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INDICE - IL SALE N.° 63


 

 

 

Il pianeta che si calpesta

 

Quanta confusione mi si crea.

La mia mente vaga,

il pensiero va lontano,

guardo verso il cielo

e non riesco a capire

cosa è diventato il nostro universo.

Tutto si è fatto

per migliorare il nostro pianeta.

La nostra Terra

dove noi abitiamo

è stata danneggiata

per la cattiveria degli abitanti

che per sfruttare il terreno e il sottosuolo,

hanno danneggiato il nostro pianeta.

Mi vergogno per gli altri,

specie per quelli che

con la moneta si sono esposti,

per danneggiare il debole.

Se si continua così

non ci sarà più vita in questo pianeta.

L’ozono è colpa dell’Uomo.

 

 

Cosa vuole significare l’Amore

 

Ognuno di noi può dimostrarlo,

però bisogna saperlo assaporare.

L’amore è come un pranzo

che ti offrono e tu lo gradisci.

L’amore va oltre tutti i limiti.

Riesce anche a condizionare

e fare ridurre le tue condizioni caratteriali

perché ferisce,

in quanto va nel profondo

e il tuo muscolo cardiaco si consolida,

compromesso.

L’amore è anche offrire

un saluto di rispetto verso gli altri,

ossequiare gli altri.

Questo è rispetto educazione ed amore.

 

 

 

 

 

 

Il dono della vita

 

Quanta difficoltà sento

Nel rispondere a mio figlio.

La mamma gli è venuto a mancare

in circostanza tragica.

Ella, bella, piena di vita,

dopo avermi dato il primo figlio.

Desideravo che,

nel percorso della nostra convivenza,

si consolidasse,

con altra prole e con Amore,

cosa che condividevamo,

purtroppo mi è venuta a mancare.

Cosa si può rispondere,

se non con parole semplici,

mamma è venuta a mancare

per disgrazia della vita.

Dopo averti messo al mondo

non è riuscita a superare

lo sforzo del parto. 

 

 

La tradizione

 

Ogni anno a capod’anno

si rinnova la tradizione.

Tutti i paesi fanno festa

con lenticchie e zampone.

Noi qui in Abruzzo

le lenticchie le gustiamo diversamente,

con pane, fritto o brustolino.

Invece dello zampone o cotechino,

noi lo facciamo con il nostro prodotto:

la salsiccia!!!

Prodotto dello stesso animale: il maiale.

Sono orgoglioso

di essere nato in questa regione.

Non rimpiango niente,

né rimprovero nulla alle altre regioni.


 

 

 

 

Luigi Dezio in arte Popò

 

 

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TUTTI  STRILLANO  MA  NESSUNO  FA  NIENTE!

 

           

 

Mi riferisco al problema del clima e del dissesto ambientale. Di fatto i governanti non possono e non vogliono fare niente. Non sanno che fare. Si sentono impotenti. La classe capitalista è una classe senza futuro. Per questo ha uno spirito ed un comportamento suicida del tipo “muoia Sansone con tutti i filistei”.

 

            I governanti non possono fare niente per risanare l’ambiente non perché sono “cattivi” ma semplicemente perché essi credono nelle leggi di questo Sistema che pone al primo posto il profitto privato, poi l’uomo, poi la società e, in fondo, la natura. Per loro la natura è una specie di magazzino da cui prendere  ciò che fa comodo, come e quando vogliono. Non hanno sviluppato una scienza di conservazione e rispetto dell’ambiente, né studiato un tipo di vita e di società che si possa svolgere in armonia con la natura. A loro di questi problemi non gliene frega niente. Per questi motivi l’attuale classe al potere non può risolvere i problemi dell’ambiente.

 

            I governanti non vogliono fare niente per il semplice fatto che la soluzione dei problemi ambientali richiede degli investimenti di capitali molto forti, con poco guadagno, addirittura in perdita, per cui non vogliono sborsare questi soldi che preferiscono investire in settori più redditizi e tenerseli per sé. E’ il gretto interesse egoista-personale che li spinge a comportarsi in questo modo.

 

            I governanti hanno un comportamento irresponsabile, incosciente ed in mala fede nei confronti del disastro ambientale. Fino a due anni fa i massimi organismi mondiali in materia di clima, come l’Accademia Nazionale delle Scienze Americane, dicevano che i cambiamenti climatici in corso non erano pericolosi, ed invitavano a non preoccuparsi. Sono stati ciechi ed ottusi, per cui non hanno previsto niente. Sono più di trenta anni che si parla del buco dell’ozono, nessuno ha mai fatto niente, se non delle misure palliative di  nessuna importanza, tanto è vero che il buco dell’ozono si allarga sempre di più.

 

            Si accorgono oggi della gravità della situazione ambientale, quando è evidentissima. Non la possono più negare in quanto è davanti agli occhi di tutti: le stagioni non esistono,  i ghiacciai si sciolgono, l’Italia va verso la desertificazione.  Però se ne accorgono con un ritardo enorme e sono molto preoccupati perché non sanno che fare. Essi vorrebbero salvare “capra e cavoli”, cioè risanare il dissesto ambientale preservando il sistema economico-sociale-politico capitalista. Ciò è impossibile in quanto tale sistema è inconciliabile con la natura.

 

            A proposito dell’uragano Kyrill che il 18 gennaio ha devastato l’Europa settentrionale facendo 46 morti centinaia di feriti e miliardi di euro di danni, il Corriere della Sera diceva che “la colpa è dell’effetto serra”. E’ vero!  Però bisogna chiedersi: perché c’è l’effetto serra? La causa di tale fenomeno non è forse il sistema produttivo che immette nell’atmosfera  gas nocivi? Per cui la colpa non è dell’effetto serra ma del Sistema. Se non si cambia il sistema andrà sempre peggio. E’ sbagliato illudersi! 

 

            Se non si provvede a risanare l’ambiente il più velocemente possibile ci saranno delle catastrofi naturali talmente grandi che assorbiranno tutte le ricchezze degli  Stati e porteranno i popoli del pianeta alla miseria globale.

 

            L’importanza di rovesciare il Sistema economico per riequilibrare l’ecosistema della natura non si capisce da sé. Il collegamento Sistema-Natura non è diretto ma indiretto. Ci vuole un’avanguardia che lo capisca e che poi lo spieghi alla massa.

            L’Unione Europea ha votato un documento con cui obbliga i paesi aderenti a ridurre del 20% in quindici anni le emissioni di gas serra. Io credo che una tale direttiva  sarà applicata solo in parte, se non per niente, come è già avvenuto nel passato, perché le esigenze del profitto, per il capitalista, sono più importanti di quelle dell’ambiente. La strada imbroccata dall’Unione Europea, a mio avviso, non è quella giusta perché con la riduzione del 20% dei gas serra si vuole fare un cambiamento quantitativo lasciando inalterato il sistema economico produttivo. Questo è l’errore!  La soluzione non è quantitativa ma qualitativa. Per risolvere il problema dell’ambiente si deve comprendere che non si può continuare con questo modello di sviluppo e di vita basati sul materialismo volgare ed il consumismo come filosofia di vita. Questo modello, a mio avviso, è sbagliato e dannoso.

 

            Alcuni “scienziati” ed intellettuali legati al potere stanno teorizzando la possibilità di “rallentare” il disastro ecologico nella speranza che l’uomo si adatti ai cambiamenti climatici. E’ da pazzi il solo pensarlo! Ci si può adattare alla mancanza di acqua, di cibo, di ossigeno? E’ impossibile! Inoltre queste teorie sono  pericolose perché fanno perdere tempo provocando maggiori sacrifici e morti per gli Esseri umani. Io credo che sia necessaria una immediata inversione sociale ad  dell’uomo  per ripristinare gli equilibri naturali.

 

            Non credo che il dissesto ambientale sia arrivato ad un livello tale da  essere irreversibile. Assolutamente no! Ci sono le forze, le intelligenze e la scienza in grado di riequilibrare la natura. Dipende dalla volontà degli uomini e delle donne. Il potere è e sarà contro, ma non tutta la borghesia lo seguirà nella follia. Il settore più intelligente e sensibile lo abbandonerà.

 

            Il dissesto ambientale è il problema principale ed urgente di questa epoca storica. Da qui a 20 anni, se non si faranno dei cambiamenti strutturali fondamentali del sistema politico ed economico, saremo tutti rovinati. Bisogna intervenire subito, da oggi e drasticamente.

 

            La mia opinione  è che la situazione attuale si potrebbe fronteggiare con un programma del genere: Basta con il cemento! Basta con le costruzioni! Basta con le macchine! Nessuna fiducia agli organismi governativi! Non se la meritano! Hanno dimostrato di non capirci niente, mentre dicevano di capire tutto! Sono falsi! Sono degli irresponsabili! Nel pianeta è in atto uno sconquasso di dimensioni apocalittiche che rende il futuro talmente imprevedibile e pericoloso da far pensare all’autodistruzione della specie umana. Io penso che la cosa più logica e sicura sia quella di “rimettere le cose come stavano”, cioè ritornare agli equilibri naturali il più velocemente possibile, fino a che si è in tempo. E’ necessario un riavvicinamento dell’uomo alla natura! Riportare due metri quadri a terra pura è un progresso. Naturalmente sto esagerando,  però questa oggi è la strada del vero progresso, non quella delle “opere pubbliche”  e dei piani regolatori  in cui nuove costruzioni si sovrappongono alle tantissime già esistenti. Pescara è  un esempio chiaro di città “cementata”. Non contenti di tanto danno, adesso si sta parlando di prolungare “il mostro” dell’asse attrezzato fino al molo e di fare l’aereoporto sul mare.

 

            Comunque io penso che sia già in atto una ribellione delle forze della natura contro la prepotenza e l’invadenza del sistema dominante. La ribellione crescente della natura spingerà l’uomo e la donna a fare la stessa cosa a livello sociale e politico. Sarà una questione di vita o di morte. Solo una società in armonia con la natura può avere un futuro.

 

 

                                                                                                                      Antonio Mucci

 

 

 

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Patini chi?

Di Giacomo D’Angelo

 

In un secondo servizio della Rai regionale su Teofilo Patini, lo stesso cronista inciampa ancora sulla dizione «arte sociale». Non ha letto il mio appunto nel numero scorso ed è poco male(chi legge Il Sale?). Ma non ha letto nemmeno Federico Zeri, Ferdinando Bologna, Marco Valsecchi, Mario De Micheli, Fortunato Bellonzi, Cosimo Savastano(che pure intervista)e questo è più grave. Di Patini si continua a parlare o scrivere in modo approssimativo, da orecchianti. La sua non è arte sociale(ne esiste una asociale?), ma arte con tematiche sociali, di denuncia sociale, di volta in volta inquadrata come verismo sociale, realismo sociale, da non confondere con quello socialista delle democrazie popolari. Presentando la tela  dell’Erede, Patini disse:«Eccovi l’Erede! Erede di che? Di lavoro, di sofferenze e di miseria, ma che in sé contiene il germe delle grandi riforme socili». La critica non è mai stata tenera con Patini. Matteo Marangoni definì «non arte» la sua pittura, Lavagnino scrisse di «lugubre oratoria», Piero Bargellini definì la produzione patiniana «squallida anche nel senso pittorico», Giulio Carlo Argan(futuro senatore del PCI, con trascorsi beatamente littori) non citò nemmeno il nome di Patini nel suo volume L’Arte moderna. Il cronista della Rai si aggiunge al docente universitario che sul volumone Einaudi dedicato all’Abruzzo scrisse che il pittore di Castel di Sangro era «iperrealista», anticipando di settanta anni almeno l’omonima corrente artistica degli USA. Anni fa, in un incontro a Calascio(che fu tra i primi nel rendere omaggio al pittore di Bestie da soma), Ferdinando Bologna ammoniva quanto fosse forzato il paragone del Patini con Silone, ma tale filone già rastrella titoli e attenzione nelle iniziative previste per celebrare Patini. Poiché di Patini si continuerà a parlare per tutto l’anno, sarà opportuno che Carlo Fontana, il caporedattore della Rai regionale, affidi l’incarico ad un cronista più informato o faccia distribuire un manuale di storia dell’arte italiana del 900.

                                  Il dizionario-patacca( seconda puntata).

Ho acquistato altri volumi di Gente d’Abruzzo. Dizionario biografico e una rapida scorsa ha melanconicamente rafforzato la pessima impressione iniziale. Un’operazione priva di serietà scientifica ed editoriale. Un orto di Renzo infestato di gramigna sgrammaticata e asintattica. Un museo Grévin di asinerie, di castronaggini, di refusi grossolani. Basta fermarsi ad una pagina qualsiasi dell’opera «monumentale», «documentata e rigorosa», per raccogliere un cibreo di sviste e di gaffes, una teoria di lapsus e di strafalcioni non si capisce se attribuibili a  chi ha scritto o a chi ha stampato. Quando nel sommario si attribuisce la voce su Pascal D’Angelo a Lia Giancristofaro e quella di Francesco Di Gregorio a Luciano Biondi ma nel testo gli autori risultano rispettivamente Rino Panza e Liliana Biondi, il pasticcio non può che essere dell’editore, di chi è preposto all’editing, del correttore di bozze. Chi ha scritto Alfonzo(nel sommario), Luisiadi,  Camoes,  Giosuè,  Milli Giannini(nel sommario), Lojsy, vomumetto, radattore, Giornale Socialista(non è un titolo), ed la(pag.115, vol.6°)? L’autore della voce, lo stampatore o una gazza di passaggio? Alberto Molisano(come scrive correttamente Gabriella Albertini nella voce su Vicentino Michetti) o Molisana come femminilizza il curatore della voce sul giornalista pescarese? «La morte di Edoardo Miscia in una nemica giornata di luglio»: nemica(?) non solo la giornata ma anche l’estensore della voce su Eraldo Miscia, cui cambia il nome in articulo mortis. Peggio è andata ad Ettore Moschino che nel corso della sua carriera(e della voce) diviene Meschino. Che fulmine quel Lorenzo Natali:«ad appena due anni era già a L’Aquila…». Che iella per Ercole Vincenzo Orsini, due paginette gremite di svarioni: «una assise», «carcare», «antifacista», «un’organizzatore», «la piazza…la piazza…e la maggiore arteria intitolati», «guidato da Iorini de Fendente»(quale il nome? Non ha mai sentito Defendente il carnefice della voce o la sua è un’allusione onirica alla famiglia nobile dei Fendente?). La fotografia che campeggia nella voce su Gennaro Manna è proprio la sua, vestito con paludamenti ottocenteschi, o di un suo antenato? La caccia alle assenze inoltre, dopo quelle segnalate nel primo articolo, è piuttosto ricca e vieppiù sconcertante.

Dove è finito Edoardo Corsi, caro a Giuseppe Prezzolini? E Angelo Corsi, presente in ogni enciclopedia? E Pietro Di Donato, autore del famoso Cristo fra i muratori? E Rita Ciprelli, poetessa delicata? E Gino Cappelletti, il primo preside del Liceo D’Annunzio di Pescara? E Virginia D’Andrea, l’anarchica sulmonese non sfuggita a Francesco Durante nel suo Italoamericana? E Attilio Conti, anarchico pescarese? E Nicola Moscardelli, il poeta di Ofena, corrispondente di Tristan Tzara, riproposto recentemente da molti critici per le sue poesie sulla Grande Guerra e sull’emigrazione? E i Ciarletta aquilani, singolare famiglia di artisti, fra cui Nicola, filosofo, saggista, critico d’arte, fondatore  con Velso Mucci(non meritava anche lui uno spazio?) della rivista «Il costume politico e letterario»? Poteva leggere almeno i libri che allinea senza criterio nella «bibliografia essenziale» il distratto curatore della voce su Raffaele Mattioli, che scambia Giovanni Malagodi per suo padre Olindo(che non ebbe il tempo di conoscere il banchiere abruzzese) o definisce «vecchio amico di Mattioli» il padre di Sandro Gerbi, Antonello, che fu prestigioso dirigente del mitico Ufficio Studi della Comit, ossia quel «filosofo domato», citato nella bibliografia. Accenna al «trittico delle tre M», che erano 4: è rimasto fuori Enrico Marchesano. Scrive di Eugenio Montale che «aveva a che fare con Mattioli per via del “Corriere della Sera”: che ci azzecca, obietterebbe il Purista Molisano. Attribuisce a Olindo il libro su Mattioli, scritto invece da Giovanni, e sproloquia di «Ed.Raffaele Mattioli», ma l’editore è Ricciardi. Dimezza il titolo del libro di Giorgio Rodano. Scrive «Raffaele Mattioli e il filosofo, domato»: una virgola curiosamente intrusa. Che accozzaglia di spropositi. Una voce così banalmente cursoria, malamente copiata, squadernata in stato di ebrezza, rivela un’assoluta ignoranza della straordinaria figura di don Raffaele. Era tanto difficile trovare un meno scalcinato biografo(si fa per dire) in una regione che ha dedicato ben due convegni al banchiere di Vasto? Sorprende anche il fatto che proprio il Centro, alcuni anni fa, organizzò su Mattioli una tavola rotonda con Marcello De Cecco, Costantino Felice, Sandro Gerbi, Marco Panara e chi scrive: con la somaraggine avallata sul Dizionario ha voluto cancellare la sua intelligente e apprezzata iniziativa? Basterebbe un intruglio come questo a squalificare l’intero dizionario. Un’altra eccezionale esistenza, quella di don Giovanni Minozzi, immiserita in una voce burocratica, da mattinale di polizia, senza che al suo miope redattore sia venuto in mente di citare un solo storico dei tanti(Isnenghi, Melograni)che ne hanno approfondito il ruolo di impresario della carità. Al termine dell’uscita in edicola dei volumi e del sofferto esborso(ma il mio esseoesse alle autorità per un risarcimento è sempre valido), tirerò le somme su questo colossale infortunio professionale ed editoriale. Una sesquipedale truffa che trascina nel gouffre anche quei pochi studiosi di valore che hanno accettato di firmare un’opera tanto scombinata, sciatta, ciabattona. E, occorre ripeterlo, inaffidabile. Ho inviato le mie dolenti note ad amici, alle istituzioni interessate, agli sponsores, al megacuratore. Mi hanno risposto in tanti. Silenti come sassi le autorità impelagate nel pateracchio, mutismo cimiteriale dall’assessorato regionale alla cultura e dall’università, ma hanno inviato riscontri molti amici, che ringrazio, il direttore del quotidiano aquilano on line che gentilmente ha pubblicato l’articolo e un editore chietino, mostrando entrambi coraggio e anticonformismo, due qualità calviniane in questa terra desolata, ossia inesistenti come il cavaliere di quello scrittore. Un’ultima cosa: non ne avevo indicato i nomi, ma nel pasticciaccio, insieme col Di Carlo, apparivano coinvolti tre bibliotecari teramani, che invece non hanno alcuna responsabilità, interamente attribuibile ad «un uomo solo al comando», il suo sé sbandierante onnicuratore. L’ampollosa presentazione di quest’ultimo, con il suo testo ambiguo, mi aveva tratto in inganno: me ne scuso con i lettori  e con gli incolpevoli indicati erroneamente. Il Di Carlo probabilmente già si immagina ritratto nell’album di famiglia come «geniale» bibliografo, ma per ora risulta desolantemente un pasticcione men che dilettante(ah, i dilettanti invocati da Savinio!), un collezionista di orrori, un rigattiere di ciaffi. Come schidionatore di patacche ha certamente un futuro. Per carità di patria è meglio tacere dell’avventuroso editore e degli spericolati patrocinatori.

 

 

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Se vi sbeffeggio…. che male fo ? 

Di  Luciano Martocchia 

Irriverente, fustigatrice, cinica, di regime, anarchica, volgare, tagliente, dissacratoria. E' la satira.

Se fa solo ridere ma non fa arrabbbiare qualcuno non è satira, a volte diventa un omaggio alla persona a cui si rivolge. Caratteristiche dell’obiettivo, deve essere un potente, un’idea dominante, da sbeffeggiare e da mettere alla berlina accentuando qualche lato oscuro o qualche difetto.

Come i Carmina burana  canti goliardici  irriverenti, in latino quasi sempre maccheronico,  scimmiottanti il canto gregoriano che prendevano di mira le gerarchie ecclesiastiche e esaltavano la vita gaudente, “In taberna quando sumus, non curamus quid sit humus, sed ad ludum properamus, cui semper insudamus. quid agatur in taberna ubi nummus estpincerna, hoc est opus ut quaeratur; si quid loquar, audiatur.”

Molti autori e poeti nell’antichità si sono cimentati con la satira feroce, il più famoso nell’immediato inizio rinascimentale  è stato Pietro L’Aretino con i suoi sonetti, in cui metteva alla berlina i vizi sessuali soprattutto  di frati e suore, “Mentre con divozion stava parlando suor Cherubina con fra Galeazzo, per disgrazia la madre starnutando cacciò un peto dal cul con gran schiamazzo….”, per citare nei più moderni, Gioacchino Belli, Trilussa, ecc. Soprattutto il Belli, assai blasfemo ci ha regalato sonetti magnifici . Roma era governata dal pontefice, "il Papa Re". Un ristretto numero di aristocratici e l'arrogante clero costituivano le classi sociali più alte, il cui potere aveva ormai perso qualsiasi giustificazione storica o morale; a loro si contrapponeva il popolino, fanatico e superstizioso, i cui unici diversivi erano le molte manifestazioni di piazza, indette per celebrare e glorificare le classi dominatrici, e le altrettanto numerose pubbliche esecuzioni (tanto che uno dei boia, Giovan Battista Bugatti detto Mastro Titta, divenne addirittura un personaggio)del Belli ricordiamo un sonetto per tutti : “ Er Confessore -Padre... -- Dite il confiteor. -- L'ho detto. -- L'atto di contrizione? -- Già l'ho ffatto. Avanti dunque. -- Ho detto cazzo-matto A mi' marito, e j'ho arzato un grossetto. -- Poi? -- C'e altro? -- Tratto un giuvenotto, e ce sò ita a letto. -- E lì cosa è successo? -- Un po' de tutto.--Cioè? Sempre, m'immagino, pel dritto. -- Puro a riverzo... -- Oh che peccato brutto! Dunque, in causa di questo giovanotto, tornate, figlia, con cuore trafitto, Domani, a casa mia, verso le otto”

 

Persino la Cassazione con sentenza 9246 del 2006, si è sentita in dovere di dare una definizione giuridica di cosa debba intendersi per satira: "È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di 'castigare ridendo mores', ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene."

Fogli settimanali di solito, trisettimanali o bisettimanali nell'Ottocento. Talvolta censurati, ma anche dati alle fiamme come è successo a Il Male. Con i direttori che ogni tanto finivano al fresco: Guareschi venne incarcerato per aver pubblicato una vignetta sui corazzieri del presidente Einaudi. Due file di bottiglie di vino delle sue tenute piemontesi sull'attenti per l'arrivo del capo del Quirinale. E con talenti persi come quello del rumeno Saul Steinberg, firma di Bertoldo, costretto a fuggire dall'Italia a causa delle leggi razziali mussoliniane e sbarcato subito dopo negli Stati Uniti. Per sessant'anni disegnerà le copertine del New Yorker, collaborando anche con Life e Harper's Bazaar con personali nei principali musei americani.

Il Male è stato l’esempio più felice di satira italiana della seconda metà del ‘900. E’stata una delle più importanti riviste satiriche italiane. Fu fondata da Pino Zac (nome d'arte di Giuseppe Zaccaria), Giancarlo Fusco, Vauro Senesi e altri nel settembre del 1978, e venne pubblicata fino al marzo 1982. La rivista pubblicava con cadenza settimanale articoli giornalistici, tra cui le imitazioni delle prime pagine dei quotidiani nazionali con titoli assolutamente demenziali ma d'effetto realistico tanto e` vero che molte persone caddero nella beffa, fumetti e vignette, molte delle quali venivano pubblicate anonime per evitare denunce. Riscosse un grande successo e la sua satira corrosiva gli procurò una storia tormentata di ritorsioni e censure. Fra le beffe più famose del Male quella cui si prestò Ugo Tognazzi in cui veniva annunciato l'arresto dell'attore con l'accusa di essere il capo delle Brigate Rosse.  O  quando annunciava beffardo, “Collabora a questo numero Eugenio Scalfari” e, alle minacce di querela del direttore di Repubblica, al numero successivo, “Continua a collaborare Eugenio Scalfari ". Alcuni degli autori furono: Francesco Cascioli, Karen (Jacopo Fo), Tanino Liberatore, Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Stefano Tamburini, Pino Zac.Il comico Daniele Luttazzi, parlando del periodo dal 78 ai primi anni 80, ha dichiarato: Oggi è quasi impossibile pensare che all'epoca esistesse un settimanale satirico come Il Male, veramente all'avanguardia, avanti di 50 anni, insomma divertentissimo.

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Quando Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica, volle dimostrare la simpatia che aveva verso i redattori e gli autori del Male, e li invitò a pranzo al Quirinale. Finalmente se magna, esclamò uno di loro,quasi a dimostrare che fu soprattutto un’impresa editoriale temeraria che poco rese dal punto di vista finanziario, eppure aveva raggiunto in certi periodi  altissime tirature.

Poche le concessioni creative che si rispecchiano per lo più nelle caricature impietose dei volti dei personaggi messi alla berlina.  Che potevano  esser in passato  un Vittorio Emanuele in pantofole, con i mustacchi appuntiti e un'espressione smarrita mentre tenta con fatica di infilarsi lo stivale Italia che però è troppo stretto, o in periodi  recenti, un Fabrizio De’ Andrè che nella celeberrima Bocca di rosa, cantava  che, spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno , anche se, in seguito, vent’anni dopo, ( pochi lo sanno)  la cambiò in,  Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri ma quella volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri, a dimostrare la forza di quei primi versi trasgressivi e satirici. O ancora nella famosissima,  Un giudice, descritto nella canzone di bassa statura ma inflessibile e sprezzante verso i poveri, si sa che , un nano è una carogna di sicuro , perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo. Un De’ Andrè irripetibile, immortale, una pietra miliare nella tradizione satirica  giullaresca . Maestro inimitabile Dario Fo, con le sue giullarate e dialetto padano onomatopeico, il gramelot, soprattutto con il Mistero buffo, derise le malefatte di Papa Bonifacio VIII, con un teatro popolare autogestito e  inimitabile rappresentato fuori dai circuiti nazionali.


Perché lo scopo è di dileggiare, polemizzare, denunciare, mettere alla gogna. Senza pietà. E lo si capisce subito dal nome delle testate che si sono avvicendate nel corso di cinquant’anni: La Zanzara, La Pulce, La Vespa, La Vipera. Che flagellano con La Frusta, Il Pungolo, Lo Staffile, Il Manganello. Moleste con Il Dito nell'occhio o Il Ficcanaso, sicuramente indigeste con Il Travaso - di bile naturalmente - ma anche curative, a modo loro, con Il Malox. In guerra con la politica ma anche tra di loro come L'Asino e Il Mulo. Di sinistra il primo, più conservatore l'altro, si azzuffano a colpi di vignette, scimmiottando le rispettive testate con L'Asino che sotto al titolo spiega se stesso, chiarendo la sua vocazione: "Come il popolo è l'asino: utile, paziente e bastonato".

Fucine di talenti, ospitano le vignette di Federico Fellini, Ettore Scola che si fa beffe del futuro presidente Scalfaro per quello schiaffo mollato in pubblico ad una signora secondo lui troppo scollata: un gesto che rimarrà nella memoria collettiva tanto da meritarsi, dieci anni dopo, una citazione anche ne le Tentazioni del dottor Antonio, di Fellini diventato regista. Disegni per il Marc'Aurelio, dove apparvero anche Castellano e Pipolo che ancora non facevano coppia, Scarpelli, Camerini.

Con l'arrivo degli anni Settanta la satira asciuga il segno, preferisce la rapidità della battuta ai virtuosismi della penna, ora le strisce si mandano via fax. Nel '65 nasce Linus, mensile ancora in edicola, che ospita da Vauro ad Altan, con Angese, Lunari, Pericoli e Pirella, Pazienza, Crepax. Nel corso degli anni pubblicherà i maggiori vignettisti italiani, ma anche stranieri aprendosi all'Europa con Claire Bretecher, Reiser, Wolinsky. All'America con Doonesbury di Gary Trudeau, spina nel fianco dei presidenti a stelle e strisce messi sitematicamente al palo e, naturalmente, con l'esistenzialismo soffice dei Peanuts di Charles Schultz. Dieci anni dopo Satyricon, inserto de La Repubblica diretto da Giorgio Forattini, ritroverà sulle sue pagine le firme di Linus scoprendo il talento di Giannelli e Elle Kappa. Tradizione continuata da Cuore, settimanale di resistenza umana, inserto dell'Unità nato dopo la chiusura di Tango, diretto da Sergio Staino.


Ma l’obiettivo più fecondo negli ultimi 15 anni non poteva che essere lui: Silvio Berlusconi. Su di lui si sono sbizzarriti i migliori, famosi o non ( basta ricordare i famosi cartelloni elettorali ritoccati da anonimi, e così, il meno tasse per tutti, assume significato contrario con il meno tasse per Totti, a significare la falsa politica popolare del Premier) Berlusconi, a detta di esperti ci giocava con questo suo ruolo di essere diventato bersaglio, anzi ne faceva un vanto di popolarità e la traeva a suo vantaggio. Ecco il segreto! Ecco cosa manca a Fassino, Rutelli, Bertinotti, Parisi, Casini, Fini, Bossi  e Di Pietro!D’Alema, un grigio che non ha esitato a querelare Forattini che lo disegnò intento a scolorare con lo sbianchetto la lista Mitrokin: fu certamente un errore.
 A Roma nel "98, ma anche  in tante altre occasioni,  il nostro cavalier Berluska  mostra l’indice e il mignolo alzato a mo’ di corna " agli amici dell'Anci. Qualcuno ci scherzò e riscrisse l’articolo 1 della Costituzione nel modo seguente, “L'Italia è una Repubblica carnevalesca, fondata sulle corna. Le corna appartengono al Presidente del Consiglio, che le esercita oltre le forme e i limiti della Decenza

Da oggi in poi nelle assemblee prima di prendere la parola mostrate un bel paio di corna...

 Giulio Andreotti, tra i bersagli più longevi delle penne arrabbiate - condizione inevitabile per un politico in sella dai tempi di De Gasperi - sempre con la gobba, le grandi orecchie appuntite, l'aria mefistofelica, "uno che fa schifo" come recita lapidaria una copertina del Male, firma una breve prefazione. Dice che la satira è "un correttivo alla durezza dei sistemi", un cosa che "serve dialetticamente a sminuire il presente". ( E se lo dice lui ..crediamoci) Che i satirici sappiano sfruttare appieno i nuovi spazi che hanno a disposizione, suggerisce il senatore, alludendo ai nuovi media, aggiungendo però che l'humor delle vignette andrebbe valutato sotto il profilo della liceità, dell'uso e dell'abuso, ma lo capiamo.  Ma se non è eccessiva, fuori dalla righe, provocatoria, dissacrante e soprattutto libera da censure, che satira è?

 

 

 

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PUNTO  E  VIRGOLA

 

TELEFONIA AL TELEFONO

 

 

-  Pronto

-  Buon giorno per tutto il giorno, è il signor Prontezza, Romolo Prontezza?

-  Si

-  Sono Vanessa di  Telegratis, oggi è il suo giorno fortunato, le offro la possibilità, senza cambiare

    numero, di non pagare più il fisso e ..

-  Veramente dovrei parlare con mia moglie, e poi ho fretta e ..

-  Ma le piace proprio pagare di più? Sua moglie sarebbe d’accordo, ci ho parlato ieri e, se lo vuol        

    sapere, abbiamo parlato anche del suo carattere, come dire, un po’ duretto,  e poi almeno mi lasci

    finire; praticamente lei non pagherebbe nemmeno le telefonate, comprese quelle ai cellulari        

    convenzionati Villaggio e quelle all’estero del gruppo Grande Fratellanza e inoltre ..

-  Certo, e alla fine pago di più e il servizio ..

-  Ma allora è proprio prevenuto, se le dico che non paga niente e..

-  Va bene, ho capito, quanto mi date al mese?

-  Lei faccia pure lo spiritoso ma alla fine è uno dei pochi che paga tanto, gli altri hanno capito da   

    un pezzo come vanno le cose e come si vive oggi e ..

-  Buon giorno, devo andare

-  Contento lei, ma che razza di gente ..

-  Adesso basta, che ne sa lei delle mie bollette? E chi l’ha chiamata?

-  Rispetti la nostra privacy, piuttosto,  mi ha solo fatto perdere tempo e ..

-  Lei ha perso tempo? Ma vada al diavolo vada

-  Ci vada lei e si porti sua moglie, maleducato.

 

                                                         Giorgio Cerasoli

 

 

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Piano sociale regionale 2007/2009. Ad maiora !                                                         

Gennaro Tornincasa*

 

L’approvazione del III° piano sociale regionale è un risultato significativo per l’attuazione di una politica regionale nei servizi alla persona. L’azione politica dell’Assessora Mura e del partito della Rifondazione comunista, corredato dall’attenzione della Giunta e del Consiglio regionale che hanno licenziato il provvedimento, ha un valore concreto rilevante. “I comunisti”, di solito definiti dai mass media come ala radicale del centro sinistra, hanno compiuto scelte di governo in materia di servizi alla persona.

 

L’entrata in vigore del nuovo Piano Sociale Regionale 2007/2009 attiverà a breve, una programmazione locale nei 35 ambiti sociali della Regione Abruzzo, attraverso i piani di zona dei servizi sociali; il conseguente finanziamento di ciascuno di essi sulla base di criteri già definiti e certi, ciascun ambito saprà quante risorse gli verranno destinate dalla Regione e dovrà definire le proprie per finanziare i servizi sul proprio territorio; l’erogazione dei servizi sociali verso la cittadinanza abruzzese, o meglio una parte di essa, perché  per quanto sanciti dalla norma, i diritti sociali restano diritti finanziariamente condizionati. In breve, con il nuovo Piano sociale l’Abruzzo si riavvia una politica regionale per i servizi alle persone (si ricordi che il II° Piano sociale regionale 2002/2004 è andato in proroga sino al 2006).

 

Al fine di apportare contributi costruttivi, è bene ricordare che quando si vuole dare concretezza ad obiettivi sociali o meglio diritti, occorre prendere in esame le azioni necessarie per tradurre in fatti i principi e le finalità generali; in sostanza una Pianificazione sociale, se non vuole essere solo adempitiva (cultura burocratica delle Pianificazione), come appunto esplicitato dall’Assessora Mura, deve definire oltre alle attività, anche le organizzazioni, le persone e i meccanismi regolativi che si intendono utilizzare per assicurare i risultati sociali. D’altra parte ogni organizzazione, pubblica o privata che sia, può definirsi come la modalità per dare attuazione ad una politica (tant’è vero che il buono o il cattivo funzionamento dell’organizzazione segna anche il successo o l’insuccesso di tale politica). In questo senso anche la pianificazione sociale è soprattutto organizzazione, per cui il successo o insuccesso del nuovo Piano sociale regionale, dipenderanno anche da scelte organizzative e strategiche che saranno effettuate dal sistema di governo esistente e dai diversi soggetti che lo compongono.

 

Il Piano sociale regionale 2007/2009 apre una stagione di lavoro che investirà strategie, istituzioni locali, organizzazioni  e persone che operano nell’ambito dell’economia sociale regionale.

 

Nel triennio che verrà, oltre alla concreta esigibilità dei servizi sociali, la Regione dovrà avere cura di “animare” la rete degli attori sociali anche verso obiettivi trasversali ed innovativi del sistema di welfare regionale, in particolare: migliorare l’apporto che l’osservatorio sociale regionale può fornire nella lettura della società abruzzese (bisogni sociali, domande di servizi e mutamenti dei fenomeni sociali locali); fotografare con puntualità lo stato dei servizi sociali in regione (non solo quanti servizi, ma registrare le profonde differenze positive e negative fra territori di cui la Regione deve essere ben a conoscenza e sulle quali intervenire attraverso incentivi); spingere verso l’innovazione professionale e lo sviluppo della valutazione/efficacia dei servizi sociali; promuovere e regolare la qualità dei servizi sociali attraverso norme di autorizzazione ed accreditamento per i soggetti erogatori di servizi; connettere la Pianificazione sociale al più generale Piano di sviluppo regionale e alla pianificazione europea (al fine di recuperare ulteriori risorse finanziarie e rendere più esigibili i diritti di quanto non lo siano già); normare la tematica dei profili professionali in uso nei servizi sociali.

 

A questi, e probabilmente ad altri, va aggiunta la vera scommessa politica oltre che sociale da perseguire: dare evidenza, legittimità e valore, all’economia sociale regionale (vale a dire a quel PIL prodotto da cooperative sociali, associazioni di volontariato, enti locali e privati). Conosciamo realmente, quante e come operano le cooperative ed associazioni in Abruzzo ? Sappiamo qual’è il numero degli occupati di questo settore di economia ? Qual è il PIL prodotto da queste realtà organizzative ? Quali sono le condizioni per un loro ulteriore sviluppo ? Perché in Abruzzo non esiste un forum regionale del terzo settore ? Perché cooperative provenienti da altre regioni riescono ad entrare nel “mercato” Abruzzo, e quasi mai si può sostenere la possibilità opposta ? Qual è il valore sociale, e non solo economico che queste organizzazioni apportano alla collettività regionale ?

Iniziare a rispondere a questi quesiti, significa avviare una vera politica di attenzione verso l’economia sociale regionale  e verso le organizzazioni che ne fanno parte; si tratta di un lavoro politico di alto profilo da costruire con l’apporto delle organizzazioni rappresentative (Centrali cooperative, CSV; associazioni di utenti; sindacati e lavoratrici). Per il partito della Rifondazione comunista si tratta di un impegno politico concreto in Abruzzo; di un dialogo da attivare o proseguire, perché proprio in questa area economica vi sono elementi evidenti di un'altra economia e di un modello di sviluppo della società, fatto di relazioni rispetto al solo profitto economico. Buon lavoro a tutti !  

 

* esperto politiche dei servizi alla persona

 

 

 

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IL TERRIBILE E’ GIA ACCADUTO!

 

 

                      “Nostro compito è sia di esperimentare che di concepire il concreto, ossia la realtà nella sua pienezza e completezza, ma non lo si può fare immediatamente: sia in fatto di esperienza che di concetti non possediamo che dei frammenti.

L’esperienza personale trasforma un certo campo dato, in un campo di intenzione ed azione: la nostra esperienza può essere trasformata solo attraverso l’azione.

Quanto più i domini dell’esperienza ci diventano estranei, tanto maggiore è l’apertura mentale che ci occorre per concepirne anche solo l’esistenza.

Se siamo privati dell’esperienza, siamo defraudati dei nostri atti, della nostra umanità.

Gli uomini possono distruggere l’umanità di altri uomini e lo fanno, e possono farlo perché siamo interdipendenti.

Ognuno di noi, per gli altri, è l’Altro. L’Essere è attivo-passivo, passivo-attivo , intersperimenta ed interagisce con i suoi simili.

La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. Le altre forme di alienazione predominante sono etichettate come nocive o folli.

Se la nostra esperienza è distrutta, abbiamo smarrito noi stessi.

Fino a che punto il comportamento umano, siano le intenzioni tra singole persone o tra gruppi e gruppi, è intelligibile in termini di umana esperienza?

L’essere umano,( per dirlo con  Sartre) non crea essere, ma piuttosto introduce il non-essere.

Il nulla, in quanto esperienza, insorge per la mancanza di qualcuno o qualcosa: rapporti umani, amici, piacere, senso da dare alla vita, idee, gioia, danaro; o per quanto riguarda il corpo, dal vuoto: mancanza di seno o di pene, di qualsiasi attributo più o meno nobile

. L’elenco è lungo: provate a pensare a qualcosa e ad immaginarvene l’assenza.

Abbiamo paura di avvicinarci all’immensurabile e insondabile mancanza di fondamento del tutto.

Non c’è nulla di cui aver paura”: l’estrema rassicurazione e l’estremo orrore.               

 

           Siamo essere fra i quali c’è il nulla, non c’è nulla che ci unisca.

Le macchine sono in grado di comunicare tra loro più di quanto ne siano capaci gli esseri umani.

Se non ci sono dei significati, dei valori, delle fonti di sostegno o di aiuto, l’uomo creatore è costretto ad inventare, ad evocare sensi,sostegni ed aiuti, estraendoli dal nulla: egli è allora uno stregone.

Nella nostra alienazione “normale” dall’essere, una persona che sia pericolosamente consapevole

del non-essere, di ciò che scambiamo per essere (pseudo-valori, pseudo-bisogni, pseudo-realtà…),

 

ci fornisce quegli atti creativi di cui abbiamo estremo bisogno()…sono atti insurrezionali. La loro sorgente è quel silenzio che c’è al centro di ognuno di noi.

        - Il soffio creativo “viene da una regione dell’uomo in cui l’uomo non può discendere neppure se Virgilio stesso lo accompagna, perché Virgilio non potrebbe scendere fin là. (Jean Cocteau).-

Questa regione, la regione del nulla, del silenzio dei silenzi, è essa l’origine: noi dimentichiamo che siamo là interamente ed in ogni momento.

               Come mai quasi tutte le teorie sulla spersonalizzazione, sulla reificazione, sulla frattura, sul rifiuto della realtà, tendono a presentare quei sintomi stessi che cercano di descrivere?

 Ci danno le transazioni, ma dov’è l’individuo? L’individuo, ma dov’è l’Altro? Schemi di comportamento, ma dov’è l’esperienza?L’informazione e la comunicazione, ma dove sono il pathos e la simpatia, la passione e la compassione?

E dunque inevitabilmente una tecnica del non-incontrarsi, della manipolazione e del controllo meccanico.

            Siamo nella necessità di conoscere relazioni e comunicazioni, ma questi schemi di comunicazione, disturbati e conturbanti, riflettono il disordine dei nostri mondi personali di esperienza, sulla cui repressione, negazione,scissione,introiezione,proiezione dissacrazione e profanazione generale si fonda la nostra società.

A questa consapevolezza e responsabilità siamo(qui e ora) tutti chiamati.

Nessuno escluso, in questo caso.-

Non basta distruggere la propria esperienza e quella altrui. Occorre poi ricoprire questa devastazione con una falsa consapevolezza assuefatta alla sua stessa falsità, (come diceva Marcuse)e Marx descrisse la mistificazione e ne illustrò le funzioni ai giorni suoi.)

I tempi di Orwell sono già i nostri.

 

Il linguaggio teoretico e descrittivo usato in molti studi  assume un atteggiamento di “obbiettività”

Apparentemente neutrale, ma vediamo come ciò può celare un inganno. Le scelte di sintassi e vocabolario sono atti politici che scelgono e circoscrivono il modo in cui i fatti debbano costituire la nostra esperienza. Anzi, spesso vanno oltre e creano quei fatti che sono oggetto di studio ed attenzione.

I dati (data) non sono tanto dati, quanto presi, estratti da una matrice di accadimenti costantemente elusiva.

Si dovrebbe parlare di dati presi (capta) anziché dati. (…)

 

          In questo momento storico siamo tutti presi dall’infernale frenesia della passività.

 

In realtà quando torniamo all’inizio di tutti gli inizi, che è un puro nulla, non c’è più niente da dire.

E’ soltanto quando cominciamo  a smarrire quell’ Alfa ed Omega che si sente il desiderio di mettersi a parlare ed a scrivere, ed allora non si finisce più, parole, parole, parole.(…)

 

Come ritrovare la via verso noi stessi ? (e verso gli Altri)

         (…) L’esistenza è una fiamma che fonde e ricompone incessantemente le nostre teorie; il pensiero esistenziale non offre alcuna garanzia, alcun rifugio ai senza tetto, non si rivolge a nessun altro fuorché a voi ed a me. E trova la sua validità quando, attraverso il baratro dei linguaggi e stili diversi, i nostri errori, i torti, le perversità, scopriamo nel comunicare con un altro l’esperienza di un rapporto umano che si stabilisce, si smarrisce va perduto, si raggiunge di nuovo. Noi speriamo di condividere l’esperienza di un rapporto umano, ma l’unico modo onesto di incominciare, o anche di finire, sarebbe quello di condividere la sua assenza…”.(…)

             Il modo più intimo per Noi di essere uniti è che ciascuno di noi faccia parte di una medesima presenza e al tempo stesso possieda una medesima presenza dentro di sé. Formalmente si tratta di un non-senso, ma il carattere di quell’esperienza che stiamo esplorando non riconosce le distinzioni della logica analitica.(…)

         L’inerzia dei gruppi, che sembra essere la completa negazione della prassi, in realtà non è che un prodotto della prassi stessa.(…)

“ Il gruppo non può essere altro che la molteplicità dei punti di vista e delle azioni dei suoi componenti, e ciò resta vero anche quando, attraverso l’interiorizzazione della sintesi, di questa molteplicità operata da ciascuno, questa sintesi del molteplice diviene ubiqua e durevole.

(Questa sintesi diviene l’Anima del gruppo. Il meccanismo.La risultante energia )

-“Quella di considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile.”

 

Liberamente tratto da:

“Manifesti del  dadaismo e lampisterie” di Tristan Tzara

“Psicolinguistica” di D.I.Slobin

“La politica dell’esperienza” di R.D.Laing

 

 (Sandra Pennoni) Dicembre2006

 

 

 

 

 

 

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“FUOCO DI SPINE”

di  Alessio Di Giulio  

 

Editing  2004  -  Presentazione di Paolo Ruffilli

 

Salutato come una delle voci giovanili di più sicuro talento, Alessio Di Giulio dimostra di aver raggiunto una misura inconfondibile con questo Fuoco di spine, nel segno della contabilità e della ricerca esistenziale.  L’idea di Di Giulio poeta è quella, sia pur rarefatta, della “poesia pura”, in cui tuttavia le pratiche del laboratorio ermetico (l’analogismo, la trascrizione fonica, il ritmo melodico) si sono dissimulate in uno schema letterario formalmente composito che non è propriamente né quello narrativo né quello lirico né quello descrittivo né quello fantastico, ma appunto tutte le cose insieme.

            C’è nel fondo della poesia di Di Giulio una predisposizione al giro di pensiero, ma questo si è trascritto in una serie aperta di oggetti-simbolo, per un procedimento quasi di accumulo. L’operazione metaforica ha fatto dell’intento “filosofico” un’occasione remota, coincidenza accidentale e confronto marginale; stendendo intorno un velo di mistero, ragione non sondabile, motivazione sepolta in una polvere di oggetti colorati.

            Quello che affascina in questi versi è il senso fuggevole eppure tenace dell’amore, la sua certezza minima, la precarietà della sua condizione adesso e qui, tutta giocata sul filo esile di un equilibrio instabile e ciò nonostante positivamente dinamico, vitale. Spesso il procedimento è quello dell’incastro, dell’inserimento di metafore a  crescere, di incisi riflessivi, di illuminazioni, di parentesi di arresto.

            In un continuum fatto di un “parlato” trascritto in forme aperte, dal lessico minuto e limpido, l’esistenzialismo di Di Giulio dichiara la propria esperienza “culta” costantemente rapportata al flusso colloquiale che ne fa una felice partitura di insieme, al di là della frantumazione dei singoli componimenti. Un “libro”, ben più che una raccolta.

 

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Di un fuoco di spine

                   crepita

il tamburo della specie

quando un presagio d’ombre

                                  fruga

l’abisso di vene

scolpito sui ponti del senso

e di un lento alitare si ravviva

la circolazione dei segni.

 

 

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Io canto il mondo da sillabare balbettando

su cui s’alza lambente

il grido della buia umanità.

 

Io canto il nome che cola

dalla sala di tortura del mistero dell’uomo,

fuoco trasudato dal muro

su cui s’alza lambente

l’ombra della buia umanità.

 

Io canto l’ombra che sprigionerà una scintilla

le radici profonde della sala di tortura,

un nome da riprodurre balbettando

perché si spalanchino le porte

sulle ceneri della buia umanità.

 

Io canto il grido dal sogno

perché si spalanchino le porte della sala di tortura,

la lama rotta del mistero dell’uomo

un nome che cola lambente

la piaga della buia umanità.

 

Io canto la sala di tortura del mistero dell’uomo

Il grido dal sogno

 

 

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                                                             Archeologica, I

 

Mandarini in grigioverde passo

danzano sull’acqua, alla risacca

sporgono la tela. Catturata

in giri ascendenti di memoria

 

 derive di anni migrerai

mutata, assuefatta ad ogni lido.

 

Ti peserà la notte il sorriso,

i passi nella danza. Stupita

dileguerà nell’alba  raccolta

la rosa del tuo viso e la dolce

spina.

 

 

                                                              Archeologica, II

 

Pomeridiano accordo

passi stonati dalla tua finestra

aperta al giorno

come le gambe per colui che ami

ad ogni notte d’un amore nuovo.

 

E’ questa la tua vita?

Questo infrangersi fioco della luce

dietro riflessi d’ombra?

                                    Fa che il cuore

risponda altre parole,

vergine impudica che con le lacrime

sciogli il mio dolore rappreso stilla

a stilla.

 

 

 

                                                              Archeologica, III

 

Sboccia all’alba un sorriso, amata rosa,

sui tuoi lunghi silenzi dove accogli

la paura di essere parola

ferendo come spina. “Anche noi – dici –

tra i tanti che si amano

nuovi non siamo ai riti e alle promesse,

nuovo è solo il dolore o il “beaujolais”,

poi ti stringi al cuscino e guardi l’ora,

vorresti avere ancora il tuo assassino

ma più non puoi,

Con leggero passo di farfalla

abbandoni il giardino d’una infanzia

rapita a nuove carezze, già troppo

adulta regina. Chini sui libri

la tua faccia assente e l’alba è già sera

quando parli dei giorni, pochi,

contati alla partenza.

“Sarà un grido il ricordo – dici -

delle dolci ferite

che tu bambino compagno dei miei giochi

sopra il ventre e sul cuore mi hai lasciato”.

 

 

 

 

 

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Il vento saccheggiava le vele.

come scogli dormienti

nel fuoco delle acque

lasciavamo l’inverno alle sue prede.

 

Perché ancora due

quando la stella

                         caduta

dall’orbita dei rami

non è più rotta che incornicia il canto?

 

Qui tutto comincia. Qui finisce.

Anche il soffio abbandona la sua onda

evaporata nella schiuma chiara.

 

Qui tutto finisce. Qui comincia

con il seme che la morte ha posto

a germogliare nel cuore dell’Origine.

 

 

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Palpebre tese

ardenti ghigliottine

fantasmi in fuga nelle stanze spente

encre bleu de la mort…

impastati nella lingua calce e suono

                                                        rotolano

nel buio esitante.

 

Mutare generare trasparire

nuove urgenze di donna

denti stretti alle vertebre del gelo,

io solo dal fango di una costola

chiamo i tuoi figli elettrici alla luce.

 

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                        Letti

dove lente dune

navigano invisibili vele

e la prora occipitale

apre varchi alle lune del cuore.

 

Quello che di noi lasciammo

all’onda delle palpebre

ora gonfia le nubi del sangue.

 

                                Coagulata

ai margini del canto

la stella meridiana

dà luce alle tempeste.


 

 

 

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L'umanità e con essa il mondo intero è a un bivio

 

 

L’umanità e con essa il mondo intero è a un bivio. Dobbiamo cominciare ad agire ora, perché se non cambiamo rotta vi sono buone probabilità che non ci sarà un mondo di cui preoccuparci tra dieci o quindici anni. E noi saremo morti, o moribondi. E la cosa più triste è che questo non accadrebbe a causa di un destino ineluttabile, ma per semplice mancanza di volontà politica...
Vi è bisogno di un impulso primitivo, di uno spirito di sopravvivenza, di cui non vi è traccia oggi. Ovviamente oggi sappiamo che non è così. Anche l’acqua è una risorsa limitata. Ma l’umanità si è sempre crogiolata nelle sue illusioni di eternità...
L’umanità e l’Occidente in particolare – deve cambiare radicalmente il proprio stile di vita se non vuole estinguersi. E un cambio di rotta deve venire prima di tutto dagli Stati Uniti, i primi consumatori e inquinatori al mondo. Il problema è convincere il nostro governo, o meglio il governo ombra che lo controlla, che risponde solo alle leggi di un capitalismo delirante. Che, in parole povere, consistono nel creare prodotti di cui non abbiamo bisogno e trovare il modo di venderceli, incuranti delle conseguenze. Per di più, il capitalismo non può sopravvivere che nell’assenza di leggi. Non obbedisce a nessuna legge eccetto quelle fittizie che il sistema stesso ha creato, come la 'domanda e l’offerta'. È per questo che non possiamo aspettarci nessun cambiamento dall’alto, se non sotto il peso di una spinta popolare. È paradossale che molti governi, come quello degli Stati Uniti, si sentano legittimati a immischiarsi nella nostra libertà riproduttiva ma non spendano una parola sull’elettricità che consumiamo. È per questo che il cambiamento deve iniziare dal basso.
Quest’anno comincerò ad alimentare la mia casa, in California, esclusivamente a energia solare. Ma non vedo come lo possa fare il cittadino medio. È ancora molto costoso, almeno negli Stati Uniti. È per questo che l’azione individuale – per quanto importante – deve avere come obiettivo un cambiamento istituzionale. E oggi la nostra causa è sostenuta da una serie di strumenti potenti e innovativi, come Internet...
E dobbiamo andare ancora più in là nel riorganizzare le nostre vite. Ed è questa la parte difficile: rinunciare a quello che ci procura piacere non ha mai fatto parte della nostra natura. Pensate ai milioni di fumatori nel mondo. Io ho recentemente perso un carissimo amico che ha continuato a fumare fino al giorno della sua morte, nonostante sapesse che il fumo lo stava uccidendo...
La gente – anche gli americani – comincia a svegliarsi. Vi è un crescente sentimento rivoluzionario nell’aria. I governi cominciano a svegliarsi: guardo con ammirazione a quello che sta facendo Hugo Chavez, per esempio. È un’ispirazione per il mondo intero, a differenza degli Stati Uniti, che non sono un’ispirazione per nessuno, tranne per potenziali dittatori. Anche i nostri politici sanno molto bene quello che sta accadendo nel mondo, ma sono pagati per stare in silenzio. Questo non toglie che un giorno possano ribellarsi ai loro padroni. Il processo di cambiamento sarà anche un processo violento. Le élites  le corporation  non rinunceranno facilmente ai loro privilegi.

 

PAOLO CARINCI

 

 

 

                                                                         Già:

        

Ella era amabile, ed egli l'amava

Ma egli non era amabile, ed ella non l'amava. (Antico dramma)  

che Heine prepone all'inizio di alcune sue pagine le quali riescono pur'esse a confortarci.

Il nostro conforto è pur amaro, nella sua complessità. Amarezza che scaturisce dal riconnettere le degne idee di questo tedesco ai patimenti sopportati dal medesimo a causa delle stesse.

 

La Germania, i suoi capitalisti e il suo modello di sviluppo, tendevano a provocare una crisi enorme la quale avrebbe coinvolto e cointeressato l'Europa intera. Heine denuncia il pericolo di questi eventi catastrofici, lo denuncia ai suoi compatrioti e sarà purtroppo un vate premonitore. Questo suo proporsi presago lo rese tanto inviso ai germanici che Heine fu indotto all'esilio....... esilio accettato con "gioia", infatti avrà a scrivere che Gottinga non è mai stata tanto bella....... come quando la si guarda con la schiena.

 

"I censori .tedeschi......................imbecilli............."  è forse la più efficace idea pensiero rivolto ai pedanti, ai moralisti, fustigatori del pantamorfo. I denigratori di spiriti-liberi ebbero ad inveire ed incanaglire oltremisura contro quest'esiliato indomito, mentre le patrie galere gli avrebbero offerto ospizio perenne, per imprigionarne lo spirito.

La legione dei denigratori e repressori andavano spendendo tutte le loro invettive ............ forse perchè avevano già in mente di esaltare un nostro Dannunziio.

E con ironia l'Abati........ essi paiono consimili a quei soldati che, avendo sterminato molto, vogliono poi mostrarsi creativi, violentemente creativi, con le donne ......... per far vedere che a generar son buoni!

 

Perché mai i censori, e consimili, esaltano un Dannunziio che fu vate, detto vate, senza mai aver inteso cosa mai avrebbe vaticinato......... resta ancora un mistero: è incomunicabile! Sull'altura di alcun eremo  il figlio del Creatore, come già altri, era salito ed ecco allora che anch'egli-Vate sale su un monte......... vuol arricchire e ravvivare la tradizione.............., ed eccoci noi a dover riscoprire la speciosità del novello sito onde oggigiorno è elogiato quale luogo calpestato dall'abruzzese vate chè ivi trasse sue illuminazioni e risposte.

Un annunziatore, col mantello sventolante, chiede al mare ...... ed il mare avrebbe ascoltato-risposto........ e l'evento divien degno di celebrazione. Cosa chiese? Chi rispose? Quale fu la risposta......?

Non importa! Ci fu il Contatto e tanto basti, cercare ancora è eresia!

 

Heine si limitò a prefigurare un giovane afflitto dal mal dell'Ontologia: cos'è l'amore, cos'è la vita, cosa son io..........

Detto giovane chiede spiegazioni al vasto mare "adriatico" e.......... e aspetta che il mare risponda ad un pazzo!

Ecco una possibile conferma dell'esilio dell'uno e della celebrità dell'altro!

L'italiano d'altronde amò tanto, ed amò affermate donne, attrici, attraenti e attratte da celebrità: "fascinosissime". (Solo Immemori che un primario fascinum è il pagano Priapo!)

Heine è indotto ad affettuosità vissute in straniere terre, ma quanto cari sono i sentimenti che riesce a vivere e quanto pur caro è il farcene partecipi. Non interagisce con Attricette, né donnine celebrate "fascinosissime" su palchi, ma gode, ad esemplare esempio, i complimentosi affetti da parte della stessa Dea Ammona le cui sostanzialità eran colonne doriche, polpe.........di sovrumana natura.

 

Alte nell'aria si elevano le querce, alta sopra le querce si libra l'aquila, alte sopra le aquile passano le nubi, alte sopra le nuvole campeggiano le stelle. Signora, non sente le vertigini? Eh bien, - alti sopra le stelle fluttuano gli angeli, alta sopra gli angeli - no Signora, anche la mia follia non saprebbe spingersi più lontano. E' già abbastanza, e la sua stessa altezza le dà il capogiro.

 

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Costa l'arte! Alcuni (artisti) ci guadagnano, altri (artisti) vi spendono magari se stessi!

Ognuno segue il suo destino, spesso lo segue con un senno che è comune a ciascuno.

Molti si lasciano ammaestrare da un Esiodo il quale non sapeva che il giorno e la notte fossero tutt'uno.

Molti indagano in se stessi per intendere.

Noi, seguitando noi medesimi, ci si è poi rivolti verso un Heine.......... e ne abbiamo avvicinato moltissime sue pagine.

Né ci giunge mai coraggio di spendere un solo miserabile euro per alcun foglio annunziatore.

Siamo xenofili?

Anche i puristi italiani, orridamente, negarono un "Hotel" per loro anglofono e gentilmente imposero un "Albergo". Pazienza se poi l'hotel è di latina derivazione (Hospes) , mentre albergo è di chiara origine germanica. (Pei)

                                                                                                                                                       Stelio

 

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