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IL SALE - N.°73


 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

 

anno 7 – numero 73   Dicembre 2007

 

 

 

 

 

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Sommario

 

 

 

 

                                     di Michele Meomartino

 

                                     di Marco Tabellione

 

                                            presentato dall’ Architetto Kazem

 

                                                      presentato da Moreno De Sanctis

 

                                               di Tundra

 

                                                       di Gianfausto de Dominicis

 

                                             di Luigi Dezio in arte Popò

                       

                                                        di Stelio

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                                        di Pino

 

                                                        di Giorgio Fioretti

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

 

 

 

 

 

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Finanziaria , ICI e Vaticano

di   Diderot  

Dopo 150 anni Antonio Rosmini non solo è proclamato beato ma è esaltato proprio per le idee per quali ieri la Curia l’aveva  condannato, oggi la stessa Curia caccia Bregantini , coraggioso vescovo calabrese anti ndrangheta e lo trasferisce a Campobasso , poi rifiuta di pagare l’Ici,  difende l’ottopermille, ( attualmente il Vaticano incassa anche le quote di chi in dichiarazione dei redditi omette la destinazione )sfratta gli inquilini, fa affari con i pellegrini.
Infatti in Regione, sotto l'egida dell'assessore  Enrico Paolini,  sta per nascere un nuovo carrozzone: l'Ente che coordinerà il turismo religioso: saremo invasi da orde di pellegrini  "oranti", ottimi clienti di autogrill, ristoranti ed alberghi, che esporranno in bella mostra migliaia di padripii di gesso e migliaia di immaginette kitsch  in rame battuto, in plastica e affini ed  il vecchio motto dei benedettini medievali, ora et labora, è diventato , oro et marlboro.
Don Palmerino,  parroco pescarese di Via Cavour e dintorni ,beneficiario (ad personam)  di una colossale eredità di una nobile decaduta , inaugura un organo da 5oo mila euro, forse il più grande d'Europa: stentiamo a credere alla solidarietà della Chiesa vero gli emarginati, se una parrocchia di periferia non solo si permette  simili spese, ma anche continua a predicare dai pulpiti l’umiltà evangelica e la stessa Chiesa accetta di  produrre simili maestosità medievali per accrescere la sua potenza. Nel contempo è stato bocciato il tentativo di far pagare l' ICI al Vaticano ( oggi ne è esente totalmente)     e il Governo è stato battuto durante il voto dell'emendamento in finanziaria con anche il rischio che cadesse. Però c'è stato un errore di fondo commesso dai socialisti che hanno presentato  l'emendamento: nella prima stesura   volevano far pagare l'ICI anche al bar dell'oratorio, il che è eccessivo, mentre avevano pienamente ragione sulla questione vera: la concorrenza sleale di moltissimi alberghi, pensioni, ristoranti in tutte le città d'arte e lungo le due spiagge gestite da religiosi. Ma la questione ancora più vera sulla quale siamo - credo - a sinistra tutti e tutte d'accordo è che nel Parlamento italiano c'è una sorta di censura preventiva su tutto ciò che riguarda il Vaticano. La cosa è cominciata in questa legislatura dal discorso del Papa a Ratisbona per arrivare al divieto di discutere dell'otto per mille, come materia che sarebbe già attribuita al concordato e poi anche alla questione dell'Ici. Chi propone posizioni laiche sa già di essere minoranza, tuttavia si ha diritto di conoscere consistenza e collocazione politica di tale minoranza e anche avere la possibilità di esporre i propri argomenti in modo da diventare maggioranza: in democrazia non c'è altra strada che l'esercizio del diritto di parola e l'abilità di convincere altri. In verità in questo Parlamento un problema enorme è la fragilità delle opinioni sulla laicità dello Stato, massimamente in presenza di un Pontificato che esegue una politica da Sillabo (dei tempi di Pio IX perciò) senza alcuna incertezza. Allora come si fa? E che obiettivo ci si propone? E' scontato che, sulla riforma del concordato ed ottopermille  la maggioranza di governo col tentativo di modifica in aula non terrebbe, ma ci si può contare pubblicamente e  mostrare che vi è una minoranza del Senato (successivamente potrebbe essere fatto qualcosa di analogo anche alla Camera) decisa ad agire per modificare alcune delle realizzazioni del Concordato, in modo da costituire un punto di riferimento per una campagna da svolgere non solo in Parlamento, ma anche e soprattutto nella società. Sulla laicità occorre costruire una vera campagna perchè il tasso di laicità è molto diminuito e l'attenzione sociale è molto bassa. 

Diderot

 

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Commercio equo e solidale

Per un'economia di giustizia

 

Fra un mese circa inizieranno le feste di fine anno e, com’è nostra consuetudine, un consumismo senza freni ci travolgerà quasi tutti, tranne quelle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà.

In questi momenti, più di altri, la sobrietà nei consumi è altamente consigliabile, anzi è indispensabile per essere credibili e non correre il rischio di diventare ipocriti quando ci riempiamo la bocca di solidarietà.

La sobrietà, tuttavia, non va confusa con l’austerità o peggio con la negazione di ogni gioia di vivere e quando è accompagnata dall’acquisto, non solo di cose essenziali, ma anche e soprattutto di beni e servizi, come quelli del Commercio Equo e Solidale ( Comes ), che hanno un alto valore etico, allora la scelta di una maggiore sobrietà nei propri consumi diventa un atto Politico rilevante, specie se fosse confortata dai numeri, di fasce sempre crescenti di consumatori responsabili.

Chi è impegnato, da tanti anni, a costruire la pace, al di là delle tante emergenze che continuamente ci interpellano, è consapevole che deve saper coniugare quest’ ultime con un progetto alternativo di lungo respiro, serio, credibile e coerente.

Quando all’inizio degli anni ottanta nacque il Comes, i suoi promotori avevano già ben compreso l’assurdità e l’iniquità dei sistemi economici e finanziari che governavano la globalizzazione, fondata su un’ idea di sviluppo senza limiti che continua a depredare risorse ed affamare masse crescenti di disperati.

Per anni, tranne lodevoli eccezioni, la cooperazione internazionale è stata viziata da una cultura neocoloniale, insensibile e incapace, a risolvere quei problemi che le stesse società, figlie di quella cultura, avevano generato.

La nostra cooperazione non ha mai fatto i conti seriamente con il nostro modello di sviluppo, con i nostri stili di vita e con le nostre scelte di consumatori.

Le nostre politiche di cooperazione sono state quasi sempre interventi di solidarietà, spesso, fini a se stessi, che non hanno mai messo in discussione le cause che hanno prodotto quelle ingiustizie.

Abbiamo pensato per tacitare la nostra coscienza e qualche volta in buona fede, che una piccola elemosina, magari una tantum, potesse risolvere le condizioni di milioni di impoveriti, ma ci siamo colpevolmente illusi, perché  l’intervento estemporaneo, che ha una sua importanza, seppur limitato, se non è accompagnato, innanzitutto, da una seria critica all’attuale modello di sviluppo, con relative azioni consequenziali, che inizino a preconizzare un altro modello di società, finirebbe per assomigliare alla mitica fatica di Sisifo, costretti a ricominciare sempre daccapo con il rischio di generare solo fatalismo e impotenza.

 

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Da queste considerazioni volte ad affermare una maggiore giustizia sociale nasce il Comes. Ogni consumatore, preventivamente informato, scegliendo di acquistare i prodotti in una delle 500 botteghe del mondo, sparse in Italia, compie un gesto di grande valenza etica che, prima ancora della sua rilevanza politica ed economica, cerca di ridare dignità ad intere popolazioni, perché non è tanto importante il dare, quanto il metterle nelle condizioni di non chiedere.

E il Comes cerca esattamente di fare questo con la scelta di progetti mirati, favorendo la cooperazione locale, incentivando gli scambi interculturali, privilegiando il rapporto con i piccoli produttori, prefinanziando le loro attività, attribuendo il giusto prezzo al frutto del loro lavoro, salvaguardando la loro salute, preservando la difesa del loro ambiente e infine reinvestendo tempo e risorse per l’istruzione e la prevenzione dei disagi.

Il Comes in Italia è diventato, grazie al lavoro di migliaia di volontari e di tanti consumatori responsabili che l’ hanno sostenuto, una realtà consolidata e diffusa sul territorio.

Anche in Abruzzo, fin dall’inizio degli anni novanta, assistiamo ad un crescente interesse nei suoi confronti da parte dei cittadini che vedono in esso, nelle modalità e nei fini che persegue,  un corretto e giusto rapporto di cooperazione con le popolazioni del sud del mondo.

Esso attraverso : botteghe, cooperative, negozi, empori, associazioni e gruppi vari, rappresenta una non disprezzabile entità da un punto di vista economico, tutt’altro che trascurabile.

Negli ultimi mesi, un po’ a macchia d’olio, stanno nascendo nuove realtà  nella regione, soprattutto perché incomincia a dare i primi frutti il grande lavoro di informazione e di sensibilizzazione culturale che è stato svolto negli ultimi anni da tantissimi volontari: nelle botteghe, nelle scuole, nelle parrocchie e in tanti altri ambiti della società civile.

E queste realtà in continua crescita, che stanno emergendo, impongono, da una parte, la necessità di un lavoro maggiormente condiviso, organizzato e coordinato, nel rispetto di tutte le differenze e, dall’altra, la possibilità di collaborare in modo proficuo e sinergico con chiunque ha interesse a diffondere e a promuovere il Comes, a cominciare dalle Istituzioni.

Anche per queste ragioni, da quasi 2 anni, è nato il coordinamento delle Botteghe del Comes d’Abruzzo e Molise ed è iniziato un rapporto di collaborazione con le Istituzioni. In particolare con la Regione Abruzzo, per quanto riguarda la possibilità di migliorare l’attuale legge e con le città di Pescara, Penne e Mosciano S. Angelo, per quanto riguarda l’introduzione di prodotti nelle mense scolastiche.

Il lavoro che ci aspetta è ancora lungo e di questo siamo ben consapevoli, ma sarebbe veramente paradossale impegnarci nella cooperazione con paesi e persone che abitano lontano e non saper collaborare, invece, tra operatori che vivono nella stessa regione.

E, quindi, concludo con l’auspicio di trovare sempre il bandolo per un impegno comune.

 

Michele Meomartino

Segretario del Coordinamento delle Botteghe del Commercio Equo e Solidale d’Abruzzo e Molise

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L’intellettuale e il mercato

di Marco Tabellione

 

     Vorrei rispolverare un vecchio dilemma, che riguarda il ruolo dell’intellettuale nella società tecnettronica. Quella dell’intellettuale, oggi appare più che altro una posizione privilegiata. Dimessi gli abiti del rivoluzionario e dell’oppositore, del critico nei confronti delle brutture della società, artisti, giornalisti, poeti, scrittori, registi, operatori culturali e quant’altro si sono trasformati in narcisisti ed esibizionisti asserviti al potere. Parlare brutalmente di servi del potere vuol dire naturalmente generalizzare su un fenomeno che è assai complesso, innanzitutto perché nelle democrazie odierne i centri di potere si sono moltiplicati, distribuendosi a livello non solo politico, ma anche economico e culturale. Se negli assolutismi, dittature o monarchie, un solo individuo esercitava il potere nelle forme politiche economiche e culturali, oggigiorno queste forme si sono sparpagliate e decentrate. Ma mentre nei primi decenni di trasformazione della società, quando essa vedeva la nascita dell’organizzazione industriale e capitalistica, l’intellettuale esercitava un ruolo polemico e critico (si pensi a tanta letteratura romantica e decadente dei primi dell’Ottocento) in seguito questa pressione dialettica è venuta meno.

     Quello che è sicuramente vero, infatti, è che l’intellettuale non ha più una posizione critica rispetto agli andamenti e ai conformismi della società e della cultura dominante, anzi tutt’altro. Oggi l’intellettuale cerca un riconoscimento da questa società, una patente, e, da un lato più materialistico, una carriera brillante e danarosa. In poche parole vuole essere della partita, comparire, esistere nell’apparire, perché se non si esiste lì, nell’immagine, non si esiste affatto, almeno così crede il senso comune, al quale oggi l’intellettuale vuole adeguarsi più che mai. I libri, le pubblicazioni, gli studi, le ricerche, vengono dopo. Dunque ogni intellettuale, uomo di pensiero e scrittura, se vuole affermarsi deve per forza di cose farsi servo del sistema economico, delle lobby editoriali e televisive, e dei centri finanziari che controllano il mercato della cultura. E se per caso non lo è ancora, affermato, aspira ad esserlo, con uno svuotamento terrificante della funzione che poeti, filosofi, artisti e scrittori avevano ad esempio presso la cultura romantica, cioè di critica spregiudicata della società e del sistema dominante. 

     La conseguenza di questa mercificazione globale dell’intellettuale post-moderno è l’ansia per l’organizzazione di manifestazioni paraculturali, che non presentano eventi propriamente culturali, perché della cultura non hanno l’elemento della durata, della stabilità, della profondità. Premi, rassegne, festival, sono degne manifestazioni, ma rappresentano il momento superficiale della cultura, il momento dell’apparire, non possono esaurire il patrimonio spirituale e culturale di un popolo, non possono crearlo, codificarlo. La cultura, infatti, è una base, essa crea, produce, non è un prodotto. Non si può continuare a confondere questa base, questo fondamento, con fatti esteriori, pure efflorescenze. Queste manifestazioni esteriori quasi mai sono il prodotto di un sostrato culturale stabile, il più delle volte sono fini a se stesse, operazioni commerciali, pubblicitarie, propagandiste, ma non cultura.

     Occorre naturalmente intendersi, a questo punto, sul significato di cultura. Cos’è cultura? Da un certo punto di vista tutto è cultura, se per cultura si intende la registrazione e la codificazione di quanto accade all’uomo, perché tutto (eventi, pensieri, opere) può essere registrato e catalogato. Ogni aspetto del nostro vivere è, da questa prospettiva, cultura. Ma va da sé che un simile significato risulta troppo ampio, per essere efficace. Allora conviene soffermarsi sull’etimologia della parola, che è vicina a quella della parola coltura, cioè coltivare, curare. Cultura è la coltivazione di qualcosa: ma che cosa? Non certo di informazioni e nozioni, altrimenti si dovrebbe definire un qualsiasi computer colto, e invece sappiamo tutti che così non è. Le informazioni e le nozioni, di cui molti pedanti si fregiano, sono piuttosto, se vogliamo continuare ad usare la metafora della coltivazione, il nutrimento, il concime, ma la pianta è qualcos’altro. Questo qualcos’altro è l’uomo stesso, la sua anima. Perciò cultura non è altro che la cura e la coltura dell’anima, la sua elevazione, la sua evoluzione. Perciò tutto ciò che noi definiamo come cultura, ma in realtà si limita alla nozione, alla manifestazione esteriore, all’evento, non è altro che l’aspetto più superficiale della cultura, il suo strumento, non il suo fine, perché il fine è il miglioramento dell’uomo.

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     In questa banalizzazione e in questo impoverimento dei contenuti e dei significati culturali, viene da chiedersi, appunto, che fine abbia fatto l’intellettuale, o meglio quella figura di saggio studioso, che un tempo veniva qualificato come uno degli artefici del progresso culturale e spirituale dell’umanità. L’intellettuale ha avuto in questo processo di banalizzazione generale due possibilità: la prima è quella di scomparire nel nulla, o comunque di scomparire dai canali di comunicazione detenuti dall’industria culturale; la seconda è stata quella di riciclarsi e di rendersi adeguato al mercato e alla spettacolarizzazione. Quest’ultima opzione è stata la più gettonata tra gli intellettuali, e da un punto di vista rientra in una logica di modernizzazione e adeguamento alle regole del mercato su cui non si può obiettare niente. Quello che però viene da chiedersi è quanto si perde in questa vendita generale delle funzioni e del ruolo dell’uomo di cultura nella società dell’immagine. A mio avviso infatti il recupero a livello di marketing dell’intellettuale è avvenuto comunque a discapito della qualità dei contenuti veicolati dall’intellettuale stesso. Come in ogni operazione commerciale, l’attenzione prioritaria data alla vendita, determina per forza di cose un impoverimento della qualità culturale. Le regole del commercio di prodotti testuali impongono un alleggerimento del prodotto stesso, e ciò allo scopo di accondiscendere a quelli che si presume siano i gusti e i bisogni del pubblico. Ma questo è il punto: si presume! I gusti del pubblico sono in fondo imposti da chi è impegnato nello stesso tempo a soddisfarli. Il problema è tutto in questo giro vizioso che viene a crearsi. Si dà al pubblico prodotti intrisi di superficialità e faciloneria, e sempre più spesso di volgarità, cosicché il pubblico si abitua tanto da non chiedere altro; il cane si mangia al coda e non c’è crescita, non c’è sviluppo, non c’è cultura. In questo giro vizioso, e questo è quel che è peggio, l’intellettuale ha smarrito il suo ruolo, se pur ce l’abbia mai avuto.

     Prima dell’avvento della società industriale e mercantilistica, l’intellettuale si atteggiava a cortigiano, ricevendo protezione e privilegi in cambio dell’esaltazione propagandistica del proprio sovrano. In cambio del mantenimento, spesso dorato in cui si crogiolava, egli non si peritava di osannare ed esaltare il suo signore, facendo di lui non solo il destinatario primo della propria opera, ma anche il suo protagonista occulto. Con l’avvento del capitalismo a ridosso della rivoluzione industriale della fine del Settecento, questo rapporto finisce. L’artista non può più fare i conti con la nobiltà, che comincia a perdere il suo primato economico, ma deve cominciare a vedersela con la nuova forza sociale ed economica dominante, la borghesia. E il rapporto con la borghesia assume connotati diversi da quello che artisti, letterati e intellettuali avevano con il signore e con la sua corte. Il borghese non desidera altro che prodotti in grado di essere smerciati. Arte dunque sì, perché no, ma purché sia fruttabile sul mercato. Non si tratta del semplice passaggio da una servitù ad un’altra. Perché mentre nel rapporto tra signore e cortigiano l’arte manteneva le sue peculiarità di trasmissione di contenuti spirituali e culturali, la logica mercantilistica ha finito per negarle queste peculiarità, trattandola alla stessa stregua di altre merci.

     Per la concezione borghese e tardo-boghese non è importante che l’oggetto artistico abbia un contenuto spirituale elevato o trasmetti idee e significati particolari, ciò che importa è che esso interessi il pubblico e lo spinga all’acquisto. Di fronte a questa finalità mercantilistica, il successo può arridere solo all’artista e all’intellettuale che sappia riciclarsi e offrirsi sul mercato, dando al mercato quello che esso apparentemente chiede. Apparentemente perché il mercato è regolato sui bisogni del pubblico, che sono stati a loro volta indotti e suggeriti dal mercato stesso, secondo quella dinamica perversa che abbiamo sottolineato poc’anzi.

     Il fatto di essere riuscito a vendersi sul mercato, e di essere sceso a inevitabili compromessi, impedisce all’intellettuale di svolgere quel ruolo che la storia comunque gli aveva assegnato: di guida culturale, se non proprio spirituale, dell’umanità, di monito morale ed etico,  e in fondo di insegnamento. Attenzione: ciò non vuol dire che l’intellettuale debba ergersi a maestro di umanità e che ciò debba essere il suo scopo principe. No, vuol dire che comunque l’intellettuale ha bisogno di mantenere una integrità, una onestà etica nei confronti del suo pensare ed agire culturale, che gli consenta di dare un contributo reale alla crescita e al miglioramento della civiltà. Ed è proprio ciò che è venuto meno. L’intellettuale, se possiamo in fondo continuare a chiamarlo così, non offre più niente all’evoluzione della civiltà, perché diventa egli stesso vittima, nonché profittatore, della decadenza creata dal mercato e dalla civiltà dell’immagine.  

 

 

 

 

 

 

Verso la Vittoria

Discorso di Maryam Rajavi , La Presidente della Repubblica eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
Villepinte - 30 giugno 2007

 

Saluto il popolo iraniano e il suo ammirevole sommosse popolari di questi ultimi giorni. Saluto la gioventù esasperata che, a causa del razionamento della benzina, ha innescato un'insurrezione generale. Porgo i miei saluti a Téhéran, Yassoudj, Ahwaz, Tabriz, Shiraz, Ilam, Gorgan e a tutto l'Iran. Saluto e rendo omaggio a tutti quelli che hanno preso parte alle sommosse.
In nome di Dio
In nome dell'Iran
In nome della Libertà
Saluto la grande nazione iraniana che si è alzata in piedi per rovesciare la dittatura religiosa.
Saluto Ashraf, la città della perseveranza, simbolo della volontà di liberazione.
Saluto ogni iraniano innamorato della libertà e della sovranità popolare dell’ Iran.
E saluto tutti voi che siete venuti dai quattro angoli del mondo per mostrare la determinazione del popolo iraniano a rovesciare il regime dei mullah.
Siamo riuniti qui per far ascoltare al mondo la voce di 70 milioni di iraniani che gridano che che il tempo dei mullah è terminato. Un Iran libero e democratico si sta sollevando.
In nome dei miei compatrioti ringrazio i parlamentari, le personalità politiche, i difensori della pace e dei diritti dell’uomo venuti da diversi paesi del mondo per sostenere la popolazione iraniana.

La situazione in Iran
Miei cari compatrioti,
Il fracasso provocato dai mullah nella loro corsa all’arma atomica, il sibilo stridente delle loro bombe che dilaniano l’Iraq e le urla di paura e di terrore che invadono il paese, non sono la vera voce dell’Iran.
La voce dell’Iran risuona attraverso gli slogan dei giovani mujahedin e dei militanti che durante le sollevazioni contro il razionamento della benzina gridano : “morte al dittatore”.
La voce dell’Iran sono le grida delle donne coraggiose, che, con il volto coperto di sangue,
sfidano i pasdaran (i guardiani della rivoluzione) in questi ultimi mesi che sconvolgono il
mondo.
La voce dell’Iran è la voce di Elham, la ragazzina di dieci anni presente al raggruppamento degli insegnanti che protestavano a Teheran, che parla del padre in prigione facendo piangere migliaia di insegnanti. Il grido dell’Iran è il grido degli operai che il primo maggio scandivano : “non vogliamo il nucleare, vogliamo di che vivere e il lavoro” e “ il futuro, è un nostro diritto inalienabile.”
La voce dell’Iran, sono le pulsazioni dei cuori oppressi dei 71 adolescenti condannati a morte.
La voce dell’Iran sono i lamenti delle madri curde e baluche e delle donne arabe del Khouzistan che piangono la morte dei loro figli impiccati in questi ultimi mesi nelle strade di Sanandaj, Zahedan e Ahwaz.
La voce dell’Iran sono gli slogan degli studenti del politecnico e delle università di tutto il paese che gridano: “morte al dittatore!”
La voce dell’Iran sono le urla di dolore nelle stanze delle torture: “sono ancora viva! La mia voce non si è spenta, ho rotto il silenzio di migliaia nella sezione 209”
La voce dell’Iran è il boato dei Mujahedin della libertà che dalla città di Ashraf incitano gli iraniani a sollevarsi per a libertà.
E noi, oggi, ci uniamo agli iraniani insorti e con un’unica voce gridiamo che bisogna rovesciare i mullah e riportare la libertà e la sovranità popolare.
Si, è questa la voce dell’Iran.

 

 

 

 

 

 

 

La sollevazione di giugno
Miei cari compatrioti,
Il sollevamento generale del 26 e del 27 giugno innescato dalla crisi della benzina, mostra il vero volto di una società esasperata sull’orlo dell’esplosione. Questo sollevamento è la testimonianza più oggettiva e più chiara delle ardenti rivendicazioni degli iraniani. Gli iraniani vogliono rovesciare il regime dei mullah.
Le grida di : “morte ad Ahmadinejad” che sono immediatamente risuonate per le strade di Teheran, le accuse coraggiose degli insorti contro i centri di potere e il panico che si è impossessato del regime, tutto dimostra che questo è molto di più di una crisi economica. Si tratta di una crisi che segna la fase finale del regime e la sua distruzione.
Coprifuoco, arresti di centinaia di persone, morti e feriti tra i giovani; questa è stata la risposta del regime. La guida suprema dei mullah ha ordinato di agire in maniera esemplare. Ma quello che è esemplare è la sconfitta cocente che la sollevazione popolare sta per infliggere ai mullah e ai loro alleati.
In un’ora, il “voler spartire con la popolazione le rendite petrolifere” ( pura demagogia !) si è dissolto. Tutti gli slogan di potere sul programma atomico, come : “l’energia nucleare è un nostro diritto inalienabile” si sono dissolti nelle fiamme della sollevazione.
Tutta la propaganda degli apologeti dell’accondiscendenza sulla stabilità e la “puissance” dei mullah , è scomparsa di colpo.
Il marchio di terroristi incollato ai resistenti è bruciato nel fuoco dell’insurrezione.

Ora è il turno del popolo iraniano. E’ il popolo che ora chiede come mai in 30 anni i mullah non sono stati capaci di costruire nemmeno una raffineria di petrolio. A cosa servono gli annunci sul progreso scientifico per giustificare il programma nucleare contrario agli interessi della nazione!
Perché tutto il danaro usato per costruire la bomba atomica non è stato utilizzato per produrre benzina? Perché imponendo questo razionamento della benzina avete distrutto in una sola notte la fonte di guadagno di una immensa parte della popolazione? Perché in un solo colpo avete ridotto alla disoccupazione e alla miseria milioni di persone?
I mullah non hanno risposte perchè sono al capolinea.! Non sanno fare altro che reprimere e esportare l’integralismo e il terrorismo. Sono in una critica impasse.
È per questo che tutto quello che in questi ultimi due anni gli stati “partigiani dell’accondiscendenza” hanno scommesso o supposto, si è rivelato falso.
Hanno detto che incoraggiandoli , i mullah cambieranno il loro comportamento. Ora invece di cambiare, i mullah hanno fatto sprofondare l’Iraq in un bagno di sangue, hanno trascinato il Libano nel caos, hanno diviso in due la Palestina e hanno riportato il terrorismo e gli spargimenti
di sangue in Afghanistan.
Gli Stati accondiscendenti sostengono che attraverso i negoziati si otterrà il consenso dei mullah ed
essi sospenderanno il loro programma atomico. Ora questi ultimi hanno potenziato le loro attività per produrre l’arma atomica e hanno ignorato tre risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I mullah credevano che un embargo avesse spinto la popolazione a sostenere il regime ma ora il
sollevamento generale ha fatto aprire gli occhi ai mullah.
. Accade così che l’etichetta di terroristi attaccata alla resistenza iraniana permette ai mullah di domare gli effetti delle sanzioni. Iimmaginate cosa potrebbe accadere il giorno in cui questa etichetta sparirà!
Si, il problema è che i politici di fronte alla crisi iraniana sono incappati in un fallimento. Per l’Iran, l’Iraq e per tutta la regione mediorientale non c’è che una soluzione: un cambiamento democratico realizzato dal popolo iraniano e dalla sua resistenza.
La scelta degli iraniani è la libertà e la democrazia.

 

Presentato dall’Architetto Kazem

 

 

 

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La volontà di inserire questo scritto a distanza di quasi cento anni nasce da due necessità: una personale (perché è stato il primo ed unico “trattato politico” da me letto quando avevo 14 anni e rileggendolo ora mi colpisce ancora per la sua attualità, mai passata) ed una collettiva (perché credo sia importante, oggi come ieri, riflettere sulla direzione ed il cammino che l’umanità tutta sceglie di percorrere).

prima parte di quattro

Errico Malatesta   IL PROGRAMMA ANARCHICO (1919)

 

Il programma dell’Unione Anarchica Italiana è il programma comunista anarchico rivoluzionario, che già da cinquant’anni fu sostenuto in Italia nel seno della I Internazionale sotto il nome di programma socialista, che più tardi si distinse col nome di socialista anarchico, e che poi, in seguito e per reazione alla crescente degenerazione autoritaria e parlamentare dei movimento socialista, si disse semplicemente anarchico.

 

7.      Che cosa vogliamo

 

Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale, e che gli uomini volendo e sapendo, possono distruggerli.

La società attuale è il risultato delle lotte secolari che gli uomini han combattuto tra di loro. Non comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla solidarietà, vedendo in ogni altro uomo (salvo al massimo i più vicini per vincoli di sangue) un concorrente ed un nemico, han cercato di accaparrare, ciascun per sé, la più grande quantità di godimenti possibili, senza curarsi degli interessi degli altri. Data la lotta, naturalmente i più forti, o i più fortunati, dovevano vincere ed in vario modo sottoporre ed opprimere i vinti.

Fino a che l’uomo non fu capace di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i vincitori non potevano che fugare e massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti da essi raccolti.

Poi, quando con la scoperta della pastorizia e dell’agricoltura un uomo potè produrre più di ciò che gli occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in schiavitù e farli lavorare per loro.

Più tardi, i vincitori si accorsero che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro altrui con un altro sistema: ritenere per sé la proprietà esclusiva della terra e di tutti ì mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali poi non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed a lavorare per conto loro, ai patti che essi volevano.

Così, man mano, attraverso tutta una rete complicatissima di lotte di ogni specie, invasioni, guerre, ribellioni, repressioni, concessioni strappate, associazioni di vinti unitisi per la difesa, e di vincitori unitisi per l’offesa, si è giunti allo stato attuale della società in cui alcuni detengono ereditariamente la terra e tutta la ricchezza sociale, mentre la gran massa degli uomini, diseredata di tutto, è sfruttata ed oppressa dai pochi proprietari.

Da questo dipendono lo stato di miseria in cui si trovano generalmente i lavoratori, e tutti i mali che dalla miseria derivano: ignoranza,

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delitti, prostituzione. Da questo, la costituzione di una classe speciale (governo), la quale, fornita di mezzi materiali di repressione, ha missione di legalizzare e difendere i proprietari contro le rivendicazioni dei proletari; e poi si serve della forza che ha, per creare a sé stessa dei privilegi e sottomettere, se può, alla sua supremazia anche la stessa classe proprietaria. Da questo, la costituzione di un’altra classe speciale (il clero), la quale con una serie di favole sulla volontà di Dio, sulla vita futura, ecc., cerca d’indurre gli oppressi a sopportare docilmente l’oppres-sione, ed al pari del Governo oltre di fare gli interessi dei proprietari, fa anche i suoi propri. Da questo, la formazione di una scienza ufficiale che è, in tutto ciò che può servire agl’interessi dei dominatori, la negazione della scienza vera. Da questo, lo spirito patriottico, gli odi di razza, le guerre, e le paci armate talvolta più disastrose delle guerre stesse. Da questo, l’amore trasformato in tormento o in turpe mercato. Da ciò l’odio più o meno larvato, la rivalità, il sospetto fra tutti gli uomini, l’incertezza e la paura per tutti.

Tale stato di cose noi vogliamo radicalmente cambiare. E poiché tutti questi mali derivano dalla lotta fra gli uomini, dalla ricerca del benessere fatta da ciascuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all’odio l’amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti, alla oppressione ed all’imposizione la libertà, alla menzogna religiosa e pseudoscientifica la verità. Dunque:

7.     Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perché nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente; per l’interesse comune e conformemente alle proprie simpatie.

2. Abolizione dei Governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistratura, ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.

3. Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall’esperienza e liberi da ogni imposizione che non derivi dalle necessità naturali, a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessità ineluttabile, volontariamente si sottomette.

4. Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi.

5. Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati.

6. Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere: fratellanza fra tutti i popoli.

7. Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso

 

 

... continua nel prossimo numero

 

 

 

presentato da Moreno De Sanctis   minoranza@yahoo.it

 

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Movimenti e angosce a sinistra

 

Bifo risponde a Rossana Rossanda

 

Pubblichiamo una lunga riflessione di Franco Berardi Bifo sulla sconfitta della sinistra rispetto al "dogmatismo liberista" oggi imperante. "La sinistra che è determinante ma minoritaria potrà fare tutto quello che vuole, ma non riuscirà a mettere in questione questo dogmatismo né i suoi effetti devastanti sulla società. L'analisi di Bifo ha preso spunto da un articolo di Rossana Rossanda, pubblicato dal quotidiano "il manifesto" agli inizi di agosto.

 

13 agosto 2007

 

L'articolo di Rossanda uscito su Il Manifesto del 4 agosto è illuminante, chiaro.

 Il suo bersagio è quello giusto: il dogmatismo economico liberista dell'unione europea e la subalternità del governo italiano a questo dogmatismo. Le forze riformiste che sono predominanti nella maggioranza di governo, ma da sole non bastano per avere nessuna maggioranza (e non lo saranno mai) sono incapaci di ragionare in termini differenti da quelli che il grande capitale ha la forza di imporre. Questa è la situazione che Rossanda descrive.

 La priorità accordata al "risanamento dei conti" è un pregiudizio, un feticcio monetarista, un privilegio assurdo accordato al dogma economico liberista rispetto alla società. Il punto è che questa situazione è immodificabile. La sinistra che è determinante ma minoritaria potrà fare tutto quello che vuole, ma non riuscirà a mettere in questione questo dogmatismo né i suoi effetti devastanti sulla società. Tanto più dopo quello che è accaduto a Bruxelles nell'ultimo incontro di giugno, quando è stata seppellita (forse per sempre, certo per il prossimo decennio) un'idea di Europa differente da quella che conosciamo bene, e i movimenti speravano di poter modificare. Un'Europa che si riduce a dispositivo finanziario di contenimento e riduzione illimitata del costo del lavoro e della spesa sociale. E' bene che ce ne rendiamo conto, neurogreen e ricombinanti e bronzini e negri e disobbedienti e insomma tutti gli spiriti nobili che hanno sperato di poter produrre minuscoli decisivi spostamenti nella visione d'Europa. Al vertice di Bruxelles hanno vinto insieme e disastrosamente sovranisti ed euromonetaristi.

I sovranisti polacchi e britannici hanno ottenuto la paralisi della decisione politica (nessuna unificazione della politica estera europea, nessun ministero degli esteri comune, rinvio à jamais della decisione per maggioranza...). I monetaristi centrali hanno riaffermato il carattere di vincolo sul salario che l'Europa assume definitivamente. In fondo possiamo dire che l'Europa è ormai solo questo: un rigido sistema di contenimento e riduzione della ricchezza sociale, un dispositivo di imposizione di ritmi sempre più intensi di produzione.

In questo contesto dobbiamo considerare anche il processo che si svolge in Italia.

Il governo di centrosinistra, dopo un anno di inazione ha cominciato a muoversi, e va nella stessa direzione in cui andava il governo di centrodestra: riduzione del costo del lavoro eliminazione di ogni vincolo sul capitale, imposizione di vincoli sempre più stringenti sulla società.

 C'è qualche possibiiltà di modificare la sua rotta? A questo punto direi di no, perché il problema non è italiano.

Il dogma monetarista che sembrava messo in discussione dalla crisi di consenso che aveva scosso il liberismo a livello globale negli anni del movimento noglobal, sembra essere entrato in un nuovo ciclo di esistenza. Più violento, più cinico, più disperato, ma anche più energico. Negli anni '90 la competizione si presentava come un gioco win-win in cui tutti dovevano guadagnarci ed essere felici. Oggi l'illusione felicista è dissolta, rimane soltanto la cruda realtà: o siete tra i (pochissimi) vincenti o sarete tra i (moltissimi) schiavi. Ecco il culto fanaticamente aggressivo che porta il 70%

 

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dei giovani francesi a votare per Sarkozy: terrorizzati di essere tra i perdenti, saranno perdenti ma non prima di averci provato, votando per i vincenti.

Il neo-neoliberismo della disperazione

 

Da questo punto di vista la manifestazione che Liberazione e Il Manifesto hanno lanciato per il 20 ottobre è un bidone. Mi dispiace doverlo dire perché comprendo il sentimento con cui Liberazione e Il Manifesto hanno lanciato l'iniziativa, ma penso che si tratti di un bidone. Non solo perché viene, come dice sulla Stampa Barenghi, a babbo morto, dopo il voto sulla finanziaria, ma perché procrastina indefinitamente l'illusione che sia possibile modificare qualcosa manifestando martedì contro ciò che è stato votato lunedì.

Non è affar mio discutere di quel che deve fare Rifondazione o gli altri gruppi parlamentari della sinistra. Che votino a favore di un governo che fa esattamente il contrario di quello che essi affermano, o che rompano, mettano in crisi questo governo e aprano la strada ad elezioni pericolosissime, a questo punto fa poca differenza. Qualcuno dopo che così ritorna Berlusconi. Perché, se ne è mai andato? C'è mai stato un momento in cui Mediaset fosse più dominante sul piano mediatico finanziario e politico?

Siamo seri.

E' giunto il momento di riconoscere che la politica parlamentare non serve a niente, che il governo di centrosinistra non è in grado di modificare le linee fondamentali della politica sociale, e che la sinistra politica è irrilevante.

Manifestare contro le misure economiche di un governo che si appoggia con il voto significa mantenere in piedi l'illusione che la politica parlamentare possa resistere ai diktat del dogmatismo monetarista europeo. Forse è meglio dire le cose come stanno: la sinistra non è in grado di sottrarsi al ricatto.

L'unica possibilità di rompere il ricatto viene dall'autonomia della società. Al momento la società appare paralizzata: la precarizzazione del lavoro ha tolto ogni forza ai lavoratori e l'assenza di alternative ha tolto ogni capacità di ribellione alle generazioni emergenti. Ma l'equilibrio presente può franare nel prossimo futuro per effetto di una serie di catastrofi che si preparano nel ventre della storia mondiale: la catastrofe finanziaria in agguato nella crisi immobiliare americana, la catastrofe militare e politica della guerra fallimentare a cui l'occideente non può più sottrarsi come un pugile suonato incastrato nell'angolo, la catastrofe ecologica i cui effetti sono in pieno dispiegamento nel pianeta.

Smettiamola con le illusioni tipo "vuoi vedere che l'Italia cambia davvero". L'Italia non cambia, al massimo può sprofondare, e solo dallo sprofondamento possiamo attenderci una prospettiva nuova, oltre l'inferno presente.

Puntiamo tutto sulla catastrofe, perché non abbiamo altro alleato.

E nell'attesa che questo alleato si manifesti creiamo le condizioni culturali perché un comportamento autonomo della società sia possibile quando la catastrofe si verificherà.

Il ruolo politico che possiamo svolgere oggi non è altro se non quello di una critica delle illusioni democratiche: non c'è nessuna possibilità di mediazione politica con il capitalismo criminale contemporaneo.

Non c'è nessun interesse generale nella società, solo la lotta unilaterale e indipendente della classe precaria può restituire fiato alla società che l'assolutismo del capitale sta strangolando.

 

Bifo

http://www.zic.it/zic/articles/art_1373.html

copiato da Tundra

 

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Ciao Luciano.

 

Ieri ho visto il telegiornale, in genere guardo La 7, ma ho un problema di cattiva ricezione per cui il video si vede bene ma l'audio è rovinato da interferenze di una tv dei paesi dell'est, boh? Comunque ieri sera alle 20:30 ho messo su rai 2 (volutamente in minuscolo) e ho sentito parlare della Rivoluzione d'Ottobre in Russia. Mah? (Penso io), diranno le solite boiate con lo stesso stile usato per sminuire la grandezza del Che e purtroppo come al solito non mi sbagliavo e mi sono incazzato per l'ennesima volta perchè come contribuente di mamma rai vorrei sentire le notizie non le veline.

Pur avendo vinto le elezioni la Rai è ancora tutta in mano ai fascisti e leghisti della peggiore specie o filo partito democratico. Preciso che non vorrei una rai filogovernativa sempre e comunque ma indipendente, chiedo troppo ? Ho sentito il ns senatore Giannini di Rifondazione Comunista che attaccava il servizio del 24 ottobre del tg2 definendolo una vergogna per come aveva mostrato la rivoluzione d'ottobre a 90 anni dalla commemorazione, era il lontano 1917 ma oramai con questi ritmi di vita perchè guardare indietro? Avanti tutta a testa bassa! Dicevo ieri sera Giannini ha ricordato la lotta dalle angherie e dai soprusi dei contadini e del popolo russo contro lo zar e la nobiltà; un popolo che lottava per un tozzo di pane, la rivoluzione d'ottobre o rivoluzione bolscevica. E' stata una specie di rivoluzione francese, un riscatto delle classi più deboli stremate dalla fame e dalle carestie mentre gli aristocratici sguazzavano nel lusso e la guardia zarista e i cosacchi non esitavano a sparare sulle folle per stroncare ogni dissenso un pò come adesso in Birmania. Ha ricordato i grandi come il sindacalista Di Vittorio che muovevano i contadini contro lo schiavismo dei latifondisti pugliesi, insomma un discorso entusiasmante. Certo posso non essere d'accordo con lo Stalinismo, con la polizia segreta, con la paura del dissenso e della protesta, con la corsa agli armamenti e le sfilate militari degli SS20, con i privilegi alle segreterie di stato; non è questo il comunismo !  Nonostante le ottime intenzioni dei rivoluzionari da Lenin a Trotsky, in seguito purtroppo ci fu una deriva personalistica dei segretari del partito. Le repliche che ho sentito al bellissimo intervento di Giannini da parte di Buttiglione, Castelli e altri luminari della storia di Forza Italia sono state semplicemente scandalose. Ora negare che Stalin abbia mandato i dissidenti ai campi di deportazione (i gulag) in Siberia per rieducarsi, è ipocrisia; negare delitti politici altrettanto, ma stravolgere la storia è troppo. Ho sentito dire da colui che si definisce filosofo delle corbellerie enormi: in pratica a causa della rivoluzione russa (e come reazione all'espandersi del comunismo) sono nati i totalitarismi come fascismo e nazismo. Come dire c'è stato Hitler per colpa dei comunisti! In che mondo viviamo ? Siccome il livello di alfabetismo crolla drasticamente in tema di storia la gente crederà veramente a queste fesserie. Dimenticando che c'era un carteggio segreto tra Churchill e Mussolini per non far diventare l'Italia un paese socialista o comunista; Hitler ha bloccato sul nascere la repubblica di Weimar in cui i socialisti erano al potere in Germania. Sempre il filosofo ha aggiunto che non bisogna dimenticare Lec Walesa e Solidarnosc e soprattutto Giovanni Paolo II perchè il comunismo ha eliminato la religione dalla vita ricordando gli operai polacchi che protestavano contro l'invasore sovietico. Strano l'orso yoghi che invece si dimentichi degli operai italiani che fanno una vita ormai da miserabili e che si affidano a qualche santo o si suicidano come è successo qualche settimana fa a Tolentino in cui la moglie era stata licenziata e non potevano più pagare il mutuo! Dov'è lo stato vaticano quando succedono queste cose? C'è però quando si tratta di incassare 4 milioni di euro con l'8 per mille! Non dimentichiamo però che ci sono molti preti in gamba socialmente impegnati e io ne conosco alcuni che stanno veramente dalla parte degli ultimi alla De Andrè magari vergognandosi delle gerarchie ecclesiastiche ma senza poterlo dichiarare che vanno in giro col Manifesto sotto braccio. La Polonia del colonnello Jaruzelski ricorda un pò il romanzo di Orwell 1984 in cui in uno stato utopistico incrocio tra la germania nazista guerrafondaia e l'unione sovietica stalinista primi anni '50 la persona era controllata dalla psicopolizia; l'amore tra 2 persone era vietato; il pensiero libero un tabù; conflitti continui tra Oceania ed Eurasia; notizie date come veline che andavano modificate all'occorrenza (un pò come fa Mazza al tg2).

Il bello è che il tg2 ieri sera si scusava ipocritamente col pubblico mostrando prima Giannini e poi gli attacchi dei fascisti come se questi ultimi dicessero la verità e il senatore comunista un volgare accusatore del servizio pubblico.. Il senatore Castelli, ex ministro di grazia e giustizia (certo non è che madre mastella di Calcutta sia un gran che! W De Magistris), nonchè collega (è un ingegnere questo qui! ma come fa? rovina tutta la categoria), ha detto quattro corbellerie ma la cosa peggiore è stata detta da un paio di senatori di forza italia. Uno di loro ha detto che la Polonia fu invasa da Hitler grazie al patto Molotov-Ribbentroff ! In pratica siccome c'era questo patto di non belligeranza, allora Stalin aiutò Hitler ad invadere la Polonia. Io suggerirei un esame a questo senatore per vedere se fa uso di sostanze stupefacenti; l'aggressione alla Polonia del 1939 fu il primo passo del dittatore per aprire il fronte orientale. Quel patto venne suggellato per tenere momentaneamente buono l'orso sovietico e poterlo colpire poi alle spalle, ma quanto di questo sa un ragazzo delle medie o delle superiori? Il modo in cui venivano presentati questi ciarlatani della storia, questi revisionisti mancati è stato un colpo alla democrazia.

In genere sono un non violento ma suggerirei ai ns senatori di munirsi di pomodori e uova marce e ogni volta che a Palazzo Madama si sentono dire certe stronzate (architettate ad arte stiamo attenti), non esitate a lanciarle contro questi pagliacci! Vogliono ridurre il nostro paese ad una dittatura stile Cile di Pinochet.

W la Rivoluzione d'Ottobre ! Contro tutti gli zar di ieri e di oggi (magari senza ucciderli ma esiliandoli)! W il Comunismo quello puro del termine in cui l'uomo conti ancora qualcosa e non sia ridotto a merce o a semplice consumatore dei loro ipermercati vedendo tv lobotomizzate.

Se ne vada il Direttore Mazza dal tg2, è una vergogna al giornalismo.

Saluti rossi

 

Gianfausto De Dominicis

 

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IL PASSAGGIO DELLA VITA

 

 

 

Il passaggio, anche se breve,

lascia il segno.

Ti fa scoprire

quanto siamo piccoli,

cercando tra piccole scuciture

quello che dovrebbe essere il futuro:

farti affermare in futuro!

Se tutto ciò non accade,

non dimenticare che

questo breve tempo

non l’hai  bruciato;

hai lasciato qualcosa

che nel tempo

farà riflettere gli altri!

 

 

 

COME  COMINCIAI A CONSUMARE LA MIA ADOLESCENZA!!!

 

 

Mi alzavo presto

ed ogni mattino

mi mettevo in viaggio

aggrappato al mio

attrezzo di lavoro: “la zappa”.

Con questo arnese

            cominciavo la mia giornata lavorativa.

Quante volte mi veniva lo sconforto

per troppa fatica,

però, piccolo attrezzo,

amico della mia vita,

non mi hai mai deluso.

Sempre pronta a dissodare il terreno,

questo si apriva con un colpo solo;

così hai aperto il mio cuore verso l’amore;

amica delle mie avventure

non abbandonarmi mai

altrimenti non saprei

come far nascere il  frutto

che mi ha sempre tenuto in vita!

 

 

 

 

 

Luigi Dezio in arte Popò

 

 

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BERL ino è in Germania

BERL ina è cosa Ridicola

BERL inguer è Morto

BERL usconi è Vecchio

 

 

 

Antonio Abati, sagacissimo scittore-poeta del 600, grande teorico della satira, scrive di una vecchia grande amante del trucco. Un giorno, tale vecchia muore (perché da vecchiaia a morir è cosa corta) ed alcuni notarono che a dispetto della morte…….essa aveva ancora una buona “ciera”.

 

Certo è che Voltaire, invece, invecchiò tanto da apparire quasi dimentico del suo dover morire: quasi si fosse scordato del Memento-Mori……..inutile rappresentarlo rugosissimo questo spirito ribelle che però al buio tremava come una foglia………..bandieraio.

 

Berlino è stata Capitale della Germania, poi della Germania-Rossa quindi della Germania-Tedesca.

La Berlina è sempre cosa ridicola, poco polisemizzabile.

Berlinguer ci ha lasciati “compromessi” con la storia.

Berlusconi ancora vive rincorrendo primierati-premierati e polemiche, stando fermo sulle sue gestioni-questioni-proposizioni-padronanze-italicotelevisive cioè visibili da stivali lontani: noi infatti mai potremmo vantarci di averlo mai visto da vicino………non abbiamo interesse alcuno verso cotanto personaggio.

 

Berlusconi è un personaggio?

Dicono alcuni etimologi-semantici che la campana suona, suona sempre ed-anche perché essa è sorda! Per-continuativo e suonare-suonare……….suona sempre ……… e non ascolta mai. Almeno Aristippo si inginocchiava a Dioniso per farsi ascoltare. Almeno Aristippo, venendo irriso per questa sua lordosità………. potè scusarsi dicendo che “non è mia la colpa se questo Dio ha le sue orecchie ai piedi!”

 

BERLinguer veniva da un partito “rosso” e-ma-però egli lo rese “rosa”. Poi morì.

BERLusconi viene da un partito “non-rosso” e-ma-però lo rende grigio. Ed ancora campa.

Berlino e Berlina sembrano una coppia omofona e non lo sono.

 

Quale epitaffio domina la tomba del Berlinguer? (non ne abbiamo conoscenza, come non ne abbiamo di altri suoi simili riformisti-riformatori-revisionisti-antirivoluzionari………che la rivoluzione la intesero come questione marxista………cioè del XIX secolo.

 

Curiosità di molti sarà, FRA MILLE ANNI, sapere di quale epitaffio godrà la tomba-mausoleo di Berlusconi! Quale cioè sarà stato ritenuto il più idoneo a cotanto uomo che già vanta una vita vissuta sia nel secondo che nel terzo millennio. Empedocle riferisce di un medico al quale venne elargito un epitaffio del tipo: “Eccelso cumulo all’eccelso uomo da parte dell’eccelsa sua patria…….” . Non sappiamo se esso sarà gradito o se non sia capace di rendere giustizia piena ai meriti di un politico-gestore della italiana Res-Publica. Publica con una “b” perché è latino. Gli italioti ne pretendono due a dispetto di molti europei onde noi dobbiamo dire RepuBBlica e così loro son contenti.

 

Catullo non augurava la morte di alcun potente. Catullo al caso si chiedeva come mai facesse lui stesso a vivere, moraris emori, mentre governavano-comandavano Nonio e V. scrofolosi consoli.

Catullo, la sua sensibilità di poeta, ci insegna-riferisce che lui neanche sa se Cesare abbia i capelli bianchi o neri. Né noi sappiamo del colore, “albus an ater”, dei VERI capelli del nostro altalenante premier.

Sappiamo solo che Aristofane irride quel tale il quale argomentava e proponeva circa la salvezza dello stato…….. . Non è capace neanche di salvare i suoi capelli e …….. .

Come non evidenziare con forza allora che il “nostro” premier è stato capacissimo di salvare ciò che gli sovrasta le tre meningi? Avrà inficiato Aristofane?

 

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Ma quale medico ha ringiovanito il nostro premier? Quale echippe-equippe-equina-equa-giusta è stata capace di ringiovanire uno che è nato nel secondo millennio e vive sorridente nel terzo?

Dicono, gli storici, che Esculapio aveva il vizio di rivivificare i morti, molto prima che Gesù vivesse e risorgesse esemplarmente.

Dicono che lo stesso Giove, inviperito, fulminasse Esculapio per eccesso-mania di strapotere.

Dicono, altri, anche dotti clericali, dicono che l’Araba Fenice vivesse 500 anni e che non stanca né doma rinascesse dalle proprie ceneri.

Ma questo è un caso più unico che raro………..tranquilliziamoci quindi.

 

Morire e morti e morto e morta-della la quale invero vien da mirto, dal mirto che era frammisto a carni tritate e trite ed insaccate in disturbanti sacchi stomachevoli al pensiero di addentarli. Fortuna che la mortadella ci vien servita-venduta-proposta in fettine sottilissime e gustose ai palati dei buon gustai, i quali son poi quei che mangiano panini e mangerebbero tutto, tanta è la lor fame.

 

Forse la mortadella non morirà mai, né vale quindi donarle epitaffi. I nostri doni son solo “letterarali” di “parole”, né possiamo permetterci altro.

Noi non sappiamo se un domani, vicino o lontano, un premier moderato sarà ricordato più per alcunché o per affinità ad insaccati bolognesi. Né possiamo prolungare la sua vita.

Né sappiamo se quelli di Arcore godano di vita più lunga del necessario.

Come neanche sappiamo, abbiamo capacità di allungare la vita di alcuno.

Neanche il fraticello descrittoci da Voltaire seppe più se salvare un operaio che precipitava dal muro.

Il fraticello fermò la caduta ed andò a chiedere permesso di salvazione ai suoi superiori.

Pazienza se il precipitante rimase stranito in attesa, a mezz’aria!

 

Cos’è alfine la morte per un momento vissuto in Paradiso……..dice-scriveva Schiller!

Se poi ascoltiamo i servi del Signore dobbiamo convenire che potremo adire a estasianti recinti ultraterreni.

Né noi siamo convinti eraclitei, proprio no! Non amiamo essere espulsi come la mer…., copros, da………. .

Anche se già i Romani pretendevano di seppellire fuori dalle cinta murarie i morti: pagani incivili!

 

Noi si augura a tutti, nessuno escluso, di godere di una fine degna!

Senza rimorsi verso quelle vivificate da Speusippo, Cornelio Galba, Luigi Gonzaga ed uno dei nostri papi…..i quali, a detta di Montaigne, morirono tra femminee cosce.

In fondo la morte altro non è che un-il viaggio estremo, il più lungo, l’ultimo, l’estremo al quale ci accingiamo senza muovere piede………..così intende Dejanira di Sofocle.

E tante altre cose e tanti auguri a tutti coloro che nell’estremo ………… rimpiangono quanto da vivi non han saputo realizzare né seguitare.

 

Quei gran vanitosi i quali vantano di essersi fatti da soli forse rinnegano la loro stessa madre e con tutti gli altri finiranno nel seno della loro madre antica-Palai-Mater-laTerra.

 

Eppure, nella nostra modestissima dignità, quanto grandemente adiremmo veder esaurita una nostra proposizione epitaffica.

Quale vanto sarebbe per noi sapere che un nostro epitaffio è stato prescelto da un gran premier!

Visse esso bene o visse men-bene ……… peperò alfine ha scelto questo degno epitaffio!

Petrarca suggerì al suo amico papa di scrivere sulla sua tomba come quel morto che morì a causa dei medici: “La moltitudine dei medici mi ha ucciso”.

I medici odiarono a morte questo Francesco ed una gran polemica ne seguì.

 

Il pugile Api morì pianto dai suoi sfidati avversari: essi gli furono tanto riconoscenti che vollevo questa epigrafe sulla di lui tomba: Da lui nessuno subì mai ferite. (teste Lucilio).

Né noi vediamo ferite nei di Lui avversari-sfidanti, forse invettive, alcune.

E Farfarlo di Baudelaire tanto si immedesimava in scritti altrui da sentirli suoi, tanto li sentiva suoi che finiva per sentirsene autore. Ecco cosa vorremmo consimilarmente noi, aver offerto alcuna idea di epitaffio per ……… il quale poi lo scegliesse e lo proponesse per il suo luogo consacrato al contenimento dei suoi resti.

 

Sofocle scriveva che il nemico neppur da morto diviene amico.

Noi se avissimo a ritrovare un nostro epitaffio…………..certo proveremo-proveremmo una sensazione forse indescrivibile. Dicono, dicono che la famE non faciliti alcuna famA ……….anzi essa, la prima, fa morto. E quanti han fame, quanti si avviano a regimi ove la fame si sviluppa, che possano almeno godere della fama di aver saputo offrire un epitaffio degno di essere accettato.

 

La ricchezza, le ricchezze, fanno rima con fame, con la fame di altri……..voglia il BuonDio gratificarne uno di aver saputo proporre un degno epitaffio e da ciò trarne immoritura FAMA.                              

                           StelioSoriani

 

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Gli ultrà sono comprensibili ma non giustificabili!

Perchè non organizzano un campionato parallelo?

 

 

 

            I giovani  ultrà che protestano sono sicuramente comprensibilissimi per tanti motivi: il calcio fa schifo perchè è corrotto, pieno di droga, le partite sono diventate incontri di rugby non di calcio, il giocatore è diventato una merce, il Dio denaro la fa da padrone  e lo spirito sportivo fa parte del lontano passato. Se a questi problemi aggiungiamo anche il fatto che i giovani ultrà non trovano lavoro, vivono in una società che fa altrettanto schifo, anche di più,   senza prospettive per il futuro, anzi con un “futuro nero” davanti, viene voglia di giustificarli e di assolverli. Ma non è così!

            Rimangono comprensibili ma non giustificabili perchè lo sport non è l’aspetto più importante della vita nè della società. Possono benissimo non andare più a vedere le partite e farebbero molto bene, secondo me.  Rimangono non giustificabili anche perchè non sono gli unici a subire ingiustizie in questa società: ci sono decine di milioni di cittadini che subiscono ingiustizie peggiori delle loro da quando nascono fino alla morte. Dovrebbero capire che vivono in un sistema sociale che si regge sull’oppressione e l’ingiustizia, che è così non solo l’Italia ma il mondo intero, e che è un problema storico.

            Poichè non capiscono le radici dell’ingiustizia che si riversa su di loro, come è stato con  il giovane Gabriele Sandri ammazzato sull’autostrada da un poliziotto assassino, reagiscono con rabbia per “scassare tutto”. Perchè arrabbiarsi? Non è mica la prima ingiustizia che subiscono, tantomeno la massa degli sfruttati italiani. Perchè non si uniscono ad essa nello spirito e nei sentimenti? Non si tratta di cambiare solo lo sport ma l’intera società.!

            La reazione rabbiosa blocca il cervello e porta solo a distruggere. Invece la reazione cosciente, dettata soprattutto dall’amore per gli esseri umani e dalla consapevolezza dell’esistenza di un Potere organizzato, fa pensare e porta a soluzioni costruttive-armoniche. In questo modo la propria rabbia evolve, con il ragionamento, e diventa uno stimolo per cercare soluzioni ai mali da cui si è colpiti. Si è obbligati a passare dalla rabbia individuale o di categoria, come è il caso degli ultrà, alla ricerca di una giustizia per tutti , cioè di soluzioni che portino a vivere meglio tutti. Così  si sviluppa l’altruismo  e l’amore.

            Una reazione costruttiva da parte degli ultrà potrebbe essere, secondo me, l’organizzazione di un “Campionato parallelo” , che sia l’antitesi di quello ufficiale, dove si gioca senza percepire soldi, dove gli spettatori entrano gratis, dove non vince il migliore ma vincono tutti, cioè la spettacolarità, la fraternità tra i giocatori e lo spirito collettivo. Il migliore ed il peggiore sono gerarchie inventate dal potere, che non dovrebbero esistere. L’unico metro di misura è l’Essere umano, cioè un essere ancora da scoprire dentro di noi,  che oggi esiste solo allo stato potenziale, tutto da sviluppare. Aiutiamolo a venir fuori!

Anche se vince la squadra tecnicamente superiore non ha nessuna importanza. La cosa principale è che l’incontro si svolga in armonia e bellezza tra i giocatori e gli spettatori. Il concetto di vincitore e perdente dovrebbe scomparire. Lo slogan “Vinca il migliore”  è un concetto liberale-borghese che premia il primo e l’indivualismo. Io sono per il concetto  collettivista  proletario che premia il collettivo, il suo spirito, la sua filosofia  e la sua armonia.

La reazione cosciente ed altruista, come il campionato autogestito che io propongo, invece che rabbiosa, non porta ad evitare la violenza dello Stato, nè la propria, ma porta ad essere capiti ed appoggiati dalla parte migliore della  popolazione. Il che è molto importante! La violenza dello Stato è inevitabile! Ma questa si affronta insieme a milioni di persone, non da soli o con piccoli gruppi, né come un problema a sé. Naturalmente la mia è una semplice opinione!

 

Antonio Mucci

 

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Arte concettuale e concetto dell'arte


L'abbandono come forma di creazione del proprio io é l'antitesi stessa della razionalità con cui questa vita ci impone i ritmi, ma diviene esaltazione se a vivere l'esperienza é la sensibilità artistica che sicuramente é in ognuno di noi, latente magari, ma esistente. Ed é questo che l'arte ha il dovere di coniugare: ratio e psiche che é = all'abbandono formale dalle costrizioni dell'attuale. Giochiamo sulle spalle sempre degli altri le scelte sociali, politiche, in un menefreghismo che non genera nulla se non la reiterazione dello stesso. Ecco l'arte che nella sua libertà espressiva diviene archetipo di un'alternativa possibile. Questo se, nel frattempo, non fosse intervenuto a far man bassa dei pensieri e delle determinazioni artistiche il mercato, che avvalendosi della sola struttura commerciale, avalla tesi sempre più distanti dalla realtà senza intervenire nel contesto e nella specificità. Ecco quindi che, l'arte, diviene smarrimento, smarrito dalle masse e come tutte le genesi sociali attuali strumento per pochi ignoranti e perversi governatori del pianeta. Ancora quindi, la vera rivoluzione annulla quest'ultima tendenza e vive della clandestinità sociale dell'arte vera, condannata a fanalino culturale in realtà che di culturale, se non negli stereotipati canoni prodotti dal consumismo, non hanno nulla se non la garanzia di se stessi e delle proprie non teorie. Non che l'annullamento teoretico é una non possibilità, ma lo diviene quando ciò é funzionale solo al mercato possibile. Ed allora l'annullamento del non pensiero dominante deve necessariamente scontrarsi con chi nella sovrastrutturata genesi concettuale, oltre a non dire niente di nuovo se non nell'apparenza, degenera l'arte ad una mummificata esperienza per pochi, alto borghesi, sia nei termini che rimangono comunque oscuri anche a chi se ne avvicina, che nelle intenzioni. Il nulla assoluto viene così proposto come verità identificativa ed identificante dell'attuale che però non corrisponde a null'altro che alle classi dominanti che, di fatto, hanno un menefreghismo generico nei confronti di qualsivoglia sistema che trascenda dal proprio benessere.
Il motivo, questo, che genera difficoltà esistenziali a chi dell'arte ne ha fatto uno scopo sociale -come dovrebbe essere- e non strutturale. Oggi quindi viviamo l'ennesimo periodo rivoluzionario con un nemico che non si palesa mai perché é insinuato nel sistema e negli schemi comportamentali difficili da rompere. A tal senso é ancor più importante il contatto tra le gocce d'acqua sparse affinché esse divengano fiumi in piena....  
L'arte concettuale nata a partire dalla metà degli anni 60 venne identificata nella terminologia da J. Kosuth che cercò di svincolare l'arte da ogni riferimento emozionale. In tal senso, l'aggancio alla filosofia più che all'estetica, creò capolavori che cercavano di liberarsi dalla mercificazione. Un periodo di cambiamenti dove il tentativo di annullare la possibilità, oggi realizzata, del mercato globale (compreso quello dell'arte), veniva messo in discussione dagli artisti che nel tentativo di avallarsi ed avallare la società da tutto ciò diedero vita ad azioni e movimenti svincolanti da ogni tipo di persecuzione mercantile. Fu così che all'arte cosiddetta "concettuale" si affiancarono: l'arte povera, la body art, la land art. Come tutti i tentativi in tal senso risultarono validi negli intenti ma fallimentari nella realtà. La body art venduta alla pubblicità, l'arte povera pagata a caro prezzo, così come la land art. Tutto, quindi, rientrato nei canoni di un mercato che astraendo l'opera dal sociale, diviene appannaggio di pochi o pochissimi che in prospettiva di un accaparramento che nulla aveva a che fare con la conoscenza, pensavano all'investimento oltre che economico anche d'immagine. Altro tentativo di svincolo mercantile dell'arte venne ed é tentato dalle installazioni e dalle performance che esistono solo nello spazio in cui vengono realizzate. Qui, oggetti di culto, sono divenute le progettazioni e le documentazioni degli eventi riuscendo così a dribblare il problema dell'acquisto possibile, ed anche le installazioni sono divenute merce da ri-installare nelle gallerie, abitazioni, musei. Niente da fare quindi sotto questo profilo. Ecco quindi che l'oggi trova ancora sostenitori di un pensiero che si é tradito immediatamente dopo la sua nascita. L'annullamento dei riferimenti ha di fatto garantito non solo la restrizione divulgativa delle intenzioni artistiche, ma soprattutto l'idea dell'astrazione dal riferimento figurativo eliminando l'uomo come soggetto possibile. Se un valore, quindi, l'arte concettuale e le correnti che ne sono seguite ha avuto, é nell'anticipazione epocale dell'attuale astrazione sociale dal riferimento umano verso l'unico dio chiamato mercato che giustifica ogni gesto e violenza. Lo sforzo denunciante dell'arte, soprattutto dopo l'avvento della fotografia che ne liberava la rappresentazione storica ed eventica, non é riuscita a sfaldare le fondamenta che parallelamente si andavano creando sulla base del valore economico e non sociale dell'esistere. L'oggi quindi pone l'arte davanti ad un bivio che non può più essere rinviato: l'avallo del sistema politico-economico del pianeta e la conseguente accettazione del tutto possibile astraendosi, magari, nel virtuale (vedi la cyber-art), o indirizzandosi verso il mercato con una produzione e filosofia che rimetta in discussione le scelte in corso attraverso la costruzione di una coscienza che non sia collettiva (come la tendenza vuole) ma individuale come forse non é mai stata. La attiva partecipazione al mercato come formula per condizionarlo e condizionare le scelte a venire.
                            

Pino               irash59@gmail.com

 

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L’UOMO – LA NATURA – L’UNIVERSO

 

 

Mi sembra ragionevole ammettere che noi siamo il prodotto del continuo movimento evolutivo della natura. Nel processo evolutivo, anche dopo aver raggiunto una forma apparentemente definitiva, come quella attualmente da noi assunta, non ci rendiamo mai completamente autonomi, ma continuiamo ad essere sempre dipendenti dal lentissimo processo di trasformazione della natura. uesto significa che Questo significa che il permanere nella nostra attuale condizione, dipende dal non modificarsi dello stato attuale della natura; e quando allarghiamo il nostro spettro mentale fino a contenere, per quanto possibile, l’immagine dell’intero universo, con malinconica sorpresa ci accorgiamo quanto insignificante noi siamo dentro questo contesto. Se la nostra creazione è frutto di una volontà, anche s’è divina, per quanto mi sforzo di comprendere, non riesco a trovare né una ragione né la necessità della nostra esistenza. Provate ad immaginare una nostra repentina sparizione dalla faccia della terra; cosa cambierebbe? Chi se ne accorgerebbe? Chi sentirebbe la nostra mancanza? Ciò nonostante, continuiamo a darci una tale importanza che, con una buona dose di indulgenza, può fare finanche tenerezza. Noi dalle dimensioni più piccole di una particella elementare, quale un leptone o un quark, rispetto a l’universo; e con una permanenza in vita, rispetto al tempo in assoluto, così breve, da poter dire di non essere mai esistiti, continuiamo a credere che ci sia un creatore, che sembra non avere nessuna altra preoccupazione che noi, e che oltretutto ha inventato, proprio per noi solo, un paradiso per premiarci e un inferno per punirci. Ma cerchiamo di essere un pò seri! Io non sto qui per affermare nuove verità ne per apportare nuove rivelazioni, ma per smentire, per quanto mi riesce, la presunzione di

 

 

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coloro che affermano di sapere. Pertanto se vogliamo essere un pò più ragionevoli, dopo aver ripulito il nostro cervello da tutte le incrostazioni di credenze religiose e ideologiche conficcateci, dobbiamo più modestamente riconoscere che l’universo e le sue leggi, non sono in funzione dell’uomo. Al contrario l’uomo è appena e solo il risultato involontario di un mondo indifferente a ciò che produce. Secondo la scienza, una delle condizioni che regola la nostra vita sulla terra è l’azione esercitata dal sole. Se per es. le cosiddette “forze deboli” che governano la combustione  dei neutroni nel sole, alterassero la loro azione, in più o in meno non importa, noi avremmo sulla terra una forma di vita, se la vita non si spegnesse, completamente diversa da quella  attuale e molto difficile da immaginarla. Certo è che molte cose sparirebbero ( fra queste noi, almeno così come siamo fatti oggi ) e molte altre apparirebbero. Ma anche in questa nuova situazione, potrebbe sempre apparire qualcuno in veste di messia che dicesse che fu un certo signore dell’universo che fece il mondo così com’è, e non, come noi abbiamo ipotizzato, la modificazione del sole a cui nessuno presenziò.

 

Giorgio Fioretti

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L'occidente ha paura di perdere la sua egemonia

 

di Luciano Martocchia

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Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendermi e non c'era rimasto nessuno a protestare.
(Bertold Brecht)


Così, con questi versi, Brecht descriveva la nascita del nazismo. Dilagano fenomeni non inediti di razzismo a seguito di spiacevoli fatti criminosi, non inediti, perchè gli spiacevoli avvenimenti  che stanno caratterizzando la cronaca di questi giorni  assomigliano molto agli avvenimenti che caratterizzarono la nascita del nazifascimo in Germania negli anni '30.

Amplificare al massimo ogni episodio di crimine commesso da uno straniero immigrato, costruirci sopra una campagna d'odio contro tutti i connazionali del malfattore, contro le classi socialmente più discriminate, come i rom, i neri, i musulmani  ecc., la logorroica strumentalizzazione mediatica dei neo fascisti nostrani e dei politici più in vista come Berlusconi e Fini, attraverso i loro giornali e le televisioni di loro proprietà, porta a fare simili paralleli. Per loro è solo squallido tentativo di cavalcare emozioni popolari all'indomani di tragici fatti di sangue, puro tentativo di sciacallaggio politico, ma comunque non bisogna affatto sottovalutare il fenomeno e ricondurlo a semplice manovra elettoralistica.

Io sono stato sempre molto diffidente verso allarmismi che spesso venivano proposti da molte parti della sinistra in passato, ma questa volta un minimo di riflessioni va fatto. Perchè in Italia trovano consenso ormai queste campagne di criminalizzazione verso i rom, i lavavetri, i musulmani, i romeni, i cinesi, ecc.? Come mai assistiamo che queste campagne non vengono ormai più condotte da esponenti della destra estrema, ma vengono fatte proprie anche  da sindaci di centro sinistra delle più importanti città quali Bologna, Torino, ecc.  e come mai vengono amplificate dagli editoriali pubblicati da giornalisti di primo piano, come quello di alberto Ronchey sul Corriere della Sera, di qualche tempo fa, "L'invasione dei nomadi"? Ronchey addirittura a sostegno delle sue tesi si mette a citare Indro Montanelli in un commento scritto durante il periodo dell'emanazione delle leggi razziali nel 1938. Scriveva Montanelli con un sapore  noncelato razzista   "Nel '39 mi trovavo in Albania, ..... In quel viaggio imparai sulla vita degli zingari molte cose, ma soprattutto una. L'inutilità di spiegargli il motivo per il quale eravamo inseguiti spesso a fucilate da contadini e pastori, che poi era uno solo. Rubavano tutto quello che trovavano per le strade, agnelli, galline, farina, attrezzi... Ma non si rendevano conto di ciò che facevano perché il concetto di proprietà non era mai entrato nei loro cervelli.."

Un appello alla difesa dei valori occidentali contro l'invasione dei barbari ( i cinesi , gli zingari e i rumeni) nasconde invece la ormai deflaiance del sistema capitalistico globalizzato mondiale, un nuovo makkartismo che detta regole ad un'economia asfittica che deve attingere alle scarse risorse rimaste all'occidente per via dei tassi d'incremento del PIL che s'è imposto per sopravvivere , con un modello di sviluppo logoro basato ormai sulla corsa agli armamenti ed alle invasioni di stati ricchi di materie prime.

L'occidente oggi ha paura di perdere la sua egemonia su un nuovo mondo emergente e strano e sconosciuto  , diverso, ritenuto barbarico e questa paura fa proliferare appelli alle origini cristiane dell' Europa e  le nuove crociate incrementano  la deriva nazionalistica, facendo dilagare il razzismo. Ricordiamoci che la paura è stata la causa principale della nascita del nazismo e  la paura delle nascenti  organizzazioni sindacali operaie inculcata agli  agrari ed industriali italiani del 1919-20 che temevano anche  il  dilagare degli ideali della Rivoluzione d'ottobre in Russia , hanno permesso la nascita del fascismo in Italia.

 
Luciano Martocchia                 lucianomartocchia@virgilio.it

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LA POLEMICA

 

 

            La polemica, nel campo politico, è il corrispettivo della competizione nell’economia. La polemica è un frutto della proprietà privata. Svolge lo stesso ruolo che, nel mercato capitalistico, esercita la concorrenza tra le merci. La differenza è che essa si svolge tra le persone, che però vengono ridotte a merci perché l’una deve vincere la concorrenza dell’altra, dimostrando di essere migliore, a tutti i costi. 

 

In un rapporto umano, senza proprietà da spartirsi, né partiti od altre organizzazioni da difendere, completamente disinteressato, libero, volontario, tra amici, la polemica non ha senso. Ci vuole la fraternità e l’aiuto reciproco, anche se si tratta del semplice campo intellettuale.

La  polemica è rivolta ad affermare la propria opinione. Secondo me non si dovrebbe fare.

           

Non è necessario né giusto affermare ovvero imporre le proprie opinioni. Non esiste un’opinione superiore o migliore  dell’altra. In senso oggettivo sono tutte uguali. La cosa più importante è rispettare le opinioni e le idee altrui, non attaccarle o azzerarle.

 

La mia preoccupazione principale, nelle discussioni, non è quella di polemizzare  ma di poter esporre quello che penso. Naturalmente lo stesso principio vale per tutti, non solo per me. Sto parlando della libertà di espressione. Secondo me,  è l’aspetto principale da garantire in un dibattito, dopo di che chi vuole polemizza, chi no ne fa a meno, sempre in nome ed in rispetto della libertà. Gli interventi si sommano e non si “sgomitano”.

 

Personalmente non mi preoccupo di controbattere le critiche che mi vengono fatte ma di rispettare l’opinione dell’altro.

 

Se ritengo giusta la critica, l’accetto. Se non la condivido, cerco di risalire alle cause dell’intervento dell’altro per agire su di esse in modo da farlo pensare e riflettere. Per questo motivo le mie risposte alle critiche sono quasi sempre indirette, alla larga.

 

Mi comporto in questo modo perché non credo nella possibilità di convincere una persona su problemi molto importanti con una discussione. Se ciò dovesse avvenire, questa persona dimostrerebbe di essere molto superficiale e inflluenzata positivamente solo da un insieme di circostanze. Il giorno dopo o la settimana successiva, se non ci sono più “le circostanze favorevoli”, essa cambierà di nuovo idea. 

 

La convinzione è un concetto molto profondo, derivante non solo dalla propria conoscenza culturale ma soprattutto dall’esperienza della propria vita, in cui intervengono tanti fattori di tipo economico psicologico le gioie i dolori l’infanzia l’adolescenza e tutto quello che viene dopo, naturalmente fino dove uno ha la fortuna di arrivare……A parte gli scherzi…….voglio dire che nella formazione della convinzione interviene tutto il “proprio vissuto”. Per questo motivo avviene, molte volte, che alcune persone rimangono senza parole, senza più argomenti da controbattere  però non cambiano la propria idea. La logica non può spiegare tutto!

           

Io non credo nella polemica ma nella discussione fraterna, in cui la cultura si unisce all’affetto e all’altruismo. In questo modo non c’è bisogno di attaccarsi reciprocamente, ma si lascia il cuore aperto all’accettazione di ciò che è giusto, indipendentemente da chi lo dice.

                                                                                                                         

Antonio Mucci