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IL SALE - N.°77


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 8  –  numero 77   Aprile 2008

 

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

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Sommario

 

 

 

 

                                      di Giuseppe Bifolchi

 

                                      presentato da Lia Didero

 

                                                      di Luciano Martocchia

 

                                                     di Eduardo Puglielli

 

                                               di Alessandro D’angelo alias Berlino Est

 

                                                       di Lucio Selvaroli

                       

                                                        presentato da Marco Dipietrantonio

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Carmelo R. Viola

 

·         Pagina 18               La farsa elettorale pescarese                                                      

                                                 di Diderot

 

                                                        de “IL SALE”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MARGHERITA

 

Margherita non giocare con tutti,

spegni i tuoi bollori,

non fare ingelosire tutti coloro che

circondano il tuo habitat.

Margherita non mandare il tuo fidanzato

in casa della mamma.

Ella lo conquisterà

e tu resterai

con un palmo di naso!

Tua madre aveva capito

quello che gli è mancato

con tuo padre.

Margherita, tua madre ha visto meglio di te!

 

 

IL PROFUMO DELLA VITA

 

Sono riconoscente della mia venuta

in questo mondo,

però anche complessato

per quello che vedo e

quello che sento.

Oggi tutto è cambiato,

per  voluttà dei desideri

che non sono mai esistiti in passato.

Questa vita non è vita,

è per uomini che non hanno futuro

perché essi sono

poveri di idee e poveri di mente.

Oggi il loro Io

è solo una culla di benessere

 

 

 

 

 

 

 

che il padre è riuscito a creare:

sfrutteranno fino al consumo.

 

 

ADOTTARE SIGNIFICA AMARE

 

L’uomo si perde nel nulla,

non riesce a concepire

l’importanza del composto.

Se vogliamo amare veramente,

prima di amare i nostri figli,

cerchiamo di amare

questi ragazzi abbandonati.

 

 

 

 

L’AMORE

 

Se si dice che per innamorarsi

basta il primo impatto,

questo non è giusto!

Ci vuole molto di più!

Conoscersi, sentire nel corpo

le sensazioni fibrillanti

dei propri corpi,

ovvero il contatto

che due corpi si desiderano,

così nasce l’amore.

 

 

                                                                                                 Luigi Dezio in arte Popò


 

 

 

 

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P.S.  Il giorno 22 febbraio 2008  è venuto a mancare l’amico Luigi Dezio, in arte Popò, come lui si firmava. Un abbraccio affettuoso a lui ed alla famiglia!

 

Gli amici de “Il  Sale”

              

 

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DIO NON E' GRANDE

 

 

Questo è il titolo di un recente libro (Einaudi, 14,50 euro) di Christopher Hitchens, giornalista inglese da tempo impegnato a riscattare la grande tradizione del giornalismo liberal. Il sottotitolo recita: Come la religione avvelena ogni cosa e nella quarta di copertina si legge che l'autore, muovendosi tra l'analisi dei testi di fondazione delle grandi religioni (Bibbia e Corano sopra tutti) e la riflessione sull'attualità politica e sullo scontro di civiltà in atto, costruisce un implacabile atto di accusa contro le follie cui l'uomo si abbandona nel nome di una fede: oscurantismo, superstizione, intolleranza, senso di colpa, terrore verso la sessualità, anti-secolarismo. Contro questi non-valori, e memore della grande tradizione laica anglosassone, Hitchens reclama un ritorno alle idee dell'illuminismo, intessendo un elogio arguto e a tratti commovente della ragione umana.

Il libro riesce bene nell'intento. L'autore passa in rassegna nei vari capitoli le credenze principali delle tre religioni monoteiste dimostrandone, a volte con notevole ironia, tutte le assurdità.  

Ne riportiamo uno stralcio che può essere da stimolo a leggere tutto il libro.

 

Il nesso tra fede religiosa e disturbo mentale, dal punto di vista del tollerante e del «multiculturale», è assolutamente ovvio, ma anche decisamente innominabile. Se qualcuno ammazza i figli e poi dice che glielo ha ordinato dio, potremmo considerarlo non colpevole a causa della sua follia, ma finirebbe ugualmente in carcere. Se qualcuno vive in una caverna e proclama di avere visioni e sogni profetici, possiamo lasciarlo in pace finché non salta fuori che sta progettando, in modo non fantasmatico, la gioia dell'attentato suicida. Se qualcuno annuncia di essere l'unto del Signore e prende a fare scorta di Kool-Aid e di armi, e a servirsi delle mogli e delle figlie dei suoi accoliti, forse non ci limiteremmo piu a sollevare uno scettico sopracciglio. Ma se queste cose sono predicate all'ombra di una religione ufficiale, siamo tenuti a prenderle alla lettera. Tutti e tre i monoteismi, tanto per prendere l'esempio piu saliente, lodano Abramo perché si mostrò disposto ad ascoltare le voci e si fece accompagnare dal figlio in una lunga e piuttosto folle e fosca camminata. E il capriccio che alla fine fermò la sua mano assassina è definito come misericordia divina.

Il rapporto tra salute fisica e salute mentale, come ora ben si sa, si lega strettamente alla funzione, o alla disfunzione, sessuale. Può allora essere una coincidenza che tutte le religioni rivendichino il diritto di legiferare in materia di sesso? Lo strumento principale tramite cui i credenti si impongono, gli uni sugli altri o sui non credenti, è sempre stata la loro pretesa a esercitare il monopolio in tale sfera. La maggior parte delle religioni (con l'eccezione dei pochi culti che a dire il vero lo permettono o lo incoraggiano) non hanno bisogno di preoccuparsi molto per rafforzare il tabu dell'incesto. Alla stessa stregua dell'assassinio e del furto, esso è comunemente sentito come contrario all'umanità,

senza ulteriori spiegazioni. Ma basta dare uno sguardo d'insieme alla storia dei timori e dei divieti sessuali, quali sono stati codificati dalla religione, per accorgersi dell'inquietante nesso tra estrema lascivia ed estrema repressione. Quasi ogni impulso sessuale è stato oggetto di proibizione o è diventato motivo di colpa e di vergogna. Il sesso manuale, il sesso orale, il sesso anale, il sesso in una posizione

 

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che non sia quella del missionario: appena si nominano simili pratiche, si scopre che su di esse pende una formidabile interdizione. Perfino nella moderna ed edonistica America, parecchi stati definiscono «sodomia» l'atto non diretto alla procreazione eterosessuale faccia a faccia. Ciò solleva gigantesche obiezioni rispetto all'argomento del «disegno», lo si qualifichi «intelligente» o meno. Chiaramente, la specie umana è destinata a fare esperimenti in fatto di sesso. E non meno chiaramente, il fatto è ben noto al clero. Quando Samuel Johnson ebbe completato il primo vero dizionario della lingua inglese, ricevette la visita di una delegazione di rispettabili vecchie signore che desideravano congratularsi con lui perché non vi aveva incluso le parole indecenti. La sua risposta - cioè che era felice di vedere che le avevano cercate contiene quasi tutto quanto c'è da dire in proposito. Gli ebrei ortodossi hanno rapporti attraverso un buco nel lenzuolo e sottopongono le loro donne a bagni rituali per mondarle dalla macchia della mestruazione. I musulmani infliggono agli adulteri una fustigazione pubblica. I cristiani si leccavano le labbra quando esaminavano le donne alla ricerca di segni di stregoneria. Non c'è bisogno che vada avanti su questa linea: ogni lettore di questo libro sarà a conoscenza di un esempio calzante o, semplicemente, avrà colto ciò che intendo dire.

Una prova consistente del carattere manufatto e antropomorfico della religione sta nel suo essere fatta solitamente proprio dall'uomo, nel senso di maschio. Il libro sacro di piu antico e duraturo uso - la Torah - ordina al credente di ringraziare ogni giorno il creatore per non averlo fatto nascere donna. (Ciò solleva di nuovo l'irresistibile interrogativo: chi se non lo schiavo ringrazia il padrone per ciò che costui ha fatto senza preoccuparsi di consultarlo?) Nell'Antico Testamento, come i cristiani lo chiamano con una certa condiscendenza, la donna è clonata da Adamo, a uso e conforto dell'uomo. Nel Nuovo Testamento, san Paolo esprime sia timore che disprezzo nei confronti della donna. Tutti i testi religiosi sono percorsi da una primitiva paura che l'altra metà della razza umana sia corrotta e impura e, nello stesso tempo, la donna vi rappresenta una tentazione al peccato cui è impossibile resistere. Forse questo può spiegare il culto isterico della verginità e della Vergine nonché il terrore della forma femminile e delle funzioni riproduttive femminili? Magari c'è qualcuno in grado di spiegare le crudeltà sessuali - e altre - delle religioni senza alcun riferimento all'ossessione del celibato, ma quel qualcuno non sono io. lo semplicemente me la rido quando leggo il Corano, con le sue innumerevoli proibizioni in fatto di sesso e con la sua disonesta promessa di un'eterna gozzoviglia nella vita ultraterrena: è qualcosa di smaccato come il «facciamo finta» di un bambino, ma senza la festevolezza del gioco di un innocente. I pazzi omicidi dell'11 settembre - che si sono dimostrati pazzi genocidi - erano forse tentati dalle vergini, ma è molto piu rivoltante osservare che, come moltissimi dei loro colleghi di jihad, erano vergini.

 

Christopher Hitchens ha scritto un altro libretto: La posizione della missionaria. Teoria e pratica di Madre Teresa (minimum fax, 7,75 euro) dedicato a questa icona della superstizione religiosa. Con testimonianze e documenti ineccepibili ne viene messa a fuoco un'immagine assolutamente inedita e sconvolgente.

 

 

Giuseppe Bifolchi

 

 

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IL TIBET NELLA MORSA DELL´IMPERIALISMO CINESE



La rivolta del popolo tibetano contro l´occupazione cinese porta una volta di più agli occhi del mondo intero lo stato di soggezione di un territorio che da decenni subisce la presenza militare dell´esercito della Repubblica Popolare Cinese. Geograficamente strategico, dopo la scoperta e la conseguente depauperazione di giacimenti di materie prime essenziali per l´economia cinese, uranio in primis, che hanno ridotto il paese a discarica nucleare, da tempo subisce anche la pressione delle politiche demografiche di sinizzazione condotte dal regime di Pechino, secondo un classico schema di potere imperialista che la Cina ha imposto nell´area dell´estremo oriente fin dagli anni ´60 e che non si fa scrupolo della più feroce repressione.

Il Tibet si colloca così come area strategica nella zona di influenza cinese al pari della Birmania o del Darfur, dove gli interessi cinesi sono tutelati e difesi dai regimi locali tramite una sistematica opera di repressione dei movimenti di lotta. Da anni, del resto, sono evidenti le mire imperialiste cinesi sull´Africa.

Una grande disponibilità di liquidità finanziaria consente alla Cina di porsi come paese investitore in grado di giocare sugli scenari internazionali sostenendo progetti industriali in Sud Africa come in Venezuela, in Sudan come nell´Indocina, entrando in accordi di gestione dei corridoi delle materie prime dal Mar Caspio alle sue aree industriali del sud-est, ponendosi in quell´area come grande competitore al pari di Russia, USA e potenze locali come Iran ed India, come gendarme anti-islamico del Patto di Shanghai.

Ma il gigantesco surplus finanziario cinese è il frutto di decenni di accumulazione assicurata da quella seconda via dello "sviluppo parallelo" (i profitti dell´agricoltura investiti nella industrializzazione), seguita dai dirigenti cinesi tra la fine degli anni ´60 e l´inizio degli anni `70, che è consistita nello sfruttamento dei lavoratori cinesi, e di determinazione, appropriazione e gestione del sovrappiù da parte dello Stato cinese che non ha disdegnato di usare e pratica ampiamente oggi la repressione aperta.

In realtà in Cina non vi è stata alcuna transizione al comunismo, non è andata al potere nessuna tecnoburocrazia, ma abbiamo assistito in 60 anni alla gestione capitalistica di stato da parte di un rigido centralismo burocratico che oggi gestisce la transizione al capitalismo nella forma più selvaggia, senza per questo effettuare il passaggio ad un assetto politico da democrazia occidentale.

La tragedia del Tibet e del suo popolo sono tutt´uno con la tragedia dei lavoratori cinesi, vittime del dominio statale della Repubblica Popolare Cinese, in nome....del popolo!

Per la liberazione del Tibet, per l´autodeterminazione del popolo tibetano, per l´autonomia dei lavoratori del Tibet e della Cina!

 

Federazione dei Comunisti Anarchici

17 marzo 2008

 

Presentato da Lia Didero

 

 

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Paese che vai, voltagabbana che trovi 

di Luciano Martocchia 

Li chiamavano uomini  taxi. Da anni la metafora è diventata pullman. Sono diventati tanti i voltagabbana, coloro che cambiano partito frequentemente ad ogni elezione pur di conservare la loro poltrona.  Mercenari di mestiere e di vocazione, chiedetelo al Berlusca. Ora Veltroni dice che la sua creaturina che sta crescendo a vista d'occhio e dopo sei mesi è già svezzata e in età postpuberale, anzi è diventata una bella gnocca - sì, il Partito democratico -  è un tram dove chiunque sale e dice come Pannella: portami di qua. Rischia di restare vittima del suo finto buonismo Veltroni, o della frenesia del ''tutti insieme appassionatamente'' ovvero della sindrome del ''Si può fare'' obamiano. Insomma può accorgersi che tutto si può fare, ma a volte anche strafare e giocare con tutti in politica è sinonimo di cercar rogna. Specie perché da tempo immemore la premiata ditta Pannella & Bonino ha dismesso ogni battaglia di principio e pensa oggettivamente alla carriera - al Parlamento italiano, Europeo ecc. - Come pensava ai finanziamenti governativi per le dirette parlamentari Radio Radicale o il prode Marco nel vendersi di primo mattino davanti a Montecitorio al primo onorevole-transfuga disponibile. ''Radicali: coscienze serve della norma e del capitale'' diceva Pasolini. Analisi spietata ma reale. E Walter lo sa perché ha conosciuto i Taradash, i Della Vedova, i Capezzone fantastici prodotti della scuderia pannelliana. Da tanto son finiti i tempi dei radicali idealisti e altruisti, delle Adele Faccio, degli Spadaccia e verso il Partito d'antan Pannella ha compiuto il gesto satrapo del Bonaparte, nato rivoluzionario e finito Imperatore. Certo l'impero di Pannella ha la minuscola, vorrebbe chiuderlo su un scrannetto alla Camera tenuto comunque in maniera più decorosa degli avvocaticchi e descamesados berlusconiani, dei razzisti padani, dei fascisti ripuliti e manganellatori che Fini e Storace si trascinano dietro, dei tanti arrampicatori da quattro soldi presenti nelle ultime legislature a Montecitorio. Pannella & Bonino, ditta emerita, vantano almeno quel passato - abbandonato - di politica di diritti e princìpi e non principi. Che poi anche loro vogliano fare i principini della Casta perché alla casta del politico di professione appartengono, è un altro discorso che Walter peraltro dovrebbe conoscere. E alllora? Allora poca ipocrisia. Pannella & Bonino sono andati nel Loft a spartire posti, e non si dica che lì non si scambia nulla perché davvero Veltroni finisce  a somigliare in tutto e per tutto al Cavaliere, anche in fatto di bugie. Taciamo  sulle mogli celebri, Serafini in Fassino e Carloni in Bassolino. Dicono che la rimonta obamiana di Walter sia già in ribasso, forse gli autogol del troppo strafare producono effetti inattesi. Nostalgia per l’ultimo politico abruzzese Remo Gaspari?  E' un tuffo nel passato che fu, quando le sue clientele rivaleggiavano con quelle più note italiane; un gallo da combattimento . Zio  Remo ci sapeva fare ,  lavorava di fioretto. Coi Lanzichenecchi di supporto per saccheggiare  il Belpaese; rivaleggiava con  Andreotti e Forlani. Ah, gli Ottanta che anni: la Milano da bere e il Meridione da pappare però divertendosi fra nani, cortigiane, filosofi e tante tangenti. Ci pensava pure il Padreterno coi terremoti, che pacchia…
Per non parlar di Ciriaco Re Mida, longevo ottantenne che ora viene colpevolizzato. Lo accusano delle quarantacinque stagioni passate in Parlamento, delle undici Legislature. Deplorevole, demodé, vecchio ergo fuori da qualsivoglia candidatura. ‘‘Si guardano gli anni e non l’intelligenza’’ replica risentito lui che s’è sempre sovrastimato. L’amara sorpresa non faceva i conti con l’efficientismo veltroniano: ha peccato d’ottimismo nonno De Mita pensando che quell’inserimento nel Pantheon del Pidì fosse dovuto alla sua autorità, pur clientelare che come si sa non passa di moda, e a un cordone ombelicale democristo mai reciso. Oggi va di moda la tabula rasa, il non avere passato. Per celare lo stesso imbarazzante interclassismo e il gusto d’accaparrare s’usa una tipologia di gregario preconfezionta, al blazer e cravattino Mediaset s’affianca il pulloverino di cachemire veltroniano. Nonno Ciriaco deve cedere il passo a nipoti che non gli porteranno neppure un cioccolatino. Il nipotino Luciano D'Alfonso a Pescara  studia per diventare il De Mita abruzzese, l'erede di Gaspari :  è sulla buona strada. Ma gli ci vuol ancora molto : zio Remo utilizzava elicotteri di stato , al nostro tocca ancora volar  in  airone. Però  è un buon miraggio per  gli uomini taxi locali che si stanno già sbracciando per richiamare la sua attenzione: chiunque vinca, loro, lo scranno o un incarico..... l'hanno assicurato.
 

Luciano Martocchia

 

 

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XXI secolo: schiavitù e tratta di esseri umani

 

di Edoardo Puglielli*

 

(prima parte)

 

Premessa

Il primo Stato a sopprimere – seppur solo formalmente – la tratta degli schiavi è il Regno Unito, con l’approvazione nel 1807 dell’Abolition of the Slave Trade Act, seguito dallo Slavery Abolition Act del 1883. In precedenza, nel 1794, solo la Francia aveva alzato la voce contro il fenomeno, seguita dalla Danimarca (1796), dall’Olanda (1814) e dalla Svezia (1815). Nel 1815 per la prima volta la schiavitù è condannata in Europa con la Dichiarazione per l’abolizione universale della tratta degli schiavi. Qualche anno prima (1808) erano stati gli USA ad abolire il commercio “legale” degli schiavi. L’ultimo stato del continente americano a liberare gli schiavi è il Brasile, nel 1888. Nel 1926 la Società delle Nazioni elabora per la prima volta la definizione giuridica internazionale della schiavitù. Nel 1948 la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale dell’ONU, afferma che “nessuno deve essere tenuto in schiavitù o servitù; la schiavitù e il traffico degli schiavi devono essere proibiti in tutte le loro forme”. Gli ultimi stati a dichiarare illegale il commercio degli schiavi sono l’Arabia Saudita, nel 1962, e la Mauritania, nel 1981.

 

Schiavitù: vecchie e nuove

Schiavitù ha sempre significato perdita del libero arbitrio e della libera scelta, con l’aggiunta di violenze esercitate dal padrone e/o da membri dell’apparato di potere. Con il passare dei secoli lo schiavismo non è mai scomparso, anzi, ha trovato sempre nuove realtà su cui far attecchire le proprie radici, riuscendo a porre le basi per un fenomeno di una vastità e di una gravità senza precedenti.

Nella storia dell’umanità si sono registrati infiniti casi di sfruttamento pieno e totale sull’uomo da parte dell’uomo. Nella Grecia e a Roma, ad esempio, gli schiavi potevano essere educatori, artisti e scrittori. Giuridicamente erano schiavi ma godevano di un certo rispetto della popolazione grazie alle loro capacità e abilità. Fino all’età Moderna lo schiavismo si fondava sulla proprietà dello schiavo da parte del padrone. Questi deteneva dei contratti di proprietà che gli conferivano i diritti di vita, alienazione, trasmissione ereditaria e morte sullo schiavo e sulla sua famiglia. Tuttavia il padrone conosceva dei limiti alla sua brutalità, impostigli non dalle leggi o dalla coscienza ma dal costo dello schiavo. Questo, infatti, veniva comprato nel corso di aste al rialzo e il suo prezzo era generalmente elevato. Lo schiavo passava in proprietà all’erede del padrone che, pur potendolo vendere o regalare, doveva comunque occuparsi di lui anche in vecchiaia e fino alla sua morte. Ciò voleva dire che, a fronte dell’alto investimento necessario per l’acquisto, il padrone doveva detrarre dai profitti derivanti dal lavoro schiavistico le spese necessarie al controllo, al vitto, all’alloggio, alle cure mediche così come al vitto e all’alloggio in vecchiaia. In pratica, superato il picco di produttività garantito da uno schiavo giovane, il lucro tendeva a diminuire mentre i costi di mantenimento incrementavano.

Dopo l’approvazione dello Slavery Abolition Act (1883) le cose cambiarono. Coloro che fino a quel momento avevano prosperato grazie al commercio e allo sfruttamento degli schiavi capirono molto facilmente che solo chi può “liberamente” lavorare per guadagnarsi da vivere rappresenta una vera fonte di produzione di ricchezza. In definitiva, sarebbe stato molto più remunerativo affrancare gli schiavi, riconoscendo loro il diritto ad un lavoro salariato e ad un’esistenza “libera”. Costa molto meno infatti pagare

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un salario ad un lavoratore libero piuttosto che comprarlo e garantire a lui e alla sua famiglia vitto, alloggio e indumenti, curarlo in caso di malattia, sostentarlo in vecchiaia e gestire la macchina del terrore necessaria ad evitarne la fuga. In Alabama, ad esempio, nel 1850 uno schiavo agricolo costava 1.500 dollari (circa 30.000 dollari in valuta corrente); oggi un lavoratore equivalente lo si può avere per circa 100 dollari. Da allora ad oggi la schiavitù si è trasformata e ha svestito le sue sembianze tradizionali. Sono cambiati i soggetti, mutate le modalità, cresciute a dismisura le cifre che ruotano attorno a questo fenomeno, evolute le forme di violenza, costrizione, trasporto, ricatto, acquisto, sfruttamento e vendita delle vittime.

Allo stato attuale, le modalità relative alla riduzione in schiavitù, alla durata e alla durezza dello sfruttamento degli schiavi cambiano di paese in paese. A livello globale però si assiste ad una standardizzazione del fenomeno, caratterizzato dal “possesso” e dal controllo piuttosto che dalla “proprietà” diretta della vittime, sfruttate finché sono in grado di garantire adeguati profitti per poi essere lasciate al proprio destino, con la prospettiva, nella migliore delle ipotesi, di vivere i restanti anni della loro vita in condizioni di profonda indigenza, malattia e vergogna. Il fenomeno della tratta degli esseri umani è in costante e significativo aumento e la presenza in quasi tutte le aree del mondo di forme di asservimento riconducibili alla schiavitù e alla servitù scaturisce essenzialmente dall’attuale scenario economico.

 

Quale razzismo?

Un aspetto della schiavitù tradizionale era rappresentato dell’elemento etnico: lo schiavista era generalmente un razzista che non avrebbe mai obbligato in schiavitù una persona della sua etnia. Parliamo del cosiddetto “razzismo universalista”, o “biologico”, o “scientifico”, della razza dominante sulle altre, a cui la selezione naturale “dona” le caratteristiche della superiorità e del potere, costituendo con le “altre razze” rapporti di dominio e di sudditanza Anche lo sterminio era ritenuto funzionale all’accelerazione del processo naturale di selezione, in quanto impediva inutili e dannose mescolanze. Questa logica ha presieduto, il colonialismo, l’imperialismo fino alla costruzione dei lager e allo sterminio delle “razze inferiori”: gli ebrei, gli zingari, gli slavi e tutti gli altri esseri umani considerati inferiori come gli omosessuali, i portatori di handicap, i malati mentali, i “diversi”. Col passare del tempo l’elemento razzistico presente nelle forme di subordinazione/schiavitù è mutato. Al rapporto di dominio si sostituisce e/o si aggiunge quello della separazione e del distanziamento/esclusione (razzismo “culturale”) allo sterminio lo sfruttamento: il rapporto di dominio in pratica, varia in vista di vantaggi economici che possono derivare dai processi di inferiorizzazione che portano alla subordinazione dei “diversi”. Le due logiche sono separate ma l’esperienza storica dimostra come esse possano frequentemente associarsi: una logica di inferiorizzazione ha bisogno di essere sostenuta e rafforzata dalla logica di differenziazione; reciprocamente, una logica di differenziazione, se non si connette a quella di inferiorizzazione, porta al muro contro muro che sfocia in qualcosa che non è propriamente razzismo e cioè nella violenza (M. Wieviorka, Lo spazio del razzismo, Il Saggiatore, Milano, 1996).

Allo stato attuale le componenti etniche, culturali e religiose cedono il posto all’appartenenza di classe e alle domande del mercato, marcando ancor più logiche di separazione, distanziamento ed esclusione. In questo scenario sono le scelte economiche messe in atto dagli stati a sviluppare politiche che comportano una vera e propria esclusione e discriminazione di massa, contribuendo ad incrementare il fenomeno della schiavitù e dello sfruttamento. Scelte a cui tutto viene subordinato: la scienza, la tecnica, le istituzioni, i valori morali, il passato storico, l’espansionismo militare. Scelte che plasmano tutti gli ambiti della vita politica e sociale a tutti i livelli. Le nuove modalità di sfruttamento comportano indiscriminatamente molteplici violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani come il diritto alla vita, quello alla dignità e alla sicurezza nonché il diritto alla salute, all’eguaglianza e i diritti previsti a tutela del lavoratore. Questa situazione si ricollega ad ampi processi di mutamento sociale: le trasformazioni avvenute nel corso degli anni ’90 nell’Est europeo, una iniqua divisione del lavoro e della disponibilità di risorse tra nord e sud del mondo, il riproporsi sullo scenario internazionale di guerre preventive e permanenti che hanno accresciuto le disuguaglianze sociali, “etnicizzato” i conflitti, militarizzato i territori, alimentando negli spostamenti delle popolazioni i traffici illegali ad essi collegati.

 

Edoardo Puglielli

 

...continua nel prossimo numero


 

* Edoardo Puglielli è nato nel 1977. Laureato in Scienze dell’Educazione e in Scienze della Formazione Primaria. Cultore della materia in Pedagogia Interculturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi dell’Aquila. Collabora come ricercatore con l’Istituto abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea. Ha pubblicato: Abruzzo Rosso e Nero, prefazione di Silvio Cicolani, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2003; Luigi Meta, vita e scritti di un libertario abruzzese, prefazione di Gaetano Arfè, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2005; L’Autoeducazione del maestro, pensiero e vita di Umberto Postiglione (1893-1924), prefazione di Francesco Codello, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2006; Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi 1894-1924, prefazione di Murizio Antonioli, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2006; Mario Trozzi e gli anarchici, in AA.VV., Mario Trozzi, alle origini del movimento operaio e sindacale in Abruzzo, a cura di A. Borghesi e F. Loreto, Edizioni Ediesse, Roma, 2007; Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano 1894–1914, nota introduttiva di Raffaele Colapietra, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2008; Sudan, una catastrofe disumana, in «A rivista anarchica», a. 34, n. 304, dic.2004-gen.2005. Ha collaborato alla realizzazione del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, diretto da M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso, BFS Edizioni, Pisa, 2003-2004.

 

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Incomunicabilità

Ho preso la voglia di parlare
forse perché ascolto ciò che ho già sentito
forse perché non conosco chi sta parlando
forse perché non mi interessa capire.

Sono solo insieme a mille clienti di questo IperCentroCommerciale e a
questo milione di merci colorate, e pago.

Pago ciò che sto acquistando
pago il benessere di coloro che hanno generato questa indifferenza
pago la mia ipocrisia nell'essere anch'io qui, con la pretesa di poter
giudicare la schiena che è di fronte a me in fila alla cassa
pago il liberismo economico e contribuisco allo sterminio di mio
fratello nel Sudane in tutta l'Africa nera affamata.

pago l'iniquità dei governi europei, le morti bianche, i reazionari
antiabortisti, le multinazionali assassine nel terzo mondo.

Pago per mantenere l'ordine costituito, le "Forze italiane armate" fino
ai denti in Afgaznistan e chissà dove;
pago questa falsa pace, questo falso progresso, questo silenzio
retorico, questa inumanità consumista organizzata per quieto vivere.

E, anestetizzato, con l'emicrania, stressato, solo, e in silenzio, torno
a lavorare per continuare a non vivere.
Questo è ciò che mi è costato aver pagato oggi un etto di prosciutto in
Italia


Alessandro D'angelo
Alias
Berlino Est

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nel tempo della privatizzazione degli spazi pubblici, della
mercificazione dei saperi, della cultura e della forme artistiche, nel
tempo della precarizzazione costante e permanente di tutto il lavoro,
in questo tempo in cui nulla sembra essere più possibile, Mayateatro
festival è un evento CONTROTEMPO che postula ipotesi di trasformazione
al di là del capolinea.
Mayateatro festival è la realtà che ri-accade dopo aver scongiurato la  fine del tempo.

 

 

Lucio Selvaroli

 

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Partito Comunista dei Lavoratori

 

IL PCL C'E', IN TUTTA ITALIA!

Comunicato Stampa

Alle prossime elezioni nazionali di Aprile, nelle Marche come  in tutta Italia ,sarà presente il simbolo della falce e martello, il simbolo di un partito comunista.

Le liste del Partito Comunista dei Lavoratori, infatti, sono state presentate in tutte le circoscrizioni della Camera dei Deputati e del Senato (eccetto la Valle d'Aosta ed il Senato del Trentino Alto Adige).

 Liste che candidano nelle prime file operai e dirigenti sindacali di grandi fabbriche, come Daniele Debetto (Rsu Pirelli Settimo, Piemonte 1 e 2), Luigi Sorge (Rsu Fiat Cassino, Lazio 1 e 2), Daniele Caboni (Rsu Siemens Livorno; Toscana). Liste che hanno come capolista, in tutte le circoscrizioni del Senato, il portavoce nazionale del PCL, Marco Ferrando, e alla Camera Marche il compagno operaio Luca Torselletti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si presenterà per quello che è stato e che è: il nuovo partito della sinistra italiana che non si è compromesso, né in tutto né in parte, con un governo confindustriale e bellicista, un partito dalla parte dei lavoratori perchè fatto in prima persona dai lavoratori stessi, dalla parte degli sfruttati e degli oppressi, contro le vergogne di una sinistra di governo ( oggi arcobaleno ) che ha votato di tutto , compresa la guerra, pur di conservare poltrone e privilegi, ed un Partito Democratico che rappresenta l'ulteriore allineamento del centrosinistra agli interessi del grande padronato.

Il 13/14 aprile gli elettori troveranno su entrambe le schede l'inconfondibile simbolo della falce e martello sullo sfondo di un globo azzurro: emblemi del lavoro e della forte vocazione internazionalista di questa organizzazione. Ora si apre la grande sfida della campagna elettorale a cui il PCL non si farà trovare impreparato nonostante la pressochè totale censura da parte dei media.

La politica del meno peggio ha preparato in questi anni il prepotente ritorno di Berlusconi & C. Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali, accettano di negoziare sulla piattaforma del padronato: prima sulla cancellazione della scala mobile (anni 80 e primi anni 90); poi sui tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento della previdenza pubblica (92-96); poi sulla precarizzazione dilagante del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto: ogni arretramento ha preparato la strada agli arretramenti successivi. Ogni sconfitta ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione attuale: in cui i figli si vedono privati delle conquiste dei loro padri. Noi diciamo: ora basta Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile e va respinto. Occorre ripartire dalle esigenze e dalle domande dei lavoratori: quelle sacrificate da vent’anni.

Il vero voto utile oggi è quello ad un Partito Comunista dei Lavoratori ! Per una Sinistra che non tradisca !

 

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                                               ELEZIONI 13/14 APRILE 2008

                                     

CIRCOSCRIZIONE MARCHE

 

 

 

                             

CANDIDATI PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

 

CAMERA DEI DEPUTATI

 

1   Torselletti Luca                Fabriano                                  16.02.1977

2   Caponi Antonio                 Ascoli Piceno                          23.02.1981

3   Catalini Piergaetano          Fermo                                     16.01.1967

4   Curcetti Luigi                    Foggia                                     25.12.1954

5   D’Aprile Pietro                  Fermo                                     27.11.1972   indipendente

6   Ficcadenti Gabriela           Colli del Tronto (AP)               29.04.1959

7   Goldoni Mauro                  Corinaldo (AN)                       09.01.1976

8   Marcantoni Paolo             Sant’Elpidio a Mare (AP)        17.07.1981

9   Napolitano Donato            Nola (NA)                              04.11.1966

10 Panfighi Elena                   Ancona                                   12.08.1946

11 Papale Crescenzo              Capua (CE)                             14.08.1969

12 Pugnaloni Susanna Ancona                                   20.02.1950

13 Silvestri Silverio                Ancona                                   17.09.1954

14 Terra Michele                    Bologna                                   05.11.1971

15 Urbanelli Gaetano Colli del Tronto (AP)               14.08.1953

16 Zamparini Marco              Matelica (MC)             11.08.1077

 

SENATO

 

  1  Ferrando Marco             Genova                         18.07.1954

  2  Bendelari Giorgio           Ancona                         23.03.1940

  3  Brandimarti Giampiero    Monte San Pietrangeli (AP)     10.06.1948

  4  Di Stanislao Chiara         Giulianova (TE)            24.05.1953

  5  Fulimeni Alessandro       Fermo                                       20.05.1964

  6  Nisi Nivio                        Ancona                         05.04.1949

  7  Rinaldi Giuseppe            Ancona                         20.10.1930

  8  Tagliaventi Andrea         Cupramontana (AN)                 27.12.1958

 

 

 

Presentato da Marco Dipietrantonio

 

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L’Unità nella diversità al servizio dell’Essere umano

 

(Lo scritto che pubblico di seguito è un intervento da me fatto il 28/1/98 all’interno del “Collettivo per l’unità d’azione anticapitalista”. Il problema dell’”unirsi rimanendo  diversi”  è tutt’altro che risolto. Spero  di poter dare un piccolissimo contributo con questo scritto  sostanzialmente ancora valido, secondo me.)    

 

            -- Nell’Italia del dopoguerra Togliatti, il segretario del PCI, sviluppò la teoria dell’”Unità nella diversità”, a mio avviso tanto dannosa per il popolo italiano. Essa consisteva nell’unire i partiti di governo e quelli di opposizione nella finalità di ricostruire l’Italia  su basi capitaliste e democratico-borghesi. Nel raggiungimento di questo obiettivo era appoggiato dall’America attraverso il Piano Marshall. Malgrado vi fossero delle grandi differenze politiche e programmatiche tra la DC il PCI ed il PSI, malgrado l’esistenza di forti opposizioni rivoluzionarie all’interno del PCI del PSI e della stessa CGIL, malgrado lo svolgersi di potenti movimenti di ribellione di massa come quello dell’occupazione delle terre che non erano minimamente propensi a conciliare con il padrone, malgrado tutto ciò la teoria dell’”Unità nella diversità” raggiunse il suo scopo perché queste organizzazioni erano unite dall’interesse comune del potere e dell’agire attraverso le sue istituzioni. Noi, invece, siamo uniti dalle finalità opposte, cioè dalla eliminazione di ogni potere e dall’agire attraverso le masse.

 

Le organizzazioni sopra menzionate divergevano  sul come raggiungere i propri obiettivi, però hanno risolto le loro divergenze con la democrazia parlamentare, detta democrazia borghese o indiretta. Anche noi abbiamo le nostre divergenze sul come raggiungere i nostri obiettivi ed anche noi le possiamo risolvere benissimo, però dobbiamo basarci sulla Democrazia Diretta o Assembleare, sia  al nostro interno che all’esterno. Ciò significa che dobbiamo favorire l’intervento in prima persona delle masse affinché diano opinioni, scelgano e decidano liberamente. Esse potranno sbagliarsi una due tre volte poi però finiranno inevitabilmente per decidere la cosa giusta, cioè in base al loro interesse di sfruttati. Di conseguenza un simile processo democratico-libertario porterebbe con il tempo ad una società senza  sfruttati nè sfruttatori.   Se ci basiamo sulle istituzioni la nostra “Unità nella diversità” sarà impossibile perché siamo contrari ad esse e la stragrande maggioranza degli antagonisti è come noi: contraria o diffidente.

 

-- Un compagno in una delle tante riunioni del Collettivo esprimeva una giusta preoccupazione quando diceva: “Nei momenti di sintesi ci dovranno essere delle scelte organizzative” e quindi, voleva dire, come faremo in quei momenti, con tutte le nostre differenze, a metterci d’accordo per fare delle scelte programmatiche e di azione, unitarie e ben precise? Un buon esempio di metodo da cui imparare, secondo me, ci viene dal CLN (Comitato di Liberazione  Nazionale). Esso ha guidato la lotta partigiana in Italia per liberarla dal Fascismo. Tutti i partiti del futuro arco costituzionale, dal PCI al Partito Liberale, erano rappresentati nel CLN. La lotta partigiana di liberazione aveva la finalità di cacciare i nazi-fascisti. Questo obiettivo li accomunava, però ciò non impediva che ognuno avesse le proprie formazioni partigiane. C’erano le Brigate Garibaldi(comuniste), quelle di Giustizia e Libertà(Partito di Azione), le Brigate  Cattoliche(Partito Popolare), quelle di Bandiera Rossa(trozkiste), quelle anarchiche e non so quante altre ancora. Come si può vedere tanta differenza e tanta diversità non hanno impedito di fare delle sintesi e delle scelte organizzative molto precise ed unitarie malgrado avessero un grande compito, pieno di problemi, come può essere quello di guidare una guerra di liberazione. Noi possiamo usare lo stesso metodo unitario democratico di rispetto reciproco però per finalità opposte: contro la società  dei padroni ed il suo sistema. I problemi sicuramente non ci mancheranno, però quale cosa si può costruire senza prevedere ed affrontare problemi? Io penso che non esista.

 

-- Noi possiamo fare tante azioni in comune se riusciamo a rispettarci con le nostre differenze, mantenendole. Possiamo fare vari volantini con posizioni diverse, oppure un volantino con più posizioni,  oppure un giornale in Abruzzo dove scrivono 4 5 10 organizzazioni e tante persone con  idee diverse. Si stabilisce un argomento ed ogni persona oppure organizzazione scrive liberamente ciò che pensa. Siamo per la eliminazione mentale delle frontiere organizzative. No allo spirito di parrocchia! Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, tranne al potere. Siamo per la libertà di tutti! 

 

--  Uniti contro, democrazia per……discutere il come.

Bisogna essere coscienti che questo progetto di unità con democrazia troverà l’incomprensione e l’opposizione degli apparati dei partiti, sindacati ed anche di tante piccole organizzazioni. Però troverà

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l’appoggio dei semplici compagni che hanno sempre visto l’unione di buon occhio. Comunque questo progetto bisognerà imporlo con il ragionamento, la pazienza, la fraternità, l’esempio e, in alcuni casi limiti, con la forza. Il ’68 e tutti gli anni ’70 si sono svolti in questo modo. Sono stati imposti non solo alla borghesia ma anche alle burocrazie del PCI e della CGIL loro alleate. Così bisogna tornare a fare ma con obiettivi diversi rispetto a quegli anni: non per togliere militanti e voti alle altre organizzazioni per ingrandire la propria, non per schiacciare le altre organizzazioni per fare rimanere in piedi solo la propria, cioè fare l’Asso pigliatutto, ma per fare la democrazia cioè che tutti parlino, discutano e agiscano liberamente, in piena autogestione. Che ogni compagno ed organizzazione lotti con le proprie idee per il principio zapatista “per tutti tutto per noi niente”. Con questo criterio e pur rimanendo nelle proprie organizzazioni bisogna mettersi al servizio delle masse nel senso di tornare a lavorare nei quartieri, nei posti di lavoro,  nelle scuole, in mezzo alla gente, fuori e contro le istituzioni ma nel pieno rispetto di coloro che vi credono. Questa è la strada.

           

Tutti noi vogliamo andare a Milano, però c’è chi vuole passare per Roma-Genova-Milano, chi per Bologna-Milano, chi per Venezia-Milano; chi vuole prendere il treno, chi l’aereo, chi la macchina, chi la bicicletta. La cosa più importante è volere andare a Milano, cioè la nuova società. E’ questa finalità che ci unisce.

           

Ad essa aspirano non solo i rivoluzionari ma tantissima gente seria onesta sincera, di idee riformiste liberali cattoliche musulmane ecc. Queste sono decine e centinaia di migliaia solo in Abruzzo e miliardi sul pianeta. Una gran parte non crede più tanto nelle Istituzioni come si vede dal fatto che non vanno nemmeno a votare. Anche a queste noi ci dobbiamo rivolgere, farci capire, stando attenti a non spaventarle perché abbiamo dietro di noi il pessimo esempio dello stalinismo, cioè dobbiamo sviluppare una tattica adeguata in modo da fare vedere quello che siamo realmente: loro amici non nemici. Nemici del potere ma amici della gente. Con la loro avanguardia cioè i più decisi io credo che possiamo anche organizzarci assieme nelle lotte dal basso. Però per fare tutto questo non possiamo porre nel Collettivo la discriminante anticapitalista ed antistituzionale per coloro che vogliono entrarvi a far parte.

           

Secondo me, non dovremmo creare un punto visibile con programma e obiettivi anticapitalisti e rivoluzionari. Indubbiamente questo ha i suoi vantaggi perché le frasi decise e chiare sono facilmente identificabili però richiamano un tipo di rivoluzionario nostalgico, sfiduciato, brontolone, sostanzialmente passivo. Questo si può riadattare certo, come stiamo cercando di fare noi anziani, però così si escludono coloro che la pensano diversamente in quanto non si sentono interessati e purtroppo, particolare certamente non da poco, sono la stragrandissima maggioranza. Inoltre c’è da considerare anche un altro aspetto e cioè che, di fatto, in conseguenza di come si è sviluppata la Storia, noi come anticapitalisti e rivoluzionari formiamo un blocco a sé, siamo isolati, e, nel fondo, un vecchio-nuovo partito classico che dice: noi abbiamo ragione, fate come noi, seguiteci! Per cui se dovessimo ingrandirci come organizzazione, facilmente si ricreerebbe il distacco tra avanguardia e massa che delega, tra vertice e base con tutte le conseguenze negative che già conosciamo, di cui potremmo citare tantissimi esempi storici.

           

Io penso che dovremmo creare un punto visibile soprattutto ideologico e di principi, come fanno gli zapatisti, ma più classista, cioè basato sulle idee di giustizia libertà uguaglianza democrazia e sui principi della lotta contro gli sfruttatori, per la solidarietà e la fraternità tra sfruttati, sulla base del principio universale e storico dell’Essere umano prima di tutto e del profitto ultimo di tutto perchè questo viene dopo la difesa non solo degli Esseri umani, ma anche degli animali, dell’aria e dell’acqua. Il profitto è l’ultimissima cosa, per questo bisogna cambiare tutto il sistema capitalista, mondializzato intorno ad esso. Tale principio è di per sé travolgente, dirompente, devastante per l’attuale sistema. Nessun governo attuale del pianeta lo può accettare, escluso quello zapatista. Esso è più dell’anticapitalismo e del rivoluzionario, è comunismo puro e, se praticato ed attuato, aiuta velocemente la gente ad uscire dal proprio individualismo, a mettersi d’accordo tra di sé ed a rovesciare tutto.

           

-- A questi principi ed idee, secondo me, deve tendere il nostro Collettivo: a diventare un punto visibile prima umanitario poi rivoluzionario. Il nome è secondario, l’importante è il contenuto. Per svolgere questo ruolo, io credo che dobbiamo portare avanti il programma di discussione delle “chiacchiere”. Per cui  proporrei di preparare bene una assemblea sulla Scuola, come abbiamo fatto per quella sull’Abruzzo ed anche meglio perché possiamo imparare da questa esperienza. La farei tra un mese.

28/1/1998                                                                                                                                      Antonio Mucci 

 

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Nella possibile evoluzione verso il socialismo…

 

L’anarchismo reale è una deviazione

 

di Carmelo R. Viola

 

 

            Giovane, anch’io ho creduto che l’anarchismo fosse la vera estrema sinistra. Il nonplusultra della sinistra. Invece, lungo il possibile percorso che dalla predonomia antropozoica (detta anche economia capitalista) va al socialismo (o economia propriamente detta) è una deviazione. L’anarchismo è nato da un’intenzione generosa ma si è via via abbarbicato a pregiudizi che ne hanno svuotato quasi del tutto il contenuto originario. E’ nato certamente come espressione politica dell’illuminismo nel secolo XVIII e padre se ne può considerare Pierre-Joseph Proudhon (morto nel 1865).

            Senza alcun dubbio, i socialisti premarxiani cosiddetti utopistici non pensavano all’abolizione del potere e basta anche se Proudhon, considerato il precursore della nuova corrente, sostenitore dello Stato federalista,  usa un linguaggio che dà adito al malinteso soprattutto in fatto di Stato e di governo. Egli scriveva, infatti: “L’anarchia è una forma di governo o di costituzione nella quale la coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del diritto, basta da sola a mantenere l’ordine ed a garantire tutte le libertà”. Meno, occorre specificare, quella della proprietà, considerata un “furto”, concetto poi ripreso da Marx. Governo, scienza, ordine, diritto e libertà sono tutti concetti che ci portano dritti ad un’autorità costituita, che altro non può essere che lo Stato

            Quando Proudhon dice di rifiutare lo Stato, evidentemente intende per questo qualcosa di diverso dallo Stato giuridicamente inteso. In ogni caso dimostra  di usare una terminologia ambigua. E ambiguo è lo stesso termine anarchismo. Infatti, il contratto politico di ordine federativo (che gli sta a cuore) presuppone un’autorità centrale che è ancora e sempre lo Stato.

            Gli anarchici si sono arenati in una negazione assoluta dello Stato fino a rinchiudersi dentro il dogma di un “astensionismo totale”. Così i due segni distintivi dell’anarchico doc sono: il dir male di qualunque Stato in quanto tale e il non votare comunque. Ricordo che durante la mia militanza quello del non votare era un obbligo su cui non si poteva nemmeno discutere. Sulla mia rivista “Previsioni” (anni Cinquanta) azzardai la segnalazione di qualche numero telefonico utile, come quello della Prefettura: ricevetti una pesante filippica da uno dei proletari italo-americani, maggiori sostenitori, in cui mi si tacciava d’intesa con il nemico, come se per espatriare o per venire in patria non avessero bisogno del passaporto!

            Quando a Valpreda si suggerì la candidatura per evitare l’ingiusta carcerazione, credo di essere stato solo io a sostenerlo pubblicando un lungo e acceso articolo sulla prima pagina del settimanale “Gazzettino del Jonio” di Catanzaro, il cui titolo diceva: “L’uomo è perduto ma il principio è salvo”. Cominciavo a rompere quel blocco psichico simile ad una fede religiosa, diventando più che un eretico un blasfema e un apostata! Quando sostenni i referendum pro divorzio ed aborto, il maggiorente Alfonso Failla mi riprese autoritariamente” dicendomi che tra i radicali io dovevo andarmene (intendendo che io ero degno solo di loro)!

            Gli anarchici fanno riferimento alla Comune di Parigi del 1871 che non fu il non Stato ma il tentativo di uno Stato socialista (socializzazione dei mezzi di produzione e via dicendo) durato

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appena due mesi perché soffocato nel sangue dal capitalismo bestiale e sanguinario dell’epoca. Al Congresso di St.Imier di appena un anno dopo, gli anarchici, dimentichi della lezione subìta, affermano che dovere primo del proletariato non è la conquista del potere ma la distruzione di ogni potere politico navigando già nella più grossolana ambiguità. Nella cosiddetta “guerra civile spagnola” (1934-36) gli anarchici usarono il potere militare e poi quello politico diventando perfino

ministri! Ma nemmeno quella lezione è servita, il che comprova la resistenza psicologica di un ideologia professata e vissuta come una fede religiosa.

            Siamo entrati nel terzo millennio e gli anarchici sono ancora fermi all’astensionismo di oltre un secolo fa. Predicando la fine dello Stato proclamano un ritorno al Medioevo e rivolgendo l’attenzione al Municipio, confermano proprio lo stesso concetto, cioè un “policentrismo del potere”, caratteristica dell’epoca prestatale, con un’accentuazione dello stesso fenomeno.

            Non ci vuole molto per capire che il “policentrismo del potere”, si tratti pure a carattere municipale, non ha niente a che vedere con il federalismo di Proudhon, il quale comunque parlava anche di governo. Senza tenere conto che se conquistare uno Stato per il socialismo è pressappoco impossibile oggi, con un gendarme USA, che ci ritroviamo sotto casa, conquistare migliaia di comuni alla causa… anarchica o soltanto autogestionale-federativa, è semplicemente un miraggio onirico!

            Intanto, il liberismo (funzioni economiche – predonomiche – a privati e proprietà privata senza limiti!) ha svuotato lo Stato di ogni funzione postmedievale e dimostra che il meno Stato non è l’anarchia! Ma gli anarchici continuano a restare alla finestra ad aspettare la fata morgana.

            Il loro cresciuto interesse per il municipalismo dimostra solo il vicolo cieco in ci si sono cacciati e il loro sforzo di uscirne restando gli astensionisti di sempre. La loro incapacità di comprendere la ragion d’essere storica dello Stato nella crescita civile si risolve in un comportamento piccolo-borghese: di fatto preferiscono il potere borghese, cosiddetto democratico, apersonale, apparentemente debole ma criminale nel suo insieme, ad uno Stato personale e forte come quello di Cuba, il quale ha il torto – imperdonabile – di essere, per l’appunto, uno Stato forte (indipendentemente dal contenuto sociale). Non ricordano nemmeno che anche la Comune di Parigi fu uno Stato forte, cioè voluto da un pugno di uomini coraggiosi che finirono per essere selvaggiamente eliminati - o condannati ad un carcere-tortura – nel tentativo di realizzare una società secondo l’aurea trilogia del 1789.

            Molte delle critiche dell’anarchismo così com’è sono giuste e condivisibili. Sono quelle per cui io entrai nel movimento con l’entusiasmo dei venti anni. Ma, passato il periodo degli attentati ad personam e superato anche quello degli espropri proletari e dei discutibili gruppi insurrezionali (quasi sempre ignorati dalla stessa ufficialità anarchica ed utili solo ad una esacerbazione della difesa poliziesca-giudiziaria del capitalismo amorale internamente mafioso, e che dà del terrorista a chi non lo è),  gli anarchici dei nostri tempi devono decidersi a confluire nel filone del vero socialismo, facendosene promotori e mallevadori, se non vogliono restare solo una deviazione anacronistica della lotta per una civiltà a misura d’uomo: un’espressione letteraria dell’utopismo ascientifico.

            Se Proudhon fosse vivo, sarebbe il primo a smentirli.

 

                                                                                         Carmelo R. Viola

 

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La farsa elettorale pescarese

( primo atto)

di Diderot 

La Sinistra Arcobaleno unita prosegua l’esperienza di governo a Pescara ", fa appello a nome della Sinistra-Arcobaleno ha affermato    l’assessore ai canili municipali del Comune di Pescara, Edoardo De Blasio, proseguendo poi,  "col Pd e con D’Alfonso”, affinché si appoggi la ricandidatura di Luciano D’Alfonso alla carica di sindaco. Due sono le cose: o De Blasio ha preso un colpo di sole e sragiona, ( è notorio che la Sinistra Arcobaleno si presenta autonomamente, almeno sembra)  oppure  ha svelato uno dei punti importanti e cruciali ma inquietanti. Infatti, già d'Alfonso gode dell'appoggio compatto di tutto il PD: e questo è logico, lui è il massimo dirigente regionale del partito.Già sono sorte come funghi liste civiche che dichiarano in anticipo l'appoggio a d'Alfonso ( addirittura dichiarato in contrassegno di lista) : e questo però è meno logico. Ma se  la Sinistra Arcobaleno avesse  già  programmato in anticipo l'appoggio a D'Alfonso ci troveremmo senz'altro  di fronte ad una grave anomalia. Perchè? Semplicemente perchè è la democrazia stessa che ne soffrirebbe, le liste sarebbero  convergenti, quindi, per usare un'espressione abusata, sarebbero liste bulgare, evocando i congressi dei partiti comunisti oltrecortina anni guerra fredda, dove avvenivano sempre elezioni all'unanimità e plebiscitarie di organismi dirigenti. Siamo quindi di fronte ad elezioni farsa? Ora, in un contesto in cui  già l'informazione langue, in cui i giornali pubblicano solo notizie a favore del Partito democratico, in cui anche tutte le opinioni che dovrebbero fare opposizione sono finte  o viziate in partenza da accordi sottobanco , ci rendiamo conto che è in grave pericolo la democrazia. Veltroni e berlusconi hanno tracciato le linee guida della nuova politica italiana. Lo dico e lo affermo perchè è terminata ormai la storica esperienza di Rifondazione Comunista con la nascita della Sinistra Arcobaleno:  già sappiamo che in caso di ballottaggio essa appoggerà D'Alfonso, ovviamente, chiedendo però  contropartite e mediando su molti punti oscuri della politica pescarese, dove i buchi neri sono rappresentati dagli accordi di programma che hanno proliferato negli ultimi anni, in cui costruttori e potere locale stanno cementificando Pescara a livelli newyorchesi. La Sinistra Arcobaleno pescarese non è la stessa di quella nazionale. Esponenti locali di quota ex DS confluiti in essa sono esponenti di potere ormai consolidato e sedimentato, difficile da grattar via  perchè  fanno parte della nuova intellighenzia di Sinistra che vorrebbe soppiantare il potere tradizionale della destra una volta chiamata forchettona. Ma ora tutto sembra uguale ed omologato, un connubio tra poteri forti sembra andare verso la direzione della spartizione della torta. La realtà dei fatti è proprio questa: il matrimonio tra i fuorusciti dei DS  , i cosiddetti della Sinistra Democratica, con  la Sinistra Arcobaleno è viziato all'origine da intenzioni diverse: è ventilata infatti l'imposizione della SD ( leggi Melilla) di obbligare Rifondazione Comunista ad appoggiare D'Alfonso, sotto pena del mancato appoggio a Maurizio Acerbo candidato capolista  al Senato, già in difficoltà per via della candidatura di Betti Leone capolista alla Camera in Abruzzo , un'imposizione venuta da Roma. Ciò pone i nascenti patti in logica diseuguale di forza perchè Melilla  romperebbe il patto con la Sinistra arcobaleno  , contraddicendo quanto accade a livello nazionale. Già lo sta facendo avendo evitato di scendere in tenzone elettorale, assumendo il ruolo di benefattore ( ma non ci bastava D'Alfonso monsignore?) emigrando in Africa  a fare il missionario  elargendo munifico i  soldi  (della Regione Abruzzo) ai poveri. Ma il Sindaco uscente è indagato  o no? I recenti  articoli apparsi sulla stampa non fannno presagire nulla di buono. Questione di coerenza. E poi chi sono i candidati della Sinistra arcobaleno? Si  sono candidati  nelle liste  soggetti di comodo scelti con logiche clientelari , tutto fa brodo, purchè portino voti: ciò non porrebbe la Sinistra Arcobaleno  quale elemento di rottura con un certo passato o quale spinta ideale in tutta la Sinistra  come accadde alle elezioni amministrative del 2003 o alle politiche del 2006. Insomma questa coalizione nasce già zoppa e vecchia.

Dice un proverbio: "meglio soli che male accompagnati"   

Diderot

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”