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IL SALE - N.°86


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 8  –  numero 86   Dicembre 2008

 

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

 

 

 

                                     presentato da Giuseppe Bifolchi

 

                                      di Moreno De Sanctis

 

                                               di Paolo Vasini

                       

                                                        di Giorgio Fioretti

 

·         Pagine 12 e 13    IL DIRITTO ALLA PIGRIZIA                                                

                                                 presentato da Maurizio Marano

 

                                                        ricevuto da Luigi Bianchi

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La pagina di Diderot

 

Questione morale ? Non sottilizziamo…

 

 “Siamo tutti con te - Ridateci il nostro Sindaco- Forza Sindaco “, sono solo alcuni dei cartelli  issati dal popolo dei piddippini durante il tempestoso consiglio comunale del giorno 19 dicembre scorso

Certo ha fatto un po' impressione vedere militanti ex PCI urlare a squarciagola e contestare l'operato della magistratura appena si è parlato di questione morale. Enrico Berlinguer  stavolta non docet.

La manifestazione dei supporters dalfonsiani è stata organizzata ad arte dai  vari Fusilli, Casciano, Dogali, ecc., ormai orfani inconsolabili perchè  vedono franare la terra sotto i loro piedi e vedono lontani ed irripetibili le gesta della scorsa campagna elettorale, quando furono supportati da una partigiana campagna mediatica del giornale Il Centro e perché sanno che difficilmente risiederanno rieletti  in un  consiglio sciolto e commissariato per le nuove  elezioni amministrative di giugno  prossimo.

Così come è organizzata ad arte la sceneggiata che lo stesso giornale di Pescara va organizzando (Carlo Caracciolo si starà rivoltando nella tomba , lui che è stato il creatore della Finegil – proprietaria del giornale locale insieme ad una ventina circa di giornali di provincia italiani –e poi l’editore storico delle inchieste sull’Espresso per mezzo di Scalfari e Jannuzzi sugli scandali SIFAR del golpista generale De Lorenzo , ecc. ); Il Centro infatti è diventato estremamente critico  verso la Magistratura, arrivando a minimizzare tutto l’impianto accusatorio, riuscendo a diventare in questo scorcio di fine anno uno splendido alleato di Berlusconi sulla riforma della giustizia e la separazione delle carriere tra PM e giudicanti.

Tornando al Consiglio comunale del 19  ad onor di cronaca devo registrare quanto è emerso dagli interventi dei consiglieri ; inevitabile che il centro destra abbia puntato il dito contro gli appalti delle aree di risulta suscitando i mugugni e le proteste in aula del pubblico piddippino, tanto che la seduta è stata interrotta;  da registrare anche il discorso equilibrato di Silvio Profico che, pur riconoscendo l'azione positiva dell'ex Sindaco per la fine di un ultradecennale immobilismo causato dai sindaci di centro destra, dall'altro lato ha messo in guardia l'opinione pubblica sul rispetto delle regole che un troppo decisionismo e spinta al cambiamento potrebbe travalicare.
E’ Luciano d'Alfonso vittima  per aver violato le regole solo per decisionismo senza nessun tornaconto personale ed  incolpevole per un arcaico e mai rinnovato sistema burocratico?
O ciò  ha significato arricchimento o favori personali  ( o per persone a lui vicine o anche quale merce di scambio)  di cui potrebbe aver usufruito, stando alle carte di questo scorcio d’inchiesta che l’ha portato agli arresti?

A Pescara, durante l’inaugurazione -presieduta e voluta  da Luciano D’Alfonso solo un giorno prima dell’arresto-  dell’opera "Huge Wine Glass" in piazza Salotto dell'architetto di fama internazionale Toyo Ito ( Nagakata secondo Rifondazione Comunista)  un cittadino del quartiere 3 ha esternato ad alta voce “A noi l'inquinamento, a D'Alfonso il monumento” sottolineando a modo suo il problema dello smaltimento dei rifiuti presso il cementificio tramite la società francese Lafarge (proprietaria ai tempi dell'accordo per la realizzazione dell'opera)  che risulta essere la committente per il 70% del monumento nipponico; quelli del meetup di Beppe Grillo sono andati allora dal Sindaco per avere delucidazioni in merito e D’Alfonso   ha confermato i finanziatori e le proporzioni dei finanziamenti, ma ha dichiarato di non sapere che il cementificio usa RIFIUTI ad uso combustione. Ma questo non si chiama inceneritore? E la diossina che ricade su Pescara? I Pescaresi sanno di avere un inceneritore in città? (primadanoi.it)

Il troppo decisionismo può portare a considerare la cosa pubblica propria personale e non di tutti e a trasformare un sindaco in un podestà.

 

Diderot

 

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La democrazia diretta dei Consejos Comunales?
di Stefano Boni

Tratto da A rivista anarchica
n. 340 dicembre 2008-gennaio 2009

Elementi di autogestione o mera articolazione del potere centrale? Un’analisi sul campo del ruolo delle strutture del potere locale nel regime “bolivariano” di Chavez. El proceso chavista, la rivoluzione che – nelle intenzioni del governo – porterà il Venezuela ad elaborare il socialismo del secolo XXI, genera reazioni polarizzate: una adesione entusiasta, quasi fideistica, in molti degli ambienti politici rimasti marxisti o una contrarietà, a tratti feroce, sia da parte dei settori neoliberisti sia di quelli anarchici che, seppur da punti di vista diversi, non vedono nel proceso venezuelano un cammino liberatorio o progressista. Questa contrapposizione netta riguarda sia chi assiste alle trasformazioni venezuelane dall’estero, sia gli stessi venezuelani: chi oppone il governo chiama i militanti socialisti, soprattutto quelli più agguerriti talibánes, talebani, mentre questi ultimi chiamano i sostenitori della opposizione escuálidos, squallidi. Da un lato i critici del governo ricordano l’occupazione della televisione; l’infiltrazione capillare del partito nello stato, fino a occuparne o a mettere sotto il proprio controllo tutti principali organi; un assistenzialismo mal gestito che genera consumismo più che comunismo. Dall’altro i sostenitori replicano citando l’attivismo politico e la mobilitazione di massa dei quartieri poveri che hanno assunto un ruolo politico senza precedenti; l’innovazione dei programmi sociali nella forma di offerta di sussidi (ad invalidi, studenti, donne incinte, poveri, etc.) e di una più ampia e capillare distribuzione dei servizi in campo alimentare, educativo, culturale, della salute e della solidarietà mediante le misiones; e, il tema di cui mi occuperò, una riforma istituzionale che prevede che il potere politico non sia amministrato solo dagli organi eletti ma direttamente dai cittadini mediante i Consejos Comunales, in cui decide il vicinato in assemblea.

L’attivismo politico venezuelano

I Consejos Comunales nascono in un contesto di diffuso, forte e variegato attivismo politico. Il paese vive in un continuo stato di campagna elettorale perché questa, anche per le elezioni amministrative, spesso inizia un anno prima del voto. Sebbene le percentuali di votanti siano variabili, a volte ampliamente sotto il 50%, anche per gli inviti all’astensione proposti dalla opposizione, la disputa elettorale vede numerosi aspiranti: nello stato Sucre, prima della scrematura delle primarie, si sono presentati ben 13 candidati, solo all’interno del Partido Socialista Unido de Venezuela PSUV (il partito di Chávez), e altrettanti dell’opposizione oltre a numerosi indipendenti. Inoltre, le tornate elettorali tendono ad essere ravvicinate nel tempo sia per la presenza di elezioni primarie sia perché la costituzione prevede che la cittadinanza possa chiedere un referendum per revocare qualsiasi carica istituzionale, dal presidente al sindaco. Negli ultimi dieci anni si è inoltre votato una costituzione e la sua riforma. Quest’ultimo voto, nel dicembre 2007, è stata la prima sconfitta elettorale, perlomeno dichiarata, di Chávez dalla vittoria nelle presidenziali del 1998. Il dinamismo politico, comunque, va ben oltre il momento elettorale: la partecipazione si esprime con scritte murali, proteste sotto le sedi delle istituzioni e con manifestazioni a tratti violente. Strade e le autostrade vengono regolarmente bloccate per ore o giorni; a volte i cortei si trasformano in attacchi ai negozi o ai camion che portano beni di qualsiasi genere; si organizzano picchetti e blocchi all’entrata di fabbriche e università segnalati dalle colonne di fumo prodotte dai copertoni bruciati; sono comuni le sassaiole così come l’occupazione di edifici pubblici e istituzionali a cui occasionalmente la folla da fuoco. Due dei protagonisti della marcia che ha condotto alla presa del palazzo del governatorato di Sucre (ovvero il governo di uno stato, il Venezuela è una repubblica federale) e al suo rogo, oggi militano nel PSUV e sono il candidato sindaco e l’attuale sindaco (candidato governatore) di Cumaná, capitale dello stato Sucre, città dove è avvenuto il fatto e dove ho condotto recentemente brevi periodi di ricerca. Le ragioni dichiarate che muovono queste azioni vanno dalla morte di compagni durante scontri con la polizia, ritardi nella elargizione di servizi necessari o promessi dalle istituzioni pubbliche (allacciamento alla rete idrica, ampliamento della rete elettrica, asfaltatura delle strade, distribuzione di fondi per la costruzione di case, etc.), lamentele studentesche per mancanze nelle loro sedi, proteste contro la politica del governo, richiesta di maggiori garanzie sanitarie da parte di operai o di maggiore sicurezza contro gli assalti dei pirati da parte di pescatori.

I Consejos Comunales

In questo vivace contesto è stata approvata nel 2006 una legge che ha trasformato e generalizzato una delle promesse della riforma costituzionale del 1999: l’esplosione del potere popolare, del potere esercitato direttamente dal popolo. In realtà le organizzazioni popolari hanno radici storiche profonde nelle comunità contadine e nelle associazioni di vicinato presenti in contesto urbano. Con la Ley de los Consejos Comunales il governo ha continuato una politica di incentivi e riconoscimento istituzionale ad organismi autogestiti dalla cittadinanza che dura da diversi decenni e ha deliberato l’estensione di forme di potere popolare su scala nazionale. Inoltre, ha decretato che i Consejos Comunales fossero gestiti in maniera orizzontale, senza un capo, governati da piccole assemblee di vicinato, costituite da un massimo di 400 famiglie: l’attività degli organi esecutivi è sottoposta al vaglio dell’assemblea che può revocarli in qualunque momento. Il trasferimento di generosi finanziamenti governativi per la realizzazione di progetti finalizzati al miglioramento delle condizioni di vita comunitaria è stato uno dei principali incentivi che ha stimolato le comunità a costituirsi, passando mediante un processo non facilissimo di certificazione amministrativa, in Consejos Comunales. I fondi sono richiesti con progetti sottoposti all’attenzione degli enti locali o dei ministeri e amministrati autonomamente dalla comunità. Buona parte dei Consejos Comunales ha ricevuto due finanziamenti. Un primo stanziamento di 30 milioni di Bolívares (all’incirca 10,000 euro) utilizzato per lavori pubblici quali la costruzione o il rinnovo della rete elettrica, stradale e del sistema fognario; la recinzione di aree vicinali per motivi di sicurezza (che è un problema non solo televisivo da queste parti); la manutenzione di palazzine; l’arredo urbano; la costruzione di edifici scolastici e centri sociali comunitari. Un secondo finanziamento di oltre 400 milioni di Bolívares (all’incirca 130,000 euro) per la realizzazione di dieci case e, a volte, la riparazione di edifici, con i beneficiari scelti o estratti a sorte in assemblea tra i più bisognosi. Sebbene l’attività principale dei Consejos Comunales sia, per ora, la realizzazione di progetti finanziati dallo stato, le istituzioni hanno cominciato ad affidar loro anche la gestione di alcuni servizi, quali l’offerta di cibo a prezzi calmierati e la certificazione della residenza. I Consejos Comunales più attivi partecipano alla gestione delle scuole e degli ambulatori della propria zona, denunciano ritardi e corruzione nella offerta dei servizi pubblici, si attivano per l’organizzazione di feste e per la pulizia del vicinato. Nell’Occidente, dove forme di partecipazione orizzontale comunitaria esistono in contesti minimi e marginali, ci limitiamo principalmente a dibattiti storico-teorico-ideologici su quali forme di governo possono esprimere, senza delega, la volontà popolare. In Venezuela, invece, la popolazione si trova a dover gestire organi di democrazia diretta nella loro quotidiana concretezza. Il panorama dei Consejos Comunales è variegato: ci sono zone che non hanno mai provato ad impiantare un Consejo Comunal (soprattutto nelle aree ricche); altre che hanno provato senza successo a costituirsi; altre ancora che hanno iniziato il

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processo ma hanno visto nascere conflitti e revoche, per irregolarità più o meno gravi, in genere, legate ad una gestione finanziaria in alcuni casi per nulla limpida ma anche per differenze di vedute, polarizzazioni partitiche o familiari; altri ancora che lavorano in maniera inclusiva, trasparente e dialogica, premiati da generose elargizioni statali. La partecipazione alle assemblee è, in genere, limitata a qualche famiglia all’interno della comunità rimanendo tendenzialmente bassa: il quorum del 20% per l’approvazione delle riunioni in alcuni casi non viene raggiunto, in altri si raggiunge la metà degli aventi diritto. I Consejos Comunales non hanno capi ma votano un organo di gestione finanziaria; un organo di controllo; e un organo esecutivo, composto da una quindicina di comitati di lavoro (salute, educazione, acqua, elettricità, solidarietà, case, etc.). I comitati di lavoro si impegnano nel loro campo per scrivere progetti, discuterli in una riunione (spesso settimanale) a cui partecipano tra i cinque e i venti eletti dei comitati, farli approvare dall’assemblea e promuoverli nella comunità. La partecipazione è in buona parte femminile sia nelle assemblee che nelle cariche esecutive che non sono retribuite. Nella maggior parte dei Consejos Comunales attivi, sono una o due decine di donne e uomini che si impegnano a tenere i rapporti con le istituzioni, ad assicurarsi che i soldi ricevuti si trasformino in benefici tangibili per la comunità, a coordinare e stimolare la partecipazione.
Si tratta di una riforma nella gestione del potere tesa all’affiancamento di forme variegate di partecipazione popolare ad organi eletti, un percorso che, se portato a fondo – come promettono impegni presi pubblicamente dal governo – significherebbe una convivenza tra organi istituzionali eletti e forme istituzionalizzate di partecipazione popolare diretta e assembleare. La prospettiva è di immenso interesse sia da un punto di vista puramente teorico che storico. La sostituzione di molte prerogative attualmente gestite da strutture burocratiche e istituzionali con una partecipazione diffusa, sarebbe infatti un tentativo di superamento di uno dei principali tradimenti degli stati marxisti, la promessa non mantenuta di una partecipazione politica popolare. L’orizzontalità decisionale che lo stesso marxismo proponeva e che molti altri, che pur non erano marxisti, condividevano, è stata nei regimi comunisti spesso evocata retoricamente mentre una cupola inamovibile continuava a gestire lo stato nel nome del popolo sovrano.

Riflessioni e punti critici

Nel corso degli ultimi due decenni sono emerse varie esperienze di democrazia diretta in America Latina. L’esempio più noto è la gestione autonoma di varie comunità in Chiapas ma si possono ricordare, sempre in Messico, la lotta della APPO di Oaxaca, e vari movimenti indigeni, rurali e urbani sparsi nel continente di cui l’esempio più interessante è forse quello delle comunità aymara in Bolivia. (1) L’esperienza dei Consejos Comunales in Venezuela ha quindi delle analogie con altre forme di potere popolare: una partecipazione diffusa e l’autogestione che, secondo gli attivisti che lavorano con i Consejos Comunales, sono gli aspetti più positivi.

La partecipazione - Rispetto a precedenti forme di organizzazione venezuelane, i Consejos Comunales hanno attivato maggiori energie e hanno garantito – grazie all’assenza di un capo – una partecipazione diffusa ed egualitaria coniugata con una gestione diretta e assembleare che vede come protagonisti i cittadini. Le riunioni, in genere settimanali, degli organi eletti sono vivaci e partecipate. In quello che in Venezuela si chiama ‘poder popular’ ed in particolare nei Consejos Comunales non c’è discontinuità tra la comunità e il suo organo di espressione politica. Sebbene emergano figure carismatiche, il fatto che l’assemblea sia sovrana ha garantito che atti di corruzione e di cattiva amministrazione fossero bloccati o comunque denunciati.

L’autogestione - I Consejos Comunales deliberano quali opere sono necessarie, chi saranno i beneficiari e come svolgere i lavori. Spesso scelgono di compiere diverse mansioni in proprio piuttosto che affidare la realizzazione ad imprese. In questo modo decidono autonomamente le priorità della comunità, affidano il lavoro a membri della comunità e valorizzano le competenze locali (sia tecniche che di manodopera). Nel giudizio di molti questa modalità autogestionaria garantisce minori sprechi ed una maggiore qualità.
Gli aspetti che distinguono i Consejos Comunales da altre forme di potere popolare latinoamericano rappresentano anche gli aspetti più problematici di questa sperimentazione politica.

L’istituzionalizzazione - I Consejos Comunales sono organi costituiti per legge, legittimati dalla costituzione bolivariana promossa da Chávez e fanno quindi parte della geometria del potere statale. Sebbene abbiano un grado elevato di autonomia nella gestione quotidiana delle pratiche organizzative interne, i Consejos Comunales si muovono anche all’interno di una logica giuridica e istituzionale che comporta procedure burocratiche necessarie per acquisire il riconoscimento formale e per scrivere i progetti da sottoporre agli enti governativi. Questo vincolo istituzionale genera spesso scontento perchè una parte non indifferente dei partecipanti ai Consejos Comunales è fortemente critica nei confronti di burocrati, politici professionisti, sindaci e ministri – anche quelli del governo socialista – ritenuti corrotti, traditori degli ideali rivoluzionari, dediti a pratiche consumistiche ed edoniste e intrisi di una smania di centralizzare potere e prestigio. Se in altre parti dell’America Latina l’organizzazione popolare si contrappone alle istituzioni e rifiuta qualsiasi forma di riconoscimento ufficiale, al contrario, in Venezuela le organizzazioni popolari hanno sempre cercato non solo la legittimazione governativa, ma spesso anche sponsor partitici per facilitare e velocizzare l’arrivo di finanziamenti. Il vincolo istituzionale e quello finanziario limitano l’autonomia dei Consejos Comunales.

Le sovvenzioni statali - La mobilitazione popolare nella costituzione dei Consejos Comunales è stata finalizzata, non esclusivamente ma in buona parte, ad intercettare i generosi finanziamenti governativi. Questi sono resi possibili dalle straordinarie entrate derivanti dalla vendita del petrolio e permettono ai Consejos Comunales di completare importanti opere infrastrutturali ed edili. Allo stesso tempo le ingenti sovvenzioni statali, nonostante le precauzioni legislative, sono state in parte rubate da personaggi carismatici, creando conflitti e, secondo alcuni, prostituendo il potere popolare.

Polarizzazione partitica - L’assegnazione di fondi è stata viziata, in alcuni casi, da logiche clientelari: chi distribuisce i fondi chiede, in maniera più o meno esplicita, garanzie di fedeltà elettorale. Questo ha generato conflitti e divisioni perché, nella maggior parte dei Consejos Comunales, i rappresentanti negli organi eletti sono di varie tendenze politiche. La partecipazione ai Consejos Comunales di conseguenza, a volte, si frammenta su linee di appartenenza partitica o di suddivisione in fazioni anche all’interno di chi appoggia il governo. Questo genera spaccature, conflitti e accuse che portano al rallentamento e, nei casi più gravi, al blocco delle attività.

I Consejos Comunales sono in fase infantile. Qui ho cercato di convogliare alcune delle riflessioni e preoccupazioni di chi lavora nei e con questi organi. Questo testo va quindi inteso come un contributo di uno scienziato sociale a questo processo di indagine finalizzata ad assicurarsi che ci sia una corrispondenza tra quello che il potere popolare dovrebbe essere e ciò che è nella vita concreta e quotidiana dei cittadini e delle cittadine.

 

Articolo presentato da Giuseppe Bifolchi

 

 

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A VOLTE, TANTE VOLTE, TROPPE VOLTE, QUANTE VOLTE ...

A volte ti svegli la mattina e ti sembra davvero un giorno diverso, poi accendi la luce e ti accorgi che nulla è cambiato, così rimani a letto

a volte aspetti qualcuno in una sala d’attesa e i minuti ti pungono come punte di spillo, altre volte sei in pediatria

a volte incontri altri occhi nei tuoi e ti senti una persona migliore, a volte sono uno specchio un muro un pozzo un cielo, altre volte li chiudi ma continui a sentire, resisti, anche quando fa freddo, anche quando…

a volte le nuvole ti coprono come una calda coperta invernale, altre volte sembrano “un coperchio”, tante volte non ci badi, troppe volte il tempo ti somiglia

a volte ti senti piccolo al centro di un grande paesaggio, altre volte riesci a vedere il cammino percorso e quanto ancora hai da percorrere oltre l’orizzonte

a volte indichi il cammino, altre volte i tuoi passi si perdono, altre ancora sei fermo ed è come gustarsi un gelato d’estate

a volte la tua stanza si riempie di un profumo nuovo, altre volte va via, si disperde nel vento

a volte tieni la tua mano in un’altra mano e non ti senti perduto

a volte in un addio al tramonto rimpiangi di esser nato, altre volte il tramonto ti somiglia

a volte un numero di telefono posato sul comodino senti che sia il biglietto per il paradiso, altre volte lo ritrovi dietro l’armadio tanto tempo dopo e non ricordi più di chi sia stato

a volte la malattia, tua o di qualcun altro, non ti fa più pensare

a volte tutto ti sembra grande ed irraggiungibile e ti spaventa, altre volte lo è davvero ma non t’interessa affatto

a volte le ferite ti fanno male e ti ricordano chi sei, altre volte lecchi le ferite di qualcun altro

a volte vorresti mangiare l’infinito, a volte hai sete di un qualcosa, che non sai bene cosa sia, ma senti che ti tiene in vita

a volte aspetti un treno che ti porti chissà dove, altre volte lo guardi passare

a volte un abbraccio lo senti come se ti carezzasse l’anima, altre volte come una catena che fatica a spezzarsi

a volte una lacrima significa un addio senza ritorno o un ritorno dopo un addio o uno stupirsi, un ritrovarsi …

a volte un sorriso è uno scudo, altre volte la parola una spada

a volte per strada, in una piazza, ritrovi te stesso, gli altri… ma poi, finita la manifestazione, ci si disperde ed anche tu torni a casa, metti i panni sporchi in lavatrice e siedi stanco sul divano in sala

a volte ti specchi e ti vedi cambiato, altre volte somigli ai tuoi genitori più di quanto pensassi, più di quanto temessi

a volte piangi senza motivo ed è come voler rinascere tra le braccia di tua madre, ma lei non c’è e tu non sei più

a volte sei per strada e ti fa strano vedere quella persona che aspetti, farsi largo in mezzo a tante persone, divincolarsi e affrettarsi per venire proprio da te

altre volte ti fa strano andare ad un appuntamento e trovare l’altra persona già li, prima di te, che ti aspetta

a volte pensi che la politica sia una coperta troppo corta per coprire tutta quanta l'esistenza

MORENO DE SANCTIS       

A PROPOSITO DI

Tale anarchico ha un’opinione diversa dalla mia; ciò è naturale perché lui è diverso da me. Io non vorrei che egli mi imponesse la sua opinione, non saprei dunque imporgli la mia. Basta che questo “altro” sia un uomo libero, che non saprebbe usare contro di me i mille mezzi cui ricorre l’autorità. “E’ l’autorità che si deve combattere e non la diversità delle opinioni” la quale – fra anarchici – costituisce la vita stessa delle idee anarchiche.

Senza la diversità noi si sarebbe un gregge simile a quello di un partito socialista qualsiasi. Invece di deplorare la diversità io la saluto di tutto cuore, poiché essa

sola può fornirci la garanzia che ciascuno dice realmente quello che pensa e che non può fare altrimenti.

 

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Altrettanto dunque mi piace ogni discussione seria, altrettanto deploro ogni polemica fra anarchici. Ma anche la discussione non deve avere per scopo di vincere, di schiacciare l’avversario, ma bensì di permettere a ciascuno di esprimere le sue idee in modo conveniente ed approfondito. In seguito, l’uno e l’altro dei contradditori potrà essere convinto su un tale punto oppure non esserlo, ma questi non saranno più che incidenti secondari.

Max Nettlau (1907)

 

Max Nettlau (Neuwaldegg, 30 aprile 1865 – Amsterdam, 23 luglio 1944), è stato uno dei principali storici del movimento anarchico.  Max Nettlau, definito “Erodoto dell’anarchia” secondo una fortunata espressione coniata da Rudolf Rocker, nasce nel 1865 a Neuwaldegg, nei pressi di Vienna, da una famiglia benestante di origini prussiane. Studia filologia in diverse università tedesche specializzandosi in lingue celtiche e si laurea a Lipsia nel 1887, con una tesi sulla grammatica cimbrica. Fin da giovane studente è attratto dal movimento radicale austriaco, quindi dal socialismo libertario, rimanendo pur sempre uomo di studi piuttosto che di azione militante. A Londra, dove frequentemente si reca per condurre le proprie ricerche al British Museum, aderisce per un breve periodo alla Socialist League fondata da William Morris, poi si avvicina agli ambienti dell’anarchismo e al gruppo del «Freedom» entrando in contatto, tra gli altri, con Errico Malatesta. Grazie al capitale di famiglia ereditato alla morte del padre può coltivare a tempo pieno la sua passione per gli studi storici: da una città all’altra d’Europa esplora biblioteche e archivi e contatta personalmente vecchi militanti internazionalisti, in perpetua ricerca di testimonianze e di documenti che puntualmente trascrive e conserva. Si dedica inoltre, con grande zelo, alla costruzione di una vasta biblioteca personale, strutturata in base a un preciso disegno selettivo basato sulla rarità dei pezzi e vissuta come una missione di salvaguardia delle testimonianze documentarie dei movimenti socialisti altrimenti destinate alla dispersione. Dopo trattative naufragate sia con la Biblioteca Reale di Berlino che con la Biblioteca pubblica e universitaria di Ginevra, Nettlau agli inizi degli anni ’30 decide di cedere la propria collezione all’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. Egli stesso nel 1938 si trasferisce nella capitale olandese, dove muore nel 1944. Tra i suoi lavori principali si segnalano una puntigliosa Bibliographie de l’anarchie, una biografia di Michail Bakunin in 3 volumi tirati personalmente dall’autore in cinquanta esemplari (regalati ad amici e a importanti biblioteche) e una monumentale Geschichte der Anarchie in 7 volumi.    (fonte: wikipedia)

 

 Scritti di Max Nettlau 

·          Bibliographie de l’Anarchie, préface d’É. Reclus, Bruxelles: Bibliothèque des «Temps Nouveaux», Paris: P.-V. Stock, 1897.

         · Michael Bakunin: eine Biographie (The life of Michael Bakounine), London N. W.: privately printed (reproduced by the autocopist) by the author, February 21st, 1896 – July 8, 1900, 3 vv. (Reprint: Milano, Feltrinelli, 1971, 2 vv.).

         · Geschichte der Anarchie, v. 1: Der Vorfrühling der Anarchie: ihre historische Entwicklung von den Anfängen bis zum Jahre 1864, Berlin: Der Syndikalist, 1925; v. 2: Der Anarchismus von Proudhon zu Kropotkin: seine historische Entwicklung in den Jahren 1859-1880, Berlin: Der Syndikalist, 1927; v. 3: Anarchisten und Sozialrevolutionäre: die historische Entwicklung des Anarchismus in den Jahren 1880-1886, Berlin: ASY, 1931; v. 4: Die erste Blütezeit der Anarchie: 1886-1894, Vaduz: Topos, 1981; v. 5: Anarchisten und Syndikalisten, t.. 1: Der französische Syndikalismus bis 1909 – Der Anarchismus in Deutschland und Russland bis 1914 – Die kleineren Bewegungen in Europa und Asien, Vaduz: Topos, 1984; vv. 6-7 manoscritti.

         · Michele Bakounine: uno schizzo biografico, con una prefazione di Élisée Reclus, tradotto dal tedesco a cura dell’avv. L. Merlino, Messina: Biblioteca dell’«Avvenire sociale», 1904..

          Breve storia dell’anarchismo, Cesena: L’Antistato, 1964.·

          Bakunin e l’Internazionale in Italia: dal 1864 al 1872, Ginevra: Il Risveglio, 1928 (Roma: Savelli, 1975).·

          Errico Malatesta, Pescara: Samizdat, 1996.·

 

 Scritti su Max Nettlau 

         · Ugo Fedeli, Max Nettlau: cinquant’anni di studi e di ricerche sull’anarchismo, «Volontà», 3 (1948-1949), n. 10, p. 572-576; 3 (1948-1949), n. 12, p. 646-651; 4 (1949-1950), n. 2, p. 118-119.

          Rudolf Rocker, Max Nettlau: el Herodoto de la anarquia, México D. F., Estela, 1950.·

          L’anarchismo nella concezione di Max Nettlau, «Volontà», 19 (1966), n. 1, p. 21-34.·

·          Marianne Enckell, Max Nettlau e l’Italia, in Anarchismo e socialismo in Italia, 1872-1892, a cura di Liliano Faenza, Roma: Editori Riuniti, 1973, p. 293-301.  

 

                                                                             MORENO DE SANCTIS        maldiscuola#yahoo.it

 

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PRENDI UNA PALA, SCAVA UNA BUCA E TROVI L'AMERICA

Anno 1929. Crolla la Borsa di New York, inizia la Grande Depressione, i disoccupati sono milioni.

Anno 1932. Franklin Delano Roosevelt viene eletto Presidente e pensa :- Diamo una pala ai disoccupati, e facciamogli scavare una buca. Lo so, é una buca inutile, ma mi serve per giustificare lo stipendio che Io, Stato, voglio dargli.- In tal modo, scavando scavando, il nuovo statale americano potè, grazie al suo stipendiuccio, tornare la domenica al ristorante; quel giorno sua moglie sfoggiava una nuova collanina mentre suo figlio giocherellava con dei soldatini appena comprati. Nel frattempo le industrie ricominciarono a produrre beni per tutti quegli ex disoccupati che ora, finalmente, avevavo soldi da spendere. E cosi, scavando, spendendo e producendo, scavando , spendendo e producendo, l'America scoprì...l'America e divenne la nazione più potente della terra.

L'i dea di Roosevelt fu chiamata New Deal. Era un'idea di buonsenso, semplice come la scoperta dell'acqua calda, ma , il fatto che ci volle la crisi del 1929 per applicarla dimostra, a mio giudizio, di come spesso, per i governanti, lo scopo del loro agire non sia il bene comune , ma quello di salvaguardare alcuni gruppi di potere.

Anno 2008. Da decenni in Inghilterra esiste l'Income Support, parola intraducibile in italiano perchè da noi una cosa così non esiste proprio. Se lavori meno di 16 ore alla settimana e hai un reddito basso, la Regina ti fornisce l' income support, cioè ti dice:- Scegliti una casa o una stanza in un appartamento. L'affitto te lo pago io e ti pago pure la luce l'acqua e il gas . Poi puoi usare i mezzi pubblici gratis ed avere anche gratis le medicine e l'assistenza sanitaria. In più, ogni settimana ti do alcune decine di sterline, in modo che puoi tranquillamente fare la spesa e farti avanzare qualche cosina. Hai un obbigo, però. Periodicamente devi recarti all'ufficio di collocamento per vedere se ti trovano un lavoro.-Pensate che la Regina Elisabetta sia pazza? Al contrario, sa benissimo che nel capitalismo è fisiologico esserci una percentuale di disoccupati e sa benissimo che la ricchezza della nazione non la fa solo chi produce, ma anche chi consuma. Se non ci fosse un popolo in grado di permettersi di consumare il the alle 5 del pomeriggio, mister Lipton non sarebbe mai esistito come produttore. Dunque, anche un disoccupato produce ricchezza, purché consumi.

Anno 2008. Berlusconi "il cinese" vola a Pechino dai suoi affini.

Ho avuto la fortuna-sfortuna di vedere la faccia di Silvio nella foto di gruppo con i governanti cinesi. Dalla sua lampante contentezza si capiva subito il perchè:

Primo- Finalmente in una foto di gruppo risultava essere il più alto. Magari quel giorno non portava neanche i tacchi per superare i vecchi politic i nanetti cinesi.

Secondo- Sentiva l'odore dei suoi affini, cioè governanti che vedono il popolo solo come fonte da spremere, come produttore di ricchezza, ma di ricchezza propria personale del politico e dei grandi industriali che tutela.

Quando andarono al potere, Silvio e Giulio Tremonti iniziarono la"cinesizzazione dell'Italia", introducendo il lavoro precario e cominciando lo smantellamento del pur minimo stato sociale da noi esistente a vantaggio del privato. Lo scopo? Ridurre il popolo a massa elemosinante un lavoro qualsiasi, anche il call-center senza diritti sindacali andava bene, pur di sbarcare il lunario. Giulio e Silvio raccontavano agli italiani che bisognava aumentare la produzione e abbassare il costo del lavoro per produrre ricchezza. Ma infine,poi, questa ricchezza, chi se la gode? La formica operaia cinese che produce per pochi spiccioli, il precario italiano che produce per il suo padrone , oppure il vero affare lo fanno gli eredi pol itici di Mao, gli spietati grandi nuovi capitalisti cinesi e i grandi industriali italiani? E così, producendo producendo, arricchendo e arricchendo solo poche persone e impoverendo e impoverendo la classe media italiana, ecco arrivare il crollo dei consumi e la recessione.

Autunno 2008.Silvio e Giulio, aiutati da Brunetta e Gelmini, continuano nella loro politica di massacro per Noi povero popolo. Se Roosevelt potesse piombare oggi in Italia e gli fosse chiesto :- Ci sono troppo statali fannulloni?.- Lui avrebbe risposto:- Bene, assumetene degli altri.- E ancora :- E se riducessimo il numero delle maestre ?- Lui risponderebbe:- Ma siete impazziti? Piuttosto, assumetene di più e diventerete non solo più istruiti, ma anche più ricchi.-

Il frequente accostamento che ora i mass- media fanno con la crisi del 1929 non esclude che possa tornare di moda il New Deal , Franklin Delano e la sua pala. Sappiamo come é fatto Berlusconi : s e va in Palestina é amico giurato dei palestinesi, se va a Tel Aviv, giura di essere amicone degli ebrei. Dunque, continuando la recessione e lo spirito alla Zelig di Silvio, non ci resta che aspettare la sua ennesima dichiarazione televisiva :- Lavoratore italiano, mi consenta, ecco la pala....ora inizi a scavarsi la fossa.-

Amen.

P.s. Sta meglio un disoccupato inglese che un ricercatore universitario precario italiano da 850 euro al mese.

Doppio Amen
 

 

L'INFORMAZIONE

Pensate che le banconote siano create dallo Stato?
Falso: sono create dalle Banche centrali. In Italia provvedeva la Banca d'Italia, ora provvede la BCE, la Banca Centrale Europea.
Pensate che la Banca D'Italia e la BCE siano pubbliche.

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Falso: sono private, la Banca D'Italia è composta dalle altre banche italiane PRIVATE, mentre la BCE è la somma delle varie banche centrali PRIVATE degli altri paesi componenti "eurolandia".
Pensate che la creazione di banconote debba avere un rapporto con le riserve d'oro in possesso degli stati di riferimento?
Falso:le banche possono stampare quello che vogliono. Unico loro limite, ma anche convenienza, è quello di non creare troppa inflazione .
Pensate che nessuno si oppose al sistema, cercando di ridare allo Stato, dunque al popolo, il potere di creare denaro e di riagganciarlo al metallo prezios o in modo da avere maggiore corrispondenza tra massa monetaria circolante ed economia reale?
Falso: il presidente John Fitzgerald Kennedy decretò il potere dello Stato di stampare dollari garantiti da una riserva d'argento, esautorando di fatto la Federal Reserve Bank. Dopo pochi mesi, Kennedy fu assassinato. Il suo sistema fu abbandonato e la Federal tornò a creare dollari a suo piacimento.

PERCHE' C'E' QUESTO SISTEMA

Storicamente, si è accertato che se un Capo di Stato detiene il potere di fabbricare e far circolare denaro, si determina inflazione. Tornando all'esempio del sogno, un Sindaco verrebbe preso dalla tentazione di pagarsi 2 uscieri, o di darsi a spese inutili, immettendo una quantità di moneta sproporzionatamente maggiore rispetto a quanto prodotto e ai bisogni dell'economia reale.
Dunque, per convenzione, gli Stati hanno deciso di affidare alle banche, cioè ad un organo terzo e privato, la determinazione della massa di denaro circolante.
Di conseguenza, sono le banche a determinare il costo del denaro, la rata del tuo mutuo, l'inflazione o la possibilità di speculazione finanziaria.

LA CRISI ATTUALE

Lo sganciamento della quantità di moneta circolante dall'economia reale, ha determinato giochi speculativi e arricchimenti facili basati sulle aspettative e non sulla concretezza. Le banche si sono scambiate e hanno rivenduto ai propri clienti simili aspettative di credito fondate su una massa di denaro prestato a chi strutturalmente non è in grado di ridarlo indietro. Se la banca presta 1 milione di euro ad un operaio dicendogli:- Prendili, basta che entro 30 anni me ne ridai 1 milione e centomila.-, è chiaro che l'aspettativa di rientro diventa una chimera. Ma l'ipocrisia del giochino è andata avanti alimentata dall'immissione di moneta, dall'arricchimento speculativo finanziario di pochi e dalla complicità della clas se politica.
Il bello è che oggi che il giochino si è rotto, questi bei politici planetari , invece di far fallire il sistema e riprendersi la sovranità monetaria, corrono tutti al capezzale delle banche, addossando sul popolo i debiti contratti dalle stesse, salvandole dalla bancarotta in nome della salvaguardia dei nostri risparmi.....della serie "come prenderti in giro 2 volte"....le banche cascano in piedi... e noi paghiamo.
E così diventa lampante chi è il più forte tra un politico e un banchiere. Il primo dipende da un voto, è temporaneo, il banchiere resta, può essere a vita e...fabbrica soldi!!!

LA SOLUZIONE TENTATA

I politici lo sanno. La soluzione si ha solo tornando alla sovranità degli stati nel fabbricare denaro. Invece, La soluzione tentata in questi giorni e cioè quella di nazionalizzare le banche sull'orlo del fallimento, assomiglia alla soluzione del medico che invec e di amputare la gamba in cancrena, si limita a tagliare alcune dita del piede. Eppure questa è l'occasione storica buona per riaffermare il potere della politica sul potere del banchieri, il potere del popolo sul potere di pochi.

BERLUSCONI E IL CONFLITTO DI INTERESSI

Berlusconi è proprietario di una banca. L'equazione è semplice:più lo stato si indebita, più lui ci guadagna. Più il Capo del governo , cioè Berlusconi, ha bisogno di soldi, più il banchiere Berlusconi può prestare soldi e arricchirsi.
Più il Berlusconi pubblico si indebita e si impoverisce,
più il Berlusconi privato si arricchisce.
Tutto qui. Semplice. Elementare.
Infatti durante il suo precedente governo il debito pubblico è schizzato alle stelle e lo stesso sta avvenendo oggi che è tornato sulla poltrona.
Con lui le tasse non scenderanno mai, al contrario saliranno quando i banchi eri europei gli chiederanno indietro un po' di tutti quegli euro prestati a debito all'Italia.

LA SOLUZIONE

1- Tornare alla sovranità degli stati nel fabbricare denaro.
2- In subordine, se il sistema dovesse rimanere in mano alle banche private, far scegliere al popolo chi dirige le banche centrali. Perchè possiamo scegliere solo chi fa le leggi e non chi stabilisce quanto si deve pagare per la rata del mutuo?

SOGNARE NON COSTA NULLA

Considerata l'informazione e la conoscenza del problema da parte della massa, difficilmente i politici avranno la forza e la voglia di contrastare il sistema attuale e lo strapotere dei banchieri-finanzieri.
In attesa dell'"autodeterminazione monetaria dei popoli", posso sognare un mondo in cui il denaro torni a costituire il corrispettivo del lavoro dell'uomo e che quel giusto debito necessario per lo sviluppo di una economia sia da ridare alla collettività e non a gruppi privat i....almeno sognare non mi costa nulla !



Paolo Vasini

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Tratto da: “Una Voce fuori dal coro” di Giorgio Fioretti

 

(... continua dal numero precedente)

 

La democrazia è la più alta forma di governo fino ad oggi immaginata. Ma per una società poterla pienamente e correttamente esercitare è necessario che sia: matura, ben informata, culturalmente adeguata, economicamente indipendente, che abbia un  alto senso di giustizia e un abituale comportamento responsabile verso i propri doveri sociali.

Hanno le popolazioni della terra, naturalmente incluso i loro governanti, raggiunto questa maturità? No. Allora ogni proclamata democrazia è un falso. Ma siamo costretti a riconoscere che quella parvenza di democrazia che oggi pratichiamo è la più adeguata al grado di maturità, la più possibile rispetto all’attuale preparazione  e cultura dei popoli. Bisogna aspettare che i popoli proseguano il  corso evolutivo. Per molti secoli l’umanità analfabeta aveva subito le angherie  di monarchie assolute; e ben lo sapevano i sovrani di allora che il loro potere era l’espressione del grado di ignoranza dei propri sudditi. A tal proposito si racconta che un giorno Ferdinando I°,  re delle Due Sicilie, seguiva, con un lento dondolio della testa, il rapporto di un suo ingenuo ministro di prima nomina  che gli proponeva lo stanziamento di fondi per iniziare un programma di scolarizzazione del popolo. Persa la pazienza lo interruppe, e con sarcasmo sbottò: Ma dimmi, perché vuoi istruire il popolo?  Non sei forse contento che io sia re e tu ministro? Dammi retta lascia stare l’istruzione. Il popolo si governa con tre F: “FESTE, FARINA e FORCA. Io non so quanto sia vero questo aneddoto, ma questo non è molto importante. Io l’ho voluto ricordare  appena per far capire la filosofia che i  governi monarchici adottavano quando e dove loro governavano. Intanto lo sviluppo  dell’industrializzazione andava sempre più soppiantando le vecchie strutture che avevano esaurite le proprie funzioni. L’inesorabilità del determinismo richiedeva la necessaria alfabetizzazione  delle masse popolari, e uno dopo l’altro caddero i re e vennero le repubbliche. Lo sviluppo industriale, verso la fine del XX secolo, ha prodotto  uno straordinario accumulo di denaro che per sua natura ha necessità di essere applicato. Inoltre, il sistema comincia a dare segni di stanchezza; si determina una fase chiamata post-industriale che a sua volta, con il favore della tecnologia elettronica, produce la globalizzazione dell’economia. Questa è una versione delle comuni, naturali resistenze che regolarmente l’uomo avvantaggiato dal sistema adotta al fine di ostacolare se non proprio evitare la fine della propria epoca.  Naturalmente  in contrapposizione si creano movimenti antagonisti formati dagli  esclusi dai benefici che esso produce. Questi movimenti, che in definitiva sono movimenti progressisti, come  risposta teorica si trovano dentro una logica determinista, ma quali anticipatori di avvenimenti che debbono ancora maturare, sono al momento, perdenti perché inconsapevolmente, vogliono forzare la realizzazione di una situazione storicamente non ancora matura. Forse potrebbe essere vincente una lotta che cerchi non di contrastare la globalizzazione, ma fare in modo che essa si realizzi in modo più totale; che produca benefici più generalizzati. In tutti i casi, comunque la globalizzazione si realizzi, l’aspetto sicuramente positivo di questo processo, sta nel fatto che si determinerà una umanità necessariamente più colta e che più facilmente prenderà coscienza delle proprie potenzialità. E’ poichè il potere di pochi è dato dalla sottomissione dei molti, così come accadde nel passato con le monarchie, i molti si libereranno dalla condizione di sottomessi e esproprieranno i pochi del potere. L’esercizio della vera democrazia potrà essere realizzata e con essa uno stato socialista più libero e giusto.

 

Però non vi aspettate che questa sia la fine della favola….. “e tutti vissero felici e contenti”. Il fiume continuerà il suo lento cammino perché e nella sua natura l’eterno fluire. La vita, la storia,  è movimento. L’inerzia non esiste. Anche la morte in quanto mutamento di forma di un corpo, a suo modo, è movimento. La comprensione di movimento di un corpo è dato dalla relazione di questo con un altro corpo. Invece il movimento della storia è dato dalla relazione del presente con il passato e dal movimento verso la meta collocata nel futuro. Il processo

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evolutivo dell’umanità è continuo, nessuno riesce a modificarlo e meno ancora a fermarlo. Il “panta rei” di Eraclito, la “tesi e antitesi” di Hegel, il “materialismo dialettico” di Marx, trasposta nella storia, deve essere intesa come la contesa fra ciò che è, e ciò che dovrà essere. Il presente quando vuol conservarsi, resistendo al futuro, è perdente. Rispondendo a possibili obbiezioni di coloro che vorranno contrastare quanto vado sostenendo ricordandomi il principio di indeterminazione sostenuto da Werner Heisemberg e, oggi, consacrato dalla scienza, rispondo che qui siamo  nell’estremamente piccolo , io invece sto parlando della natura accessibile ai nostri sensi che è quella dentro cui si fa la storia e che ci interessa.  Qui constatiamo che tutto procede secondo semplici processi di causa e effetto. Voler ostacolare questi processi,  significa andare contro natura. Purtroppo è umano che chi ha raggiunto certi privilegi opponga resistenza e rifiuto al riconoscimento di necessità storiche. Dentro questa irrazionale presa di posizione, saranno gli stessi progressisti di oggi i conservatori di domani, come i progressisti di ieri sono i conservatori di oggi. Solo la presa di coscienza della storicità del determinismo, potrà condurre l’uomo a navigare tranquillo  nelle acque del fiume, e a  riconoscere le coerenze della vita. Se non prenderà coscienza di questo processo, non importa, la storia continuerà imperterrita  il suo naturale fluire. Le vicende  umane continueranno a svolgersi come sempre, con o senza la presa di  coscienza dell’uomo. Per quel che riguarda il punto in cui noi  siamo arrivati  oggi,  penso che siamo prossimi alla alternanza storica; ma si badi bene che per “prossimi  intendo quello storicamente parlando, che non significa imminente. Volendo continuare a rischiare su un pronostico, direi: dato che il toyotismo, successore del taylorismo, ha espulso, sembra in modo irreversibile, molta mano d’opera dalle fabbriche; dato  che è sempre più pressante la ricerca di nuove fonti di energia, dato che il mostruoso sistema economico dove siamo stati portati,  impone  consumi prossimi alla follia spesso di cose inutili o addirittura dannosi, ma fatti diventare culturalmente necessari, si impone come necessità un cambiamento di cultura che produca altri usi e costumi.  Molta forza lavoro dovrebbe essere impiegata nel risanamento dei disastri ambientali provocati dal nostro attuale sistema economico e nelle varie attività sociali. Tutto questo dovrebbe formare un essere umano psicologicamente più sensibile a interessi sociali più che individuali. Se tutto questo è vero si determinerà un ambiente pronto ad accogliere una società veramente democratica e di conseguenza aperta a un socialismo reale. Sto sognando? Orbene auspico e invito anche voi a sognare, vi garantisco  che vivrete meglio e farete meno male a voi e agli altri. Buon sogno umanità.

                                            *********************

 

 

La mia ambizione è che la lettura di questi saggi riesca: a stimolare la curiosità del lettore, a rimuovere alcune sue certezze, o a fargli riconsiderare la storia per meglio capire il presente. So di non operare nessuna rivoluzione e forse di non essere neanche molto originale, ma mi è sembrato opportuno riproporre, a mio modo, il tema del determinismo, perché non sufficientemente sostenuto, se non addirittura contestato. Comunque quando si hanno delle idee, autentico frutto delle proprie riflessioni, è giusto e fors’anche doveroso sostenerle e divulgarle per sottometterle a considerazioni, valutazioni e critiche, anche negative, non importa. Se si è riusciti a stimolare qualche dubbio è quanto basta.

 

IL DUBBIO METTE IN MOTO LA MENTE E VIVIFICA IL PENSIERO.

LE CERTEZZE SONO LA MORTE DELL’INTELLETTO.  

 

 

Fine

Giorgio Fioretti

 

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IL  DIRITTO  ALLA  PIGRIZIA

Confutazione del Diritto al lavoro

di Paul Lafargue

 

(Quarta parte)

 

            Lavorate, lavorate, proletari, per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, così, diventando più poveri, avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista. Prestando orecchio alle fallaci parole degli economisti, i proletari si sono consegnati anima e corpo al vizio del lavoro, e in questo modo precipitano l’intera società in quelle crisi industriali di sovrapproduzione che sconvolgono l’organismo sociale. Allora, siccome c’è pletora di merci e penuria di acquirenti, le fabbriche chiudono e la fame sferza le popolazioni operaie con il suo gatto a nove code. I  proletari, abbrutiti dal dogma del lavoro, non capiscono che il  superlavoro che si sono inflitti nel periodo di relativa prosperità è la causa della loro attuale miseria. Invece di correre al granaio e gridare: “Abbiamo fame e vogliamo mangiare!... E’ vero, non abbiamo un soldo, ma, per quanto pezzenti, siamo noi che abbiamo mietuto il grano e vendemmiato l’uva…”. Invece di assediare i magazzini del signor Bonnet, di Jujurieux – l’inventore dei conventi industriali – e proclamare: “Signor Bonnet, ecco le vostre operaie torcitrici, filatrici, tessitrici: tremano sotto i loro cenci rattoppati da far pena a un ebreo, eppure sono loro che hanno filato e tessuto i vestiti di seta delle  cocottes di tutta la cristianità. Poverine, lavorando tredici ore al giorno non avevano il tempo di curarsi della toilette, ma ora fanno festa e possono fare fru fru con le sete che hanno lavorato. Si sono votate alla vostra fortuna e hanno vissuto nell’astinenza da quando hanno perso i denti da latte: ora hanno qualche pretesa e voglio godere un po’ dei frutti del loro lavoro. Andiamo, signor Bonnet, consegnate le vostre sete. Il signor Harmel fornirà le sue mussole, il signo Pouyer-Quertier i suoi calicò, il signor Pinet i suoi stivaletti per quei piedini freddi e umidi. Vedrà, una volta rivestite da capo a piedi e pimpanti, le farà piacere guardarle. Andiamo, basta indugi: lei è l’amico dell’umanità, no? E cristiano, per soprammercato! Metta a disposizione delle sue operaie la fortuna che esse hanno edificato con la carne della loro carne. Lei è amico del commercio, no? Faciliti la circolazione delle merci, allora: ecco qui dei consumatori nuovi di zecca, apra loro crediti illimitati. E’ pure abituato a farne a negozianti che non conosce affatto, che non le hanno mai dato niente, nemmeno un bicchiere d’acqua. Le sue operaie si sdebiteranno come potranno. Se il giorno della scadenza se la danno a gambe e si fanno protestare, le porterà in fallimento, e se non hanno niente da offrire potrà sempre esigere di essere pagato in preghiere: vedrà, la spediranno in paradiso, più in fretta dei suoi sacchi neri dal naso inzuppato di tabacco”.

            Invece di approfittare dei momenti di crisi per una distribuzione generale dei prodotti e un benessere universale, gli operai, che crepano di fame, se ne vanno a sbattere la testa alle porte delle fabbriche. Con figure smunte, corpi smagriti, discorsi pietosi assalgono gli industriali: “Caro signor Chagot, dolce signor Schneider, dateci lavoro! Non è la fame, è la passione del lavoro che ci tormenta!”. E questi miserabili, che hanno appena la forza di reggersi in piedi, vendono dodici e quattordici ore di lavoro a due volte meno di quando avevano un po’ di pane sul tagliere. E i filantropi dell’industria approfittano della disoccupazione per produrre a più buon mercato.

             Se le crisi industriali seguono i periodi di superlavoro così fatalmente come la notte il giorno, portando con sé disoccupazione e miseria senza scampo, conducono anche alla bancarotta inesorabile. Finchè l’industriale ha credito, allenta la briglia alla pazzia del lavoro, chiede e richiede in prestito pur di fornire la materia prima agli operai. Fa produrre, senza pensare che il mercato si intasa e che, se le sue merci non arrivano alla vendita, le sue cambiali arrivano a scadenza. Disperato, va a supplicare l’ebreo, si butta ai suoi piedi, gli offre il suo sangue, il suo onore. “Un pochino d’oro migliorerebbe le cose” risponde Rothschild. “Lei ha 20.000 paia di calze

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in magazzino, valgono venti soldi, io le predo a quattro soldi”. Ottenute le calze, l’ebreo le vende a sei o otto soldi, e intasca i guizzanti pezzi da cento che non devono niente a nessuno, mentre l’industriale ha fatto un passo indietro per saltare meglio. Alla fine, il, tracollo arriva e i magazzini si scaricano: a questo punto si buttano tante di quelle merci dalla finestra che non si sa come siano entrate dalla porta. Il valore delle merci distrutte si calcola in centinaia di milioni; nel secolo scorso venivano bruciate o gettate in acqua(11).

            Ma prima di arrivare a questa conclusione, i fabbricanti percorrono il mondo alla ricerca di mercati per le merci che si accumulano. Forzano i governi ad annettersi il Congo, a impadronirsi di Tonchino, a demolire a colpi di cannone le muraglie della Cina per smerciarci le loro stoffe. Negli ultimi secoli c’è stato un duello a morte tra Francia e Inghilterra per chi avrebbe avuto il privilegio esclusivo di vendere in America e nelle Indie. Migliaia di uomini giovani e vigorosi hanno tinto col rosso del loro sangue i mari, durante le guerre coloniali dei secoli XVI, XVII e XVIII.

            I capitali abbondano come le merci. I finanzieri non sanno più dove piazzarli. Allora vanno dalle nazioni felici che poltriscono al sole fumando sigarette a impiantare ferrovie, a costruire fabbriche, portare la maledizione del lavoro. E questa esportazione di capitali francesi finisce un bel mattino per complicazioni diplomatiche: in Egitto, dove Francia, Inghilterra e Germania sono state sul punto di prendersi per i capelli per sapere quale usuraio sarebbe stato pagato per primo; nelle guerre del Messico, dove i soldati francesi vengono mandati a fare il mestiere di ufficiali giudiziari per recuperare cambiali scadute(12).

            Queste miserie individuali e sociali, per quanto grandi e numerose siano, per quanto eterne sembrino, spariranno come le iene e gli sciacalli all’avvicinarsi del leone quando il proletariato dirà: “Io lo voglio”. Ma perché prenda coscienza della sua forza, bisogna che il proletariato si scrolli di dosso i pregiudizi della morale cristiana, economica, liberista. Bisogna che torni ai suoi istinti naturali, che proclami i “Diritti della pigrizia”, mille e mille volte più nobili e sacri dei tisici “Diritti dell’uomo” rimuginati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese. Bisogna che si costringa a lavorare soltanto tre ore al giorno, e a poltrire e bisbocciare per il resto del giorno e della notte.

            Fin qui il mio compito è stato facile, dovevo solo descrivere mali reali noti a tutti. Ma convincere il proletariato che la parola che gli è stata inculcata è perversa, che il lavoro sfrenato al quale si è consegnato dall’inizio del secolo è il più terribile flagello che abbia mai colpito l’umanità, che il lavoro diventerà il sale della pigrizia, un esercizio benefico per l’organismo umano, una passione utile all’organismo sociale soltanto quando sarà saggiamente regolamentato e limitato a un massimo di tre ore al giorno: accidenti! Questo è un compito tremendo, al di sopra delle mie forze. Solo dei fisiologi, degli igienisti, degli economisti comunisti potrebbero affrontarlo. Nelle pagine che seguono mi limiterò a dimostrare che, nonostante i mezzi di produzione moderni e la loro illimitata potenza produttiva, bisogna domare la stravagante passione degli operai per il lavoro e obbligarli a consumare le merci che producono.

 

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(11) Al Congresso industriale tenutosi a Berlino il 21 gennaio 1879, la perdita subita dall’industria tedesca del ferro   durante l’ultima crisi fu stimata in 568 milioni di franchi.

 

(12) La Justice del signort Clemenceau diceva il 6 aprile 1880, nella parte finanziaria: “Abbiamo voluto sostenere l’opinione che, a dispetto della Prussia, i miliardi della guerra del 1870 non siano andati “ugualmente persi” per la Francia, e questo sottoforma di titoli periodicamente emessi per l’equilibrio dei conti con l’estero. Questa è anche la nostra opinione”. La perdita di capitali inglesi nei titoli delle Repubbliche dell’America del Sud è stimata in cinque miliardi. I lavoratori francesi non solo hanno prodotto i cinque miliardi pagati a Bismarck, ma continuano a pagare gli interessi dell’indennità di guerra agli Ollier, ai Girardin, ai Bazaine e agli altri possessori di titolo che hanno condotto alla guerra e alla sconfitta. Gli resta comunque un premio di consolazione: questi miliardi non provocheranno guerre per recuperarli.

 

(Continua nel prossimo numero)

 

Presentato da Maurizio Marano

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La catastrofe è imminente:
come affrontarla?


Rompiamo gli indugi, è questo il momento di agire
24-25 gennaio 2009 - Chianciano Terme (SI)
Incontro nazionale
conferenzachianciano@libero.it

http://questavoltano.splinder.com/


Con il precedente incontro di Chianciano «Fuori dal Recinto» (25-26 ottobre) abbiamo iniziato un percorso, che ora si sta allargando ad altre realtà. Era questo il nostro scopo: avviare un processo per la costruzione di un nuovo soggetto politico plurale e democratico, nella consapevolezza di interpretare un’esigenza non solo nostra. Con tutte le forze disponibili, con tutte le persone di buona volontà decise a scegliere la via dell’impegno e dell’alternativa è ora necessario e possibile fare un altro passo avanti.

Siamo ad un tornante della storia.

La crisi economica in corso porta con se una tremenda crisi sociale, culturale, ambientale.
Essa travolge le vecchie certezze: dal mito della globalizzazione, a quello del mercato. Poche decine di ipermiliardari possiedono più beni di intere nazioni e di miliardi di persone. La natura tutta – aria, acqua, suoli – è vicina al collasso. L’economia e la politica sono fuori controllo e sempre più in mano a comitati d’affari mafiosi che stanno usando ogni mezzo per scaricare la crisi sui popoli, sui lavoratori e sugli emarginati di ogni angolo del pianeta. Ma questo non gli basta. La soluzione che il sistema  cova nel suo grembo è ancora una volta la guerra. La crisi del 1929, per diversi aspetti di minore ampiezza e profondità di quella che ci sta travolgendo, fu risolta soltanto con la seconda guerra mondiale. E’ nostra convinzione che quel processo possa ripetersi oggi, con un impatto distruttivo ben superiore, proporzionato alla enorme potenza distruttiva dei moderni armamenti.

Ecco perché pensiamo che sia questo il momento di agire.

Di fronte a questa crisi ed ai suoi effetti devastanti, il sistema politico appare totalmente sottomesso alle oligarchie finanziarie che l’hanno prodotta. Questa sottomissione, aggravata da un bipolarismo autoritario, è la causa del distacco crescente tra i cittadini e i loro rappresentanti, della vergognosa corruzione castale, dell’intreccio con l’economia criminale, della morte  della democrazia.

E’ riformabile questo sistema? Noi riteniamo di no. Il malaffare, come ci mostrano le innumerevoli inchieste in corso, è la norma non l’eccezione. Non si tratta dunque di mettere qualche toppa, ma di dare vita da subito ad un percorso per la costruzione di un’alternativa.
Nelle recenti elezioni abruzzesi un elettore su due ha rifiutato l’inganno della scelta all’interno del recinto in cui vorrebbero rinchiudere ed uccidere la democrazia. Questo rifiuto è la manifestazione del distacco non dalla politica, bensì dalla sua riduzione a mera gestione affaristica e autoritaria dell’esistente.

Occorre raccogliere ed organizzare questo rifiuto di massa sulla base della consapevolezza comune della straordinaria gravità della situazione, per un’alternativa fondata sui principi di Libertà, Uguaglianza e Fraternità, che affermi che l’economia, il lavoro, la vita non debbono più ubbidire a fantomatiche leggi di mercato bensì al criterio politico del bene comune, riprendendo anche i principi, sempre disattesi, della Prima parte della Costituzione Italiana. Occorre dunque lavorare ad una risposta e ad un’organizzazione di massa, che sappia ripensare e far rinascere la politica e la democrazia, chiamando all’impegno, alla partecipazione e alla lotta tutti quanti hanno maturato – in forme e per vie sicuramente diversissime – la coscienza dell’insopportabilità del presente.
Non ci spaventano le differenze, ci spaventa l’immobilismo. In momenti eccezionali,

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servono risposte eccezionali, confidando sull’intelligenza, il sentimento, la responsabilità di tutti quanti risponderanno a questo appello.
Siamo convinti della necessità di questo salto di qualità perché giudichiamo inservibili le forze politiche esistenti, comprese quelle oggi costrette all’opposizione extraparlamentare, che appaiono incapaci di recidere il cordone ombelicale che le assoggetta alle forze del capitale. Esse sono caratterizzate dall’assoluta incapacità di ripensare radicalmente il presente e restano chiuse nella loro nicchia e nella autodistruttiva logica del “meno peggio” che prepara sistematicamente il peggio.
Contro le oligarchie dominanti, penetrate come metastasi in ogni angolo della società, c’è bisogno di un nuovo soggetto politico che faccia dell’alternativa la sua stella polare. Un movimento ampio, pluralista, aperto, democratico quanto deciso nell’iniziativa.
Abbiamo davanti molta strada da fare. Costruire un programma, avviare le prime iniziative, pensare e realizzare una forma di organizzazione nuova ed efficace, affrontare come prioritaria la questione dell’informazione e della comunicazione. Riteniamo quest’ultimo aspetto decisivo, data la necessità di cominciare a contrastare seriamente la grande menzogna in cui viviamo. Una menzogna che si dirama dal vertice del potere fino ai luoghi più reconditi della vita sociale, attraverso l’uso totalitario dei mezzi d’informazione di massa.

E’ giunto il momento di cominciare a sfidare seriamente il potere anche su questo terreno.

In questo tornante della storia gravido di incognite la maggioranza delle persone vede la propria esistenza avvolta nell’incertezza. Chi già viveva in quella condizione la vede peggiorare di giorno in giorno. Chi credeva davvero di vivere nel migliore dei mondi possibili comincia ad avere molti dubbi. Non è che l’inizio, la crisi continuerà a demolire ogni certezza. L’illusione di uscirne con misure tese al rilancio dello “sviluppo” avrà vita breve. Stiamo andando verso una generale resa dei conti: con la natura devastata sull’intero pianeta, con l’incontenibile flusso di popolazioni in fuga dai paesi depredati, nel quadro, che si allarga, di una tragica guerra infinita. I centri dominanti del potere economico e politico entreranno ben presto in conflitto, ognuno per salvare se stesso contro gli altri, ma tutti uniti contro la stragrande maggioranza della popolazione chiamata a pagare, a soffrire, a subire ogni tipo di prepotenza.
Non possiamo attendere oltre, è questo il momento di agire!
Tutti coloro che si riconoscono in queste esigenze sono invitati a partecipare, per unirsi in un progetto di radicale cambiamento dell’attuale stato di cose.
 
L’ordine dei lavori dell’incontro di Chianciano è il seguente:

SABATO 24 GENNAIO    ore 15,00 – 19,30
Discussione, sulla base del presente appello, di una proposta di iniziativa e di coordinamento di tutte le opposizioni che si collocano “fuori dal recinto”.

DOMENICA 25 GENNAIO     ore 9,00 – 13,00 e 14,00 – 17,30
Presentazione del progetto dell’Associazione per la Rivoluzione Democratica.
Dibattito ed approvazione del documento costitutivo, di cui pubblicheremo la bozza nei prossimi giorni.

L’incontro si terrà presso il Grande Albergo Le Fonti, in piazza Italia a Chianciano.
Il prezzo per la pensione completa (cena, pernottamento, prima colazione e pranzo) è di euro 40 in camera doppia e di euro 48 in camera singola.

E’ importante prenotare al più presto

telefonando al 347 7815904
o scrivendo a conferenzachianciano@libero.it

Comitato provvisorio del primo incontro di Chianciano

 

Ricevuto da Luigi Bianchi

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IL CAPITALISMO E’ IN CRISI

 OPPURE

IN UNA SITUAZIONE NORMALE?

 

 

 

            Dal punto di vista degli sfruttati si può parlare di peggioramento delle condizioni di vita e quindi di crisi, ma dal punto di vista dei capitalisti no, per due motivi: Primo perché le loro condizioni di vita non sono minimamente peggiorate, anzi per alcuni sono molto migliorate; Secondo perché la situazione attuale è una normale conseguenza del processo di accumulazione e concentrazione del capitale in poche mani. Il capitalismo è così e non può essere diversamente. Si sviluppa su se stesso. Si accumula sempre di più, sempre di più, sempre di più. I ricchi diventano sempre più ricchi mentre i poveri aumentano a livello esponenziale. In un anno, le persone che soffrono la fame nel mondo sono aumentate di 115 milioni, portando il totale a 963 milioni, circa un miliardo. Inoltre il Presidente della FAO, oltre a rendere noti i dati precedenti, ha detto che l’impegno preso dall’ONU di ridurre la fame nel mondo del 50% entro il 2015 si deve spostare al 2150, viste le difficoltà della situazione economica mondiale (il manifesto – 10/12/08). E’ proprio il caso di chiedersi: ma in che mondo viviamo? Che mondo è questo?

Quello che è successo oggi, in generale, si poteva prevedere 10 anni fa, così come si può prevedere, sempre in generale, quello che succederà fra 10 anni. Sicuramente saremo in condizioni molto peggiori di quelle attuali, con un dilagare sull’intero pianeta della fame della miseria della povertà della disoccupazione, malattie e guerre, con l’Italia che scenderà al livello dei paesi del terzo mondo e non so quant’altro di peggio, compreso l’aumentare dei disastri ambientali e  un’eventuale guerra mondiale. Spero di sbagliarmi su “tutte le ruote”…. Magari!

            Io faccio queste previsioni non perché sono un indovino ma per il semplice fatto che le mie analisi e previsioni  si basano sulla natura del sistema capitalista, confermata dalla sua storia, e non sul comportamento dei governi, tanto meno delle persone, come è il caso del  neoeletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama, su cui moltissimi nutrono tante speranze.

            Illudersi ed aprirsi all’ottimismo, spendendo fino all’ultimo euro, come incita costantemente Berlusconi, a parte il fatto che  fa il suo gretto interesse, è completamente sbagliato, secondo me. Pensare che questa crisi sia  transitoria e che poi ci sarà la ripresa, è un grossa illusione che non aiuta ad essere realisti ed a prepararsi al peggio, sia da un punto di vista personale che sociale e politico. Indubbiamente questa crisi passerà, ma per fare spazio ad un’altra peggiore.

            I mass media dicono che la crisi finanziaria ed economica che si sta sviluppando negli Stati Uniti attualmente non può essere paragonata a quella del 1929 e che non può ripetersi la forte recessione che si è verificata in quell’epoca. Secondo me la crisi attuale non solo non è uguale a quella del 1929, ma è peggiore, per due motivi: 1) Gli Stati Uniti di allora non erano la potenza mondiale di oggi che domina l’intero pianeta, per cui la  crisi rimase circoscritta essenzialmente al proprio paese. Oggi invece si sta espandendo al mondo intero; 2) Il secondo motivo è una conseguenza del primo. Poiché sono la potenza imperialista più grande del pianeta, hanno imposto il dollaro come moneta di riferimento per tutte le altre nazioni. Nel 1971 hanno interrotto anche la convertibilità oro-dollaro, a differenza di quanto stabilito nel 1944 a Bretton Woods. Da questo momento hanno potuto stampare tutta la moneta cartacea che volevano e, con.il sistema dei cambi flessibili, hanno abbassato ed alzato la quotazione del dollaro secondo la loro convenienza, scaricando tutte le proprie perdite sul mondo intero, dopo averne rubato le ricchezze. E’ quello che stanno facendo in questo momento e che continueranno a fare sempre di più.

            Alcuni giornalisti del Corriere della Sera hanno fatto vari articoli criticando il comportamento della finanza bancaria. Questa da alcuni anni investe soprattutto sul capitale

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speculativo, non più sul capitale industriale, danneggiando lo sviluppo delle imprese con tutto quello che ne segue (cassa integrazione-disoccupazione-chiusura della fabbrica). Questi giornalisti fanno appello alle banche a tornare al vecchio ruolo, cioè quello di prestare soldi ad un tasso di interesse normale. Ma questo ruolo i finanzieri, che sono i padroni delle banche, lo hanno abbandonato perché con gli investimenti speculativi sui titoli guadagnano cento volte o forse più.  Quindi anche questa situazione, pur essendo di altissima disonestà, alla fine risulta normale.

La storia dei mutui sub-prime, cioè soldi dati a persone senza nessuna garanzia e senza nessuna affidabilità economica,  con tutto il castello in aria che ci si è costruito sopra, con tutto l’imbroglio e “la spietatezza scientifica” con cui l’operazione è stata preparata e portata avanti, ad una prima impressione può sembrare impossibile, strana ed assurda. Invece è normale, solo normale, nient’altro che normale. Il capitale, con i capitalisti che gli stanno dietro, ha sempre cercato il massimo rendimento con la minima spesa. Non ha mai agito per un senso umanitario. Perché meravigliarsi oggi?

            L’investimento speculativo è il modo più rapido ed elevato di fare profitto per un gruppo di finanzieri che domina la finanza mondiale. E’ il più redditizio della Storia, anche se è il meno produttivo della Storia perché è tutto virtuale e, in realtà, non produce proprio niente di niente. Provoca spostamenti di capitali da una persona all’altra, senza che si sia fatto nessun lavoro né prodotto alcunché. Naturalmente  tutto questo  cosiddetto “gioco in borsa”, che non è nessun gioco,  ma per tanti una tragedia, e comunque un vero e proprio imbroglio in cui non c’è niente di casuale, con una regia che dirige tutto l’andamento della borsa, ha la finalità di fare arricchire persone già super-ricche, che sono i finanzieri del mondo. Con questa “moda” del gioco in borsa, iniziata circa dieci anni fa, i finanzieri stanno togliendo ricchezza al ceto medio ed alla borghesia mondiale, particolarmente quella occidentale. Al ceto povero oramai non c’è più niente da togliere. Hanno già tolto tutto. Basta vedere le condizioni di estrema povertà in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

            A proposito della crisi finanziaria attuale D’Alema,  Tremonti  ed altri ancora hanno citato Marx, con riferimento alle crisi cicliche del capitalismo, da lui previste ed analizzate. Il che è vero, però nessuno ha aggiunto le soluzioni di Marx, cioè l’espropriazione delle banche ed il loro funzionamento sulla base della democrazia diretta, nonché l’abbattimento del sistema capitalista attraverso un processo rivoluzionario di massa e la costruzione di una nuova società basata sull’essere umano, non più sul profitto privato.

            Secondo me, è proprio con questa visione che si dovrebbe analizzare ed affrontare la crisi attuale per venirne fuori,  anche se non ci sono le condizioni necessarie come la coscienza rivoluzionaria della massa e l’organizzazione rivoluzionaria. La crisi economica non è sufficiente, anche perché, per adesso, non è accompagnata dalla crisi sociale. La grande maggioranza della popolazione, pur essendo scontenta,  seguita a credere nei valori e nella morale borghese, particolarmente nel modello di vita consumista. Comunque se la soluzione rivoluzionaria non è proponibile al presente, io penso che lo diventerà in seguito perché la situazione economica, sociale e politica sta precipitando.

Vista la gravità della situazione presente e futura, io porrei alcune domande per rifletterci sopra: Gli impiegati delle banche perché non scioperano e non le occupano per far dilazionare i mutui, eliminare i tassi variabili, portarli a tasso fisso, mettere i tassi fissi a livelli bassissimi? Perché non spiegano la fregatura che c’è dietro l’acquisto dei titoli? Perché non fanno una dichiarazione nazionale come categoria denunciando l’imbroglio che c’è dietro il “gioco in borsa”? Perché non smascherano i propri padroni? Perché se ne fregano degli altri?  Forse perché a loro interessa solo il proprio stipendio? Purtroppo è così, ma si sbagliano. Oggi sono i risparmiatori ed i mutuatari ad essere fregati, domani toccherà ai dipendenti ad essere licenziati.

Il menefreghismo oltre che immorale e terribilmente egoista, è sempre stato perdente. La fraternità, la solidarietà e l’altruismo scientifico sono i veri valori morali che possono portare ad uscire dalla crisi.

 

                                                                                                                             

          Antonio Mucci            

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La supremazia dell’etica

di Luciano Martocchia

 

I colpi di scena e la suspense che hanno avvinto la città di Pescara sotto le festività natalizie, la ribalta accesa su tutta la cronaca nazionale dei media, TV e carta stampata sui recenti fatti culminati con l'arresto dell'ormai ex Sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso che hanno portato all'azzeramento della Giunta e Consiglio comunale  appena insediati  dalla recente tornata elettorale amministrativa, mi impongono alcune severe riflessioni. Cosa ha spinto la Procura ed in modo particolare il GIP Luca  De Ninis prima a convalidare l’ordinanza di arresto e poi a revocarla è facilissimo da interpretare, solo un  giornale come Il Centro si ostina ( si fa per dire)  a considerarlo un errore ed una marcia indietro attribuita all’inconsistenza delle prove presentate dal PM  Gennaro Varone.

Non do giudizi giuridici complessi in merito e nè entro dentro i dettagli penalistici della vicenda che vede coinvolto l'ex  Sindaco, parte del suo staff e numerosi imprenditori, ma vorrei esprimere un giudizio etico politico generale.

Indubbiamente avevo riscontrato un panorama asfittico nel settore dell'informazione e trasparenza , una spropositata magniloquenza in ogni atto di D'Alfonso, un grande impatto mediatico d'immagine, un proliferare di marchi, loghi a testimonianza di vestigia imperiture, tipiche forse di regimi, ma non di un sistema democratico ( esempio il logo Pescara vicina ) che dovevano restare scolpite in eterno quando invece ogni amministratore, in una democrazia che funziona davvero, deve essere solo di passaggio e deve dare in primis ai suoi atti  i caratteri della sobrietà.

Parlando in generale , il buon governo non deve essere un merito da attibuire eccessivamente  a chi lo esercita, ma insito in un patto stipulato con l'elettorato da rispettare, mentre, al contrario,  il malgoverno, le furberie, gli intrallazzi devono essere prontamente evidenziati  e addebitati al cattivo amministratore, a qualsiasi livello.

Il controllo che l'ex Sindaco deteneva su tutto il panorama dell'informazione e dei servizi cittadini  faceva sì da far apparire postulanti e portaborse chiunque gli andasse a chiedere spiegazioni o a lui direttamente ( quasi mai perchè non si riusciva a superare gli sbarramenti della pletora di segretari e portaborse al suo servizio) , oppure agli uffici preposti, che quasi sempre non rispondevano oppure trattavano i cittadini, qualora non fossero stati importanti ,  in maniera superficiale e frustrante, anche se si andava a denunciare abusi edilizi o a fare osservazioni su lacunosi accordi di programma.

Ho notato , durante la campagna elettorale, la proliferazione di tante liste minori con candidati di comodo che in nessun modo potevano aspirare all'elezione, ma che erano in lista semplicemente quali fiancheggiatori del Sindaco uscente che si ripresentava e che facevano propaganda a tappeto per lui solo, e questo neanche è un buon esempio di democrazia.

Inoltre i premi e le conferenze organizzate ad hoc e finanziate con pubblici denari, invitando personaggi famosi, scrittori contro corrente ,  come Travaglio e Rizzo ( co autore de La Casta , best seller di grande impatto )persino molti sostituti procuratori , o ex pm del Pool mani pulite , oppure impegnati alla lotta alla mafia e corruzione: iniziative lodevoli certamente, ma organizzate solo strumentalmente ed elettoralisticamente perche erano organizzate direttamente dalla Casta , cioè quella classe che politica che i vari Travaglio, Rizzo, ecc., scrivono ( a ragione ) di voler combattere . Persino il Premio Borsellino ultimamente organizzato a Pescara  non è esente da questi sospetti .

E' molto facile organizzare queste iniziative se si finanziano con svariate decine di migliaia di euro, per poi mandare di contro i vigli urbani a multare coloro ( i diseredati dell'informazione) che fanno volantinaggio contro alcuni scempi urbanistici sulla nostra città.

C'è da dire soltanto,  e questa volta a discolpa, che il berlusconismo ha già prodotto danni notevoli, dal momento che, da quando Berlusconi è sceso in politica , ben 15 anni orsono, ha buttato sul tappeto una imponente massa finanziaria a pagare i costi della sua propaganda, tale da costringere tutto il restante mondo politico ( persino gli eredi del glorioso PCI)  a soccombere per impossibilità di gareggiare ad armi pari ( come dovrebbe essere l'essenza della vera democrazia) oppure , ed è questo che ci rattrista, a trovare altrove i finanziamenti necessari .

 

Luciano Martocchia

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”