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IL SALE - N.°83-84


 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 8  –  numero 83-84  Settembre e Ottobre 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

 

 

 

                                      presentato da Lia Didero

 

                                      di Antonio Mucci

 

                                               di Maurizio Acerbo

                       

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        presentato da Maurizio Marano

 

·         Pagine 12 e 13    MARXISMO E RIVOLUZIONE                                                 

                                                 di Giorgio Fioretti

 

                                                        di Marco Tabellione

 

                                                        di Paolo Vasini

 

                                                        di Diderot

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nei due paesi asiatici le guerriglie comuniste sono in piena attività

India e Thailandia: lottare per il maoismo nell’era della Globalizzazione

Finché ci saranno milioni di poveri la guerriglia resterà una costante realtà

 

 

In alcuni paesi del Sud del mondo, la miseria e la fame riescono ancora a rispondere alle ingiustizie con il sogno della lotta armata. E la Thailandia e l’India sono due di questi paesi, dove i diseredati e i nullatenenti sono ancora sedotti dal sogno maoista della lotta di popolo. Una lotta che è alimentata dalle spaventose condizioni di indigenza in cui versano milioni di poveri, gente costretta quotidianamente a frugare nelle discariche dei rifiuti per trovare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nella Thailandia agitata da lotte di poteri, governi civili che cadono e tentazioni golpiste dei militari, ferve ancora la guerriglia maoista del Partito Comunista di Thailandia (PCT), fuorilegge sin dagli Anni Sessanta, che agisce soprattutto nelle regioni settentrionali del paese, al confine con il Laos, dal cui regime nazionalcomunista riceve armi e la possibilità di rifugiarsi in territorio laotiano. Non potendo agire politicamente, il PCT è costretto alla lotta armata. Tutti i tentativi dell’esercito thailandese di annientarlo sono falliti, nonostante le due offensive annuali che le forze armate di Bangkok sferrano contro le sue basi nella giungla  a partire dalla seconda  metà degli Anni Sessanta. I guerriglieri comunisti della Thailandia sono maoisti, guardano con molto interesse ai comunisti nepalesi (che sono giunti al potere tramite una dura guerriglia) e sognando di abbattere la monarchia thai esattamente come i nepalesi hanno fatto con la monarchia induista di Katmandu. Le loro forze, però, non sono molto consistenti (si parla di circa 3000 uomini armati). Ma, in ogni caso, sono sufficienti per continuare a rendere insicure le regioni a ridosso della frontiera laotiana, costituita da giungle fittissime e dove possono contare sull’appoggio delle locali popolazioni rurali. Purtroppo, nel Sud della Thailandia, il PCT non è presente, a causa della durissima repressione che ha portato all’annientamento di tutte le sue cellule combattenti. In queste condizioni, è assai difficile che i comunisti thai riescano a raggiungere i risultati ottenuti dai loro compagni nepalesi, ma, in ogni caso, la loro presenza ribelle costituisce un chiaro segnale di capacità di lotta delle popolazioni rurali nei confronti del dominio feudale della monarchia di Bangkok.

Più esplosiva, invece, è la situazione nella vicina India. Qui la guerriglia comunista ha origini antiche, con le lotte dei ribelli maoisti naxaliti (cioè della città di Naxalbari, nel Bengala Occidentale, dove avvennero le prime insurrezioni armate). Superando divisioni, rivalità e frazionismi assolutamente controproducente, i guerriglieri maoisti indiani si sono ora riuniti in un solo partito rivoluzionario. Dapprima, nel 2003, si sono uniti il Centro Comunsita Maoista e il Centro Rivoluzionario Indiano, formando il Centro Comunista Maoista d’India (CCMI). Poi, nel 2004 si è unito a questo il Fronte di Guerra Popolare, altra organizzazione guerrigliera maoista. Così, con tutte le forze maoiste finalmente riunite, nel 2005 è stato creato il Partito Comunista dell’India (Maoista), che, essendo illegale, guida ora la lotta armata contro i governi borghesi di Delhi e contro gli oligarchi e i latifondisti indiani, scontrandosi sia con i reparti antiguerriglia dell’esercito indiano, sia con le milizie paramilitari pagate dai latifondisti. Attivi soprattutto nel Bihar, nell’Orissa, nel Gujarat, nel Kerala, e in latri 14 stati dei 28 che formano l’Unione Indiana, i guerriglieri del PCI(M) combattono al grido dello slogan “Lotta contro il feudalesimo e l’imperialismo”. Molti di loro si sono fatti le ossa in Nepal, combattendo a fianco dei maoisti nepalesi, altri provengono da esperienze di guerriglia in Birmania e Thailandia, per un totale di circa 25.000 miliziani armati, bene addestrati, molto motivati e, soprattutto, sostenuti dalle popolazioni rurali. La guerriglia comunista, con i suoi continui attacchi a caserme, postazioni di polizia, tenute dei ricchi latifondisti, impensierisce non poco il Governo indiano, tanto che in tutti i 14 stati dove questa è operativa, è stata aumentata la presenza dei corpi speciali dell’antiguerriglia che appoggiano le formazioni paramilitari dei latifondisti. Ma tutta questa violenza non stroncherà la lotta guerrigliera comunista né in India né in Thailandia: soltanto se verrà eliminata la miseria, soltanto se verrà garantito ad ogni abitante di questi paesi un reddito e un lavoro sicuro, soltanto se prenderanno il potere nuovi governi che sapranno dire dei no energici alle multinazionali sfruttatrici e che difenderanno gl’interessi sociali e nazionali prima di ogni altra cosa, potrà avere termine la lotta armata di chi non ha altra via da percorrere che questa. Ma se i poteri dominanti fingeranno di non sentire le grida di ribellione che giungono dalle profonde viscere di questi paesi dove impera la miseria più nera, la lotta eroica dei giovani figli di contadini che sognano Mao e la rivoluzione marxista non potrà che continuare, sottraendo a questa nazioni tante risorse, tanto sangue, e, purtroppo, tante giovani vita tragicamente spazzate via dalle brutalità senza scrupoli di una guerra di classe spietata e devastante.

 

Fabrizio Legger

 

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*Ricostruire e radicare nel tessuto sociale e territoriale idee e percorsi di critica e lotta anticapitalista*


Come sempre, l´azione combinata degli Stati e del capitalismo internazionale diffonde insicurezza e miseria tra le classi lavoratrici, instabilità e terrore tra i popoli, colpendo in maniera tale da indurre uno stato perenne di crisi che ha il solo scopo di impedire qualsiasi riorganizzazione di una opposizione anticapitalista ed antimperialista e qualsiasi progettualità di liberazione e di solidarietà a livello dei singoli paesi ed a livello internazionale.
Lo stato di guerra, che muove ormai eserciti ovunque gli interessi imperialisti confliggono, (come di recente nel Caucaso), porta morte e distruzione tra popoli resi nemici da materie prime e corridoi energetici su cui non hanno alcun potere decisionale e da cui non riceveranno alcun beneficio, salvo l´appello nazionalista del presidente e delle élites di Stato che sono stati chiamati a votare ed a cui hanno delegato la loro vana speranza di benessere.
Il sisma finanziario che sta facendo crollare storiche cittadelle del capitalismo, ramificandosi tra gli istituti bancari e finanziari mondiali, porta impoverimento e miseria tra decine di milioni di lavoratori messi sul lastrico da banche ed agenzie di credito, su cui non hanno alcun potere decisionale e da cui non riceveranno alcuna restituzione dei loro risparmi o piccoli investimenti, salvo l´intervento degli Stati teso a salvare non il risparmio popolare ma quello stesso sistema che essi hanno alimentato (vedi la Federal Reserve, la quale mentre si distribuivano mutui a pioggia ed il prezzo degli immobili raggiungeva quotazioni fuori dalla realtà, anziché frenare procedeva ad una riduzione continua dei tassi d'interesse portandoli sino all'1%, per paura che il mercato dei mutui e degli immobili subissero una contrazione ed il gioco venisse scoperto).
Lo Stato, quindi, non è affatto il salvatore che ci protegge dal capitalismo malato, dopo averne garantito la rapacità e la voracità, bensì garantirà liquidità monetaria alle istituzioni capitalistiche, prendendola dalle sue casse (cioè i soldi dei contribuenti, almeno di quelli che pagano le tasse). Il neoliberismo -come si sa- ha sempre contato sull´intervento dello Stato..., sulle privatizzazioni dei gioielli pubblici o sulla loro quotazione in borsa, come sul prestito per sostenere la metamorfosi necessaria alle banche di investimento per diventare banche commerciali, quindi abilitate a mettere le mani nei depositi dei clienti!
E lo stesso Stato italiano -dalla privatizzazione con spezzatino di Telecom allo scippo del tfr nei fondi pensione (il Fonchim dei chimici e il Cometa dei metalmeccanici hanno in portafoglio obbligazioni Lehman Brothers per importi pari rispettivamente a 3.650.000 euro e 3.850.000, ed anche se l'incidenza sul patrimonio è dello 0,2%-0,1%, è evidente che di fronte ad ulteriori fallimenti tale percentuale aumenterà), alla svendita di Alitalia e lavoratori compresi- ha dimostrato invariabilmente la sua alleanza col grande capitale finanziario, con scelte sottratte a qualsiasi controllo da basso, senza che i lavoratori avessero potuto esercitare il controllo ed il potere decisionale sul loro posto di lavoro, sul salario e sulla pensione.
L´azione combinata del governo di destra e del padronato sta irrigidendo le relazioni industriali, sta sigillando in una dimensione repressiva ogni istanza di opposizione sociale alle scelte di politica economica e sociale.
In Italia, infatti, siamo di fronte ad un evidente deperimento dei livelli di democrazia nel paese, le cui espressioni sono rinvenibili a livello istituzionale e sociale:

- nella concentrazione di potere nell´esecutivo, con conseguente tendenza autoritaria tramite il ricorso usuale ai decreti legge ed alla delegificazione
- nel declino del potere legislativo del parlamento a semplice esercizio di ratifica dell´operato del governo e delle decisioni prese nelle alte stanze del potere, dove avviene la collusione e la connivenza tra l'esecutivo e le varie oligarchie economiche e la ricomposizione degli interessi dei vari settori della borghesia italiana
- nell´attuale uso del parlamento contro il potere giudiziario
- nella distruzione della rappresentanza delle minoranze a favore dell´omologazione degli interessi borghesi.

Questa situazione ha di fatto reso marginale la strategia parlamentare come strumento di emancipazione delle classi popolari e reso evidentemente inutile la rincorsa alla rappresentanza degli interessi dei lavoratori per via elettorale e/o governativa. La dualità di poteri sul territorio determinata dall´espansione del potere amministrativo e del ricorso alla sussidiarietà verticale (UE) e orizzontale su regioni e macroregioni che indirizzano gli assetti economico-finanziari-occupazionali- dei servizi, laddove allo Stato restano da gestire le compatibilità di Maastricht e le contraddizioni sociali che ne derivano, conduce di fatto ad impedire la possibilità di organizzazione e partecipazione dal basso, sia in fase propositiva che vertenziale.

Il deperimento della democrazia e della partecipazione colpisce anche il mondo sindacale attraverso:
- la modifica degli assetti e dei rinnovi contrattuali senza consultazione preventiva dei lavoratori
- l´emarginazione delle minoranze interne alla CGIL
- l´emarginazione dell´opposizione sindacale di base

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Le riforma della contrattazione imposta da Confindustria punta ad accelerare questi processi spingendo per il pieno coinvolgimento del sindacato nella logica d´impresa (dai minimi tabellari nel CCNL all´indice di inflazione previsionale depurato, dalla durata di 3 anni dei contratti al congelamento del diritto di sciopero per 7 mesi durante
le vertenze, dagli enti bilaterali alla contrattazione decentrata al ribasso) e per la decontrattualizzazione di fatto di migliaia di lavoratori delle pmi, dove il sindacato non è presente.
In cambio della concentrazione e blindatura a livello verticistico della contrattazione e della scomparsa del suo carattere collettivo, universale e solidaristico, al sindacato vengono offerti enti bilaterali e garanzie di sopravvivenza, cercando di costringerlo a accellerare il percorso già in atto di trasformazione in agenzia di servizi. Il regime
sanzinatorio per chi violasse le regole imposte dal documento di confindustria vuole siglare la fine di ogni autonomia delle organizzazioni sindacali e di qualsiasi azione dal basso nei posti di lavoro.
Ma il deperimento della democrazia si manifesta anche attraverso la riduzione degli spazi di partecipazione grazie all´implementazione di:
- politiche razziste che puntano alla persecuzione e criminalizzazione degli immigrati
- politiche autoritarie che pretendono di risolvere con la forza le contraddizioni ambientali e di gestione del territorio, sia a scala locale (rifiuti, cave ecc) che a larga scala (basi militari, nucleare e energia in genere)
- politiche di riduzione del reddito e induzione all´indebitamento che aumentano la ricattabilità della classe lavoratrice, spingendo alla ricerca di soluzioni individuali (aumento della produttività, doppio lavoro, straordinari, lavoro dopo la pensione) di fronteall´indebolimento e allo svuotamento delle contrattazioni collettive e delle lotte sindacali
- politiche di distruzione della sfera pubblica e sociale, dalla scuola ai trasporti, dalla sanità alla previdenza.

Anche il rigurgito del fascismo contribuisce alla riduzione degli spazi di democrazia colpendo e criminalizzando ogni minoranza etnica, di genere, politica.
Infine l´attacco alle libertà etiche colpisce il diritto all´autodeterminazione riproduttiva, relazionale, di cura e di
comportamenti individuali.
Di fronte alla finzione della democrazia istituzionale, alla recinzione della democrazia sindacale, alla democrazia passiva nella società, occorre rilanciare la democrazia di base e dal basso, la democrazia diretta nel paese attraverso:
- la difesa e la creazione di spazi collettivi di base, autogestiti, di confronto e di decisionalità nel territorio e nei posti di lavoro.
- a livello politico si tratta di costruire relazioni tra organizzazioni, militanti ed attivisti, sulla base dell´auto-organizzazione, della reciproca legittimazione e della parità di rapporti, al fine di contribuire allo sviluppo dell´opposizione politica e sociale nei territori contro le scelte legislative, amministrative ed economiche che sostengono il neoliberismo. A tal fine è opportuno individuare filoni di lotta unificanti; è utile costruire reti antifasciste, antirazziste, antisessiste; coordinamenti ed associazioni di base che favoriscano la partecipazione popolare e di attivisti della lotta di classe, lo sviluppo di vertenze e di rapporti di forza alla base nel territorio;
- a livello sindacale si tratta di sostenere un processo di aggregazione dell´opposizione interna alla CGIL, che parta dai luoghi di lavoro, dai delegati e dalle RSU;
- di sostenere i processi di aggregazione sindacale, i più ampi possibili, del sindacalismo di base a partire dai luoghi di lavoro e dal territorio;
- di costruire strutture autogestite sul territorio di confronto e di elaborazione, di controinformazione e di mobilitazione sindacale, trasversale alle singole appartenenze sindacali.
- Di difendere il contratto collettivo nazionale collettivo di lavoro, il suo stretto rapporto con la contrattazione decentrata, di garantire gli spazi di democrazia e di decisionalità dei lavoratori nei luoghi di lavoro

 

Per il protagonismo degli sfruttati e degli oppressi, per l´autonomia degli interessi immediati delle classi lavoratrici:
ricostruire e radicare nel tessuto sociale e territoriale idee e percorsi di critica e lotta anticapitalisti; accumulare, formare e federare istanze ed esperienze potenzialmente rivoluzionarie per un progetto di società solidale e comunista, autogestita e libertaria.

70° Consiglio dei Delegati della FdCA

Cremona, 27 settembre 2008
www.fdca.it

Presentato da Lia Didero

 

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LA   RIVOLTA   DI   LANCIANO

 

Lo sciopero generale  del 4 giugno 1968

 

 

Per 40 anni non ho mai voluto scrivere niente su questo sciopero generale, avvenuto a Lanciano il 4 giugno 1968, a cui ho partecipato. Mi sono deciso dopo avere visto questa estate un’opera teatrale che parla della lotta delle operaie dell’Azienda Tabacchi e fa dei riferimenti a questo sciopero. Il titolo dell’opera è “Le tabacchine insorgono” ed è stata rappresentata a Lanciano il 12 luglio in Largo S. Lorenzo, il 13 nello spazio delle Torri Montanare. Il tutto era organizzato dall’”Associazione culturale l’Altritalia”, come parte di un programma promosso dalla Regione Abruzzo. Naturalmente non me la prendo con le tre attrici che hanno recitato molto bene, ma con il testo dell’0pera e con le persone intervistate, trasmesse tramite un video, che non hanno riflesso minimamente i fatti e lo spirito di quella giornata di lotta e di quell’epoca. Del 4 giugno quasi non se ne parla e, quel poco, viene fatto anche in maniera confusa.

 

Una operaia del tabacchificio intervistata dice : ”Il sindacato non poteva fare niente se non volevano i grandi del tabacco!”. Buona notte! Con questo spirito si poteva fare al massimo una processione!  Per fortuna il 4 giugno del ’68 erano pochissime persone a pensarla come lei, altrimenti la Rivolta  non ci sarebbe mai stata.

 

L’opera finisce dicendo: “Seme fatte ‘na rivoluzione!”. Nelle due giornate di recitazione si è verificato lo stesso fenomeno: il pubblico per alcuni momenti è rimasto muto perché giustamente non capiva cosa c’entrava la rivoluzione con tutto quello ch’era stato detto in precedenza. Dopo ha applaudito, quando ha visto che lo spettacolo era finito.

 

Secondo il testo teatrale La rivolta di Lanciano diventa la rivolta delle Tabacchine di Lanciano. Non è vero! La rivolta è stata fatta da tutta la popolazione  del paese. Allo sciopero generale del 4 giugno le operaie dell’azienda tabacchi vi hanno partecipato, ma ebbero un ruolo secondario. Il ruolo principale-fondamentale è stato svolto da un gruppo d’avanguardia di 50-100 persone che trascinò il corteo di oltre 8000 manifestanti,  nella distruzione del paese. Senza questo sciopero quasi insurrezionale, i dirigenti della fabbrica avrebbero portato avanti i propri piani di ristrutturazione e di licenziamenti, invece pochi giorni dopo accettavano tutte le condizioni poste dal sindacato per paura che si ripetesse quanto avvenuto.

 

L’opera teatrale segue una trama tutta  sindacalista ed operaista. Fa un’esaltazione del sindacato quando questo, pur avendo indetto lo sciopero ed essendo alla testa del corteo, poco dopo la sua partenza, vedendo la “piega” che prendeva la manifestazione, non seppe far altro che invitare i manifestanti alla calma, al rispetto della legge e della Costituzione. Poiché rimasero inascoltati, ripiegarono gli striscioni e si ritirarono “in buon ordine”. Scomparvero! Ricordo ancora adesso gli sguardi di odio che rivolgevano a noi che, al contrario, accettavamo con molto piacere  il clima di ribellione  che si faceva avanti.

 

Per cui quando si esalta il ruolo del sindacato, è sbagliato. Ebbe un ruolo molto conciliatore. Il sindacato era contrario a tutto lo svolgimento dello sciopero generale del 4 giugno. Non lo ha mai detto ma, di fatto, era così.

 

 

 

 

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Nell’opera c’è tutta una esaltazione dello spirito di sacrificio e di lotta delle tabacchine che occuparono l’azienda per 40 giorni, controllandola giorno e notte, allontanandosi dalle proprie famiglie. Si recita: “ Mi piaceva andare a lavorare!”. Concetto rispettabilissimo ma molto discutibile. Si dimentica completamente che il lavoro è sfruttamento, che il salariato o il dipendente rappresentano  l’ultima forma di schiavitù nella Storia, che la figura del bravo-lavoratore di oggi è l’equivalente del bravo-schiavo di 2000 anni fa. Per cui questa esaltazione del lavoro non la condivido minimamente. Sono espressioni di persone conservatrici e di retroguardia che non rispecchiano minimamente lo spirito della Rivolta e di quel momento storico. Anche io ho dovuto fare il “bravo-schiavo” nella vita per procurarmi da mangiare, ma non vi provavo nessun piacere, anzi sentivo di essere sfruttato e trattato ingiustamente. Mentre ho sempre provato piacere nella ribellione contro questa società e questo sistema.

 

Sempre nell’opera si racconta la solidarietà e l’aiuto che le tabacchine ricevettero da parte di tutta la popolazione. Indubbiamente fu così e meritano tantissimo rispetto, anche perché senza la loro lotta non ci sarebbero stati lo sciopero e la Rivolta. Gli avvenimenti si sommano, non si escludono. La Rivolta ha fatto fare un salto di qualità alla lotta delle tabacchine, mettendo sotto accusa non solo il padronato dell’azienda tabacco ma dell’intera società. Però la vera rivolta non è stata quella delle tabacchine perché di fabbriche occupate ce n’erano tantissime in quell’epoca. Da poco aveva chiuso la IME a Pescara, dopo un’occupazione eroica durata 30 giorni. Ciò non avvenne nell’Azienda Tabacchi di Lanciano grazie alla Rivolta.

 

Il fatto eccezionale è rappresentato dagli avvenimenti dello sciopero generale del 4 giugno che acquistarono risonanza nazionale e le prime pagine di vari giornali, per alcuni giorni. Da qui nasce la definizione di Rivolta. Era diventata un fatto storico.

 

Il  ricordo di questi avvenimenti del ’68 è stato organizzato in forma “morta”, cioè come se si trattasse di un avvenimento accaduto 400 anni fa (per esempio: la commemorazione di Giordano Bruno), mentre è successo solo 40 anni fa e la maggior parte dei partecipanti è ancora “vivissima”. Per questo motivo c’era tantissima gente alle rappresentazioni teatrali. Perché non si è fatto un microfono aperto a tutti, una assemblea per far riportare la voce e la testimonianza diretta di tutti quelli che vi avevano partecipato? Evidentemente gli organizzatori non lo volevano oppure il problema non se lo sono nemmeno posto, il che sarebbe altrettanto grave se non peggiore: non avevano cognizione della profondità dell’argomento che stavano rappresentando. Loro erano sulla superficie. Comunque rimane il fatto concreto che il microfono non c’era nemmeno. C’era solo quello personale, vicino alla bocca, delle tre attrici. Qualcuno può pensare che sto esagerando con le critiche e dire: “Nel fondo è meglio questo che niente!”. Non sono d’accordo: è meglio niente che questo. E’ meglio non ricordare per niente un avvenimento, che ricordarlo in modo distorto, ad “uso e consumo” della cultura di potere.

 

Io partecipai a questo sciopero insieme ad altri due compagni di Pescara. Facevamo parte di un gruppo trotskista facente riferimento alla IV Internazionale-Posadista. Intervenimmo per portare la nostra solidarietà alla lotta delle tabacchine e per divulgare le nostre idee ed il nostro programma in merito alla situazione. Avevamo già distribuito alcuni volantini e fatto brevi comizi davanti alla fabbrica occupata. Qui avemmo degli scontri verbali con i carabinieri che non volevano farci fare i comizi perché non avevamo l’autorizzazione. Un carabiniere ci prese le generalità dopo che un nostro compagno gli disse: “Te ne approfitti picchè ti su cappelle!”. La cosa piacque molto ai presenti e ci fece guadagnare autorità.

 

Inoltre avevamo preso contatto con un altro gruppo trotskista che c’era a Lanciano, facente riferimento anch’esso alla IV Internazionale, però diversa dalla nostra, il cui esponente principale in Italia era Livio Maitan, successivamente entrato in Rifondazione Comunista. Malgrado le divergenze politiche e le liti tra i nostri capi, con due-tre riunioni riuscimmo ad intenderci molto bene e ad intervenire insieme nello sciopero generale del 4 giugno.

                                (Continua nel numero successivo)                                  Antonio Mucci

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Potabilizzatore: un altro scandalo targato "partito dell´acqua"



Quello del potabilizzatore è l´ennesimo scandalo che vede protagonista il "partito dell´acqua", cioè il gruppo di potere trasversale (a maggioranza PD) che da anni occupa l´ACA spa e l´ ATO di Pescara - Chieti.
Ancora una volta si conferma il quadro disastroso che abbiamo sempre denunciato.
Risultano evidenti l´incompetenza e l´irresponsabilità (per non dire peggio) dei vertici succedutisi alla guida di ACA e ATO.
Finanziamenti pubblici per 25 milioni di euro sono stati sperperati per realizzare un impianto che non può entrare in funzione.
E´ difficile oggi stabilire se dietro comportamenti così assurdi ci sia soltanto l´ignoranza delle leggi o anche condotte di rilevanza penale.
Come mai l´impianto in località San Martino fu realizzato senza premurarsi precedentemente di verificare, attraverso le analisi, se le acque del fiume Pescara potevano essere potabilizzate?
Forse perché non si poteva perdere l´occasione di un appalto così appetibile?
Confidiamo che la Corte dei Conti, sulla base della relazione del Corpo Forestale dello Stato, provveda a sanzionare adeguatamente per i danni erariali i responsabili  di questa ennesima vergogna.
Non conosciamo i nomi delle 14 persone indicate dall´indagine della Forestale come responsabili, ma è piuttosto evidente il quadro delle responsabilità politiche.
Indispensabile ricordare che questa vicenda del potabilizzatore ha una storia lunga e che l´ACA spa fino al 2005 era guidata dall´attuale assessore regionale del PD Donato Di Matteo, non a caso risultato nelle elezioni regionali di quell´anno il più votato esponente dei DS.
Di Matteo è coinvolto, insieme all´attuale presidente Catena e all´ex - presidente dell´ATO l´on.Giorgio D´Ambrosio, anche nell´inchiesta sull´erogazione di acqua inquinata da sostanze tossiche pericolose per la salute umana scaturita dalle denuncie di Rifondazione e WWF.
D'Ambrosio e Catena sono inoltre anche indagati per la Fangopoli del depuratore di Pescara.
Emerge per l´ennesima volta la mancanza di trasparenza di ACA e ATO e le responsabilità non solo dei relativi cda, ma anche dei sindaci che dovrebbero svolgere funzioni di vigilanza e controllo sull´operato di chi gestisce le risorse idriche e che avrebbero dovuto informare i consigli comunali.
Appare incredibile che il PD di D´Alfonso continui a mantenere in sella all´ACA spa vertici sempre più screditati per i quali circa un anno fa i consigli comunali di Pescara, Chieti e Montesilvano avevano richiesto le dimissioni votando ordini del giorno proposti da Rifondazione Comunista.
Il PD non intende rinunciare a quella che è un´autentica macchina di consenso clientelare, oltrechè un ufficio di collocamento per esponenti politici e loro parenti.
Di Matteo e D'Ambrosio, che hanno per lungo tempo presieduto ACA e ATO, spieghino alla cittadinanza cosa hanno combinato e come mai 25 mln. di euro sono stati sprecati inutilmente. 
E' questa la "bella politica" per il PD dalfonsiano?


 
Maurizio Acerbo
CPN Rifondazione Comunista

 

 

 

 

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Il rassicurante razzismo di Berlusconi

 

di Luciano Martocchia

 

Il Governo Berlusconi sta attuando un golpe strisciante e silenzioso in Italia. Infatti con i suoi comportamenti non occasionali ma metodici, tende a far diventare  costituzione materiale il disegno bocciato dal popolo nel referendum che  proponeva una vera controriforma della vigente Costituzione. Elezione plebiscitaria del capo, che può anche sciogliere (o non consultare mai) le camere, "dimostrando" che sono un inutile spreco, governo decisionista (governa per decreti, viaggia per diktat, confonde la trattativa col ricatto: la migliore compagnia possibile è quella di Cai, parola di governo senza bisogno di OPA e altri ammennicoli  che pure sono di legge, le riforme si fanno fuori del parlamento, di cui dunque si "dimostra" così ancora una volta la "costosa inutilità" ecc.ecc.).  Il controllo generalizzato mediatico detenuto  ormai da Berlusconi ha portato, attraverso un’abile regia, ad eliminare di fatto ogni opposizione credibile, con il paradossale aumento dei consensi che, a detta dei sondaggi, lo danno ormai padrone della scena .

E' un disegno che culmina per ora nella finanziaria già "decisa" e sulla quale il governo preannuncia il voto di fiducia e una rapida approvazione ecc.ecc.

E' comunque una scelta politica molto efficace, perchè tagliando quasi del tutto la possibilità di discutere per davvero e cavalcando le emozioni più irrazionali ed egoistiche e però profonde della coscienza popolare (egoismo anche fiscale, nazionalismo e localismo, xenofobia, razzismo, paura di ogni diversità) il governo si assicura un saldo consenso, una vera egemonia -fino a che le opposizioni  che sono nel paese stiamo zitti e buoni oppure parliamo sottovoce o veniamo messi a tacere. E' un consenso culturale oltre che politico.

Di fronte a un quadro molto sommariamente così descritto, l'opposizione più efficace e vera è quella di denunciare e respingere con forza tutte le violazioni della Costituzione e fermare la deriva verso una costituzione materiale autoritaria liberista corporativa e di destra quasi estrema (ma non fidiamoci,  la riproposizione di temi o atteggiamenti apertamente fascisti, non è affatto finita) che si potrebbe radicare in un tempo non tanto lungo.

Tutto questo per dire che bene fanno i giudici milanesi a impugnare davanti alla Corte costituzionale il lodo Alfano per incostituzionalità, essendo palesemente contro il principio della uguaglianza di cittadini e cittadine davanti alle legge.

A mio parere lo stesso grave giudizio va dato a proposito del decreto Gelmini sulla scuola. La scuola è il primo strumento per adempiere l'articolo della Costituzione che non nega le ineguaglianze esistenti per  motivi storici culturali ambientali biologici e di classe e di genere, ma fa obbligo alla Repubblica di "rimuoverli" e di "promuovere" strumenti per toglierli. Il  decreto Gelmini,  riduce il numero delle scuole (quelle dei paesi piccoli o di montagna dove ci sono ostacoli ambientali -  popolazione dispersa e scarsa, percorsi lunghi e difficili- sicchè la scuola anche per pochi bambini e bambine non è uno spreco, bensì il tentativo cosituzionale di rimuovere un ostacolo di natura ambientale; e ancora, la scuola elementare con più di un maestro  mostra a chi la frequenta un ventaglio di  linguaggi e di ipotesi cognitive che sveglia in ciascuno i talenti che ha.

Da un altro versante, la conduzione "guerresca" della lotta contro la camorra è inaccettabile e inefficace e produce più vittime civili, che una qualsiasi altra forma di repressione svolta dai servizi, dalla politica, da azioni concordate e attente. L’invio dei soldati è uno specchietto per le allodole per i più sprovvedututi, una mera operazione di facciata senza sostanza.

Lasciamo  ai due bellicosi ministri degli Interni e della Difesa di discutere se di guerra civile o di guerra per bande si tratti, mi sembra che i due parlino di cose che non conoscono , ma questo non stupisce, hanno un eloquio non particolarmente raffinato nè preciso. Il fatto è che affrontare la camorra come una guerra produce molti e irreversibili danni.

Comunque Maroni e La Russa sono convinti che vinceranno la guerra: ma intanto alcuni clan di camorra cominciano a voler far vedere che il controllo del territorio è ancora loro e scatenano una strage di africani, coinvolti o no in traffici e concorrenza nel crimine. Ma insomma senza nessuna difficoltà, e sparando nel  mucchio e seminando timore e sospetti incrociati tra le varie famiglie  degli africani.Ma non basta: tutti ormai si danno alla caccia di chiunque passi per strada. Un ragazzo africano viene   massacrato dai vigili di Parma, perchè "scambiato" per uno spacciatore, un cinese vien pestato da ragazzini ignoranti, di quelli che scrivono sui muri "Non passa lo straniero", nemmeno fossimo alla battaglia del Piave, a Padova espongono cartelli all'ingresso dei bar con scritte, "Vietato l'ingresso ai negri irregolari", un ragazzo nero viene ucciso  da due italiani perchè aveva rubato due merendine e tutti buttano fuori un inesauribile fondo melmoso di razzismo, e nessuno lo ammette. La gente si sente sicura, come i tedeschi  che si sentivano protetti quando gli ebrei venivano rastrellati per Auschwitz.

 

Luciano Martocchia

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IL DIRITTO ALLA PIGRIZIA

 

Confutazione del Diritto al lavoro

 

di Paul Lafargue

 

(Seconda parte)

 

 

            I Greci dell’epoca classica avevano solo disprezzo per il lavoro: agli schiavi soltanto era permesso lavorare, l’uomo libero non conosceva che gli esercizi fisici e i giochi dell’intelligenza. Ed era il tempo in cui si camminava e si respirava in mezzo agli Aristotele, ai Fidia, agli Aristofane; il tempo in cui un pugno di coraggiosi annientava a Maratona le orde dell’Asia che Alessandro avrebbe presto conquistato. I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo per il lavoro, degrado dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli Dei: “O Meliboe, Deus nobis haec otia fecit”(5).

            Cristo, nel suo discorso della montagna, predicò la pigrizia: “Guardate i gigli dei campi, essi non lavorano e non filano, eppure, io vi dico, Salomone in tutta la gloria non è stato vestito più splendidamente”(6)

            Geova, il Dio barbuto e scorbutico, dette ai suoi adoratori il supremo esempio della pigrizia ideale: dopo sei giorni di lavoro, si riposò per l’eternità.

            Quali sono invece le razze per cui il lavoro è una necessità organica? Gli Alverniati; gli Scozzesi, questi Alverniati delle isole britanniche; i Galiziani, questi Alverniati della Spagna; i Pomerani, questi Alverniati della Germania; i Cinesi, questi Alverniati dell’Asia. Nella nostra società, quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari, i piccoli borghesi: gli uni curvi sulle loro terre, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovo come la talpa nella sua galleria sotterranea, e non si raddrizzano mai per guardare con piacere la natura. Eppure il proletariato, la grande classe che abbraccia tutti i produttori delle nazioni civilizzate, la classe che, emancipandosi, emanciperà l’umanità dal lavoro servile e farà dell’animale umano un essere libero, il proletariato, tradendo i propri istinti, misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Duro e terribile è stato il castigo. Tutte le miserie sociali e individuali sono nate dalla passione per il lavoro.

 

BENEDIZIONI DEL LAVORO

 

Nel 1770 uscì a Londra uno scritto anonimo intitolato An Essay on Trade and Commerce. Fece, all’epoca, un certo rumore. Il suo autore, grande filantropo, s’indignava del fatto che

 

“la plebe manifatturiera d’Inghilterra si è messa in testa l’idea fissa che, in qualità d’Inglesi, tutti gli individui che la compongono hanno per diritto di nascita il privilegio di essere liberi e più indipendenti degli operai di qualsiasi altro paese d’Europa. Questa idea può avere la sua utilità per i soldati, di cui stimola il coraggio; ma meno gli operai delle manifatture ne sono imbevuti, meglio è per loro e per lo Stato. Gli operai non dovrebbero mai considerarsi indipendenti dai loro superiori. E’ estremamente pericoloso incoraggiare simili infatuazioni in un paese commerciale come il nostro, dove forse i sette ottavi della popolazione hanno poco o niente di proprietà. La cura non sarà completa finchè i nostri poveri dell’industria non si rassegneranno a lavorare sei giorni per la stessa somma che guadagnano ora in quattro”.

 

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(5) “O Melibeo, un Dio ci ha donato quest’ozio” (Virgilio, Bucoliche).

(6) Vangelo secondo Matteo, cap. VI.

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Così, circa un secolo prima di Guizot, a Londra si predicava apertamente il lavoro come freno alle nobili passioni dell’uomo.

            “Più i miei popoli lavoreranno, meno vizi ci saranno” scriveva da Osterode, il 5 maggio 1807, Napoleone. “Io sono l’autorità ….. e sarei disposto a ordinare che la domenica, passata  l’ora delle funzioni, le botteghe vengano aperte e gli operai restituiti al lavoro”.

            Per estirpare la pigrizia e piegare i sentimenti di fierezza ed indipendenza che essa genera, l’autore dell’Essay on Trade  proponeva di incarcerare i poveri nelle case di lavoro ideali (ideal workhouses) che sarebbero diventate “case del terrore, dove si farebbe lavorare quattordici ore al giorno, in modo che, sottratto il tempo dei pasti, resterebbero dodici ore piene e intere”.

            Dodici ore di lavoro al giorno, ecco l’ideale dei filantropi e dei moralisti del XVIII secolo. E abbiamo sorpassato, eccome, questo nec plus ultra!

            Le officine moderne sono diventate case di correzione ideali dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavori forzati per dodici e quattordici ore non solamente gli uomini, ma le donne e i bambini(7). Pensare che i figli degli eroi del Terrore si sono lasciati degradare dalla religione del lavoro al punto da accettare come una conquista rivoluzionaria, dopo il 1848, la legge che limitava a dodici ore il lavoro nelle fabbriche. Proclamavano come un principio rivoluzionario il “diritto al lavoro”. Che vergogna per il proletariato francese! Solo degli schiavi sarebbero stati capaci di una tale bassezza. A un Greco dei tempi eroici ci sarebbero voluti vent’anni almeno di civiltà capitalista per concepire un simile avvilimento.

            Se le pene del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato, più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato stesso che le ha chiamate.

            Quel lavoro che nel giugno del 1848 gli operai reclamavano armi alla mano, lo hanno imposto alle loro famiglie. Hanno consegnato ai baroni dell’industria le loro mogli e i loro bambini. Con le loro stesse mani hanno demolito il focolare domestico, con le loro stesse mani hanno disseccato il latte delle loro mogli: le disgraziate, incinte e allattando i bambini, hanno dovuto andare nelle miniere e nelle manifatture a piegare la schiena e a sfinire i nervi. Con le loro stesse mani hanno minato la vita e la salute dei loro figli. Proletari, vergogna!

            Dove sono le comari di cui parlano i nostri vecchi racconti, audaci, schiette, pronte di lingua, amanti della diva bottiglia? Dove sono queste bontempone, sempre a trottare, sempre  a cucinare, sempre a cantare, sempre a seminare vita generando gioia, a partorire senza dolore bambini sani e robusti?... Oggi abbiamo le ragazze e le donne di fabbrica, gracili fiori dai pallidi colori, dal sangue senza splendore, dallo stomaco rovinato, dalle membra languide. Donne che non hanno mai conosciuto il piacere robusto, che non saprebbero raccontare in modo colorito com’è che si ruppe il gingillino. E i bambini? Dodici ore di lavoro ai bambini. Per la miseria! Ma tutti i Jules Simon dell’Accademia delle scienze morali e politiche, tutti i Germinys della gesuiteria non avrebbero saputo inventare un vizio più abbrutente per l’intelligenza dei bambini, più corruttore dei loro istinti, più distruttore dei loro organismi, del lavoro nell’atmosfera viziata dell’officina capitalista.

            La nostra epoca è, si dice, il secolo del lavoro. Di fatto, è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

 

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(7) Al primo congresso di beneficenza tenutosi a Bruxelles nel 1857, uno dei più ricchi manifatturieri di Marquette, vicino a Lille, il signor Scrive, raccontava fra gli applausi dei membri del congresso, con la più nobile soddisfazione del dovere compiuto: “Abbiamo introdotto qualche elemento di distrazione per i bambini. Insegniamo a cantare durante il lavoro, e a contare, sempre lavorando: ciò li distrae e li fa affrontare con coraggio “queste dodici ore di lavoro che sono necessarie per procurare i mezzi di sussistenza”. Dodici ore di lavoro, e che lavoro”! Imposto a bambini che non hanno compiuto i dodici anni! I materialisti si dolgono sempre che non ci sia un inferno dove ficcare questi cristiani, questi filantropi carnefici dell’infanzia.

 

(continua nel prossimo numero)

 

Presentato da Maurizio Marano

 

 

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Tratto da: “Una Voce fuori dal coro” di Giorgio Fioretti

 

(... continua dal numero precedente)

 

MARXISMO E RIVOLUZIONE

 

Grosso modo questo è l’assetto geo-politico venuto fuori dai trattati di pace imposti da Francia e Inghilterra alla fine della prima guerra mondiale. Di fronte a tanta insensata arroganza nella sistemazione geo-politica dell’Europa, a ben considerare quelli che furono chiamati trattati di pace, altro non furono che degli armistizi che portavano in grembo tutti i presupposti di un nuovo conflitto di rivincita. E il conflitto puntualmente arrivò. Ma pensare che fu solo e appena una questione di rivincita, è sicuramente fuorviante. La Germania di Hitler, partendo dal leso orgoglio nazionale, infiammò i cuori dei nazisti. Spinse la questione di rivincita fino a l’esagerata esasperazione di autodefinirsi razza superiore, ricalcando l’argomento biblico, dove invece furono gli ebrei che come popolo superiore eletto da Dio, si lanciarono al massacro delle popolazioni della terra di Canaan. Accanto a questi dati di natura propagandistica, le ragioni vere che portarono al conflitto furono di natura economica e politica. Con il capitale industriale si è sviluppato nell’economia un altro mostro: Il capitalismo finanziario, che elegge le borse a santuari operativi. Le attività produttive finiscono per essere sempre più  condizionate dagli interessi di queste piovre della finanza. In contemporanea con le esigenze dello sviluppo industriale, si sviluppano tutte le contraddizioni insite nel sistema di mercato. A buttare ulteriore benzina in questo fuoco di crisi, intervengono le economie dei paesi che erano usciti prostrati dalla guerra. Mentre nel primo dopo guerra hanno prodotto uno stagnamento passivo dell’ economia  come  soggetti di scarso potere d’acquisto, in seguito alimentarono la crisi per ragioni opposte. Ricostituite le proprie economie adesso premono per concorrere nei mercati mondiali. In questo spingi, spingi si scatena la concorrenza fra gli stati; come se non bastasse, entra in competizione dall’estremo oriente anche il Giappone. Seguendo un ragionamento molto semplice, interviene Keynes a rimettere in moto, di forma provvisoria, l’economia. Il sistema economico moderno entra in crisi quando l’offerta supera la domanda. Questo produce licenziamenti, fallimento e chiusura di fabbriche. La disoccupazione che ne   consegue, aggrava la situazione perché aumenta il numero di persone senza reddito. Quindi bisogna provvedere a mettere nelle tasche della gente del denaro per aumentare il numero di consumatori dei beni prodotti. Keynes  suggerisce l’intervento sostanzioso e determinante della politica nell’economia, anche se il suo costo dovesse  pregiudicare il bilancio dello stato.  A questo proposito si racconta che la filosofia introdotta era: fate fare agli operai delle buche per terra , e poi fategliele riempire, ma date loro un salario. Questa linea favorita da Roosevelt, non lasciò di suscitare qualche perplessità, se non vera preoccupazione, fra gli uomini dell’alta finanza, giacché era avvenuto da poco che un grande stato a seguito di una rivoluzione era stato conquistato da forze antagoniste al sistema capitalista che sostenevano appunto un tipo di economia a direzione statale. La politica economica suggerita da Keynes ha avuto successo negli USA ma come soluzione a una crisi di emergenza, non  poteva essere adottata però in modo permanente in uno stato a regime capitalista. Dentro il movimento storico del novecento, la soluzione adottata in Russia mi pare contraddittorio con la logica determinista, perché, scavalca il passaggio allo  stato capitalista; anche se si propone di iniziare un cammino che lo porti a realizzare una società di eguali da sempre anelata da sognatori e utopisti. Il grande equivoco in cui sono caduti i comunisti di tutto il mondo è stato che hanno salutano la rivoluzione russa non come l’utopia di Tommaso Moro, ma come quella del socialismo scientifico di Marx e Engels.

 

Il determinismo  definisce le epoche storiche, ma poi è compito degli uomini capire  e realizzarle. A l’uomo è concesso  di poter ritardar e anche di rinviare gli eventi; la storia ha tempo, è paziente, sa aspettare, ma non evitare. Infine ciò che dovrà essere sarà. L’Unione Sovietica non poteva costituire una eccezione e sottrarsi a l’inevitabile.

 

Della disintegrazione dell’impero dell’URSS, gia una numerosa mobilitazione di penne  si stanno dando un gran da fare per raccontare, analizzare, interpretare questo accaduto. Io, dentro la mia visione  della storia che sto cercando di esporre, non sono affatto sorpreso di quanto avvenuto. I conti tornano perfettamente. Ma, se si vuole  entrare nel merito dell’operato politico  degli uomini,  sono del parere che bisogna rinviare tutto almeno a una nuova generazione per dare all’accaduto un giusto tempo di decantazione. Al momento si è troppo di parte. L’emozione assieme alla partigianeria, impedisce l’obbiettività. Ma volendo oggi azzardare   qualche cenno di analisi, mi sembra che si possa condividere l’affermazione che nell’URSS non si sia mai realizzata una vera società socialista, ma una società mista, con qualche elemento socialismo, come l’abolizione della  proprietà privata e la

 

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pianificazione della produzione. Tutto questo, però, retto politicamente da un regime totalitario repressore di ogni libertà e che per contro premiava senza alcun pudore,  dirigenti e quadri politici. Godevano di poteri autoritari inoppugnabili  militari e alti funzionari di partito. Si doveva sopportare l’onnipresenza di una burocrazia invadente, arrogante, prepotente e inetta che intralciava la produzione e la distribuzioni di beni di consumo. Insomma un esasperato controllo che incancreniva le attività e il sereno svolgersi  della vita quotidiana. Peculiarità questa, dei metodi di qualunque regime dittatoriale,  contrari ai regimi democratici capitalisti che però, a loro volta, sono  portatori di corruzione.  Comunque non si è lontani dalla realtà se si afferma che la rivoluzione russa aveva fucilato lo Zar Nicola II ma non lo zarismo.

 

Senza la maturità storica determinante, le rivoluzioni da sole non hanno il potere di sradicare le culture centenarie preesistenti.

 

Ho cercato di delineare in breve la situazione interna dell’URSS. Per quel che riguarda la politica estera si può dire che fino all’inizio della seconda guerra mondiale, essa fu  poco rilevante. Il coinvolgimento dell’URSS in quella guerra fu alquanto inaspettata, se non proprio una sorpresa. Al suo insorgere tutto lasciava supporre che dovesse essere una regolazioni di conti fra le maggiori potenze economiche dell’Europa occidentale. Il coinvolgimento dell’URSS penso sia stato un bizzarro errore, molto personale, di Hitler. Egli deve aver considerato solo  la necessità d’impossessarsi dei giacimenti di petrolio dell’Azerbaigian e delle raffinerie di Baku oltre al grano dell’Ucraina, senza considerare la pericolosità dell’impresa dato la vastità del territorio e l’estrema difficoltà di portare a termine le operazioni di guerra, in breve tempo. Un altro particolare che non lasciava prevedere la dichiarazione di guerra a l’URSS da parte della Germania, era il patto di non aggressione a firma:  Molotov-Ribentrop. Ma al di la di queste considerazioni resta il fatto che l’URSS trascinata nella guerra, finì per essere ribaltata negli affari internazionali. Il grande impegno nelle battaglie decisive e l’enorme perdita di  civili e militari, consegnato sull’altare della vittoria finale, le accreditò un grande prestigio e riconoscimento internazionale. La conferenza di Yalta nel febbraio 1945, gli assegnò influenza e poteri sui paesi dell’Europa orientale. Ad agosto dello stesso anno, con l’olocausto di Hiroshima e Nagasaki si concluse la seconda guerra mondiale e si aprì un nuovo capitolo nella storia del mondo. In questa fase gli USA conquistarono subito una posizione di guida. L’unica nazione che era uscita indenne dalla guerra era proprio gli USA, che fu smisuratamente  avvantaggiato dalla sua posizione geografica. Per sopperire alle necessità della guerra prima, e quelle della ricostruzione dell’Europa dopo, vide incrementare il suo potenziale in tutti i settori. Dagli incontri di Bretton Woods nacque l’architettura del nuovo ordine economico del mondo. Sotto la regia degli USA fu costituito il FMI (fondo monetario internazionale) e la BIRS (conosciuta come banca mondiale) e più tardi a Ginevra nel 1947 (general agriment tariffs and trade).

Il dollaro assieme a l’oro viene fatto diventare valore di riserva di tutti gli stati. Questa volta la proposta di John Maynard Keynes di costituire una moneta mondiale di riferimento, non ebbe successo. Facile immaginare lo strapotere del dollaro, su tutte le altre monete che si vedono costrette a sostenerlo in ogni sua disavventura. Come naturale conseguenza alla soggezione economica segue quella politica. Inoltre gli USA erano gli unici possessori di quel tremendo ordigno: la bomba atomica. Questa posizione di assoluto vantaggio, porta gli USA ad una frenetica affermazione di strapotere. Non può tollerare che nella gestione delle cose del mondo ci sia un concorrente. Rivendica l’esclusività. Nel volgere di qualche anno i rapporti con l’ex alleato l’URSS si vanno sempre più lacerando fino a sboccare in quella aperta ostilità chiamata guerra fredda. Fra i vincitori l’URSS è la nazione che è uscita dalla guerra in condizioni più disastrate. Al di là delle enormi perdite umane, il nascente settore industriale situato nella parte più occidentale del suo territorio, immediatamente occupato dalle truppe naziste, era stato azzerato. Annientata l’agricoltura. I popoli entrati sotto la sua egida avevano fame e  chiedevano di essere aiutati nell’opera di ricostruzione, mentre la stessa URSS soffriva queste stesse necessità. Così come gli USA con i suoi alleati, anche l’URSS avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di nazione trainante e protettrice. Ma rispetto al suo rivale , lo svantaggio è enorme. Oltre tutto, in risposta all’accerchiamento militare della NATO intorno al suo territorio, si vede costretta a sviluppare l’industria pesante. Impegna le sue risorse in accelerate ricerche scientifiche per raggiungere al più presto il suo rivale nella produzione di bombe atomiche. Tutto questo avviene in un momento cruciale in cui gli sforzi sarebbero dovuto essere diretti alla creazione di una industria leggera atta a produrre beni di consumo per uno sviluppo pacifico. Insomma fra questi due leader mondiali si instaura una competizione, che possiamo rappresentare come  una feroce partita a scacchi la cui mossa finale sarebbe dovuto essere: scacco matto al sistema capitalista o al sistema socialista. Da questa veloce rassegna dell’immediato dopo guerra, si nota una frenetica attività di azioni e reazioni, ossia una circolarità di cause ed effetti, tipica del determinismo di terzo grado.

Il  determinismo di terzo grado, a causa della  sua  dinamica,  sembra che sviluppi la   politica secondo iniziative del tutto personali di chi lo governa e non risposte obbligate di cui solo le adeguatezze sono personali.

 

(...continua nel prossimo numero)

Giorgio Fioretti

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DALLA CIVILTA’ DELL’IMMAGINE ALLA CIVILTA’ DIGITALE EVOLUZIONI E INVOLUZIONI

 

di Marco Tabellione

 

     Vivere in un’epoca, condividerne il tempo e gli spazi, vedere la propria vita da essa influenzata, determinata, esservi affossati senza possibilità di alternative, vuol dire anche essere incapaci di ergersi al di sopra di essa, di analizzarla, comprenderne le cause, capirne gli effetti, saggiarne la natura. E’ difficile cioè giudicare il proprio tempo, perché si è totalmente immersi in esso. Insomma bisognerebbe assumere una sospensione di giudizio onde evitare delle sviste enormi nell’analisi della propria epoca, dal momento che si è in essa coinvolti. Eppure non si può fare a meno di notare, oggi, a nuovo secolo (anzi millennio) avviato, ed anche ad una lettura superficiale, che un’epoca fondamentale per lo sviluppo dell’umanità si sta avviando a conclusione, ed un’altra, imperiosa ed impetuosa si è affacciata sull’orizzonte del progresso civile. La civiltà dell’immagine, quella che aveva elevato l’elemento iconico a suo strumento principe, ha fatto il suo tempo, e sta lasciando il passo ad una altra civiltà, la civiltà telematica.

     Prima di analizzare le fondamentali differenze in questo passaggio dall’era iconica a quella digitale, cerchiamo di vedere insieme quali furono a suo tempo le innovazioni e le rivoluzioni apportate dall’uso dell’immagine come perno delle comunicazioni e delle espressioni nel periodo che va dal dopoguerra agli anni novanta. Con l’avvento del cinema prima e della televisione dopo, ma già con l’uso delle prime fotografie sui quotidiani tra Otto e Novecento, la comunicazione conobbe un incredibile passo in avanti: la realtà, la fatidica e ambita realtà poteva essere indicata direttamente, non più usando dei simboli, come le parole, ma attraverso delle immagini che la ritraggono direttamente, immagini che non si limitano a rappresentarla, come fa la lingua, ma a mostrarla, a renderla disponibile ai sensi (in questo caso udito e vista).

     Tutto ciò ha assunto con l’avvento della televisione aspetti ancora più marcati ed evidenti. La televisione non solo ha visivamente trasportato la realtà nelle nostre case, ma lo ha fatto assiduamente con una periodicità quotidiana, finendo per influenzare l’immaginario delle persone spesso in maniera totale. Dunque essa ha sì offerto uno strumento di unificazione culturale, ad esempio linguistica come è accaduto in Italia, e in questo senso compiendo un’opera più che positiva, ma ha anche unificato i processi immaginativi degli spettatori, omologando i loro universi onirici e riflessivi (per cui da questo punto di vista l’influsso sull’evoluzione civile non è stato poi così edificante).

     In più la comunicazione per immagini, essendo unilaterale, costringe per forza di cose il fruitore ad una passività reiterata e costante, che lungo l’arco della sua esistenza può diventare deleteria. In questo modo una delle facoltà principi dell’essere umano, quella di immaginare, di creare nella propria mente immagini, rischia così di affievolirsi. E’ pur vero che ogni fruizione compresa quella iconica, sottintende uno stimolo all’immaginazione, ma questa che nella comunicazione verbale diventava quasi una conseguenza necessaria, nella comunicazione per immagini (televisiva o cinematografica) è in fondo accessoria.

     Dunque senz’altro si può riqualificare, all’interno dell’evoluzione della civiltà occidentale, l’era dell’immagine come un’era di riduzione della capacità immaginativa. Ma quest’era sembra adesso avviata alla conclusione. Il mondo dell’informatica e della telematica ha introdotto un’importante innovazione nella fruizione di comunicazioni visive e non a distanza, l’elemento interattivo. Una connessione ad Internet comporta non solo la possibilità di ricevere informazioni, ma anche quella del feed back, della risposta, l’invio, dove il ricevente si fa destinatario e viceversa. Si tratta di una

 

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rivoluzione fondamentale che comporta un miglioramento in grado di allargare le capacità comunicative della telefonia ad un ambito globale. Non solo immagini ma informazioni telematiche

di ogni genere per ogni campo o branca del sapere e dell’esperire umano. Non una trasmissione diretta, ma una rete, un groviglio che spaventa e incuriosisce al contempo.

     Le potenzialità connesse con questo sistema sono enormi, perché mai l’uomo come ora è stato in grado di far veicolare un numero qualitativamente e quantitativamente così elevato di informazioni. L’accelerazione dei tempi consente di risparmiare denaro, di allargare le possibilità di tempo libero, di migliorare la qualità dei prodotti, migliorando le possibilità di alternative nelle offerte. La crescita intellettuale del singolo viene stimolata, non frustrata come nel caso della televisione, perché la scelta dei percorsi, dei contenuti, delle domande e delle risposte spetta all’individuo, finalmente pienamente responsabile di se stesso, finalmente in grado di decidere. O piuttosto bisognerebbe dire di nuovo in grado di decidere e scegliere, superata la parentesi della immagine televisiva. In generale, poi, la ricchezza di stimoli, fonti, confronti, esperienze intellettuali, che internet permette di veicolare rendono ogni semplice cittadino di oggi depositario di una cultura enciclopedica rispetto non solo alle epoche trascorse, ma anche agli individui di appena quindici anni fa.

     Tutti questi vantaggi, tuttavia, cozzano contro strutture dovute all’uso improprio della rete telematica internazionale. Innanzitutto la tendenza della rete a sostituire gli aspetti della vita reale. Da questo punto di vista internet e il computer non hanno fatto altro che potenziare e portare alle estreme conseguenze un fenomeno riscontrato già nella civiltà dell’immagine. Il Cinema e la Tv infatti ubbidirono dagli anni Trenta in poi, ma il cinema anche prima dell’affermazione dell’industria americana cinematografica, ad una necessità in passato soddisfatta soprattutto dalle esperienze affabulatorie, orali e scritte; vale a dire la concentrazione su realtà parallele, fittizie, che tuttavia tendono a rappresentare la realtà autentica, ad esserne specchio. Nei confronti di questi specchi il singolo individuo di solito può avere due reazioni, non solo diverse ma opposte. Può trarre stimolo dalla visione e dalla fruizione della realtà parallela, riversandone la forza emotiva nella propria esistenza in una chiave positiva e di incitamento. Oppure, al contrario, può proiettare le proprie aspirazioni emotive su questa realtà parallela, limitandosi a vivere in essa, cioè a soddisfare le proprie ambizioni indirettamente.

     Stimolo e rifugio, ecco i due orizzonti offerti dalla realtà parallela del computer e di internet. Nel primo caso, quello di stimolo, la realtà virtuale si pone come strumento, come mezzo per realizzare progetti e opere nell’ambito della vita reale, della realtà reale. Nella misura in cui però la realtà virtuale dei media e di internet si pone come sostituto della vita, da strumento si fa fine, finalità a se stessa. E’ il rischio che corriamo in questa enfasi tecnologica, propria di un’era in cui magari si rischia di rimanere senz’acqua, senza cibi freschi, pur avendo le case piene di oggettini intelligenti, capaci di far tutto, ma non di darci cibo sano, acqua e aria pulita. E il rischio immane non è solo quello di perdere di vista i bisogni essenziali della vita, che spesso sono i più semplici e banali, ma che risultano fondamentali e irrinunciabili. Il pericolo che corriamo è anche quello di creare una umanità virtuale, una umanità che finirà di proiettare se stessa negli apparati tecnologici, e di vivere l’esistenza nella totale e onnivora mediazione telematica.

 

Marco Tabellione

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LA TASSA ALITALIA

100 euro. E' questa la tassa che ogni cittadino italiano pagherà per l'operazione Alitalia per come è stata condotta da Berlusconi.
Ma, caro elettore di Silvio, non temere, non verranno a scucirti 100 euro direttamente dalle tue tasche,. Infatti te le prenderanno in maniera indiretta, ad esempio quando cercherai di iscrivere tuo figlio all'asilo e ti diranno che l'asilo non ha più posti e che mancano i soldi per farne altri, oppure quando andrai in farmacia e ti toccherà pagare il ticket per le medicine.
Intanto , mentre tu paghi, i 16 amici di Silvio che formano la cordata CAI (la Compaglia Aerea Italiana che compra l'Alitalia), fanno l'ennesimo affarone sulla tua pelle passando pure per essere i tuoi salvatori e benefattori. Pensa che Silvio gli ha venduto solo la parte buona di Alitalia, caricando invece i debiti su di noi. Pensa che il prezzo sborsato dalla CAI è stato determinato secondo la valutazione fatta da una società di proprietà di alcuni componenti i "16 salvatori CAI", realizzando in pratica il sogno di tutti i compratori e cioè entrare in un negozio e decidere da soli il prezzo di quello che si vuole comprare. E così, anche se la parte buona di Alitalia è stata valutata da altri istituti imparziali in 5 miliardi di euro, i "16 salvatori CAI" fanno l'affarone comprandola per soli 300 milioni; dunque ti sei perso 4 miliardi e 700 milioni di euro per asili e medicine, anche se a sentire Silvio e le sue televisioni dovresti ringraziare, ringraziare e ringraziare i sig
nori CAI. A proposito di televisioni, a sentirle, sembra che la colpa dello sfacelo Alitalia sia di piloti, hostess e personale di terra, tutti accomunati nel circuito verbale statale-fannullone-carrozzone. La realtà fatta di cifre dice invece che il personale Alitalia è meno pagato dei pari colleghi Air France, British o Lufthansa, dunque non è nel costo del personale o nel loro numero la causa dei conti in rosso. Sotto elezioni, Silvio diceva di non vendere ad Air France perchè esisteva una cordata italiana che avrebbe ricomprato l' Alitalia. Volendogli credere, il ricacciare la cordata a pochi giorni dal fallimento e dopo aver impedito ad altri vettori internazionali di entrare nella compravendita, è stata la vera "carognata" fatta sulla pelle dei lavoratori. A quel punto li si è messi spalle al muro dicendo loro" o la CAI o il fallimento,cari statali-fannulloni-privilegiati-carrozzoni". Invece, se sei informato sul fatto che il ministro Scajola, da te eletto, ha caldeggiato la
rotta Roma -Albenga, lui che abita a pochi chilometri dall'aereoporto, rotta che prevede 2 voli settimanali per una media di circa 6 passeggeri a volo, capisci perchè l'Alitalia è in fallimento. Certo, se magari avesse avuto più figli e parenti, forse quegli aerei avrebbero volato con qualche passeggero in più. Ma, purtroppo, Scajola ha solo 2 figli e la media passeggero-volo rimane a 6, così come è evidente che l'Alitalia, invece di avere dei piani industriali, ha sempre avuto dei piani "familiari o politici " che la hanno distrutta.
Ancora, mi potrai ribattere che se con 300 milioni te la compri, perchè Air France o Lufthansa non si muovono? Qui subentra Silvio e il suo slogan " l' Alitalia agli Italiani" che va ripetendo da marzo . Allora, rigirandoti la domanda, mi vien da chiederti se tu andresti ad aprire un ristorante italiano in una nazione il cui capo ripete che non vuole gli stranieri? Io no, e credo ragionevolmente neanche tu.
Ma l'aspetto tragicocomico della vicenda è che adesso, a dispetto dello slogan "l'Alitalia agli Italiani", Silvio e Cai stanno cercando disperatamente un partner straniero , e perchè? Be', caro elettore di Silvio, se consideri chi sono i "16 salvatori CAI" e se consideri il modo in cui le grandi compagnie aeree fanno soldi, tutto ti sarà più chiaro.
Tra i "16 salvatori CAI", troviamo banchieri, palazzinari, costruttori di armi e inceneritori. Insomma tutta gente non del ramo, tutta gente che di aerei e di rotte non se ne intende, tranne uno, il signor Toto proprietario di Airone, ovvero di un altra fulgida compagnia aerea italiana sommersa dai debiti, dunque di altro esempio brillante di imprenditore aereo italiano.
Riguardo il modo di far soldi delle grandi compagnie, esso si basa sulle rotte a lungo raggio o intercontinentali. Se infatti devi andare da Roma a Bombay, preferisci farti dieci ore di aereo viaggiando in comodità e con una compagnia "psicologicamente" affidabile. Dunque sei disposto a pagare quel prezzo in più rispetto ad una compagnia low-cost, compagnia che però ti farebbe portare i panini da casa. Se invece da Roma vai a Genova o a Parigi, ecco che la concorrenza low-coast si fa

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spietata, perchè i viaggiatori preferiscono pagare una cifra inferiore e sopportare meno confort, tanto volano per una, due o tre ore al massimo.
Tornando all'Alitalia, tagliando personale e rotte, ecco che la compagnia di "bandiera" diventa di "bandierina", soggetta alla concorrenza delle low-cost che porteranno la CAI al disastro economico. Invece, con Air France o Lufthansa partner, verrebbe inserita nel circuito economicamente redditizio delle rotte intercontinentali. Se così andranno le cose, se poi a far funzionare il tutto sarà il partner internazionale, è facile prevedere che lo stesso partner, alla fine, sarà il vero padrone del giochino, con buona pace dello slogan "l' Alitalia agli italiani". Chissà quante risate Francesi e Tedeschi si stanno facendo sopra quello slogan e sopra chi si vanta di aver salvato l'italianità, manco fossimo ai Mondiali delle Compagnie aeree e non in una Europa Unita con una economia di libero mercato.
Ma a proposito di Europa e regole comunitarie, dobbiamo tifare ed essere felici di rimanere solo con 100 euro da pagare. Infatti pare che la procedura messa insieme da Berlusconi e dal suo commissario Fantozzi , violi non si sa quante regole europee, dunque con il rischio di una bocciatura totale e del conseguente fallimento che farebbe moltiplicare i tuoi 100 euro di debito.
Sono alla conclusione.
Lo so, adesso da buon furbetto italiano ti starai arrovellando il cervello pensando a come fare per non pagare.
Posso darti 2 consigli: non fare figli e mangiati una mela al giorno, magari ti togli il ticket di torno.
Ti saluto e sempre.... " Viva l'Italia ".


Paolo Vasini

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PRIMA L'ATLETA, POI L'UOMO

Dedico il mio pensiero a chi è stato cacciato dalla propria casa perchè su quel suolo hanno costruito un pezzo degli impianti olimpici.
Dedico il mio pensiero a chi ha osato protestare contro i poliziotti che improvvisamente lo sbattevano fuori dalla propria abitazione e per questo poi è stato imprigionato.
Magari, proprio su quel pezzettino di terra, qualche mese dopo si è passati dalle lacrime e la disperazione, alle lacrime di gioia e alla felicità di chi ha vinto la medaglia d'oro.
Ma quell'atleta sa su quanti diritti umani calpestati e su quanta sofferenza è stata costruita la via della sua gloria olimpica?
Forse non lo sa, oppure lo sa.
Comunque ha risposto che non è compito suo saperlo, ha risposto che lui è lì solo per gareggiare, dunque nessun gesto extrasportivo.
A questi "campioni",lasciando alla loro immaginazione l'epiteto che farei seguire alla parola "campione" usata per loro,ricorderei che c'è solo un altra occupazione dove è meritevole, anzi obbligatorio, " non pensare " durante l'espletamento del proprio dovere: il soldato.
A questi "campioni" ricorderei che altri fuoriclasse del passato, alzando il pugno in aria al momento della premiazione,rimasero per sempre nella Storia,quella vera, come simbolo della lotta per un mondo migliore, un mondo senza razzismo.
Erano le Olimpiadi del 1968 in Messico e sul podio la Storia, quella vera, ricorda Prima un Uomo che gridava al mondo le discriminazioni razziali contro i neri perpetrate negli Stati Uniti, poi un atleta.
Ma purtroppo quelli erano altri tempi.
Oggi, Pechino 2008, mi vien da dire: prima l'atleta, poi l'uomo.
Oggi, Pechino 2008, mi vien da dire: Sponsor Caput Mundi.


Paolo Vasini

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la pagina di Diderot

 

A chi serve il premio Borsellino?

 

Ogni anno, all’approssimarsi di qualche elezione, si organizzano a Pescara e in altre località limitrofe, rassegne cosiddette di “qualità”, come il premio Borsellino,  in cui si parla di legalità, di lotta alla mafia, invitando personaggi illustri , sia nel campo del giornalismo che in quello giudiziario, con grande profusione di mezzi organizzativi, sponsorizzazioni di enti pubblici e giornali referenti.

Il nome di Paolo Borsellino  viene dato al Premio  usando il nome prestigioso  del magistrato trucidato a Palermo in Via D’Amelio   insieme alla sua scorta il 19 luglio 1992, ed è un nome ad effetto, perché prestato a coprire un sistema che ne fa un uso improprio.  Ecco quindi che giornalisti come  Travaglio, Rizzo, autori di bestsellers ,  procuratori della Repubblica, noti pubblici ministeri a rotazione arrivano a Pescara e, inconsapevolmente, fanno da supporto alla campagna elettorale di quel potere politico che , paradossalmente, loro combattono con le loro inchieste, giornalistiche o giudiziarie. Organizzare queste kermesse non è difficile, basta scegliere la persona giusta, un nome fantomatico di un’associazione, ed elargire loro una pioggia di finanziamenti  che i partiti organizzatori occulti fanno elargire dai vasi assessorati culturali della Regione, per cui è facile far passare queste iniziative per meritevoli, ma che in realtà nascondono un trucco, cioè quello di restituire una parvenza di legalità ad un  potere che molto furbescamente riesce  a mimetizzarsi e passare indenne attraverso una tempesta giudiziaria che lo vede coinvolto per corruzione, concussione, malversazioni tangentizie varie, come se fosse importante discutere solo della mafia in Sicilia ed omettere sistematicamente ogni riferimento all’Abruzzo, siamo sotto campagna elettorale, non se ne parli !

Intanto assistiamo alla guerra tra le associazioni legalitarie. È notizia certa che l’anno scorso Libera nazionale, la nota associazione antimafia che fa capo a don Luigi Ciotti, ha diffidato Leo Nodari - definitosi Società Civile - colpevole di aver usato indebitamente il marchio Libera  nell’organizzazione della passata edizione del Premio Borsellino. E perché, mi direte voi, se Libera è anche un’ associazione che persegue sulla carta assimilabili  obiettivi ? Semplice, perché si fanno concorrenza .

A Pescara, Libera è un’ associazione pilotata dalla Curia vescovile che, attraverso l’organizzazione scoutistica dell’Agesci,  controlla  senza nessuna elezione intercorsa il Coordinamento pescarese, ed ha come fine principale quello dell’assegnazione e gestione dei beni confiscati ai mafiosi .

Il ruolo di queste associazioni e soggetti singoli promotori di iniziative come il Premio Borsellino, è  principalmente quello di  essere galoppini striscianti delle campagne elettorali di alcuni partiti e drenare sostanziosi finanziamenti  e questo,  da me,  è stato già descritto in un precedente articolo su Il Sale  dal titolo, Il business del volontariato.

 

Diderot

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”