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IL SALE - N.°85


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 8  –  numero 85   Novembre 2008

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

 

 

 

                                      di Carmelo R. Viola

 

                                      di Mercurio D’Aloia (Foggia)

 

                                      presentato da Maurizio Marano

 

                                               di Maurizio Acerbo

                        

                                                        presentato da Lia Didero

 

                                                        di Giorgio Fioretti

 

·         Pagine 12 e 13    LE BANCHE CASCANO IN PIEDI... E NOI PAGHIAMO                                                

                                                 di Paolo Vasini

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Fabrizio Legger (Pinerolo – TO)

 

                                                        di Antonella Buccella

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Riusciranno i nostri eroi a vincere le elezioni?

di   Luciano Martocchia

Riuscirà il centro sinistra guidato dal candidato presidente Carlo Costantini a vincere le prossime elezioni regionali?  Nelle  scorse settimana   la politica abruzzese  ha vissuto un’improvvisa accelerazione, con le primarie del Partito Democratico e la nascita della coalizione, ma riuscirà il PD a dimostrare rottura con un passato che ha visto coinvolti esponenti di primo piano, in primis il Presidente di Giunta Ottaviano del Turco finito in galera insieme a mezza giunta e staff per i noti scandali della Sanitopoli abruzzese? Un primo dubbio  ci vien posto dalle primarie del PD  che hanno registrato un insperato  afflusso, ma  questo segno di rottura, almeno nell’elettorato,  non c’è stato, infatti il primo dei votati è risultato un inquisito, un certo ( si fa per dire )  Donato Di Matteo con 4 mila preferenze circa. Riassumendo il  Di Matteo pensiero possiamo rispondere con la logica machiavellica del fine giustificato dai mezzi, insomma come dire che  l'acqua può arricchire, l'Ato può far vincere elezioni e dare potere. Basta riuscire ad utilizzare gli strumenti giusti e avere idee "originali". Sistemando parenti di noti amministratori  ed il gioco è fatto. Antonello Caporale de La Repubblica ha descritto molto bene in un suo recente articolo articolo recente la figura emblematica di Di Matteo; Caporale descrive minuziosamente la storia di un uomo che, in pochi anni, è diventato una delle persone più importanti del panorama politico regionale di come la  forza di Di Matteo derivi  dall’acqua o, sarebbe meglio dire, dal modo in cui questa risorsa è stata utilizzata per costruire un impero. Ma anche se  Di Matteo è stato escluso dalle liste delle elettorali, essendosi dimostrata la clientelarità dell’elettorato del Partito Democratico che non è stato  in grado di esprimere nomi puliti, permangono seri dubbi sulla vittoria del Centro Sinistra in quanto il PD non ha dimostrato di essere, putroppo aggiungo, un partito dalle mani pulite.

Un  secondo dubbio ce lo dà la scellerata vicenda dell’ultima parentopoli quando con approvazione lampo il Consiglio regionale ( o quel che rimane di esso) ha messo in atto, con voto bipartisan  la porcata dei portaborse , con un  voto che ha aperto la strada all’assunzione a tempo indeterminato di quelle persone assunti a chiamata diretta dalle segreterie politiche, ora si assiste da quasi 15 giorni alla presa in giro dei verbali dei votanti a favore  che prima non ci sono, poi ci sono e vengono nascosti, poi vengono “concessi” ma non servono a nulla perché sono reticenti, mentre gli altri -sui quali devono per forza esserci quei nomi dei consiglieri che hanno votato- rimangono chiusi nei cassetti. Tutto questo l’elettorato di Sinistra non lo sopporta in quanto vorrebbe vedere e toccare con mano che gli esponenti dei partiti di sinistra siano stati esenti da ogni inciucio o interessi familiari o di clientela, e questo non è stato dimostrato, ponendo così serie basi per un astensione al voto.

Un altro dubbio è dato dalle scelte di Rifondazione  Comunista che ancora una volta decide di far parte di una coalizione (qui Carlo  Costantini non c’entra) che, per i motivi su descritti, non merita di avere il voto degli elettori della Sinistra, ormai anche oltraggiata ed insultata dalle dichiarazioni ripetute del Segretario regionale del Partito Democratico, Luciano D’Alfonso che, con il dono dell’ubiquità, è anche  Sindaco di Pescara. Bene avrebbe fatto infatti   Rifondazione Comunista a presentarsi sola, avrebbe certamente fatto il tentativo di riconquistare l’elettorato del 2006 ( penultime politiche ) quando da sola riuscì  a toccare il 6% perché nel partito erano concentrate le spinte ideali di cambiamento di parte della Società  italiana, prima fra tutte le frange dei settori emarginati, come i precari, e le svariate minoranze.

Luciano Martocchia

 

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La crisi del mercato monetario e…

 

La farsa dell’(auto) salvataggio

 

                                                                                                Carmelo R. Viola

 

         Il selvaggio, il criminale e il ridicolo sono ingredienti del sistema capitalista: costituiscono una sola mistura dove apparenza e sostanza si combinano e si alternano e fanno una farsa, che al comico unisce il drammatico. E’ quanto i nostri sedicenti economisti, con liturgico accademico collo torto e occhiali “alla Verdoni” sostengono come i meteorologi le imprevedibili avversità del clima e cercano di mitigare le catastrofi spettacolari di un eventuale tsunami.

Tuttavia, non c’è niente che dipenda dall’uomo nel detto sistema, che vige in funzione di un gruppo di predatori-giocatori d’azzardo, che si chiamano banchieri per non dire usurai di alto bordo, manipolatori di una macchina mirata a moltiplicare i loro profitti parassitari, che di fatto condiziona la civiltà del Pianeta. Come tutti i meccanismi ludici avviati in libertà, tale macchina, oggi globale per via di un liberismo senza frontiere, può cadere in crisi travolgendo ogni cosa ma che gli economisti si ostinano a chiamare “la” economia! Economia sarebbero le “borse”, di cui ogni giorno ci dànno conto in numeri, sonanti come soldi, e poi lamentiamo informazione insufficiente! Economia sarebbe la compravendita di azioni in borsa cioè di investimenti finalizzati a ricavare profitti da lavoro altrui e assimilati, con totale improprietà, a risparmi! Tanto per continuare a mentire.

Potendo produrre “moneta virtuale”, l’ingordigia spinge i banchieri-usurai a vendere molta più moneta di quella di cui effettivamente dispongono e così finiscono per ritrovarsi incapaci di rispondere alla domanda di liquido, cioè di moneta vera. Donde la crisi, trattata come un malaugurato fenomeno meteorologico e non come  un crimine, ineluttabile risultato di un comportamento criminogeno.

Si richiama il mercato e si attribuisce il lamentato inconveniente a difetto di regole. Ed anche qui la logica si disperde nei meandri dell’idiozia. Infatti, il mercato è la trasfigurazione umana della lotta per la sopravvivenza vigente nella giungla. E’ come una guerra e, in quanto tale, non può essere moralizzata come ci prova la dilagante disonestà e corruzione dei mercanti (fautori ed utenti del mercato). Ovviamente il mercato andava bene ai suoi primordi come il primo livello di vita sociale organica postanimale, quando c’era bisogno di scambi senza riferimento alle differenze “economiche”. Oggi, non solo il meccanismo della domanda e dell’offerta – base del mercato – non esiste più sotto l’effetto dell’intervento pubblicitario e della persuasione subliminale, ma il compito del potere pubblico è quello di distribuire equamente il benessere a tutti i cittadini, cosa che non può derivare dal mercato e da uno Stato ridotto a strumento paramedioevale del mercato stesso.

La farsa esplode fino al parossismo grottesco: questo Stato non ha soldi abbastanza per la Scuola, e ne riduce le spese (a tal fine è unicamente mirata la falsa riforma Gelmini), cioè strutture, personale, risultati quantitativi e qualitativi, non ha soldi abbastanza per la Sanità e ne riduce le spese con le stesse conseguenze e risultanze, non ha soldi per la Difesa nemmeno interna e ne riduce le spese con lo stesso effetto, non ha soldi abbastanza per le pensioni anche per chi si è rotto le spalle per decenni restando povero, e dimezza le pensioni addossando il resto sulle spalle degli stessi poveri cristi , non ha soldi per la Posta e la affida ad un gruppo di affaristi che passano da un abuso all’altro, come io ho più volte denunciato. E via delirando… Ma davanti alla crisi degli istituti di usura, detti banche, lo stesso Stato trova  soldi per salvare il sistema di giochi d’azzardo per uso imprenditoriale-padronale, non godendo di un’autonomia meno che mai monetaria. Da dove prende i soldi per il soccorso d’emergenza? Qui la farsa si fa drammatica: li richiede alla Banca d’Italia, che è una società per azioni di banchieri-usurai. Questa, disponendo del conio, se necessario, di banconote ne produce di nuove. Ottenuti i soldi, lo Stato-servo si fa investitore-azionista delle banche che “nazionalizza”, sia pure in parte. Ma che succede di conseguenza? La farsa continua…:lo Stato si carica di debito cosiddetto pubblico che coprirà in parte con i dividendi parassitari, in parte con il fisco, cioè con altre tasse ed altri tagli alle spese sociali!

Sta di fatto che il salvataggio delle banche è consistito in un giro di moneta che dal conio bancario è andato al circuito bancario: dalla banche alle banche attraverso un giro vizioso con in mezzo lo Stato, il che non ha niente a che vedere con il socialismo ma dimostra ancora una volta l’assurdità di un sistema che, senza o con emendamenti di questo tipo, si fa beffa della scienza e soprattutto dei diritti naturali, su cui solo si possono fondare un vero Stato e una società “adulta”.

 

                                                                            Carmelo R. Viola

 

(Farsa salvataggio – 15.10.08 – 2505)

 

 

 

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Dalla contesa democratica alla lotta civile

 

È pericoloso vivere nel mondo non a causa di chi fa del male, ma a causa di chi guarda…

e lascia fare. (Albert Einstein)

 

Davanti allo smantellamento sistematico delle legittimazioni democratiche e delle tutele sociali, non è lecito restare fermi a commentare, aver paura di essere forti nel giudicare o continuare a guardare pensando che quel che succede sia solo diverso dalle proprie concezioni, ma che comunque sia tutto “normale”.

Non c’è alcuna ipotetica buona motivazione che possa giustificare l’annientamento della dignità sociale di un cittadino, quando gli viene negato persino un peso specifico nelle decisioni politiche, annullando il suo diritto di essere rappresentato e salvaguardato da un sistema democratico nel poter dire anche “No, non sono d’accordo, parliamone”.

Questi sono tempi nei quali decisioni politiche, unilaterali perché blindate ad ogni confronto, piovono nelle nostre vite in modo violento, non seguono i percorsi tracciati dai padri costituenti del nostro Paese, i binari di una nazione democratica e per questo civile.

Ogni atto viene compiuto, ogni affare viene permesso, ogni finanziamento pubblico trova forza per essere elargito, solo quando i beneficiari sono finanzieri (nonché finanziatori…) che intendono sempre più speculare, oppure sono banche private già rimpinguate da noi “semplici” cittadini, che subiamo per bisogno infimi tassi a credito ed elevati tassi a debito.

Noi comuni cittadini siamo solo occasione di guadagno (o di risparmio se iscritti nel libro paga statale) per le casse dello Stato che, altrimenti, non potrebbero elargire, a piene mani, ricchezza e agi a chi già ne ha troppi, dalla classe manageriale a quella politica (classi troppo spesso superdotate non per competenza, ma per relazioni proficue e anche produttive di stipendi dorati).

E allora, via i posti di lavoro precari, via i contributi agli agricoltori per proteggere i loro prodotti, via le piccole scuole, via le maestre (ne basta una per classe), riduciamo gli stipendi quando i lavoratori si ammalano, basta con gli scioperi (attirano troppa attenzione e creano troppa disinformazione), basta con i sindacati di tutela (possono servire solo come società di servizi), basta con i contratti di lavoro sottoscritti con le parti sociali, basta con i controlli agli imprenditori che non assumono regolarmente (non offriamo una bella immagine e poi i clandestini che ci stanno a fare?).

È in questi frangenti che bisogna alzare la propria voce, la propria testa, innanzi ai macellai della legalità e della equità sociale, travestiti da benefattori della civiltà economica; a questo ci chiamano le persecuzioni subìte da uomini divenuti eroici, in un recente e brutto passato, per aver difeso l’idea di libertà e di civiltà, anche a costo della propria vita, da chi imponeva un modello di società abbrutita e senza confronti democratici.

Non possiamo più essere solo sezioni di partiti in cui discutere e proporre, non possiamo più essere solo camere del lavoro di sindacati in cui accogliere chi vuol essere tutelato, non possiamo più essere solo oratori in cui formarci in morale e solidarietà, non possiamo più essere solo associazioni di volontariato in cui sostenere chi ha bisogno dei nostri servizi.

Questi tempi ci costringono a diventare tutti dei presìdi, a livello individuale e a livello di gruppo, senza risparmio di energie, di idee, di mezzi di lotta civile, per opporci “urlando contro” l’usurpazione dei nostri diritti di verità, equità e dignità, violentati dalle menzogne di fatto applicate che ci vengono vendute (e mediaticamente propagandate) come scelte di interesse comune.

Dobbiamo creare trincee moderne di resistenza alle invasioni barbariche rappresentate dagli interessi non di tutti, ma di pochi ricchi, troppo potenti e troppo arroganti per essere rappresentativi delle nostre reali esigenze sociali, economiche e civili.

È in gioco il diritto, di ogni “comune” cittadino, di avere nel proprio Paese una partita economica/sociale garantita con indipendenza e moralità da arbitri di democrazia e civiltà (e per questo eletti) e non da giocatori malamente coinvolti per interessi personali o di amici speculatori che hanno scommesso sull’andamento della partita stessa.

 

Foggia, 22 ottobre 2008                                                                         Mercurio D’Aloia

 

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IL   DIRITTO   ALLA   PIGRIZIA

Confutazione del Diritto al lavoro

Di  Paul  Lafargue

(Terza parte)

 

            E tuttavia i filosofi, gli economisti borghesi – dal penosamente confuso Auguste Comte al ridicolmente chiaro Leroy-Beaulieu – gli uomini di lettere borghesi – dal ciarlatanescamente romantico Victor Ugo all’ingenuamente grottesco Paul De Kock – tutti hanno intonato canti nauseabondi in onore del dio Progresso, figlio primogenito del Lavoro. A sentir loro, la felicità stava per regnare sulla terra, già se ne sentiva l’arrivo. Andavano a rovistare nei secoli passati la polvere e la miseria feudali per confrontare quelle cupe tristezze alle delizie del presente. Siamo stufi di questi pasciuti, di questi soddisfatti, fino a ieri membri dei seguiti dei grandi signori, oggi penne al servizio della borghesia, mantenuti all’ingrasso? Siamo stufi del contadino del retorico La Bruyère? Bene, ecco qua il brillante quadro delle gioie proletarie nell’anno del progresso capitalista 1840, dipinto da uno di loro, il dottor Villermé, membro dell’Istituto, lo stesso che nel 1848 fece parte di quella società di sapienti (come Thiers, Cousin, Passy, Blanqui, l’accademico che divulgò alle masse le sciocchezze dell’economia e della morale borghese.

            Villermé ci parla dell’Alsazia manifatturiera, l’Alsazia dei Kestner, dei Dolfus – questi fiori della filantropia e del repubblicanesimo industriale. Ma prima che il dottore ci prospetti il quadro delle miserie proletarie, ascoltiamo un fabbricante alsaziano, il signor Th. Mieg, della ditta Dolfus, Mieg & Co., che dipinge la situazione dell’artigiano dell’antica manifattura.

 

“A Mulhouse, cinquant’anni fa (nel 1813, quando la moderna industria meccanica stava nascendo), gli operai erano tutti figli del sole, abitavano in città e villaggi intorno e possedevano quasi tutti una casa e spesso un piccolo campo”(8).

 

Era l’età dell’oro del lavoratore. Allora l’industria alsaziana non inondava il mondo con le sue stoffe e non arricchiva i suoi Dolfus e i suoi Koechlin. Ma venticinque anni dopo, quando Villermé visitò l’Alsazia, il moderno Minotauro, l’officina capitalista, aveva conquistato il paese. Nella sua bulimia di lavoro umano aveva strappato gli operai ai loro focolari, per meglio strizzarli e meglio spremere il lavoro che essi contenevano.

            Erano migliaia gli operai che accorrevano al fischio della macchina.

 

Un gran numero – dice Villermé – cinquemila su diciassettemila, a causa degli affitti troppo alti, erano costretti ad alloggiare nei villaggi vicini. Alcuni abitavano a due leghe e un quarto dalla manifattura dove lavoravano. A Mulhouse, a Dornach, il lavoro cominciava alle cinque del mattino e finiva alle cinque della sera, in estate come in inverno (…). Bisognava vederli, arrivare ogni mattina e andar via ogni sera. Tra di loro c’è una moltitudine di donne pallide, magre, che camminano a piedi nudi in mezzo al fango e che quando piove o nevica, in mancanza dell’ombrello, portano rovesciato sulla testa  il grembiale o la sottogonna, per proteggere il corpo e il collo. E un numero ancora più grande di giovani bambini non meno sporchi, non meno smunti, coperti di stracci unti dal grasso dei telai che gli cola addosso mentre lavorano. Questi ultimi, meglio protetti dalla pioggia dall’impermeabilità dei loro vestiti, non hanno neanche al braccio, come le donne di cui abbiamo parlato, un paniere con le provviste della giornata: portano in mano, o nascondono sotto la giacca o dove possono, il pezzo di pane che deve nutrirli fino all’ora del rientro a casa. Così, alla fatica di una giornata smisuratamente lunga, in quanto ha almeno quindici ore di lavoro, viene ad aggiungersi, per questi disgraziati, quelle delle andate e dei ritorni così frequenti, così penosi. Ne risulta che la sera arrivano a casa sfiniti dal bisogno di dormire, e che il giorno dopo escono prima di essere completamente riposati per trovarsi all’officina all’ora di apertura”.

 

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(8) Discorso pronunciato alla Società internazionale di studi pratici di economia sociale di Parigi nel maggio 1863, pubblicato in L’Economiste français dello stesso anno.

 

7

 

 

 

Ed ecco i tuguri dove si ammucchiavano quelli che abitavano in città:

 

“Ho visto a Mulhouse, a Dornach e in alcune case vicine questi miserabili alloggi dove due famiglie dormivano, ciascuna in un angolo, sulla paglia buttata sul pavimento e tenuta da due assi. La miseria in cui vivono gli operai dell’industria del cotone nel dipartimento dell’Alto Reno è così profonda che produce questo triste risul,tato: mentre nelle famiglie di fabbricanti, negozianti, tappezzieri, dirigenti di fabbrica la metà dei figli raggiunge il ventunesimo anno, questa stessa metà cessa di esistere prima di aver compiuto due anni nelle famiglie di tessitori e di operai delle filature di cotone”.

 

Parlando del lavoro di fabbrica, Villermé aggiunge:

 

“Quello non è un lavoro, una mansione: è una tortura, e la si infligge a bambini dai sei agli otto anni (…). E’ principalmente questo lungo supplizio di tutti i giorni che mina gli operai nelle filature di cotone”.

 

E, a proposito della durata del lavoro, Villermé osserva che i forzati dei bagni penali lavorano solo dieci ore, gli schiavi delle Antille nove ore in media, mentre nella Francia che aveva fatto la rivoluzione dell’89, che aveva proclamato i pomposi Diritti dell’uomo, esistevano manifatture dove la giornata era di sedici ore, di cui agli operai era concessa un’ora e mezza per il pasto(9).

            Miserabile aborto dei principi rivoluzionari della borghesia! Lugubre dono del Dio Progresso! I filantropi acclamano benefattori dell’umanità quelli che, per arricchirsi senza far nulla, danno lavoro ai poveri: sarebbe meglio seminare la peste, avvelenare le sorgenti piuttosto che costruire una fabbrica nel cuore di una popolazione rurale. Introducete il lavoro di fabbrica, e addio gioia, salute, libertà, addio a tutto quello che rende la vita bella e degna di essere vissuta(10).

            Eppure gli economisti vanno ripetendo agli operai: lavorate per aumentare la ricchezza sociale! Ma un economista, Destut de Tracy, risponde:

 

                “Nelle nazioni povere, il popolo sta bene; nelle nazioni ricche, generalmente è povero”.

 

E il suo discepolo Cherbuliez aggiunge:

 

“I lavoratori stessi, collaborando all’accumulazione dei capitali produttivi, contribuiscono a far sì che, presto o tardi, verranno privati di una parte del loro salario”.

 

Ma, assordati e rimbecilliti dal loro stesso trepito, gli economisti ribattono: lavorate, sempre per creare il vostro benessere! E un prete della Chiesa Anglicana, il reverendo Townshend, in nome della mansuetudine cristiana salmodia: lavorate, lavorate notte e giorno, lavorando fate crescere la vostra miseria, e la vostra miseria ci dispensa dall’imporvi il lavoro a forza di legge. L’imposizione legale del lavoro “è troppo faticosa, esige troppa violenza e fa troppo rumore; la fame, invece, non solo è una pressione discreta, silenziosa, incessante, ma, in quanto motore naturale del lavoro e dell’industria, stimola anche gli sforzi più potenti”.

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(9) L.R. Villermé, Tableau de l’état physique et moral des ouvriers dans les fabriques de coton, de laine et de soie, 1848. Non è che i Dolfus, i Koechlin e gli altri industriali alsaziani trattassero così i loro operai perchè erano repubblicani, patrioti e filantropi protestanti, perchè Blanqui, l’accademico Reybaud, il prototipo di Jérome Paturot, e Jules Simon, il mastro Jacques della politica, hanno constatato le stesse amenità per la classe operaia presso gli industriali molto cattolici e molto monarchici di Lille e di Lione. Si tratta di virtù capitalistiche che armonizzano a meraviglia con tutte le convinzioni politiche e religiose.

(10) Gli indiani delle bellicose tribù del Brasile uccidono gli infermi e i vecchi: testimoniano la loro amicizia mettendo fine a una vita che non è più rallegrata da combattimenti, feste, danze. Tutti i popoli primitivi hanno dato ai loro cari queste prove di affetto: i Massageti del mar Caspio (Erodoto) come i Wens della Germania, i Celti della Gallia. Nelle chiese della Svezia, ancora di recente, si conservavano delle mazze, dette “mazze familiari”, che servivano a liberare i parenti dalle tristezze della vecchiaia. Quanto sono degenerati i moderni proletari per accettare pazientemente le spaventose miserie del lavoro di fabbrica!

(Continua nel prossimo numero)

 Presentato da Maurizio Marano

 

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La pagina di Diderot

 

A sinistra del PD

 

La chiamavano la "Cosa rossa", poi ufficialmente è venuto il nome "La sinistra – Arcobaleno"; in poche parole è stato il tentativo di aggregazione tra le formazioni della sinistra radicale (come li chiamano gli altri) o della sinistra senza aggettivi oppure ecologista (come si chiamano loro); insomma, Verdi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani (il partitino di Diliberto, per capirci) e Sinistra Democratica (cioè gli ex diessini che non vollero confluire nel Partito Democratico).Poi la sconfitta elettorale; A Pescara, ultime comunali,  si è dimostrato come rifondazione Comunista si sia fatta giocare dai Verdi ( un bluff) e da Gianni Melilla ( un piede nel PD e l’altro nella Sinistra Democratica) il quale ha dato indicazioni di voto per Luciano D’Alfonso e,  avvalendosi del voto disgiunto, ha fatto anche confluire voti sul suo segretario che ha fatto proditoriamente  inserire nelle liste dell’Arcobaleno, riuscendo ad arrivare  a ridosso del primo dei votati e cioè  Maurizio Acerbo. Risultato : politica contraddittoria  e nessun rappresentante della Sinistra  in Consiglio Comunale, ad eccezione, è obbligo dirlo, di Silvietto Profico, il quale però sta dimostrando che non  ha proprio voglia di fare battaglie o dire la sua, tanto è scialba ed incolore la sua presenza in Consiglio comunale. Questa è la storia in sintesi di una debacle. Che dite, siamo sulla buona  strada per ripeterla alle regionali?

Poi il congresso di Cianciano di Rifondazione Comunista e… un’altra scissione è nell’aria, Vendola e Ferrero, la Sinistra rischia di disgregarsi in tante sigle. Già questa ridda di nomi, del tutto ostica a chi non sia un patito della politica, è figlia dell’attuale travaglio della situazione italiana: ridefinizioni o addirittura abbandoni di culture politiche in crisi o obsolete; cambi di nome per dare una vernice di nuovismo a dei vecchi contenitori; scissioni figlie di interessi particolari, inevitabilmente più pressanti quando vien meno il collante delle ideologie e delle idealità. Sì, perché tutto questo rimescolamento è stato caratterizzato dalla proliferazione delle sigle, complici delle regole che premiano, in finanziamenti e in visibilità, chi si divide. Se un partito si spacca in due, perde in efficacia politica, però incrementa i soldi e i passaggi in Tv: e allora... In questo contesto, non possono che essere positive le unificazioni, alla ricerca sul piano pratico di maggior efficacia e su quello ideale di nuova cultura politica, figlia di più storie.

Ma quanto è  buono il Sindaco !

 

Ore 18 di un giorno infrasettimanale, Aula Consiliare del Comune di Pescara: si tiene un’assemblea indetta del Partito Democratico; ci siamo anche noi de Il Sale per una diffusione che si rivelerà fruttuosa; infatti abbiamo venduto circa 60 copie del giornale, e ciò sta a significare la grande capacità della base PD  di abbeverarsi e informarsi anche a fonti ufficiose o cosiddette contro corrente, come quelle del nostro giornale.

Arriva il sindaco Luciano D’Alfonso e  ci compra ( una copia del giornale s’intende) e ce lo paga ben 5 euro; il Sindaco che fa una sottoscrizione alle esigue casse de Il Sale, nonostante che con lui non siamo mai stati teneri,  è certamente cosa encomiabile.

Altrettanto non fa Di  Matteo che ci guarda  con aria cattiva, ed ha ragione di farlo, noi siamo i suoi più feroci esaminatori del suo operato politico e rappresentativo , dopo i noti fatti in cui è stato coinvolto.

Una piccola nota di colore: il Sindaco mi apostrofa, non so se scherzando, bluffando o sul serio dicendo ad alta voce che mi avrebbero visto, con tanto di foto,  di  frequentare assiduamente lo stabilimento , proprio io, un promotore della raccolta firme sul litorale pescarese antistante lo Stabilimento balneare Le Paillottes del cavalier Filippo De Cecco contro la chiusura degli accessi al mare che da due anni impediscono a tutti i cittadini di passare sull’arenile. La cosa suscita ilarità perché non è vera  e rivela la gran capacità di Lucianone di fare boutade, anche se gli ho risposto per le rime, che tutto può essere , tanto io pago …. e tutto.

 

Diderot

 

 

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*90 ANNI FA FINIVA IL MASSACRO *

*DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE*

*OGGI, 4 NOVEMBRE 2008, NON FESTA MA LUTTO*


90 anni fa a Villa Giusti l'Austria si arrendeva all'Italia. Era la
vittoria! La prima guerra mondiale per l’Italia era finita!
Una guerra non voluta dai lavoratori e imposta con la forza dallo stato
italiano.
Chi si ricorda in questi giorni che nel 1915 a Milano, Roma, Torino e
altre località ci furono manifestazioni di massa contro la guerra? Che a
Torino 100mila operai in sciopero si scontrarono con la polizia e le
truppe in una lotta durata due giorni?
Era chiaro che i lavoratori non volevano essere carne da cannone, non
intendevano pagare i costi di una guerra imposta dalla borghesia, dagli
industriali, dalle alte gerarchie dell'esercito.
Eppure chi dirà in questi giorni che durante la guerra ci furono un
milione di processi per diserzione, efferate decimazioni nei
battaglioni, 4mila arresti per manifestazioni contro la guerra?
Che a Torino nel 1917 il popolo insorse ancora per 7 giorni contro
l'aumento dei prezzi e per il pane e per la pace?
In questi giorni si festeggia ipocritamente la “vittoria”: una vittoria
pagata con 680.000 morti, due milioni tra feriti, mutilati e
prigionieri, tutti lavoratori mandati al macello contro altri lavoratori
di altri paesi; alla fine il totale sarà di 15 milioni di lavoratori
uccisi. Proletari a cui avevano detto di combattere per le loro patrie:
e così furono ingannati. Il vero nemico marciava invece alla loro testa,
pianificava il massacro alle loro spalle nei quartieri generali delle
retrovie.
In questi giorni lo stato italiano festeggia quella tragedia con
discorsi, commemorazioni, parate militari, visite ai cimiteri di guerra,
elogi al valore dei soldati italiani morti per la patria., lezioni
specifiche nelle scuole, esposizione per decreto del ministro La Russa
della bandiera italiana che poi negli uffici pubblici è sempre esposta!
Le parole commosse e l’esaltazione dell’eroismo da parte di uomini di
governo e militari non ci devono ingannare: la patria ed il nazionalismo
sono invenzioni per mettere i lavoratori di tutto il mondo gli uni
contro gli altri, per poter disporre di un esercito che controlli il
territorio, che difenda gli interessi economici dell’imperialismo
ovunque oggi la guerra impone la distruzione, in Iraq come in
Afghanistan, nel Caucaso come nel Tibet, in Africa come in Libano e
Palestina, producendo milioni di profughi, miseria e macerie,
disoccupazione ed emigrazione.

90 ANNI DOPO,
IL 4 NOVEMBRE SIA GIORNATA PER IL RIPUDIO DELLA GUERRA,
PER LA DIFFUSIONE DELL’ANTIMILITARISMO E DELLA NON VIOLENZA TRA I POPOLI,
PER IL CESSATE IL FUOCO E LA SMILITARIZZAZIONE DI TUTTE LE ZONE DI GUERRA,
PER IL RITIRO DELL’ESERCITO ITALIANO E DI TUTTI GLI ESERCITI DALLE FINTE
OPERAZIONI DI PACE.
4 NOVEMBRE 2008, BANDIERE A MEZZ’ASTA,
PIANGIAMO I MARTIRI DELLA BARBARIE DEL CAPITALISMO, DEL NAZIONALISMO E
DEL MILITARISMO.
PACE E SOLIDARIETA’ TRA I LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO,
LOTTA INTERNAZIONALE ALLO SFRUTTAMENTO ED ALLA POVERTA’.
Federazione dei Comunisti Anarchici
4 novembre 2008

www.fdca.it

Presentato da Lia Didero

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IPOTESI DI SOLUZIONE  ALLA CRISI  FINANZIARIA IN ATTO NEL MONDO

 

 Preso coscienza che l’universo in cui viveva era fatto di spazio tempo e gravità, l’uomo sentì la necessità di misurarli e inventò il centimetro, il minuto e il grammo. La necessità di scambiarsi i beni di uso e consumo creò il valore e anche in questo caso la necessità di misurarlo. Ma qui le cose erano più complesse poiché l’uomo poteva appropriarsi degli oggetti portatori di valore e, inoltre, il valore non era costante ma  mutevole  a secondo del  tempo e del luogo, senza considerare che il valore dello stesso bene poteva variare nello stesso luogo in tempi diversi. Adam Smith propose il dominio  del capitale affermando la teoria del liberismo economico . Questo progetto economico, nella realtà gia operante, aveva la necessità di essere strutturato, definire il criterio di valore  e stabilire un mezzo di misura. Egli stabilì che il valore sarebbe stato il mercato a determinarlo come risultato della domanda e offerta, mentre, dovuto alla sua incorruttibilità e divisibilità, si ritenne che l’oro avrebbe potuto essere adottato come misuratore del valore anche delle  banconote. Queste sarebbero state legittimate dal gold standard, ossia a ogni cento  di moneta cartacea doveva corrispondere cento in oro depositato nell’istituto di emissione. Ma  questo meccanismo presupponeva un equilibrio costante fra produzione di beni e moneta circolante. Spieghiamo meglio con un esempio questo concetto: se, per es., si produce un kg. di caffè per poterlo acquistare è necessario che ci sia il corrispettivo valore in denaro, ma se il denaro rimane lo stesso, perché vincolato a l’oro di riserva, come si fa ad acquistare un eventuale nuovo kg. di caffè prodotto? Se  si vuole evitare una stagnazione, bisogna stampare altro denaro  senza il corrispettivo oro. Nei due secoli passati, per far fronte alla velocità e al grande aumento di  produzione industriale,  si dovette stampare  molta moneta cartacea senza il corrispettivo oro. Questo fenomeno nato in un primo momento per accompagnare lo sviluppo, in breve degenerò in abuso. Infine la supremazia del capitalismo finanziario, rafforzatosi con la globalizzazione, ha creato caos nella circolazione di carta moneta e speculazione.

Le complicate crisi del nostro sistema economico si riescono a capirle meglio se le semplifichiamo risalendo alle sue origini e proponendo non provvisorie  ma definitive soluzioni. La causa prima delle ricorrenti crisi nel sistema e del sistema, risiede nell’aver lasciato che il metallo oro continuasse ad essere “misura di valore”, e nell’aver stabilito che anche il valore della moneta cartacea fosse giustificato dalla quantità di oro tenuta in riserva. Tutto nasce dall’introduzione di questa artificiosa quanto falsa convenzione: perché quale valore intrinseco o utilità reale ha l’oro perché possa stabilire il valore delle merci? Esso stesso, come qualunque merce, è soggetto a contrattazione e variazione di valore. E’ come se nella misurazione di lunghezza  allungassimo o accorciassimo il metro, secondo  convenienza. Invece un misuratore di valore di prodotti, deve dare certezza, deve mantenersi stabile.  Il gold standard prevede che la quantità di carta moneta stampata debba essere corrispondente al valore dell’oro che gli istituti di emissioni  hanno preventivamente messo in riserva. Ma è da chiedersi: chi, e come si stabilisce il valore certo e definitivo dell’oro? Non è il suo valore, come si diceva, soggetto a  quotazione di borsa? E’ la incertezza, dovuta alla instabilità del valore che rende l’umanità insicura e sviluppa la corsa a competizioni senza scrupoli. Le  sempre più nuove tecniche di produzione vanno  immettendo nel mercato quantitativi di merci sempre maggiori a confronto di cui  la quantità di  denaro non può rimanere fisso,  se non si vuole correre il rischio di frenare lo sviluppo. A questo punto o il  decrepito parametro del gold standard cambia o le crisi saranno certe e periodicamente ripetute. In alcune occasioni, la necessità di  emissione di altro denaro, anche senza il corrispettivo oro, diventa indispensabile. Questo  tanto celebrato sistema liberista è così fragile a squilibri di funzionamento che  permette e giustifica scorrette operazioni  di  spregiudicati speculatori  mascherati dietro la suggestiva parola: liberisti. Ma a questo ingarbugliato sistema di banconote non sono mancate gia in precedenza, accuse e contestazioni; vedasi le accuse di signoraggio (in Abruzzo si è avuto un  esponente nel Prof. Auriti

 

 

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che aveva addirittura creato una nuova moneta: il SIMEC.),  le feroci critiche di Ezra Pound e uno dopo l’altro tutti gli altri, noti e meno noti. Una proposta di soluzione definitiva e possibile, potrebbe essere quella di adottare una teoria economica che stabilisca il valore delle merci nelle quantità di ore di lavoro incorporate, in vario modo, in un  prodotto fin dall’inizio della sua elaborazione. La unità “ora-lavoro” dotata della necessaria caratteristica di divisibilità (minuti primi e secondi), potrebbe diventare la nuova unità di misura di valore delle merci. In questo caso la gestione del nuovo sistema dovrebbe necessariamente passare dalle mani del privato a quello di un democratico stato. A chi drizza le orecchie a sentir parlar di stato, e bene ricordargli che il mercato non è che brilli di moralità, poiché in esso prevale la pratica del ricatto sul necessitoso.  L’interesse di chi detiene,  produce e vende merci è quello di eccitare la necessità, anche verso prodotti non realmente necessari e provocare artificiosamente la scarsità di prodotto per aumentare i prezzi e raccogliere maggior profitto.  Questa è la possibilità di speculazione governata dal produttore e detentore  di merci. Invece chi controlla la finanza ha la possibilità di manovrare  la quantità di circolazione di denaro a vantaggio o svantaggio di predeterminate persone o categorie. Adottando, invece, il criterio di valore-lavoro oltre a rendere impossibile le attività speculative, si onorerebbe il lavoro dell’uomo, lo si rimuoverebbe dall’alienazione in cui è stato relegato e lo si riproporrebbe a quella centralità da cui il sistema capitalista l’ha tolto. Sulla punta  della piramide dei valori, tolto il lingotto d’oro,  spiccherebbe  l’uomo. Se si accettasse questo principio, i problemi finanziari che affliggono l’attuale società potrebbero sparire. Io, senza il dottorato in economia, mi permetto di ipotizzare che tutti i beni di consumo industriali e agricoli potrebbero seguire il principio sopra citato di “valore-lavoro”, mentre il valore di prodotti  artistici o di particolare pregio, realizzati  dalla genialità di persone particolarmente dotati  potrebbero  seguire l’antico sistema della contrattazione. Comunque rimanendo dentro il sistema,  non invento niente se dico che per evitare che la crisi si estenda, si debba aumentare la circolazione di moneta, mettendo più denaro in tasca a chi produce ricchezza, in modo che sia in grado di acquistare un pò più di merce che, in sostanza,  ha lui prodotto. D'altronde questo è quanto  fece keynes  per risolvere la crisi degli anni trenta. Finanche Hitler in Germania, per uscire dalla crisi finanziaria prodotta dai trattati di pace della prima  guerra mondiale e dalla gravissima disoccupazione che affliggeva la Germania, adottò la stessa politica economica.  Ma siatene certi, specialmente la prima ipotesi prospettata, non accadrà, perché significherebbe fare una sorta di rivoluzione, come si dice, copernicana,  e chi ha in mano il potere economico non ha proprio nessuna interesse a rivoluzionare il presente a favore di un futuro, anche s’è più giusto; ma, soprattutto il sistema continuerà fino ad  esaurimento  delle sue potenzialità e liberare il passaggio alle  necessità storiche del nuovo.

 

                                                                                                            Giorgio Fioretti

 

 

 

      p.s.: (E così ho detto la mia. E voi lettori cosa  pensate? Sento  continuamente reclamare più democrazia. Perché allora non cominciamo ad esercitare il nostro pensiero alla nuova cultura, che ci prepari ad usare in modo  consapevole e responsabile la crazia di popolo che certamente un domani dovremo assumere?.  D’accordo la democrazia così come è oggi, proprio non va più.  Ma  se consideriamo i riferimenti ideali e il tipo di cultura instaurata dal sistema, inutile lamentarsi, quella che abbiamo  è l’unica possibile.)

 

 

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LE BANCHE CASCANO IN PIEDI....E NOI PAGHIAMO

                               IL SOGNO


Ho sognato di aver inventato un sistema per quantificare il lavoro umano, un sistema chiamato denaro. Così, ho sognato di inventare e fabbricare la prima banconota, di averci scritto sopra 100 euro, e di essermi ripromesso di  usarla come scambio per avere diverse cosette che mi servivano.
Carta, inchiostro, penna e lavoro mi sarebbero  costati circa 1 euro, dunque avrei guadagnato bei 99 euro puliti. Nel sogno, una vocina mi diceva che i miei 99 euro puliti, un giorno,  qualcuno li avrebbe chiamati con una parola che mi sapeva un po' di medioevo: signoraggio bancario.
Fatta la banconota, mi è venuta una brillante idea:- Perché non portarla al Sindaco? Lui ne avrebbe avuto tanto bisogno in quanto non sapeva cosa dare al suo usciere per il suo lavoro nel Comune.-
Una volta arrivato dal Sindaco, feci un'altra piacevole scoperta: il Sindaco stesso mi disse che se gli prestavo la mia banconota da 100, mi avrebbe ridato 120 euro a fine anno.
Io gli risposi:- Ma se in circolazione ci sono solo 100 euro da me fabbricati, come fai a ridarmene 120?.-
Il Sindaco mi disse:- Allora tu fabbrica tra 1 mese una seconda banconota da 100 e portamela, poi ti ridarò a fine anno 120 euro e tra 13 mesi altri 120 euro.-
E io:- Si, ma a quel punto ci saranno in circolazione solo 200 euro e tu come farai a ridarmene 240?
E il Sindaco:- E allora tu fabbrica una terza banconota tra 2 mesi......
Il sogno stava diventando ripetitivo e io mi svegliai di soprassalto. Tuttavia, le sensazioni che avvertivo non erano quelle di aver fatto un incubo, ma, al contrario, un senso di benessere "economico".
Ripensandoci poi a mente lucida, se quel giochino  fosse stato vero, il Sindaco si sarebbe sempre più indebitato con me,  mentre io, invece, sarei diventato sempre più ricco.

                               LA REALTA'

Il sogno sopra descritto è la realtà per i fortunati proprietari delle banche.

 

 

 

Paolo Vasini

 

 

 

 

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L'IMBONITORE AL GOVERNO E LA FESTA DI SANT'ANDREA

Ogni anno si ripete la stessa storia,caroselli di automobili a ridosso dell'area dove si svolge la festa di Sant'Andrea.
Tutti gli automobilisti a caccia del biglietto vincente,biglietto che non dispensarà gettoni d'oro, ma uno stupido posto dove parcheggiare , o meglio "lasciare l'auto",dato che anche marciapiedi, passi carrabili, aiuole e quant' altro di raggiungibile su 2 e 4 ruote va bene all'occorrenza.
Allora vien da chiedersi come mai ,pur sapendo che mezza Pescara sta cercando di raggiungere motorizzata quel lembo di terra, in tanti si ostinano nello stesso atteggiamento dell' " o la va o la spacca",ovvero, arrivare faticosamente fin quasi a ridosso della prima bancarella,scoprire che non c'è posto, tornare altrettanto faticosamente indietro ed iniziare il girone dell'inferno in attesa della  sospirata "svolta"?
Guardandoli anche nei loro comportamenti stressati e aggressivi verso gli altri  "impantanati",la spiegazione che mi son dato si racchiude nel concetto dell' " io sono più figo di te ". Come affrontare altrimenti il rischio di imbottigliamento se inconsciamente non si pensa di essere il più furbo, il più svelto, il più scaltro,ovvero quello che "tanto il posto lo trova" anche se sopra un marciapiede, sopra una aiuola oppure ostruendo un passo carrabile...tanto chi è quello che deve rientrare o uscire di casa durante la Festa di Sant'Andrea?
Lasciando per un attimo Pescara e volgendo il pensiero a Londra, mi ricordo dei suoi 3 stadi di calcio, uno dell'Arsenal, uno del Chelsea e uno del West Ham,cioè squadre di livello internazionale con migliaia di spettatori a partita e situati all'interno della città.Mi ricordo di quando andai a vedere Arsenal-Torino anni fa,di come dall'esterno lo stadio fosse quasi  irriconoscibile perchè sembrava un normale caseggiato,di come fosse situato quasi nel centro di Londra e  di come tutti arrivassero con mezzi pubblici tranne forse qualche "italiano con la macchina".
Tornando col pensiero al comportamento del festaiolo di Sant'Andrea, se ho azzeccato la sua mentalità , è naturale che trasponendo il tutto in politica, l'imbonitore che sa dare  di sè l'immagine del "più furbo, del  più svelto, di quello che la sfanga sempre anche se ci sono passi carrabili da ostruire ", ha inconsciamente il suo fascino irresistibile...anzi, averla fatta franca diventa poi una patacca di merito.
Peccato poi che se  l'inconscio magari gode, la realtà tangibile è un'altra
E così'  ritroviamo il Pescarese imbottigliato nel traffico....
E così   ritroviamo l' Italiano impantanato nella più grave crisi economica dal dopoguerra in poi....
Intanto il tifoso inglese ordinatamente arriva allo stadio,si siede sul suo seggiolino numerato e si gode la sua  partita.

 

Paolo Vasini

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LA   RIVOLTA   DI   LANCIANO

 

Lo sciopero generale del 4 giugno 1968

 

(Seconda parte)

 

La mattina dello sciopero portammo uno striscione, alcune bandiere, qualche cartello, un megafono e tanta buona volontà. Eravamo un bel gruppo, molto deciso, e ci collocammo all’inizio del corteo, subito dopo gli striscioni e la macchina con l’altoparlante del sindacato. Il clima era incandescente. Si gridavano slogan inneggianti al Vietnam (i Vietcong erano in piena offensiva contro gli americani), a Parigi (era l’epoca del “maggio francese”), a Valle Giulia (da poco c’era stato lo scontro studenti-polizia davanti alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma), all’unità studenti-operai (quella mattina era un “dato di fatto”), al potere operaio ecc. ecc. Tutti questi avvenimenti ed idee rivoluzionarie erano dentro la testa di tutti noi. Subito iniziarono gli scontri e, come ho detto in precedenza, l’apparato sindacale si mise da parte, per cui il corteo proseguì senza di loro e noi ci trovammo ad esserne la testa. Non ci dispiacque! Con i nostri striscioni-cartelli-bandiere-megafono-slogan costituivamo un gruppo compatto di 50-100 persone che aveva capito lo spirito la volontà e la rabbia di tutta la popolazione.

Il gruppo era composto principalmente da studenti ed operai, in maggioranza giovani. Esso svolse un ruolo di avanguardia e fu decisivo: dette l’impronta rivoluzionaria e trascinò la massa del corteo di oltre 8.000 persone. Determinò il salto di qualità da protesta a rivolta.

Il corteo si muoveva come “una furia distruttrice”: si rompevano i segnali stradali, i vetri del municipio andavano in frantumi, si occupavano i binari della stazione, si rompevano gli scambi delle rotaie dei treni, molte automobili venivano rovesciate, rottura della porta dell’Ufficio Tasse, le finestre del “Circolo degli amici” venivano prese a pietrate(il ritrovo dei borghesotti del paese), si suonarono le campane della Chiesa ad oltranza; ci furono subito scontri con i carabinieri che arrestarono alcuni dimostranti: questi vennero fatti scendere a forza dal furgone e liberati dalla gente; un furgoncino delle poste venne incendiato e si prese d’assalto l’Ufficio Postale, pieno di “crumiri” che non avevano scioperato, gli unici su 25.000 abitanti, raccomandati di ferro della DC dell’epoca. Demmo cinque minuti di tempo agli impiegati delle poste per abbandonare gli uffici, altrimenti saremmo entrati per farli uscire. Dopo nemmeno due minuti e mezzo erano tutti fuori. Ricordo che mentre davo questo ultimatum con un megafono un poliziotto mi si avventò contro. Per fortuna un suo superiore lo fermò, facendogli capire che non era quello il momento. Dal suo punto di vista aveva ragione! C’erano 8.000 persone pronte a difendermi! Il “momento buono” purtroppo sarebbe venuto dopo, come racconterò di seguito.

Dopo questo episodio delle poste, ci fu l’ultimo scontro con la polizia con lancio di Molotov e rilancio da parte dei manifestanti, scontri a tutti i livelli, “le forze dell’ordine” ebbero la peggio, un ufficiale dei carabinieri rimase ferito e, da quel momento, scomparvero, fino alla sera tardi.

Eravamo diventati i “padroni” di Lanciano. Tutto il pomeriggio trascorse in un clima surreale. Il paese era mezzo distrutto,  tutto in disordine, con la gente che girava da una parte all’altra senza capire né sapere che fare. In giro non si vedeva né un poliziotto né un carabiniere. Che era successo? Avevamo “preso il potere a Lanciano”? Sto scherzando ma non troppo! Certo è che le “Autorità” non si aspettavano uno sciopero così violento. Noi nemmeno. La differenza era che noi eravamo molto contenti, mentre loro erano molto  preoccupati ed arrabbiati.

Noi non sapevamo che fare: si parlava, si discuteva, giravano tante voci di tutti i tipi, alcune molto sospette.  “La presa del potere” è durata tutto il pomeriggio fino a circa le 10,30 della sera, quando avvenne l’episodio del “Cavallo di Troia”. Una colonna di furgoni della polizia, proveniente dal corpo speciale anti-sommossa di Foggia, si avvicinò lentamente al paese, gradualmente  si posizionò nella piazza principale. Quando c’erano tutti i furgoni, un poliziotto

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scende con un fischietto, emette un suono fortissimo, si aprono gli sportelloni posteriori dei furgoni, escono come belve tutti questi poliziotti e si mettono a dare manganellate a tutti: donne bambini anziani, chiunque si trovavano davanti. Era tornato lo “Stato democratico” che ristabiliva l’ordine degli sfruttatori ed il disordine economico-sociale-esistenziale degli sfruttati. Fu un vero macello! Non ricordo quanti feriti, molti non lo dichiararono nemmeno. Questi poliziotti fecero degli squadroni che si misero a percorrere le strade del paese, menando ed arrestando tutti quelli che si trovavano davanti. Arrestarono 48 persone che poi rilasciarono la mattina successiva. Io ed alcuni compagni ci salvammo quella sera perché all’ultimo momento una famiglia ci aprì la porta, ci fece entrare nella sua casa e poco dopo passava marciando lo squadrone dei poliziotti. A notte inoltrata riprendemmo la macchina e tornammo a Pescara.

Il giorno dopo ne parlarono tutti i giornali e si dava per concluso lo sciopero di Lanciano. Per noi del gruppo trotskista di Pescara non era così. Facemmo un nuovo volantino invitando a continuare lo sciopero, ad estenderlo ai paesi vicini. Altro non ricordo, purtroppo ho perso l’originale. Due giorni dopo, la sera del 6 giugno, io ed un altro compagno eravamo a diffonderlo sul corso di Lanciano. All’improvviso è arrivata una camionetta di carabinieri che ci ha caricati a forza e portati in carcere. Abbiamo buttato gli ultimi volantini rimastici dalla camionetta, lungo il corso del paese. La polizia perquisì le nostre case, le nostre macchine, le sedi dell’organizzazione a Pescara e Moscufo, e tutta l’organizzazione trotskista  venne accusata in base all’articolo 270, cioè di “organizzazione diretta a sovvertire l’ordinamento economico e politico dello Stato…”, l’articolo poi usato per accusare le Brigate Rosse. Siamo usciti dal carcere quasi 5 mesi dopo, grazie ad una amnistia generale imposta dall’ondata di lotte che si stava sviluppando in tutta Italia.

In base ai capi d’accusa avremmo dovuto fare 35 anni di carcere ciascuno. Scaricavano su noi due e sulla nostra organizzazione le colpe di tutto quello che era successo. Troppo sbrigativo! Indubbiamente dal loro punto di vista noi avevamo le nostre colpe ma, e qui è la differenza, noi eravamo dalla parte della giustizia, mentre loro no. Noi avevamo semplicemente fatto il nostro dovere di agire in coerenza con le nostre idee rivoluzionarie. Anche se, insieme ad altri, abbiamo svolto un ruolo di avanguardia in quella situazione, noi due non potevamo aver distrutto mezzo paese. Era tutto un paese che si era ribellato a causa della crisi economica e sociale che stava vivendo in quel momento. Nel fare questo si aggrappava alle idee rivoluzionarie di quell’epoca.

            La violenza rivoluzionaria di massa è un atto pacifico, anche se esercitato in forma violenta, il più pacifico che l’umanità abbia imparato ad esercitare perché il fine è la pace e la violenza è l’unico mezzo per poterla raggiungere. E’ il fine che, in questo caso, qualifica l’atto, non il mezzo. Lo stesso ragionamento vale per il chirurgo. La sofferenza che lui infligge con l’operazione è finalizzata al benessere della persona. E’ questo che qualifica l’atto, non è il dolore dell’operazione. Il chirurgo non è un sadico ma un guaritore. Stesso discorso vale per la violenza rivoluzionaria delle masse. Per cui non si può avere un atteggiamento di condanna della violenza delle masse di Lanciano, né tantomeno di “presa di distanza” o di ignorare quanto avvenuto, ma bisognava e bisogna ancora oggi soprattutto sforzarsi di capire le cause di quella ribellione ed apprezzarne il metodo usato per portarla avanti, visti i buoni risultati ottenuti.

Gli episodi che ho raccontato della giornata dello sciopero generale, sono quelli che io conosco. Sicuramente ce ne sono tanti altri a me sconosciuti. Per questo motivo sarebbe stato importante, secondo me, fare un’assemblea aperta a tutti i cittadini, invece dell’opera teatrale. Ne sarebbe venuto fuori un teatro-realtà, senza bisogno di attori, ricordato e rappresentato dai diretti protagonisti. Sarebbe stato molto più vero, istruttivo ed attuale. Sempre in tempo per farlo, se si vuole, anche perché i problemi non mancano, né tantomeno lo sfruttamento è finito. Sul territorio di Lanciano e dintorni incombe la minaccia della costruzione del Centro oli di Ortona che provocherebbe una distruzione dell’ambiente e dell’economia di tutta la zona. Sarebbe un danno molto più grande della chiusura dell’Azienda Tabacchi di 40 anni fa. Per questo motivo io penso che la Rivolta di Lanciano dovrebbe continuare con la Rivolta contro il Centro oli e con l’Autogestione da parte della popolazione di tutto il territorio interessato.

Antonio Mucci

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La morte del capo della guerriglia comunista non fermerà la lotta in Colombia

Anche senza Marulanda le Farc lotteranno per la rivoluzione

Ma l’obbiettivo principale è far capire che non sono narco-terroristi

              

 

Manuel Marulanda, detto “Tirofijo”, capo indiscusso delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) dal 1964, è morto per un arresto cardiaco. La morte del capo storico del più grande movimento guerrigliero dell’America Latina (ben 10.000 combattenti armati e motivati) è avvenuta alla fine del mese di marzo, ma se ne è avuta notizia solo la settimana scorsa. Marulanda era un grande condottiero e un grande rivoluzionario, ma anche un abile politico. Per decenni ha diretto le Farc, radicandole tra i campesinos della Colombia, e facendone un vero e proprio esercito del popolo. La sua morte priva l’organizzazione guerrigliera di una grande guida, con carisma e immensa esperienza, e rimpiazzarlo non sarà facile. Ma anche senza Tirofijio, le Farc continueranno la loro eroica lotta per la libertà del popolo colombiano. La Colombia è oppressa da una oligarchia filoamericana che succhia il sangue al popolo, che fa vivere i campesinos in condizioni di estrema povertà e che svende agli USA la sovranità nazionale del paese. I guerriglieri delle Farc sono marxisti e bolivariani, in pratica, nazionalcomunisti. Lottano per creare una Repubblica popolare che liberi i contadini dalla schiavitù del latifondo e che metta fine alla politiche inique delle oligarchie che dissanguano la Colombia. Essendo bene armate e ben motivate, le Farc hanno raggiunto importanti successi militari, ma il governo colombiano e gli USA le dipingono come una organizzazione di terroristi e narcotrafficanti. Ciò non è assolutamente vero. Le Farc non praticano il terrorismo, non uccidono donne e bambini e non commerciano droga. Certo, nei territori sotto il loro controllo i campesinos coltivano foglie di coca che poi le Farc vendono, ma questo non è sufficiente per bollarle come una organizzazione di narcotrafficanti. I cartelli della coca di Medellin, al contrario, sono legati all’oligarchia colombiana, la quale non si fa scrupoli nel pescare nel torbido dei proventi illeciti ottenuti con il commercio della cocaina. La lotta delle Farc è una lotta popolare e antimperialista, in difesa delle masse contadine e proletarie colombiane, da sempre sfruttate dai signori del latifondo e ora anche dagli uomini delle multinazionali che sfruttano le ingenti risorse bio-energetiche della Colombia. E proprio perché sono una forza di resistenza radicata nel popolo Colombiano, le Farc, nonostante la morte improvvisa di Marulanda, non desisteranno e non abbandoneranno la lotta rivoluzionaria: il loro è un nome che dà speranza a milioni di oppressi in tutto il Paese e se non ci fossero state le Farc a lottare in difesa dei campesinos e dei meticci, le condizioni di vita del sottoproletariato colombiano sarebbero, oggi, assai peggiori di quanto non lo fossero prima dell’inizio dell’esperienza rivoluzionaria.

Ecco perché, nonostante la morte di Marulanda, le Farc seguiteranno a lottare per il trionfo della rivoluzione comunista e bolivariana in Colombia. Finché non ci sarà giustizia sociale, in Colombia, non vi potrà essere pace. E le Farc sono il principale strumento della lotta di resistenza delle masse colombiane contro la spaventosa oligarchia di latifondisti e di plutocrati che affama questo paese andino da ormai troppo tempo!

 

Fabrizio Legger  (Pinerolo - TO)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nei due paesi asiatici la lotta armata delle minoranze non conosce tregua

Chakma e Karen contro i regimi oppressivi di Bangladesh e Birmania

La guerriglia è l’unica via per non soccombere al genocidio

 

Il Bangladesh e la Birmania sono due paesi asiatici confinanti. Il primo è a maggioranza islamica (l’85% della popolazione, con piccole minoranze induiste e buddiste), il secondo è a maggioranza buddista (il 56% dei birmani, con minoranze cristiane e islamiche). In entrambi questi paesi, però, i diritti delle minoranze non sono rispettati. In Bangladesh, la maggioranza musulmana, tratta gli indù e i buddisti come cittadini di serie B, mentre in Birmania la dittatura militare al potere non concede nessun diritto: solo oppressione, repressione e morte. Così, nei due paesi, alcune minoranze hanno impugnato le armi, in quanto quella della guerriglia è l’unica via per non soccombere al genocidio.

In Bangledesh, nella regione  sud-orientale degli Hill Tracts, le etnie di origine sino-tibeto-birmane (in particolare i Chakma, i Marma e i Marung) hanno dato vita al movimento armato Shanti Bahini, ovvero Forza di Pace, guidato dall’intrepido Joytirindra Bodipriyo, detto “Shantu” (il pacifico) ma conosciuto come il “Che Guevara del Bangladesh”. I guerriglieri della Shanti Bahini sono buddisti e la loro lotta armata mira essenzialmente a strappare al governo di Dacca una autonomia per le regioni degli Hill Tracts e un riconoscimento del Buddismo come religione di Stato del Bangladesh accanto a quella islamica e a quella indù. Ovviamente, i nazional-islamisti al governo in Bangladeh non vogliono nemmeno sentir parlare della Shanti Bahini e da anni mantengono nella regione migliaia di militari che si sono resi responsabili di stragi, deportazioni, stupri e massacri a danno dei civili delle etnie buddiste. Gli accordi di pace firmati nel 1998 sono ormai carta straccia, perché il governo bangladeshi, approfittando del silenzio del mondo sulla eroica lotta della Shanti Bahini, vuole annientare la guerriglia buddista con l’opzione militare. Ma la guerriglia prosegue dall’inizio degli Anni Ottanta, e nonostante tutti gli sforzi compiuti dai governi islamici che si sono succeduti a Dacca, la ribellione armata dei buddisti non è affatto stata stroncata.

Nella vicina Birmania, invece, i buddisti sono al potere. La dittatura militare birmana è una delle più repressive del pianeta. A tenere testa al governo dei generali di Yangoon sono soprattutto i Karen, la principale minoranza etnica del paese (ben 5 milioni e mezzo), di religione cristiana, i quali si oppongono allo strapotere dell’esercito birmano con i combattenti del Karen National Liberation Army (KNLA). Ogni anno, l’esercito birmano compie due offensive, una in primavera e una in autunno, per annientare i ribelli, e ogni anno le truppe della dittatura vengono respinte. Negli ultimi 12 anni sono stati distrutti più di 3000 villaggi karen e sono stati uccisi oltre 6000 civili appartenenti a questa bellicosa etnia. Ma i Karen sono combattivi, audaci e spavaldi: non si perdono d’animo e resistono, resistono, resistono, perché combattono per la loro terra e per la loro libertà. Purtroppo, la dittatura militare birmana ha due buoni protettori nella Cina e nella Russia, che la riforniscono di armi di e munizioni, consentendole così di portare avanti la sua guerra di sterminio nei confronti delle etnie ribelli (infatti, oltre ai Karen, lottano contro la dittatura birmana anche le etnie dei Kachins, degli Shans, degli Arakanais). La brutalità dell’esercito birmano è stata ben documentata da molte organizzazioni umanitarie, i rapporti economici tra Birmania, Cina e Russia sono noti, il narcotraffico operato da molti generali della giunta non è una novità. A questo punto perché l’Onu non dichiara la dittatura militare birmana un “governo-canaglia” e non organizza un intervento armato per abbatterla? E invece, silenzio, un silenzio che dura da decenni, e che in tutto questo tempo ha permesso alle giunte militari che si sono succedute al potere in Birmania di massacrare, angariare ed opprimere tutte le etnie che si ribellano al loro giogo dispotico. Di fronte a tante crudeltà, l’opinione pubblica non può tacere, deve intervenire, sostenendo la sacrosanta lotta per la libertà della Shanti Bahini in Bangladesh e del Knla in Birmania: la sopravvivenza di questi popoli dipende anche dal nostro interessamento e dalle pressioni che, come opinione pubblica, riusciremo ad esercitare qui, nel nostro indifferente ed edonistico Occidente!

 

Fabrizio Legger  (Pinerolo -TO)

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L'indifferenza

 

 

Solo di fronte le disgrazie del mondo

gli uomini sgranano quegli occhi impauriti

vuoti

spenti

menti offuscate dal caos quotidiano

corpi immobilizzati

quasi inermi.

E' un veleno ignoto che si insinua nelle vene

si impadronisce lentamente della vita

conduce verso una strada densa di nebbia

dove ogni gesto non visto

ogni parola non udita

genera il torpore delle emozioni.

 

 

 

 

Antonella Buccella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”