INDICE - IL SALE - ANNO 1 - N.°6


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* PERCHE' IO HO VOTATO

* BREVE STORIA DELLE ISTITUZIONI POLITICHE IN OCCIDENTE

* APPELLO AGLI ATTIVISTI SINDACALI ANARCHICI E LIBERTARI

* IL C.P.A. OBELIX

*LA RIVOLUZIONE PERMANENTE

* LASCIATECI LIBERI DI VIVERE

* LETTERA SULLO SPORT ODIERNO

* Pagina proposta da "Nuvola rossa"

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Perché io ho votato

di

Enrico Santangelo


Non avrei mai dato un'indicazIone di voto, ovviamente, ma una confessione a posteriori posso farla. Di fronte a gravi dilemmi del tipo,

a: non votare tanto è inutile (una visione rivoluzionaria o comunque antagonista non può accettare in blocco i dualismi imposti da questo sistema elettorale);

b: votare sì, con in vista il pericolo più grande, l'ascesa delle destre;

c: votare sì, ma non per questo prostituire il proprio voto (a vantaggio semplicemente del "meno peggio");

... orbene, in questo contesto così ambiguo, un voto ridato nuovamente a Rifondazione dopo svariate tornate elettorali ha avuto per me più di un senso:

a: il senso di riaffermare una presenza comunista in un Parlamento che rischiava di annullare per sempre questo pensiero (di qualunque spessore fosse poi questa presenza, era la condizione essenziale per pensare a tutto il resto: esistere);

b: il senso di esprimere una posizione "antagonista" (non sappiamo quanto "terrà" la voglia di opposizione di Bertinotti, ma ora c'è e prima non c'era);

c: il senso di esprimere un'opposizione ad un centro-sinistra che non si autolegittima per il solo fatto di porsi come il "meno peggio" (quel "qualcosa di sinistra" purché si dica invocato da Nanni Moretti non è stato detto da D'Alema, anche se stranamente oggi il patito di sacher torte premiato a Cannes sgrida Bertinotti, e noi continuiamo davvero a farci del male);

d: il senso di essere la sola alternativa di Berlusconi, e non la sua versione riveduta e corretta (da Rutelli avremmo avuto la stessa politica delle privatizzazioni, della flessibilità, della globalizzazione, del Patto Atlantico ecc.);

e: il senso di avere eletto principalmente dei Parlamentari, ossia dei rappresentanti del popolo, e non avallato nei fatti una logica presidenzialista che pretende di far eleggere direttamente il Presidente del Consiglio (il che fa rabbrividire in sé).

Questo che non è - ovviamente - il massimo degli entusiasmi, si basa su un atto di fede: sperare che Bertinotti continuerà ad ascoltare la sinistra del partito e non le lusinghe dell'Ulivo, anche in un'ipotesi di fronte comune all'opposizione.
C'è del resto nella Segreteria di Rifondazione una sorta di "conversione sulla via di Damasco", dai tempi in cui Bertinotti favoleggiava sul suo "treno rosso" che avrebbe spostato a sinistra il fronte prima dei Progressisti, poi dell'Ulivo. Il pericolo delle destre - sbandierato come uno spauracchio - faceva sì che si scendesse (questo sì in modo "progressivo") a compromessi di non belligeranza con il centro-sinistra per arrivare agli squallidi accordi di desistenza.
Ricordo che durante un corteo a Roma facemmo il coretto mentre passava il Segretario: "Fausto... meglio soli... !"
Il Fausto si girò e ci ammonì con tutta la sua erre moscia: "Ma allora vogliamo far vincere le destre?!"
Quel ragionamento allora gli sembrava ineccepibile. Ora non la pensa più così.

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Breve storia delle

istituzioni politiche in

occidente

di Simone Paolini

intende la possibilità di disporre delle cose; potere politico è la possibilità di disporre delle cose relative alla vita di una società organizzata. Tradizionalmente si individuano tre tipologie del potere politico: il potere legislativo, cioè quello di produrre leggi, il potere esecutivo, quello di farle applicare e il potere giudiziario, cioè quello di farle rispettare.
Oggetto di questo breve trattato sarà l'analisi comparata dei principali sistemi politici che hanno avuto il merito e la forza di costituirsi in istituzioni durature. Esamineremo, con uno sguardo ampio e immune da pregiudizio, la genesi d'ogni forma di potere, dal più dispotico al più liberale, senza esprimere per questi giudizi di condanna o approvazione. La differenza tra gli autori antichi e i moderni sta proprio in questo: costume degli antichi era trarre dalle loro storie un esempio morale, ogni fonte, indicando grandi esempi, aveva il proposito di educare l'uditorio. I moderni, per un certo senso d'indolenza e rassegnazione, hanno smesso di dare valore didascalico alle loro storie; essi hanno rinunciato a sforzarsi di cercare di rendere migliori gli uomini, ma sottilmente hanno fatto passare il loro giudizio dalle persone ai periodi storici e alla foro organizzazione politica. Migliore può essere lo stato, il governo, le leggi, ma non gli uomini, e ciò è tanto più vero in quanto si ritiene che bene e male siano entità impersonali, non legate ai singoli ma proprie degli organismi sociali; una traslitterazíone del giudizio che porta lo storico ad esprimere la propria preferenza o condanna per questa o per quella organizzazione sociale, non più a rendere esemplari, nel bene come nel male, le vite degli uomini illustri.
Noi, per quanto è nelle nostre facoltà, non indulgeremo in questo tipo di studio, ci sentiamo più vicini allo spirito degli antichi; poco c'interessa di persuadervi dove sia il meglio, ma vorremmo, per puro amore di verità, mostrarvi come nascono le istituzioni politiche, come si sorreggono e, se possibile, quali siano state le motivazioni che le hanno legittimate e rese durevoli; tralasceremo, invece, il rendiconto sui personaggi della storia, che tanta parte occuparono nelle cronache e nelle rappresentazioni d'arte di un tempo.
Trattandosi di un'analisi comparata non sembrerà inopportuno cominciare dalle origini delle attuali istituzioni politiche, mentre, in seguito, si passerà all'osservazione più diretta di quelle antiche. Tuttavia, per non fuorviare i lettori, occorre chiarire sin dall'inizio l'argomento centrale della nostra ricerca. Finalità di questo scritto è la caratterizzazione del potere politico. Che cosa sono, infatti, le istituzioni se non la modalità di cui si riveste il potere? Quando si osserva un sistema sociale organizzato occorre innanzi tutto domandarsi chi detenga il potere politico, come esso venga esercitato e soprattutto quale ne sia la natura. In generale con il termine potere si

Già in questa suddivisione, però si incontrano le prime difficoltà. Esse derivano dal diverso significato che negli ultimi tre secoli ha avuto l'espressione potere esecutivo - detto anche e meglio di governo - -mentre ancora nell'antichità non se ne aveva una precisa nozione, poiché lo si considerava tutt'uno con il potere di creare le leggi. La sua individuazione e separazione dal potere legislativo, che è merito del pensiero illuminista, ci consente di differenziare le attività di governo da quelle di produzione delle leggi. Nel XVIII secolo all'autorità esecutiva era demandato il compito esclusivo di trattare gli affari internazionali - il re, il doge, il primo ministro dichiaravano guerra, trattavano la pace, firmavano accordi con gli altri stati. Dalla foro amministrazione dipendeva anche la raccolta delle imposte, che andava a finanziare le attività di governo, vale a dire il pagamento dell'esercito e il mantenimento della casa reale. E da ciò, si vede bene, non si trova nessun rapporto dell'attività di governo con l'attività legislativa, la quale, nella sostanza, anche se in modo ancora poco consapevole, era avulsa dall'autorità del sovrano; in ragione di ciò, e anche se può apparire strano, non sosterremmo cosa falsa se affermassimo che nelle monarchie e nelle aristocrazie degli stati dell'occidente cristiano, il sovrano non aveva l'autorità per creare le leggi.
Proviamo a chiarire questo concetto osservando lo stato del diritto in quell'epoca. Nelle relazioni tra i privati in Europa settentrionale vigeva il diritto consuetudinario, determinato dagli usi delle singole comunità; nell'Europa meridionale il diritto romano, rimasto valido nei secoli; il diritto civile aveva dunque un valore tradizionale molto marcato, e già a quel tempo sarebbe apparso anomalo che il monarca volesse imporre la propria volontà nell'ordinamento delle relazioni private. I rapporti tra gli stati erano invece regolati dal cosiddetto diritto delle genti, e solo a questo era data attuazione dal potere esecutivo, che agendo concretamente si sottometteva a norme che non poteva imporre di sua iniziativa; altra fonte del diritto, e senz'altro la più rilevante, erano le leggi di origine religiosa, dalle quali si riteneva che derivasse la legittimità dell'investitura regale e che, com'è evidente, non potevano essere né modificate né abrogate; ma questo argomento sarà più diffusamente sviluppato in seguito, quando si tratterà dei regimi di questo periodo storico.
Il maggiore ostacolo all'ìdentificazione della natura dei poteri nasce dalla confusione tra ..

Continua nel prossimo numero

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Appello agli attivisti sindacali anarchici e libertari

di Donato R. - Pesaro


Da qualche mese si è sviluppata una iniziativa sindacale, tesa a coordinare l'attività sindacale di attivisti anarchici e libertari, presenti in diversi sindacati. Il tutto è nato con la pubblicazione di un Appello (vedi www.pandora.it/fdca) di militanti sindacali afferenti alla Federazione dei Comunisti Anarchici ed attivi nella CGIL come nella CUB, nell'USI come nell'Unicobas, nelle RdB come nel S.in,-cobas, che ha raccolto l'adesione - a volte critica, a volte piena - di altri attivisti sindacali provenienti da altre aree sindacali e politiche (CISL, Confederazione Cobas, Federazione Anarchica Italiana, Rifondazione Comunista, indipendenti). L'Appello, sulla base di una breve analisi dei mutamenti intervenuti nel mondo del lavoro nel corso degli anni '90, invitava gli attivisti sindacali libertari a prendere in considerazione un percorso di dibattito in cui venissero messi in gioco le pratiche libertarie nel fare sindacato, i costanti riferimenti ad un sindacalismo conflittuale nei metodi e nei contenuti, il ribadire un futuro possibile per il sindacalismo di classe. Abbandonando quindi le inutili ed improduttive logiche di appartenenza e di reciproca critica (tutti i sindacalisti di base criticano quelli che sono nei confederali, ma i sindacalisti di base sono divisi fra loro in 4-5 sindacati) e dando valore invece alla prassi conflittuale nel lavoro quotidiano di ciascuno nel suo settore e nel suo sindacato, l'Appello puntava alla ricerca di punti condivisibili su cui costruire una piattaforma del sindacalismo conflittuale.


Il primo appuntamento del 4 febbraio a Firenze, di lancio dell'Appello e del progetto connesso, si concludeva con la costituzione di un gruppo di contatto rappresentativo e la prosecuzione del dibattito in altre 2 occasioni. A Livorno, a metà marzo, la Federazione Anarchica Italiana organizzava un convegno sulle pensioni; a Milano, ai primi di aprile, la rivista "Di Base" organizzava un convegno sul welfare e la rappresentanza. In soli 3 mesi, il dibattito è cresciuto e prosegue il 24 giugno a Genova, durante la festa di Alternativa Libertaria; sulla rivista "Di Base" per il dibattito tra gli attivisti sindacali libertari; una lista di discussione tra gli anarchici nella CGIL in vista del congresso ed una lista di discussione sul sindacalismo conflittuale aperta a tutte/i (entrambe quest'ultime sul sito già citato).
Le adesioni all'Appello continuano; il bisogno di coordinamento è avvertito; ora è necessaria l'elaborazione di una piattaforma del sindacalismo conflittuale e di classe su diritti indisponibili come il salario, la salute, la qualità del tempo di lavoro e di vita, la previdenza, l'occupazione, la formazione, l'estensione di tutti i diritti a tutti i lavoratori senza distinzioni geografiche e di genere.

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Il C.P.A. Obelix
Opinioni Personali su un'esperienza vissuta

di

Lorenza Pelagatti e Antonio Mucci


Sentiamo il bisogno di dare una nostra opinione sull'attività del C.P.A. (Centro Popolare Autogestito) Obelix per vari motivi: perché abbiamo partecipato direttamente a questa esperienza e pensiamo di poter imparare da essa; per contribuire al dibattito e al progresso dell'antagonismo pescarese.


Questa discussione è fatta in "famiglia" all'interno dell'antagonismo e delle idee rivoluzionarie, i cui errori, non mettono in dubbio le nostre scelte di fondo, né ci fanno venire in mente di passare dall'altra parte dalla barricata cioè con il potere.

Breve storia

Il Centro nasce per iniziativa di un gruppo di compagni che, dopo una serie di riunioni, elabora un'ipotesi di statuto. Nel primo articolo viene indicato il quadro di riferimento ideologico-politico all'interno del quale si vuole collocare il futuro Centro. Esso dice: "Il Circolo... nasce dall'aggregazione di lavoratori, studenti, disoccupati, che credono nell'autogestione come mezzo e fine dell'emancipazione di tutti gli sfruttati nonché come alternativa al sistema capitalista, possibile percorso di liberazione dell'Umanità tutta".


Successivamente, all'inizio del 1999, il gruppo affitta un locale in Via Basento 3, presso le Naiadi, che diventa la sede del Circolo e tale rimarrà fino alla fine, cioè il 31 Ottobre del 2000. Il Circolo viene chiamato "Centro Popolare Autogestito Obelix". Subito si comincia con il promuovere iniziative :

Carnevale anticlericale e dibattito sui costi del Giubileo; 1° Maggio contro la guerra (1999 assemblea dibattito e concerto svolti in Piazza dei Frentani, Pescara); sciopero generale contro la guerra convocato con il sindacalismo di base (13-5-99); interruzione di un concerto durante la Festa dei D.S. per denunciare le responsabilità del governo D'Alema nella guerra dei Balcani; presidio davanti al tribunale contro un processo svolto ai danni di compagni che avevano occupato spazi dismessi per dar vita ad un C.S.O.; sit-in davanti al Comune in sostegno ad alcune famiglie sgomberate e senza casa; contestazione al leader sindacale Cofferati nell'ambito della Festa dei Comunisti Italiani; occupazione di un treno con il coordinamento Abruzzo- Marche e partecipazione alla manifestazione presso la base di Aviano; organizzazione di uno spezzone autonomo per la manifestazione organizzata contro la guerra a Pescara da P.R.C. e il comitato per la pace; comizio presso il quartiere Zanni contro la Finanziaria 1999; festa in sostegno del compagno anarchico imprigionato Micahel Patera (1);
assemblea con microfono aperto in Piazza 1° Maggio per la liberazione di Mumia Abu-Jamal e di tutti i prigionieri politici; diffusione di volantini contro la Nato in occasione di una sua riunione a Firenze nei giorni 24 e 26 Maggio 2000; partecipazione alle attività del coordinamento e poi rete Marche-Abruzzo; realizzazione del Foglio di Controinformazione "La Ramaccia" nel mese di Gennaio 2000; assemblee su vari argomenti come l'antipsichiatria, il lavoro precario ecc. Inoltre nel corso dell'attività politica, tre compagni subiscono denunce e multe da parte della polizia per attività illegali (naturalmente gli illegali sono loro !).
Sicuramente si devono aggiungere altre attività a quelle menzionate, che ci possono essere sfuggite .

Conclusioni personali


L'attività svolta è stata intensa tenendo presente il breve periodo dì vita del Centro ( 2 anni ) e il piccolo numero di compagni impegnati nell'attività. Bisogna considerare anche che questi compagni oltre alla militanza politica dovevano dedicarsi al lavoro oppure allo studio, facendo fronte al problemi personali e familiari di tutti i giorni. Quindi lo sforzo e il sacrificio è stato notevole. Infatti una frase ricorrente all'interno del C.P.A. era "io mi sono fatto un c… così".


Però bisogna chiedersi: perché ha chiuso? Che cosa era sbagliato? Perché ci si è disgregati?
Noi pensiamo che la causa del fallimento(2) dell'Obelix non sia da ricercare nel "fare" che è stato corposo, ma nel "che cosa fare". Su ciò dobbiamo riflettere, perché gli errori sono stati fatti nelle scelte e nel metodo. Infatti una frase ricorrente era "bisogna fare qualcosa!", cioè si badava solamente alla quantità e non alla qualità.


Dal punto di vista politico l'Obelix ha funzionato fino al mese di Aprile del 2000 praticamente come collettivo di lotta per poi trasformarsi in Collettivo di controinformazione con il nome di "Omnibass-from-Obelix". Naturalmente il passaggio è stato caratterizzato da discussioni accese e forti contrasti.


Il collettivo di lotta, malgrado la buona volontà e la decisione dei promotori è andato in crisi perché è stato fatto in un'epoca in cui le masse non lottano, si lasciano guidare dai sindacati di Stato e si muovono a livello individuale per risolvere i propri problemi. Per questo le iniziative del Collettivo non ricevevano adesione né si sviluppavano, ma si esaurivano non appena venivano promosse.

Il collettivo di controinformazione composto prevalentemente dai giovani, poteva avere una buona risposta tenendo presente l'epoca attuale e l'esistenza di tanti centri sociali, doveva però essere più deciso e costante nel portare avanti le proprie iniziative. Alla fine anch'esso si è sciolto.
La nostra proposta era di realizzare un collettivo pluralista, democratico e rivoluzionario, in cui l'elemento rivoluzionario era soggettivo e facoltativo, però gli altri due erano indispensabili. Ciò non è stato possibile perché i compagni che formavano i due collettivi precedenti avevano una formazione politica monolitica e autoritaria, alcuni consapevolmente altri no. Essi non accettavano la possibilità che la discussione, la decisione e l'azione avvenissero in forma pluralista e democratica. Volevano che ciò avvenisse sulla base di una sola posizione, con il metodo del centralismo democratico praticato all'interno dei partiti e di sindacati.
Le differenze erano tante ed ognuno voleva che prevalesse la propria posizione in quanto pensava che la sua rappresentasse la verità in assoluto. Da tutto ciò è scaturita la paralisi e la fine del Centro.
Ciò che ci dispiace è che la nostra proposta di Collettivo pluralista non è stata nemmeno capita ed è stata interpretata come rivalità tra alcuni compagni del C.P.A.. Questo è successo perché l'egoismo e l'egocentrismo di alcuni ha determinato comportamenti dannosi per il funzionamento collettivo come la prepotenza e il protagonismo.
Sono stati questi sentimenti e
non la "mancanza di un progetto politico" che hanno impedito l'evoluzione del C.P.A. dai due collettivi precedenti al terzo. Il "progetto politico" per un centro piccolissimo come l'Obelix doveva essere commisurato alle forze promotrici, non essendo un'organizzazione a livello nazionale. Invece sono mancati i sentimenti collettivi di fraternità, modestia, uguaglianza e rispetto. Questo è stato il vero problema.
Il collettivo pluralista, democratico e rivoluzionario ad Obelix non c'è mai stato, per cui non possiamo dire che sia fallito. Speriamo comunque di poterlo sperimentare in futuro.
Un'altra conclusione che si può trarre da questa esperienza è che si è infranto il mito del "locale", da molti considerato la bacchetta magica per la soluzione di tutti i problemi dell'antagonismo pescarese. Il C.P.A. aveva un locale, anche abbastanza grande. Ciò dimostra che non è importante il locale ma le persone che lo gestiscono, le finalità che si propongono e i sentimenti che hanno.
Un pregio importante del C.P.A. è che ha svolto sempre un'attività al di fuori delle istituzioni. Questo dimostra che ciò è possibile ed è un elemento positivo da rinnovare nelle future esperienze.
Con quello che abbiamo scritto non pensiamo di aver detto la "Verità assoluta" ma di aver espresso soltanto una opinione forse discutibile.
.................


(1) Tutta la parte scritta in corsivo è stata tratta testualmente da "La Ramaccia" giornale scritto dal C.P.A.

(2) Quando si parla di fallimento non bisogna scoraggiarsi... lo si deve considerare come un processo normale di composizione-scomposizione-ricomposizione avvenuto tante volte all'interno della sinistra, nella società e nella natura.

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La rivoluzione permanente

di Marco Tabellione
Dal punto di vista semantico il termine rivoluzione è certamente uno dei più pregnantí, capace di risvegliare tabù e speranze, utopie e violenze, miti e sogni. E da sempre si è ritenuto che le rivoluzioni più importanti fossero quelle che all'improvviso si impongono all'attenzione della storia, rovesciando regimi e gerarchie sociali, poteri politici o economici. Così sulle pagine di storia ci costringono a sorbirci dosi cronachistiche di eventi e fatti relativi all'indipendenza degli Stati Uniti, alla rivoluzione francese, alla rivoluzione d'ottobre e mille altre fino alla rivoluzione cubana e compagnia bella. Eventi importanti, sicuramente. che hanno determinato tappe fondamentali nell'evoluzione dell'umanità, eventi che però non costituiscono l'unica possibilità umana di procedere verso trasformazioni e cambiamenti globali.
La sensazione è che guardando a questi fatti così sorprendenti e cosi importanti ci sia qualcos'altro che ci sfugge e influenza la nostra storia in maniera più marcata, fin quasi ed essere la causa reale dei grandi e rivoluzionari cambiamenti. Vi è dunque un sostrato perenne, come un lago in un fiume, che si stende sotto la dinamicità del potere e delle rivoluzioni, una spinta perenne al cambiamento, che si rivela essere l'autentica fomentatrice delle rivoluzioni, l'autentica rivoluzione, che possiamo senz'altro battezzare con l'accezione di rivoluzione permanente. La rivoluzione permanente dunque è quella forma di forte cambiamento che mantiene sempre inalterata la sua efficacia e incisività; è quella forma di trasformazione continua che non esaurisce mai il suo impeto, ma che continua ad agire spesso con un lavoro di metamorfosi sotterraneo e nascosto. La metafora dell'iceberg, magari banale, riesce bene a rendere l'idea di un simile fenomeno: visibili sono le irruzioni cruente e violente, o comunque repentine e improvvise dell'urgenza e dell'istanza rivoluzionaria, sotto la superficie del mare, tuttavia, galleggia sprofondata la base più corposa dalla quale quegli eventi derivano.

Si potrebbero fare molti esempi, ma quello più calzante mi sembra la diminuzione della violenza istituzionalizzata nei paesi occidentali. Da tempo in questi paesi l'avvento della democrazia e dei suoi ideali di uguaglianza e solidarietà, ha contribuito a innalzare il livello di giustizia teorica, e diciamo teorica perché, almeno nella pratica, l'autentica democraticità della democrazia resta tuttora da dimostrare.
Ma a parte l'effettiva realizzazione pratica delle teorie democratiche, la diminuzione teorica della violenza è stata una conquista della rivoluzione permanente, il lento progredire che ha portato l'uomo a rinunciare ai conflitti armati per la conquista del potere a favore di un conflitto ritualizzato, che è proprio della democrazia. Che la democrazia si presenti come un sistema perfettibile, non solo come approssimazione all'ideale teorico, ma anche come programmazione progettuale in sé, questo è facilmente dimostrabile. Nel bene e nel male la civiltà dell'uomo è in cammino e c'è da giurare che l'istanza utopica giungerà ben presto a individuare nuove forme teoriche di governo del popolo o di abbattimento e riduzione dei potere gerarchizzato. E questo cammino che l'umanità sta effettuando in previsione di un superamento dello stesso principio democratico, in previsione cioè di forme di regime ancora più libertarie ed avanzate sotto il profilo umano e civile, prova quanto la rivoluzione permanente sia ancora in piedi, quanto continui a lavorare nei suoi sotterranei.
La sensazione è che la rivoluzione permanente, che agisce grazie all'apporto di ogni singolo uomo per il quale il valore supremo resta comunque quello della libertà, tenda spontaneamente verso forme di totalizzazione libertaria che potrebbero coincidere con le istanze utopiche di molte posizioni anarchiche. Che l'anarchia possa essere considerata una tappa successiva a quella della democrazia nel proseguio dell'umanità verso forme sempre più evolute di civiltà, ci sembra un fatto su cui non è possibile dubitare. L'anarchia, che equivale all'assenza di dominio, garantisce a livello teorico la più completa libertà, e da questo punto di vista è altrettanto indubitabile che la rivoluzione permanente sia attratta verso realtà politiche e sociali ad essa vicina. Ciò dunque che va considerato è che la rivoluzione permanente agisce in forma istintuale negli individui, muovendo dal bisogno ineludibile di libertà che alberga in ogni individuo. Il problema perciò non è la partecipazione degli uomini a tale componente fenomenica sociale e politica, che sembra assicurata a livello universale, quanto la mancanza di consapevolezza negli individui stessi. Il desiderio di libertà, infatti, in molti si risolve in un'aspirazione al potere, che altro non è se non l'imposizione della propria affermazione di libertà su quella degli altri. Dall'altra parte, quella dei dominati, la rinuncia alla libertà viene giustificata da urgenze pratiche, la cui imprescindibilità è tutta da dimostrare e spesso palesemente illegittima.
Ma se questa visione della dialettica fra potere e libertà risulta vera, come è possibile riportare a galla la rivoluzione permanente, fare in modo che essa agisca per il bene della collettività e velocizzi la sua opera a favore dell'umanità? È difficile dirlo, se non impossibile. Il problema è che non si tratta di teorizzare nuove forme di rivoluzioni contingenti, capaci in un primo momento di accendere lo stato rivoluzionario latente e poi di tradirlo senza tregua. Piuttosto quello che occorrerebbe fare è creare consapevolezza, accendere la miccia della riflessione autonoma e del giudizio individuale, e consentire alla rivoluzione permanente di farsi palese. Innanzitutto bisognerebbe agire sui singoli e portarli a riconoscere in sé il germe originario della libertà e del suo desiderio. In realtà basterebbe far comprendere alle singole persone quanto sia irrazionale l'esercizio del potere e del dominio, e quanto invece sia più logico e razionale la presenza di una universale libertà. Infatti è cosa generalmente nota che conquistare, conservare e accrescere il potere costa fatica; la funzione e l'esercizio del dominio richiedono pur sempre un'energia, che a chiunque farebbe comodo risparmiare qualora gli si concedesse gratuitamente o con uno sforzo minore ciò a cui aspira così avidamente. Se il desiderio principe di qualsiasi essere umano, il desiderio diciamo nella sua forma larvale e vergine, è la declamata libertà, allora concederla a tutti gratuitamente, senza sforzi, in un accordo universale reso palese e consapevole, ci sembra una soluzione non solo comoda, ma possibilissima.
Il sadismo che accompagna tanta manifestazione violenta o non violenta del dominio, in campi in realtà solo apparentemente separati, come quello della criminalità e della politica, questo sadismo che si fa distruzione e pulsione di morte non può essere fine a se stesso, non può trovare piacere in se stesso, anche se da più parti lo si afferma con convinzione. La nostra idea è che il sadismo e ogni forma di violenza, nonché di dominio, derivano da una stessa radice, costituita dalla mancanza di libertà e dal conseguente desiderio inappagato di essa. Dato che è proprio la ricerca dello stato libero a ispirare e a muovere gran parte di quella che abbiamo definito la rivoluzione permanente, è evidente che, nonostante la parvenza ossimorica, potere e rivoluzione sono in realtà due facce della stessa medaglia. Il potere, e la violenza che altro non è se non una sua espressione, nasce dal'inestinguibile sete di libertà che domina gli esseri umani e che a sua volta muove la rivoluzione continua, quella dimensione di perenne metamorfosi che sta accompagnando il viaggio dell'umanità. Spingere sul giusto verso questa mobilità ininterrotta e inarrestabile, è questo il punto a cui occorre arrivare.
Sarà difficile, da questo punto di vista, trovare un mezzo più adatto ed efficace a raggiungere lo scopo della consapevolezza che non sia quello della parola e della cultura. La comunicazione, lo scambio delle idee e delle opinioni, la capacità di porsi criticamente nei confronti dell'esistente, ma anche di ascoltare e accettare la diversità. Sono questi alcuni degli atteggiamenti auspicabili, tutti legati alla parola che è poi la radice di ogni cultura, atteggiamenti che forse un giorno potranno aumentare la consapevolezza riguardo alla rivoluzione permanente, e far comprendere a ciascuno che tutti noi siamo protagonisti della storia, che tutti noi dobbiamo contribuire alla creazione della civiltà umana e che ogni possibilità di cambiamento verso una condizione universalmente felice passa anche attraverso il nostro pensiero e la nostra azione. La speranza, infine, è che tutti potranno un giorno sentirsi finalmente responsabili di ciò che accade al mondo, e, per quanto è possibile, evitare di contribuire all'estensione del dominio e delle sue efferate violenze.

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Lasciateci liberi di vivere

Cari lettori,
volevo approfittare dello spazio che liberamente mi offre la nascita di questo piccolo "grande" giornale per esprimere la mia opinione, ma anche tutta la mia rabbia, nei confronti di uno tra i più scottanti temi di attualità.
Premetto che la mia lettera non sarà sofisticata, non sarà scritta in chissà quale bella forma e soprattutto non conterrà dati e cifre (tra l'altro interessanti e numerosi), che comunque vi invito a consultare, come ho fatto io ad esempio sul sito ufficiale del WWF.
La mia lettera sarà solo un espressione profonda di quello che credo e soprattutto di quello che vivo.
In un mondo in cui ci viene proibito di tutto, persino di manifestare il dissenso ai G8, o addirittura di scrivere liberamente un giornalino come questo (!!!) senza dover dare soldi ad uno stupido tribunale, non mi sembra affatto una cosa da poco.


"Volenti o nolenti, tutti noi ormai siamo vittime del progresso"... quante volte ho sentito pronunciare questa frase. Personalmente sono stufo del vittimismo; tutti noi siamo artefici e causa stessa del progresso. E questo non è di certo un male. Chi si schiera contro il progresso per me si sbaglia. E pure di gran lunga. Il vero problema non è insito nella scienza e nei suoi derivati, ma nell'uomo e in particolare nella sua sfrenata brama di potere e soprattutto di denaro.
Da qualche tempo a questa parte le grandi compagnie telefoniche (ma non solo esse) stanno avvelenando l'aria bombardando i nostri cervelli, le nostre case e la nostra vita di pericolosissime onde elettromagnetiche, dannosissime per la salute. Il tutto sotto il bell'aspetto delle pubblicità, fatta da grandi dive e stupende ragazze. "Quant'è bella la vita con TIM...." ah ah, molta gente ci crede e mentre si gusta la scalata della bella Megan Gale su un grattacielo di Seattle col suo telefonino OMNITEL alla mano, gli piazzano una bella antenna sul tetto o addirittura sul balcone. Basta farsi un giro in una qualunque città italiana per vedere e capire di cosa sto parlando. Ovviamente chi ci governa ha mostrato un quasi completo disinteresse per queste questioni, limitandosi ad emanare delle leggi fantasma, poco chiare e nemmeno applicate. Ma dove ci sono giri e affari di miliardi nessun governo può mettere le mani. Una volta c'erano i dittatori. Una volta regnavano gli uomini. Ora a farla da padrone sono i soldi, gli affari e tutto ciò che ad essi gravita attorno. Lo sanno bene i cittadini di Pescara nel quartiere di San Silvestro che ormai da anni lottano contro le emissioni di potenti tralicci radio-televisivi che hanno il potere persino di attivare elettrodomestici in casa di gente ignara. E lo sanno bene i cittadini che da anni subiscono le emissioni della Radio più "buona" d'Italia facente capo a quell'associazione a delinquere che è il Vaticano, che da anni bombarda quella povera gente di onde talmente forti che hanno creato un'aumento vertiginoso di malattie e disturbi di ogni genere.
Di tutto questo qualcuno tempo fa si è accorto (magari perché la TV era spenta e non poteva farsi distrarre da "Partirò" di Bocelli o dalle avventure di Megan), e ha provato a protestare; ma subito sono piovute smentite da parte di alcuni "strapagatissimi" scienziati che dopo aver venduto la loro moralità e la loro professionalità a qualche ricca azienda interessata, hanno in breve tempo affermato che le suddette onde sono innocue e che possiamo dormire sonni tranquilli. A questo proposito, sono rimasto molto colpito dalle dichiarazioni, non molto tempo fa, di un illustre medico locale, il professor Glauco Torlontano. Costui, che non è certo l'ultimo arrivato (per dirne una è stato il primo in Italia ad effettuare un trapianto di midollo osseo) aveva dichiarato l'esistenza di un più che concreto legame tra l'inquinamento (elettromagnetico e non) e l'aumento negli ultimi anni dei tumori e in particolare delle leucemie. Il giorno dopo, il caro professore dalle colonne del quotidiano "il Messaggero" ha prontamente smentito quello che aveva detto solo un 24 ore prima, qualcosa di tanto, troppo scomodo per chi con i telefonini fattura ogni giorno migliaia. di miliardi. Detta in breve, l'illustre professore è stato messo a tacere da i soliti loschi ed "invisibili" individui che dopo qualche giorno su RAIUNO hanno organizzato all'interno di una popolare trasmissione una bella discussione a tema, invitando una sfilza di scienziati BUGIARDI e VENDUTI che dopo due ore di chiacchiere hanno tentato (seppur senza uno straccio di prova) di dimostrare che le onde elettromagnetiche, i telefonini, non fanno alcun male, fatta eccezione per qualche piccolo bruciore all'orecchio!!!!!!
Per chi come me la leucemia l'ha vissuta in tanti suoi tragici aspetti, tutto questo è talmente offensivo, talmente vomitevole, talmente ripugnante e triste che può correre il rischio davvero di sfiduciare e scoraggiare anche il più intrepido degli ottimisti. Dico la verità: mi ha fatto un gran male e per un attimo ho rischiato davvero di perdere la pazienza e con essa ogni speranza verso il mondo. Ho pensato che ogni mio sforzo fosse inutile, che ormai non valesse più la pena di riflettere sulle cose, che tutti noi fossimo avviati allo sfascio totale senza possibilità di uscita. Poi mi sono ricordato di essere giovane e di non aver alcuna intenzione di mollare, e proprio per questo finché avrò respiro non perderò mai la voglia e la speranza di cambiare in meglio la vita su questo pianeta.

"Per essere felici occorre semplicemente vederci chiaro e lottare; allora sì che si potrà assaltare il cielo" - [Paul Eluard]


HASTA SIEMPRE

lino74

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Lettera sullo sport odierno

di Antonio Cilli


Lo sport non è più partecipazione ma individualità diversa. Lo è sempre stato e lo diventerà di più perché la mente si esprime solo se ha un corpo funzionante con movimenti ginnici, ossia in andata e ritorno dei segmenti morfologici tronchi (testa, arti superiori ed arti inferiori), altrimenti è un gesto sconclusionato come quello della violenza nichilista da tifoso ultras.
Oggi diventa basilare riconsiderare la psicologia dello sport di massa assimilata e condizionante dal richiamo del fascino discreto come sempre di teorie integraliste e di tutti gli ismi settari.
Bisognerebbe riabilitare con le attività motorie di base e naturali tutti gli squilibri che a partire dagli anni ottanta ha significato solo modelli edonistici e non quelli educativi. Soprattutto in tempo di globalizzazione per un nuovo mondo il linguaggio non verbale assume caratteri importanti al pari di quelli sonori, visivi ed anche di motilità in senso reichiano e in quello di uno spirito libero da qualsiasi forma di schiavitù compresa quella della famiglia. Vedi bambini costretti a praticare sport che creano solo tecnopatie e disturbi nella personalità come alcuni sport estremi.
Penso che verso i nuovi popoli che si affacciano alla ribalta dello sport in tutti i campi del professionismo dall'atletica leggera al nuoto, al calcio, alla boxe, dovrebbero avere preparatori non solo del fisico ma anche di nuove metodologie che escludano il ricorso ad ormoni, anabolizzanti, doping e quant'altro di esasperato ed innaturale.
D'altra parte le dinamiche sociali stanno superando la soglia del giusto sacrificio delle prestazioni richieste, ossia in termini di energie dei vari lavori di tipo manuale, intellettuale, corporeo, tecnologico e virtuale da tatto. Come sempre in questa fase di ristrutturazione capitalista in senso ultraliberista anzi iperliberista tanto da sembrarmi dittatura economica e non solo, intendo dire che il più difficile della riconversione dei mercati mondiali delle lobby delle ristrutturazioni neoimmateriali ma pur sempre imperialiste e non internazionaliste, vedi holding neweconomy in settori pubblicitari, di raccolta dati sensibili, controllo di flussi di denaro ed assicurazioni legate alle borse in paradisi fiscali.
Questo per effetto delle guerre di classe intendendo anche quella fra gli stessi agenti del capitale transnazionale e quelle intestine e clandestine trasparire proprio sui giornali di regime e sulle televisioni assoldate. D'altra parte la componente non cosciente dei lavoratori precari, sottopagati e in nero non s'emancipa dall'idea del self ossia del farsi con le proprie mani una fortuna. Penso che l'analisi dei situazionisti non ortodossi all'interno dell'organizzazione fondata da G. Debord ed altri esponenti di una intelligenza premonitrice sia meritevole di nuove attenzioni da parte della classe operaia e più in generale da chiunque abbia voglia di lavorare per il benessere reale, ossia soddisfare i bisogni non solo materiali ma anche quelli dell'agio.
Tutto questo purtroppo è tentare di esperimentare forme utopiche di convivenza nel sistema globale offre il 2000, ma i vecchi kompagni ci stanno credendo ancora e non subiscono più le paure di essere emarginati o minoranza silenziosa o di non essere capiti da amici e parenti. Si propongono proprio all'interno della società spettacolo dove vige il modello unico come forma di riproduzione del consenso.

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Siamo stati al Sud e abbiamo sofferto

assai, laggiù. Molti sono morti di malattie,

di cui non conosciamo neanche il nome...
Volevamo solo un po' di terra dove poter vivere.

I soldati a cavallo ci hanno inseguiti. Sono andato

incontro ai soldati e ho detto loro che non volevamo

combattere. Volevamo solo andare nel Nord e l'unica

risposta che abbiamo avuto è stata una scarica di fucileria.


(da un discorso di Coltello spuntato, dei Cheyenne)

Pagina proposta da "NUVOLA ROSSA"

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