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IL SALE - N.°60


Sommario

 

AMICO JO                                                        La città

 

NON SORRIDERE,                                            E’ un polmone che respira

NON PASSARTI LA MANO SUL PETTO.        Calda e armoniosa e,

NON DIRMI CHE STAI BENE.                         Dal barbone che chiede soldi

IL MONDO NON E’ NELLE TUE MANI.         All’impiegato che corre

I PRATI SONO IN FIORE,                                 Dall’imprenditore che impartisce ordini

IL SOLE RISCALDA LA TERRA                      Al politico che corre nell’auto blù.

E IL FIUME SCORRE.                                       Fiumi di persone

MA E’ SOLO UN GIORNO.                               Una moltitudine sterminata

LA NOTTE SCENDERA’                                   Che come formiche laboriose

E CON ESSA LACRIME AMARE                     Riempiono le strade

TUTTO E’ CADUCO                                         L’orologio segna l’ora

SOLO ORE LIETE.                                            Si fa notte

LA GIOIA VERA VERRA’,                               Ma non tutti dormono

DOPO CHE LA TUA ANIMA                           Qualcune nel letto non prende sonno

SALIRA’ IN CIELO                                           Pensa

LASCIANDOSI DIETRO                                   Al successo che non arriva

LA SCURE INSAGUINATA.                             Ai soldi che mancano

                               Roberto Amodei                    Agli amori sciupati

                                                                           All’amore che manca

                                                                           Quel qualcuno sono io.

                                                                                               Roberto Amodei

 

 

Il mio paese                                                                               

                                                                          

DOPO IL 1968-’77                                             

SONO TORNATO AL MIO PAESE                   Roberto è, anche, un compagno di Stelio.

A PARTE LA GENTE CHE LAVORA               Un suo conterraneo un caro amico che

TUTTO E’ PIATTO.                                           La vita ha fatto incontrare e ritrovare.

IL FIUME SCORRE SENZA PARLARMI,         Ritrovare sintonie è cosa che conferma

LE MONTAGNE MORMORANO FRASI          Alcune nostre congenite simpatie verso....

SCOMMESSE                                                     E consimili antipatie contro...........

PRECIPITANDOSI DOVE NON SO.                 La diversità compatibile è cosa esaltante.

LE MONTAGNE CHE MI CIRCONDANO        Averlo ritrovato e rivisto ha reso lieto

SONO CUPE E MINACCIOSE.                         Il rincontrarsi, il riascoltarci e riscoprire

LA LORO MOLE MI E CONTRO                      Sensibilità ancora consimili

COME UNA SFINGE IMMOBILE.                    Cordialmente consimili

CAMMINO DA SOLO E PENSO                       Che vale considerare la sofferenza

LA GENTE MI E’ ESTRANEA.                         che ha aggravato i nostri fardelli?

L’INCOMPRENSIONE DEI PIU’                      Già eravamo capaci di sopportare

MI IRRITA.                                                        Ancora sentiamo profusioni di

MA DEVO RISORGERE ,                                  Antagonismo contro repressioni

LA VITA NON E’ ALTRO CHE                        Ancora ridiamo di idioti servi

UN CADERE E RIALZARSI                              Che vorrebbero asservire chiunque

E IN QUESTO FLUSSO INCESSANTE             Per riscoprire se stessi meno verminosi.

SQUARCIO IL CELO AZZURRO                                                                     Stelio

CON UN COLTELLO,

SPERANDO CHE FILAMENTI

D’ORO CADANO GIU’.

                               Roberto Amodei

 

 

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IL COMUNISMO HA PERSO UNA BATTAGLIA MA NON LA GUERRA!

 

--  Quarta ed ultima parte  --

 

 

 

Vorrei seguitare a parlare dell’elemento soggettivo di un processo rivoluzionario, cioè dell’avanguardia, in quanto mi propongo di fare delle aggiunte all’articolo precedente.

            Io penso che l’avanguardia sarà necessaria fino a quando esisterà la società divisa in classi, con la conseguente lotta tra di esse. Le differenze economiche e sociali, nonché la diversa coscienza degli individui, portano alla formazione di persone più o meno interessate ai problemi sociali e politici. Coloro che si interessano di questi problemi sono già di per sé un’avanguardia rispetto a coloro che si preoccupano soltanto di se stessi. Questi ultimi, purtroppo,  rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione. All’interno dell’avanguardia altruista ci sono coloro che hanno preso coscienza della necessità di cambiare non solo la società in cui viviamo ma l’intero Sistema economico sociale e politico. Questa io la chiamerei l’avanguardia dell’avanguardia, numericamente una piccola minoranza.

Il mio articolo è rivolto principalmente a questa minoranza  che si riallaccia al pensiero rivoluzionario dei Socialisti dell’Ottocento e che crede ancora in un cambiamento radicale della società sulla base di tali principi. Naturalmente i miei argomenti non sono di nessuna utilità per coloro che si propongono di costruire il nuovo Partito Democratico, di cui ora si sta discutendo.

            Il massimo teorico e costruttore del partito dell’avanguardia è stato Lenin che ha messo in pratica tali principi organizzando il Partito Bolscevico in Russia, che è stato la guida della presa del potere nella rivoluzione del 1917. Questo partito, dopo la presa del potere, ha subito un processo di degenerazione. Di conseguenza tutti i partiti che hanno cercato di imitare tale modello sono stati la brutta della brutta copia di quello originale, fino a tagliargli completamente le radici e diventare un’altra cosa.

            Tali errori non si possono più ripetere nella Storia: costano troppi morti e sofferenze all’umanità. Il Sistema capitalista fa già tantissimi disastri di per sé per cui i ribelli devono stare attenti a non aggiungerne altri. La radice dell’ingiustizia sociale rimane sempre il potere! Tutti gli errori dei ribelli non potranno mai giustificarne l’esistenza ed assolverlo dalle proprie colpe! Se non ci fosse l’ingiustizia del potere non ci sarebbero nemmeno i ribelli. Per cui qualsiasi discussione, errore e riflessione autocritica tra i ribelli deve rimanere sempre all’interno di tale campo e tendere a riprendere la strada per il raggiungimento della finalità principale, che è la soppressione del Potere e dello Stato.

            Il “Partito di quadri” teorizzato da Lenin, come ho detto nell’articolo precedente, si è dimostrato una “macchina perfetta” per la presa del potere e l’abbattimento del capitalismo,  ma un fallimento completo per la costruzione del Socialismo. Le esperienze storiche hanno dimostrato che questo modello organizzativo è sbagliato. Io penso che si dovrebbe creare un partito che non sia un partito, un’organizzazione che non sia un’organizzazione cioè basata sulla libertà e la coscienza non sulle regole e gli statuti. Le uniche regole da accettare sono quelle della Democrazia Diretta in quanto non sono regole, anche se si presentano sotto questa forma, ma principi. 

            Il “Partito di quadri”, tutto lanciato alla presa del potere, io lo paragonerei ad una squadra di calcio composta esclusivamente da centravanti di sfondamento, quindi con una capacità di attacco formidabile ma con una difesa debolissima. Un incontro di calcio con una squadra del genere potrebbe finire a suo vantaggio per 10 a zero nel primo tempo, ma a suo svantaggio per 20 a 10 nel secondo perché la stanchezza e la reazione dell’avversario porterebbero ogni palla che superasse la propria metà campo ad un gol in quanto la propria difesa sarebbe debolissima. Quindi io sono contrario ad un partito del genere, mentre sarei più

favorevole ad una organizzazione basata sulla coscienza la libertà e la democrazia diretta che si preoccupi soprattutto di emancipare la gente, farle acquisire una coscienza sociale altruista, che è la cosa più difficile, attraverso l’organizzazione ed il funzionamento degli organismi di base. L’avanguardia dovrebbe stare in mezzo alla gente, senza mettersi davanti dicendo “seguitemi”…… No! in questo modo scatterebbe il meccanismo della delega che sarebbe la rovina per i delegati ed i deleganti e ciò che prima era l’avanguardia diventerebbe la retroguardia, con conseguenze dannose per tutti.

A differenza del “Partito di quadri”, il “Partito dei coscienti” non si dovrebbe preoccupare di prendere il potere ma di aiutare il popolo a liberarsene perché esso è dentro di noi, altrimenti non potrebbe esistere lo Stato con le sue leggi repressive; se il popolo avesse fiducia in se stesso non starebbe a perdere tempo, illudersi e farsi sfruttare, una volta da Berlusconi e l’altra da Prodi.

            L’avanguardia di oggi, secondo me, ha un ruolo diverso: dovrebbe preoccuparsi non di prendere il potere ma di emancipare i cittadini per poi prenderlo insieme a loro, quando essi saranno maturi e quando ci saranno le condizioni per farlo. In questo caso sarebbe la massa a prendere il potere e non l’avanguardia. Il potere si diluirebbe tra decine di milioni di persone perdendo le sue “qualità” di comando e di privilegio, finendo poi con lo scomparire.

            Per spiegarmi meglio, riprenderei l’esempio della squadra di calcio. Il ruolo dell’avanguardia di oggi dovrebbe essere simile a quello di una squadra composta esclusivamente di centrocampisti, non di centravanti di sfondamento, che si preoccupano di far giocare tutta la squadra, coordinando la difesa con l’attacco. Con questa mentalità oggi dovrebbe agire l’avanguardia in mezzo alla gente. Una squadra  di calcio del genere potrebbe svolgere una partita facendo pochi gol ma subendone ancora meno. Una partita del genere potrebbe finire con una vittoria per 1 a zero o per 2 a 1, comunque sempre una vittoria, anche se di poco.

            Un’avanguardia del genere, cioè da Partito di centrocampisti, si muove  più lentamente però in modo più sicuro, senza tante scosse e tragedie, in forma più costruttiva. Alla fine, a conti fatti in senso storico, io penso che si finisca con l’andare più veloci. Il proverbio popolare dice “Chi va piano va sano e va lontano!” E’ proprio vero anche in politica, specialmente quando si vuole agire sulle coscienze. Nel secolo passato si sono fatte tante rivoluzioni con la fretta di prendere il potere, poi finite male perché le masse non erano state emancipate. Secondo me è meglio perderla una rivoluzione piuttosto che vincerla con una dittatura. Mi posso anche sbagliare, ma questa è la mia opinione. Per esempio nel caso della Rivoluzione Russa e la dittatura di Stalin: piuttosto che commettere tanti crimini, non era meglio non prendere il potere,o perderlo subito dopo? Quegli errori li paghiamo ancora oggi, quasi cento anni dopo,  e non so per quanto tempo ancora li dovremo pagare!

Ciò che è importante non è il fatto in sé ma il modo come viene metabolizzato dalla gente. Non si può ottenere una vittoria ad ogni costo, a danno dei principi e della morale. Ciò viene metabolizzato male dalla gente! Invece il contrario viene metabolizzato bene, anche se si viene sconfitti.

I problemi da me impostati in questi 4 articoli sono fuori dall’attualità del presente ma, secondo me, dentro la Storia. La società di oggi si svolge in piena barbarie, con il dominio della tecnica che sta travolgendo l’uomo. Io penso che così non potrà andare avanti e che i popoli prima o poi si ribelleranno. Per questi motivi mi comporto come un “missionario”, come sono stato più volte criticato da vari amici. Questo non lo reputo offensivo, anche se non lo sono. Rispetto la figura del missionario sotto l’aspetto dell’abnegazione e della coerenza personale anche se non condivido le sue finalità religiose. Penso che ci sia un grosso bisogno di abnegazione e coerenza anche tra i compagni. Il mio comportamento, secondo me, rientra di più all’interno del vecchio concetto di avanguardia di tipo trotskista. Inoltre ciò che io scrivo è molto diverso dal modo di pensare del missionario.  I miei pensieri si svolgono tutti sulla Terra e non “nell’aldilà”!

 

Antonio Mucci

 

 

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I  PARAGONI

 

 

            L’arancia è fatta a spicchi, il grano è fatto a chicchi, anche l’uva, il melograno; la pesca, è un frutto odoroso, se non è profumata non è saporosa; la bicicletta è come il sole, i raggi la reggono, gli fanno da sonoro, ma se un raggio gli manca, il sole non riscalda e la bicicletta male arranca.

 

 

 

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L’OSPEDALE  E  L’INFERMIERE

 

 

            Sono stato ricoverato in diversi ospedali per varie patologie; tutte le persone che frequentano queste strutture salutano caldamente solo i medici, trascurando gli altri componenti del clan ospedaliero, per esempio gli infermieri.

            Il medico viene nel reparto, ti visita, ti dà la cura; per tutte le altre cose ci pensano gli infermieri. Questi ti assistono durante il giorno e per tutto l’arco della notte, senza sosta.      

            Basta chiamare, che si presentano per servirti nelle richieste; per me questi sono i veri dottori; non ti dicono mai di no. Sono degli Angeli in bianco carichi d’amore per te malato. Grazie Angeli del malato.

 

 

 

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CREDIMI, AMORE CREDIMI!

 

 

            Non è fantasia, sono veramente innamorato! Perché mi sfuggi, credi in me, sono veramente innamorato. Non conosci niente di me, pensaci, rifletti; io nella vita ho molto sbagliato, ma sull’amore no!

            Il nostro primo incontro, il primo impatto, noi a confronto!Questo sì che fa una storia, la nostra storia; il primo incontro, il tuo comportamento, a volte assente, a volte molto persuasiva.

            Ti guardavo, ti studiavo, seguivo tutti i tuoi movimenti; sono rimasto senza parole, non riuscivo a connettere. Nel cuore molti battiti di più!

            Come si può descrivere quello che in quel momento, dal nostro “Primo incontro” potesse nascere qualcosa che dovesse durare; se tutto questo è amore, la durata non sarà vana. Immacolata resterà per sempre.

 

Luigi Dezio in arte Popò

 

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GIUSEPPE BIFOLCHI

 

Nel numero scorso del "Sale" abbiamo ricordato la figura di Antonio Cieri.

Questa volta ci sembra doveroso ricordare il nostro omonimo (che ci perdonerà di aver abusato del suo nome in tutti questi anni e soprattutto di continuare a farlo).

Anche questa scheda biografica l'avevamo compilata per il Dizionario Biografico degli anarchici italiani edito dalla BFS di Pisa.

 

Giuseppe Bifolchi nasce a Balsorano (AQ) il 20 febbraio 1895, figlio di Ferdinando e Filomena Cianfarani. Nel 1913, a 18 anni, si arruola volontario nell’esercito, presta servizio in Libia dove diventa sottufficiale, partecipa alla guerra ’15-’18 e si congeda all’inizio del 1920 col grado di ufficiale. Nel maggio 1920 espatria in Francia. È già vicino al movimento anarchico (passa da Corticella a salutare Luigi Fabbri). In Francia è subito attivo nel movimento iniziando a scrivere su giornali anarchici. Usa spesso, per tutto il periodo francese e belga, lo pseudonimo di Luigi Viola. Il suo primo articolo è su “Il Libertario” di La Spezia nel dicembre 1920; collabora poi a “Il Risveglio” di Ginevra, “Fede!”,  il n.u. “L’agitazione a favore di Castagna e Bonomini”, “La Tempra”, “Le Libertaire”. Dal 1920 al 1927 è impegnato nel movimento a favore di Sacco e Vanzetti. Il 5 e 6 settembre 1925 partecipa a Parigi ad un convegno di profughi dell’USI. È tra i più attivi sostenitori della ricostruzione dell’UAI in Francia. Nel 1927 partecipa alle riunioni della “Piattaforma Archinof”, unico italiano favorevole alla “Piattaforma” stessa, in contrapposizione con il gruppo di “Pensiero e Volontà” rappresentato da Berneri, Fabbri e Fedeli, ed è uno dei fondatori della Iª Sezione Italiana della Federazione internazionale comunista anarchica. Nel 1927 viene espulso, come molti altri anarchici, dalla Francia e vi rientra più volte clandestinamente. Nel 1928 e 1929 collabora a periodico “Germinal” di Chicago e a Bruxelles fonda e dirige il giornale “Bandiera Nera” (aprile 1929-maggio 1931). Ai primi di agosto del 1936, pochi giorni dopo l’inizio degli scontri coi i militari golpisti, è in Spagna. Prende immediatamente contatto con Durruti (conosciuto a Parigi insieme ad Ascaso) sul fronte di Saragozza, poi torna a Barcellona ed apprende da Santillan della costituzione, all’interno della Colonna Ascaso, della Colonna italiana di Berneri, Angeloni e Rosselli. Alla caserma Predalbes (poi Bakunin) addestra i volontari e dopo meno di quindici giorni la Colonna italiana parte per il fronte di Huesca. Il 28 agosto avviene il primo scontro con il nemico nella battaglia di Monte Pelato, nella quale resta ucciso Angeloni. Le qualità militari di B. sono subito evidenti e riconosciute. Nel corso della battaglia assume il comando della sezioni fucilieri. Alla metà di settembre è vicecomandante della Colonna. Il fronte si attesta attorno a Huesca con continue scaramucce, ma senza variazioni di rilievo. Alla fine di novembre la battaglia di Almudévar, che nonostante il valore dei singoli militanti della Colonna, si risolve in “una vittoria mancata”, acuisce i contrasti nati tra la componente anarchica maggioritaria e quella di Giustizia e Libertà. Il 6 dicembre Rosselli rassegna le dimissioni ed il comando passa a B. Nel corso dei mesi seguenti B. viene più volte citato dai bollettini repubblicani per il suo valore. All’inizio di aprile del 1937 gli viene offerto il comando effettivo del 19° reggimento della 126° Brigata, dalla quale dovrebbe dipendere anche il battaglione italiano (ex Colonna italiana) al comando del quale è stato nominato Antonio Cieri. I due reparti avrebbero fatto parte della 28ª divisione (ex Colonna Ascaso). Tanto lui che Cieri declinano i rispettivi incarichi non accettando la militarizzazione delle formazioni combattenti imposta dal governo repubblicano. Cieri viene ucciso il 7 aprile in circostanze sospette, B. è a Barcellona nei giorni di maggio. A proposito dell’assassinio di Camillo Berneri da parte degli stalinisti riferisce: “La sera della prima giornata (3 maggio) vidi Berneri al Comitato Regionale della C.N.T. e lo invitai a rimanere presso di me. Siccome Ludovici che dormiva con lui mi assicurò che si era sicuri, io non insistetti e feci male”. B. lascia la Spagna nel mese di giugno e raggiunge Parigi. Nel settembre 1937 viene arrestato a Perpignano insieme a Luigi Evangelista, mentre cerca di attraversare la frontiera con un camion di indumenti e viveri per la Spagna. Agli inizi del 1938 si stabilisce nuovamente a Bruxelles. Negli anni dal 1937 al 1940 collabora a “Le Libertaire”, ma soprattutto a “Il Risveglio” sul quale compaiono suoi articoli in ogni numero. Il 10 maggio 1940 viene arrestato dalla polizia belga per essere inviato in Francia. Nei pressi della stazione ferroviaria di Ath (Hainaut, Belgio) il treno sul quale viaggia viene bombardato da aerei tedeschi e B. viene colpito da una scheggia alla spalla destra. Ricoverato all’ospedale di Ath vi rimane 10 giorni. Dimesso dall’ospedale raggiunge la sua abitazione a Bruxelles facendosi curare ambulatorialmente all’ospedale di Ixelles. Il 25 novembre 1940 viene arrestato dalla polizia tedesca e inviato in Italia per essere consegnato alla polizia italiana che lo arresta nell’ufficio di P.S. di Confine del Brennero il 16 dicembre 1940. Il 28.1.1941 viene condannato dal Tribunale dell’Aquila a 3 anni di confino perché “combattente antifranchista in Spagna”. Giunge a Ventotene l’8 febbraio 1941. Dopo il 25 luglio del 1943 segue la sorte degli anarchici confinati a Ventotene, non liberati dal governo di Badoglio e spediti al campo di concentramento di Renicci d’Anghiari (AR) alla fine di agosto da dove successivamente riescono a fuggire. B. torna a Balsorano ed entra in contatto con alcuni ufficiali inglesi e passa più volte il fronte dopo Cassino per sollecitare la ripresa dell’avanzata alleata. Dopo la liberazione, diventa sindaco di Balsorano per qualche tempo. Fino alla morte continua la collaborazione con la stampa anarchica (“Umanità Nova”, “L’Adunata dei Refrattari”). Negli anni ’70 collabora con le edizioni “Antistato” di Cesena impegnandosi a far stampare diversi libri presso una tipografia di Sora e pubblicando anche un suo libro, Spartaco, la rivolta che dura, Muore nell’ospedale di Avezzano il 16 marzo 1978.

Giuseppe Bifolchi (quello del Sale)

 

 

 

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EFFEMERIDI OTTOBRINE

di  Giacomo D’Angelo

 

 

UNA vita fa, quando ero rappresentante sindacale regionale della Cgil-bancari, invitai per un seminario di studi il prof. Pino Mauro, che aveva appena scritto un libricino sulle finanziarie regionali. Il già rampante economista, allora in quota PCI, spiegò papale papale al suo uditorio di sindacalisti che le finanziarie erano enti inutili, truffaldini, con amministratori destinati al carcere (in quel momento i presidenti della finanziaria di Calabria e dell’Umbria erano incriminati per imbrogli vari). Sembrava Catone quando anatemizzava il suo delenda Carthago. Come accade di frequente nel nostro Belpaese, patria del trasformismo e del carrierismo senza scrupoli, l’esimio professore, nonostante avvertisse di star lontano dalle finanziarie, si arrampicò alla sua efficace maniera e divenne vicepresidente e poi presidente della Finanziaria Abruzzese, caprioleggiando dal PCI al PSI, in quanto nessuno, per bravo che sia, diviene presidente della FIRA senza una tessera di partito. Se avessi soldi da sciupare ristamperei l’aureo volumetto di istruzioni del professorone (lo avrà sconfessato?) e ne darei una copia ai dirigenti politici di destra, centro e sinistra, perché capiscano come il pozzo nero in cui è precipitato Giancarlo Masciarelli, con amici compari sodali e protettori, era già previsto e annunciato. Ma i politici pescaresi non leggono testi di economia (né d’altra materia) né ricordano le disinvolture didattico-professionali di economisti che da bravi intellettuali-squillo sono pronti a servire «particulare» e partiti. Ci sarà da meravigliarsi se il successore di Masciarelli sarà Pino Mauro, che fu suo predecessore? Scommettiamo, mon hypocrite lecteur?

 

IL magazine del Corriere della Sera, una vetrina montenapoleonica di mondanità  per plurieurati (neologismo per miliardari), ha tra le rubriche quella di Effetti Speciali in cui registra i valori di borsa dei «benvestiti» (il pavone d’oro) e dei «malvestiti» (il tacchino d’oro). Nel numero del 21 settembre, dopo cinque signore, la classifica si illumina di un figurino maschio, così immedagliato: «Attentissimo alle sfumature. È riuscito ad allineare camicia, cravatta e portaocchiali. Da ruota di Pavone». Chi sarà mai questo galliforme? Valentino? Flavio Briatore? Il duca Nuvoletti? Ma no. E’ proprio lui, l’ineffabile Fausto Bertinotti. Una soddisfazione che levati. Roba che per un cassintegrato Fiat o un disoccupato di Scampia o un raccoglitore senegalese di pomodori nell’agro di Foggia è motivo di vanto. Di lacrime agli occhi. Di «viva la rivoluzione» ché ce l’abbiamo fatta.

Ma la rubrica del Corriere ha preso a cuore Lord Fausto Brummel Bertinotti e il 3 novembre, tra i benvestiti, annovera di nuovo a colpo sicuro i coniugi Fausto e Lella, ritratti con panni abbinati sul rosa «che fa tendenza». Non c’è che dire, il leader rifondarolo è coerente anche nel colore con la pastafrolla di cui è materiata la sua idea della politica.

 

QUINDI Vittorio Emanuele di Savoia sparò, ammazzò il giovane tedesco Dirk Hamer, imbrogliò i giudici di Parigi (di Parigi, non di S.Valentino Citeriore!). Lo ha detto lui, in una  cella del carcere di Potenza, durante una delle sue performances etilico-guasconiche. Lo storico Antonio Spinosa, condannato a pagargli cento milioni di lire per averlo scritto, l’ha querelato per riavere il maltolto. Anch’io, come qualche lettore ricorderà, fui querelato, ma il principone, bontà sua, ritirò la querela. C’è da riflettere su quest’apologo italiota e sullo scampato pericolo di avere oggi come capo dello stato il savoiardo dalle fucilate facili. Peccato che i lettori de Il Centro, che pubblicò il mio articolo incriminato, non sapranno nulla. Avevano una primizia da gustare, ma meglio di no. Non è mica un pastaio, solo un principe. Scaduto per di più. E poi sui Savoia e su Masciarelli meglio il silenzio. Quando si dice la libera informazione.

 

PER un viaggio a Lourdes di malati a cura dell’UNITALSI la RAI di Pescara manda in onda alcuni servizi. Commette ahinoi l’imprudenza di inviare per la bisogna Franco Farias, bravo senza dubbio, e colto per di più, melomane agguerrito, ma veltroniforme come pochi, buonista al caramello  da Cuore deamicisiano, telecronista uliginoso di zucchero e miele. Ne sono usciti servizi conditi di retorica strappacore, interviste agrocomiche, scene dolenti commentate come babà al rum. Bastava inviare solo un bravo tecnico per riempire il video di quelle immagini. Nude, senza parole, senza domande. Stipate di eloquenza drammatica, più di mille discorsesse.

 

 

A MONTESILVANO si tiene il congresso dell’USIGRAI. I servizi mandati in onda dalla RAI regionale per quattro giorni hanno mostrato il ministro Paolo Gentiloni in mille posture, da destra, da sinistra, frontalmente, dalla nuca, di profilo, sorridente, arringante, concionante, dal tavolo della presidenza, seduto in platea, in mezzo ai congressisti, con

fascicoli in mano o sulle ginocchia, compiaciuto, ultrapago, trionfante, ecc. Non c’era altro da riprendere in tale fondamentale congresso?

 

A NON ricordo quale manifestazione pubblica, la presidente della provincia dell’Aquila e il sindaco di Sulmona recitano brani di poeti «da par loro», secondo le parole del telecronista RAI. Che vuol dire «da par loro»? Non essendo attori o fini dicitori di professione, avranno gelato o divertito la platea con le loro inflessioni dialettofone, con i loro strazi ortoepici, con letture cantilenanti. Quindi da cani. Voleva gratificarli lo zelante commentatore o prenderli per il bavero?

 

HANNO ragione il notaio cruscante di Caramanico, Andrea Pastore (che fine ha fatto la sua proposta di presidenza dell’erigendo istituto nazionale di linguistica al  Signore e Idolo di Arcore?) e il leguleio Nazario Pagano (un po’ schizoide, bombarda di accuse il centrosinistra ma in una trasmissione televisiva spalma nutellate di complimenti sull’inascoltabile Falstaff Di Matteo) a sciprignare, a frustare pubblicamente i governanti del centrosinistra? Molto poca, se l’attuale assetto amministrativo della regione è la copia conforme del precedente di centrodestra, la continuità di indirizzo e di comportamenti è cadavericamente immobile, simile l’assenza di regole che non siano quelle dell’arbitrio, del malcostume, dell’assenza di ogni decenza. Ma sulla giunta di Ottaviano Augustolo Del Lurco hanno ragione. Della genia di sindacalisti che invadono la politica è il peggiore. Non ha un grammo della furbizia cinica di Marini né uno zinzino del salottierismo catturamerli di Bertinotti, ma soprattutto non è capace di mascherare la fralezza della sua ratio studiorum. Il suo birignao saccente e paternalista è insopportabile, le sue sortite similculturali sono imbarazzanti, il suo clientelismo è da infimo impero (Gaspari non lo ammetterebbe nella sua Scuola di Formazione di Gissi). Un connotato prevalente nella  (neg)azione del governatore potrebbe essere contenuta nel verso di Dante: fé lecito suo libito.

In virtù del suo personale capriccio, della sua libidine di governatore incontrollato, Del Turco ha rinverginato l’antico imperatore Caracalla, che munificava di laticlavio il suo cavallo. Il Caracalla di Collelongo, avendo a disposizione solo asini, ha beneficato costoro. Solo così si spiegano gli incarichi, le nomine, le deleghe, le promozioni, all’insegna della cervelloticità autoreferenziale o della fantasia privata o della somaraggine meritocratica: da ultimo la presidenza alla nuova società di «bande larghe» per Lamberto Quarta. Quali competenze ha questo signore? Di che raffinato patrimonio tecnologico è in possesso? Da quali scuole o master o alte specializzazioni proviene? E’ facile ironizzare, ma qui più che di bande elettromagnetiche  o musicali ci si trova dinanzi ad altro genere di bande e la politica- è amaro dirlo- si presenta come fenomeno di «stretto» banditismo. O, ad essere teneri, di bande del Pignataro. Ma addò sta Zazà?

 

UN PREMIO locale all’insegna della carità (?), il Ciatté d’oro, viene dato ad alcuni benemeriti. Passi, che il guiderdone venga assegnato alla veneranda Filomena Delli Castelli, una reliquia vivente della DC d’antan, un’icona da guerra fredda. Ma che venga insignito di riconoscimento pubblico il prof. Nicola Mattoscio, presidente della Fondazione Caripe, ha dell’incredibile. Ma come, senza particolari meriti né sociopolitici né accademici, nudo di competenze professionali, onusto soltanto di titoli derivanti dalla sua iscrizione ad un partito, viene premiato e proposto ai cittadini come esempio preclaro di virtù civiche? Forse per aver cofondato  (o ispirato) la facoltà patacca delle Scienze Manageriali? Ma, mentecatti di giurati che avete distribuito le benemerenze, non vi sembra che sia già stato premiato a iosa un signore che, solo perché tesserato diessino, viene issato sulla cadrega ambitissima di presidente della Fondazione, poi su questa e su quella di presidente della Cassa di Risparmio (unico caso in Italia, almeno come durata), infine installato ferreamente su quella della Fondazione, che eroga quattrini pubblici a destra e a manca, a mo’ di befana, con criteri malcontrollati e non trasparenti? Mi accadde di incontrare in una manifestazione pubblica un esponente del partito che ha trasformato in Re Mida il Mattoscio, gli chiesi quando sarebbe finito lo scandalo di un ente pubblico diretto così a lungo da un personaggio simile, che, lo ricordiamo agli immemori, conseguì la sua laurea in economia e commercio a spese del Banco di Napoli, dove non si faceva vedere mai grazie a compiacenti certificati medici. L’esponente, più sorpreso dalla mia ingenuità che dall’evidenza dell’inciucio, mi rispose: ma Giacumì, vuoi scherzare, Mattoscio ha le chiavi del bottegone, finanzia tutti, è una potenza…Non lo incalzai ricordandogli che il suo partito aveva conquistato consensi presentandosi come forza di cambiamento dei metodi forchettoneschi del partito di maggioranza e che, con tali comportamenti, confermava l’andazzo di un tempo, anzi militarizzava incarichi che nel passato non erano del tutto disgiunti da qualità umane. Mattoscio ‘n se tocche, fu la freccia del Parto del mio interlocutore. E’ un tabù, un totem per la tribù dei Servitori del Popolo. Quelli che arraffano, acchiappano, s’abboffano, s’impaludano di reciproche complicità, estendono la longa manus sul bene pubblico, considerato come la manomorta di ecclesiastici fin dal Medioevo. E non fuggono. Insaziabili sì, ma né matti né fessi.

 

                                                                               Giacomo1939@alice.it

 

 

 

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Finanziaria 2007

ancora una volta i padroni ridono!

 

I vincoli dell’Unione Europea si sono stretti al collo della Finanziaria 2007.

L’abbattimento prioritario del rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo sotto il 3% e la riduzione del debito - già presenti nel Documento di Programmazione Economico Finanziaria del governo - sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere attraverso tagli alla spesa pubblica e reperimento di risorse. Un vero e proprio furore ragionieristico con cui anziché ridistribuire ricchezza, si rastrellano miliardi di euro andando a prenderli lì dove sono: dai salari, dagli stipendi, dalle liquidazioni e dalle pensioni del lavoro dipendente, subordinato e a collaborazione.

I vantaggi per lo Stato

I tecnocrati di Stato devono rendersi presentabili a Bruxelles e proseguire sulla strada del "ritiro" dello Stato dalla spesa pubblica per favorire le privatizzazioni. Infatti, si collocano per ora sulla linea dei tagli, oltre il già acquisito tetto del 2% nel rinnovo dei contratti nel P.I., il ridimensionamento della amministrazione pubblica nel suo complesso (2,83 miliardi), la riduzione della spesa sanitaria (3 miliardi) e dei trasferimenti alle amministrazioni locali (4,3 miliardi), infine 5,3 miliardi di tagli sulla previdenza. Sulla linea invece del reperimento di risorse, si collocano per ora la rimodulazione dell’IRPEF, l’aumento dei contributi previdenziali, l’aumento dell’imposta sul risparmio, il collocamento in un fondo del Tesoro del 100% del TFR lasciato dai lavoratori nelle aziende oltre i 50 dipendenti e del TFR mai versato ai lavoratori pubblici (5 miliardi). Una vera e propria operazione da "pago anch’io? Sì, tu sì!" a danno dei lavoratori per finanziare il debito e le opere pubbliche. E le missioni militari all’estero.

I vantaggi per le imprese

Una volta assicurati gli utili alle casse dello Stato, si tratta di garantire gli utili al capitale industriale e finanziario del paese, sempre pronto a finanziarsi col denaro pubblico. Le imprese incassano così la riduzione del cuneo fiscale (non pagando più alcune imposte ed alcuni contributi), trattengono il TFR dei lavoratori che resta nel 99,5% di esse, riceveranno le compensazioni per il TFR transfugo verso il Tesoro ed i fondi di categoria ed infine gli utili derivanti al capitale finanziario dagli investimenti fatti dai fondi pensione col TFR dei lavoratori. Si consideri che l’eventuale TFR entrato nelle casse del Tesoro, potrebbe essere speso anche per finanziare infrastrutture utili alle imprese magari tramite i carrozzoni come Sviluppo Italia. Insomma un gran bel bottino, senza dare nessuna garanzia di investimenti in occupazione ed innovazione.

Gli svantaggi per i lavoratori

E il sostegno al potere d’acquisto dei lavoratori, il sostegno alla domanda, dov’è?

Non c’è!!

La demagogica politica di rimodulazione dell’IRPEF, che viene spacciata per un inesistente guadagno fiscale per il lavoro dipendente, l’aumento dei contributi previdenziali, l’aumento delle imposte comunali, l’aumento dell’imposta sul risparmio, i tickets sanitari, insieme a scarse prospettive di rinnovo dei contratti di lavoro, prefigurano un pericoloso impoverimento delle condizioni materiali di vita delle classi più deboli, costringendole ad un inevitabile indebitamento sempre più diffuso e crescente. Quello che infine passa per sostegno alle famiglie non è altro che un mero adeguamento all’aumento dei prezzi dei servizi sociali. Né sono di secondo piano i danni che derivano dall’abbassamento della qualità della scuola pubblica in seguito ai tagli di personale ed all’innalzamento del numero di alunni per classe. Una scuola misera per una misera scuola. E lo stesso si può dire per l’università ed i trasporti.

La "vittoria" del sindacato confederale

Eppure c’è chi canta vittoria. L’impianto interclassista della Finanziaria dà infatti l’illusione che "i ricchi piangano" veramente ed ammalia partiti della sinistra di governo e soprattutto i sindacati confederali, i quali, pur di superare la sindrome del governo amico, si rendono disponibili ad agire da veri e propri partners della maggioranza nel legiferare sulla finanziaria, nel firmare furtivamente memorandum sulla previdenza dal 2007. Essi non si curano affatto di frenare e contrastare una politica economica che trasforma il salario in assegno di sopravvivenza, dà in pasto al mercato finanziario pensioni e liquidazioni, tassa punitivamente il risparmio per trascinarlo verso le voragini della Borsa. No, in questa finanziaria non vi è alcuna redistribuzione della ricchezza, non vi è alcuna tutela del reddito immediato e futuro, né della contrattazione futura, né un impegno concreto per spezzare la catena della precarietà e della clandestinità che rende schiavi tanti lavoratori italiani e migranti.

Mobilitarsi! Occorre mobilitarsi! Nei luoghi di lavoro e nelle organizzazioni sindacali, nel territorio e nei luoghi di aggregazione, negli organismi di base e nell’associazionismo culturale e sociale autogestito.

Per fermare l’abbraccio mortale del partneriato governo-sindacati, per costruire un’opposizione dal basso alla Finanziaria, per impedire che il disagio sociale ed il malcontento finiscano nelle spire eversive della destra di sempre.

Manifestazione nazionale STOP Precarietà il 4 novembre a Roma

Sciopero generale nazionale e manifestazione contro la Finanziaria il 17 novembre a Roma

 

FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI
25 ottobre 2006

 

 

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ORIANA FALLACI

 

L' Opinione/// L' ULTIMA CREATURA DEL " GUERRIERO" ORIANA FALLACI*** di Teresio Zaninetti

 

" PENELOPE ALLA GUERRA", il romanzo con cui esordì nel '64, dà la misura di ciò ke O. Fallaci, sua  autrice, continuerà ad essere. E' nata come scrittrice, con l' " h a b i t v s " della femminista, della donna in lotta x l' emencipazione femminile. 1 donna in guerra, dunque, ke come tale, muore.

NN ci interessano molto, quì, gli aspetti giornalistici: giornalista e scrittrice, quì fanni tutt'1 con il personaggio ke la donna ke lo incarna si è costruito e portato con sé fino alla fine della sua vita. 1 miscela, si potrebbe dire. Ma anke semplicemente 1 donna ke si è trovata dentro il proprio tempo e ke ha dovuto fare i conti,+ volte, con la storia. Raramente, forse, con sé stessa. Ki scrive, di frequente nn possiede sé stesso e si pone al servizio altrui, ke ci riesca o -. Forse era proprio questo ke induceva la giornalista a fare la scrittrice : lì, in quell'ambito, poteva, come si usa dire , " s f o g a r s i " . Quanto di vero, però, vi sia in questo " s f o g a r s i " nn è possibile saperlo. Xké in realtà, O. Fallaci era anke e sopratutto una " s t a r " ke sfortunatamente, il " m e s t i e r e " portava a doversi ridimensionare di fronte a celebrità a lei superiori. NN ha mai avuto, come invece disse lo psicoanalista Aldo Carotenuto x P.P.Pasolini, " l ' i n c o n t r o - c o n - s é - s t e s s a " ( ke in gergo si kiama " O m b r a " ) e, se si sta ad alcune dikiarazioni lapidarie di  Cesare Musatti, nn era ke 1 donna piena di numerose e conflittuali ambizioni x le quali avrebbe sempre voluto essere " s u l l a - c r e s t a- d e l l ' o n d a ".

" C' è 1 questione di vita o di morte, nel n/ s mestiere " annotò E l i o   V i t t o r i n i  nel suo " D i a r i o    i n    p u b b l i c o ".

Ecco :

O. Fallaci ha gettato tutta séstessa all' interno della,  vita come qualsiasi guerriero e/o soldato, sa ke, essendo in guerra, può anke trovare improvvisamente e brutalmente la morte. In quegli anni, giormalismo e cultura si muovevano su questi livelli. E' x questo ke O. Fallaci nn ha mai tradito né smentito sé stessa. Il terribile disastro del libro  " U n      u o m o   " , lo sciagurato "   I n s c i a l l h a " , ke è molto probabilemte il motivo x cui dovette rifugiarsi in AmeriKa in cerca di protezione, sono di certo i capisaldi ke il suo stesso personaggio l' aveva portata di fronte ai riski peggiori. I quali, in ogni caso, fanno di lei 1 donna e 1 personaggio 1nici, difficilmente imitabili. In questo senso la "  s t a r  " ha saputo diventare anke 1 autentico    " m i t o ", fra il moderno e l' antico, fra il classico e il frutto inevitabile e inesorabile del proprio tempo.

Poi c'è la malattia, " L  ' A l i e n o ". Qualcosa che hde anke a Tiziano

Terzani : entrambi furono "  i n v i a t i - d i - g u e r r a " ; tuttavia terzani si scrollò di 1 parte di sé e, con la malattia, trasformò completamente sé stesso. Può essere ke i troppi morti ke aveva avuto modo di vedere, l' avevano corroso dentro fino al ripudio della guerra, DI OGNI GUERRA. O.Fallaci e T.Terzani costituiscono 2 esempi notevoli, singolari, ke mettono a nudo il proprio tempo ed il suointrinseco kao$, spesso irrespirabile. Entrambi, sicuramente, hanno talmente assorbito imali del loro e del n/ s tempo fino a esserne  mortalmente feriti.

 E' il destino di ki si avvicina troppo al fuoco x vederlo meglio e ne rimane $Kottato, quasi punito. E' il risKio del mestiere. Ma è anke ciò ke l' esperienza ti fa guadagnare in ricchezza interiore. Di tutte le pagine incandescenti di " ORIANA  FALLACI INTERVISTA  ORIANA  FALLACI" , uscito nel 2004 in abbinamento con " Il Corriere della Sera" , aklcuni .i   ke  esulano in sé dalla cronaca, dall' invettiva, dal rancore, anke dal furore di 1 donna ke ha visto e vissuto molte cose; ke ha compiuto interviste audaci e giornalisticamente " a g g r e s s i v e " , dal taglio tipicamente     a m e r i K a n o      + ke toscano; alcuni .i toccano veramente il fondo, del cuore e dell' anima, rivelandoti, in 1/2 alla marea di tante altre cose, la verità inconfutabile e incontrovertibile di ciò ke sta alla base sia del personaggio, sia dell' essere umano ke vi è dentro, come imprigionato in 1 sua propria gabbia. Allora, quell' essere e mettersi al servizio altrui, acquista 1 nuova connotazione, ke nulla ha a ke fare né col narcisismo né con il bisogno di kiarezza di cui ognuno- come hdde a T. Terzani- dovrebbe impregnarsi. Immedesimarsi troppo nel proprio personaggio nn è né ambizione, né senso di libertà e/ o di successo. Ecco quella ke, a n/s parere, è la perla viva e grandiosa di " ORIANA FALLACI  INTERVISTA  ORIANA FALLACI " , ke si trova tra la pag.121 e la pag.122 :

 

"  D a    g i o v a n e    c r e d e v o     d  '  e s s e r e    l i b e r a    ,    a g g i u n s i     .    M a    n o n    l o    e r o   .    M i    p r e o c c u p a v o    d e l    f u t u r o    ,    m i    l a s c i a v o    i n f l u e n z a r e    d a    u n    m u c c h i o    d i    c o s e    o    p e r s o n e  , e    i n    p r a t i c a    n o n    f a c e v o     c h e    o b b e d i r e.    A i    g e n i t o r i    ,    a i    p r o f e s s o r i  ,    a i     d i r e t t o r i    d e i    g i o r n a l i    d o v e    l a v o r a v o    g i à    a    d i c i o t t o    a n n i . . .    D a    a d u l t a    c r e d e v o    d  '  e s s e r e    l i b e r a.    M a    n o n    l o    e r o.    M i     p r e o c c u p a v o   a n c o r a     d e l    f u t u r o,    m i    l a s c i a v o    c o n d i z i o n a r e    d a i    g i u d i z i    m a l e v o l i ,    t e m e v o    l e    c o n s e g u e n z e    d e l l e    m i e    s c e l t e...O g g i    n o n    l e    t e m o    p i ù.    I    g i u d i z i    m a l e v o l i    n o n    m i    c o n d i z i o n a n o    p i ù,    i l    f u t u r o    n o n    m i    p r e o c c u p a    p i ù.    P e r c h é    d o v r e b b e ?    E '    a r r i v a t o    o r m a i ( . .- . . )    c o n    l e    e s p e r i e n z e,    l e    i n f o r m a z i o n i    ,    i    r a g i o n a m e n t i    c h e    a b b i a m o   a c c u m u l a t o    ,   t u t t o    s i    è    f a t t o    p i ù    c h i a r o    .    o    m o l t o    p i ù    c h i a r o  ( . . . . ) .    S o n o    t r o p p o    c o n v i n t a    c h e    l a    V i t a    s  i a    b e l l a    a n c h e    q u a n d o    è    b r u t t a,    c h e    n a s c e r e    s i a    i l    m i r a c o l o    d e i    m i r a c o l i ,    v i v e r e    i l    r e g a l o    d e i    r e g a l i    "   .

 

 

T e r e s i o      Z a n i n e t t i( 1 5  S e t t e m b r e  2 0 0 6 ) -

 

 

Presentato da Gianni Donaudi

 

 

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 Minus do e/o do Minus

Minusculo-Minutio-Diminuizio-Minosse-Minotaurus

 

Dio-Minusculo,  Harpocrate, rimane taciturno: è offeso da sua evidenziata “piccolezza”!

“Un DIO è un DIO” dice la sua bocca alle sue orecchie........... “perchè tacciarmi di MINUS e CULO? Per denigrarmi?”

Dio-Maiusculo (i romani ne avevano-hanno 12, sei maschi e sei femmine): Dii-Maiores.     I mortali vivevano all’ombra di tanta genia e cercarono di dissipare alcuna oscurità. Alcuni vi riuscirono tanto bene da voler esser confusi con la soprannaturalità: intendevano santificare il loro status-elevato e confermare-reprimere gli stati-sottostanti.

La convenienza dei primi conviveva con la sopravvivenza dei secondi, mentre alcuna categoria terziaria di intermediari-mezzani rirosicchiava ossi, prima che giungessero spolpati ai diseredati.

 

Bisogna arrivare all’81 per scoprire che Domiziano amò-scelse-e-pretese il titolo di Dominus-et-Deus, anche nelle lettere e negli editti.

Che Romulus et Caligula amarono dirsi-mostrarsi quali Dei è cosa acclarata quanto ridicola e ridicolizzata........... che Domitianus vantò d’essere Dominus-Deus è cosa non molto evidenziata dagli storici, i quali hanno il pregio di affardellare molte notizie una appresso dell’altra finchè altri non vedono a terra tanta di quella documentazione onde si apprestano a scalciarla........... anche perchè la storicità degli Storici è .......... è idiota storicamente, proprio in forza dell’autodefinizione.

 

Ancora Suetonius-Tranquillus, contemporaneo di Domiziano, e già il precristiano Cicero dicevano domus-e-dominus intendendoli diversamante da paradiso-e-DivinitàClericale, eccezioni polisemiche dovuteci da Orosio e conscribi ecclesiastici suoi.

La scacralità del dominus-padrone nella ieraticità olimpica di Deus era da ribadire e Domiziano sarebbe stato il primo a fissarla-esplicitarla-ribadirla-definirla.

 

Che la sacralità cristiana-cattolica sia adusa a miracoli semantici, ad appropriazioni linguistico-funzionali è cosa notoria, è un aratro che ha voltato-volto, col cultro, le zolle di tutte quelle terre e territori che del cristianesimo han fatto bandiera e signum.

Domiziano pretese d’esser detto DOMINUS_ET_DEUS..........

I Cristiani dicendo Dominus già dicono Deus, e solo intendono quello loro!

 

Noi che di case non ne abbiamo, che di domus neanche ne abbiamo, che mai potremmo esser detti Domini........... ci riscopriamo gestori-fruitori di una dominicità-domenicale-sacrale-divina .......... onde dire signore già diciamo Signore!

Quanti rivolgendosi ad altri, senza saperne alcuna valenza sociale, amano dirli-definirli “signori” .......... senza esser immemori di Signorilità altra, Signorilità celestiale e .......... . E viceversa.......... .

Quanti dicendo-dicendosi dominus non sottintendono-pretendono Dominus........... e dicendosi dominus alludono alla sacralità del loro status-sociale?

Quanti nel volgare, succeduto al latino, invece di dominus si dicono padroni, padroni-di-casa o di fabbrica o padroni-di-capitali-vari non intendono-pretendono-vantano UNA-PADRONANZA-ATAVICA-DI-DOMINUS.

 

Furon nobili per sacrale destino, divennero borghesi-padroni per........... sempre per divina predisposizione e determinazione.

Si son appropriati di Beni e si son fregati altri Beni e si son appropriati-fregando anche della semantica valenza di padronanza-divina.

 

Poi.......... poi ci son sempre quelli che non essendo padroni non avranno a vantare sacralità alcuna, nè avranno a poter quindi pretendere neanche decenza alcuna........... . Poi.......... poi ci son quei che, veri mezzani, traggono guadagno nel mediare i predetti due gruppi-sociali. Loro compito è quello di ciarlare e testificare con pedanteschi arzigogoli vari che la signorilità è......... che il dominus è.......... che la e le e gli ed i ed li................ abbaiano-abbaiano-abbaiano-abbaiano.............. pare vogliano fermare la splendente luna nel suo corso nel nero cielo notturno.

 

  

Ma la luna poco si cura di tanti latrati e, mai sempre piena e mai sempre ferma, continua ad affratellarsi alla continua pena di Bruno che di pene ebbe a soffrirne per via e per grazia di troppo-eccessivo-clericalismo.......... e non solo lui, e non solo soffrì ........ come tant’altri i quali, pur sopportando tanta dominicità, mai odiano mortalmente il manto delle cappe dei Domenicani, nè Dante stesso detestò oltre la “fatica” tanto ammantante manto.

 

Dominus-Padrone e Deus-Dio: evolvono!

 

Ma solo, unico, eccezionale è questo fenomeno?

 

Noi si crede che una punta abbia un seguito che la spinge e sorregge e che gode di varchi creati ............ .

 

Non solo Domitianus si piccò di sublimità, forse anche la sua cricca, quella che lo serviva, come tutte le cricche che servono i........ i potenti. Li servono caninamente.

Spesso servono con dosi di sciocchezza e futilità, magari letali.

 

Quando Domiziano, dominus et deus, impartì al suo console l’ordine di ............... allora subito il console si sentì investito di autorità divina, così il decemviro o il vigesimo-sesto-viro.......... “viri” di numerabilità maggiore non ne abbiamo notizia........... ed il decurione ed il miles-gloriosus vide quadruplicarsi lo stipendio e le delaziones aumentarono e .............. quelli che volevan stare sopra il carro furon tanti che il carro andò in sfracelo, tanto fragorosamente che i sottostanti pensarono ad una equa determinazione attuata dal vero Juppiter, vero Dio.

 

Anche i vari lacchè dell’imperatore Domiziano, dominus et deus, si sentirono meno lacchè: essi leccavano un dio-padrone e...........

Ma i lacchè son pur sempre lacchè!

Come nani che si assidono sul colle per sembrar più alti..........

Come.......... ma da quale evidenza è chiarificata mai la loro dignità?

La gerarchia, la scaletta dei valori intrinsecata nei gradini vari, è di una squisita equità!

Equità eculea. Eculea o equulea, cioè sempre cavallina più che cavalleresca.

Eculeus è quello strumento creato con un tronco cui vengono chiodati quattro bastoni a mò di zampe di cavallo. Equità-Eculeo o strumento di tortura atto a stirare i quattro arti degli umani pazientati, dei condannati alla pazienza al patior pateris, passus sum, pati.......... scrive Tertulliano-clericale che non poteva fare a meno di non possum pati quin.......... nullum patiebatur esse diem quin....... non lasciava passar giorno senza........ ovvia alcuna patia acclarata poi nel solo medioevo inquisitore di verità questionate per tormentum............... o Domitianus-Dominus-Deus.................. .

 

Ed Archimede pretese un punto onde stravolgere-inclinare la sua piatta terra........ onde i suoi seguaci si sentirono confortati da tanto Principio che stravolsero i loro tavoli.

Solo Vico trae gloria dal suo tavolo di lavoro e tanti riconoscono i sudori proficui ivi depositati.

Quanti, (tutti?), si nascondono dietro scrivanie ove troneggiano scritte quali Ing. Dott. Prof. .......... e volentieri aggregherebbero la dicitura DEUSSIANA della lor professione, immemori che la regina delle professioni è femminile, anzi donnesca, cioè matronale o signorile di signore le quali, se Bruno ha ragione, “tanto più son pregne tanto più sogliono appetere al coito”. Coito che la religione indiana, una religione indiana, vede quale sacramento religioso.

Fan professione e vantano sacralità indiana?

Ma se neanche conoscono i pellirossa?

Ma se confondono Manitù con un Pranoterapista?

Ma se mai osano attendere d’esser detti dotti.......... subito e vilmente lo prepongono, lo antepongono quasi fosse una morfina loro che sonno non dona e che riso induce........ induce riso a quanti li riscoprono figli di quella genia di servi romani che erano la sola “classe” romano-latina ............... esisteva il dominus-deus e .......... gli altri eran tutti servi........ consenzienti e dissenzienti.

I lacchè erano e sono servi consenzienti e gratificati......... diamo loro ooosssssaaaaa.

                                                                                                                       Stelio.

 

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