza della tendenza autodistruttiva della nostra civiltà, e ne è la forma più celata, più sorprendente. Non è possibile concepire in altra maniera l’assurdità di un sistema economico che da solo produce i propri elementi di crisi, che brucia risorse ciclicamente senza l’intervento di cause naturali o comunque esterne.

     La civiltà occidentale tecnettronica, che ha imposto al mondo intero i suoi stilemi di vita, le sue economie, le sue organizzazioni politiche, sta mostrando seri segni di follia autodistruttiva. Il suo dilagare a macchia d’olio sul pianeta non produce solo l’annichilimento degli ambienti naturali e la loro sostituzione con ambienti umani, grigi e tristi (se non angoscianti, ma comunque malsani, e non solo per il corpo), ma anche una sorta di impoverimento nell’arricchimento. Innanzitutto gran parte delle popolazioni continuano a restare fuori dai benefici materiali di questo ingrasso tecnologico generale. Le varie dittature locali, i clientelismi e i giochi di potere classisti, il dirottamento degli aiuti finanziari e alimentari che invece dovrebbero salvare la vita alle popolazioni affamate e tutte le ingiustizie che apertamente vengono perpetrate ai danni della gente del Sud del Mondo, caratterizzata da una condizione di sudditanza a tutti i livelli, tutto ciò rende vano a monte qualsiasi possibilità di ridistribuzione della ricchezza dalle nazioni privilegiate a quelle in condizione di sottosviluppo.

     Ma il problema non è solo nella sperequazione economica mondiale, bensì nel fatto che l’immensa ricchezza dell’Occidente accumulata dal settecento in poi ha finito per innescare un processo inverso, l’impoverimento e l’autodistruzione. Lo sviluppo tecnologico, sempre più veloce e accelerato, non solo non ha portato benessere autentico, ma addirittura ha portato l’uomo sull’orlo del proprio annientamento. Per uscire da questa situazione in cui l’egoismo capitalistico non riesce più produrre benefici generali, e ci sta portando sul baratro di una povertà diffusa e indifferenziata, bisognerebbe ridefinire gli obiettivi stessi della produzione industriale. Obiettivo della produzione, e dunque dei finanziamenti che sono a monte compreso l’acquisto delle azioni, dovrebbe eticamente essere quello del miglioramento della vita dal punto di vista qualitativo, e non quello della vendita a tutti i costi e dunque del profitto. E non è solo una questione morale che presta il fianco alle accuse di buonismo. No, è una questione di logica, di razionalità. Perché è più razionale, più logico, che tutti usufruiscano dei beni del mondo, piuttosto che pochi abbiano del superfluo e la maggior parte viva nel bisogno o nella mancanza più nera. Ma purtroppo una simile ridefinizione, stando all’attuale livello di sviluppo e di civiltà autentica raggiunta dall’umanità, è ancora una bella utopia.

 

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OPINIONI  IN  DISCUSSIONE  –  N. 2

 

Ho messo l’indicazione N.2 nel titolo perché ho già fatto un articolo simile pubblicato nei numeri 47 e 48 del giornale (Chi avesse interesse può trovarlo nel sito www.ilsale.net).

Nel nostro gruppo si discute moltissimo. Essendo pluralista, le opinioni sui vari argomenti sono tante e diverse. Io mi propongo di darne alcune personali.

 

Il ruolo del giornale.  Su questo argomento penso che  il nostro giornale non possa essere considerato di informazione o di controinformazione, anche se in parte svolge questa funzione, ma principalmente organizzatore perché si basa sulle idee dell’autogestione e della democrazia diretta e sulla riproduzione ed espansione di questo modello nella realtà socio-economica che ci circonda. Per questo motivo il giornale ed il funzionamento del gruppo che lo porta avanti, per me diventa una unica cosa. Il giornale è importantissimo, però come mezzo e non come fine. Uno sviluppo quantitativo, cioè un suo “successo editoriale” a me non interessa, anzi sarei contrario. Noi non abbiamo bisogno di soldi, ma di persone che credono nei  principi del giornale. Questa è la cosa più importante, anche se la più difficile! Mi auguro che rimanga un giornale di idealisti!

 

La classificazione politica. Quando diffondiamo il giornale pubblicamente, vari ci chiedono se siamo di destra o di sinistra. Io rispondo che siamo “pluralisti”. Alcuni ci definiscono di sinistra per il tipo di articoli che pubblichiamo. Secondo me è vero in parte perché ci sono articoli della sinistra liberale (PD) e della sinistra riformista (Rif. Com.- Verdi), però anche della sinistra rivoluzionaria (Anarchici, Marxisti rivoluzionari ecc.) che non votano né per la Sinistra né per la Destra. Ci sono stati anche alcuni articoli di persone di destra, a cui il giornale rimane sempre aperto, secondo me, anche se per ora non scrivono. Comunque la destra di oggi è totalmente liberale, istituzionale e parlamentarista. Tenendo presente che, in questa epoca storica, le tre correnti di pensiero politico più importanti, particolarmente in Occidente, sono quella Liberale, Riformista e Rivoluzionaria, al di là della secondaria demarcazione tra destra e sinistra, io penso che la definizione più corretta per il nostro giornale sia quella di pluralista perché include le correnti di pensiero che fanno riferimento sia all’interno che all’esterno del Sistema capitalista. Uno spazio ideale veramente molto grande!

 

“Le chiacchiere”. Siamo stati criticati in varie occasioni di fare “solo chiacchiere” o di fare un “chiacchiericcio” inconcludente. Le nostre “chiacchiere”, cioè le tantissime discussioni politiche-culturali-morali che facciamo al nostro interno, sono importantissime e certamente sono  uno dei fattori principali, grazie al quale esistiamo ancora.

Inoltre, c’è da dire, che esse hanno sempre avuto una finalità organizzativa, da 9 anni a questa parte, anche se ci siamo riusciti poco. L’aver fatto 87 numeri del giornale, diffonderli  e tante altre attività, non so se può essere considerato poco o molto. Comunque, a parte la valutazione quantitativa, io penso che l’impostazione politica del giornale sia molto ben riuscita: un esempio da prendere e ripetere altrove.

Indubbiamente potevamo fare di più, però questo è dipeso solo in parte dai nostri difetti, ma soprattutto dall’ambiente esterno che non è stato certamente rivoluzionario.

“Le chiacchiere” sono sicuramente da mantenere e sviluppare perché trasmettono comprensione, cultura e, se fatte bene, cioè in forma rispettosa, sviluppano uno spirito fraterno e collaborativo. Dall’insieme di questi elementi scaturisce la sicurezza necessaria per portare avanti il nostro tipo di azione.

 

Le nostre 9 regole-principi. Queste sono riportate quasi sempre nella penultima pagina del giornale. Sono semplicissime da capire, anche perchè sono spiegate  benissimo nella loro

 

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derivazione. Ogni regola si rifà al proprio principio in modo chiaro e comprensibile a tutti. Però sono difficilissime da applicare. Per questo motivo tante persone che sono venute nel gruppo, si sono scontrate con esse.

Le 9 regole sono l’articolazione dei principi della Democrazia Diretta applicate al gruppo particolare de Il Sale. Esse non hanno certamente l’importanza storica dei 10 comandamenti di Mosè. Sono “regolette” adeguate al “giornaletto”, poco importanti, ma sono quelle giuste per il nostro “gruppetto e giornaletto”. Se non le rispettiamo, però, facciamo la fine della “Rete non violenta”, dei “No global”, “Social forum”, “WWF”, Lega ambiente ecc. Io non ci tengo proprio, li rispetto tutti, ma non li condivido.

Noi siamo un gruppo pluralista, per cui le idee diverse possono convivere solo applicando le regole della Democrazia Diretta. Diversamente è la lite che porta al prevalere dell’una o dell’altra persona o settore. Finisce per prevalere quello che parla meglio, con più argomenti, anche se ha torto, oppure quello che strilla di più, o quello che è più spiritoso e riesce a fare le battute migliori. In questo modo finisce l’uguaglianza, che è la finalità delle regole.

Nelle conferenze pubbliche nessuno interrompe, ognuno parla quando gli spetta, disciplinatamente e rispettosamente. Nel nostro gruppo no! Alcuni si sentono in diritto di fare e dire quello che gli pare e piace e quando gli viene in mente perché si sente superiore agli altri, possessore della verità assoluta, perché siamo pochi e quindi poco rispettabili ed importanti, inoltre perché intende la libertà come diritto di fare quello che gli pare e piace, fregandosene degli altri. Ne sono passati tanti così. Personalmente sono arrivato alla conclusione: meglio pochi e buoni.

Il “Botta e risposta”, si può fare quando si è in due e quando si vuole affermare-imporre la propria opinione che si ritiene quella giusta in assoluto. In un collettivo è impossibile perché ci sono gli altri e bisogna rispettarli, si devono fare parlare, non perché c’è una legge che lo obbliga, ma perché è umanamente giusto che sia così, ed è altrettanto giusto ascoltarli. Diversamente si ruba il loro tempo, il loro diritto alla parola ed a decidere, oltre al fatto che ci si perde la loro ricchezza culturale e morale.

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Il funzionamento democratico-diretto esprime il vero potenziale del gruppo, mentre quello democratico-rappresentativo esprime individualità, cioè capi, sottocapi, direttori, segretari, in una parola: gerarchie. Sono regole molto diverse da quelle nostre perché derivano dai principi liberali-borghesi.

I principi della democrazia borghese portano ad altre regole. Queste, applicate al nostro gruppo e giornale, significherebbero la creazione di un Direttore responsabile, di un Comitato di redazione e le decisioni le piglierebbe un padrone che, in un modo o in un altro, verrebbe fuori. Io sono dell’idea che sia meglio se le cose rimangono così come sono, con l’assemblea che prende tutte le decisioni, malgrado la sua sconclusionatezza, che però ha resistito per 9 anni.

Le regole borghesi, a differenza delle nostre, sono forse da considerare serie, importanti, affidabili perché praticate dalle istituzioni del potere e dalla maggioranza delle persone? Non significa niente…..non è vero niente! Sono dannose per i cittadini, anche se la maggioranza di loro purtroppo non se ne rende nemmeno conto. Io rispetto il “credo” dei cittadini perché ognuno è libero di credere in quello che vuole, ma non condivido quelle regole, anzi le condanno.

***

Le regole della democrazia diretta non ti dicono come si risolve un problema, tipo la crisi finanziaria, la recessione, l’aggressione israeliana ai Palestinesi della Striscia di Gaza, la disoccupazione, il carovita ecc. ecc., però sottrae la discussione e la decisione alle “élite”, cioè al potere, rimettendo la discussione e la decisione a tutti, nell’interesse di tutti, contro qualsiasi privilegio.

Le opinioni in discussione logicamente non si possono considerare risolte né esaurite. Esse continueranno sicuramente con altre opinioni ed altre discussioni, con il contributo di tutti.

 

Antonio Mucci

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Controinformazione e Resistenza

eventi, commenti, analisi dal / sul Campo di concentramento e di sterminio di Gaza (23 dicembre 2008 - 10 gennaio 2009)

su www.rivistaindipendenza.org

Se Auschwitz, al pari di Hiroshima, è stato il simbolo degli orrori del XX° secolo, Gaza vanta con Falluja (Iraq) ottime credenziali per assurgere ad emblema delle atrocità del XXI°. Nella «prigione a cielo aperto» di Gaza (28, 30 dicembre, 4, 6, 7 gennaio), ad una situazione già drammatica a causa del "blocco" –che ha ulteriormente inasprito l’occupazione israeliana, nodo di fondo insoluto della questione palestinese (28, 30 dicembre, 3, 8 gennaio)– si sono aggiunti i bombardamenti. Questo è parte di un piano secondo alcuni ideato da tempo (6, 8 gennaio) per sottomettere una volta per tutte la popolazione locale (8 gennaio) se non addirittura promuovere l’ennesima "pulizia etnica", il fondamento dello Stato d’Israele (23 dicembre) che, al di là dei ritriti slogan sul "processo di pace" (30 dicembre), mira solo a ripulire dagli arabi la terra di Palestina per "riunire" l’inesistente "popolo ebraico" (24, 26 dicembre). I bombardamenti israeliani, «illegali» e «crimini contro l’umanità» anche per l’ONU (27 dicembre, 9 gennaio), stanno causando una carneficina di donne, vecchi e bambini, oltre alla distruzione di campi profughi, infrastrutture sanitarie, scuole, moschee, palazzi interi (28, 30, 31 dicembre, 2, 3, 7 e 8 gennaio). Dal fosforo bianco ai nuovi ordigni "Dense inert metal explosive" (5, 7, 8 e 9 gennaio), Israele non risparmia l’uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali e dagli effetti terrificanti. Ma tutto è permesso all’"unica democrazia del Medio Oriente", unica davvero in tema di menzogne (29 dicembre, 4 gennaio)! Impunità garantita, grazie al sostegno degli USA (10 gennaio) e alla condiscendenza del cosiddetto "Occidente", tra cui non mancano di distinguersi, per servilismo, il governo Berlusconi ed i mass media di casa nostra. Si ha un’idea delle morti, delle mutilazioni e delle distruzioni provocati quotidianamente dai bombardamenti? Si dia un’occhiata a questo video ed a quelli collegati, veri e propri documentari dalla Striscia: http://www.youtube.com/watch?v=d5KyhllGXiE&feature=related.

Tutto questo non dice ancora tutto di quel che sta avvenendo a Gaza. Ci sono una popolazione ed una resistenza che si mostrano indomite all’aggressione e nient'affatto disposte a piegarsi. Soprattutto in questi tremendi giorni Gaza rappresenta il Davide provvisto di pochi mezzi che eroicamente fronteggia il vile Golia sionista, tanto spietato e vigliacco nel massacrare dall’alto civili inermi (1 gennaio) quanto in difficoltà nel fronteggiare gli scontri corpo a corpo sul terreno di battaglia (2, 10 gennaio). Gaza incarna oggi i valori universali ed eterni della solidarietà e della resistenza popolare, assurge a simbolo della lotta per la tutela della propria libertà e dignità e per una vita degna di essere vissuta, lotta che approverebbe persino il "non violento" Mahatma Gandhi (26 dicembre). Le autorità israeliane pensavano che, massacrando con i bombardamenti, sarebbero riusciti a vincere nel più breve tempo possibile (30 dicembre). La loro cieca furia assassina sta producendo invece un rafforzamento della resistenza palestinese (2, 3 gennaio), oggi incarnata dal movimento «apparentemente religioso» (1 gennaio) di Hamas, che proprio grazie ai bombardamenti sta incrementando la propria popolarità a Gaza ed in Cisgiordania (30, 31 dicembre, 2, 9 gennaio) oltre che nel mondo arabo (29 dicembre, 3, 8, 9 gennaio).

Dal notiziario (stavolta concentrato solo sui fatti di Gaza, sulla Palestina) riteniamo importante richiamare la notizia che segue, nonostante sia espressione di una larghissima minoranza:

10 gennaio. Ascolta, Israele! Stefano Nahmad, della Rete degli ebrei contro l’occupazione, scrive una lettera ai massacratori sionisti, pubblicata su il Manifesto di ieri: «hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame (…) li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l'umanità intera». Nahmad, ricordando che anche la sua famiglia ha subito le persecuzioni naziste, proclama di rinnegare lo Stato di Israele. «Io oggi sono palestinese. Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza. Io sto con l'eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno continuato a fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione (…) Ascolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra e Chatila, Gaza. Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele».

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Presentato da Gianni Donaudi

 

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Dalla parte degli ultimi



Presentato da Giuseppe Bifolchi
 
Siamo uomini e donne di parte. Noi siamo dalla parte degli ultimi, di quelli che subiscono i soprusi e le ingiustizie, di quelli nati nel posto sbagliato, di quelli senza presente e senza futuro. Sono quelli che la banda di devastatori e saccheggiatori che governa il mondo obbliga a sopravvivere con un dollaro al giorno. Sono quelli che la furia del razzismo destina alla schiavitù, alla deportazione, spesso alla morte. Sono quelli che la ferocia nazionalista – uguale in ogni dove – porta all'esilio, alla fuga, allo sterminio. Sono quelli che le religioni – tutte le religioni ovunque – segnano con il marchio del nemico e condannano alla persecuzione, alla tortura, al massacro.


In questi giorni si sta consumando l'ennesima tragedia nel sud est del Mediterraneo: a Gaza, dopo mesi di assedio, le bombe dello stato israeliano martellano quasi incessantemente questa prigione a cielo aperto. Centinaia e centinaia di morti e migliaia di feriti sono il primo bilancio di n'operazione destinata a mietere molte altre vittime.
In queste ore c'è chi si schiera con questi o con quelli: i più sostengono il "diritto" all'autodifesa di uno dei due contendenti e chiamano "terrorista" e "genocida" l'altro. Ma la guerra è terrorismo, come il terrorismo è guerra: non ci sono guerre pulite, giuste o sante. Chi uccide in nome dello Stato – quello palestinese come quello israeliano – è nostro nemico perché è nemico di un'umanità internazionale senza confini, né barriere a dividerla.
L'enorme disparità delle forze in gioco rende doveroso impegnarsi a fianco della martoriata popolazione di Gaza: da un lato centinaia di vittime, dall'altro poche decine. Un esercito potentissimo si contrappone a formazioni militari decisamente più deboli. Ma – e questo deve essere ben chiaro – le vittime, colpite a morte nelle loro case, sono tutte uguali: a Khan Younis come a Sderot. A meno che non si 
ritienga che un morto ammazzato da una bomba del democratico Stato israeliano a Khan Younis sia una vittima di guerra e un morto ammazzato da un razzo Kassam spedito dalle milizie del legittimo e democratico governo di Hamas sia resistenza. Feroci assassini: gli uni e gli altri. Uno forte, l’altro debole ma la ragione non sta dalla parte degli assassini e dei razzisti deboli solo perché deboli.


L'emergenza umanitaria in una Gaza già stremata dall'embargo è una tragedia di fronte alla quale non si può restare indifferenti. Urge ovunque mettersi in mezzo per fermare la guerra, per denunciare i bombardamenti, per rendere la vita difficile a chi, in nome della nazione, della bandiera, della religione colpisce ed uccide. Oggi la maggior parte delle vittime sono da una parte e noi non possiamo che stare con loro. Senza se e senza ma, perché non abbiamo nazioni da fondare o da difendere, preti, rabbini e imam di fronte a cui chinare il capo, perché sappiamo che solo cancellando la follia della religione e della nazione si può immaginare un futuro per i figli della gente che vive tra il Mediterraneo e il Giordano. E per chiunque. Ovunque. I politici confezionano le ricette giuste per tutte le occasioni – quelli che vorrebbero due stati per due popoli come quelli che ne auspicano uno solo per entrambi – ma non ci sono ricette che tengano finché non si abbatte il muro dell'odio, del razzismo, dell'ingiustizia sociale.

Lo stesso muro sta lacerando la nostra società: chi viene qui per cercare un'opportunità di vita trova sfruttamento bestiale, leggi razziste, prigioni per senza carte. Vive ogni giorno sotto ricatto: il ricatto dell'espulsione per chi perde il lavoro, il ricatto della perdita del lavoro per chi alza la testa, il ricatto della denuncia per chi lavora in nero. I soprusi dei padroni e dei poliziotti sono il pane quotidiano per gli immigrati nel nostro paese, il pane amaro che devono ingoiare gli ultimi, in ogni dove.

Noi, che siamo uomini e donne di parte, siamo con loro perché sappiamo che l'unica guerra che valga la pena di combattere è la guerra sociale, la guerra per un'umanità libera dallo sfruttamento, dalle religioni, dallo stato.

Chi crede che senza governo, preti e padroni vinca il caos chiude gli occhi di fronte al caos vero, quello nel quale siamo tutti forzati a vivere. Qui come a Gaza.

 

 

 

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Un Moloch o un padre sociale ma imprescindibile

 

Lo Stato

 

                                                                                                 

 

            Dal tempo dei Romani – ma anche da prima certamente – il potere affascinava come una droga. Tutto nasce nella e dalla giungla. Il potere del predatore è quello di predare perché questo vuol dire vivere; il potere dell’erbivoro è quello di sfuggire al predatore e di trovare vegetali da mangiare perché questo vuol dire vivere.

            Il potere fisiologico è la capacità di vivere rispondendo ai propri motori biologici e trovando un limite nella soddisfazione di questi. Solo all’interno della specie umana, tutti i soggetti essendo insieme predatori e possibili prede, si pratica l’esercizio di un “iperpotere” che produce il piacere della “potenza” e accumula difesa senza limite per il futuro.

            La ricerca scientifica della sociologia procede anche per ipotesi: è l’unico modo per coprire dei vuoti con la speranza di tornarci con cognizioni più soddisfacenti e, intanto, abbiamo la possibilità di procedere. Io, tenendo sempre presente il primo movente fagico, suppongo che avvengano tre momenti in cui la prima modalità di risposta alla prima pulsione (la fame) – e che dà la prima sensazione di potere, come l’altra faccia della vita – si combini con modalità secondarie e con queste ci spieghi l’apparentemente inspiegabile: il patologico e lo psichiatrico.

            Primo momento: l’antropomorfizzazione della predazione e della sua resistenza si fa sadismo e il suo contrario. Secondo momento: l’antropomorfizzazione della riserva della preda si fa possesso e avarizia. Il terzo momento risulta dalla sintesi dei due appena accennati in cui si fondono in varia misura il sentimento della predazione, della concorrenza e del possesso con modalità secondarie prodotte dall’esperienza biogenetica (attitudini innate).

            Sta di fatto che vivere è inscindibile dal potere di vivere e quindi dal potere in quanto tale e che, strada facendo, si vanno costituendo tanti poteri (potenze) quanti sono i soggetti (o gruppi) capaci di creare attorno a sé una capacità di dominanza. Tutta la società prestatale è una concatenazione di potenze in reciproca concorrenza all’interno delle quali si consumano le più varie violenze. Anche i grandi imperi – come quello romano – erano un tessuto di potenze ciascuna risultante dai tre momenti sopradescritti.

            Nella logica biosociale (della biologia del sociale), il medioevo è tutto il tempo che intercorre dalla animalità sociale o antropozoica (infanzia-adolescenza) allo Stato, potere centrale finalizzato a mettere fine alla pluralità delle potenze concorrenziali nell’àmbito di ogni collettività, più o meno nazionale, considerata un organismo vivente sui generis.

            Lo Stato è la più grande conquista strutturale-strumentale della civiltà: è la possibile sintesi di mente-cuore, capace di rappresentare per la prima volta i diritti naturali (che non sono l’ius romano!) e di farsene realizzatore e tutore ma sta di fatto che la sua sola comparsa non significa soluzione civile della nostra specie. Non solo potenze singole continuano a sopravvivere (basta vedere le sole mafie) ma lo stesso Stato può cadere nelle mani di predatori e dar vita al Moloch di Hobbes (vedi dittature personali) mentre i socialisti scientifici sognano giustamente di farne un “padre sociale” aggiungendo ai tre poteri di Montesquieu quello monetario (o della sovranità monetaria) e realizzando la vera economia in contrapposizione a quella confusa con la predonomia (o “economia della predazione”). Con l’estremizzazione del capitalismo (pratica predatoria antropozoica) lo Stato diventa caricatura di sé stesso e lo strumento principe di un “medioevo antropozoico”, che continua a dispetto dello Stato.

            Di certo c’è che dello Stato, struttura e strumento, non si può fare a meno senza precipitare nel caos, suicida per effetto dalla conflittualità e dell’uso della tecnologia come aggressione dei concorrenti. Eppure ci sono ancora dei socialisti utopistici, che si dicono perfino marxisti, e i “soliti” inguaribili anarchici, che sognano una società senza Stato, senza nemmeno un intermezzo statale, ovvero una società immediatamente meno controllata di quella in cui già affoghiamo.

            Quando senso dello Stato e senso della realtà saranno una sola cosa, saremo a metà dell’opera o finiremo come apprendisti stregoni alle prese con fenomeni estranei alla nostra intelligenza.

 

Carmelo R. Viola

 

 

 

 

L’economia di Pulcinella

 

Mancanza di fondi e debito pubblico

 

            Nella Regione Siciliana le spese sanitarie effettuate dalle strutture pubbliche e dai cosiddetti “convenzionati” hanno superato i “parametri stabiliti dalla legge” e il governo isolano è già ricorso ai ripari: ha stabilito un “piano di rientro”, il che significa, assieme al blocco di sovvenzioni a questi ultimi, una riduzione dei posti-letto (5702 per la precisione), delle AUSL (da 26 a 14 - sic!), la chiusura di ospedali e un accorpamento dei servizi (che equivale ad una riduzione degli stessi). Conseguenza per i pazienti poveri: numero verde con attese impossibili o rinuncia alla salute!

            La prima affermazione, che denota una pietosa ignoranza della “scienza della civiltà” è espressa dai “parametri stabiliti dalla legge”. Prima risposta: “la legge non può stabilire i parametri dei bisogni”. Non è che non si capisca ma si ha interesse di far credere che sia ineluttabile “non adeguare i mezzi finanziari ai bisogni ma sacrificare i bisogni alle disponibilità monetarie”. Compiango i molti funzionari onesti che sono costretti a fare acrobazie per fare stare in piedi una logica manicomiale.Ci troviamo infatti davanti a situazioni come questa: esiste potenzialmente il materiale per la costruzione di un ospedale, esiste la materia prima umana (ingegneri, tecnici ed operai), richieste per l’opera, ma questa non può essere compiuta per insufficienza di fondi. Donde la repressione dei bisogni con una catena infinita di sofferenza… dalla quale sono esclusi tutti coloro che dispongono di un potere d’acquisto ovattato quando non sono ricchi o ricchissimi come i grandi banchieri e  industriali (o i grossi uomini d’affari del capitalismo collaterale detto mafioso). Si tenga conto che ogni prodotto umano (come un ospedale) risulta dal lavoro, che tutti i cittadini devono comunque nutrirsi, curarsi, istruirsi e così via e che pertanto devono ricevere un sufficiente potere d’acquisto. Ora, se un cittadino riceve il fabbisogno anche se inabile, a maggior ragione è un possibile produttore di strumenti civili (come un ospedale, appunto) senza necessariamente pesare ulteriormente in senso monetario, salvo a riconoscergli un “di più per meriti o fatiche particolari”: E quando dico fatiche mi riferisco a coloro che fanno lavori usuranti, esposti alle intemperie, rischiosi, spiacevoli et similia. La insufficienza di moneta da parte del potere pubblico è il primo tratto psicosomatico dell’economia di Pulcinella dal quale risulta evidente che il sistema vigente “non funziona”. Ora, una cosa che non funziona va riparata o sostituita. Ma i padroni di fatto del sistema in causa, quelli appunto che si trovano al di sopra di ogni sofferenza da insufficienza monetaria e che detengono le leve dello Stato, allo scopo di far sopravvivere il sistema stesso, ricorrono ai banchieri per prestiti che costituiscono il famigerato debito pubblico, cosiddetto perché grava su ogni cittadino (sentite!) anche se nascituro, sempre con la differenza notevole che per i benestanti, il debito restituito, attraverso il fisco, diretto o indiretto, scalfisce la ricchezza, mentre tutti i poveri diventano più poveri.Il debito pubblico risulta da un’imbecillità così grande che mi richiama il famoso aforisma di Einstein: “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana”.

            L’economia di Pulcinella è tale solo in apparenza: nella realtà è solo l’economia dei grandi usurai e di quanti ci girano intorno per raccoglierne le briciole. E’ legge della vera economia che “i parametri della vita sociale sono i bisogni”. Poiché la civiltà non è nata “adulta”, è ovvio che inizialmente i punti di riferimento fossero i profitti usurai degli speculatori: ma da tempo c’è scienza e tecnologia sufficienti per capovolgere la situazione e non raccontare più la mostruosa, grottesca e scompisciante barzelletta dell’insufficienza di fondi e della conseguente chiusura di ospedali. Oggi perfino un clima può dipendere, sia pure in parte, dall’uomo, figuriamoci se non ne dipenda per intero un sistema sociale! E’ altrettanto evidente che la vera soluzione consiste nell’intervenire sulla causa efficiente, ovvero sulla “funzione della moneta”. La quale è uno strumento e, come tale, deve essere prodotto, distribuito e recuperato. Ciò che manca alla macchina dello Stato è il quarto potere monetario, il quale tuttavia può rispondere ai bisogni di tutti i cittadini solo se usato scientificamente. La resistenza della casta di chi ama “tesaurizzare il superfluo” è forte da secoli e capace di obnubilare la mente dei più e convincerli che una “giustizia monetaria” – senza insufficienza di fondi e senza debito pubblico – sia una follia più che un’utopia. La moneta passiva fa parte degli strumenti del socialismo. Capita così che perfino uomini ritenuti di destra ma sinceri come Ezra Pound, si facciano ben dodici anni di manicomio criminale perché l’idea di “moneta prescrivibile” del tedesco Silvius Gesell, da lui abbracciata, costituiva un tradimento per quella cricca di banchieri-parassiti che tuttora imperversano non solo contro i popoli degli USA ma contro il mondo intero (grazie al liberismo globale) attraverso la manipolazione della moneta. L’Italia e la stessa Europa sono regioni all’interno di un sistema dove pochi potenti, con codazzi di servi e di utili idioti, si coalizzano nella prestidigitazione illusionistica dei fondi monetari e del debito pubblico. Pound era anzitutto un poeta ma ricco di quel dono che si chiama intuizione, sociale ed umanitaria. Non scrisse mai un trattato economico ma  conosceva – e lo ripeteva – ciò che  impedisce alla civiltà di decollare: la piovra bancaria, che copre l’intero Pianeta come una ragnatela maligna, e che “lucra interessi dalla moneta che crea dal nulla”!

            In questo contesto amministrare-governare si può risolvere in delinquere. Dire come saltare il fosso è perfino scontato se in possesso di una tecnologia così avanzata che può perfino darci una “cibernetica” monetaria”, esatta come l’alchimia della previdenza sociale e dimostrare che i pazzi sono coloro che giustificano la disoccupazione e la povertà e non solo coloro che – al limite del paranoico – chiudono perfino ospedali!

                                                                            

Carmelo R. Viola

 

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Resoconto conferenza stampa di Maurizio Acerbo

 

Il  cavaliere Filippo Antonio DE CECCO insiste con la querela nei confronti di Maurizio Acerbo,ma nel frattempo è stato rinviato a giudizio per gli abusi sulla spiaggia.

 

Come noto l’imprenditore della pasta tempo fa mi ha querelato.

Purtroppo per lui il Pubblico Ministero, al termine delle indagini preliminari, ha proceduto alla richiesta di archiviazione ritenendo che l’esercizio del diritto di critica costituisce una manifestazione essenziale del diritto soggettivo di libera manifestazione del pensiero, tutelato dall’art. 21 della Costituzione. Ovviamente tale diritto incontra dei limiti e cioè che non si sconfini nella contumelia e nella denigrazione gratuita. Ma non è il caso delle mie dichiarazioni in quanto secondo il sostituto procuratore “le affermazioni dell’On.Acerbo relative alla realizzazione di opere ulteriori rispetto a quelle oggetto di concessione balneare in Piazzale Le Laudi rispondono al vero”. Inoltre nella sua richiesta di archiviazione il sostituto procuratore Valentina D’Agostino rileva che le espressioni utilizzate dal sottoscritto “rispondono al requisito della correttezza”.

 

Il cavalier Filippo Antonio De Cecco non demorde e ha dato mandato ai suoi avvocati di opporsi all’archiviazione della querela contro Acerbo e per stamattina è fissata l’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Teramo.

 

Per quanto mi riguarda sono assolutamente sereno perché nel frattempo DE CECCO E’ STATO RINVIATO A GIUDIZIO a conferma della veridicità di quanto da me sostenuto.

Infatti, come recita il decreto di citazione in giudizio di Filippo Antonio De Cecco e altri, “mediante un insieme sistematico di lavori e opere, realizzavano, in assenza di specifico, lecito titolo edilizio ed in violazione dell’art.60 NTA del PRG di Pescara, una vera e propria non assentibile nuova costruzione mediante l’ampliamento (consistente), la modifica e lo stravolgimento del preesistente manufatto edilizio oggetto della concessione demaniale …opere e lavori che portavano alla realizzazione di un manufatto del tutto diverso da quello preesistente, di gran lunga più grande (essendo state coperte, chiuse e inglobate in un’unica struttura tutte le parti esterne alla muratura del preesistente stabilimento…)”.

Inoltre, sempre secondo il Pubblico Ministero Anna Rita Mantini, “realizzavano l’opera in zona sottoposta a vincolo paesistico e senza autorizzazione dell’autorità preposta alla tutela del vincolo (o comunque in difformità dai nulla-osta rilasciati)” e anche “senza alcuna preventiva autorizzazione demaniale”.

La citazione in giudizio di De Cecco elenca in maniera puntuale tutti gli abusi commessi. Il rinvio a giudizio non contrasta con la sentenza della Corte di Cassazione dei mesi scorsi.

La stessa Corte di Cassazione aveva constatato che “i vari interventi devono considerarsi abusivi perché in assenza o difformità di un valido titolo che li autorizzi ed in violazione delle norme urbanistiche”.  La Cassazione non ha mai dato ragione al De Cecco. La Corte si era limitata a dissequestrare il manufatto originario stabilendo altresì il mantenimento del sequestro sulle opere abusive ritenendo troppo affittivo il provvedimento. Non è stata la Corte di Cassazione, ma la Procura di Pescara a decidere di autorizzare provvisoriamente la riapertura dell’intero complesso edilizio, comprese le parti abusive.

Una decisione che non abbiamo contestato perché motivata da ragioni sociali, cioè la tutela dei lavoratori. Rifondazione Comunista, checché ne dicano gli autori di polemiche strumentali,  non ha mai avuto l’intenzione di nuocere ai lavoratori impiegati presso Les Paillottes.

Ricordo che il Comune di Pescara e la Regione Abruzzo sono indicate, nel decreto di citazione in giudizio del De Cecco, come parti offese, in qualità di enti gestori del demanio marittimo.

Rispettando i principi della corretta amministrazione ci aspettiamo che il Comune e la Regione si costituiscano parte civile nel processo con udienza dibattimentale fissata al giorno 26 febbraio 2009 dinanzi al Tribunale di Pescara quando De Cecco e gli altri imputati dovranno comparire per rispondere dei reati davanti al giudice Dall’Olio.

Invito Paolini e D’Alfonso a procedere in tal senso perché la spiaggia è un bene demaniale, cioè di tutti.

Il Comune di Pescara dovrebbe procedere all’eliminazione degli abusi e ritengo applicabile al caso la norma della finanziaria 2007 che prevede la revoca della concessione per chi commette gravi abusi edilizi sul demanio marittimo.

Tutta la vicenda dimostra che l’accanimento di De Cecco nei miei confronti è assolutamente fuori luogo.

Ho fatto soltanto il mio dovere di ambientalista e di rappresentante dei cittadini denunciando la violazione delle norme e invocando il ripristino della legalità sul demanio marittimo.

I fatti mi hanno dato ragione e tutto ciò mi incoraggia a proseguire nell’impegno per restituire ai pescaresi la visibilità del mare e l’accessibilità alla nostra amata spiaggia.

Nel prossimo Consiglio regionale, se sarò eletto, mi batterò per la modifica del Piano Demaniale marittimo.

Morale della favola: non sempre vincono i più ricchi e potenti.

 

Maurizio Acerbo

 

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E’ tornata Tangentopoli?

di   Luciano Martocchia

Dopo la guerra dichiarata  tra le procure  di Reggio Calabria e Salerno a colpi di sequestri e contro sequestri per l’inchiesta Why Not  istruita dal PM Luigi De Magistris, dopo gli arresti eccelenti in Abruzzo con capo fila il Governatore Ottaviano Del Turco per lo scandalo tangentizio della Sanità, dopo quello non meno devastante del Sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso, dopo l’arresto a Napoli dell’imprenditore Alfredo Romeo che ha coinvolto parte della  giunta  di Rosa Russo Iervolino culminato anche con il suicidio dell’assessore Giorgio Nugnes, dopo il rinvio a giudizio ( sarà processato) del Governatore della Campania Antonio Bnatore della Campania Antonio sassolino per irregolarità nella gestione rifiuti ( fatti che avvelenato Napoli tenendo banco mediaticamente per mesi in tutto il mondo), dopo gli avvisi di garanzia al Sindaco di Firenze Leonardo Domenici , dopo questi fatti, qui citati tra i più eclatanti, ci chiediamo se non sia cambiato qualcosa e profondamente nella concezione etica,  morale e politica degli amministratori eletti nel Partito Democratico.

Sì, perché tutti i citati qui sopra sono esponenti di primo piano del PD . Cosa è cambiato allora nella concezione della politica di questo nuovo partito che in parte è erede delle tradizioni rigorose di Gramsci , Terracini, Togliatti, Longo, Berlinguer?

Siamo all'inizio di una nuova Tangentopoli? Il Partito democratico finirà travolto come accadde per Dc e Psi? Sono queste le domande scaturite dalla tempesta giudiziaria in atto. Da Napoli a Pescara, da Firenze a Genova è un susseguirsi di arresti, avvisi di garanzia, intercettazioni, veleni e polemiche che investono maggiormente amministratori di centro sinistra. La destra ha già emesso la sua sentenza: è definitivamente crollata la presunta superiorità morale della sinistra sugli altri partiti. Tutti i politici sono uguali. Ma non nel senso che sono tutti onesti, come ci si aspetterebbe in un paese civile e normale. No, tutti a vario titolo sono invischiati nel malaffare. Per questo bisogna riformare il sistema giudiziario, non quello politico. Strana logica degna di un paese come l'Italia, dove da 15 anni imperversa Berlusconi, responsabile primario dello sfacelo morale della politica italiana. A Berlusconi  si deve rimproverare soprattutto di aver messo in campo in politica una massa di denaro e risorse estranee alla politica che hanno drogato il “mercato” costringendo tutti i partiti a rincorrerlo e,  quello di più triste , a competere  a tutti i costi .

Oggi occorre dire con forza che la magistratura, soprattutto quella giudicante, è sana e deve fare il suo corso naturale. Se c'è qualcosa da cambiare spetta all'organo di autogoverno dei giudici farlo. Il potere giudiziario deve essere ancora una volta difeso dagli attacchi dei politici. La cosiddetta riforma che purtroppo Berlusconi questa volta ha maggiori possibilità di realizzare compiutamente non è altro che un tentativo per imbavagliare i magistrati, cioè l'ultimo potere autonomo rimasto in un'Italia senza più contrappesi.

Detto questo non ci possiamo nascondere che a sinistra esiste una questione morale su cui discutere. In molti enti locali gli amministratori di centrosinistra hanno fallito. Le inchieste di Napoli derivano innanzitutto da un governo cittadino e regionale incapace di gestire le varie emergenze di questi ultimi anni. Ma dietro il fallimento politico c'è anche un problema etico che investe anche quelle zone in cui la sinistra è più radicata e in cui ha dimostrato negli ultimi decenni di saper governare. La tangente è eretta a un sistema che gestisce le attività economiche e che finanzia i partiti e il palazzo. Assistiamo piuttosto a una diffusa cultura che ha dimenticato la categoria del bene comune preferendo i rapporti personali alle regole di trasparenza, la gestione truffaldina degli appalti invece che una chiara applicazione delle norme vigenti. Dalle intercettazioni telefoniche si coglie un clima in cui politici maneggioni e consenzienti fanno la fila per assecondare il potente imprenditore di turno che a sua volta elargisce favori. Fa male vedere esponenti di sinistra che dovrebbero fare della legalità e della trasparenza la loro bandiera finire inguaiati fino al collo  per complicità. Fa male ma non stupisce più di tanto guardando alla mancanza di democrazia nei partiti, al nepotismo dilagante, alla carenza di dignità e di spirito di servizio.

Luciano Martocchia

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IL  DIRITTO  ALLA  PIGRIZIA

Confutazione del Diritto al lavoro

di Paul Lafargue

 

(Quinta parte)

 

 

            CIO’ CHE SEGUE ALLA SOVRAPPRODUZIONE

 

Un poeta greco del tempo di Cicerone, Antipatro, cantava così l’invenzione del mulino ad acqua (per la macinatura del grano): avrebbe emancipato le donne schiave e riportato l’età dell’oro.

 

         “Risparmiate il braccio che fa girare la macina, mugnaie, e dormite tranquille! Che invano il gallo vi avverta che fa giorno! Dao ha imposto alle ninfe il lavoro delle schiave, ed eccole che saltellano allegramente per la strada, ecco che l’asse vibrante ruota con i suoi raggi, facendo girare la pesante macina. Viviamo la vita dei nostri padri e oziosi godiamo dei doni che la dea concede”.

 

Ahimè! I piaceri che il poeta pagano annunciava non sono arrivati. La passione cieca, perversa e omicida per il lavoro trasforma la macchina liberatrice in strumento di asservimento degli uomini liberti. La sua produttività li impoverisce.

            Una buona operaia con il fuso fa al massimo cinque maglie al minuto, mentre certi telai circolari, nello stesso tempo, ne fanno trentamila. Ogni minuto alla macchina equivale a cento ore di lavoro dell’operaia: in altre parole, ogni minuto di lavoro della macchina consegna all’operaia dieci giorni di riposo. Ciò che è vero per l’industria della maglieria è più o meno vero per tutte le industrie rinnovate dalla macchina moderna. Ma cosa vediamo? Man mano  che la macchina si perfeziona e abbatte il lavoro dell’uomo, con una rapidità e una precisione incessantemente crescenti, l’operaio, invece di prolungare di conseguenza il suo riposo, raddoppia l’ardore, come se volesse rivaleggiare con la macchina. Concorrenza assurda e micidiale. Perchè la concorrenza tra uomo e macchina avesse libero corso, i proletari hanno abolito le sagge leggi che limitavano il lavoro degli artigiani delle antiche corporazioni e hanno soppresso i giorni festivi(13).

            I produttori, a quei tempi, lavoravano soltanto cinque giorni su sette: cosa credono dunque, prendendo per buono quel che raccontano gli economisti bugiardi, che campassero d’aria e d’acqua fresca? Andiamo, via! Avevano quanto serviva per gustare le gioie della terra, per fare l’amore e scherzare, per banchettare felicemente in onore dell’allegro dio della Nullafacenza.

            La bigotta Inghilterra, ingabbiata  nel protestantesimo, si chiamava allora “felice Inghilterra” (Merry England). Rabelais, Quevedo, Cervantes e gli sconosciuti autori dei romanzi picareschi ci fanno venire l’acquolina in bocca con le rappresentazioni di quelle monumentali gozzoviglie(14)

 

 

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(13) Sotto l’Ancien Régime, le leggi della Chiesa  garantivano al lavoratore 90 giorni di riposo (52 domeniche e 38 giorni festivi) durante i quali era severamente proibito lavorare. Era questa la grande colpa del cattolicesimo, la causa principale dell’irreligiosità della borghesia industriale e commerciale. Durante la Rivoluzione, quando fu padrona, la borghesia abolì i giorni festivi e rimpiazzò la settimana di sette giorni con quella di dieci. Affrancò gli operai dal giogo della Chiesa per meglio sottometterli al giogo del lavoro. L’odio contro i giorni festivi fa la sua comparsa solo quando la moderna borghesia industriale e commerciale prende corpo, tra il XV e il XVI secolo. Enrico IV chiese al papa la loro riduzione; il papa rifiutò, perché “una delle eresie oggi correnti è quella di toccare le festività” (lettera del cardinale d’Ossat). Ma nel 1666 Péréfixe, arcivescovo di Parigi, ne soppresse 17 nella sua diocesi. Il protestantesimo, che era la religione cristiana adattata ai nuovi bisogni industriali e commerciali della borghesia, si curò assai meno del riposo popolare: detronizzò dal cielo i santi per abolire sulla terra le festività.

(14) Queste feste pantagrueliche duravano settimane. Don Rodrigo de Lara conquista la sua fidanzata scacciando i Mori (continua nella pagina successiva)

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che allora ci si concedeva tra due battaglie e due devastazioni, e nelle quali “tutto finiva nelle scodelle”. Jordaens e la scuola fiamminga le hanno descritte sulle loro allegre tele.

Sublimi storici gargantueschi, cosa siete diventati? Sublimi cervelli che abbracciate tutto il pensiero umano, cosa siete diventati? Siamo proprio sminuiti e degenerati. La vacca infetta, la patata, il vino adulterato e la schnaps prussiana, saggiamente combinati con il lavoro forzato, hanno debilitato i nostri corpi e rimpicciolito i nostri spiriti. E quando l’uomo restringe il suo stomaco e la macchina allarga la sua produttività, proprio allora gli economisti ci vengono a predicare la teoria malthusiana, la religione dell’astinenza e il dogma del lavoro. Bisognerebbe strappargli la lingua e gettarla ai cani.

Visto che la classe operaia, con la sua ingenua buona fede, si è lasciata indottrinare, e con la sua spontanea impetuosità si è data alla cieca al lavoro e all’astinenza, la classe capitalista si è trovata condannata alla pigrizia e all’allegria forzata, all’improduttività e al superconsumo. E se il superlavoro dell’operaio macera la sua carne e logora i suoi nervi, è anche foriero di dolori per il borghese.

            L’astinenza a cui si condanna la classe produttiva obbliga i borghesi a consacrarsi al superconsumo dei prodotti che essa fabbrica disordinatamente. All’inizio della produzione capitalista – un paio di secoli ce ne separano – il borghese era un uomo per bene, di costumi ragionevoli e tranquilli. Si accontentava della sua donna o quasi, beveva secondo la sua sete e mangiava secondo la sua fame. Lasciava ai cortigiani e alle cortigiane le nobili virtù della vita debosciata.

Oggi, non c’è figlio di parvenu che non si senta tenuto ad alimentare la prostituzione e a mercurializzare il proprio corpo per dare un senso alla fatica che gli operai delle miniere di mercurio si impongono. Non c’è borghesia che non si rimpinzi di capponi tartufati e di vino invecchiato per incoraggiare gli allevatori della Flèche e i vignaioli del Bordolese. In questo modo l’organismo si rovina rapidamente, i capelli cascano, i denti ciondolano, il busto si deforma, il ventre si intrippa, la respirazione si sovraccarica, i movimenti si appesantiscono, le articolazioni si anchilosano, le falangi diventano nodose. Altri, troppo magri per sopportare le fatiche della crapula ma dotati del bernoccolo del proudhonismo, si seccano il cervello come i Garnier dell’economia politica e gli Acollas della filosofia giuridica a elucubrare grossi tomi soporiferi per il piacere dei compositori e dei tipografi.

Le donne di mondo vivono una vita di martirio. Per valorizzare le favolose toilette che le sarte  s’ammazzano a confezionare, dalla sera alla mattina fanno la spola da un vestito a un altro; per ore e ore consegnano la testa vuota agli artisti parrucchieri che, a qualsiasi prezzo, vogliono appagare la loro passione per le impalcature di falsi chignon. Ingabbiate nei corsetti, strette negli stivaletti, scollate da far arrossire un porco, volteggiano notti intere nei loro balli di carità al fine di raccattare qualche soldo per i poveri. Anime sante!

Per assolvere la doppia funzione di nonproduttore e superconsumatore, il borghese è stato costretto non soltanto a violentare i suoi gusti modesti, a perdere le abitudini laboriose di due secoli fa per darsi al lusso sfrenato, alle indigestioni tartufate e alle orge sifilitiche, ma ha dovuto anche sottrarre al lavoro produttivo una massa enorme di uomini per farsi dare una mano.

 

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(continuazione della nota n. 14 dalla pagina precedente)

da Calatrava, e il romancero narra che: “Las bodas fueron en Burgos, /Las  tornabodas en Salas: / En bodas y tornabodas / Pasaron siete semanas; Tanta vienen de las gentes / Que no caben por las plazas”. (Le nozze furono a Burgos, le contronozze a Salas: tra nozze3 e contronozze passarono sette settimane; arrivò tanta gente che le piazze non riuscivano a contenerla). Gli uomini di queste nozze di sette settimane erano gli eroici soldati delle guerre di indipendenza.

 

(continua nel prossimo numero)

 

Presentato da Maurizio Marano

 

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FERMIAMO IL MASSACRO DEI CIVILI A GAZA

 

LETTERA APERTA ALL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE, LE ASSOCIAZIONI ,  LA SOCIETA' CIVILE

 

Nessuno può accettare di vivere nello stress di attacchi militari, cosi come nello stesso modo il  mondo non può ignorare la sproporzionata  risposta dell'esercito militare israeliano che in questi giorni ha seminato morte e distruzione nella Striscia di Gaza; il massacro, la strage di civili, l'embargo, non possono essere giustificati e ignorati, 

soprattutto se si pensa e si conosce effettivamente quello che in questi anni e' accaduto in quel territorio tra palestinesi e israeliani.

Le responsabilità di uno, le colpe degli altri, stanno facendo pagare alla popolazione civile un prezzo troppo alto.

 

Oltre 600 morti e 3000 feriti in pochi giorni sono il segno di una strage indiscriminata oltre che inutile.

 

Da sempre questo conflitto si e' presentato violento e irrisolvibile, da sempre le risoluzioni e le convenzioni internazionali sono state calpestate e disattese.

In ogni schifoso conflitto, le regole di aiuti umanitari, possibilità di salvare i feriti, deve essere garantita, tanto più se si tratta di un attacco non convenzionale, dove anche le armi usate sono illegali (fosforo bianco cluster bombs etc..)

 

Non ci sono tante parole da spendere chi vuole sa o può sapere come stanno le cose laggiù, nonostante la cattiva informazione dei nostri media. La verità non trapela perchè sarebbe troppo sporca.

La guerra quì non viene fatta contro Hamas o contro terroristi vari, e' una guerra fatta ai civili per punizione e per infliggere perdite e paura infinita.

 

 

La drammaticità della situazione attuale necessita la presa di posizione decisa e chiara da parte di tutti, amministrazioni locali, realtà associative (laiche e cattoliche), società civile affinchè si faccia pressione sui  Governi nazionali, il nostro in primis, e diplomazia internazionale per porre fine a questa inutile strage.

 

Riaprire i valichi e lasciar passare gli aiuti umanitari e l'assistenza medica

 

Facciamo appello alla città di Orvieto, gemellata con Betlemme, alle singole associazioni, a tutti gli

orvietani chiedendo un supporto anche in termini materiali: la gente di Gaza necessita di tutto.

 

Fermiamo questo massacro andiamo ad aiutare i civili

 

LA VITA E' UN DIRITTO INALIENABILE, LO STANNO CALPESTANDO

 

 

COMITATO CITTADINO ANTIFASCISTA (Orvieto)

 

per contatti: Centro di documentazione Popolare Via Magalotti, 20 Orvieto Cell. 3290706607

 

Presentato da Pietro Castellini

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La pagina di Diderot

 

Filovia Strada Parco : una bufala colossale

 

La farsa ingannatrice che si sta tentando di mettere in opera con la ventilata messa in opera della filovia sulla Strada Parco tra Pescara e Montesilvano  è l’ennesima riprova del disprezzo che Amministrazioni elette dai cittadini hanno  del bene comune e del patrimonio pubblico.

Strombazzare ai quattro venti che l’opra sarebbe utile allo snellimento  del traffico  è un bidone che l’Amministrazione comunale di Montesilvano, in accordo con la GTM sta tentando di rifilare alla collettività.

Infatti cosa esiste  prima e dopo il tracciato circa la possibilità della filovia di proseguire ? Nulla, perché il tratto in questione ,  lungo appena cinque chilometri , rimarrebbe un’opera fine a se stessa, incompiuta, dopo aver fatto scempio di un fiore all’occhiello e di una realtà ambientale di gran pregio.

Si dice che per l’equilibrio economico della futura gestione, obbligatorio secondo la legge di finanziamento dell’opera, siano stati previsti 800 passeggeri/ora, ma il relativo studio non è mai stato reso noto, ammesso che esista.

La cosa più irritante è una certa ambiguità che traspare dal comportamento dei partiti che tradizionalmente si sono schierati contro la realizzazione;  un esempio: il rappresentante di Rifondazione Comunista in seno al Consiglio d’Amministrazione della GTM vota a favore della realizzazione, quando invece il partito ufficialmente è contrario.

Comunque trattandosi  di un appalto che comprende il territorio fra due comuni, manca l’atto formale da parte del Comune di Pescara,  circa la disponibilità dell’area  in cui il tracciato è stato progettato, per non parlare della mancanza dello studio di valutazione d’impatto ambientale.

Siamo scivolati  in un’ era politica in cui ormai, i partiti che hanno vinto le elezioni , devono poi sdebitarsi con i loro sponsor e potentati economici che li hanno fatti eleggere, dando il via ad opere inutili, pur di elargire ( e sperperare ) pubblico denaro ai compari d’affari.

 

La contrizione del Monsignore

 

Tutti abbiamo immaginato il nostro beneamato ex sindaco Luciano D’Alfonso contrito a riflettere sulle tegole  che  improvvisamente gli sono cadute sulla testa.

Poi se andiamo a riflettere scopriamo che il tetto da tempo era mal ridotto e che le tegole ben salde non lo erano affatto.

Però, la mossa furbetta di presentare un certificato medico per evitare le dimissioni la dice lunga sulle voci che vorrebbero accreditare d’Alfonso come un martire di persecuzioni .

Riflettiamo: un’amministrazione sana e democratica rende trasparente ogni sua mossa, in ogni direzione, compresi i concorsi d’assunzione che dovrebbero essere pubblicizzati al massimo.

Per non parlare del controllo sulla cosa pubblica e sull’operato dei vari dirigenti addetti al rilascio delle concessioni edilizie.

Poi non s’inocula il culto della propria immagine, in quanto è palese che in una democrazia un sindaco, ( ma tutte le cariche elettive) sono pro tempore e quindi di cattivo gusto sono le gigantografie con il faccione del primo cittadino  esposte ai quattro venti pagate con pubblico denaro  o commissionare orribili loghi ( vedi Pescara città Vicina) e farli riprodurre in ogni crocicchio di strada.

Per non parlar della farsa elettorale in cui tutti i giornali erano fagocitati quotidianamente dalle imprese inaugurali di super Luciano, dallo strombazzamento di realizzazione di opere faraoniche, dei monumenti agiografici tipo fontana Toyo Ito  ( Naga Kata per qualcuno) a piazza Salotto, o della proliferazione di liste collegate misconosciute create e finanziate ad hoc, solo per aumentare il serbatoio dei candidati-galoppini-grandi elettori, mentre al contrario, i vigili urbani venivano sguinzagliati a multare chi si permetteva di fare politica ( che sicuramente non avrebbe mai e poi mai votato D’Alfonso)  attraverso lo strumento spontaneistico  più congeniale ai movimenti, cioè il bel volantino ciclostilato in proprio, vera espressione di libera democrazia e libera informazione.

Ho appreso che  Monsignore s’è ritirato in convento a pregare:  sono  certo che da oggi le cose miglioreranno.

 

Diderot          

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Israele-Palestina, le lotte di Anarchici Contro Il Muro della scorsa settimana


18.01.09: Durante la settimana i nostri attivisti hanno partecipato ogni giorno in tutto il paese alle manifestazioni ed alle veglie contro la guerra su Gaza, compresi i presidi mattinieri vicino l'aeroporto militare di Tel Aviv. Abbiamo distribuito nelle principali città migliaia di fotografie dei bambini di Gaza. Ci siamo uniti alle manifestazioni dei bambini e delle donne a Bil'in e Ni'ilin. Un'altra veglia è stata fatta all'ingresso del centro di reclutamento il giorno dopo che un altro compagno è stato arrestato per resistenza al servizio di leva. E naturalmente anche le consolidate manifestazioni del venerdì contro il muro della separazione (e contro la guerra su Gaza) a Bil'in,
Ni'ilin, Jayyous, ed Umm Salamuna. Le forze di Stato hanno continuato con le nuove misure di usare proiettili veri da 0,22 pollici sia a Bil'in, che Ni'ilin e Jayyous. Sabato sera 17 gennaio abbiamo partecipato ad uno spezzone rosso&nero nella manifestazione settimanalecontro la guerra a Gaza, indetta dalla coalizione contro la guerra.Ecco l'appello per la manifestazione di mercoledì 14 davanti al centro di leva: A sostegno delle obiettrici di coscienza israeliane Maya Yechieli-Wind e Raz Bar David-Veron Maya Yekhieli-Wind, una dei firmatari della lettera del movimento dei
diplomati di scuola superiore (shministim) verrà rinchiusa questa mattina nella base militare di Tel Hashomer dove dichiarerà il suo rifiuto a prestare servizio militare in un esercito occupante, un
esercito che ha bombardato ed ucciso centinaia di persone nelle ultime 2 settimane.
Maya verrà raggiunta dalla collega Raz Bar David-Veron che è in attesa della quinta sentenza contro di lei per rifiuto a servire in un esercito di occupazione.Ora più che mai dobbiamo mostrare che ci sono israeliani i quali si rifiutano di prendere parte alle atrocità che vengono commesse in nostro nome.
Mercoledì 14 gennaio alle 9.00 presso la base militare di Tel Hashomer,
ci uniremo a Maya e Raz a sostegno del loro giusto rifiuto.

 

BIL'IN

Estratti dal resoconto di un compagno da Bil'in:

Venerdì 16 gennaio 2009. Tre feriti e dozzine di manifestanti in difficoltà per aver inalato gas lacrimogeni durante la manifestazione settimanale di Bil'in venerdì 16 gennaio. Gli abitanti di Bil'in hanno manifestato contro il rifiuto da parte di Israele degli sforzi internazionali per il cessate il fuoco. Gli abitanti di Bil'in oggi si sono riuniti dopo la preghiera del venerdì in un'azione di solidarietà con la popolazione di Gaza. Si sono uniti attivisti internazionali ed israeliani di Anarchici Contro il Muro, tutti contro la guerra su Gaza. I manifestanti portavano bandiere
palestinesi, venezuelane e boliviane, a dimostrare il sostegno dato dai due paesi sudamericani nel corso della settimana, con la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele a causa della guerra su Gaza.
La manifestazione è stata simbolicamente silenziosa, mentre i manifestanti portavano bandiere delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea e della Lega Araba sul loro petto, e sulla bocca scarpe con la bandiera americana ed israeliana a simbolizzare il potere di questi 2 paesi nell'imbavagliare il resto del mondo. Altri manifestanti avevano le tre bandiere dell'ONU, della UE e della Lega Araba legate con un adesivo sulla loro bocca a dimostrare il silenzio mondiale verso i massacri
israeliani a Gaza.
Il massacro a Gaza prosegue senza tregua. Sono quasi mille i morti per i bombardamenti, di cui un quarto sono bambini. Sono migliaia i feriti, decine di migliaia i profughi che cercano riparo dai bombardamenti aerei e dai carri armati, mentre gli ospedali sono al collasso per l'altissimo
numero di ricoverati. L'assedio israeliano va avanti e con esso i crimini di guerra.
I civili nel sud di Israele sono tenuti come ostaggi da un governo che li usa e che racconta loro menzogne. La distruzione ed i morti di Gaza non renderanno il loro futuro più sicuro, ma procureranno ancora più violenza e morti.


 

Presentato da Lia Didero

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”