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IL SALE - N.°68-69


Sommario

 

 

 

Il SISTEMA CAPITALISTA PRODUCE SPAZZATURA!

 

 

Ad Ariano Irpino è in corso una lotta dell’intera popolazione contro la riapertura della discarica  “Difesa Grande”. Ma non è l’unico paese. L’Italia è, è stata e sarà sempre più percorsa dalla lotta contro la spazzatura, cioè contro le discariche sia legali che illegali. Queste ultime sono sicuramente più delle prime, non solo, ma qualitativamente più pericolose perché composte da  materiale altamente tossico. Basti pensare alle numerose navi che hanno scaricato, e sicuramente continuano,  al largo di Ortona, in pieno Adriatico, rifiuti molto nocivi, tra cui barre di uranio. Il giornale “Il Centro” ha riportato questa notizia per due giorni, poi non ne ha parlato più. Inoltre a Bussi è stata scoperta una seconda discarica abusiva, forse peggiore della prima. La Campania e tutto il centro-meridione dell’Italia è con il problema che non riesce più a smaltire la propria spazzatura. Essa è talmente tanta che “le autorità” non sanno più dove metterla. “Vi ritroverete soffocati dai vostri stessi rifiuti” diceva nel 1854 il capo indiano Seattle in una lettera all’allora Presidente degli Stati Uniti  Franklin  Pierce. I selvaggi non erano loro ma gli invasori!

          Alcuni anni fa’ si diceva: “la spazzatura è oro!”. Adesso non lo è più……erano tutte bugie! Per fortuna che la popolazione si sta ribellando in forma compatta: Cittadini di Destra di Centro e di Sinistra tutti uniti contro il Governo e la logica dei padroni di anteporre il proprio profitto alla salute dei cittadini.

Una ennesima dimostrazione di tale logica è stato il comportamento avuto con il Commissario Bertolaso, cacciato da Ariano Irpino(Avellino) veramente “a furor di popolo”. Il Governo ce lo rimanda dopo 4 giorni scortato da un esercito di poliziotti per imporre la propria decisione. Ma che democrazia è questa? Questi governanti che parlano tanto di democrazia, non sanno nemmeno che cos’è! Il sindaco di Ariano Irpino, insieme alla giunta, sottoposto a forte pressione governativa,  ha ceduto ed ha firmato l’accordo con il Governo che prevede la riapertura della discarica per 20 giorni, dopo di che sarà chiusa e sarà concessa una somma di 5 milioni di euro per bonificare la zona. Tale accordo ha provocato la protesta e l’indignazione della popolazione che ha accolto il tradimento del sindaco con fischi, insulti e con uno striscione molto significativo: “Ringraziamo la politica locale per averci venduto”. Giustissimo! Nello stesso tempo ciò dimostra che bisogna “Agire fuori e contro le istituzioni”, autogestendo le lotte: se riaprire o meno la discarica lo doveva decidere la popolazione e non il sindaco con la sua giunta di “cacasotto”.   

“Le autorità”  si muovono con la logica di “Tamponare un’emergenza!”. Non è così perché questa è una situazione che dura da 13 anni, quindi non è di “emergenza” ma permanente, anzi in un crescendo esponenziale perché non si interviene sulle cause del problema ma solo sugli effetti.

            Per risolvere il problema spazzatura, secondo me, si deve intervenire all’origine della produzione.  L’aspetto principale non è quello di “punire i responsabili!”. Anche! Ma soprattutto non fabbricare più prodotti chimici pericolosi e cambiare il tipo di produzione. Bisogna fare altri prodotti che non hanno bisogno di materie prime nocive e che non lasciano residui dannosi nell’aria, nell’acqua e nelle persone.

            Per attuare una simile ristrutturazione economica è necessario che i cittadini agiscano con altruismo scientifico. Quando si parla di altruismo, si pensa subito solo al senso religioso della parola cioè al buonismo ed alla carità-elemosina. Il concetto marxista di altruismo scientifico ingloba quello millenario cristiano e lo eleva a scienza quando analizza la necessità per il  proletariato di “passare da classe in sé a classe per sé”, cioè di non lottare soltanto per il proprio miglioramento economico ma di unirsi a tutti gli sfruttati per creare una nuova società basata sulla giustizia e senza sfruttati. Con questa concezione dovrebbero agire le popolazioni in lotta contro le discariche, cioè preoccuparsi che esse non siano costruite non solo sul proprio territorio, disinteressandosi  se vengono fatte su quello del vicino, ma fare in modo che non siano costruite in nessuna parte;  queste popolazioni si dovrebbero preoccupare non solo della propria salute ma di quella di tutti. Per raggiungere questa finalità altruista è necessario che tutte le popolazioni in lotta contro la spazzatura non rimangano isolate, ma si uniscano. Tutte insieme dovrebbero eleggere propri rappresentanti, andare a fare volantinaggio e propaganda di ogni genere davanti alle fabbriche che producono materiale tossico, invitando i lavoratori a rifiutarsi di fabbricare simili porcherie, altrimenti sono corresponsabili dell’”incancrenimento” dell’ambiente e dell’uomo. Possono convertire la produzione della fabbrica: invece di fare prodotti spazzatura fabbricare altri prodotti puliti, utili alle popolazioni dei territori in lotta. Esse, con o senza l’appoggio delle istituzioni, devono impegnarsi ad acquistarli. Le popolazioni in lotta ed i lavoratori delle fabbriche tossiche devono fare in modo da sviluppare al massimo la partecipazione e la presa di coscienza di tutti, sulla base della democrazia diretta e dell’autogestione.

            Un processo del genere può essere portato avanti soltanto da semplici cittadini altruisti, che non hanno nessun interesse burocratico-istituzionale né profitto  capitalista da difendere, ma un semplice posto di lavoro, la propria salute, quella dei propri figli e la propria dignità. I partiti i sindacati ed i padroni, anche quelli “moderni”, sono contrari per una gretta difesa di interessi egoisti e per “cecità mentale”. 

            Una ristrutturazione della produzione come l’ho descritta sopra naturalmente non si può fare dalla mattina alla sera, però bisogna farla ed anche velocemente. I morti a causa dell’inquinamento sono già troppi. Ci vuole molta pazienza, sacrifici ed un agire “contro corrente” per raggiungere questa finalità, ma si può fare. Del resto bisogna mettersi bene in mente che questa è l’unica strada per uscire dalla crisi economica ed ambientale, ovvero dalla miseria e dall’imbarbarimento globale. Non ce ne sono altre! Diversamente bisogna credere ai “miracoli del Padreterno!”, oppure ai “maghi”, oppure all’eventualità che il Potere capitalista diventi “buono”. Più che all’ultima ipotesi, sarei propenso a credere alle prime due……….naturalmente sto scherzando!

            Se si pensa ai danni provocati dall’amianto, dalla plastica, dal cemento, dai gas di scarico delle macchine, dalle ciminiere delle fabbriche ecc. ci si rende conto di quanto sia antieconomico, costoso ed antiumano tutto l’apparato economico-produttivo dell’Italia di oggi. I rifiuti urbani della Campania si vogliono impacchettare e spedirli in Romania, un anno fa si inviavano in Germania……..ma quanto costa smaltire questi rifiuti? Se poi a queste spese di spedizione si aggiungono quelle per la raccolta,  per gli inceneritori, per la bonifica dei territori usati come discariche si arriva a costi altissimi. Se poi si aggiungono i costi indiretti per le discariche  abusive, le enormi spese per la loro bonifica, si arriva a somme non quantificabili per quanto sono enormi. Andando avanti nel ragionamento: se al costo economico dello smaltimento dei rifiuti aggiungiamo il costo sociale cioè il fatto che questi rifiuti , quelli legali e ancor più le discariche abusive,  inquinano l’aria l’acqua ed il territorio intorno a loro seminando malattie varie e tumori mortali tra la popolazione, io mi chiedo: che produzione è questa di oggi? Di  vita o di morte? Costruttiva o distruttiva? Io penso che si possa affermare con certezza che questo sistema produttivo distrugge molto di più di ciò che  crea.  In concreto produce spazzatura. Ciò avviene non solo nel campo economico ma anche in quello morale culturale sportivo e in tutti i settori della società.

         Ho l’impressione che ci troviamo di fronte  un apparato industriale che produce 5 e spreca 10, cioè va in deficit di -5. Qualsiasi azienda fallirebbe: la  FIAT  se dovesse rimborsare i danni provocati dai gas di scarico delle sue macchine – essi contribuiscono al surriscaldamento del pianeta, alle alluvioni, nubifragi, scombussolamenti climatici, straripamento dei fiumi, distruzione di ponti strade case  macchine  raccolti agricoli animali ed Esseri umani – avrebbe già chiuso bottega da tempo e gli Agnelli starebbero a fare i camerieri. Stesso discorso da farsi con i padroni delle fabbriche di plastica: perché non pagano loro i costi  ed i danni  dovuti a questo tipo di materiale tenendo presente che per riciclare in forma naturale una busta di plastica ci vogliono più di 100 anni e che per distruggere questo prodotto è necessario un procedimento speciale?  Perché non pagano le spese per gli inceneritori? Questo insieme di padroni costituiscono l’apparato capitalistico industriale chiamato “azienda Italia” che pur  producendo 5 e sprecando 10, come ho ipotizzato sopra, non va in fallimento per il semplice motivo che le 10 di spreco le impone con la forza al cittadino attraverso le tasse, mentre le 5 di guadagno se le intasca tutte pulite il padrone.  Un padrone che non sa nemmeno dove sta Bussi sul Tirino, però capace di sfruttare ed ammazzare persone senza nemmeno farsi vedere. Questo è il cambiamento rispetto al vecchio padrone, che lo guardavi in faccia. Adesso non lo vedi nemmeno più, però non si è “volatilizzato”: è sempre lì a sfruttarti ed ammazzarti.

          Il sistema produce spazzatura ed il cittadino ne paga i danni sia a livello economico che fisiologico. Per cui esso sta diventando sempre più incompatibile con la vita stessa: o l’uno o l’altra. Quando si dice: “Risarcire le popolazioni danneggiate!”…..Ben venga! Ma a che serve? Non potranno  mai ripagare tutto il danno economico ed umano che questi produttori hanno arrecato ed arrecheranno…..e poi non si tratta di colpevoli……il vero colpevole è il Sistema capitalista. Per cui il discorso rivoluzionario rimane sempre in piedi, anche se tantissimi non si sono posti ancora nemmeno il problema. Però è necessario che comincino velocemente, altrimenti la “spazzatura” sommergerà anche loro.

          Questo processo di crisi distruttiva che il sistema porta avanti in tutti i campi si può combattere avviando un contro processo inverso di riavvicinamento dell’uomo alla natura e di ritorno ai valori umani. Non è vero che non si può tornare indietro, come fanno credere i mass media, mentre è completamente vero che così non si può andare avanti.  Questo perché i concetti dell’andare avanti e del tornare indietro sono invertiti. Noi non stiamo andando avanti! Si sta cercando di abbrutire l’uomo e la donna, tentando di ridurli a macchine non pensanti, cioè ad animali obbedienti, come i cani ed i gatti. Un simile pensiero equivale, in senso spirituale ed ideale, a “rimandare l’uomo sull’albero”, all’epoca della scimmia. E’ un pensiero folle ed utopico! Il progresso umano è inarrestabile.

28/6/07                                                                                                                                         Antonio Mucci

 

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Moriremo democristiani?

di Luciano Martocchia

La DC ha 20 anni! Spiegava un manifesto elettorale dell’anno 1965 ,  riesumato con lo sguardo  sfogliando curiosamente uno di quegli  almanacchi politici editi dal PCI sulla  la propaganda politica dell’epoca che raccoglievano foto dei manifesti elettorali; il fatto esilarante che la foto riprendeva in bella mostra anche il graffito che un anonimo buontempone  aveva scarabocchiato sotto: “..così giovane e così puttana..” Forse tornerà  la paura di morire democristiani ! Infatti un mostro sacro è stato concepito, l’embrione ormai è in gestazione avanzata. Il recente concepimento del nascituro Partito Democratico, a causa dell’anticipata lacerazione del cordone ombelicale con Mussi ed Angius, avrà anche l’effetto collaterale di provocare la fusione di tutti gli altri partiti della sinistra, si potrebbe gridare al miracolo. L’idea di unificare tutte le formazioni che restano a sinistra del PD si è imposta subito, appena è apparsa la possibilità che i dissidenti dei DS si accingessero ad inventare una nuova sigla. Ed infatti per adesso vanno a costituire nuovi gruppi parlamentari con una consistenza non di poco conto. Appunto l’espressione di vertice istituzionale di un nuovo partito, che va ad allungarne la serie già numerosa che annovera Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei valori e lo SDI di Boselli (e forse dimentico qualcuno...).

Ormai è ora di finirla nel definire la cosiddetta sinistra radicale. E perché mai? Con la scomparsa dei diessini nell’ottica dei partiti di sinistra , possiamo definirla come sinistra e basta ! E Diliberto, impegnato subito dopo in un congresso del suo partito, non ha potuto ignorarla. Ha infatti lanciato con insistenza la proposta di una unificazione, se non proprio di una fusione, secondo un modello, mi pare di aver capito, confederale. Non è un granché, poiché un tale modello preserva l’autonomia e l’identità di ogni singolo gruppo, solo li vincola a ricercare una linea comune che però deve essere stabilita secondo la regola dell’unanimità, non della maggioranza. Come si vede, niente di più che una stabile alleanza o patto di unità d’azione, proposti però con la suggestione di un incontro unificante per far credere di volere acconsentire ad una domanda che si avverte salire dal senso comune. D’altra parte già abbiamo sentito Boselli rimarcare la differenza fra la tradizione socialista e quella comunista, trovando un puntuale riscontro in Diliberto, che ha giurato sulla sua irrinunciabile fedeltà comunista. Assisteremo dunque al miracolo? Dubitarne mi sembra prudente. Sopratutto perché il confronto fra le varie formazioni, ed anche fra le due parti che stanno per convolare nel Partito Democratico, verte soprattutto su questioni retrospettive come le originarie identità, le rispettive tradizioni, l’olimpo dei padri fondatori e, quando accenna a curarsi dei problemi presenti o di progetti futuri, resta in superficie e non mette in discussione le basi culturali dominanti. Ed invece è proprio questo il passaggio obbligato che deve essere affrontato e percorso. Una fusione verticistica in grado di ….non dire nulla di nuovo ! Paradossalmente assolve meglio al suo compito il berlusconismo, capace di difendere bene gli interessi delle caste opulenti della società.  Non basta scegliere la parte dei lavoratori, pretendere paghe più decorose, difendere le pensioni, battersi per migliorare le condizioni di lavoro. Giusto tutto questo, che però è più propriamente materia di competenza del sindacato, il quale annaspa, tenta la cogestione del potere e non la difesa dei suoi iscritti; il Sindacato si sostituisce sempre più agli apparati dello Stato, si è istituzionalizzato. Il partito,come il Partito Democratico sarà un partito di centro (che rispolvererà le tradizioni e i ruoli della vecchia balena e puttana bianca, la Democrazia Cristiana), tenterà di sostituirsi a Forza Italia,  avrà un ruolo di smantellamento dello stato sociale , e si propone vagamente di  governare la trasformazione della società.  Con il maquillage di Veltroni  il kennediano avrà il compito infame di tradurre la cultura di sinistra, che esiste, in coscienza politica di massa, in cultura omologata e, che lo facciano gli eredi di Gramsci, Togliatti, Longo e Beringuer, mi sembra fuori luogo. Trasformare la società, il mondo in cui viviamo è un compito enorme. Possibile che questo compito possa essere affidato ad un Fassino? Essa funziona secondo meccanismi e strutture consolidate. La sua base economica è ispirata dai principi del liberismo ed è dominata dal grande capitale. Gli stessi governi nazionali ne sono fortemente condizionati, anche perché le dimensioni del loro potere sono inadeguate a far fronte all’estensione transnazionale della sua dinamica. Soltanto la politica, come espressione della cosciente volontà popolare, può por mano a graduali correzioni all’incedere implacabile del mostro vorace che è divenuto il capitalismo moderno. E’ vero che nei secoli scorsi ha accumulato molta ricchezza; ma ora genera il terrorismo e le guerre preventive, sfrutta le ricchezze naturali di popoli che restano nella miseria, provoca problematiche immigrazioni nelle nostre città opulente di masse disperate, prepara uno scontro dagli esiti imprevedibili con i nuovi colossi asiatici, deturpa l’ambiente naturale e modifica il clima, esalta il mito del PIL basato sulla inesauribile produzione di beni e rifiuti, genera sacche di povertà sempre più estese, in una parola sono sempre più i problemi che crea di quelli che risolve.

 

Il liberismo è di per se stesso un sistema deregolarizzante  per creare ricchezza a chi già ne ha. Ora però minaccia sviluppi catastrofici. Per prevenirli conviene perseguire un’equa distribuzione delle risorse economiche. Parafrasando i giacobini parigini del 700 rivoluzionario francese possiamo dire che, liberté sta bene. Ma anche égalitè e magari fraternité. Ma non basta che questi valori siano predicati da profeti disarmati. Sono i partiti della sinistra, e del centrosinistra, che devono trasformarli in coscienza di massa, in cultura politica capace di correggere i devastanti meccanismi dell’economia di mercato.  

 

Luciano Martocchia

 

 

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Poesie e....   altro

I

Là dove si tratta l’innocenza

Scopro una poesia nuda

Celando il desiderio

di nasconderla

mi rivelo

 

II

Danza il bisogno

Riceve e dona

Il colore di tre rose rosa.

Come tango avvolge,

caldo, l’affetto

e profuma di vita

il dolore.

 

III

 

Questo mattino

ha la poca luce

rimasta in fondo

agli occhi che guardano

chi s’allontana.

Come neve sulla terra,

cade senza rumore

il pianto.

A sera, un ciocco

ravvivando la fiamma,

riaccende il ricordo

e cede

scivolando in scintille

e poi cenere. 

 

IV

 

Avrei desiderato

Avere ancora

Le chiavi

del tuo regno,

salire e scendere

dalla tua torre.

Occorrono piedi leggeri

Per spargervi luce ed allegria!

Ma questi

erano passi pesanti

caricati dal peso

di sogni distrutti

e mai rinati.

Mi resta la memoria

che mai t’ignora.

 

 

 

 

V

 

Un pensiero l’anima spaventa

Un giorno già più dolce

Sfuggiti al grigio

Rinviene lo sguardo

un movimento

d’improvviso bianco

Di cui raccoglie frammenti

Allontanati i suoni

Un segreto

Da svolte proibite

S’infila sotto la pelle

 

 

VI

 

Come me

Agitati

Frusciano gli ulivi

Sconvolti dal vento

Scoperti d’argento

Tesi

verso un mare gemello

attendiamo la pioggia

e quel che sarà.

 

VII

 

No, non sei

come me.

Diverso

il nostro ritmo

e il sangue.

Non amiamo

Il gelo delle vostre

corti bianche

ma i folli semplici

e le loro sagge vite.

 

VIII

 

Certe notti

(di quelle più fonde e nere)

Col pomodoro rubato nei campi,

col sale e l’olio

(ultimo patrimonio)

Ricopro il pane

Atteso al forno

Cotto dal sonno.

A casa nel raggiunto silenzio


 

Urla il suo saluto al mattino

Il gallo del contadino.

E’ l’alba dei folli,

vagolanti, ombrosi  pensieri

(nella notte mi cercano). Perciò

Nessuno deve mai sapere

dove l’alba mi può trovare. 

 

 

Per il numero doppio della pausa estiva avrei voluto fare un resoconto della presentazione del libro di Paul Ginzburg :“LA DEMOCRAZIA CHE NON C’E’”. Avrei voluto raccontare, per chi non c’era , l’intervento personale del ns. Antonio sul tema evocato dal libro, e sulle sue chiare e sentite motivazioni ,parlare della sua dichiarazione di non votare e dei dubbi sollevati tra la democrazia partecipata,” invocata” da molti ma mai favorita, e la democrazia rappresentativa sfruttata da tutti ma mai realizzata a favore dei cittadini.

Ma l’atmosfera politica è così melmosa, sempre più oscura e segreta, le operazioni di basso marketing, la retorica oramai puzzolente da cui siamo avviluppati, smorza ogni serenità di giudizio e motivazione d’analisi e discussione. Sono tempi sempre più bui, dove ci si perde su una H o una K, dove anche i sentimenti di amicizia barcollano e non crescono per malnutrizione!

Che fare compagni,amici pulzelle e giovanotti e/o maturi signori e signore?

Rivolgo a tutti noi questa domanda sperando che l’aumento delle temperature e dei conseguenti disastri, ri-diano la necessità e una desiderata ricerca di comunione e non di separazione.

Che cosa possiamo mettere in comune oggi?

Le nostre conoscenze e passioni, per esempio, una riscoperta volontà di fare, fare,fare, con l’opportunità di confrontarsi e non scontrarsi, oppure scontriamoci ma con lealtà, onestà ,chiarezza e divertimento.

Questo mi auguro possa essere il clima in cui c’incontreremo ancora, con cui potremmo incontrare nuove persone che si uniscano a questo  cammino, a volte molto difficile e nebbioso.

Siamo tutti soli in questa vita, nasciamo e moriamo in un continuum di solitudine solo a tratti un’illusione di armonia rompe questo stato e ci gratifica spingendoci oltre o di nuovo nel buio.

 

Tundra


 

 

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 NON C’E’ VACANZA PER IL MALGOVERNO A LUGLIO

di Giacomo D’Angelo

 

Abolire la Finanziaria Regionale?

 

Da novello Lenin che spazza i parassiti dal globo terrestre, Ottaviano Augustolo Delturchide, lo statista di Collelongo ha preso in mano la scure-ramazza e ha tagliato 27 secchissimi, inutilissimi, ipersuperflui organismi regionali. Ci sarebbe da stilare un elenco di tutti gli inventori che nel tempo hanno messo al mondo nel solo Abruzzo mostriciattoli burocratici per il beneficio clientelare di un famulo, di una brigata di protetti, dell’appetito di una tribù partitica o soltanto familistica. L’elenco di tali depredatori dei bilanci pubblici dovrebbe circolare negli edifici pubblici, nelle scuole, nei tribunali, in tutte le bacheche sindacali spesso stipate di cartaccia inservibile e i dissipatori del danaro di tutti dovrebbero spiegare le ragioni dei loro brillanti parti nepotistici dinanzi a platee di disoccupati, di cassintegrati, di pensionati a 500 euro al mese, ecc. Ma forse 27 enti sono poca cosa rispetto alla fungaia dei comitati, degli osservatori, delle consulte, delle commissioni, delle conferenze, di tutte quelle denominazioni che nascondono stomaci capaci, ventri pantagruelici, abbuffate legalizzate, saccheggio delle risorse collettive, vitellonismo parassitario, sagra di sinecure.

Ho sperato che tra i rami felicemente amputati figurasse anche il Corerat-Corecom, di cui ho esperienza, avendone fatto parte anni fa per qualche mese, al tempo in cui la retribuzione era di poche lire, del tutto simbolica. Oggi è lautamente adeguata ma non è cambiata la vanità di un ente che dovrebbe disciplinare il traffico delle udienze televisive, governare cioè un settore avvezzo ai propri comodi. Perché far vivere ancora il baracchino anarcoide?

Ma un’altra amputazione meriterebbe di essere fatta: quella della Finanziaria Regionale. A che serve? Già in passato, prima del suo avvento, un economista rampante come il prof. Pino Mauro scrisse un saggio(che poi divulgò in corsi organizzati da sindacati)in cui affermava da cattedratico autorevole che si trattava di enti truffaldini, inutili, slegati da ogni positiva incidenza nei processi economico-finanziari di una regione, come dimostravano i casi di quella umbra e di quella calabrese, i cui amministratori erano finiti sotto le cure della magistratura. Poi, per la cronaca, il chiarissimo professor Mauro, trovò dignitoso smentire dottrina e pensiero fino allora abbracciati divenendo prima vicepresidente e poi presidente della Finanziaria Abruzzese, per suo sommo piacere allestita con tutto il dilettantismo che caratterizza da noi la creazione di organismi pubblici, economici, universitari o di altro tipo. Se la magistratura e il popolo sovrano di Montesilvano hanno fatto per ora piazza pulita di chi aveva malgovernato la città, perché, dopo i giudici, non intervengono i governanti regionali ad estinguere il bubbone della FIRA, biologicamente terreno di corruzione?

                                  

 

                                     Il tuo nonno non è il mio.

Il 14 giugno scorso si è tenuto alla sala del consiglio comunale di Pescara un convegno sul tema: “La Sinistra dal passato al futuro”, nel 70° della morte di Antonio Gramsci e di Carlo e Nello Rosselli. Organizzato dall’associazione Controcorrente, introdotto da Silvano Console, con prolusione storica del prof. Colapietra, ha avuto quali interventori ufficiali rappresentanti della Sinistra Democratica, di Rifondazione Comunista, dei Verdi, del Partito dei Comunisti Italiani, dei socialisti dello SDI. Tutta la sinistra tranne i DS. Per gli organizzatori i diessini, sul punto di scomparire anche come sigla, non fanno più parte della sinistra e, ancora più allarmante, Antonio Gramsci non è più tra i loro padri di riferimento. Se tale tortuoso(e pretesco) talmudismo venisse  applicato anche per la Margherita, quando si celebrerà De Gasperi, i Marini e i Franceschini resteranno a casa e lo statista trentino sarà ricordato soltanto da Cesa e Rotondi. Ma è davvero così? Più che la realtà storica(ed elettorale), sarà la nomenclatura dalla faccia vecchia della Sinistra Democratica a fissare i confini, le eredità, le identità, le continuità ideologiche, il pantheon-santuario dei maggiori, la galleria degli avi? E’ pur vero che i diessini hanno fatto di tutto per spogliarsi della loro storia, da Veltroni a Fassino, scopertisi non comunisti dopo aver militato nel PCI. Nel dvd di Veltroni, Che cos’è la politica(Luca Sassella edit.), vengono citati il liberale Tocqueville, Antoine de Saint Exupéry, l’autore del Petit prince, un long seller caro agli adolescenti di tante generazioni, Mahatma Gandhi, John F.Kennedy, Martin Luther King, Nelson Mandela e Vittorio Foa, che è vivo, è ormai un patriarca ecumenico, è amato(a parole) da tutti. Ma Gramsci no, per Veltroni e Fassino il recluso di Turi è come il poeta turco, Nâzim Hikmet, non ancora celebrato ufficialmente nel suo paese. Ha scritto Vittorio Foa:« Perché farsi prigionieri della memoria? La memoria è libertà solo se rielabora i valori del passato nel presente». E Veltroni si sente libero dalle catene dei propri padri, vola garrulo e lieve su un presente senza volto in vista di un futuro luminoso(di gloria personale). Hanno agito con coerenza da puristi allora i convegnisti di Controcorrente? Se il confronto si riduce al catasto dei Walhalla di famiglia, dove collocare Umberto Terracini, ricordato magistralmente da Raffaele Colapietra come uno dei padri della lex fundamentalis? Di chi è nonno Enrico Berlinguer, di Nevio Felicetti o di Gianni Melilla? Nel tritatutto dei revisionismi all’amatriciana è affiorato anche quello di Giuliano Ferrara che, nella rincorsa con se stesso a “rinascere ogni mattina” come Gabriele d’Annunzio, ha affermato che il padre, Maurizio, segretario di Togliatti (sulle cui ginocchia il piccolo Giuliano avrebbe giocato nella Mosca glaciale di Stalin, secondo la leggenda), direttore dell’Unità, poeta in romanesco come Antonello Trombadori, stalinista di adamantina fedeltà, sarebbe morto da fiero anticomunista, baciando in lacrime il ritratto di Bettino Craxi. Il fratello di Giuliano ha smentito, mentre in libreria esce un libro dello zio di entrambi, fratello di Maurizio, che si diffonde sulla purezza del comunismo del de cuius(“Mio fratello comunista”). Sembra un copione da cabaret dadaista, che conferma il vecchio giudizio di Marx(Karl, non Groucho, anche se…)per cui la storia è destinata a ripetersi, scivolando da tragedia a farsa. O nel vaudeville, se si vuol essere gentili con le capriole di questi comici da avanspettacolo.

 

 

                                Cultura come opera pia.

Chi legge i bilanci degli enti pubblici, discutibilmente diretti da personaggi non particolarmente dotati di “virtù pubbliche”, per usare il titolo d’un bel libro del prof. Franco Rositi? Qualcuno c’è, come il tenace Silvio Profico, che allinea da tempo le sue denunce sul malgoverno di pubblici amministratori indigeni. L’ultima riguarda i contributi erogati nel 2006 dalla Fondazione Pescarabruzzo, secondo la quale il presidente di questa opera pia ha erogato l’anno scorso un 84% alla cultura, poche briciole all’istruzione e alla sanità, uno zero tondo al volontariato(contro il 10% nazionale). Esempio vistoso dell’utilizzo di una parola- cultura- nella sua accezione contraria, mistificante, bugiarda, antifrastica, là dove diviene, quando non sia intervento in manovre immobiliari,  questua di elemosine, scialo di mance, fabbrica di guiderdoni, fiera di beneficenza per editorucoli al di là della decenza. Questi ultimi producono paccottiglia scrittoria, con libri di poesia o romanzi prefati sistematicamente dal presidente-camerlengo, di volta in volta critico letterario, filologo, saggista, tuttologo del nulla. Che lo tollerino i politici, di destra e soprattutto di sinistra, è quasi scontato, ma che nella città di Flaiano o nell’Abruzzo di Silone non ci sia ombra di intellettuale o barba di opinionista o redattore di gazzette che ne disveli l’imbroglio è assopimento della critica, servilismo cortigiano, “ideologia del serpente”(Theodor W.Adorno), oblio della funzione civile del sapere, ennesimo tradimento dei chierici, con buona pace dei Luciano di Samosata(dei suoi scritti almeno, non dei suoi comportamenti…), degli Alfieri, dei Charles P.Duclos, dei D’Alembert, degli Swift, dei Voltaire, dei philosophes che hanno invano crocifisso i compromessi tra gli intellettuali e i potenti. Non si pretende che i “begli spiriti” si ispirino ai principi di verità, libertà, povertà(“tre parole che gli uomini di lettere dovrebbero sempre avere davanti agli occhi, come i sovrani la posterità”), indicati da Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert, ma praticare  la complicità, il far finta di nulla, il silenzio omertoso o vile  è come accettare la logica delle società dispotiche.

Uno “spadaccino della parola” come Vittorio Imbriani scrisse in una pagina di diario nel 1877:”Tutti, chi più chi meno fanno delle lettere un mestiere, una professione, o, se non altro, un mezzo per raggiungere fini e vantaggi personali. Io, francamente, no. Per quanto mi frughi nell’animo, non ci trovo brama di vantaggio personale o cura dell’interesse proprio. Nelle lettere e in politica, personalmente non ho cercato nulla, fuorché la soddisfazione di un’attività onesta, disinteressata, utile all’universale”.

Nel bengodi attuale del trasformismo e della ricerca di mangiatoie, nella gara di intellettuali-squillo che rincorrono mecenati-elemosinieri del pubblico danaro, quanti possono sentirsi in sintonia con l’autore di Mastr’Impicca? Reazionario come pochi, ma vibrante di dignità e di indipendenza intellettuale, manicheo morale fino all’autolesionismo, solitario in una società di cortigiani e di servi.

                                                          

giacomo1939@alice.it

 

 

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Appunti di Biologia (del) Sociale

LA DEMOCRAZIA: la tecnica e l’utopia

 

         La biologia (del) sociale è, nel suo specifico, ciò che è l’aritmetica elementare nella matematica. Ciò significa che essa parte da concetti reali e semplici che trovano conferma nell’intuizione e insieme nella logica.

         Il complesso concetto di base della biologia sociale è che l’uomo nasce animale, diventa adolescente (antropozoo) e si fa adulto rispondendo ai bisogni universali (costanti) e che tale risposta la dà attraverso la storia con i suoi simili (ovvero sociale).Da adulto sostituisce all’istinto predatorio, dapprima espresso dalla predonomia, l’economia propriamente detta. Gli antropozoi – alias “uomini-animali” o animali antropomorfi, esattamente come la popolazione forestale, sono o docili o violenti. Mutatis mutandis vi è una violenza umana (antropozoica) che uccide perfino con le leggi più di quanto non uccida la spada. Gli antropozoi, cumulatori di ricchezza parassitaria e di privilegi e decisi a tenerseli comunque, possono bloccare l’evoluzione della specie attraverso la civiltà: siamo proprio a questo punto!

         Avendo presente questo multiplo concetto elementare, ogni fenomeno e ogni problematica sociale (nel senso ovviamente onnicapiente delle parole), possono essere ridotti ai termini essenziali (come dire ai minimi termini) e quindi analizzati o sviluppati di conseguenza.

         I bisogni, di cui parliamo, sono quelle spettanze o esigenze o pulsioni biologiche che furono detti diritti naturali. Se il primo è quello di nutrirsi (espresso dal sintomo della fame), il secondo è quello di rassicurarsi contro il mondo (ambiente esterno) ovvero di potersene difendere ovvero ancora di essere soggetto attivo.

 Se i diritti naturali furono una scoperta, la democrazia sarà un’invenzione perché una collettività non sia predominata da nessuno ma sia una comunità di soggetti attivi ovvero liberi ed eguali. “Libertà-fraternità-uguaglianza” voleva significare appunto questo: “governo di popolo”, come dire “governo di tutti”.

Avendo sempre presente il concetto plurimo ma semplice di partenza, possiamo intanto dire che la democrazia è tale nella misura in cui produce soggetti attivi, nel senso appena spiegato, cioè capaci di rispondere alle proprie costanti o diritti naturali. Per meglio intenderci, un popolo di diseguali, di affamati, di poveri cristi e di padreterni, non costituisce una democrazia.

Ora esaminiamo il fatto. In senso strettamente tecnico la democrazia è decidere, votare e legiferare a maggioranza. Qualunque decisione presa a maggioranza – vedi assemblea condominiale o un gruppo di imprenditori o di scassinatori – si dice democratica. Con il votare – cioè con le fatidiche elezioni, si mandano ai vari livelli del potere amministrativo-legislativo coloro che ottengono più voti e che, a loro volta, prenderanno decisioni o legifereranno a maggioranza.

Il fatto tecnico non risponde necessariamente ai diritti naturali. Infatti, considerando la seconda e la terza evenienza tecnica, constatiamo intanto di avere solo legittimato soggetti che, una volta eletti, prenderanno decisioni o faranno leggi secondo interessi di parte e quindi a danno degli stessi elettori.

Tuttavia, c’è chi identifica volutamente nel semplice atto tecnico del votare la condizione di libertà paritaria di un popolo, cioè la democrazia, e lo  prende come pretesto per giudicare se un paese sia libero o meno e per esportare la democrazia (cioè la tecnica elettorale) anche con le armi laddove tale tecnica non viene praticata indipendentemente dalla struttura organica dello Stato. E’ quanto fa sistematicamente la superpotenza USA per invadere Stati sovrani, possessori di materie prime, come il petrolio. Quanto la tecnica elettorale non garantisca un paese di uomini liberi (cioè una democrazia) lo constatiamo noi cittadini di uno Stato sedicente democratico, mentre in realtà è nelle mani di affaristi e banchieri e di loro occulti referenti ed è per giunta militarmente occupato proprio dagli americani e, liturgicamente, dai preti. 

C’è una spiegazione scientifica. Anzitutto la maggioranza non è garanzia di giustezza. Secondo, essere portatori di diritti naturali non significa averne consapevolezza né sapere come soddisfarli. Il cane, per fare un esempio, ha fame (espressione del primo diritto naturale): non ne ha coscienza, la sente e cerca solo di soddisfarla come può. L’ignoranza diventa il migliore strumento di servaggio di chi ne sa di più  e trova il modo di giocarsi il soggetto attivo solo formalmente ma passivo nella sostanza. E l’antropozoismo.  Il nascente partito democratico (da me definito “nichilocratico” in un articolo apparso su questo quotidiano) crede di avere raggiunto il nonplusltra della democrazia, proponendo l’elezione popolare del segretario, quando si tratta solo della tecnica di scelta a maggioranza del gestore di un contenuto predefinito che non ha nulla di socialista ovvero di adesione ai diritti naturali. 

Ora una breve analisi dal di fuori di uno Stato sedicente democratico ma di fatto strumento di potentati:  ciò significa che un popolo che va a votare i gestori di un contenuto antisocialista prestabilito, fa solo la parte dell’utile idiota che non sa e si presta… Ma l’osservatore esterno – quale sono io – lo sa: ciò che il popolo vuole in nome della natura - ad un livello sufficientemente evoluto della specie -  è la soddisfazione dei diritti naturali che comincia dall’essere assistiti totalmente sin dalla culla.

La conclusione è altrettanto semplice: la democrazia è un popolo (entità concreta) i cui diritti naturali sono soddisfatti anche se non li sa esprimere e indipendentemente dalla forma del governo. In altre parole, come un governo formalmente democratico perpetua la caccia predatoria, cioè il capitalismo fino alla sua estremizzazione liberista-globale (secondo le origini della giungla), un governo tacciato di autocrazia e di dittatura può produrre un popolo libero, cioè una comunità di “liberi-fraterni-uguali” senza diseredati e figli di papà (“sociocrazia”) come era nelle intenzioni della Comune di Parigi soffocata nel sangue dai  cosiddetti “legalitari”, applauditi dagli ignavi e che se la ridono ancora dell’ignoranza e dell’impotenza del popolo (entità reale ridotta a soggetto passivo-strumentale).

Dalla tecnica all’utopia ce ne corre, dunque,  perché l’utopia non è il gioco delle parti di oggi – detto anche pluralismo – ma il socialismo vero e proprio.

 

                                                 Carmelo R. Viola

 

 

 

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“STORIE SEGRETE”
Operazioni sconosciute o dimenticate della seconda guerra mondiale


La seconda guerra mondiale è stato probabilmente il conflitto più studiato e indagato da storici e ricercatori di tutto il mondo. La bibliografia che riguarda questo immane confronto bellico che ha sconvolto gli equilibri geopolitici, geografici, diplomatici e demografici di mezzo pianeta, è infatti sterminata. Ciononostante, più si indaga su certi suoi aspetti, più si continuano a scoprire coni d’ombra che pongono nuovi ed interessanti spunti di riflessione.
Fatta questa premessa, occorre sottolineare un fatto: la storia è scritta da chi vince, o almeno era così fino a pochi anni fa, quando ricercatori di nuova generazione ed editori con sufficiente dose di coraggio hanno dato il via al nuovo corso dell’indagine, basata sul principio della verità storica al di sopra e al di fuori delle diverse connotazioni ideologiche. Con ciò è altrettanto vero che indagare e scoprire la verità storica è un impegno più che notevole e, a maggior ragione, quando si tratta di verità storiche le cui conseguenze si fanno ancora oggi sentire e sono considerate, in un certo qual senso, “verità scomode”.
Una vera e propria sfida, e una scommessa, per lo storico. Nel caso specifico di Alberto Rosselli una scommessa vinta su molteplici livelli. Alberto Rosselli è un ricercatore ormai collaudato, che si è cimentato e si cimenta proprio sugli aspetti meno noti della storia recente come attestato da riusciti testi quali “Quebec 1759:il conflitto anglo-francese in Nord America” (tradotto anche in inglese); “L’ultima colonia: la guerra nell’Africa Orientale Tedesca 1914-1918”; o “Il ventennio in celluloide” in collaborazione con Bruno Pampaloni (ricercatore storico, romanziere ed esperto di storia e tecnica cinematografica) che affronta una rivisitazione della cinematografia italiana del periodo fascista attraverso l’evoluzione, o l’involuziojne, della dittatura sotto gli aspetti politici, economici, sociali, con una sapiente comparazione con le arti visive di paesi come Francia e Germania nello stesso periodo; “Il tramonto della mezzaluna” che descrive le cause della disgregazione
dell’impero ottomano durante la prima guerra mondiale e la fase immediatamente seguente; e i più recenti “L’olocausto armeno”, profilo geografico e storico dell’Armenia e indagine storiografica e geopolitica della chiesa armena, delle persecuzioni hamidiane, e fino all’Armenia dei giorni nostri; “Sulla Turchia e l’Europa” dove si affrontano i profondi conflitti dell’attuale dibattito sull’ingresso della Turchia nella UE; oppure, ultimo ma non ultimo, “La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa Orientale dal 1944 al 1956”, panorama della lotta alle dittature che rientravano nella sfera di influenza di Mosca e fenomeno per anni occultato e minimizzato agli occhi dell’opinione pubblica occidentale e non solo.
“Storie Segrete” è un opera, si diceva, riuscita sotto diversi punti di vista, in particolare per il fatto che in poco più di 200 pagine sono sapientemente raccolti una serie di capitoli che, per ognuna delle operazioni descritte, richiederebbero un libro a parte, esempio di uno dei principi basilari del cronista storico che è la capacità di sintesi, unita ad una profonda verifica delle fonti (altro principio ispiratore del lavoro dello storico) come si può notare dal lungo elenco riportato nella bibliografia. Fonti, per altro, di non sempre facile identificazione e ricerca, data la natura di ciò che affrontano, ovvero operazioni segrete. Inoltre è da sottolineare l’uso di un linguaggio scevro da tecnicismi, che, pur contenendo le necessarie note in approfondimento che interessano l’addetto ai lavori, è fruibile anche dal lettore non uso ad argomentazioni di questo genere.
Alberto Rosselli evidenzia anche un altro aspetto: il fatto che cause ed effetti dei fatti narrati si incastrino alla perfezione in quegli spazi rimasti vuoti del grande mosaico di uno dei periodi cruciali della storia recente, abbracciando molteplici teatri di guerra anche lontani fra loro. Una cosa che richiama quello strano fenomeno detto “entropia”, per il quale se una farfalla batte le ali più forte del solito in Cina, scoppia un temporale in Spagna. Così, se un sommergibile che trasporta materiale particolare viene affondato nell’Oceano Indiano, in un altro paese si apre una crisi di governo, o se lo stesso sommergibile arriva invece a destinazione, le conseguenze sono ben diverse.
“Storie Segrete” raccoglie ventotto avvenimenti che, come riporta il titolo, non sono mai stati resi noti, o conosciuti solo in parte, o comunque mai diffusi al grande pubblico.
Vale la pena di soffermarsi su una presentazione degli argomenti: la traversata che da Asmara a Roma viene effettuata, con un aereo in condizioni quantomeno precarie, da alcuni sopravvissuti alla battaglia vinta dalle preponderanti forze inglesi in Africa Orientale nel 1941, attraverso tempeste e disagi di ogni genere, toccando diverse città lungo un itinerario di migliaia di chilometri e atterrando a Roma grazie alle capacità dell’equipaggio composto dai sottotenenti Caputo e Lusardi e dal motorista Barilli. A seguire, il viaggio aereo ancora più lungo, da Roma a Tokyo e ritorno attraverso l’intera Asia, del colonnello Moscatelli, con il capitano pilota Curto, e il sottotenente Mazzotti, impresa che consente l’apertura dei collegamenti fra l’alleato tedesco, Manciuria e Giappone.
 

Vi è poi la descrizione del bombardamento effettuato da un bimotore tedesco Heinkel-111, decollato dal campo italiano di Tummo, al confine fra Libia e Niger, sulla base francese di Fort Lamy in Ciad. La scena

si sposta poi in Oriente per le imprese giapponesi contro l’Australia (bombardamenti aerei e operazioni di ricognizione a largo raggio, sbarchi di piccoli reparti, attacchi subacquei) e i combattimenti a cui presero parte i pochi piloti americani da sperdute basi nelle isole del territorio, fra cui Timor, quindi sempre i piloti giapponesi con il raid sulle basi statunitensi delle isole Hawaii nel marzo 1942, e fino alle coste occidentali del continente nordamericano, o ancora il salvataggio del leader indiano Subhas Chandra Bose prelevato da un sommergibile nipponico dall’isola di Madagascar, con annotazioni e riferimenti soprattutto riferiti ai singoli uomini.
Molto interessante e colorito l’episodio che vede protagonista il sommergibile italiano Perla del comandante Bruno Napp che, per sfuggire alle vittoriose truppe britanniche, lascia Massaua e dopo un viaggio a dir poco rocambolesco con la circumnavigazione dell’Africa, e arriva alla base francese di Bordeaux, concludendo un’odissea più fortunata di altri battelli come il Guglielmotti o il Ferraris. Ancora italiani i protagonisti delle avventure vissute dai mercantili italiani che al momento dell’entrata in guerra dell’Italia si trovavano in scali lontani dalla madrepatria come Brasile, Cina e Giappone, Colombia, Argentina, Thailandia, porti britannici del Commonwealth e altri, per un totale di 212 unità. Di queste il Cortellazzo, dal porto nipponico di Kobe riesce ad effettuare la traversata di due oceani, Pacifico e Atlantico, giungendo infine a Bordeaux. Altrettanto sorprendente, ma vero e documentato, l’episodio dell’Eritrea, unità italiana da guerra in verità non molto tem
ibile che, grazie alle doti percettive del contadino eritreo Mohammed Shun Omar, vero e proprio “radar umano” per altro mai salito su una nave, compie, evitando unità nemiche, il viaggio da Massaua a Kobe. Da sottolineare poi la singolare storia del marinaio italiano Raffaello Sanzio, da gustare senza anticipazioni.
Un capitolo di notevole importanza è poi quello che descrive la guerra aeronavale e meteorologica con la sperimentazione di dotazioni e attrezzature sorprendentemente moderne per l’epoca, situate in luoghi della calotta polare artica o montate su navi sperimentali che si sono avventurate su rotte considerate inaccessibili. Ancora protagonista il sommergibile con l’episodio dell’U-Boot 234 che, nel febbraio 1945, trasporta uranio attraverso il Mare del Nord per raggiungere la base giapponese di Penang, in Malesia. Un viaggio costellato di episodi drammatici, fra cui diversi suicidi fra i membri dell’equipaggio.
Il libro prosegue con il racconto dell’ammutinamento delle isole Cocos (piccolo arcipelago dell’Oceano Indiano) che avrebbe potuto avere conseguenze strategiche di primo piano nella guerra che il Giappone aveva ingaggiato con le forze alleate, dove compare il già citato leader nazionalista indiano Chandra Bose; e ancora con l’episodio delle isole Christmas, avamposto giapponese nel mare di Giava, o le imprese degli U-Boot dell’ammiraglio Doenitz in Oceano Indiano, per proseguire con la narrazione delle gesta di navi corsare nipponiche come la Hoikoku Maru e la Aikoku Maru.
Si apre poi la seconda parte del libro con una serie di operazioni dai nomi in codice pressochè sconosciuti: Pike (ricognizione inglese sui giacimenti petroliferi in Azerbaijan), Wunderland (forze aere e navali tedesche per il controllo delle rotte del Mare Glaciale Artico contro i convogli alleati diretti a Murmansk e Arcangelo); Dora (operazione del reparto speciale tedesco Brandeburg in pieno Sahara); Felix (la pianificata e mai attuata occupazione tedesca di Gibilterra); Halyard (azioni di alcuni sconosciuti piloti americani nei Balcani con una rivalutazione della figura del generale cetnico Draza Mihailovich); l’invasione anglo-sovietica dell’Iran e del corridoio persiano; per finire poi con la sorprendente impresa delle truppe alpine tedesche che si sono spinte fin sulla vetta del monte Elbrus nel 1942; la sconosciuta vicenda della deportazione di oltre 250mila militari e civili polacchi dall’Europa al deserto iraniano ad opera dei sovietici; la guerriglia di alcuni uff
iciali italiani dopo la resa del duca d’Aosta in Africa Orientale. In conclusione, la vicenda degli scienziati tedeschi della Fondazione per l’Eredità Ancestrale e la Preistoria dello Spirito, e della Società Segreta di Thule, alla corte del Dalai Lama.
Con “Storie Segrete”, lo scopo di Alberto Rosselli non è la presunzione di riscrivere grandi parti di storia, pur evidenziando il fatto che comunque andrebbero riscritte, ma proporre lo spunto per una riflessione e presentare soprattutto gli accadimenti come il prodotto delle azioni dei singoli uomini che vi hanno preso parte, con differenti epiloghi, nelle file alleate, dell’Asse, o di altri paesi, sul piano terrestre, marittimo e aereo. Traspare inoltre il principio già espresso alcuni secoli prima di Cristo dal cinese Sun-Tzu in “L’arte della guerra”: un conflitto, una battaglia, si vince o si perde prima di combattere, con le trame segrete, nell’ombra. A dimostrazione che, in certi campi dell’umano agire, due più due può risultare cinque.


Roberto Roggero


“Storie Segrete – operazioni sconosciute o dimenticate della seconda guerra mondiale” di Alberto Rosselli. Gianni Iuculano Editore. Collana Biblioteca Universale Maggio 2007 – p. 239

 

 

 

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NUOVI  LIBRI

 

La biografia del presidente venezuelano

Hugo Chavez, il Bolivar del nuovo Venezuela

Un capo di Stato coraggioso che lotta per il suo popolo

 

 

Cristina Marcano e Alberto Barrera Tyszka sono gli autori di questa appassionante biografia intitolata “Hugo Chavez, il nuovo Bolivar?” (pagine 472, Euro 18,00) pubblicata da Baldini Castoldi Dalai Editore. Si tratta di un libro illuminante, che ci aiuta a comprendere a fondo il pensiero, l’opera e le ambizioni di Hugo Chavez, il presidente venezuelano che ha lanciato la “rivoluzione bolivariana” e che è diventato un modello per l’intero continente sudamericano. Il volume descrive, con grande capacità di analisi politica, mescolando il fascino della biografia con la precisione della saggistica, la vita di questo grande rivoluzionario, che dapprima ha tentato la via del golpe militare (nel 1992), una via fallita che lo portò in prigione. Poi, nel 1998, la partecipazione alle elezioni e la strepitosa vittoria dalla quale è nato un nuovo Venezuela: libero, indipendente, non più prono ai voleri degli USA, seriamente intenzionato ad investire i proventi delle risorse petrolifere per il benessere delle fasce più deboli della popolazione. Questo libro, tradotto con uno stile estremamente scorrevole e accattivante, narra le tappe salienti della vita di Chavez e della grande “rivoluzione bolivariana” che egli sta portando a compimento. Vengono messe in luce le sue qualità di leader popolare (e populista), di capo di Stato capace di dire dei “no” alla superpotenza USA, di statista di levatura internazionale che, con un abile lavoro diplomatico sta costruendo un ampio e variegato fronte antimperialista che va dal Venezuela all’Iran, dal Vietnam alla Bielorussia, passando per Cuba e per la Siria. Un grande leader carismatico, capace di elettrizzare le masse, intenzionato a  cambiare non solo il volto del Venezuela, ma quello dell’intera America Latina. Perciò, un libro assai utile per capire la serie di sconvolgimenti politici che, in questi ultimi anni, hanno mutato il volto del Sudamerica. Da leggere assolutamente. Lo potete richiedere in tutte le librerie.

 

Fabrizio Legger

 

 

La vita e l’opera del celebre occultista medievale

Cecco d’Ascoli, un poeta-astrologo condannato al rogo

Un grande genio vittima della repressione inquisitoria

 

Anna Maria Partini e Vincenzo Nestler sono gli autori di questo avvincente saggio pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee, intitolato “Cecco d’Ascoli. Poeta occultista medievale” (pagine 199, Euro 21,90). Si tratta di un libro incentrato sulla vita, sulle opere e sui prodigi compiuti da Cecco d’Ascoli, nato intorno al 1269 e morto nel 1327, sul rogo, vittima del potere spietato dell’inquisizione cattolica. Cecco fu contemporaneo di Dante Alighieri, fu filosofo, poeta, astrologo, occultista: insegnò nelle università di Bologna, Firenze, Salerno, e viaggiò sino a Parigi. Scrisse un poema “L’Acerba” con cui intese rivaleggiare nientemeno che con la “Divina Commedia”, ma a causa della sua passione per l’occultismo e l’astrologia fu bollato come eretico, arrestato, processato e condannato a morte tra le fiamme. Si tratta di un ennesimo martire del libero pensiero, al pari di Fra’ Dolcino, Niccolò Franco, Giordano Bruno. Questo bel libro tratta ampiamente di Cecco, narrando non solo la sua vita avventurosa, ma soffermandosi anche sulle sue opere letterarie e filosofiche, sui suoi studi di alchimia e di magia, sulle sue prodigiose capacità di guaritore, sui rapporti che ebbe con Dante Alighieri e sulla scuola esoterica dei “Fedeli d’Amore” a cui pare appartenessero entrambi. Leggendo il volume si scopre che Cecco era un genio, un intellettuale e un filosofo di acume eccezionale, un libero pensatore che non poteva sottostare alla rigidità dei dogmi e del conformismo. Un intero capitolo del volume è dedicato alle cause che portarono alla condanna a morte di Cecco d’Ascoli e alla perseveranza con cui la Chiesa dell’epoca perseguitò questo astrologo-occultista. Un libro che si legge d’un fiato e che ci fa conoscere un personaggio ancora poco noto del Medioevo italiano. Lo potete richiedere facilmente nelle migliori librerie.

 

Fabrizio Legger

 

 

 

Un saggio sulla crisi atomica tra Iran e Stati Uniti

La Bomba di Allah terrorizza l’impero a stelle e strisce

Questa fobia anti-iraniana, però, è tutta americana

 

Il governo degli Stati Uniti d’America continua a bollare l’Iran come uno stato tirannico e  terroristico che vuole procurarsi “armi di distruzione di massa” per distruggere Israele e minacciare gli interessi petroliferi occidentali nel Golfo Arabico. Verità o menzogna? Leggendo il libro di Franco Fracassi, intitolato “La bomba di Allah” (pagine 138, Euro 10,00) pubblicato dagli Editori Riuniti, ci si può rendere facilmente conto di quanto siano pretestuose e ipocrite queste farneticazioni americane. L’Iran degli ayatollah ambisce ad occupare un ruolo di potenza regionale, questo è innegabile, ma il programma atomico di Teheran non è assolutamente volto a fini militari. L’Iran, sebbene sia un paese ricco di petrolio, attraversa una difficile crisi economico-sociale, e la produzione di energia atomica, secondo i progetti del presidente Ahmadinejad, servirebbe soltanto per ridurre gli ingenti costi della produzione elettrica. Il libro di Fracassi, tocca tutte queste tematiche, ma ha un taglio decisamente geopolitica: affronta il problema Iran atomico alla luce della pluridecennale questione “irano-statunitense”, analizzando i rapporti tra l’Iran sciita e gli altri paesi islamici sunniti, tra l’Iran e Israele, tra l’Iran e i movimenti islamici di liberazione della Palestina. Non da ultimo, incombe sull’intero volume l’atmosfera di seria preoccupazione per un possibile attacco militare statunitense all’Iran, che provocherebbe un incendio bellico in tutto il Vicino Oriente. Fracassi, profondo conoscitore della realtà mediorientale, evidenzia anche il ruolo del Mossad (i servizi segreti israeliani) nel “soffiare sul fuoco” della crisi iraniana, facendo luce anche sul vorticoso giro di interessi petroliferi, militari e geopolitica che induce l’ala più oltranzista (e filosionista) dei Neocon statunitensi a fare pressione sull’inetto presidente Bush jr. affinché dia inizio alle operazioni di guerra contro l’Iran prima dello scadere del suo mandato presidenziale. Un libro di grande attualità, scritto con uno stile sobrio, sugoso, molto accattivante, che si legge d’un fiato. Lo potete trovare nelle migliori librerie.

 

Fabrizio Legger

 

 

 

Un libro dedicato alla narrativa cinese contemporanea

Undici scrittori raccontano la nuova Cina

Alla scoperta della “rivoluzione pop” in un paese comunista

 

 

“Cina” (pagine 221, Euro 15,00) pubblicato dalle Isbn Edizioni (Milano) è il titolo di un interessante libro che raccoglie testi di undici scrittori e scrittrici cinesi che raccontano la “nuova Cina”. Dopo la morte di Mao, avvenuta nel 1976, la Cina è cambiata molto, anche se, politicamente è rimasto un paese comunista. La nuova economia capitalista, l’apertura all’Occidente, le mode e i gusti occidentali hanno sedotto la Cina, provocando vistosi cambiamenti. I testi qui proposti narrano appunto storie della Cina contemporanea, ancora legata alle vecchie tradizioni (per esempio per quanto riguarda la medicina) ma aperta al consumismo più sfrenato e dominata da foreste di grattacieli (si pensi solo a metropoli occidentalissime come Shangai). Lo stile di questi racconti è incisivo, immediato: si sente che sono stati scritti da persone giovani, fra i trenta e i quarant’anni. Alcuni testi sono davvero toccanti, come “Perdere l’udito” di Ma Lan, altri sono  seducentemente erotici, come “Il tempio della divinità dei fiori” di Wu Chenjun, altri ancora ironici e critici, come “Telecomando”, di Bi Feiyu. La Cina che abbiamo studiato nei libri di scuola, da bambini, quella dei mandarini e dei draghi del Celeste Impero, salgarianamente tinta di esotismo, non ha più nulla a che vedere con la Cina raccontata da questi giovani scrittori smaliziati, che mostrano di conoscere molto bene al cultura occidentale, che vedono chiaramente le storture e le contraddizioni del loro immenso paese, ma che pure lo amano molto e ne parlano come se si trattasse di una grande madre. Il sesso libero, il boom economico, lo sviluppo smodato dell’urbanistica, l’imperversare della droga, la moda del karaoke, il dominio dei computer e delta tecnologia digitale sono alcuni dei principali argomenti trattati da questi giovani scrittori, davvero interessanti anche per la loro abilità narrativa. Il libro è reperibile nelle migliori librerie, oppure richiedibile alle Isbn Edizioni  www.isbnedizioni.it

 

Fabrizio Legger

 

 

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Quando regna la politica affaristica

di Diderot

 

Il sen. Pastore ha inoltrato un'interrogazione parlamentare al Ministero degli interni chiedendo lo scioglimento della Giunta D'Alfonso a Pescara perchè ormai, secondo il senatore, c'è troppa commistione tra politica ed affari , alla luce anche dei recenti sviluppi delle indagini della Magistratura ancora in corso e che, ad oggi,  non si sa dove approderà.

L'assessore Massimo Luciani, risponde  a Pastore  con toni minacciosi da querelante, con aria piccata da citato in causa, e con l'aria spezzante della lesa maestà.

Pur non condividendo le finalità del sen. Pastore , vorrei dire a Massimo Luciani che un parlamentare ha perfettamente  e costituzionalmente  diritto di chiedere le dimissioni di una giunta, qualora  riscontri nel suo operato manchevolezze acclarate o anche solo comportamenti poco etici.

Avevo già discusso in questa sede ed in altre che il sistema Pescara non era da meno del sistema Montesilvano, solo che a Pescara l'apparato è più lubrificato, strategico e congeniale, per non parlar di alti interessi in gioco dei potentati di gran lunga più influenti di Montesilvano, i quali disponendo di risorse finanziarie immense, riescono a condizionare meglio la corretta attuazione delle norme in materia d'urbanistica.

Un po', consentitemi il paragone con il berlusconismo italiano: è difficile sradicare nel paese il conflitto d'interessi , le leggi ad personam, e via via tutto il resto.

Non voglio affibbiare colpe penali a nessuno, ma è mia intenzione mettere in risalto il marcio del sistema.

La pur doverosa azione del pm  Aceto a Pescara rimane pur sempre frutto di saltuari provvedimenti che non sradicano il  mal sistema ; guardate cosa succede: negli ultimi  anni i balneatori si sono appropriati della spiaggia, l'hanno recintata in maniera diffusa, ci hanno edificato superbi palazzi, acquisendo la proprietà esclusiva del lido , quando si sa, essi l'hanno solo in concessione,  quando invece d'inverno le spiagge  dovrebbero tornare sgombre.

A Pescara è più difficile fare chiarezza per via di una collaudata macchina d'affari che a portato ad una cementificazione selvaggia fino all'ultimo metro quadro, con orribili ecomostri realizzati, in barba ad ogni pianificazione urbanistica, contraddicendo quando viene strombazzato in maniera altisonante circa la grande vittoria della variante, che rappresenterebbe una grande conquista ( per chi?) : ma le porte della stalla non sono state aperte da tre anni a questa parte e   i buoi non sono già scappati ?

Un malaffare diffuso da parte.

Il cittadino comune non è tutelato dagli abusi, perchè sa benissimo che per combatterli è necessario istaurare cause che durano decenni al costo per i comuni mortali proibitivo, senza nessuna possibilità di farsi ascoltare dagli uffici tecnici del comune che dovrebbero essere garanti del rilascio delle concessioni ad edificare in maniera ineccepibile, ma così non è, spesso essi, questi uffici, sono proni alle esigenze dei potenti dei quali hanno sacro timore ; tutto questo aggravato dal fatto perchè spesso la controparte abusivista è rappresentata da potentati economici che dispongono di uffici legali e ingenti mezzi atti a far vanificare le denunce dei cittadini.

Per non parlare del fatto che spesso la lobby degli avvocati è così potente che attraverso uno scambio di favori reciproci riescono a far insabbiare le cause attraverso un sistema protezionistico corporativo di casta.

Di chi è il responsabilità di tutto questo se non del potere politico? Il Sindaco D’Alfonso e la sua corte del nascente Partito Democratico non avranno nessuna responsabilità penale , ne sono certo, ma  ne hanno una siglificativa: la responsabilità politica; non mi serve a nulla il maquillage della città se poi esso è congeniale a far arricchire gli speculatori e a far decuplicare il prezzo delle abitazioni e degli affitti e fa  regalo ai già ricchissimi industriali pescaresi, siano essi pastai che altri.

 Ecco perchè doverosamente possiamo dire che il Governo della Città ha miseramente fallito e non ha rispettato il programma che si era dato, carpendo la buona fede di migliaia di cittadini, come il sottoscritto, che aveva votato la coalizione D'Alfonso con la speranza di far piazza pulita degli intrallazzi, ma così non è stato.

 

Diderot 

 

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La (brutta) giornata della Fondazione Pescarabruzzo

 

 La cronaca locale relativa alla GIORNATA della FONDAZIONE PESCARABRUZZO di sabato giugno u.s. non ha riportato il mio intervento, tenuto quasi al termine dell’incontro. Ne riferisco sinteticamente.

1) Ottima l’iniziativa di ripresa della “giornata” e di redazione ed illustrazione del “bilancio sociale”, da me più volte sollecitate; gravi la poca pubblicizzazione dell’evento e la mancata previsione di un dibattito: a livello nazionale, la “giornata” è stata arricchita da una bella tavola rotonda!!!

2) Purtroppo, la Fondazione da alcuni anni ha sospeso le 5 borse di studio per tesi di economia, intestate al nostro concittadino, maestro di economia e di vita, Federico Caffè, né ha ancora attuato il previsto Centro di Studi economico-sociali a lui intestato.

3) La Fondazione non dialoga apertamente con la città tutta( non ha partecipato nemmeno all’apposito dibattito in consiglio comunale!): la cerimonia era ad inviti di fatto rivolti alle Associazioni Beneficiarie di contributi.

4) Il consuntivo 2006 dei contributi erogati si discosta sensibilmente dai dati nazionali e dallo stesso preventivo 2006 della Fondazione: cultura 84% (preventivo 39%); istruzione 5% (preventivo 16%); ricerca 1% (preventivo 11%); sanità 2% (preventivo 8%); sviluppo economico 8% (preventivo 26%); volontariato 0% !!! (a livello nazionale 10%).

Evidentemente, la cultura consente maggiori parcellizzazioni di contributi a pioggia per accontentare le tante “parrocchie” non solo religiose…!!!

5) La comunicazione della Fondazione mi appare coerente: da tempo non viene pubblicata la new letter: il sito internet non riporta ancora le erogazioni 2007 e non riporta mai le principali determinazioni degli Organi Aziendali.

Pur tenendo conto di criteri prudenziali giusti, la reddività del patrimonio della Fondazione mi appare bassa.

6) Ponte sul mare? Finanziamento ignoto nelle carte previsionali.

Grazie per l’attenzione

                                              Silvio Profico

 

 

 

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IN FABBRICA

 

fabbrica dove più nessuno vuole andare (e fanno bene!)

fabbriche che sembra strano ma ci sono ancora

fabbrica dove la libertà finisce quando iniziano i cancelli (...che pure fuori non è che...)

fabbrica dove se lavori bene ci mettono pure tuo figlio (forse)

fabbrica dove il sindacato latita

fabbrica nel reparto dove monto i pezzi dove controllo la linea, dove gli stessi movimenti, gli stessi giorni

fabbrica dove se piove o c’è il sole non fa niente tanto è uguale

fabbrica dove pure le macchine c’hanno più vita di noi altri

fabbrica dove la mensa sembra la sala d’attesa del pronto soccorso

fabbrica dove l’orologio segna la sua ora al contrario (...un’ora in meno di vita)

fabbrica dove c’è il grosso tavolo di lavoro che un po’ di rosso ci starebbe bene se non altro per il colore

fabbrica dove il neon ci rende pallidi, le notti insonni ci fa i visi gialli, le incazzature represse le facce verdi

fabbrica dove il servilismo è più inutile che mai (ma più funzionale)

fabbrica dove le pensioni se solo ci credi arriveranno (forse)

fabbrica dove siamo tutti uguali ma con contratti diversi

fabbrica dove i politici non lavorano

fabbrica dove penso “o eliminiamo i padroni o eliminiamo la fabbrica”

fabbrica dove anche una pianta grassa può fare primavera

fabbrica dove è come giocare una partita di calcio rimanendo per tutto il tempo in panchina

fabbrica dove passi anni e anni della tua vita ma non c’hai il tempo nemmeno per un caffè

fabbrica che non lo auguri a nessuno

fabbrica dove mio fratello è scappato, mio padre è scappato, mia cognata non vuole andare

fabbrica dove mia mamma impacchetta le lenti da quarant’anni

fabbrica che sempre sto cazzo di cartellino

fabbrica che un call center è uguale o forse peggio

fabbrica che la divisa pulita tutti i giorni

fabbrica dove la radio rompe i coglioni per tutto il tempo (e meno male)

fabbrica che ci sono pure una frega di viscidi e di stronzi

fabbrica che dall’operaio che prende 5 euro in più da gli altri fino al proprietario c’hanno tutti una faccia di c.     

fabbrica dove le mani si son invecchiate fabbrica                                                                                   

fabbrica dove lavoro e non capisco ancora di chi è la colpa

fabbrica dove le moto e le macchine nostre sono le più belle

fabbrica dove Prodi o Berlusconi ...tanto è uguale

fabbrica dove le speranze si hanno però solo con la sinistra al governo, con la destra mai

fabbrica dove ho trovato qualche amico

fabbrica dove credo non esista un senso

fabbrica dove le cene e i pranzi, le cene e i pranzi, qualche volta a fine turno

fabbrica dove le partite di calcetto si ma solo noi senza i “capi”

fabbrica dove si deve pulire per risporcare, pulire per risporcare, pulire sempre 

fabbrica dove c’è sempre qualcuno che  viene prima e viene dopo sempre

fabbrica che non dorme mai

fabbrica dove penso “se non è degli operai nessuno deve andare”

fabbrica dove la parola libertà ricorda sempre qualcosa ...ma con un po’ d’amaro in bocca

 

ANDIAMO VIA

 

Andiamo via

Prima che tutto scompaia nel nulla

Andiamo via

Prima che un’onda arrivi e ci sommerga.

 

21

 

SICUREZZA E ANARCHIA

 

Se sicurezza è la famiglia, anarchia è tutti gli altri

Se sicurezza è un poliziotto anarchia è un incidente stradale

Se sicurezza è acciuffare il ladro dele rapine in villa, anarchia è nessuna villa nessun ladro

Se sicurezza è un passaporto, anarchia è nessun confine nessuna barriera

Se sicurezza è un mobile in legno d’arte povera, anarchia è gli alberi e tutto il resto

Se sicurezza è “se sbagli ti punisco”, anarchia è autoresponsabilità

Se sicurezza è cancelli e transenne, anarchia è libertà

Se sicurezza è uno decide uno esegue o uno decide tutti eseguono, anarchia è autogestione collettiva

Se sicurezza è una caserma militare, anarchia è la diserzione

Se sicurezza è in guerra con i deboli in pace con i forti, anarchia è “tutti cavalieri”...

Se sicurezza è vivere in pace facendo la guerra, anarchia non è vivere in pace ma essere contro la guerra

Se sicurezza è produci consuma crepa, anarchia non è garantire superfluo e necessario ma l’indispensabile

Se sicurezza è bere acqua vitasnella, anarchia è tutti i laghi i fiumi e i mari

Se sicurezza è il pannello solare, anarchia è il sole

Se sicurezza è il cittadino, anarchia è l’essere umano

Se sicurezza è un posto di lavoro, anarchia è nessuno oppresso nessuno oppressore

Se sicurezza è una mano sulla spalla, anarchia è un bacio sulle labbra.

 

 

RESTA VITA NON TE NE ANDARE

 

Resta vita non te ne andare

Tienimi la mano

non mi lasciare

nel passato ancor ricordo

noi due abbracciati insieme

Resta vita non te ne andare

Abbandonato sul mio letto

Il mondo scorre senz’attenzione

Mi specchio nel mio specchio

Sono uno come un milione

Resta vita non te ne andare

Senza il  cielo, oltre il cielo

i gabbiani non sanno volare

il treno sui suoi binari

le sedie al loro posto

un pensiero dopo l’altro

un passo con un passo

m’ allontan da te

io credo troppo presto

tu seduta accanto a me

un altro seduto nel mio posto

Resta vita non te ne andare

Complici o assassini

tanto è uguale

Resta vita non te ne andare

complici o assassini

tanto è uguale

Resta vita non te ne andare

Guardare avanti

e parlare, sperare

rincorrere una meta

senza mai ripensare

ad una lacrima versata

ad un sorriso dato in fretta

ad un angolo di cielo

coperto troppo in fretta

E allora...

Resta vita non te ne andare

per ogni uomo

che in galera

è costretto a rimanere

con le ali ripiegate

ore ed ore ad aspettare

Resta vita non te ne andare

Come nave d’altri tempi

sommersa in pieno mare

riposi sotto un’onda

dove la luce non può arrivare

Resta vita non te ne andare

come conchiglia stesa al sole

tra milioni tutte uguali

tra milioni di milioni

tra milioni ad asciugare

Resta vita non te ne andare

come un pesce sulla spiaggia

non riesci più a nuotare

Resta vita non te ne andare

e come un pesce sulla spiaggia

non riesci più a nuotare

Resta vita non te ne andare

 

Moreno De Sanctis    minoranza@yahoo.it

 

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Gc: fuoco alle polveri! fuoco alle coscienze!

 

La questione GC: nuovi iscritti delusi ed aspettative dei militanti travisate

*(estratti dell’appello a tutti i Gc inoltrato dall’ex-AMR-Progetto Comunista)

Le strutture e gli organismi dirigenti dei Gc vivono un momento di stallo critico dinanzi alla prospettiva del “cantiere social-democratico” di Bertinotti e Mussi: il che rende urgenti la consultazione e il coinvolgimento di tutti gli iscritti.

*”<<…>>Dall'ultima conferenza nazionale dei Gc si è venuto sempre più accentuando il processo di "svuotamento" ed “accentramento” clientelare (ossia,la cooptazione indebita “degli amici degli amici”) delle strutture giovanili del partito. Nella gran parte delle regioni, nonostante il regolamento nazionale Gc preveda l'elezione di coordinamenti provinciali e di un coordinatore regionale, questo è avvenuto di rado: in molte regioni non sono mai stati eletti né coordinamenti provinciali né coordinatori regionali. Così,nella maggioranza delle federazioni, i coordinamenti provinciali non sono attivi o non vengono convocati e gli attivi degli iscritti sono rarissimi, con il conseguente vuoto di iniziativa politica.  Emblematico è il caso di Milano - dove non a caso si è nel 2005 svolta una conferenza straordinaria -: in una delle federazioni con più iscritti per due anni è mancata la figura di un coordinatore provinciale dei Gc e il coordinamento non è mai stato convocato:  questo si è tradotto in un vuoto assoluto di presenza e intervento dei Gc stessi nella metropoli.  Ma molti di noi riscontrano una situazione sostanzialmente uguale nelle gran parte delle altre federazioni:   assenza di un reale coordinatore o di un effettivo coordinamento. Similmente, il Coordinamento nazionale Gc  si è rivelato un organismo meramente formale, svuotato di compiti dirigenti e sganciato totalmente dalle realtà locali: le riunioni di questo organismo sono risultate puramente autoreferenziali; non è mai stato mandato un resoconto agli iscritti né vengono pubblicati su Liberazione interventi e ordini del giorno messi ai voti; non pochi membri dello stesso si sono passivizzati o hanno lasciato il partito. Di fronte allo svuotamento di questo “organismo”, tutte le decisioni, di fatto, vengono prese nell'Esecutivo nazionale, un organismo ristretto che esclude dalla gestione dei Gc la gran parte delle minoranze del partito (è composto solo da rappresentanti della maggioranza bertinottiana e dell'area Erre).

La crisi organizzativa è specchio di una crisi politica . La crisi delle strutture e il vuoto d'attività politica dei Gc si sono venuti accentuando da quando la maggioranza dirigente del nostro partito ha avviato il percorso di avvicinamento all'Ulivo in vista dell'alleanza di governo.

L'adesione del Prc all'Unione, la scelta di entrare a far parte del governo Prodi, a fianco dei banchieri e di Confindustria, è stata pienamente sostenuta anche dalla maggioranza dirigente dei Gc, con la conseguente emarginazione coatta di qualsiasi voce dissidente. Come per il partito nel suo insieme, questo si è tradotto, anche per i Gc, in una netta rottura con le ragioni dei movimenti degli ultimi anni, dei tanti giovani lavoratori costretti a vivere tra disoccupazione e precarietà, degli studenti che subiscono lo smantellamento dell'istruzione pubblica. Non è un caso se i Gc, che precedentemente avevano investito in maniera acritica nella disobbedienza, hanno visto una rottura anche con i disobbedienti e con le altre componenti del movimento - all'indomani della "svolta governista";   non è un caso se i tentativi  di  creare  un  intervento all'interno  del   movimento  studentesco  sono naufragati in seguito alla decisione di entrare a far parte di un governo a fianco di Berlinguer e De Mauro; non è un caso se nessun tipo di intervento è stato fatto in relazione alle condizioni lavorative delle nuove generazioni, costrette a subire i drammi della precarizzazione.

Già oggi i Gc subiscono gli effetti del tradimento opportunista delle ragioni dei movimenti. Dopo aver celebrato l'apertura al movimento quale svolta radicale del Prc, le relazioni coi movimenti si sono venute progressivamente sfaldando: la varie assisi del movimento non vedono più una presenza, nemmeno simbolica, dei Gc; veniamo accusati di essere i "complici" di Prodi e dei nemici dei movimenti; la svolta non-violenta si è tradotta in una rottura con i settori più radicali del movimento.  La possibilità di intercettare il disagio studentesco - e di contribuire alla creazione di mobilitazioni in questo ambito - è stata stroncata dalla decisione di sedersi accanto a chi ha già annunciato che non intende mettere in discussione le decisioni dei precedenti governi di centrosinistra, che hanno aperto la strada alla Moratti. Di più: D'Alema e Rutelli hanno in più occasioni chiarito che un futuro governo dell'Unione non porterà sostanziali modifiche nemmeno ai decreti della Moratti stessa, finanziamenti alle scuole private compresi.   E' ovvio che, se già oggi i Gc incontrano difficoltà di interlocuzione con studenti medi e universitari, domani diventerà impossibile lottare per la difesa della scuola e dell'università pubbliche nel momento in cui si sarà complici diretti dello smantellamento delle medesime.

 

Anche sul versante della lotta al lavoro precario, che riguarda la vita di tanti giovani, l'Unione ha le idee chiare. Non solo è stato proprio il centrosinistra, con il famigerato Pacchetto Treu, ad introdurre in Italia il lavoro precario, ma anche oggi non si pone in discussione la struttura portante della legge 30 voluta dal governo Berlusconi: le uniche misure che il  centrosinistra annuncia riguardano alcuni aspetti della "Riforma Biagi" assolutamente marginali e che, soprattutto, non interessano al padronato (lavoro a chiamata e Job sharing).<<…>>”

I Gc, anziché rendersi rappresentanti degli interessi dei giovani lavoratori e degli studenti, rischiano di essere visti quali complici degli opportunisti, dei demòcrati borghesi e dei loro lacchè, che tentano di far fronte al frangente politico attuale del capitalismo  e delle sue istituzioni di specie con il taglio del costo del lavoro, con la repressione politica (e non solo) e con l’abbattimento delle voci dissenzienti ad ogni livello.

 

Gc:  da amorfa struttura di un partito revisionista,  alla speranza di un indefesso baluardo antirevisionista,  anticapitalista  ed antimperialista.

 

*”<<…>>Ogni ipotesi di blocco politico coi liberali, ogni alleanza di governo con chi rappresenta gli interessi della classe dominante borghese o dei suoi demòcrati di regime, a partire dalle amministrazioni locali, devono essere rigettati da un'organizzazione atipica , come quella dei Gc, che si propone invece di difendere le ragioni delle nuove generazioni scese in campo per un altro mondo possibile.

I Gc devono battersi per la difesa dei diritti e delle rivendicazioni più immediate degli studenti, dei giovani lavoratori e  dei movimenti: nessuno accordo elettorale con i liberali dell'Unione (maggioranza Ds ,Margherita  Pd)  che rappresentano gli interessi di Montezemolo e di Confindustria, cioè del capitalismo italiano.

O si sta con  Prodi,  Montezemolo  e  Berlusconi  o  si sta coi tanti giovani precari e studenti che chiedono un altro mondo possibile.  C'è un solco  di  classe  in mezzo, da non valicare: chi  osa  farlo  è semplicemente opportunista e rischierebbe di fatto di tradire le tante aspirazioni degli iscritti Gc ,come ,d’altro canto, oggi sta accadendo.  Provate ad immaginarvi, compagni, fra due o tre anni…ci riuscite?

Nonostante la vittoria della linea governista al  VI Congresso  nazionale del Partito,  ventimila iscritti del partito - pur collocati su mozioni diverse -hanno espresso la propria ostilità alla svolta governativa del Segretario (il 40% dei votanti, forse la maggioranza dei militanti). Non solo: dopo la fine del Congresso, con la farsa delle primarie e

l'accelerazione della trasformazione suppletiva del Prc all’interno dell'UNIONE, anche nella base di coloro che hanno votato a favore della svolta governista sono nati malumori e disillusioni.<<…>>”

 

Potrebbe pertanto essere confacente al caso dell’attuale stallo critico dei Gc inoltrare alla rispettiva  maggioranza dirigente  la richiesta di PRETENDERE,sin da subito, a partire  dai  coordinamenti  locali, piena potestà decisionale ed autonomia dall’Esecutivo nazionale e dai direttivi locali, in materia di schieramento elettorale: dunque la possibilità per i Gc di correre alle tornate elettorali locali con proprie liste. Il che arrogherebbe ai medesimi un invidiabile potenzialità di ricatto  nei confronti del PRC-SE ed ottunderebbe quantomeno ogni pressione di sorta da parte dell’Esecutivo Nazionale o da parte dei direttivi locali.

 

Perché un gruppo di Giovani Comunisti  simpatizzanti  del Partito Marxista-Leninista  Italiano  ?

 

*”<<…>>La struttura giovanile vive da diversi  anni una fase di passivizzazione dovuta alla totale mancanza di progetto politico, alla marginalità o estraneità da ogni forma di lotta, alla subalternità all'apparato del partito. Dopo la conferenza tenutasi nel 2002 e l'assemblea nazionale di Genova del 2004, il gruppo dirigente (composto dalla maggioranza bertinottiana e dall'area Erre) ha svuotato di ogni contenuto politico-programmatico la struttura giovanile, rendendo il coordinamento nazionale un mero parlatorio autoreferenziale. <<…>>”

Per eterogenesi delle stesse finalità elettorali del partito revisionista, i Gc hanno subito il ricatto ,le pressioni e la repressione d’ogni forma di dissenso da parte delle “agenzie elettorali” interne. Conseguentemente sono stati gli elevati costi collaterali d’agenzia a propiziare ed a far proliferare certi “rapporti clientelari” dentro i Gc, a scapito della democrazia nel partito.  

Occorre oggi più che mai RIBALTARE “i rapporti di rappresentanza di base ” tra Gc ed il PRC (e,dunque di forza) e rendere questa amorfa struttura giovanile autonoma, indipendente e staccata dal PRC-SE,in nome della democrazia interna alla struttura giovanile ,riguardante tutti gli iscritti, ed in nome del rispetto verso tutti i compagni che troppo spesso vengono esclusi dalle decisioni più cruciali.

Fino a quando i Gc saranno subalterni in tutto e per tutto al PRC-SE, sarà ineluttabile portare avanti una campagna di delegittimazione del partito revisionista, a partire dalla base degli iscritti.

 

Simpatizzanti PMLI

 

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 Il Veltro può essere Potere-Potente?

 

 

Quando in America si scatenò la corsa all’oro……….molti venditori di PICCONI si arricchirono. Questo vecchio adagio accompagna tante altre evidenziazioni e cronache di quel tempo famelico. Scrive un PICCIONE del tempo, con una penna della sua spalla-alare, che i Cercaoro molto scavano e poco trovano – poi fugge via per evitare di esser digerito quale ostia o piccola vittima. Ma un santo-uccello, o aquila dantesca, lo schernisce e quindi ghermisce.

 

Ah ….se quei Cercaoro avessero arato le praterie………” lamenta un esperto perito, ancor vivo, e propone poi-subito sue infinite alternative-astruse a suffragio di già tanta sua idiozia primaria.

Gli elogi, di quei che non attesero la morte dei Cercaoro, arricchiscono le declamazioni superflue e neniose inutili sia ai vivi che ai morti, i quali ultimi godono della fortuna di non poterle ascoltare.

 

“Cercatori d’oro” sono-sarebbero i componenti di una categoria di esseri-umani i quali rifiutano la loro vita miserabile e si lanciano, precipitandosi, verso obiettivi sublimatori: “Se troverò l’oro –essi si dicono- non apparterrò più a questa schiera di servi nella quale mi tocca vivere-godere-soffrire e soffrire e soffrire sempre-ancora.”

La spinta che sospinge il culo di detti umanoidi è tutta posteriore………cosa vale quindi “dire” ai loro cervelli, alle loro cape e cappelli e capelli?

 

Cercare oro è certo più………che non cercare ottone!

Ciò non vale per quel malnato………il quale vantava di essersi conquistato tanto oro con il ferro, delle sue spade, infatti quel malnato “nascesti ottone”…….così lo irride un satirico (Abati).

Mentre è deriso l’Astrologo Aulo che “salì in cielo……ma rimase ignorante” (Lucilio).

Gente che mira strategicamente a sublimarsi, a sublimare se stessi, rimanendo però in ambiti identici a quelli che procuravano loro fastidi e sofferenze: quanto vale una soluzione personale? Quanto vale per membri di comunità?

Bene fece Gorky ad irridere i santoni Tolstoi e Dostoievski, a sprezzare l’animo-borghese che li pervadeva e che letteraturialmente essi-loro trasudano……..santoni!

 

I due russi ed il confuciano Confucio che sfidava i rivoltosi a riscoprire se mai il sole…….fosse-potesse mai nascere ad occidente! Come il sole non nasce ad occidente………così il padrone non può non esistere, il servo non può non servire e l’oro deve riposare nelle reggie e …….consimili anali analetti permeavano il precristianesimo asiatico. Se questo fu l’ambito ove alogenamente nacque l’Unto ……….cos’altro poteva mai ecrazen-gridare o tuonare-brontos in lingua ebraico-greca? Avesse avuto almeno una lingua di balena: avesse avuto almeno una lingua pari alle 6-7 tonnellate, cioè. Cioè di una massa quasi pari a quella di un Elefante dalle bianche zanne quintalose.

 

La vittoria del Potere vince, ha vinto, può continuare a vincere: quanto riesca a CONVINCERE è però altro, altro molto diverso. Il potere non è capace quindi di esprimere altro che una vile forza. Esso esprime una potenza che non è mai tale “propriamente”: è una potenza premessa, quasi una pre-potenza o prepotenza: che schifo! Che schifo suscitano i potenti!

E che schifo provoca chi variamente è ad esso collegato……….. cointeressato o canino-umanoide.

 

Oggigiorno l’italiano potere è da gran parte offerto-esaltato-organizzato-sublimato-proposto-soppesato e suppesomatoci in un grande veltro che i grammatici amano dire e far decantare quale VELTRONI: evviva Veltroni ed i Veltroniani, lunga vita che il buon dio non ce ne privi trop prest!

Suppesomare è voce del verbo Su-peso-somare (somare-asino e somare soma, sempre per asini).

 

 

Quanti glossologi, intelligenti, intelligeranno che come verbo è idiotissimo, se solo vorranno calare la loro censoria pedanteria su una linguetta molto minore di quella baleniera, di cui sopra.

Eppure la miglior bravura del glossologo, filologo dalle dure orecchie nicchiane, è forse proprio quella di saper dirigere lo sguardo e l’attenzione dove più trova consensi, consensi economici, di riconoscenza monetaria da parte di quei ai quali ha offerto il suo ornato collare: campanellini-atoni!

 

Veltroni è buono, chi potrebbe adirarsi verso il suo disarmante sorriso. Veltroni è la “carta” magica che alcuna politica italica sta scegliendo per………per proporsi a continuare a governare il “nostro” paese. Anche la Mussolini, in tv, non riuscì a non dirsi simpatizzante per quel di lui bel faccione bonario. Anche la rai non ha che encomi da offrirgli, forse anche tant’altri gli affidano il Potere, tanto Lui è un buono!

 

Eppure, linguisticosi esperti, voi ci avevate insegnato ad odiare il Veltro, il di lui piede veloce, Dante lo vede “cane potente” e voi come vedete un “veltroni”………. un accresciuto-pluralizzato?

Almeno ribattezzatelo! Clericali che del rinominare fate sapienziale virtù………ribattezzatelo!

O che forse il novello partitello-partitone-nascente già occupa tutte i fonti battesimali vostri?

Son pochi i novemila euri mensili per un sindaco, novemila? Novemila detti, novemila testificati, novemila presunti! Né noi mai potremmo andare a contarglieli, quando li riceve, neanche se volessimo solo evitargli eventuali mancanze non corrisposte, per ERRORE.

 

Ma perché in quel di Bologna quanto guadagna il “cinese-locale” sindaco? Quel colui il quale in Roma guidò tre-Milioni di manifestanti, passeggiatori, inneggiatori i quali guardandosi dicevano: “cazzo quanti ne siamo!” – “vedete quanti cazzo ne siamo!” – “vedete quanti cazzo ne siamo?” Noialtri li si guardava dalla TV e si replicava, in rima: “Chissà che cazzo faranno?”  Tre-Milioni-Confederati in Roma e poi…………Cofferratti in Bologna-poi. Quanti veltri e veltroni avremo a contemplare, magari a Venezia o a Milano o Torino per poi vedere VELTRO in alcun dove.

Hugò vide i francesi andare al voto come le pecore andare al macello!

Hugò dove vanno questi italiani?

Ugo ride e tace, è tanto ignorante che non firma mai, non sa neanche fare la croce, né la crocetta votiva-votante e ride di Hugò-vecchio-vetusto-debole e parolaio.

 

Viva Cofferratti a Bologna, Viva Velltronni su altro trono da definirre ed evviva il Nuovo in un mondo che mai non cambia e che è sordo a mute proposte di polemici per vizio più che per natura. Viva la libertà di quei e di quegl’altri, anche dei primi i quali vista la prima sua realizzazione ………..si risolsero di cacare ove meglio loro piaceva……….ma suona male, in volgare, meglio chiarificarlo in latino:

“Chii quidam cum apud Spartanos…incacarunt in sellas ephorum…et in cathedras…”

“Corcyra (Corfù) libera proin caces ubi veils…”    ed è Eustathio in Dionigi che riferisce muto.

 

Bene fanno, dicono, quei che dicono-elogiano i riferimenti veltroniani a Don-Milani, quello del CARE (to-care). Un italiano-latino-prete che parla inghilese come il francese Car-not.

Don Dilani che dilania e combatte nel suo pozzo-clericale, mai scoperchiandolo, mai. Agitava le acque del suo pozzo per non farle marcire e per spacciarle quali acque sorgive, benedette, salvifiche. Povero Marx che vedeva droga tra le religioni, vecchio Marx, barbuto, non avesti tu la fortuna di conoscere Don Dilani……..certo avresti corretto i tuoi pregiudizi-rossi-rivoluzionari.

Viva Cofferati, Viva Veltroni, Viva Don Dilani e viva anche i Din, che con Don ci allietano le nostre sorde orecchie, ……voi demagoghi del popolo errante, disciferatori di Demogorgone, Dioscuri delle fluttuanti discipline, tesorieri del Pantamorfo e capri emissari del….G.B.N.A.d.N.A.

                                                                                                                                StelioSoriani

 

 

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IL SOGNO!

 

Cosa è un sogno?

Vivere nell’incoscienza,

meditare e riflettere

su quello che

il sub-cosciente ti insegna!

La riflessione, l’amore è considerare

tutto quello che ti appartiene

come patrimonio comune:

il sogno può diventare realtà.

Questo è il sogno!

 

 

IL SANTO PADRE PIO!

 

L’amore, il sentimento,

mi riportano indietro,

sento in me

il ricordo del tuo amore:

Santo Padre,

oggi più che mai,

la tua mancanza

mi fa sentire peccaminoso,

non ho potuto fare niente

che ti poteva salvare.

Oggi l’amore che mi hai dato

fa parte del bagaglio

della mia vita.

Grazie Santo Padre Pio!

 

 

IL FIUME!

 

Vedo il fiume in tempesta.

Il mio pensiero vaga, va lontano.

Il presentimento mi dice che

a valle può creare molti danni.

Cosa si è fatto per alleviare

questo contatto con l’ambiente?

Nulla si è fatto

per migliorare questa situazione!

Se ci sarà un rovescio naturale,

sarà colpa dell’uomo!

VEDO UN CIELO STELLATO!

 

Alzo la testa in alto,

con meraviglia,

noto che qualche stella cade;

altre, a catena, seguono.

Sono il preludio

di un grande evento

che si ripete da secoli:

è la notte di San Lorenzo!

 

 

LA PROTEZIONE!

 

Il desiderio di evadere

era diventato un’ossessione.

Tu mi frenasti, mamma!

Tutta quella mia esistenza,

non soddisfaceva

il mio desiderio, mamma!

Desideravo allontanarmi da te

perché mi proteggevi troppo!

 

 

L’UNIONE DELLE RAZZE!

 

Perché non collaborare insieme

se veramente si crede

ad un Essere Superiore?

Se si crede in questo

non ci dovrebbe essere

discriminazione.

Tutti dovremmo crederci

e tutti dovremmo collaborare

per migliorare il nostro futuro

perché, se ci si riflette,

tutto quello

che abbiamo decantato,

non è purezza: c’è

sempre quel tocco

che lascia il segno!

 

 

IL TEMPO!

 

Il tempo è un orologio

caricato da un pazzo,

ecco perché

corre così velocemente,

bruciando le tappe della vita!

 

 

8/6/2000!

 

Che creatura!

E’ più bella di quello

che arriva all’improvviso!

Sarà accettata!

Sarà amata!

Basta poco:

prega Dio,

e tutto diventa più facile!

 

 

IL PASSO!

 

La mente umana non riesce

a controllare il passo.

Tutto quello che crea,

non è altro

che la brutta figura

del suo comportamento.

Un passo falso, un passo sbagliato,

così l’uomo,

che crede di essere superiore,

non è altro che

un difettato di sotto.

 

 

LACRIME!

 

Piango per non

essere stato fedele,

sia con lei, sia con me stesso.

Piango per rabbia:

mi ribello in tutto,

anche al mio comportamento.

Piango a volte per dispiacere

altre per amore.

Il pianto più brutto

è quello che si sente nel cuore!

Dio ci aiuti a piangere

per tutta la vita,

ma solo per amore:

questo sì che è il pianto

che ti viene dal profondo

del cuore.

Le lacrime

che solcano le tue gote,

valgono più di qualsiasi moneta

perché sono lacrime d’amore.

 

                                                                                                 Luigi Dezio in arte Popò


 

 

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