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INDICE - IL SALE N.° 62


                               

 

       

                               

di Lidia Menapace

senatrice Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

 

 

la "sana" laicità

 

Il papa ha enunciato la definizione di "sana" laicità. E' una fissa: ha cominciato con Ciampi: quando andò a fargli la visita ufficiale dopo l'elezione, al presidente che gli citava alla lettera l'art.7 della  Costituzione, soggiungendo che questa è la laicità, Ratzinger rispose acidamente che bisognava vedere se era una "sana" laicità. Fu anche un formidabile sbrego dell'etichetta, dare sulla voce al suo  ospite e pari (da capo di stato a capo di stato): ma Benedetto XVI è solito alle gaffes: dopo Ratisbona, l'ammissione della Turchia all'Europa, istituzione politica sulla quale il papa non  ha giurisdizione alcuna, e ora ricevere Holmert nel bel mezzo della persistente crisi mediorientale ecc. Adesso intervenendo su un progetto di legge del governo italiano, dice che quella legge non rispetta la "sana" laicità, come dire che non è costituzionale: insomma non si capisce se c'è o se ci fa. Reputo necessario usare parole non soffocate dalla devozione, perchè questo personaggio non accetta nemmeno che un volantino gli venga lanciato sulla testa quando passa l'otto dicembre sulla papamobile per andare a piazza di Spagna: insopportabile.

 

    Allora: laicità, nozione eleborata in area cristiana, sostiene -tra l'altro anche come dottrina cattolica- che stato e chiesa (cattolica) sono distinti e indipendenti  o -come si dice in termini di diritto ecclesiastico- stato e chiesa sono "società perfette" nel senso di compiute, complete, autosufficienti: hanno dei fini e tutti i mezzi per adempierli. La chiesa ha il fine della salvezza e tutti i mezzi (rivelazione, pastorale e sacramenti) perchè i fedeli la raggiungano, non ha bisogno per questo dello stato, se non di uno stato democratico e laico che rispetti la sua libertà (come quella di tutti) e non invada il terreno religioso.  A sua volta lo stato ha come fine il bene comune e tutti i mezzi (leggi e fisco) per raggiungerlo. Non  tocca allo stato giudicare se la dottrina della chiesa è corretta o no, nè alla chiesa di giudicare le leggi dello stato.

  

   Naturalmente  non è così facile come dirlo: infatti secoli di lotte per le investiture insanguinarono l'Europa feudale, ma insomma oggi, dopo la fondazione degli stati moderni laici e di diritto,  la cosa è più chiara. 

 

   Al fondo di  tutto, oggi viene a conclusione il processo di secolarizzazione, cioè quel processo storico per il quale molte aree della conoscenza e regole dell'agire si sono via via sgrovigliate da una soggezione religiosa formale e si sono costituite in autonomia. Hanno cominciato  le Università, poi gli ordinamenti giuridici civili, poi l'arte, poi la politica, poi la scienza. Tutti questi passi del processo sono segnati da molti dolori e persecuzioni: ad esempio le  Università ebbero spesso contese con  i vescovi e affermarono la loro indipendenza di ricerca, non senza anche tremende condanne (Giordano Bruno), gli statuti comunali si affermarono anche in contrasto con la Chiesa (oltre che con l'Imperatore), già  Boccaccio ebbe scrupoli e pressioni da uomini di chiesa perchè bruciasse il Decamerone come libro sconcio (e taccio dell'Indice dei libri proibiti, abolito da pochi anni, come la richiesta di censura cinematografica, più recente): e si deve alla grande ammirazione e indipendenza di giudizio del Petrarca se il ibro si è salvato; Savonarola bruciò opere di Botticelli e fu "ricompensato" da Leonardo, che gli fece un ritratto molto espressivo di un fanatismo ignorante, del resto anche Leone X nel famoso ritratto rivela uno sguardo volpino e cattivo e l'espressione "machiavellica". Sì, perchè mentre Machiavelli veniva condannato, la sua dottrina, sotto il nome di "ragion di stato" veniva  acquisita dalla Chiesa. Il peggio capitò a Torquato Tasso ammattito per gli scrupoli di non aver obbedito alla dottrina, sostenuta dalla chiesa, anche con apposita censura e imprimatur (non solo per l'arte) dell'arte pedagogica ("succhi amari ingannato intanto ei beve e dall'inganno suo vita riceve"), ma di essere troppo incline al puro piacere del poetare. Un nome resta incancellabile in questa tragica lotta tra la laicità della ricerca e la pretesa della  Chiesa di sottometterla ai propri testi ed è Galileo. Più tardi (e non solo da parte della chiesa cattolica) Darwin e persino  Malthus, a proposito di controllo delle nascite, forse il primo intervento  retrogrado sui temi della riproduzione. Adesso siamo ai  crocefissi  nelle scuole e tribunali e ospedali  e alle coppie di fatto. Quanto dolore abbia già provocato la continua pressione sulle donne contro l'autotederminazione  in caso di aborto o di maternità medicalmente assistita, non è dato sapere, ma si sa che è tanto. E anche il dibattito sull'accanimento terapeutico e sull'eutanasia è bloccato senza un'ombra di pietà.

 

   Tristi tempi quando i credenti  sono più laici degli atei devoti e la chiesa finge di non accorgersene perchè gli atei devoti o i laici teneri sono più disponibili a cedere in senso conservatore e a scambiare favori e sostegni politici e di voto, favori e sostegno a soldi ed  esoneri fiscali.  

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11 dicembre 2006

 

 

 

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IL DIZIONARIO SCARAFONE                      

  di Giacomo D’Angelo

 

 

L’ultima iniziativa promozionale del Centro si annuncia ambiziosa, più ricca di quella che anni fa sostenne con il Dizionario bibliografico della gente d’Abruzzo di Raffaele Aurini, anche se da questa discende con l’intento palese di arricchimento. Presenta Gente d’Abruzzo.Dizionario bibliografico(Andromeda Editrice)il suo curatore, Enrico Di Carlo, non parco di toni e di aggettivi, quando scrive che questa opera «raccoglie il testimone» della precedente opera «monumentale» di Raffaele Aurini, bibliografo «geniale». In realtà il sudocrate Aurini, esploratore maniacale di biblioteche, non brillava per precisione, come dimostra la colluvie di errori e di omissioni del suo dizionario. Ma- enfatizza il Di Carlo- «per quanto riguarda l’estensione e il ragguardevole numero di personaggi trattati», l’opera da lui curata(e da altri tre bibliotecari, coordinatori di 200 «studiosi»)«si colloca in una posizione di assoluto rispetto». Chi lo dice? I lettori? No, il giudice è lui, che se la canta e se la suona.

Alle iperboli scapigliate del protocuratore si aggiunga la lista rinascimentale degli sponsores: l’Assessorato regionale alla cultura, due facoltà dell’Università “G.D’Annunzio”, Il Centro, il pastificio De Cecco, la Federazione Abruzzo e Molise delle Banche di Credito Cooperativo. Un intreccio di mecenati pubblici e privati, di patrocini paraculturali e mercantili. Chi ha tirato fuori il valsente? Quale il patronage pubblico della signora Bettina Mura, munifica camerlenga? Quale quello privato dei re dello spaghetto? Se la partecipazione dei maccheronai è solo simbolica, perché usufruirebbero di pubblicità gratuita? Il Centro è l’unico venditore? Chi spende e chi incassa? L’intervento dell’editore è pura assistenza? Un minimo di trasparenza contabile non guasterebbe.

Secondo le «intenzioni» del curatore, il dizionario è «uno strumento di consultazione e di documentazione» per «un pubblico culturalmente eterogeneo», «che spazi dallo studente di scuola media inferiore al docente universitario, da chi è solito frequentare le tante biblioteche e istituzioni culturali sparse sul territorio al frettoloso lettore di quotidiani». Un’opera preziosa, di insostituibile utilità, un fortilizio di «pietre miliari», concepita aere perennius: queste le mire. I due volumi, finora apparsi in edicola, dovrebbero bastare a dare un’idea della sua affidabilità, caratteristica precipua di ogni dizionario. Ma qui cominciano le prime delusioni. Una lettura a volo d’uccello mostra senza fatica i difetti: errori grossolani, svarioni, topiche, sciatterie stilistiche, toni edificanti da santino, una cifra ricorrente di sciamannato. Il dizionario, nei due volumi pubblicati, denuncia vistosamente la mancanza di cucina redazionale, di bozze non corrette: gli errori sono refusi involontari o veri sfondoni? Inoltre si nota l’assenza di criteri unificanti nella elaborazione delle voci, per cui ce ne sono alcune redatte con fluidità espositiva e senza fronzoli, altre inutilmente prolisse e sproporzionate ai personaggi esaminati, altre ancora soffietti agiografici. Risalta il fatto che una buona parte delle voci sono state affidate non a studiosi accreditati, ma a tuttologi disinvolti, a paroliberi alla Di Pietro, a mezzecalze del nonsense, a grafomani dei bollettini parrocchiali. Esempi? Non si finirebbe, ma eccone alcuni, alla rinfusa. Basilio Cascella all’inizio della voce muore nel 1905, al termine nel 1950. Renato Camillo Baccalà muore anch’egli due volte: nel 1918 e nel 1977. La voce di quest’ultimo è fitta di strafalcioni: «quella sancta santorum», invece di «quel sancta sanctorum», «pseudonomi», «Miuchetti», «avevano ed anno», «lo ricordano le foglie»(Maria Luisa e Rosanna, solo figlie). Luigi Anelli «storico patrio»(neologismo?), «uomoni», «collaborazione al “Corriere della Sera”»(?). A pag. 113, vol. 1°, l’editore Solfanelli diviene Zolfanelli. A pag. 247, vol.1°, Francesco «Patrarca». Vincenzo Bonanni muore il 16 ottobre del 1918, «un mese prima che gli Italiani tutti potessero esultare per la raggiunta liberazione»(da chi? dai tedeschi della seconda guerra mondiale?). «Prof. avv. Giacinto Auriti» all’inizio della voce come in un biglietto da visita, «si trasferisce…svolse», «ha retto per il oltre un decennio», «lo spirito guerriero…lo indussero», «la sua Fede Cattolica», «da mere tipografie di stato, preposte al mero conio», «la banca d’Italia»(quale?). Del padre di Pasquale Celommi «sul registro di battesimo è scritto facesse il calzolaio». A pag. 221, vol.2°, «tanto Andrea, quando Piero». A pag. 255, vol.2°, «Woitila», «Lingua greca “koiné”(?), «le due anguste lingue», «antropologiche-folkloristiche», «sanscritto». Raffaele Cappelli divenne marchese il 1° agosto 1889: la ghiotta notizia viene data all’inizio(«con Decreto Regale») e alla fine della voce(«con Regio decreto»). Abundantia non vitiat. Pier Luigi Calore «divenne allievo prediletto del pittore Filippo Palazzi». Remo Brindisi «da una famiglia radicalmente abruzzese»(?), «vive insieme a Marcello Mastroianni»(?), «operarono fuori l’Abruzzo», «gl’importanti». «Al cospetto» per due volte in una voce, dove «il paesaggio è Abruzzese». Carducci impiegò una vita ad eliminare l’accento da Giosue, che nella voce su Adolfo Borgognoni impazza. Michele Cascella fu chiamato a collaborare dal Corriere della Sera, il cui direttore era Aldo Borelli, non Andrea(pag. 238, vol.2°).

 

Ci sono voci zeppe di erroracci e di approssimazioni. Quella di Laudomia Bonanni ad esempio. Mancini per Manzini(Gianna), Anna per Angela (Padellaro), Nadia per Natalia(Ginzburg), Caldarelli per Cardarelli, Carraba per

Carabba, «un tour alla Silone»(che roba è?), «ritirata a strettissima vita privata», «Scrittice». Alle sviste badiali si accompagnano spunti critici inopinati come l’accenno all’elzeviro con nomi elencati a casaccio e un ruolo che la Bonanni non ha avuto. Tra le opere si cita Il fosso, edito da Mondadori nel 1948, ma si dimentica l’edizione recente di Textus, l’editrice aquilana che sta meritevolmente ripubblicando i libri della scrittrice, nel silenzio delle istituzioni generose con la pseudoeditoria assistita(vedi ultime piogge di elargizioni demenziali dell’assessorato regionale alla cultura). Per la «bibliografia essenziale» un solo titolo e non i tanti indicati da Carlo De Matteis, che è il maggior studioso della Bonanni(e della letteratura abruzzese)e che ha prefato i due testi editi dalla Textus. Come miserevole omaggio post mortem il risultato è raggiunto. Ma perché non rivolgersi al prof. De Matteis, piuttosto che ad uno scriba disinformato e malmostoso?

Comprensibile l’affetto corporativo nel ricordare Raffaele Aurini, ma non si poteva fare di peggio. Fratello di «Fernando, conosciuto giornalista»(?), «fu richiamato alle armi in conseguenza del drammatico coinvolgimento dell’Italia nel conflitto della Seconda guerra mondiale»(ma si può scrivere così?), «portato avanti…portato avanti», «commisione», «schetch», il prof. Gambacorta(ma chi era?) citato due volte senza motivo. «In seno al quale ebbe modo di liberare tutta la sua potenza creativa», «un autentico precursore e un insuperabile maestro»: Dante? Leonardo? Caravaggio? E poi membro, socio, commissario, deputato, co-organizzatore, componente, premiato, medagliato, targato, nominato cavaliere: una vita da eroe del nostro tempo, ingabbiata nell’elenco notarile delle imprese anonime da uno scolaretto che le innalza all’epos di monsù Travet. L’agiografia su Aurini è un modello negativo di come non va scritta una voce di dizionario: se di un operatore culturale, attivissimo ma modesto(un Modesto della Cianfrusaglia…), ricercatore solerte ma improvvisato, si buccinano lodi tanto smaccate, cosa si dirà di d’Annunzio, di Flaiano, di Michetti, di Patini?

I pochi studiosi autentici si riconoscono. Giuseppe Papponetti ad es. con voci equilibrate, stilisticamente asciutte, immuni da barocchismi berniniani. Enzo Fimiani, Lia Giancristofaro, Francesco Sanvitale, Umberto Russo, Romolo Liberale scrivono di cose che sanno.

Per le omissioni ci sarà da attendere gli altri volumi, ma già appaiono vuoti clamorosi. Ermanno Amicucci, che diresse Il Corriere della Sera, presente nel dizionario di Aurini, ma fatto nascere a Penne, invece che a Tagliacozzo. Valentino Cannella, «uno dei personaggi più  caratteristici della Pescara del primo Novecento»(R.Colapietra), «il socialista più attivo di Pescara», secondo una nota della polizia. Michele Caporale, scultore, curiosamente citato nella voce su Baccalà: il che dimostra che i curatori non hanno letto il dizionario. Natale Camarra, comunista e antifascista di Popoli.

Dinanzi al cimitero di errori di un’opera simile i responsabili delle facoltà universitarie patrocinanti o l’assessore regionale alla cultura dovrebbero intervenire imponendo se non una revisione filologica, almeno l’eliminazione delle inesattezze più gravi. Se non lo fanno, la loro tutela non vale uno iota. Per costoro raccomandare una patacca o un testo di valore è la stessa cosa e se i cittadini sborsano molti euro per un’opera lacunosa a loro non cale.

Se però il malcostume delle istituzioni rientra nella normalità, specie se concerne la sfera culturale, che dire dei curatori di tale dizionario-gruviera? I quattro bibliotecari che hanno benedetto, avallato e dato alle stampe tale scempio sono persone esperte della materia: dove sono finiti l’acribia e il rigore di bibliognosti, la dignità professionale di cenobiarchi dello scriptorium? Si sono preoccupati di leggere almeno una volta le schede preparate alla carlona da pennivendoli digiuni delle nozioni più elementari?

Per scrupolo(e per masochismo) sarò costretto a spendere un altro centinaio di euro, tantissimi per un pensionato semipovero come chi scrive, ma a chi dovrò rivolgermi per essere indennizzato? Alla signora Mura, al direttore del Centro, al rettore magnificamente distratto, al dott.(o prof.?) Enrico Di Carlo, paternamente orgoglioso del suo scarafone? Avendo svolto un compito da difensore civico, non chiedo un compenso altisonante, ma il prezzo dell’infido, scadente dizionario. Altre domande incalzano. Entrerà nelle scuole il polpettone biobibliografico? I redattori culturali dei giornali, gli scrittori, gli storici, rimarranno omertosamente zitti o incenseranno come  scaccini lo sconcio culturoclastico del dizionario? Il De Carlo e i colleghi bibliotecari collocheranno i dieci volumi nell’inferno dei libri proibiti, per giusta parafrasi, o in un bibliotafio, dove convogliare le scolaresche per istruirle su come non si fa un dizionario? I libri prima o poi finiscono nella critica rodente dei topi, come sapevano Marx e Silvestro Bonnard, che affidava al gatto Amilcare la difesa della sua biblioteca. Ma si trattava di libri, appunto, non di malriuscite parodie.

                                                                  giacomo1939@alice.it

 

 

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L’informazione autogestita

 

 

            La categoria dei giornalisti ha effettuato “Lo sciopero delle firme” a sostegno della lotta per il rinnovo del proprio contratto di lavoro. I quotidiani non sono stati pubblicati dal 21 al 26 dicembre.  E’ il quattordicesimo sciopero che la categoria effettua nel giro di un anno. Dietro questa forte resistenza da parte degli editori c’è il tentativo di sostituire il lavoro dipendente con il precariato.

           

Nei giorni dello sciopero un giornalista, a nome della propria categoria, ha letto un comunicato stampa che, tra l’altro, diceva: “I giornali che piacciono agli editori non servono a nessun paese democratico”. Io sono d’accordo con questa dichiarazione però mi pongo la domanda: attualmente esistono paesi democratici? Io credo di no dal momento che tutti sono nelle mani del potere economico e militare. Per cui non si può parlare di vera democrazia, cioè per tutto il popolo.

           

L’articolo 21 della Costituzione italiana dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Belle parole ma astratte perché senza denaro il  semplice cittadino non “manifesta niente” mentre il ricchissimo Berlusconi “manifesta tutto”, compresa la ricrescita dei propri capelli.

 

In una società divisa in classi, sottoclassi e categorie varie non ci può essere una informazione obiettiva. E’ impossibile! L’informazione non può che essere al servizio della classe al potere. Per cui parlare di libertà di informazione, secondo me, equivale a dichiarare il falso.

           

Nell’epoca del neoliberismo la concentrazione dell’economia si è sviluppata ad un livello tale che poche multinazionali dominano il mercato mondiale. Lo stesso fenomeno è avvenuto nel campo dei mezzi di comunicazione. Essi sono nelle mani di pochi ricchissimi finanzieri che impongono ai mass-media nazionali le proprie direttive.

 

             A causa di questa concentrazione e dittatura mondiale dei mezzi di comunicazione si è arrivati al cosiddetto “pensiero unico”, cioè ad una informazione pilotata che ha delle precise finalità di repressione e disorientamento del popolo. Essa esercita una vera azione terroristica nei confronti della mente delle persone.

 

            Bisogna  tenere presente che i mass media di oggi sono i mezzi di comunicazione più potenti della Storia e che qualsiasi potere abbia mai avuto a propria disposizione. Però sarebbe un errore considerarli onnipotenti perché hanno di fronte un nemico molto più potente di loro: LA REALTA’. Essi possono illudere, confondere ma non possono cambiare la realtà fatta di miseria fame guerra e distruzione del pianeta. Ci vorrà del tempo ma essa si imporrà sull’ìllusione e sul falso. I potenti mass media saranno sconfitti dall’infantile proverbio popolare “le bugie hanno le gambe corte” e non potranno impedire la ribellione dei popoli. 

 

            Attualmente per combattere il ruolo dannoso dei mass media si dovrebbe lottare per l’autogestione dell’Informazione, affinché sia il più possibile libera, democratica, aperta a tutti, compreso le piccole organizzazioni ed i singoli individui. Nella televisione ci sono più di trenta canali che trasmettono programmi l’uno peggiore dell’altro, a mio avviso. Perché non porre un canale oppure uno spazio a disposizione delle minoranze, tra cui quelle antagoniste e rivoluzionarie? Io penso che con la lotta si possono ottenere delle buone conquiste, anche se bisogna prendere coscienza soprattutto che l’espropriazione e la socializzazione dei mezzi di comunicazione, rappresentano la soluzione definitiva per arrivare ad una informazione libera in una società libera.

 

            I lavoratori dell’Informazione, secondo me, dovrebbero lottare per questi ed altri obiettivi altruisti e non soltanto per la difesa dei loro interessi economici, disinteressandosi di ciò che producono che è vera porcheria, nel caso dei programmi televisivi. Naturalmente questo discorso riguarda anche gli operai della FIAT che pensano soltanto al proprio stipendio e posto di lavoro disinteressandosi completamente del fatto che producono macchine inquinanti e cancro per la gente. Stesso discorso si può fare per i lavoratori delle fabbriche di armi che, per egoismo, non si preoccupano minimamente di fabbricare un prodotto destinato ad ammazzare altri Esseri umani.

 

Naturalmente questo discorso riguarda i lavoratori di tutte le categorie. Secondo me si dovrebbero preoccupare di fornire prodotti di ottima qualità ed a bassissimo prezzo agli altri cittadini. Si deve capire che il modo migliore di fare il proprio interesse è quello di fare l’interesse degli altri. L’altruismo non è una espressione di bontà religiosa, ma la forma più elevata dell’egoismo. L’altruismo non è l’antitesi dell’egoismo ma la sua continuazione dialettica. L’Essere umano vede che se continua ad andare avanti pensando solo a sé sarà rovinato. Per questo motivo è costretto a cambiare mentalità, cioè a pensare agli altri, unirsi a loro, pensare ed agire collettivamente. Questa comprensione è la base dell’altruismo scientifico.

           

Il comunicato della FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) del 20/12/06 tra l’altro chiede: “…..che sia delineato un futuro certo del sistema di tutele previdenziali e sanitarie della categoria”. Dov’è il futuro certo nell’Italia di oggi? Con i tagli alla sanità, con l’attacco alle pensioni, con il carovita in aumento, il precariato che si allarga, non c’è per nessuno il “futuro certo”. Perché la FNSI si preoccupa soltanto della propria categoria? Non è forse una visione egoista? Non sarebbe meglio preoccuparsi anche di prestare un servizio a bassissimo prezzo, togliendo profitto al padrone,  e ad alta qualità per l’acquirente? I giornali sono diventati vuoti ed illeggibili. I lavoratori della stampa dovrebbero sentirsi corresponsabili di questa situazione. Non c’è da suicidarsi, ma da tenere presente che la colpa di questa situazione non è soltanto del padrone. C’è anche lo spirito economicista e corporativo del lavoratore. Indubbiamente i sindacati contribuiscono a stimolare la lotta del lavoratore soltanto per l’aumento del proprio stipendio, del proprio posto di lavoro e per l’interesse della propria categoria. Se veramente i lavoratori vogliono migliorare la qualità della propria vita e della società,  io credo che dovrebbero ribellarsi ed autogestirsi.

           

L’Autogestione da parte dei lavoratori dell’Informazione serve per affrontare tutti questi problemi, per prendere nelle proprie mani il destino dell’informazione, cominciando con il prendere quello di se stessi. L’autogestione del settore dell’informazione, naturalmente, non si può vedere come una lotta a se stante, ma nel quadro della lotta per l’autogestione di tutta la società. 

           

Il servizio dell’Informazione, sotto qualsiasi tipo di potere, si svolge a senso unico: trasmette ma non riceve. Invece la concezione rivoluzionaria  e democratica dell’informazione si preoccupa non solo di trasmettere ma chiede risposte, dialogo, partecipazione e decisione del popolo. Cioè usa l’informazione come uno dei tanti canali per portare il potere alle masse, affinché siano esse stesse a decidere su tutti i problemi della società. Per questo motivo mentre informa organizza.

           

Il potere considera le teste delle persone come degli imbuti dove poter versare ciò che vuole. Esso  non ha interesse per il loro pensiero né per la loro partecipazione ma per la loro ubbidienza. Invece il pensiero rivoluzionario si muove con una concezione opposta in quanto è cosciente di non potere fare nessun affidamento sul potere.  Esso ha  interesse per l’emancipazione delle persone affinché queste acquisiscano una tale sicurezza in se stesse da poter fare a meno del Potere e delle sue istituzioni. Tale sicurezza io credo che si possa ottenere soltanto attraverso la partecipazione la decisione e l’autogestione da parte delle persone stesse. Sulla base di questi principi una eventuale discussione pubblica  sull’Informazione io la farei  sul tipo delle Assemblee pluraliste e democratiche, in cui l’aspetto più importante sarebbe non solo il contenuto, cioè l’Informazione in tutti i suoi aspetti, ma soprattutto il metodo: una discussione alla pari con tutti, in cui ognuno possa dire ciò che pensa in piena libertà e rispetto reciproco, senza relatori, senza conclusioni centralizzate, con un pluralismo di conclusioni, liberamente tratte a livello individuale o di gruppo, senza presidenza, con un semplice coordinatore,  un tempo di intervento uguale per tutti, con l’assemblea sovrana cioè i presenti decidono tutto, naturalmente le decisioni impegnano solo i consenzienti. L’assemblea è aperta a tutti gli sbocchi, saranno i presenti a decidere.

           

Il gruppo del giornale ha effettuato due esperienze di assemblee di questo tipo. Io credo che non siano andate benissimo ma nemmeno malissimo. “Diciamo così così!”. Però questo non è dipeso dal fatto che il metodo della democrazia diretta fosse sbagliato perché hanno parlato quasi tutti i presenti, anche con due giri di interventi. Io credo che la loro fine sia dovuta al fatto che le persone non sono abituate a questo tipo di assemblee,  sono impazienti e si aspettano dei risultati immediati, mentre si deve tenere presente che è un’esperienza nuova e, all’inizio, molto tempo se ne va per costruire la fiducia reciproca ed in se stesso. Il partecipante alle conferenze ed alle assemblee istituzionali deve fare un salto di qualità per passare da ascoltatore passivo a partecipante attivo. Questo cambiamento non richiede “la genialità di un Einstein”, ma soltanto molta pazienza con se stesso e con gli altri.

 

 

30/12/06                                                                                                                                        Antonio Mucci

 

 

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comunicato politico:
Mayateatro 2006-Citta´ sant´angelo

Dopo 4 anni, Mayateatro 2006 abbandona inesorabilmente la città di
Pescara per migrare fuori dal centro. Questa edizione della rassegna è
eccezionalmente ospitata dal paese di Città Sant´Angelo.
L´auto-decentramento ovvero l´allontanamento critico come scelta
politica, vuol dire d´una città, Pescara, che ha smesso di fare storia
e società, di una città-mercato spogliata del pubblico e riempita fino
alla sazietà di privato, d´una città che il suo tele-sindaco ama
definire un po´ paradossalmente "vicina" ed invece appare
inesorabilmente, a chi la vive e la abita, quanto mai "lontana".

La città non è più nostra!


L´allontanamento da Pescara è una pratica di resistenza urbana perché è
denuncia dell´abbandono di politiche sociali e culturali, di buon
governo, di cittadinanza attiva, di partecipazione.
Restano, nel deserto privo d´ogni forma di vita, solo ed esclusivamente
commerci, negozi, mercati, affari.
Ad ogni possibile discorso nel tempo, ad ogni possibile radicamento, la
politica istituzionale pescarese preferisce l´evento spettacolare ed
irripetibile, la notte bianca, il patrocinio, l´inaugurazione ove poter
dare mostra di sé al fine di racimolare consenso. In questa città
fantasma, il domani non esiste ed il presente ha la pretese di voler
durare in eterno.

La città non è più nostra!


L´allontanamento dal centro, la fuga verso il fuori-da-qui, dice di
teatranti che non accettano d´essere considerati mercanti perché non
hanno nulla da vendere e non accettano neanche d´essere considerati
clienti perché non hanno nulla da acquistare.
Per questo ci è sembrato davvero impossibile abitare uno spazio
pubblico della città e permettere alle arti indipendenti di
attraversarlo. A Pescara lo spazio è finito ed i suoi luoghi privi
ormai di storia, di identità, di persone in cerca di relazioni, si sono
trasformati terribilmente in non-luoghi ove l´individualismo sfrenato,
la competizione, la solitudine regnano indisturbati.
Non esiste più spazio ove sia possibile abitare con libertà: gli ambiti
comunali, le case libere, gli edifici disabitati, quando non divengono
punti vendita, vengono affidati con trattative private a personaggi
vicini al potere, sedicenti esperti d´arti e politiche giovanili ed in
realtà guardie, custodi dei nuovi spazi chiusi e privati, sottratti
alla collettività.

 


L´assenza di una politica culturale minima è anche l´assenza di una
politica degli spazi e della loro libera abitabilità.
Una città senza luoghi attraversabili è un apparato di cattura anziché
un bel posto per vivere.
Una città senza spazio è una gigantesca struttura di reclusione priva
di aria che, impedendo ai propri
corpi-abitanti di esprimersi e creare in libertà, si contrappone alla
Vita.

La città non è più nostra!


Colpevoli sono i partiti che governano la città e quelli che l´hanno
governata in passato. Non sono da giustificare le sinistre che troppo
spesso si trincerano dietro la necessità di evitare che gli avversari
ritornino. Non sono da giustificare le espressioni dei movimenti
sociali che quando accettarono di percorrere la via amministrativa,
promisero l´impegno in processi di cittadinanza attiva e poi invece,
invisibili, sparirono nel Palazzo.
Nessuna giustificazione per chi ha scelto il potere alla moltitudine,
il compromesso al conflitto, l´organizzazione all´azione.
Chi si allontana dal centro smette di giustificare comportamenti
arroganti, polizieschi, aggressivi, indifferenti tipici degli
amministratori locali. Chi sta fuori cerca relazioni affettive, cura,
attenzione.

 

 

Lucio

 

 

 

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Zibaldone Natalizio

 

Al museo Colonna c’è stata un’interessante presentazione del libro, fresco di stampa,  di Ennio Di Francesco, Dirigente della Polizia di Stato.Di Francesco fu molto noto per le sue scelte coraggiose in anni ’70, anni difficili, anni di piombo, quando organizzò il Sindacato di polizia , cosa che a quei tempi per la polizia e per i fascisti in essa infiltrati doveva significare la sicura etichettatura come sovversivo, infatti ha pagato di persona le sue scelte.Presenti oltre ovviamente l’autore, il Prefetto, lo storico  Giuseppe De Lutiis , il Procuratore dell Repubblica Trifuoggi e anche il nostro beneamato Sindaco Luciano D’Alfonso che , come suo solito, ci ha deliziato con un pontificale natalizio ,  stile ovviamente Sindaco, come solo lui sa fare.Peccato , perché la loro presenza ha significato l’ingessamento della tavola rotonda , non si è detto quasi nulla , se non un po’ di retorica per il ricordo dato alle vittime del terrorismo, Emilio Alessandrini il PM pescarese vittima delle BR  e del Commissario Calabresi; retorica e lirica al massimo , forse anche commovente, ma nulla di più, quando hanno preso la parola due studenti del Liceo Classico di Pescara che hanno letto poesie e brani del libro .Peccato perché si è persa un’occasione.Solo lo storico De Lutiis, s’è spinto coraggiosamente davanti, dimostrando di essere più realista del re ( l’autore) quando ha ricordato la stragi di  Piazza Fontana , Piazza della Loggia, Italicus , Stazione di Bologna, definendole stragi senza colpevoli.Peccato perché poteva aggiungere che i colpevoli saranno anche sconosciuti come anagrafica ( e poi neanche tanto vero) , ma conosciutissimi come collocazione: infatti le stragi sono passate alla storia ( per chi sa leggere la vera storia) come stragi di Stato, in cui parti deviate dello Stato complottavano per l’abbattimento di quello democratico.Peccato ancora perché si è persa un’altra occasione , quella di ricordare insieme al Commissario Calabresi, anche Pino Pinelli , morto in circostanze misteriose da  dentro la Questura di Milano, volato giù da una finestra di quegli uffici, in quegli anni bui , quando ad essere accusati della strage di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, furono immediatamente gli anarchici e uno di essi, Pietro Valpreda si fece anni ingiusti di carcerazione.Mi sembra che ricordare Pino Pinelli sia diventato un tabù, e questo è ingiusto.

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 L’Assessore al traffico ed alla mobilità, Armando Mancini, propone di riaprire al traffico la via Antonelli; si sa che è in debito d’ossigeno, altrimenti non subirebbe le pressioni dei commercianti di Via D’Avalos per fare queste proposte.La chiusura della via Antonelli è stata attuata per realizzare il progetto di accorpamento delle due pinete e dobbiamo riconoscere che dal punto di vista ambientale è venuta fuori un’opera pregevole di gran respiro naturalistico, con la strada a pelo del verde , ben disegnata, meta ideale per passeggiate e per ossigenarsi.Si vede che Armando Mancini, quando ormai stanco del duro lavoro in comune,  la sera a casa si ripassa la lezione e si esercita per le simulazioni del traffico con le piste della Polistil o con i trenini elettrici, altrimenti saprebbe bene che un’opera realizzata per i pedoni non può essere distrutta con il traffico automobilistico, pur anche solo per due volte la settimana come lui propone.Invece l’Assessore  ignora Via della Bonifica  con l’incremento di traffico dato dall’insediamento del nuovo tribunale: le macchine imboccano la doppia sede stradale scambiandola per un’ autostrada; i rallentatori non sono stati istallati e la segnaletica orizzontale quasi inesistente, e laddove esistono strisce pedonali, esistono marciapiedi grezzi non curati e non terminati, dove i disabili o le mamme con i passeggini non possono passare, e sono obbligati ad attraversare sotto pena d’investimento, soprattutto nella rotonda appena costruita adiacente il distributore Agip, dove la recinzione privata dell’Eni non permette il passaggio in sicurezza.Tutto ciò si è tentato di comunicarlo all’Assessore ed ai progettisti ( che non si distinguono certo  per intelligenza ) , ma il risultato è che in Municipio, un cittadino , se non “conosce”, è meglio che non si presenti, troverà sempre un addetto alla segreteria del Sindaco o dell’Assessore che ti scambia per un postulante.Il problema , affermano,  che i rallentatori disturbano il sonno di qualche signorotto di zona che ha reclamato ed ha fatto interrare quei pochi esistenti , noncuranti se invece l’alta velocità disturba la popolazione residente.Per non parlar del fatto che  il nostro Assessore si accinge a cambiare il senso di viabilità di Via di Vestea, accorgendosi in ritardo della stupidaggine di quell’orribile rotonda messa all’incrocio con la via Marconi.

Diderot

 

Il sacco della  spiaggia

 

Pescara. In questi giorni è frenetica l'attività delle ruspe nel tratto di mare di Portanuova compreso fra lo stabilimento balneare Lido delle Sirene ed il fosso Vallelunga. Tonellate di tubi di grandi dimensioni insieme a dune gigantesce di sabbia formate da iniezioni forzose di sabbia di riporto succhiata ai fondali al largo da potenti idrovore, hanno trasformato il litorale in un paesaggio lunare.

Ma chiamarla sabbia è un eufemismo: la definirei fanghiglia misto sabbia. Essa, anche dopo giorni e giorni assolati, è di diverso colore rispetto alla sabbia originaria dell'arenile, inoltre è priva di sedimentazioni e microrganismi che nel corso dei secoli si sono sedimentati; insomma ci troviamo di fronte ad un'inizio di una profonda modificazione dell'ecosistema, con la scomparsa di molte specie di rare di piantine germoglianti. Se poi aggiungiamo il cantiere aperto per il rifacimento dello Stabilimento balneare Coralba, il quadro appare chiaro nella sua ( temporanea ?) drammaticità. Come si è potuto arrivare a ciò? L'erosione del litorale di Portanuova negli ultimi 15 anni ha avuto una costante ed inarrestabile continuità.Tutto nasce dalla costruzione del porto turistico, un'opera faraonica a vantaggio di pochi eletti ma che ha determinato problemi costanti alla collettività. La progettazione sbagliata del porticciolo, il cattivo ed improvvisato studio delle correnti marine, ha determinato il cosiddetto caannibalismo del mare nei confronti dell'arenile che in certi punti si è ridotto ad un'esigua lingua di sabbia, arrivando addirittura alla distruzione di diversi stabilimento balneari, come quelli di Riva d'oro, il Circolo della Vela, , ecc.; alcun di essi sono stati indennizzati dal denaro pubblico con rifacimenti che in molti casi hanno travalicato la struttura originaria, costruendo sempre più spesso infrastrutture in cemento armato sulla sabbia, cosa di per se stesso non lecita, in quanto trattasi di concessioni e su di essere non possono gravare mastodontiche strutture fisse.Per non parlar della fallimentare realizzazione dell' Aquater , opera dispendiosa e dissipatrice di pubblici capitali ( alle spalle dei contribuenti) per risolvere il problema dell'erosione che, oltre a non aver risolto il problema ha anche deturpato ed alterato il sistema ecologico  in certe zone montane da dove hanno creato le cave per estrarre in grandi massi di granito che fanno da pettine nelle zone  di mare antistante gli stabilimenti balneari di Portanuova. I problema ha fatto sì che, venendo a mancare ai balneatori il reddito degli affitti degli ombrelloni d'estate, giocoforza devono riconvertirsi in ristoratori, realizzando megastrutture o ristoranti che non sempre però rendono un servizio in termini di gastronomia di buon livello e molte volte, in molti casi, improvvisata. Ormai possiamo affermare che il sacco del litorale è a buon punto; iniziando dallo Stabilimento balneare Medusa , situato nei pressi della rotonda di Piazza Duca degli Abruzzi, per poi proseguire con la chiusura del tratto di spiaggia nei pressi della Fondazione Paolo VI ( dove sorgerà il mega hotel dell'industriale De Cecco), proseguendo per Piazza Le Laudi ormai tutta recintata ,  per arrivare oggi  alla cementificazione che si sta attuando in Viale Primo Vere.  Ciò fa anche sì che, le vibrazione scatenate dalle ruspe in continuo movimento e dai tir che si susseguono per scaricare gru e materiali ingombranti, creano anche danni ai villini liberty confinanti, che avrebbero bisogno di manutenzione assistita, altrimenti rischieremo  nel prossimo futuro, che queste storiche dimore potrebbero lasciare la scena  a palazzi ed ecomostri sulla sabbia: è inevitabile, visto l'incuria a cui vengono sottoposti questri siti, trascurati dagli enti preposti alla loro tutela. a rimarcare sono le dichiarazioni rilasciate dall'industriale De Cecco in una lunga intervista ad un giornale pescarese giorni or sono , quando ha affermato che, finchè trattasi di "qualunquismo di persone non informate " come sono i cittadini che hanno firmato una petizione ( cinquecento nella sola Portanuova) passi pure ed è tollerabile ( bontà sua) , ma che questi dubbi vengano dai rappresentanti istituzionali, la cosa diventerebbe per lui insopportabile, dimostrando ancora una volta la sua dimistichezza con il potere degli amministratori di Pescara che secondo lui ( ma non secondo noi) gli avrebbero girato le spalle. l rifacimento in atto dello stabilimento Coralba, ad esempio, ci offre un esempio di cosa non dovrebbe essere realizzato a Pescara; fondazioni in cemento armato , con plinti di grande dimensione e profondità, non fa presagire nulla di buono i termini ecologici, facendo supporre la costruzione di una mega struttura. Il fatto però emblematico è che il progettista di tali opere è un familiare di un  dirigente dell'Ufficio Urbanistico del Comune di Pescara e possiamo comodamente affermare che siamo in presenza di un conflitto d'interessi, dal momento che controllore e controllato hanno gli stessi obiettivi  .Quis custodiet custodes? - chi controlla il controllore?- E' la  massima latina di Giovenale che sembra stata scritta ad hoc per Pescara.

 

sciacallaggio politico

Quanto sopra è stato pubblicato anche  sul quotidiano  Abruzzo Oggi del 27 scorso, ma è stato purtroppo  clonato dal Centro, il giorno dopo,  in visione speculare, nel quale l'articolista, appropriandosi di tutte le mie tematiche e delle foto scattate da me, ( quindi sono di mia proprietà) sciorina una difesa appassionata degli abusi edilizi e della devastazione della spiaggia. Questo è troppo! Dopo il danno la beffa : ho lavorato -gratis- per la concorrenza ( leggasi gli abusivi) , così come, dopo aver lavorato per 5 mesi sulla costruzione di un'assemblea , scopro di aver lavorato per ....Padovano!!

Ma noi dove siamo?

Nel mio  articolo avevo ampiamento edotto i lettori  di un ventaglio di situazioni deleterie esistenti sulla spiaggia di Portanuova, tra le quali le più importanti, la mega colata di cemento armato sulla sabbia, a disprezzo della normativa vigente del Piano spiaggia,  poi ancora sul pericolo che corrono le dimore storiche del litorale di Portanuova, sulla chiusura illegale degli accessi in piazza Le Laudi,  ed ancora sulla parentela del progettista del nuovo stabilimento Coralba con un dirigente dell'Ufficio urbanistico del Comune di Pescara che dovrebbe avere il compito di sovraintendere agli abusi, ancora aggiungevo sui rischi ecologici immani delle immissioni si sabbia e fanghiglia spuria sull'arenile esistente, ancora di più, avendovi scritto sulle cause della situazione esistente risalente alla costruzione del porto turistico, ecc. itengo la cosa eticamente e politicamente  inaccettabile , quanto meno senza mettere in rilievo e  dare voce alle  tesi contrapposte, dal momento che le opinioni espresse nel mio articolo sono state appoggiate da un movimento di lotta esistente e nato spontaneamente a Portanuova e che ha raccolto ben 500 firme presentate in un'assemblea popolare l'11 dicembre , anche se il risalto dato da quel  giornale a tale avvenimento è andato a vantaggio, circa la visibilità, a lorsignori ( leggasi amministratori) che erano stati invitati come imputati e non come relatori. ' un esempio di parassitismo giornalistico e di palese inerzia da parte delle associazioni ambientaliste .

 

Luciano Martocchia

 

 

 

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PUNTO E VIRGOLA

CAPODANNO

 

La bottiglia piange

regalando al pavimento

le ultime gocce di spumante.

Tutte le grida si son perse in alto

e dall’alto ridiscende pioggia.

I fuochi stentano a crepitare

come le vecchie tare

non vogliono bruciare.

 

E al mattino ti ritrovi e ti guardi

e ti dici che tutto è come prima,

come sempre.

 

Ma se un po’ di sole

scalda  gli scheletri infreddoliti

delle carte già esplose,

ti butti fuori a ritrovare

tra i cocci, le case e le strade

il tuo animo,

che in una notte di follia

hai voluto regalare al mondo.

 

 

                                  Giorgio Cerasoli

 

 

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 C'E' ANCORA CONSERVATORISMO E PROGRESSISMO?
  
  In realtà è una specie di trucco: sostenendo che il conservatorismo
ed il progressismo al giorno d’oggi sono oramai irrimediabilmente
diversi da come li si intende in modo “tradizionale”, e dato che credo
profondamente che le “vecchie” destra e sinistra siano cambiate anch’esse, è
quasi lapalissiano il discorso che introduco oggi. Essendo tutto
cambiato, probabilmente è cambiato anche il rapporto tra destra e
conservatori, da un lato, e tra sinistra e progressisti dall’altro.
Iniziamo da “conservatorismo” e “progressismo”: sono due categorie
(politiche) che fino a pochissimo tempo fa avevano contorni – e confini –
estremamente precisi. Io stesso mi sono sempre definito un progressista.
Ma il significato che assumono questi due termini al giorno d’oggi è
cambiato. Si è in qualche modo evoluto. Conservatore non è più soltanto
lo strenuo difensore dei valori tradizionali, così come Progressista non
è più semplicemente colui che sostiene l’evoluzione (soprattutto
sociale) del progresso umano. In realtà nulla ci vieta di rifiutare questo
cambiamento, e potremmo semplicemente dire che accettiamo soltanto le due
definizioni originarie, andando poi magari a cercarci nuovi termini per
definire le due nuove categorie evolute. Ma questo è un discorso privo
di senso: chissenefrega dei significati originari, se questi nel
frattempo sono cambiati! Perché nascondersi dietro ad un dito: al giorno
d’oggi è conservatore chi non crede che il progresso sia sempre
di per sé un bene, mentre è progressista chi, ovviamente, sostiene il
contrario.
In questa nuova prospettiva diventa conservatore chiunque si opponga,
anche con valide ragioni, al progresso “immanente” della società umana
(che non può, e spesso non vuole nemmeno, stare ferma). Mentre è
progressista chi invece ripone ancora fiducia nei valori di cambiamento
intrinseci nel concetto stesso di progresso.
Ecco che così ampie parti dell’eterogeneo schieramento del
centrosinistra (non solo italiano) diventano per certi versi “conservatori”
(rimanendo però, per altri versi, anche “progressisti” riguardo altri temi) e
strenui difensori di alcuni status quo, mentre paradossalmente alcune
fazioni del centrodestra (vedi ad esempio David Cameron) diventano di
colpo “progressisti” su taluni argomenti, pur rimanendo
contemporaneamente conservatori su altri.
Qual è la morale di questo apparentemente inutile discorso? Che tutto
cambia, anche le idee. Insieme alle appartenenze politiche, ai valori di
riferimento, alle stesse ideologie. Non soltanto perché cambiano gli
uomini che vi si affidano, ma anche e soprattutto perché cambiano anche
le stesse idee. Tutto evolve. Panta rei. E stolto è chi crede di poter
fermare questa inevitabile evoluzione, di tutto e tutti. Forse possiamo
controllarla. Deviarla. Combatterla. Ma non di certo fermarla. Con
buona pace dei conservatori…


PAOLO CARINCI

 

 

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L’UMANITA’

 

Se uno si riflette

e crede in un Essere superiore,

parlo di Dio,

su tutto quello che ha creato,

e tutto il nostro benessere

per andare avanti

ed insegnare l’amore del dono,

non si riuscirà mai a capire

cosa sia l’alto.

Questo si chiama l’aldilà.

Se ci credi sei un timorato.

 

 

IL DONO DEL PENSIERO

 

Se per un incontro si crea un’amicizia,

per lo stesso incontro si può creare un amore.

tutto questo può donarti felicità

e produrre benessere.

Per consolidare l’approccio iniziale,

questo simposio di amicizia

è beltà di comportamento.

Se condotto gomito a gomito,

sarà duraturo.

 

 

LA MENTE ED IL PENSIERO

 

Più di una volta ho riflettuto

cosa può dimostrare un uomo

verso i suoi coetanei;

la risposta mi è venuta

in un momento di relax,

mettendomi una mano sulla testa:

“Riflettendo, quanto avevo donato

e quanto mi hanno donato,

il ricavato di questo gesto delicato

mi ha fatto maturare interiormente.

Quel muscolo che batte nel petto

è diventato più sensibile,

verso tutti

senza discriminazione di razza.

 

 

 

 

VEDERE, GRANDE DONO DELLA NATURA

 

Innanzitutto bisogna credere,

che esiste un Essere superiore.

Se si guarda in su,

ovvero se scruterete l’orizzonte,

vi renderete conto di

tutto quello che vi ha donato.

L’Essere superiore non è solo la vita;

di più vi ha regalato l’intelligenza,

imparare, anche per insegnare,

al fine che il Prossimo cresca

con una educazione

che assume un costume diverso.

Perdonatemi sono un “mammarolo”

e sono un timorato di Dio.

 

 

 

 

 

SUPERARE  I  LIMITI  DELL’ASPETTO

 

Quando si riesce a superare questo scoglio,

si riesce ad arrivare molto avanti.

Se questo sentimento è amore

tutti i tuoi sogni ti porteranno all’infinito

 

 

 

Luigi Dezio in arte Popò


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Domande ed Orecchi o......... Orecchie?    

Orecchini ai non intenditori!

 

Se gli astri facessero intendere il rumore del loro incedere................ noi si impazzirebbe all'istante.

Fremunt saxa concitata-dice Vergilius; noi diciamo che i sassi lanciati sibilano-vibrano-fremono..

Figuriamoci il nostro astro-terrestre come saprebbe sonorizzarci i toni acuti della quinta di Beethoven!

Ma gli astri corrono "silenziosi", anche per meritarsi la nostra accondiscendenza nei loro confronti.

Frattanto fruscii di foglie stormiscono a noi vicine e tutti le sentiamo; alcuni le ascoltano per trarne auspici!

L'Udito è uno dei nostri sensi. Se esso è Udito-mignolo forse l'oto-rino-laringo-iatra si guadagnerà parcelle porcellinose, cioè sue e/o suine, cioè di porcellana.

Quanti ascoltano-bene invece cosa ascoltano?

Sono tre secoli che Vico c'invita a riintendere quanto s'è già ascoltato per intendere come abbiamo ascoltato: possiamo perciò continuare o cambiare le modalità uditive, possiamo valutare l'ascolto nostro.

Se alcun gemito ci sopraggiunge da un isolato posto...... noi ci dirigiamo verso.....o altrove......meglio evitare.

Quanti si allontanano premurosi testificheranno di non aver bene inteso il gemito....

Quanti soccorrono per eventuali soccorsi (e non è tautologia) mostrano la loro sensibilità al caso incontrato. Noi si è sordi a tanti lamentosi lamenti: noi divergiamo, assuefatti.

Altri cervelli, mens-mentiri, sproloquiano su adagi ......."e cosa avrei potuto fare - ero solo e non avrei potuto....... ".... ecc ecc eccetera come "stavo andando a cena e già in ritardo...epperò mi dispiacque non aver potuto......sarebbe necessario che tutti ci si......... la prossima volta..........oggi farò SUBITO un'offerta onde......"

Ipocrisia è quella manifestazione, altrui, onde una cosa si dice ed altro si persegue.

Noi ci denunciamo sordi, non ipocriti.

Noi non si è altruisti di principio, né di comodo, né di alcuna maniera: almeno questo perseguiamo.

Lasciamo i principi a quei principi che tali sono per prendere sempre per primi, magari anche qualche forca. Principeschi principi di ipocrisie personali.

Che vale un sospiro........ a crescer vento?

Che vale un pianto.......... a far crescere un rivo?  Ironizza il satirico Abati.

E questi principi-ipocriti piangono e sospirano quasi a generar tempesta nel bicchiere appena svuotato!

Aimè Cesaire scrive del suo ribelle che vuol essere colui che rifiuta l'inaccettabile!

A noi ogni cosa risulta digeribile, quasi, quasi, quasi, quasi digeribile!

A noi fan schifo, altresì, quegli Altruisti che si sdegnano e s'indignano, si stomacano e vomitano, si indispongono, si raccapricciano........fanno tante altre cose restando fermi, fermi dove stan già così comodi.

Son fermi e declamano che "stan reagendo".

Pregano e sperano. Sprezzano nel restare, e sono fermi, fermissimi sul loro piedistallo o stallo pedestre, dei loro piccoli piedi i quali son poi pidocchi, non pecchie o mellifere, son pidocchi che invidiano notte e giorno, le sanguisughe loro matriarche.

Se un cane abbaia, esso non morde!

E quei cani che abbaiano in continuazione sogliono generar alcun disturbo.

E se il cane è piccolo ed abbaia ......... è anche detto botolo.

Ed il cane è il miglior amico di detti sdegnati-indignati-....... .che spesso amano i cani, sinceri e fedeli di fede.

Cino da Pistoia ci invita ad ammirare quella cornacchia che sulla cornice è alta bella e gentile guardatrice.

Cino da Pistoia conferma la sua sensibilità anche verso........ voi che per somiglianza amate i cani.

Che i cani cantino liberi alla luna continuando ad insegnare quest'arte agli umani licantropi.

Cantassero come le campane che son sorde, per definizione, e per disturbo di quanti le odiano nei loro martelli e martinelle o campane di asini, se diamo ascolto al Villani.

Noi si pensa ad un assordato da campane o da martinelle che poi avrà qualche difficoltà reale ad ascoltare ........... e potrà così confessarci che "Era disturbato dal suono delle campane e non aveva ben inteso......" Forse il BuonDio avrà ad aver per lui compassione e allevierà così tutto il disprezzo che noi gli offriamo, magari sorridendo del nostro esser diversi da, distanti da, distaccati da .......... lamentosi-statici cecchini, capaci di sparare a chi fura loro l'ascoltato portafoglio delle loro imprescindibili risorse animose.          

Stelio

 

 

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PENSIERI  E  PAROLE

 

David Crosby

Le droghe

A Woodstock dicevamo che drogarsi era bello, ma parlavamo solo di fumo e spinelli, non di droghe pesanti. È arduo dire come e perché ci sono caduto. Le droghe sono come un serpente che striscia, si insinua dentro di te senza far rumore. Le droghe sono come il ghiaccio. Tu sei come una macchina che si trova improvvisamente a doverci correre sopra e prima di riuscire a pensare alle possibili contromosse, a come mantenere il controllo del mezzo, hai già sbandato. E dopo che sei fuori strada hai bisogno di un carro attrezzi davvero efficiente per rimetterti in cammino. E non sempre è sufficiente la paura, aver visto la morte in faccia  per farti andar piano dopo aver riacceso il motore. Una volta eravamo convinti che solo l’amore potesse spezzarti il cuore e il lavoro il corpo. Oggi è facile per me dire che è la droga l’unica cosa che ti può davvero spezzare tutto.

 

La creatività

Uno dei più terribili luoghi comuni sostiene che le droghe aumentano la creatività dell’individuo. La prima reazione è davvero positiva. Pensi: «Oh, adesso sì che posso scrivere qualcosa veramente fuori dal comune». E non ti rendi conto che più ti lasci coinvolgere dalle droghe pesanti e meno movimento, cerebrale e fisico, riesci a fare. Negli ultimi tre anni da tossicodipendente non sono riuscito a scrivere un solo verso. Niente. Solo illusioni, accenni di canzoni nella testa. È stato il carcere a ridarmi coraggio. Le droghe pesanti uccidono il cervello e la tua creatività. Ti lasciano solo e paranoico, incapace di prendere una decisione, anche la più piccola e futile.

 

La prigione

È indubbiamente un posto terribile per svegliarsi da un incubo, ma se già nel dormiveglia ti senti meglio pensi che non sarà poi tanto male. La sveglia era alle cinque del mattino. Mangiavo il disgustoso rancio della galera e poi andavo a lavorare in fabbrica. Tornavo per il pranzo, disgustoso come la colazione, e riprendevo il lavoro in fabbrica. La sera tornavo in cella. Questa routine era raramente interrotta dalla musica che suonavo con altri ragazzi.

 

Woodstock

Rappresentò il luogo per far nascere una nuova etica, nuovi ideali che singolarmente ognuno provava, ma che non erano stati confrontati o vissuti con altri. Woodstock fece capire che solo l’incontro e il numero potevano darti la forza. È facile essere cinici verso quelle tre parole che costituirono il riassunto del festival – pace, amore, musica – è facile perché solo chi c’era poteva capire. Chi cercava, e ancora oggi cerca, di interpretare non riusciva a non cadere nella retorica o nel cinismo. Woodstock fu una visibile manifestazione della disponibilità verso gli altri a dispetto, o meglio indipendentemente, dal sistema dominante. Fu una spontanea, comune dichiarazione d’intenti: «Non sono né sarò violento, non sono né sarò scorretto, sono e sarò un essere umano decente e rispettabile e mi impegno a essere utile agli altri esseri umani». L’aspetto nuovo, rivoluzionario di Woodstock stava proprio nel fatto che quell’impegno verso gli altri esseri era sentito, non imposto o condizionato dalla vecchia etica, in base cioè a un’astratta democrazia. Quella generazione voleva essere d’aiuto agli altri, era davvero idealista perché credeva fermamente nei suoi ideali. L’unico aspetto sul quale sbagliammo furono le droghe. Non tardammo molto a rendercene conto.

 

For Everyman

Jackson Browne, una delle poche persone che mi sono state vicine nei giorni bui, scrisse For Everyman in risposta a Wooden Ships. Wooden Ships diceva più o meno: «Sta andando tutto in rovina, saliamo sulla nostra nave e via… Lasciamo tutto quanto e partiamo». E Jackson disse: «Okay, e cosa possono fare quelli che non hanno la barca? O i bambini? Dobbiamo rimanere qui e cercare di migliorare le cose. Non servono navi di legno». Aveva ragione lui.

 

L’America

La Statua della Libertà, alla quale ho dedicato una canzone, è il simbolo di tutto ciò in cui crediamo: eguaglianza, giustizia, libertà, un governo giusto, i principi insomma su cui si basa ogni costituzione, non solo quella del mio paese. Parlare della Statua della Libertà equivale a dire: «Ehi, non dimentichiamo com’erano le cose in origine, quali erano le idee e i valori in cui credevamo e che abbiamo perso per strada». In America la situazione politica è farsesca. Le ultime elezioni ci hanno costretti a scegliere tra due candidati, di cui uno era stupido e l’altro bugiardo. Due persone per nulla affidabili. Negli anni Sessanta sono stato contro la guerra in Vietnam così come oggi sono contro l’energia nucleare, la distruzione dell’ambiente, lo strapotere della Cia nel mondo. Sono ancora un fuorilegge, un ribelle contro ciò che non mi piace.

 

I leader

Non esistono leader all’orizzonte, qualcuno che conosca le risposte. La speranza si è scolorita. Al massimo riesci a trovare un manuale che ti insegna come rimanere lontano dai guai. Ogni tanto il genere umano produce uomini nati per essere delle guide. Ma non troppo spesso. L’ultimo è stato Gandhi.

 

Crosby, Stills, Nash And Young

Tutti ci hanno definito un supergruppo. In realtà non eravamo neanche un gruppo, ma quattro persone diverse, molto diverse. La stessa decisione di non dare alla band nessun nome astratto e chiamarci semplicemente per cognome era stata presa per evidenziare le nostre individualità. Quattro musicisti bravi anche singolarmente che univano le forze per rendere la loro musica ancora più grande. Non la pensavamo mai allo stesso modo. Solo su un punto non c’erano mai discussioni: Crosby, Stills, Nash e Young nella stessa stanza, in buona salute fisica e mentale, sotto l’effetto di nessuna droga, erano in grado di produrre grande musica.

 

Maurizio Marano propone la lettura di questa voce su David Crosby.

 

 

     

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Viaggio nei luoghi della Rete Nonviolenta Abruzzo

BAOBAB

di Michele Meomartino

 

L’associazione culturale Baobab ( www.baobabpescara.org baobabpescara@virgilio.it  ) di Pescara è uno dei luoghi della Rete Nonviolenta, di sicuro tra i più vivaci e originali, soprattutto quando si esibisce con la scuola di percussioni. Ma l’associazione non si limita a fare solo dell’ottima musica, ma promuove con buoni risultati iniziative tese a diffondere la multiculturalità. Infatti, l’associazione per alcuni anni ha organizzato a Pescara "Musica e spiritualità", un evento dove musica, intercultura, convivialità delle differenze si intrecciavano in modo splendido, oltre a contribuire alla realizzazione di alcuni importanti progetti di cooperazione, soprattutto in Africa. Tra i soci dell’associazione ci sono anche alcuni cittadini africani, come il senegalese Matar Mbaje, maestro di musica e figlio del direttore del balletto nazionale del Senegal. Matar e Pino Petraccia, figura storica nel panorama musicale di Pescara e non solo, dirigono la scuola di percussioni Baobab. Incontriamo il presidente Pino Petraccia nella sede di Pescara in via N. Sauro, non molto distante dalla capitaneria di porto, e gli poniamo alcune domande.

Presidente, come mai avete scelto questo bellissimo nome per l’associazione ? La scelta del nome risale al significato simbolico dell'albero del Baobab (tra l'altro simbolo del Senegal) che raccoglie sotto la sua maestosità il villaggio/comunità. Simboleggia la forza dell'unione e per noi è anche il simbolo della cooperazione tra le culture.

Ci parli un pò dell’associazione: quali sono i vostri principali obiettivi ?  L’ associazione nasce di pari passo con la scuola di percussioni Baobab, poi le due cose si sono sviluppate parallelamente. La prima si occupa di cooperazione, attualmente “Pescara – Senegal” attraverso i partner senegalesi che sono Matar M'Baye da Pescara, Bouli Sonko, Umi Sene e tanti altri. Oltre a questo, siamo una specie di avanposto per molti artisti africani o anche migranti che, con progetti ritenuti fattibili, vengono da noi aiutati a trovare una collaborazione. In questo senso determinante è stato l' incontro con N'Dyaga Gaye e la sua associazione Italo Senegalese. N'Dyaga, Presidente della consulta dei Migranti, lavora presso lo sportello per i migranti in comune e ha una grande esperienza sulle molte realtà della regione. La scuola di Percussioni Baobab invece si occupa di divulgare la cultura e le musica africana, attraverso i concerti che la scuola tiene in tutt'Italia, ma anche con seminari, laboratori, anche nelle scuole, ed, infine, con i corsi di percussioni che quest' anno sono diventati multietnici con l'ingresso di: Gerardo Destino per le tabla indiane, Antonio Franciosa per tamburello e tamburi a cornice, batteria con Michelangelo Del Conte e Alberto Biondi e percussioni africane con me e Matar.

 

Abbiamo saputo che ultimamente avete inaugurato la "Maison de la culture". Ci parli un pò di questo progetto ? Il progetto nasce dall' incontro avvenuto durante un viaggio/studio con la famiglia di Matar ed in particolare Bouli Sonko ("sarà il direttore artistico della Maison"),  direttore del Balletto Nazionale del Senegal. Da Bouli è venuta la richiesta di realizzare a Nangan sul delta del Sine Saloun a sud di Dakar e oasi naturale, un luogo dove continuare a tramandare le loro conoscenze in campo artistico. In questo villaggio, attraverso un luogo come la

Maison, le esperienze del Balletto Nazionale serviranno a dare lavoro a centinaia di ragazzi formandoli a diventare musicisti, ballerini, artigiani. La struttura inaugurata comprende un ristorante, un bazar - laboratorio, un pozzo per l'acqua, i servizi sanitari e gli alloggi per il personale. Recentemente siamo stati in Senegal per inaugurare con una delegazione ufficiale, guidata dal Presidente del Consiglio Comunale Gianni Melilla, due progetti: il primo è il progetto rurale situato nel nord del Senegal nella regione di Louga nel villaggio di Gaye Jawar, dall' associazione Di NDyaga Gaye, dove hanno realizzato un pozzo con cisterna e pompa per l'acqua in collaborazione con la comunità rurale; e il secondo è la realizzazione della prima parte del progetto della Maison. Attualmente sono ripartiti i lavori per la seconda fase, che renderà agibile la struttura. Ciò consentirà un flusso turistico ecocompatibile con il territorio e la prospettiva di lavoro per tanti ragazzi dei villaggi e un flusso di artisti e turisti da Dakar, metropoli al collasso, verso la zona agricola, un micro progetto per invertire i flussi migranti verso la capitale.

Quali sono i programmi futuri dell’associazione e della scuola ? Ci sono iniziative in cantiere ? Iniziative ne abbiamo sempre tantissime. Abbiamo incontrato le percussioni africane con il Jazz attraverso i Miradas Group; un progetto guidato musicalmente da Carmine Ianieri. Realizzato il progetto musicale del Cerchio dei Tamburi, sei percussionisti provenienti da culture ed esperienze diverse, che si sono esibiti insieme in alcuni festival, e con la collaborazione del compositore e panista Stefano Taglietti, stanno realizzando la B.I.O. Baobab International Orchestra: incontro tra musicisti di formazione classica, contemporanea e percussioni etniche. Tra le altre iniziative in cantiere ci sono: il laboratorio di percussioni e drammatizzazione di fiabe africane che in collaborazione con la circoscrizione per bambini da 8 a 14 anni; il primo Dicembre saremo all’ Ecoteca per presentare i progetti di cooperazione. In questa occasione proietteremo in prima  per l’'Italia due cortometraggi di Elaji Thiam, un giovane regista senegalese, che ha partecipato all'ultimo festival del cinema Africano di Milano, oltre ad un concerto della scuola. Stiamo lanciando un Concorso musicale per artisti Emergenti Winter Music Contest (nel nostro interno c'è anche una sana ala rock) che si terrà a gennaio presso il Maharaja a Pescara.. Stiamo attivando corsi di flauto traverso e sax con il musicista di origine inglese Geoff Warren e un corso professionale per batteria in collaborazione con le Scuderie Capitani, corso che consegnerà diploma e che terrà Fabio Colella per l'Abruzzo. Un seminario nel 2007 con Augusto Omoloù dell' Hodin Teatre di Eugenio Barba, con cui abbiamo collaborato nel maggio scorso portandolo a Pescara in collaborazione con l'assessorato alla Cultura e la palestra I.O.N.

Qual’è il senso della vostra adesione alla Rete Nonviolenta Abruzzo, ad un network di tante associazioni che si occupano di pace ? Lavoriamo e collaboriamo con adulti e bambini anche di varie etnie, io e altri musicisti dell'associazione (ne cito uno Roberto Jmmi Fascina per tutti), abbiamo suonato e partecipato a festival in varie parti del mondo, spesso in zone dove operavano volontari O.N.G. o associazioni per la pace che ci hanno invitato.  Il tema della multiculturalità e della pace sono legati fra loro, la musica unisce e fa incontrare uomini e donne e popoli. Credo che attraverso la conoscenza reciproca fra persone la pace sia realizzabile. Anche attraverso il cerchio dei tamburi.

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