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IL SALE - N.°66


Sommario

 

                                                           

 

 

 


 

 

Libera Chiesa….. e  lo Stato?

 

di  Luciano Martocchia

 

Non che vorrei andare a rispolverare la vecchia tesi cavurriana della "Libera Chiesa in libero Stato ", ma il dibattito etico e politico sui grandi temi dei Diritti civili, in Italia, sta assumendo toni e contenuti grotteschi.
Diciamo che nei paesi nordici un esasperato laicismo e distacco della Società civile ha portato ad un isolamento delle chiese, o nella stessa pur cattolicissima  Spagna di Zapatero , nonostante i vari decenni di oscurantismo franchista, si è riusciti a mettere uno steccato tra  la morale ecclesiastica e i principi che regolano la vita dello Stato.
Eh no, adesso basta. Non è possibile che nel nostro paese le leggi debbano essere approvate in Parlamento e in Vaticano! Sempre con questa palla al piede che si sente arrogantemente depositaria dell’unica etica dalla quale nessuno può prescindere. Laicità, liberalità, democrazia, libertà, diventano sempre il male, il demonio e vengono puntualmente criminalizzate con attacchi massicci e mediatici, quando si sfiora il potere ecclesiastico. Ma questo non vuol dire che solo l’apparato ecclesiastico abbia il diritto di sancirlo e regolarlo. Invece per loro esiste solo un tipo di matrimonio, un tipo di unione riconosciuta, un tipo di famiglia e amore e solo loro hanno il diritto di sancirli. Tutto il resto è il male.
Il fatto è che questo diritto ha sempre rappresentato un potere per la Chiesa cattolica. Un potere di regolamentazione, controllo, ricatto che negli anni è andato diminuendo e con le nuove proposte di legge va ancora più diminuendo.
Ecco perché è stata scatenata questa crociata con continui interventi ed ingerenze del Papa e dei suoi fidi cardinali. E poi sempre in Italia, perché è qua la sede del Vaticano ed è qua che deve essere massimamente dimostrato e difeso il suo potere. Un monito ed un esempio per tutto il mondo. Perché è evidente che se una proposta di legge simile fosse avanzata in un paese cattolico lontano non susciterebbe la stessa reazione. Invece qui apriti cielo.
Nessuno nega la libertà della Chiesa di esprimersi, ma è intollerabile che questo succeda in maniera sempre così massiccia e puntuale quando un cambiamento sgradito è proposto in Italia. Perché, invece di ribadire anche con forza ciò che la Chiesa riconosce come matrimonio per i credenti, si attacca, si criminalizza, si negano altre possibilità, altre regolamentazioni per chi, ad esempio cattolico non è? Certo, esistono i matrimoni civili, ma se la società esprime altre realtà, come le coppie di fatto, perché un governo non ha il diritto di produrre leggi che le regolamentano? Perché un governo e un popolo devono subire pressioni, ingerenze, minacce quotidiane, non sentirsi liberi di legiferare ed essere ostaggio delle gerarchie religiose?
Non nego che in Italia ci sia una maggioranza di cattolici, ma quanto sono i veri cattolici, i veri osservanti della religione, e quanti i sedicenti cattolici? Andate in chiesa a vedere quanti fedeli si raccolgono la domenica (e lasciamo perdere l’opportunismo della minoranza parlamentare...). E´ quindi in nome di un’ipocrisia generalizzata che gli apparati religiosi si esprimono con tanta veemenza.
Non per nulla, per combattere costoro, intransigenti e oscurantisti, sono sono sorti nuovi movimenti organizzati come il NO VAT ( no al Vaticano),  Facciamo Breccia (in onore e in memoria dello sfondamento dei bersaglieri a Roma Porta Pia del 1870 ) o anche associazioni di cultura aconfessionale  come Italialaica .
Qual'è la differenza tra la legge coranica che impone con la forza il credo religioso a tutti e la legge canonica cattolica che fa altrettanto con le sue ingerenze? Forse il fatto che da noi nessuno viene decapitato? Ma questo è dimostrato che accadeva anche da noi fino ad un secolo e mezzo fa , con le impiccagioni in nome del Papa Re, o con i roghi nei quali sono stati arsi, Girolamo Savonarola, Giordano Bruno e decine di migliaia di eretici in tutta Europa , insieme a  streghe ( femministe ante litteram ), ebrei o gay ( fu affibiato loro il nome di finocchi perchè i preti buttavano sul fuoco mazzi di questi ortaggi odorosi per mitigare il puzzo di carne bruciata ( disdicevole per il popolino che assisteva- come per i forni crematori dei nazisti ). Nessuno ha chiesto scusa, anzi qualcuno afferma che bruciarli non si può più, però......fatevelo  dire da Ruini !

 

Luciano Martocchia

 

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A V A R O     O R A V A                 ed                 O R A V A          L ‘ A V A R O

 

Un “Avaro” , guardandosi allo specchio, vede un che già “oravA”, e viceversa.

Né Moliere seppe cogliere tanta affinità, forse perchè la sua formazione fu gesuitica ed avvocatizia.

 

Quanti sono, infatti, i produttori di aranciate? Tantissimi!

La mia mamma la mi diceva che basta spremere un arancia per fare un mezzo bicchiere d’ARANCIATA. Oggigiorno le aranciate son anche fatte con arance ma non tutti i frutti di un albero possono entrare in una bottiglia………..  perciò gli aranciatori ne mettono di meno ………….. un decimo………. e lo piangono.

Lo piangono quasi fosse quella Decima che i vassalli…….

Piangono lo spreco-decimale e studiano testi sacri ove le acque divennero vino, ove un’acciuga balenò cetacea agli astanti……….alcuni furono addirittura schiacciati dal sopraggiunto peso.

 

Un avaro orava tanto che riusciva a fare con un arancio una bottiglia di aranciata. Miracolo!

E’ un vero miracolo o è mera Simonia?

Risponda chi sa ………… noi si preferisce bere Limonata!

Noi non riuscivamo a ben rileggere quanto si andava scrivendo.

Non per questione di lume quanto di lumi………. Perciò accendemmo la luce.

Come mai riuscimmo in tanta potenza ci aggravò lo sconforto: Accendere la luce, dar fuoco alla luce…… anche questo è un miracolo.

 

Luce, luce azzurra, luminosità clericale, splendore celestiale ………..quanta animosità!

Noi con un CLICK ……….. riusciamo ad accendere una lampada, mentre con altro CRICK_CRICK riusciamo ad accendere il gas di un fornello e ciò pare, appare, meno esagerato, anche se accendere un fuoco con una semplice pressione su un bottone è cosa strabiliante!

I “Selvaggi” vedendo un fuoco magico, alias accendino, nelle mani di un missionario………… proposero essi lo scambio con tutte le loro terre, con tutte le loro mogli, con ogni altro lor bene: erano convinti di entrare in possesso di Magia-Pirica.

 

Bene fecero e fanno a dir selvaggi quanti scambiarono magia con miracolo, e scambiare un miracolo con terre-mogli ed ogni altro lor bene.

Anche Frazer, sommo etnologo, dice Selvaggi i selvaggi.

Frazer ci pareva una persona normale che ricercasse intuizioni comportamentali.

Poi queste sue definizioni su abitanti di selve………ce lo resero inviso.

Ma come dire “Idiota” ad un che da un Ramo d’oro trasse tanto oro editoriale e consensi anche clericali?

 

Fortuna nostra è stato girare, voltare, continuare a girare e voltare, finchè, occasionalmente si è riscoperto, cioè letto di un tale Wittghenstein, stein-pietra, il quale con vari raggiri e perifrasi arriva a “polemizzare con Frazer e giunge a dire che egli è molto più selvaggio della maggioranza dei suoi selvaggi ……e che …….….le sue spiegazioni delle usanze primitive  sono molto più rozze del senso di quelle usanze stesse”.

 

Wittghenstein-Frazer che bella sfida... chi avrà dato voi la missione di dire-urlare quanto avete detto-urlato? Forse la missione loro avrà omonimia con la missione dei missionari mandati a civilizzare le selve!

Ma mai da noi si darà loro alcuna “Missio”, la quale altro non è-era-è che il gesto assolutorio offerto ai gladiatori romani-pagani i quali avevan meritato di non infierire fino all’ultimo sangue.

 

Eccoci ripercorrere, aver ripercorso, strade che il nostro caro Vico ci aveva già indicato.

Vico scrive che i ladri “antichi” sacrificavano agli dei, magari a Mercurio, per accattivarselo e salvaguardarsi dalle ripercussioni celestiali del gran Dio.

Dice cioè Vico che gli antichi ladri rubavano con l’autorità degli dei!

Noi, con l’autorità di Wittghenstein, stein-pietra, diciamo che Frazer è, sinteticamente, Selvaggio-Rozzo! Quanti amano contraddirci sappiano di questo scudo achilleo e non sperino in miracolistiche sue sublimazioni.

 

E quelle aranciate degli avari torquetari di arancie?

Quanti han fatto caso che sulle bottiglie-contenenti ………. Spesso oltre al superfluo appare la denominazione, titolazione di San …….. Santa ………. ?

Povero Simon Mago che fosti tanto deriso ed irriso e condannato e dannato nella tua semplicità profittevole! Oggigiorno noi tutti si è in un regime, in un contesto, in una atmosfera una sfera religiosa!

Vanta alcun clero che il “nostro” Occidente è di matrice cristiana, (cioè esistè il cristianesimo), che la maggior religione “nostra” è ancor Cattolica e che i Clericali sono annessi e connessi a tanto riferimento.

 

Ed il Premoli dove lo mettiamo?

Molti esperti di lingua, non i lacchè, ma i detentori del Bel-Parlare-Italico tacciono riferimenti a questo primo-primulo-premolo che, anche lui, fece un tesoretto della italiana lingua. Non soldi, non oro, ma un doppio tomo ove son tenute come preziosità molte delle affinità godute dalle idee-parole italiane.

Molti lo tacciano ed a noi ci ritorna caro ravvivarlo con intenti rivivificatori, oltrechè esaltatori e ludici.

 

Premoli, quasi come in una favola, ci rammenta-racconta che esiste, esistè,  tal SistoV (leggasi sisto quinto) il quale “quando spezzò un crocefisso che i frati, facendo sudar sangue, gabbavano per miracoloso: motto ormai proverbiale.” La premessa è da noi posticipata: “Come Cristo t’adoro e come legno ti spezzo.”            (Il corsivo-sì ed il corsivo-no sono come nel testo, cioè non nostri. Alla voce Miracolo.)

 

Gabbavano per miracoloso………. A noi pare una giusta critica. Cosa serve Gabbare quando la miracolistica insegna che con un arancio si vende Torquato-Arancizzato quanto costa anche un kilo e mezzo di arancie? Ora il dissetatore che colpa ne ha se applica quanto loro maestri, Maestri, hanno lui prefigurato-insegnato?

Quanti osti annacquano il vino?

Solo quelli vecchi.

I meno vecchi metanolizzano.

I “moderni” ci sorprendono per la suasione che san calare sui prezzi enormi delle loro bottiglie suavissime!

 

Noi, apotropaicamente, andiamo accendendo lampadine e fornelli per mostrare paritetica capacità miracolistica: bellissimi quei CLICK che vivificano piccoli soli per ognuno di noi: mille soli e mille occhi! Eppure il sole è unico, come unico è il suo occhio onniveggente.

Il fatto è che nascendo di MATTI na ha anche lui del pazzo tronco un ramo.

 

                                                          

 

Il Capro e la Suora Doccione di Notre-Dame-Des Marais a Ville Franche-En-Beausolais.

Facciamo un Click e realizziamo un miracolo; bello è anche il chiasmo Realizzare-Miracolo!

Noi operando alcuni click su una tastiera di computer abbiamo “catturato” questa “scultura”.

Scultura di un colloquio, non riportato, tra u-capro e la sottostante figura: l’arte è arte e tal Matteo Marangoni, Garz-Vallardi, ha scritto un testo titolato:” Saper vedere”. Noi lo abbiamo acquistato usato ad 1,30 euro.

Il nostro monitor-cario, di navigante-nautes, cioè di navigante in internet su di navi-gusci di noci, cioè carionauta inesperto, come inesperti erano i naviganti derisi da Luciano di Samosata….. ed eccoci novelli carionauti-carionautes riscoprire questa rappresentazione che ci rende un po’ simili a quell’Antonio, il quale si contemplava i Mostri nel deserto, per attrazione e……. e ne rimase sempre distaccato e nemico…….. neanche il loro numero poteva realizzare una forza sufficiente a distoglierlo dalla sua fede.

A noi basterebbe molto meno, anzi forse neanche l’evidenza ci convincerebbe, anzi, anzi.

 

Quanti, e con quante parole e interconnessioni saprebbero spiegarci quanto accadde in quel di Francia?      

                                                 Diceva, in italiano, un disperato miserabile: Quanta miseria c’è in Inghilterra!

                                                                                                                                              Stelio Soriani.

 

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RAGLI DI MAGGIO                                           di Giacomo D’Angelo

 

Il grande e i grossi.

In un convegno su Federico Caffè un giornalista lo presenta come «uno dei più grossi economisti del 900». Ma no, Caffè era un omino, basso, minuto, «ristretto» come qualcuno lo definiva scherzosamente. Anche d’Annunzio, Mattioli, Flaiano erano di statura non svettante, ma non grossi. Grandi sì, se la lingua italiana ha ancora un senso. Grosso nel senso di grossolano, rozzo, privo di finezza, nudo di sensibilità, ma tumido di arroganza è invece il banchiere, docente universitario, amministratore di danaro pubblico per capriccio proprio o clientelare, che finanzia bottegucce stampalibercoli, ectoplasmi di associazioni, politicantume da cortile, concorsi per grafomani della domenica, ma dimentica le borse di studio promesse e buccinate in onore di Federico Caffè. Il bravo Silvio Profico, sofferente allievo di Caffè, si meraviglia di tale comportamento schizoide e se ne lamenta, ma perché? Dovrebbe averne di  pratica di politici e di finanzieri distanti anni luce da Federico Caffè. Sembrano geremiadi da mentecatti moraloidi e magari lo sono, ma come si possono fare certe confusioni? Nel nascente Partito Democratico(non un puer robustus et malitiosus, come Togliatti definiva il PCI, ma un senex fractus et infirmus) un Caffè non sarebbe mai entrato, mentre il grosso banchiere, il grosso professore, il grosso culturista sì, dal portone principale, in auto blu, in abito caracenesco, incravattato marinellianamente, contornato da un codazzo di Paol(inetti), di Fascian(elle), di Delturchidi, di Zoccolelli-Vermicelli, di Falstaff dell’Aca, e altri spettri palazzofagi. Tra bumme e bamme e sone di campane. Ma sì. Ci sarà anche lui, il Veltroni del Monte Camicia, il La Pira  del Morrone, il Padre Pio del Monte Corno: Gianni Melilla, scalatore di cordate egocentriche, narciso di palingenesi dell’immobilismo, diessino pentito di giorno(ma non di notte), in attesa di un Godot che gli sistemi l’aureola. Santo subito? Per ora è meglio aspettare. Le canonizzazioni sono per i defunti e lui vive e lotta…per noi? Mah.

 

Il camerlengo si candida a sindaco?

Tra le forme di spreconeria del danaro pubblico esiste da tempo, nell’Abruzzo clientelare, delturchico colettiano e dalfonzista, quella di finanziare la grafomania, il sempre più oceanico «partito dei poeti»(come lo chiamava Montale), le legioni di logografi che si sentono colleghi di Manzoni, di Carlo Dossi, di Massimo Lely, di Salvatore Niffoi, per citarli pêle-mêle. Se tale mania, febbre,  vizio(o patologia) discenda da vocazione, da studi, da letture e riletture di altri artisti, da macerazione per dirla all’antica, da estro innato, poco importa: si può essere scrittori in Abruzzo(e in Italia) senza essere lettori -un miracolo all’italiana-, si possono ignorare Caproni, Risi, Ripellino, De Magistris, Patrizia Valduga e poetare egualmente, la dimestichezza con un italiano passabilmente corretto non è necessaria, l’articolazione di un periodo sintatticamente mondo di pasticci è un optional, l’uso di sermo rusticus o di vernacolo italianizzato è quasi obbligatorio, le concordanze grammaticali sono facoltative(si pensi al periodare affannosamente scazonteo di molti politici, destri sinistri centristi e politrasformisti). Insomma, anche se si è sprovvisti del tutto di talento, di conoscenze, di impegno sudocratico sui libri, dei fondamentali in una qualsiasi disciplina, è inutile disperarsi. Nell’Abruzzo della finanza allegra e degli oblatori pubblici in libertà condizionata, i grafomani, i rimatori e i versiscioltai, gli scribi dell’effimero, i glossografi del vento, gli scoliasti della muffa, non se la passano male. Se inoltre sono giovani hanno un santo protettore, un supercamerlengo che presiede la Fondazione Caripe ed è pensoso della cultura come pochi. Un mecenate alla Mattioli, un bibliofilo alla Einaudi(Luigi), un protettore delle arti alla Rathenau, un epigono di Lorenzo dei Medici. Che dimentica le borse di studio promesse in onore di Federico Caffè(non dimentica però di celebrarlo ufficialmente), ma in compenso, in collaborazione con le Edizioni Tracce(benemerite per rischio d’impresa), inventa un concorso letterario “Giovani Autori” per «incoraggiare e valorizzare la scrittura e la letteratura giovanile e favorire la promozione culturale della letteratura italiana». Minghia! Ma come, con le percentuali raggelanti di scarsi lettori che l’Abruzzo(e Pescara) hanno, inferiori alle medie nazionali, si pensa agli “aspiranti” scrittori. Si potrebbero acquistare e far circolare  libri seri nelle scuole, nelle carceri, nelle biblioteche, nei luoghi istituzionali e si incrementa il temino ginnasiale, il minimalismo borghigiano, l’elzevirismo di parrocchia, il proustismo di Tatone Minghe. Quegli italianisti componenti della giuria mattoscioide non potrebbero essere impiegati per la presentazione e la conoscenza di classici italiani invece che dissipare il loro tempo prezioso in demenziali «comitati di lettura»? Occorre un poderoso sforzo di fantasia per elargire danaro pubblico in fiere dello strapaese scrittorio, più vane e più diseducative di sagre della cicerchia e di tornei del birillo. Per beneficiare editori inesistenti, in una regione che non ha un solo editore di respiro nazionale, che scoraggia quelli che hanno tentato coraggiosamente di diventarlo(Solfanelli docet), che ha una spesa culturale da quarto mondo. Sembra che l’elemosiniere della Fondazione si candiderà alle amministrative pescaresi. Avrà bisogno di un ghost writer, anzi di molti di tali «negri», partoriti dai suoi goliardici concorsi, per raccogliere l’eredità di San Luciano degli Alfonsidi.

 

Comandino e il Brummel di Collelongo.

Paol(inetto) Enrichini il Comandino(era il suo nomignolo quando militava nella Fgci) si fa precedere sui manifesti istituzionali da un titolo accademico che non ha. Un peccato veniale nell’Italia dei dottori, ma che un amministratore pubblico, anche se per unzione cencellistica, si pavoneggi di un’ipocrisia così sboccata denuncia la serietà del

personaggio. Comunque per il neodottore il millantato credito è una cianciafruscola, un fievole orpello. Chi lo ha visto( e ascoltato) in questi mesi di tiepido inverno, avvoltolato in una sciarpa bianca come un pavarottino(sembra che ne possieda un assortimento di cashmere, di pashmina himalajana, di lana merino, di seta, di coniglio d’angora, di berbice) a difesa della sua delicatissima gola, il naso con arricciamenti grifagni, le narici bovinamente fumiganti vapori come una locomotiva d’antan, la bocca dilatata a mantice, si chiederà perplesso se costui esista o non sia un (brutto) cartone animato. Se la televisione è il regno del virtuale, quale conferma più squillante di questo fanigutton(per dirla col Cavaliere) imposto dalle regole antidemocratiche e privatistiche del politicantismo spartitorio a mansioni di amministratore pubblico, pur non potendo accampare il consenso di un solo elettore?

Ormai non lo tiene più nulla né nessuno. Privo di regole, protetto e garantito da un ceto di privilegiati, è smisuratamente irresponsabile. Libero da vincoli deontologici, piragnetto in una marrana di carcarodonti, sfoga la sua naturale arroganza, sproloquia, pontifica, predica, trasuda spocchia, sbrodola sicumera, sciala prosopopea con tale corredo di smorfie, di birignao, di ghignate,  di vocalismi e di boccacce da far sembrare un lord inglese il Brummel Del Turco di Collelongo. Nemmeno nei giorni più trionfali della prima repubblica si son visti forchettoni democrociati tanto iattanti, supponenti, turgidi d’albagia. A quei tempi scrivevo cronache simili(oddio, non è cambiato nulla?) su “il dibattito”e spesso pensavo di vivere in una società così laida che non poteva durare: chi avrebbe immaginato che un postcomunista mi avrebbe indotto al rimpianto di quei cavalieri antiqui?

Ma i consigli regionali, le giunte, gli enti, il mondo imprenditoriale, la società civile(rintanata dove?), i sindacati, i partiti, le fabbriche che chiudono, i morti sul lavoro, la cassa integrazione, le regole conventuali dello scomparso PCI, il PD in fieri, l’imminente afflato tra cellule e sagrestie, tutto questo e altro ancora occuperanno la mente(si fa per dire) del Nostro? Ma no, i suoi pensieri si concentrano solo sulla sua persona. Esiste unicamente lui, il bargiglioso Paol(inetto), l’ipervanesio Enrichini, il cacofatico governante inventato da botteghini più oscuri che mai. Lui dispone, escogita trovate, crea marchingegni, sciorina alzate d’ingegno, figlia pensate(e il conflitto con il pensiero nella fattispecie è più vistoso di quello berlusconiano con gli interessi): magari può accadere che il sito del turismo Italia.it, realizzato dal Governo, costato 45 milioni di euro e irto di acciacchi, alla cui nascita Paol(inetto)- coordinatore nazionale degli assessori- ha partecipato, dimentichi il mare in Abruzzo, ma chi se ne frega? I turisti, i balneatori, la conferenza nazionale del turismo a Montesilvano, il rilancio puntato sulla qualità: aria fritta e bollita. Importa soltanto che il calendario turistico sia fitto per lui, che deve sobbarcarsi la fatica di girare  l’universo mondo per pubblicizzare l’Abruzzo. Ma quanto costa un assessore regionale del turismo, quanti i viaggi e perché, quale il codazzo di familiari e di cortigiani, non c’è un’ombra di consigliere dell’opposizione che faccia un’interrogazione, un’indagine, una denuncia?

Io, io, io…io è il suo incipit, io è il suo explicit, io è l’ordo, io è l’ars dictandi, io è il dictator, io il trogolo in cui slinguazza, io il trespolo da cui cocoricheggia, io la scimmietta senza gabbia che mostra il didietro. Le sedute della giunta mettono in ombra tutti gli altri, la Sora Bettina Mura rimpiange scodelle e cipolle, la perturbata Valentina Bianchi implora muta il suo Ottavianone perché arresti la foia gallinaccesca del piumaceo off-putting. Il Collelonghese accarezza con occhi languidamente mesti la rotonda anatomia della sua assessora caracallesca, pensa che se fosse passato anche lui a Forza Italia come Elena Marinucci e quasi tutti gli altri garofanini non avrebbe tra le scatole questi ruderi stalinoidi, ma Pastore e gli Arachidi  mica erano fessi da candidarlo e poi, paol(inetto) sarà una sciagura, ma dove trovare tanta cuccagna dopo l’anonimato sindacale e le brutte figure partitiche. Intanto freme, abbozza, ricorda i tanti falce&martello di corso Italia, sospira, a volte esplode dopo che il caporal Paol(inetto) ha bistrattato un dipendente della Regione, ma intanto prepara l’adesione al PD. Ci sarà anche il suo vice? Piano. Gli è arrivato all’orecchio che Paol(inetto) non ha solidarizzato con la Fascian(otta) per lo sgambetto televisivo dei salvivillonianmelilliani, anzi ha mostrato insofferenza per tanta bronzea mediocritas, forse un’altra conversione berlusconica è sulla via di Damasco-Arcore. A che punto sono i lavori edilizi a Collelongo? Non sarà la villa in Sardegna con cactus di Bali e magnolie siberiane, ma quanti Bondi locali e quante Gardini  paesane scodinzoleranno per la domus aurea del grande statista.

 

Chi era Galapagos?

La RAI d’Abruzzo dedica un servizio al convegno su Federico Caffè tenutosi all’Università di Pescara, ma incappa in alcune inesattezze, tra cui quella di attribuire lo pseudonimo di Galapagos a Caffè quando scriveva sul “Manifesto”. L’economista abruzzese si firmava invece con nome e cognome, Galapagos è il nom de plume di Roberto Tesi, economista amico del filosofo trontianheideggeriano, Antonio Peduzzi, l’ultimo degli hegeliani(di sinistra).

 

                                                              giacomo1939@alice.it

 

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Ma…  ci sono mai state vera innocenza e profonda armonia su questa Terra?

Quella che noi  chiamiamo invece Bellezza.

E' vana la sua ricerca e la speranza,  senza le quali però, non si può vivere?

A che servono questi sentimenti?                                                                                Un bisogno, appunto. Forse, un bisognino!?

Di cosa abbiamo bisogno,innanzitutto, noi  e tutto il genere umano?

Di che ha bisogno un essere per vivere oltre che di acqua e cibo?                                   D'amore, si aggiunge quasi sempre.                                                                                                                                                          

L’amore in cambio di sottomissione e non sempre ottenuto?  Di danaro e di potere per garantirselo?

Eternamente si crea e si distrugge, in questo rituale, tutto ciò che di positivo potrebbe crescervi assieme.

Ma quanto sono sempre più assenti logica, rispetto ed amore in questa vita.          Non parliamo  di etica e coerenza!

La pietà scambiata col disprezzo, il rispetto con l'abuso. Un mondo falso, creato e vissuto come  fosse vero.

Una gara a produrre incubi, che poi saranno realtà da temere e disprezzare, anche se i veri incubi questa società pare non riconoscerli più, assuefatti a tutto perché tutto oggi,  più che mai, è merce, noi compresi

E come si può avere potere su tutta questa gente se non controllando tutta la filiera? Garantendo quindi la libera circolazione ed il consumo solo delle merci si controlla non solo il mondo materiale ma anche quello spirituale (altro mercato).

E' quindi, così difficile vivere con una politica fatta di priorità etiche,non attualizzate alle necessità di auto-conservazione dei poteri forti: politiche non etiche, quindi truffaldine, anche quelle individuali.

E così tutto quello che un essere vuole realizzare, immaginando di sfuggire al suo oscuro destino, lo porta spesso a perdere la sua stessa vita, in questi tempi inutili.                                                           Non c'è più vita fuori da questi orizzonti?

Non è più possibile immaginare e conquistare altre possibilità di salvezza?                                                                    E perché?                                                                                                                                                                                             

E’ la domanda, angosciante degli ultimi 1520 anni circa, quella conseguente sarebbe ancora:  Che fare?”

Lo spirito della questione aleggia su tutto il nostro recente passato ed il compromesso futuro di tutti.

Consapevole di ciò che si mise in gioco allora,  ora resto nell’irriducibile idea che ciò che accade nella mia mente

non può essere diverso, nella sostanza,, da quello che accade nelle menti e nei cuori altrui ,anche al di là dei differenti e  pure contrapposti  obbiettivi                                                                                      Sono forse diverse solo speranza e coraggio.

L’identicità (affinità) e la diversità (modulazioni) non sono contrapposte  ma  complementari.

Egalitè senza fraternità e libertà Mieux, pas de toute? All’essere tutti eguali, solo da poco si è aggiunto: nella diversità.

 

Pardon, forse l’argomento è troppo datato o fumoso, vecchio? Si consumano effettivamente solo cibi freschi, alle nostre latitudini, ma che forse diverso sia parola sempre fraintesa, nella sua imprecisa precisione avverte, allarma , ma non  definisce; questo lascia spazio a fantasie morbose e paniche,   anche alla loro strumentalizzazione.

                                                                                                                                                                    Come rinfrescare una tragedia?

Tutto è affogante nel suono delle mentirose parole generosamente distribuite attraverso i media , che, a versarne ancora, prende male.                                                                                                                          (Per questo il copia&incolla, caro Enrico!)

 Ci vorrebbe un nuovo salto Dadaista, per allontanarsi da questa prospettiva moribonda. Ma chi lo può fare oggi? Chi ha ancora intatta la sua creatività e la sua speranza, se non addirittura la sua coscienza?

Parrebbe che non si dica più nulla di pregnante perché tutti sono troppo compromessi con altro.                          (?)

Organizzati in plotoni e battaglioni, marcerebbero  nell'aria come sulle pagine o sui muri: LE PAROLE!

Quando ritrovano il ritmo del giusto passo e marciano leggere sul periglioso territorio dell'anima, accade di partecipare, anche nel nostro silenzio, di quel magico momento che dà  la comprensione . E’ proprio in questi squarci di spazio/tempo, che si può apprendere e credere nella forza della struttura di questa grande intuizione che è l'anima.

E' per queste sue infinite capacità che esistono i capolavori (e non il solo concepire opere), ed il riconoscerli tali.

E il linguaggio dell'anima l'oggetto della nostra osservazione. Una lingua ora muta. Non dimostrare che l'anima  parla, (perdita  di tempo) ma  re- imparare questa lingua per essere in grado di tornare a viaggiare nell'emozione, nella percezione di quanto accade nella vita propria ed altrui, nel bene e nel male,ma sempre legati  dalla conoscenza di un sapere immenso e di un unico destino, nella comprensione delle nostre visioni e per realizzare i nostri personali capolavori.

Perché mai dovremmo andare noi, allora, sulla Luna su Venere o Marte?

Nessun essere umano potrebbe conoscere mai tutta la  Terra  e quello che è, non ne avrebbe il tempo.

Potrebbe comunque applicare a questa conoscenza  tutta la sua forza vitale per vedere più mondi  possibili

nel vivere e conoscere i suoi simili: questo dovrebbe essere il Capolavoro di ognuno, la Sua Vita.

 

Tundra

 

 

 

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La via dei tarocchi

 

Questa idea mi piaceva… Esser solo, senza beni, senza prestigio, senza alcuno dei benefici d’una qualsiasi cultura, tra uomini nuovi, nel cuore di mondi vergini… va da sé che era solo un sogno, il piú breve di tutti. Quella libertà che inventavo non esisteva che nella mia fantasia: presto, mi sarei creato di nuovo tutto quello a cui avrei rinunciato.

Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano, Torino, Einaudi, 2002, p.47.

 

In due si parla sempre

In tre si parla a tratti

In quattro si gioca a biliardino

Ore 17 in camera, sono talmente solo che per sentir parlare qualcuno accendo la televisione.

Di la, in sala, c’è tanta gente e quando c’è tanta gente mi sento sempre solo

…soprattutto se la conosco.

L’aria afosa di Pescara, oggi, mi schiaccia a terra. Esco da via Michelangelo mi allontano dal Bingo attraverso il parcheggio dell’ex ferrovia e sono in p.zza dei Martiri Pennesi, mi rifletto su Color quando e mi pare vada tutto bene, passo via De Amicis e sono su Corso Vittorio Emanuele secondo (esce male il numero romano), a memoria il barbiere, il tabaccaio, il negozio di macchine per cucire

…quante volte, proprio qui, in questi posti, in queste vie, ho dato l’appuntamento a qualcuno che non è arrivato, che non è mai arrivato: i miei migliori amici sono tutti gli appuntamenti mancati…

Locandine dappertutto, automobili e gente di corsa, l’aria afosa, l’aria afosa, le foto della curva nord appese nella vetrina del fotografo, lui che regala a lei un gratta e vinci prima di entrare in macchina, appena lavata, appena pulita, prima di andare a fare una passeggiata nel centro commerciale più vicino…proprio come me…, passo via Gorizia, via Mazzini, via Piave e sono su Corso Umberto primo: il centro del mondo. Una donna “elegante” che conta gli spicci (…contiamo gli spicci solo quando facciamo l’elemosina) all’angolo della strada mentre da lontano vedo Federico il giornalaio sommerso di carta e colore. Un odore nuovo mi avvolge, un’aria lontana, dai giornali come questo e le persone come me, cellulari e scarpe rotte, lingue diverse e voci disperate in p.zza Sacro Cuore, lontano, in un’altra via, in un’altra vita. Entro in libreria: Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, La via dei tarocchi, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2005 …una finestra aperta sull’aldilà. Col suo faccione inquietante in copertina e una ventina di arcani maggiori stampati sui bordi del libro, 574 pagine, condannato ad essere letto entro i prossimi vent’anni. Lui, nato nel 1930 in Cile (Gilda avevi ragione tu!), parte nel 1953 alla vota di Parigi, regista di cinema e di teatro, romanziere e sceneggiatore di fumetti …ed altro, boh; lei, tante cose … andate in libreria e vedete il retro della copertina. Ne prendo un altro: Oswald Wirth, I tarocchi, Edizioni Mediterranee, Roma, 2002. Morbido e flessuoso, da tenere al mio fianco quando leggerò i tarocchi! All’ interno ci sono le carte dei 22 arcani maggiori, stampa marsigliese. “L’opera più famosa mai pubblicata su questo argomento…” scrivono De Turris e Fusco che hanno curato l’edizione italiana, mi fido …391 pagine… per capirci qualcosa prendo anche un libro di Giordano Berti, Storia dei tarocchi, Milano, Mondadori, 2007, sottotitolo “ verità e leggende sulle carte più misteriose del mondo”, 241 pagine.

 

Totale pagine:  1206    

Totale euro: 52.9  

Tempo di lettura: 2412 giorni

 

http ://morenodesanctis.blog.kataweb.it/                                                                                                       Moreno De Sanctis

 

 

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SEGNI DI UNA CIVILTA’ ALLO STREMO

di Marco Tabellione

 

La storia è fatta di paradossi, e così la vita dell’umanità. E’ paradossale, grottesco e inquietante, ad esempio, il fatto che la civiltà tecnettronica occidentale, nel momento in cui sembra predisporsi ad una evoluzione della scienza e della tecnica senza precedenti, vive, all’opposto, un periodo di massimo declino e regresso etico e morale, o, se vogliamo dirlo con una parola, spirituale.

In ciò ha sicuramente inciso il processo di secolarizzazione, che ha fatto venire meno il monopolio da sempre detenuto sulla morale dalla religione e in particolare dalla Chiesa cattolica. Va detto per inciso che tuttavia neanche questo è vero, poiché stiamo assistendo negli ultimi anni ad un ritorno in termini di immagine e di propaganda a vantaggio dell’evangelizzazione cattolica. Si veda ad esempio il ritorno massiccio della figura del papa in Tv, soprattutto nei Tg, e lo sfruttamento mediatico dell’immagine di Papa Wojtila. Tuttavia se ciò è vero, è anche indubitabile che la Chiesa comunque, negli ultimi cento anni, ha perso gran parte dell’incredibile potere che vantava nei secoli scorsi. Per non andare a scomodare il medioevo durante il quale il papa lottava con il potere imperiale a monopolizzare politica, cultura, economia e società, basti ricordare il po’ po’ di ritorsioni che seppe scatenare all’indomani della Riforma protestante di Lutero, quando la Chiesa, con la controriforma, rispolverò il tribunale dell’inquisizione di ispirazione medioevale, mandando più gente al rogo di quanti si potesse immaginare e più libri all’indice di quanti si riuscisse a pubblicare.

Insomma per farla breve oggi la Chiesa non ha più quell’imponente dominio sulla vita dell’uomo, a cominciare dal campo morale. L’assenza della mano morale della Chiesa sulla società civile, assenza che di per sé non va considerata un male, tuttavia ha permesso a molte energie umane, per secoli soffocate dallo strapotere della religione e della morale cattolica codificata, di esplodere, dando vita a conseguenze ben più gravi, forse, del dispotismo ecclesiastico e religioso. Quali sono queste brutture che appestano la contemporaneità è facile dirlo e senza retoriche di sorta o facili moralismi: violenza sociale, violenza del linguaggio della comunicazione, violenza economica e finanziaria, teppismo anche in ambienti un tempo immuni, rampantismo e violenze psicologiche sui luoghi di lavoro, bullismo a scuola, volgarità dell’arte e altro ancora in una sequela infinita di esempi che darebbero a questo testo un contegno eccessivamente moraleggiante. Ma appunto senza fare della morale retorica, va ricordato che oggi non si può transigere sulle brutture della nostra civiltà, perché sono il sopravvissuto di barbarie che da sempre vivono nell’animo delle culture e delle nazioni. E il rigurgito continuo che queste forme di inciviltà hanno nella nostra progredita società post-moderna e tardo-industriale è una prova in più di un fenomeno storico millenario, connesso con lo sviluppo fisico e biologico dello stesso essere umano.

E’ una conquista ormai del senso comune, e non solo delle discipline scientifiche, la convinzione che l’uomo si distingua dagli animali proprio grazie all’evoluzione, cioè a quella capacità, o meglio ancora volontà di tendere a migliorare continuamente la propria condizione, materiale e spirituale. Questa evoluzione tuttavia procede per fratture, ritorni indietro, drammatiche battute d’arresto. La barbarie che la civiltà dell’immagine ci propina continuamente mediante i suoi mezzi di comunicazione è il segno di una profonda battuta d’arresto avvenuta alla fine del secondo millennio. Il fatto che anche il senso comune abbia constatato l’esistenza di una profonda crisi nella civiltà post-industriale, scoppiata a partire dai primi anni del duemila, testimonia l’evidenza di una tale frattura nella parabola evolutiva. Certi episodi cruenti, come la caduta delle torri gemelle, le guerre scatenate dagli Usa per ritorsione, il terrorismo islamico che si serve sempre più ferocemente della tecnologia occidentale, non possono non imporsi all’attenzione generale e influenzare l’immaginario collettivo. Ma questi fatti, terribili, sono anche il simbolo di un male molto più profondo, un male che covava e che ha finito per spazzare via molte illusioni, costruite negli anni ottanta e novanta; gli anni ottanta con la loro fiduciosa e ottimistica caccia alla carriera e al successo, gli anni novanta con la rinata speranza di pace donata dalla fine della guerra fredda.

Se quelle speranze si sono rivelate illusorie, è evidente che l’umanità sta sbagliando qualche cosa, o meglio la civiltà tecnologica occidentale sta imponendo al mondo intero modelli culturali ed economici pericolosi. Ma che cosa sta sbagliando l’uomo tecnologico, che cosa c’è di sbagliato nei suoi modelli? E’ palese che dal punto di vista occidentale, cioè dal punto di vista tecnologico e scientifico non si può davvero parlare di decadenza, a proposito della civiltà americana ed europea.  Eppure in questa sfrenata corsa al miglioramento tecnologico, tale civiltà è giunta a perdere di vista se stessa, a perdere di vista il suo scopo principe: il benessere individuale. L’uomo ha dimenticato  l’uomo, sopraffatto dalle urgenze economiche e di mercato, che spingono a produrre per consumare e sprecare, sopraffatto dalla necessità dell’immagine e dell’apparire, dall’urgenza di essere presenti, di prevalere. In tutto questo, non c’è più l’uomo, c’è la macchina, la tecnologia, la comunicazione globale, ma l’uomo è scomparso.

 

 

 

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Via Craxi

( laddove la viabilità poco c’entra )

 di     Diderot

 

Si è tenuta una conferenza in aula consiliare del Comune sulla figura del socialista Bettino Craxi  che  ha visto relatori, oltre al Sindaco Luciano D'Alfonso, anche gli esponenti del passato socialista pigliatutto,  Luigi Covatta e Gennaro Acquaviva, già consigliere quest'ultimo  di Craxi , soprattutto nelle ore di Sigonella.

Mancava De Michelis e Martelli ( Ma il Sindaco ha promesso che l’avremo presto)  ed allora il quadro sarebbe stato completo, i fantasmi del passato a piangere sulle loro miserie.

D’Alfonso era visibilmente  agitato, da un lato voleva accontentare la piazza di nostalgici e ricucire lo strappo con la figlia di Craxi, Stefania, che lo aveva accusato di slealtà dal momento che non ha rispettato le promesse elettorali ( Ahiaiahiaia , quante promesse hai fatto, Luciano ..) , dall’altro temeva vistosamente che qualche contestazione non gli rovinasse la festa, a lui così buono, amico di tutti, trasversale e pontiere  in tutte le sue iniziative, riesce a mettere d’accordo sempre tutti, non è vero infatti che è come  Lorella Cuccarini con le cucine Scavolini,  il sindaco più amato d’Italia?

Che la sala fosse gremita di socialisti nostalgici dei bei tempi, quando sul garofano non era appassito era scontato, ma che si andasse ad una rivisitazione agiografica, senza alcun contraltare e contraddittorio, è stato un po' troppo.

La conferenza senza dibattito del pubblico ha prodotto solo revisionismo puro ed antistorico, nessuno dei temi scottanti è stato toccato, se non la solita litania, della scomparsa dei partiti tradizionali DC, PSI, PSDI, all'epoca di tangentopoli nel 1992, frutto di uno sconsiderato giustizialismo a senso unico che portò "ingiustamente " Craxi condannato ed in esilio ad Ammammet - tradotto in pillole : così facevan tutti, quindi, a  voi le conclusioni …

Quasi a stemperare il ricordo d’allora, quando si faceva  man bassa delle risorse dello Stato se cos’ facevan tutti, lo faceva anche De Benedetti  dice Covatta , con una serie di strafalcioni buttati ad arte , veri falsi d'autore a detta di Covatta; ha ricordato quando De Benedetti, fece trasmigrare 1500 dipendenti del Gruppo Editoriale L'Espresso Repubblica nella pubblica Amministrazione senza concorso ( sì proprio questo è stato sostenuto a più voci)

Falso chiaro, perchè è vero che De Benedetti  fece trasmigrare 1000  ( e non 1500) dipendenti nella pubblica amministrazione, ma erano della Olivetti, non dell'editoria Espresso -Repubblica.

Se si fanno conferenze di qual tipo almeno sapessero confezionare i discorsi a dovere; è vero che fu un'operazione alquanto sopra le righe quella della Olivetti, ma servì a tentare di risanare la maggiore azienda informatica italiana.

Hanno parlato di Craxi riformista e hanno definito la modificazione della scala mobile come grande opera meritoria che portò al risanamento dell'Italia; sì ma chi pagò? Furono i lavoratori dipendenti che si videro depauperare nel tempo i salari- se ci fosse stata la scala mobile ,  i problemi avuti con l'euro degli ultimi anni con l'inflazione reale ben diversa dai dati Istat , sarebbero stati facilmente assorbiti dai nuovi poveri che non riescono più ad arrivare a fine mese e che sono stati costretti ad indebitarsi, con la perdita di risorse indispensabili quali la casa e risparmi.

Per non parlar del sottaciuto decreto sulla liberalizzazione delle TV, senza una legge quadro,  che permise a Berlusconi di iniziare la sua ascesa nella grande imprenditoria prima, e nella politica dopo. Un grosso regalo che fece Craxi all' allora Fininvest , altro che grande riformista , e vorrebbero anche intitolargli una strada !

Fassino riannovera e riabilita  Craxi nel pantheon dei padri della patria socialista a pieno titolo ed a Pescara nasce subito l’operazione Via  Bettino Craxi , dove Via non sta a significare che deve sloggiare, ( ci ha già pensato il destino) ma che gli si  intitola una strada , ed hanno pensato subito ad un suo avo politico, Giacomo Matteotti, quasi a significare una certa continuità storica con il socialismo del passato, quello dei Pertini e dei  Turati, per intenderci.

Ma il legame è stato spezzato, si è rotto nel 1978, quando Craxi divenne segretario del PSI estromettendo De Martino e la sinistra di Riccardo Lombardi dalla gestione politica del partito, per dar vita ad un nuovo corso che, in cambio di un insignificante aumento elettorale , portò l’Italia ad emblema di un malcostume generalizzato , dove cortigiane e mezze tacche di attrici governavano l’Italia e le televisioni.

 

Diderot

 

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L’INFANZIA

Solo il contatto umano

con una bimba in tenera età

ti può creare una emozione talmente grande.

Ella, sia con i gesti,

sia con le parole, ti mette nel cuore

la dolcezza dell’adolescenza.

Di fronte a questo

mi inchino con amore!

grazie dolcezza dell’infanzia,

grazie ancora perché,

con il vostro comportamento,

mi avete fatto crescere,

vi sono veramente grato, di tutto.

 

L’AFFETTO

Se l’affetto ti porta al rispetto,

l’amore ti porta alla costruzione della vita.

Tutto però dipende da te,

rifletti sul percorso che fai.

 

 

PASQUA

Il Signore è risorto!

Il nostro Gesù, figlio di Dio Padre,

che si credeva morto,

oggi è con noi,

aleggia nella nostra tavola,

benedice il nostro pranzo,

è presente in tutto,

ci cura con amore.

Ecco perché bisogna amare il Signore!

 

 

LU PRANZE DI NATALE

Tutte si cumince chi

naffittate di prisutte e naffittate di milone,

dopo cumplete la tavulate lu cardone

e ti augura a tutti quante

na fette di panettone

e nan zigne di spumante.

Questo sì che è lu Natale di tutti quante.

Si dopo ci mitte n’ù grappulette d’uva,

l’augurio di Capudanne

è la felicità di tutte quante!

 

 

UMANITA’  FELICE

Che bruttura!

Mi domando cosa riesco a procurare

per far felice l’umanità.

Nessuno è capace

di seguire un percorso longilineo.

Tutti sono solidali con un sì.

Una metamorfosi che, nell’ascoltarlo,

mi ha reso refrattario.

Ci vuole abnegazione per l’umanità

e nel proprio io.

Farsi un esame di coscienza!

Sono della stessa materia!

Non mi sento proprio piccolo,

se avete capito quello che ho scritto.

Vi sono obbligato!

 

 

Luigi Dezio in arte Popò


 

 

 

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Del nuovo idolo

 

In un qualche luogo ci sono ancora popoli e greggi, ma non da noi, fratelli miei; da noi ci sono Stati.

Stato? Che cos'è? Suvvia! Ora apritemi bene le orecchie, perché ora vi dirò la mia sulla morte dei popoli.

Si chiama Stato il più freddo di tutti i mostri freddi. Mente anche freddamente; e questa men­zogna striscia dalla sua bocca: «Io, lo Stato, sono il popolo».

È una menzogna! Coloro che crearono i popoli e imposero loro una fede e un amore furono dei creatori: essi servirono quindi la vita.

Distruttori sono coloro che mettono trappole per molti e le chiamano Stato: essi impongono loro una spada e cento cupidigie.

Dove ancora esiste un popolo, questi non capisce lo Stato e lo odia come fosse un malocchio e un pec­cato contro usanze e diritti.

Vi do questo segno: ogni popolo si esprime nella sua lingua nel bene e nel male; e il vicino non la ca­pisce. Ha costruito da sé la sua lingua adatta alle sue usanze ed ai suoi diritti.

Lo Stato invece mente in tutte le lingue del bene e del male e qualsiasi cosa dica, mente - e qualsiasi cosa abbia, l'ha rubata.

In lui tutto è finto; morde con denti rubati, lui il mordace. False sono persino le sue viscere.

La confusione delle lingue del bene e del male. Questo è il segno che vi do come contrassegno dello Stato. In verità questo contrassegno denuncia la vo­lontà di morte! In verità, fa cenno ai predicatori della morte!

Troppi nascono: e per i superflui è stato inven­tato lo Stato!

Guardate un po' come li attira a sé, questi che sono di troppo! Come li ingoia e mastica e rima­stica! «Sulla terra non c'è nulla di più grande di me: io sono il dito ordinatore divino» così urla il mostro. E non cadono in ginocchio solo quelli dalle orecchie lunghe e dalla vista corta!

Ah, anche in voi grandi anime, egli bisbiglia le sue oscure menzogne! Ah, egli intuisce i cuori ricchi che amano prodigarsi!

Sì, capisce anche voi, vincitori dell'antico dio. Nella lotta vi siete stancati, e ora la vostra stan­chezza serve al nuovo idolo!

Egli desidera attorno a sé eroi e uomini rispet­tabili, il nuovo idolo! Al freddo mostro piace scal­darsi al raggio di sole della buona coscienza!

 

Vi darà tutto, se lo pregherete, il nuovo idolo: così si compra lo splendore della vostra virtù e lo sguardo dei vostri occhi fieri.

Con voi vuole adescare la gente di troppo! Sì, ha inventato una bravata diabolica: un cavallo di morte che tintinna sotto gli ornamenti di onori divini!

Sì, è stata inventata una morte per molti che si autoesalta come vita: davvero un servizio che nasce dal cuore di tutti i predicatori della morte!

Dico che c'è Stato laddove ci sono tutti i bevi­tori di veleno, buoni e cattivi; Stato laddove tutti si perdono, buoni e cattivi; Stato laddove il lento sui­cidio generale si definisce “la vita”.

Guardate un po' questa gente superflua! Rubano per sé le opere degli inventori e i tesori dei saggi; e definiscono il loro furto cultura - e in mano loro tutto si trasforma in malattia e oppressione!

Guardate un po' questa gente di troppo! Sono sempre malati, vomitano il loro fiele e lo chiamano giornale. Si divorano gli uni con gli altri e non ri­escono neppure a digerirsi.

Guardate un po' questa gente di troppo! Con­quistano ricchezze e alla fine risultano solo più po­veri. Vogliono il potere e per prima cosa la leva del potere, molto denaro - questi incapaci!

Guardate come si arrampicano, queste agili scimmie! Si arrampicano una sopra l'altra e così si trascinano nella melma e negli abissi.

Vogliono arrivare tutti al trono: è la loro follia - come se la felicità sedesse sul trono! Spesso sul trono siede la melma - e spesso anche il trono poggia sulla melma.

Per me quelli che si arrampicano sono tutti folli e scimmie e teste calde. Il loro idolo, il freddo mo­stro, per me puzza: per me puzzano tutti quanti, questi adoratori dell'idolo.

Fratelli miei, intendete soffocare nelle esalazioni delle loro fauci e delle loro brame? Piuttosto rom­pete le finestre e saltate fuori all'aperto!

Allontanatevi dalla puzza! Allontanatevi dall'i­dolatria della gente superflua!

Allontanatevi dalla puzza! Allontanatevi dalle esalazioni di questo sacrificio umano!

La terra è ancora aperta alle anime grandi. Molti luoghi per solitari e per i solitari che si sdoppiano sono ancora vuoti, e attorno c'è nell'aria l'odore di mari silenziosi.

Per le anime grandi è ancora aperta una vita li­bera. In verità, chi poco possiede, tanto meno sarà posseduto; sia lodata la piccola povertà!

Laddove finisce lo Stato, inizia il primo uomo che non è superfluo: inizia il canto dei necessari, la canzone insostituibile e irripetìbile.

Laddove finisce lo Stato, guardate un po' là, fra­telli miei! Non lo vedete, l'arcobaleno e il ponte del superuomo?

Così parlò Zarathustra

Maurizio Marano          Da  “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche         

 

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                                             CARTA   DEGLI   SFRUTTATI

 

                (Questo è un intervento che io ho fatto dieci anni fa in una riunione del “Collettivo per l’unità d’azione anticapitalista”. Lo riporto perché mi sembra con  buoni principi, quindi sempre valido. Il collettivo era in una fase iniziale di costruzione, per cui ognuno dava la propria opinione. Di seguito riporto la mia.)

 

In risposta al pensiero unico del  Neo-liberismo e degli sfruttatori del mondo noi sentiamo il bisogno di sviluppare un  pensiero unico di tutti gli sfruttati, centrato su alcuni punti:

1)La crisi la devono pagare i padroni e non i lavoratori che non ne hanno nessuna colpa       

Noi siamo contro le privatizzazioni ad ogni costo, come scelta economica di potere. Voi pensate che il Sistema della proprietà privata e del profitto privato siano la soluzione per tutti i problemi. Dite e dimostrate concretamente che il profitto viene prima dell’Essere umano. Per voi il “Mercato” è sacro e vi inchinate davanti al Totem della “Legge del mercato”. Noi no! Noi vogliamo sottoporre le leggi dell’economia, della società e della politica al raggiungimento di un unico fine: il benessere materiale e spirituale dell’Essere umano. 

            Come raggiungere questo obiettivo non è semplice, non abbiamo le idee chiare, però una cosa ci è chiara ed evidente: Voi andate in senso opposto.

            Le direttive del vostro Fondo Monetario Internazionale e della vostra Banca Mondiale sono rivolte ad affamare ed ammazzare i popoli del cosiddetto terzo mondo tramite guerre, carestie, epidemie; sempre le vostre direttive hanno l’obiettivo di impoverire i popoli dell’Occidente tramite licenziamenti, attacchi allo “Stato sociale”, bloccando i salari, riducendo le pensioni, caricandoci di tasse, come in Italia, con i nomi più svariati ed esotici tipo “L’Eurotassa”.  Sembra che ci stiate offrendo una vacanza premio alle Maldive.

            Noi pensiamo che la globalizzazione dell’economia sia un progresso per i ricchi non per i poveri.

            Il progresso per i poveri pensiamo che sia la globalizzazione  del mangiare, del bere, del lavoro, della casa, della sanità, della scuola, del rispetto, della democrazia, della libertà  e della fraternità. Che tutti gli Esseri umani abbiano questi beni. Questa è la nostra globalizzazione.

            2) “La ricchezza non fa la felicità!”

La vostra società non ci piace! La vostra ricchezza, il vostro lusso, i vostri privilegi non li invidiamo! Pensiamo sia giusto il proverbio che dice: “La ricchezza non fa la felicità!”. Ce lo avete  ampiamente dimostrato con le vostre nevrosi, angoscie, insoddisfazioni, avidità. Avete tanto e volete sempre di più. Non vi basta mai. Seguitate a vivere come nababbi in mezzo a tanta miseria umana. Come fate? Non vi vergognate? Possibile che siete tanto insensibili? Ci fate paura e nello stesso tempo pena.

            Noi invitiamo anche voi sfruttatori a cambiare. Non avete nient’altro da perdere che il vostro “sporco denaro”.  Un mondo di giusti, eguali, democratico e fraterno vi renderà molto più ricchi, non di oggetti, ma di rapporti umani, amicizie ed amore. Noi pensiamo che l’umanità in pace e senza sfruttamento saprà produrre scienza e tecnica mille volte superiore alla vostra, soprattutto in senso qualitativo.

            Noi sappiamo che molti di voi saranno sordi a questo invito. Pazienza! Purtroppo sarà peggio per voi. Purtroppo sarà peggio anche per noi perché ci costringerete a ribellarci con la violenza. Ma “Noi non abbiamo da perdere che le nostre (sporche) catene”. Anche esse sono “sporche”.  Purtroppo oggi siamo tutti nella sporcizia in questo tanto decantato Nuovo Ordine Mondiale.

3) Noi non siamo contro la scienza ma nemmeno vogliamo una scienza che sia contro di noi                                                                  

Noi siamo per una scienza al servizio degli sfruttati e non degli sfruttatori. Vogliamo che essa ci aiuti a risolvere i nostri problemi e non che ci ammazzi, ci tolga il lavoro, il cibo, l’acqua e ci

 

danneggi l’aria che respiriamo. Noi non vogliamo una scienza che costruisce macchine complicatissime, il cui unico risultato è quello di espellerci dal lavoro, di fare super arricchire i già ricchi e di arrecarci il 20% di bene e l’80% di male. Possiamo sbagliarci di qualche punto nel calcolo delle percentuali, ma una cosa è certa: questo tipo di macchine ci fa più male che bene.

            4) Per un riavvicinamento dell’uomo alla natura

A differenza degli sfruttatori noi sfruttati non vogliamo stare in guerra con la natura. A noi ci ha sempre aiutato. Ha sempre aiutato anche gli sfruttatori, ma loro non le sono riconoscenti perché sono arroganti, presuntuosi e prepotenti.

            Pensano di poter fare della natura quello che vogliono senza sapere che essa va rispettata in quanto può fare benissimo a meno di noi, mentre noi non possiamo fare a meno di essa. E’ la natura che ha creato l’Essere umano. C’è chi dice che è stato Dio! Comunque sia l’importante è vivere in armonia con essa.

5) Basta poi basta e poi ribasta ancora con lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”

Non vedete che siete arrivati all’osso, che non c’è più niente da mangiare?  Noi non crediamo certamente che questo problema si possa risolvere in pochi anni. Questo sì. Ma a vedere e sentire voi, i vostri governi, la vostra ONU, la vostra NATO sembra che esso faccia parte dell’ordine naturale delle cose come il Sole la Luna la Terra e quindi destinato a durare per l’eternità. Ma vi sembra possibile? Non vi sembra di stare “tirando troppo la corda?” Noi crediamo di sì! C’è un limite a tutto!

            Purtroppo l’attaccamento al potere rende voi sfruttatori prepotenti ed autoritari. Mentre noi sfruttati  siamo remissivi, umili, pacifici, tranne quando ci fate perdere la pazienza. Nella Storia ogni tanto succede. Ma il nostro obiettivo non è comandare ed imporre. Noi non esercitiamo la violenza, ci difendiamo da essa. Noi vogliamo vivere tutti assieme in pace e liberamente, in modo fraterno, vogliamo che tutti gestiscano tutto per il bene materiale e spirituale di tutti. La nostra è una democrazia che abbraccia tutti ed è paritaria. Per noi il senza tetto o “Barbone” è un Essere umano uguale all’Ingegnere Gianni Agnelli. Noi mettiamo il Barbone al 1° gradino della scala sociale e della nostra attenzione perché è il più bisognoso di tutti. Per questi motivi siamo contro la prepotenza ed a favore della giustizia sociale.

            6) Per la costruzione di un mondo nuovo

Noi vogliamo il bene non solo economico  ma morale e spirituale di tutti gli esseri umani. Noi vogliamo il bene anche dei ricchi, cioè dei nostri sfruttatori, verso cui non abbiamo rancore in quanto comprendiamo che essi non agiscono in nome  personale ma come parte di un sistema economico, politico e militare. Inoltre consigliamo loro di smettere con la vita insensata e vuota che fanno. Nel mondo nuovo che vogliamo costruire non ci sarà posto per gli sfruttatori, ma solo per gli esseri umani degni di essere chiamati tali.

            Non solo voi avete i difetti. Purtroppo anche noi. Per esempio uno è che  non sempre  riusciamo a riconoscervi. Ma quello più grande di tutti è che non ci sappiamo unire, non sappiamo rispettarci con le differenze.  Pensiamo che l’unità si possa fare solo se si è tutti uguali, tuffandoci e annullandoci in essa. Questa è una concezione sbagliata che, di fatto, porta ad una sottomissione nei confronti del più forte. Non è unità con dignità. Noi vogliamo l’unità con democrazia. L’unità contro il neo-liberismo, la democrazia per stabilire come lottare contro di esso e come deve essere il mondo nuovo che vogliamo costruire, cioè, come dicono gli Zapatisti messicani “Il mondo con molti mondi di cui ha bisogno il mondo”.

            Noi Italiani vogliamo una vita in cui si ritorni ad avere la possibilità ed il piacere di generare e crescere figli. Il piacere di costruire esseri umani e non macchine. Un popolo che non fa figli non ha futuro. Questo non è progresso ma barbarie. Noi vogliamo tornare a sperare in un futuro di giustizia e dignità in cui l’essere umano sia al primo posto.

ABBASSO IL NEO-LIBERISMO!                            VIVA IL NEO-UMANESIMO!

 

Aprile 1997                                                                                                                     Antonio Mucci    

 

 

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PERCEZIONI   MUTANTI

 

GIULIANO COTELLESSA (Pescara 1962). Dopo aver conseguito la maturità artistica al Liceo Artistico di Pescara avendo avuto quale insegnante Ettore Spalletti, ha frequentato la facoltà di architettura della sua città natale, dedicandosi poi ad una ricerca aniconica  di forte impegno neoavanguardistico. A partire dal 1990, anno della prima personale al Palazzo degli Affari di Firenze  E.I.A.G., ha tenuto mostre tra l’altro alla Galleria L’Idioma di Ascoli Piceno, alla Casa D’Annunzio di Pescara, alla Galleria del Vicolo Quartirolo a Bologna, alla Fondazione Michetti di Francavilla al Mare, alla Galleria Comunale di Teramo, al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara. Ha esposto altresì ai Premi Penne, Campomarino, Valle Roveto, Salvi, Sulmona, alle Biennali del piccolo formato di Ortona e Campomarino, alla mostra Linee di ricerca – Omaggio a Licini (Fermignano 1996). Su di lui hanno scritto Pace, Melloni, Rosato, Gasbarrini, Cartai, Strozzieri. Nel 2006 al Premio Sulmona gli viene attribuito un premio di rappresentanza.

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Messe di fronte ad un retroterra di esperienze illimitate ed a una contemporanea esigenza del “nuo- vo” di dare un senso compiuto ed innovativo alla propria creatività, molte nuove generazioni di artisti, sul finire del XIX secolo, sono state costrette ad accettare dei veri e propri compromessi con alcuni consolidati movimenti tematici. Se da una parte questo ha comportato un l,imite alla propria creatività, dall’altra non sono mancati i riscontri positivi: la continuità con la propria tradizione culturale e la coscienza che il fare arte è possibile attraverso precise regole che non possono essere dissociate da uno spirito poetico.

Il “passato”, nell’opera di Giuliano Cotellessa, quand’anche non intendere remoto, rientra in questo contesto, applicando i principi fondamentali della pittura acquisiti nel tempo estremizzando gli aspetti grafici, formali e del colore.

                L’opera risulta così chiaramente leggibile, mostra carte scoperte fin dal 1988. Si osservino: “Segugi esplosivi” ed “Eroi  clonati”. Nei grandi “quadrati” domina l’ansia “neoplastica” (dalle teorie di Theo Van Doesburg alle “composizioni” di Piet Mondrian); ma si capisce che essa è un punto di partenza, poiché il geometrismo regolare  ed irregolare va ben oltre. Esso può essere alternativamente inteso nelle sue accezioni critico-citazionistiche o come occasione per comporre in un insieme unitario le tante tendenze che ancora vivacizzano l’arte contemporanea. Del Neoplasticismo s’è detto. Nell’ordinario divenire vanno prese in considerazione l’Arte Programmata (nella rivista logica di Bruno Munari e comunque in una ricerca solitaria e non come lavoro di “Gruppo”) e la Pop Art (per i suoi aspetti grafico-pubblicitari). Un tale integrarsi di esperienze spinge fino alla Transavanguardia e senz’altro verso quel mondo di Nicola De Maria che ha prediletto l’essenzialità delle linee o delle forme geometriche nei grandi spazi piani o volumetrici.

                Almeno fino all’89 (vedasi: “Corpi caldi per sine bionde”) la programmazione dell’opera è evidente: Nell’impostazione dell’opera v’è, senza dubbio, uno spirito razionale. La composizione diventa una sorta di gioco nel quale l’artista sembra ritrovare la gioia del dipingere anche al di fuori delle regole precostituite. Come individuava Achille Bonito Oliva fin dagli anni Ottanta (vedasi nelle edizioni Giancarlo Politi: “La Transavangiuardia Italiana”) “L’arte finalmente ritorna ai suoi motivi interni, alle ragioni costitutive del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è il labirinto, inteso come ‘lavoro dentro’, come escavo continuo dentro la sostanza della pittura”.

                Ogni macro-elemento contenuto nelle singole opere (delimitato dalla linea o dalla linea curva a formare rettangolo o quadrato) risponde ad un piacevole intervento operativo in funzione delle linee che si aggrovigliano sulle superfici colorate che procedono a zig zag. Cotellessa dipinge il “tutto”  e il “nulla”, né si lascia incantare dalla necessità di esplicitare un messaggio per tutti gli sguardi, specie per quelli che difettano per ottusità o mancanza di elementi fruitivi. L’artista è ben cosciente che il prodotto visivo contiene l’immagine del proprio tempo; è, naturalmente, un’immagine dai poteri sacri, è l’esternazione di una coscienza che si è liberata dal bombardamento continuo degli accadimenti umani (positivi o negativi, tragici o piacevoli, comici e no, etc.) che si rincorrono frenetici, proposti ogni giorno, da un angolo all’altro del pianeta. Nessun mortale può sottrarsi a ciò che lo circonda. L’arte non può che essere il tramite di una rivelazione che matura negli spiriti più avveduti.

                E’ per questa ragione che le immagini dell’artista abruzzese appaiono familiari e, per certi aspetti, scontate. Ma in tanto susseguirsi di forme e di grovigli lineari, in tanta esaltazione del colore, sembra di avvertire il frastuono e la violenza delle grandi sacche urbane, la pubblicità dirompente dei manifesti e delle TV, il rumore assordante e le luci psichedeliche delle megadiscoteche, le elettrizzanti animazioni dei video giochi, lo sfaldamento e l’annullarsi dei valori umani.

                Le opere successive che scaturiscono dall’”esperienza” newyorchese ne sono una conferma: scompare la composizione geometrica e lo spazio viene ad essere totalmente occupato da un assillante susseguirsi formale che, a volte, trasborda, quasi a voler inglobare nuove periferie urbane.

                Forme, quindi, allusive di quartieri, di comunità umane ormai socialmente e culturalmente radicate, con usi e costumi di un tempo lontano che permangono sia pure in un ambiente ormai contaminato dalle nuove tecnologie e dal consumismo. Anche il colore immesso nel nuovo mosaico formale non è ora puro, compatto. La stesura è impulsiva, gestuale, esclude ripensamenti. Un largo segno nero contorna e divide ogni elemento informe. Non c’ è pace in queste forme che si ordinano cronologicamente in maniera diversa ed imprevedibile, previste o non che siano. (Vedasi “Here comes cow boys” o “Salmong fishing in New York”). L’artista nonsubisce il fascino della grande mela. Un moto di repulsione invade la sua opera. Non si tratta più di un “saccheggio” premeditato come nelle sue prime esperienze citate; bensì di una reazione (con accenti di natura espressionista-astratta) che , una volta esaurita, produce una scelta diametralmente opposta, lontana dal frastuono pubblicitario e cromatico che viene unificato (il processo è scontatamente scientifico) in un “mare di bianco”, lasciando al “nero” la funzione grafica e generatrice delle nuove immagini che appaiono più critiche e compatte: testimonianza anche di un processo di esorcizzazione in atto mirato a voler prendere le distanze dagli schemi tradizionali, dai complessi ideologici ma, certamente, non in grado di sottrarsi ai “demoni” sempre più padroni del mondo contemporaneo.

                Il “nuovo”, con questa esperienza, propone uno spazio abitato da forme spettrali: esseri umani catturati da una società matrigna che li ha concatenati e stregati, annientati e annullati in un magma di “nero”.

                Un’aria di pessimismo, espressa dagli accadimenti grafico-informali, è concentrata e racchiusa in una superficie delimitata dalla linea visiva che va dall’artista alla sua opera, quindi al fruitore, per rimbalzare e chiudersi ancora con l’artista.

                Non c’è, allora, via di scampo per l’uomo alla fine del XIX secolo?

                Difficile dirlo.

                Giuliano Cotellessa, per ora, ci indica il percorso negativo in atto. Lo fa mosso da una coscienza critica, da artista “impegnato”, utilizzando un alfabeto, ormai personalizzato, di immagini ombra (silhouettes in controluce) che non si offre alla fruizione di tutti ma di quanti leggono oltre la frontiera dell’apparente, disponendo di una grande sensibilità umana.

                Non v’è dubbio che l’artista, in tale assunto, finisca con il sentirsi un eletto tra gli eletti.

                                                                                                                                     Emidio Di Carlo

   

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A prima vista la ricerca pittorica di Giuliano Cotellessa, che si protrae ormai da oltre un decennio, andrebbe collocata entro i limiti dell’astrattismo Tout Court; ma la continua esigenza di superare il geometrismo, ovvero la razionalità, indica la necessità di un riverbero naturalistico nel suo vedutismo fatto di macchie timbriche talvolta rese simboliche da una fitta rete segnica.

                E’ proprio il concetto di simbolo a dare valenza o meglio rimando figurale: così il giallo simboleggia il sole, l’azzurro il cielo e il mare, il verde la vegetazione.

                Al di là di questa che rimane  un’ipotesi di lettura della sua opera, non si può tacere il fatto che si tratti comunque di “costruttività inconscia”, riversata sulla superficie con fare perentorio e squillante epifania cromatica. Si vuol dire che Cotellessa può esibire strutture formalmente definite proprio  perché relate ad una visione interiore.

                Parrebbe contraddittorio asserire che le sue composizioni sono formalmente definite e allo stesso tempo emanate da una magnetica visione inconscia. Certamente lo strappo dialettico appare in tutta la sua virulenza, ma l’inarrivabile maestria con la quale sono  scandite le parcellazioni dei vari colori indica lo sforzo pressoché efficace col quale l’artista rende logiche le percezioni interiori.

                Connotati rilevanti sono altresì la potenza aggressiva del labirinto e, talvolta – soprattutto nei monocromi – gli esiti meccanoformi e perfino antropomorfi. Il labirinto lambisce sovente, con il suo virtuosismo barocco, ritmate scansioni di superfici astratte incastrate per un gioco di esattezza geometrica; ed ha peso ideologico il labirinto, paragonabile a tanta pittura dell’espressionismo astratto. E’ l’omogeneo del collage che se rimanesse tale sarebbe fatto puramente epidermico, mentre con il groviglio segnico policromatico aspira a dimensione esistenziale.

                Quanto poi a certe anamnesi antropomorfe e meccanoforme, occorre precisare che non si tratta di esperienze affinché i suoi spazi perdano il carattere di asetticità, quanto piuttosto di esaltazione delle suggestioni oniriche di Cotellessa. Sono i suoi sogni, sono i nostri sogni, imprecisati ed ineffabili per un verso, abbandonati liberamente nello spazio, in grado di configurarsi in modo più o meno leggibile.

                Del resto, quanto stiamo dicendo ha una sua giustificazione sul piano filologico, ove si pensi alla grande stagione di quelle che potremmo definire la “poesia dell’incastro” affermatasi in Italia intorno agli anni ’50: esperienze cromoformali  mutuate dalla poetica neocubista, che venivano assolutizzate in astrattismo puro. Si pensi ad esempio a Scordia che, pur con una lunga militanza figurativa, attraverso una progressiva riduzione degli elementi naturalistici, perviene ad una pittura dalle stesure cromatiche piatte, con tessere e tasselli dal perimetro irregolare.

                In Cotellessa, rispetto a maestri storici quali appunto Scordia o anche Ballocco, Tatafiore, Barisani, Turcato e lo stesso Nicola De Maria della transavanguardia, prende corpo l’equilibrio instabile dell’illusionismo (è la conseguenza della lezione dell’Optical), spiegabile in termini non certo strettamente ludici, quanto di mimesi dell’altalenante nascita-morte delle ideologie che caratterizza questi ultimi anni. Forse parrà eccessivo leggere l’opera di Cotellessa in chiave sociologica; ma non bisogna dimenticare l’artista, al pari di un bimbo, ha la mente assorbente – per usare un termine consueto in pedagogia – con la quale coglie i contenuti essenziali, espressi o sottintesi, del periodo storico in cui si trova a vivere. Alla luce di questa riflessione, anche i labirinti segnici diventano impronta e prova di contemporaneità della ricerca appassionata di Cotellessa.

                                                                                                               LEO STROZZIERI

                                                                                                    Commissario Sezione “Dialettica”

                                                                                                      Della XII Quadriennale di Roma

 

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