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IL SALE - N.°59


Sommario

 

ANTONIO CIERI

 

Alla fine di ottobre si terrà a Parma un convegno sulla guerra di Spagna. Nell'occasione verrà inaugurata una lapide a ricordo di Antonio Cieri e della sua presenza sulle barricate di Parma a difesa della città dall'assalto dei fascisti di Italo Balbo.

Ci è sembrata una buona cosa ricordarlo anche a quelli tra i nostri lettori che non lo conoscono.

Riportiamo quindi la scheda biografica da noi compilata per il Dizionario Biografico degli anarchici italiani edito dalla BFS di Pisa.

 

Antonio Cieri nasce a Vasto (CH) il 10 novembre 1898 da Domenico e Maria Giuseppa Canci; architetto, disegnatore presso le ferrovie dello stato. Partecipa alla prima guerra mondiale come sergente degli arditi, decorato al valore. Nel 1920 è in servizio presso la sede ferroviaria di Ancona quando, dal 26 al 30 giugno, scoppia la sollevazione popolare contro l’invio di truppe italiane in Albania. C. “prese parte attiva all’insurrezione di protesta […] e fu tra i primi ad invadere la caserma Villarossa dei bersaglieri”. Nel luglio 1921 partecipa alla costituzione in Ancona di una sezione degli Arditi del popolo; il 13 dicembre viene trasferito a Parma, dove allaccia rapporti con gli anarchici locali e con Guido Picelli, comandante degli Arditi del popolo. Nell’agosto del 1922 partecipa alla difesa di Parma contro i fascisti di Italo Balbo organizzando la difesa del quartiere Naviglio. Il 25 settembre 1923 viene licenziato dalle ferrovie. Nel 1925 lascia Parma con la moglie ed il figlio nato l’anno prima ed espatria in Francia a Parigi. Frequenta gli ambienti anarchici ed antifascisti. Entra in contatto anche con le Legioni Garibaldine di Ricciotti Garibaldi. Il movimento garibaldino si rivela una colossale montatura ai danni dell’antifascismo, ma alcuni anarchici (C., Gobbi, Meschi ed altri) tardano a riconoscere l’errore e, in risposta alle accuse, stampano il numero unico “Polemiche nostre a proposito della questione garibaldina” (22 agosto 1925). “Per l’agitazione Sacco e Vanzetti fu sempre tra i primi e nella tragica serata del 23 agosto 1927 tenne testa alle forze armate dovunque ebbe a gridare la sua indignazione contro gli assassini della repubblica del dollaro. Inutile dire che la repubblica di Marianna non tardò poi a conoscerlo, arrestarlo ed espellerlo; ma malgrado parecchie detenzioni successive, continuò a vivere clandestinamente per anni nella regione parigina”. (“L’Adunata dei Refrattari”, New York, 29 maggio 1937). Negli anni successivi stringe rapporti molto stretti di collaborazione e di amicizia con Camillo Berneri. Insieme pubblicano il quindicinale “Umanità Nova” che esce il 20 ottobre 1932 (sei numeri). L’intento è di dare voce al movimento libertario, senza distinzioni di gruppo e tendenza. La repressione poliziesca li costringe a cambiare ripetutamente il nome della testata: “La Protesta” (tre numeri), “La Vecchia Umanità Nova” (un numero). Nel 1933 C. viene espulso dalla Francia, ma il provvedimento viene rimandato di tre mesi in tre mesi. Nel novembre 1934 viene arrestato per 15 giorni per infrazione al decreto di espulsione. Nel 1935 subisce un mese di carcere per lo stesso motivo. Nel novembre del 1935 partecipa, a Saurtrouville (Parigi), al Convegno d’Intesa degli anarchici italiani emigrati in Europa nel quale “In un vibrante appello invita i compagni all’azione” (Relazione del Convegno). Il 28 luglio 1936 C. annuncia, nella riunione a Parigi di tutte le componenti antifasciste, la decisione degli anarchici italiani dell’intervento immediato in Spagna. Raggiunge quindi, in settembre, Berneri e gli altri anarchici italiani a Barcellona dove si è costituita la Sezione Italiana della colonna “Ascaso” CNT-FAI che raggruppa elementi di Giustizia e Libertà, repubblicani e, in massima parte, anarchici. Qualche mese prima è morta la moglie e C., prima di partire, affida i due figli alla famiglia di Berneri rimasta a Parigi. Partecipa alla battaglia di Almudévar comandando un gruppo di bomberos, sorta di arditi,  distinguendosi per atti di valore che gli vengono riconosciuti da più parti. Nel gennaio 1937 rientra a Parigi per pochi giorni, poi torna in Spagna e dal febbraio prende il posto di Bifolchi al comando della Colonna italiana. Il 7 aprile, durante la battaglia del Carrascal di Huesca dove muoiono diversi miliziani per il mancato intervento di un battaglione comunista, C., nel corso di un’uscita in perlustrazione, muore in circostanze poco chiare. Si parlò di “pallottola vagante”, ma i sospetti che provenisse da parte stalinista, così come per tanti altri militanti libertari in Spagna, rimangono forti. A Barcellona gli vengono tributati funerali solenni: “Disseminato di una selva di bandiere nere e rosso-nere, fra una marea di fiori rossi, sfilò sabato 17 corr., per le vie di Barcellona, la salma di un eroe: il compagno Antonio Cieri, cittadino del mondo. Quanti accorsero a rendere omaggio al combattente audace? Non possiamo precisarlo. Possiamo dire soltanto che a vista d’occhio fu impossibile circoscrivere l’immensità del corteo […]. Migliaia e migliaia, silenziosi e commossi, i cittadini barcellonesi han fatto ala al passaggio della salma, portata a spalla da compagni scesi dai fronti…” (I funerali di Antonio Cieri, “Guerra di Classe”, Barcellona, II, n.14, 1° maggio 1937).

Giuseppe Bifolchi

 

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IL COMUNISMO HA PERSO UNA BATTAGLIA

MA NON LA GUERRA

 

-- Terza parte --

 

In questa parte tratto l’elemento soggettivo di un processo rivoluzionario, cioè l’avanguardia. Essa ha preso e prende vari nomi secondo le epoche storiche ed i Paesi in cui opera.  A volte si chiama partito, altre sindacato, gruppo guerrigliero ecc. Cambia il nome ma la sostanza rimane uguale.

     

Il Partito Bolscevico russo è stato il primo nella Storia ad  attuare una rivoluzione proletaria. Esso si proponeva di rovesciare il potere capitalista, instaurare provvisoriamente il potere operaio, per poi arrivare ad una società senza classi basata sull’uguaglianza, ovvero al socialismo.

     

Per portare avanti questo progetto faceva leva soprattutto sul “Partito di quadri”, trascurando l’emancipazione e la coscienza del popolo. Questi problemi li rimandava a dopo la presa del potere. Tale concezione, secondo me, era sbagliata ed è stata una delle cause principali che ha portato alla degenerazione della rivoluzione ed alla creazione di un regime dittatoriale. Errore totalmente comprensibile e giustificabile data l’epoca storica, però rimane ugualmente errore.

     

Con il “Partito di quadri”, si veniva a formare una organizzazione di persone super preparate ed abnegate, pronte a tutto, difficile da fermare che, in condizioni storiche particolari, guerre o grosse crisi economiche, raccoglieva lo scontento delle masse e le scagliava contro il  potere esistente, sconfiggendolo. Questa teoria, spiegata da Trotsky in un opuscoletto intitolato “Classe partito e direzione”, ha avuto esito positivo in tante parti del mondo.

     

Riassumendo in forma molto concentrata e schematica  essa dice: la direzione trasmette le sue direttive al partito, il partito alla classe e quest’ultima alla massa. In questo modo si forma come una “cinghia di trasmissione” che funziona non soltanto dall’alto verso il basso ma anche dal basso verso l’alto portandovi lo scontento la rabbia e la disperazione della gente, che vuole uscire dalla situazione di fame miseria guerra in cui si trova. Il tutto viene cementato dal desiderio di tutti di rovesciare il potere esistente per sostituirsi ad esso e cambiare il funzionamento della società a vantaggio della democrazia della libertà e dei poveri.

     

Però, una volta preso il potere, vengono fuori tutti i difetti e le carenze di questa teoria perché l’insieme del movimento rivoluzionario risulta preparatissimo per abbattere il potere esistente ma altrettanto impreparato ad assolvere il compito di costruire la nuova società. L’organizzazione dell’avanguardia si rivela  molto carente di democrazia interna e la massa della nuova coscienza necessaria per gestire la società rivoluzionaria. Essa ha ancora la vecchia coscienza che non ha avuto né il tempo né le condizioni socio-politiche per poterla cambiare. La conseguenza logica di queste carenze è l’instaurazione di regimi dittatoriali che non hanno niente a che vedere con i propositi e le idee di giustizia da cui sono partiti, addirittura ne sono la negazione.  Le avanguardie rivoluzionarie , che sono state le protagoniste principali di questo processo, diventano i  dirigenti-tiranni del nuovo regime. Coloro che non accettano la metamorfosi, e sono tantissimi, vengono emarginati e, moltissime volte, eliminati fisicamente. Questo è quanto avvenuto con la Rivoluzione Russa, Cinese, Cubana e tante altre. Lo stesso processo, in formato molto ridotto, naturalmente, è avvenuto all’interno di tanti partiti rivoluzionari che, crescendo quantitativamente, si sono trasformati in conservatori ed anche reazionari.

     

Tale fenomeno socio-politico di nascita rivoluzionaria crescita degenerata e morte delle idee ed obiettivi iniziali, pur rimanendo in piedi l’organizzazione originaria, ha dato vita ad un ceto politico che gestisce interi stati nonché partiti, sindacati ed organizzazioni di sinistra di varia denominazione.

     

Questa nuova classe politica-burocratica, diversa dalla classe borghese, si è interposta tra quest’ultima e la classe operaia. Tale eventualità non era stata minimamente prevista  da Marx. Essa è una classe di potere che, pur

 

 

traendo la sua forza dall’appoggio di larghi settori delle masse lavoratrici, si allea con la borghesia per gestire lo sfruttamento e l’oppressione del popolo. Questo ruolo non è stato ancora compreso pienamente dalla massa degli sfruttati che, nella grande maggioranza,  continua ad avere fiducia  del ceto politico e sindacale, anche se in misura ridotta rispetto al passato. La massa ha compreso molto bene la figura del padrone ma non quella del burocrate.

     

Questa nuova classe, venuta fuori con  la degenerazione della rivoluzione russa dopo il 1917 e propagatasi nel mondo attraverso i partiti della Terza Internazionale, svolge un ruolo importantissimo nell’attutire lo scontro di classe tra padrone e lavoratore, nell’illudere la popolazione e nel contenere la ribellione entro i confini del Sistema. Essa svolge questo ruolo attraverso il cosiddetto “stato assistenziale”, limando gli aspetti più “selvaggi” del capitalismo, dando dei “contentini” ai lavoratori. Tali risultati li raggiunge favorendo l’intervento pubblico dello Stato nell’economia, attraverso le statizzazioni le nazionalizzazioni le partecipazioni statali ed altre forme simili. Per questi motivi nei Paesi dove la classe burocratica ha preso il potere, ha creato dei regimi a Capitalismo di Stato, cioè degli ibridi.

     

La proprietà statale è la negazione della proprietà privata. La proprietà socializzata, a sua volta, è la  negazione della proprietà statale, cioè la negazione della negazione. Il capitalismo, in quanto basato sulla proprietà privata, sopporta la proprietà statale perché le viene imposta dalle lotte delle masse, ma non  rientra nella sua natura e, non appena può, se ne sbarazza come ha fatto con i paesi dell’Est Europa, dopo il crollo del muro di Berlino. Però non si può negare che la proprietà statizzata  è una forma economica che tende a sopprimere la proprietà privata per farla diventare di tutti, cioè socializzata. Naturalmente ciò si potrà realizzare soltanto con la eliminazione dello Stato ed il Sistema della proprietà privata.

     

Le società a Capitalismo di Stato, secondo me, si possono paragonare alle Monarchie Costituzionali della fine del Medio Evo. In questa epoca storica la borghesia nascente, lottando insieme a tutto il popolo, riusciva a strappare alla classe dei nobili i diritti costituzionali. Anche le Monarchie Costituzionali hanno avuto alti e bassi, “corsi e ricorsi”, fino a quando la classe borghese ha sconfitto i regimi monarchici e creato le Repubbliche costituzionali, sostituendo lo Stato monarchico basato sulla proprietà fondiaria (il latifondo) e la rendita con lo Stato capitalista basato sulla proprietà industriale ed il profitto.

     

La Monarchia Costituzionale è stata un regime ibrido, a cavallo  tra due ere storiche, cioè una società di transizione sfociata nel regime borghese. Io penso che il Capitalismo di Stato rappresenti una società di transizione a cavallo tra Capitalismo e Socialismo e che sfocerà nella realizzazione di quest’ultimo. Nella previsione di un processo del genere mi baso in parte nella crisi sociale del presente ma soprattutto sul passato e le leggi materialiste-dialettiche che hanno determinato lo svolgimento della Storia umana, in continuo movimento progressista, anche se con passi avanti e passi indietro. La classe capitalista oggi al potere pensa ed agisce come se fosse la classe dell’eternità. E’ assurdo!

     

Io non credo nelle visioni integrazioniste, cioè in coloro che dicono che bisogna avere piena fiducia nella tecnica e nella scienza moderna che avranno la capacità di risolvere tutti i problemi dell’ambiente e dell’uomo, né credo negli apocalittici i quali agitano lo spauracchio dell’autodistruzione del pianeta per invocare “uno sviluppo sostenibile”. Io penso che così non si andrà avanti, che non ci sarà nessuna autodistruzione né sviluppo sostenibile né integrazione, ma la ricerca da parte delle masse della via per il progresso umano, come è sempre avvenuto nella Storia. Tale via porterà fuori dall’attuale Sistema.

     

Gli sfruttati, a differenza degli sfruttatori, hanno sempre imparato dalle esperienze della Storia, hanno corretto i propri errori e proposto sempre nuove forme socio-economiche progressiste. Così sarà anche adesso: la nuova classe politica-burocratica venuta fuori dall’esperienza mondiale e storica del socialismo reale ha ricevuto un colpo quasi mortale dal fallimento e crollo di questi Paesi. Questa esperienza ha messo a nudo il ruolo controrivoluzionario della burocrazia. Nelle prossime esperienze rivoluzionarie la massa non darà più una fiducia cieca  alle proprie organizzazioni e direzioni e sarà costretta ad elevare il proprio intervento diretto nella gestione delle situazioni, delegando sempre meno. Questo è un passo avanti molto importante che porterà alla creazione di un nuovo tipo di avanguardia, migliore di quella del passato. Senza questa sconfitta le masse non potevano capire tali errori. Anche per questi motivi si può dire che il comunismo ha perso una battaglia ma non la guerra nei con fronti del capitalismo. Essa è ancora in corso.

Antonio Mucci

 

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 PUNTO E VIRGOLA

 

LA  BUSTA  PAGA

 

In un primo momento il ragioniere Ercole Pigliapoco nel guardare la sua busta paga del mese di maggio non credette ai suoi occhi: il netto era passato da 1.290 di aprile a 4.115 Euro.

Riguardò bene la busta , era proprio la sua; c’era scritto sopra il suo nome: Ercole Pigliapoco.

Esaminò le voci una per una, che soddisfazione!

Finalmente aveva avuto il livello che meritava, finalmente gli erano stati riconosciuti gli aumenti ad personam che per tanti anni erano stati prerogativa di colleghi certo non più validi di lui.

- Lo sapevo che alla fine si sarebbero ricordati di me – si disse e, dopo aver aggiornato mentalmente il suo conto in banca, incominciò a pensare al futuro, alle spese che ora avrebbe potuto finalmente fare: si cambia macchina, si va in vacanza in California …

Mentre era ancora immerso in questi dolci pensieri, arrivò di corsa nella sua stanza la signorina Mondini dell’ufficio personale, - Mi dispiace, c’è stato un errore – gli disse, e gli strappò di mano la busta paga, poggiandone un’altra sulla scrivania.

Ercole guardò subito il netto: 1.288 Euro.

Intanto la Mondini aveva preso il telefono per chiamare un interno del marketing, il Dottor Pigliamolto: - Sono io, tutto a posto, le porto subito la sua busta paga- e quindi rivolta a Pigliapoco, mentre riavviandosi i capelli usciva dalla stanza, - c’è stato un troncamento, colpa del programma, è difficile da spiegare; ha letto per tutti e due Ercole Piglia e ha confuso fra poco e molto -.

Il ragionier Ercole Pigliapoco rimase impietrito ancora un po’; poi si girò a guardare nel corridoio la Mondini già lontana e sussurrò:

- Il troncamento si, il troncamento che ti piglia

 

                                                                                                     Giorgio Cerasoli

 

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POESIA DELL’AMORE

 

L’aria che respiri,

se è pura, è amore,

il contatto umano

se gestito con delicatezza

è amore.

Se ti fermi in un angolo

di strada, fermando il

traffico, per fare

attraversare un disabile

questo, questo sì è un

grande amore!

Pensaci se tutto questo

accade in te,

l’amore lo hai

nel tuo di.Enne.A.

Puoi considerarti

un puro di coscienza!

 

 

**********

 

 

L’ERRORE  DELL’ADOLESCENZA

 

Mi sono ritrovata mamma

in tenera età; oggi per

riparare, il padre della

mia bambina, mi ha

chiesto in sposa.

Il mio abito era

bellissimo! Però

in questo matrimonio

chi era la vera

sposa? Mia figlia che

con tutto il suo Io

senza parlare dimostrò

l’amore della sua

esistenza, in vita!

 

Luigi Dezio

in arte Popò

 

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Ho letto con attenzione il lungo intervento del cavaliere Filippo Antonio De Cecco.

Cercherò anche io di portare un “contributo di chiarezza” con assoluta sincerità. De Cecco ha tutto il diritto di rivendicare l’edificabilità dell’area che ha comprato all’asta (vanno semmai rimproverate le amministrazioni - comunale e provinciale - che all’epoca non hanno esercitato il diritto di prelazione). Il Consiglio Comunale ha la potestà pianificatoria di vincolare l’area a verde pubblico. Ovviamente il cavaliere ha tutto il diritto di rivolgersi alla giustizia amministrativa, ma dubito che potrebbe vincere la battaglia legale perché la scelta del Comune non è certo arbitraria.

Scopo della variante al P.R.G. è proprio quella di salvaguardare quelle aree che nel passato sono state sciaguratamente destinate all’edificazione e che invece meritano una tutela. L’amministrazione vincolando l’area acquistata da De Cecco non fa che attuare gli indirizzi programmatici della variante ed adeguare il nostro P.R.G. alla cresciuta sensibilità ambientale della cittadinanza. Il Comune di Pescara ha il dovere di impedire la realizzazione di edifici sulla spiaggia, anche se si trattasse di alberghi cinque stelle simili al Cala di Volpe della Sardegna.

Il fatto che la spiaggia si trovi in città e non in una zona di alto valore ambientale – come eccepisce De Cecco – rafforza quanto da noi sostenuto.

Non è ipotizzabile che tra l’abitato e la spiaggia si aggiungano edifici che costituirebbero oggettive barriere alla fruizione del bene demaniale per eccellenza.

Sui lungomari delle città si può costruire, dice De Cecco. Sono d’accordo, ma non come a Francavilla sulla spiaggia, non nel 2006.

Aggiungerei che un’amministrazione saggia e lungimirante dovrebbe lavorare anche per fincentivare la delocalizzazione dell’istituto Paolo VI  nell’ambito di una più generale riqualificazione del lungomare sud. So che il cavaliere su queste cose ha gusti diversi da quelli del sottoscritto, infatti possiede una villa costruita sulla spiaggia e ha acquistato dall’assessore Padovano una concessione balneare che ha dilatato a dismisura sottraendo ai pescaresi (e ai turisti) la possibilità di vedere il mare in Piazzale Le Laudi. Sono certo che ci sono giudici a Pescara che possono verificare le illegittimità e le illiceità relative alle opere eseguite nella concessione balneare del cavaliere.

Che la nostra posizione non possa essere classificata nella categoria dei “demagogismi” lo dimostra il fatto che anche quegli esponenti politici “riformisti” del Comune di Pescara che intendono accogliere l’osservazione di De Cecco tengono a precisare che sono comunque contrari alla edificazione su quell’area.

E’ evidente anche ai ciechi che quel tratto di spiaggia nel terzo millennio non dovrebbe trovarsi tra le aree edificabili del Piano Regolatore.

De Cecco si lamenta del fatto che l’area acquistata perderà valore. Questo si chiamava un tempo “rischio d’impresa”. Il suo gruppo ha tentato un’affare e gli potrebbe andare male. Nel nostro ordinamento è il piano urbanistico comunale che attribuisce a un’area la capacità di edificare, ed è il piano che può toglierla. Come ha detto in un convegno romano di qualche anno fa il prof. Vincenzo Cerulli Irelli, insigne amministrativista, non certo rosso-verde come me, è ”una sciocchezza” la tesi secondo cui si dovrebbero “compensare” previsioni di piano che riducano o tolgano edificabilità ad aree “valorizzate” da precedenti previsioni urbanistiche. Come sottolineerebbe il mio antico amico professor Civitarese l’unico vincolo che ha il consiglio comunale è quello di motivare la scelta, altrimenti la discrezionalità diventerebbe arbitrio. Nel caso del litorale sud davvero le motivazioni non mancano.

I nostri amici “riformisti” propongono che l’area sia inserita nel Piano Particolareggiato e quindi che ritorni edificabile, ma al tempo stesso aggiungerebbero la petizione di principio che quell’area debba rimanere verde. Quindi l’accoglimento parziale proposto dai miei alleati di coalizione sarebbe volto semplicemente a consentire a De Cecco di poter realizzare altrove i volumi (e quindi i valori economici) derivanti dall’investimento. Il tutto però aumenterebbe il dimensionamento del piano e configurerebbe un trattamento diverso rispetto ad altri imprenditori o comuni cittadini le cui aree sono state sottoposte a vincolo dalla variante. Il gruppo De Cecco ne riceverebbe un lieve danno economico considerata la consistenza dello stesso. E vorrei segnalare che un principio cardine di qualsiasi stato liberale è che i cittadini siano trattati allo stesso modo qualunque sia il loro cognome. Inoltre la storia della politica pescarese giustifica il timore che l’area diventata edificabile poi lo sarà sul serio se il potente gruppo imprenditoriale continuerà a insistere. Quante volte ho sentito ripetermi in questi mesi. “come si fa a dire di no a De Cecco ?”. L’avvocato Civitarese nel parere scritto su richiesta del gruppo de Cecco ha chiarito che se venisse bocciata l’osservazione la città avrebbe 6.695 mq di verde pubblico in più. Mi sembra una buona ragione o mi sbaglio ?

Giustamente De Cecco, produttore del marchio di pasta di cui tutti noi abruzzesi e pescaresi andiamo orgogliosi, scrive di non essere “disposto ad accettare la definizione di speculatore edile”. Su questo sono d’accordo con lui, ma il fatto di svolgere una brillante attività imprenditoriale in un settore diverso non impedisce di rendersi protagonisti, forse involontariamente, di una speculazione edilizia.

 Non riesco a trovare altri termini per il colossale regalo di volumetrie che il consiglio comunale con votazione bipartisan fece a De Cecco (voto contrario soltanto di Rifondazione e Verdi), con l’accordo di programma in via di realizzazione a Portauova. Non se la prenda De Cecco che probabilmente non ha colpe in quanto “a caval donato non si guarda in bocca”. Un’operazione urbanisticamente discutibile anche dal punto di vista del mero calcolo dei benefici economici per la pubblica amministrazione, cioè per la cittadinanza. Il celebre architetto Oriol Bohigas non ha caso si è pubblicamente dissociato con un articolo pubblicato su D’ARCHITETTURA, autorevole rivista nazionale ( n. 28 Sett./Dic. 2005): “Il progetto per la De Cecco, a Pescara, fu un’altra esperienza non andata a buon fine. (…) Dopo anni di lavoro speso nella ricerca del miglior compromesso tra le nostre esigenze progettuali e le richieste economico-finanziarie della De Cecco, l’ente banditore decise di realizzare un progetto totalmente diverso da quello elaborato da noi, pur continuando ad utilizzare il nostro nome per evidenti scopi pubblicitari”. E ancora nel 2006 sulla rivista nazionale PAESAGGIO URBANO  Elisa Montalti racconta che “…esigenze orientate più al mercato immobiliare hanno notevolmente irritato l’architetto spagnolo, il quale si è profondamente dissociato dal progetto ritenendolo completamente stravolto e non più conforme alle sue scelte morfologiche e tipologiche”. Probabilmente il Comune ha regalato un tale aumento di volumetria che per realizzarlo tutto bisognava sacrificare la pur apprezzabile scelta di servirsi di una grande firma dell’architettura europea.

Scrivo queste cose non per intento polemico essendo un fan della pasta De Cecco, ma perché condivido tante altre cose che il cavaliere ha dichiarato nel suo lungo articolo. Per esempio sono d’accordo sul fatto che sia sbagliata la localizzazione della Guardia di Finanza nell’ex – scuola Muzii e nelle aree attigue a quella comprata da De Cecco (speriamo che il sindaco e Mancini ascoltino De Cecco visto che non li scuote dalle loro certezze neanche la raccolta di firme di migliaia di cittadini).

Il mio partito si è battuto contro il dilagare selvaggio dei centri commerciali intorno a Pescara proprio perché avrebbero provocato la desertificazione del centro cittadino. Con la variante abbiamo vincolato le sale cinematografiche sopravvissute al disimpegno di amministratori che dicevano che la chiusura dei cinema era un fatto ineluttabile voluto dal libero mercato. L’università è polarizzata su Chieti perché la politica pescarese ha assecondato un accordo di programma che ha consumato gli spazi di espansione per l’università a Pescara consentendo una gigantesca operazione speculativa. Sulle cose di cui si lamenta il cavaliere De Cecco consiglio di leggere anni ed anni di verbali delle sedute del Consiglio Comunale. Verificherà che Rifondazione Comunista ha tenuto sempre una posizione che metteva al centro il futuro della città. Il problema di fondo è sempre lo stesso da qualche decennio a Pescara. La subalternità della politica agli interessi economici più o meno forti, la mancanza di una distinzione di ruoli per cui la politica invece di rappresentare la cittadinanza diventa una competizione tra quale dei partiti, degli uomini e degli schieramenti più si prodiga a rendersi utile agli interessi forti di turno.

Trovo assai positivo che De Cecco invochi un confronto. Per quanto mi riguarda sono completamente a disposizione in tutte le sedi, dalle stanze del comune agli studi televisivi.  E’ ora che l’urbanistica cittadina non si discuta più nei ristoranti, che io non frequento, ma in maniera pubblica dentro una competizione trasparente tra idee e progetti. Per esempio sono convinto anche io che Pescara abbia bisogno di strutture turistico-ricettive e, tra le tante conseguenze negative della subalternità della politica ai costruttori, ritengo vada annoverato il fatto che si è consentito nel passato di realizzare edilizia residenziale sulle aree destinate a strutture alberghiere. L’arricchimento facile derivante dall’immediata vendita degli appartamenti è stato preferito rispetto ad investimenti che avrebbero potuto generare sviluppo economico durevole. Nella variante, predisposta dal nostro assessore, è previsto che 25.000 metri quadrati delle aree del Piano particolareggiato 2 siano destinate a strutture alberghiere. Il gruppo De Cecco può entrare nella Società di Trasformazione Urbana (STU) che dovrà realizzare questo strategico progetto di riqualificazione. Perché continuare in una polemica che non serve alla città e non giova all’immagine del gruppo ?

Il cavaliere cita nel suo articolo cita quale esempio positivo quello di Bagnoli. Forse non sa che l’inventore di quel progetto di recupero, l’allora assessore del Comune di Napoli con Bassolino, Vezio De Lucia è tra i consulenti che stanno lavorando con il nostro assessorato sulla STU nonché un maestro dell’urbanistica italiana a cui chiedo sovente consigli in materia. Da un grande gruppo imprenditoriale credo che la città si attenda che si collochi sulla frontiera dell’innovazione. De Cecco proprio in qualità di imprenditore non ha bisogno delle manovre tipiche da palazzinaro. Non so come finirà la vicenda in consiglio comunale. So che cercheremo con pazienza gandhiana fino all’ultimo il confronto di merito. Ho la convinzione che se il consiglio comunale trovasse il coraggio di votare no alla osservazione De Cecco (come ha fatto la commissione prima che si scatenassero i fulmini del sindaco) sarebbe una bella giornata per Pescara e per la democrazia. Vorrebbe dire che si comincia a cambiare davvero e a diventare un po’ più europei sul serio. Vorrebbe dire che le osservazioni dei cittadini sarebbero valutate rispetto al contenuto e non al peso del cognome dell’interessato.

Dico a De Cecco che non c’è alcun giudice da cercare a Berlino, perché la battuta in francese che il cavaliere ha rivolto nei miei confronti non si addice al caso. La storia narra che un mugnaio dovesse subire la prepotenza del re di Prussia Federico II che voleva assolutamente impossessarsi del suo terreno. Ora il buonsenso vuole che sia Filippo Antonio De Cecco, sostenuto dall’onnipotente sindaco di Pescara, a somigliare al potente di turno e difficilmente riuscirà a vestire i panni del cittadino comune vittima dell’onorevole Acerbo.

                   Maurizio Acerbo

 

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EMPORIO PRIMO VERE

di Michele Meomartino

 

Sabato pomeriggio, 14 Ottobre 2006, presso la cooperativa Primo Vere si è festeggiato  il primo anniversario del suo emporio per l’alta qualità sociale e ambientale. Giochi, degustazioni, musiche ed altre novità hanno allietato la serata. L’emporio, ubicato in via San Donato, 1 , di fronte all’ingresso del carcere di Pescara, rappresenta una grande novità nel panorama italiano della sostenibilità, non tanto per le singole proposte, nell’intreccio tra economia ed ecologia, tutte eticamente coerenti e compatibili, quanto per la ricchezza e l’articolazione del progetto complessivo, finanziato per una parte dalla Comunità Europea attraverso il “Progetto Urban”, che fa dell’emporio un piccolo laboratorio verso la costituzione in Abruzzo del primo Distretto di Economia Solidale (DES). Un progetto strategico che la cooperativa Primo Vere sta promuovendo e realizzando insieme alle altre realtà del nodo Pescara – Chieti della Rete Lilliput, di cui è fondatrice, e con chiunque si riconosce nei valori della cooperazione, della solidarietà, della giustizia, dell’ambiente, della pace e della nonviolenza. La cooperativa, in questi ultimi 2 anni, ha fatto letteralmente passi da gigante, se si considera che il GAS ( Gruppo Acquisto Solidale ), da cui proviene, è nato solo nel 2002. Nell’emporio lavorano due soci dipendenti, e in un’area complessiva di circa 220 mq, comprensivi di magazzino e  di un’area soppalco praticabile, “trovano ospitalità” tantissimi prodotti: biologici, biodinamici, naturali, freschi e conservati, del commercio equo e solidale, dell’artigianato sociale, ecologici, editoriali, locali, idee regalo e bomboniere.

Ma i soci, consapevoli che la sfida di questo progetto si affronta anche e soprattutto su un piano culturale in un’ ottica di servizio ai cittadini, hanno dotato l’emporio di numerosi sportelli informativi, che vanno: 

dalla finanza etica, al turismo responsabile, al risparmio energetico casalingo, al commercio equo e solidale, ai gruppi di acquisto solidali, alla bioedilizia, alla bioarchitettura, all’arredo ecologico, all’informatica sostenibile, all’agricoltura biologica, biodinamica e rurale, all’alimentazione naturale, alle informazioni  per le donne in stato di gravidanza, al risparmio idrico in casa, alla cosmesi naturale, alla cura con i fiori di Bach e alle varie forme di riciclaggio.

Gli sportelli sono condotti da volontari altamente professionali e gratuitamente, basta telefonare all’emporio e prenotarsi. Unitamente a ciò, si stanno organizzando tantissimi eventi culturali su diversi temi: dalla presentazione dei produttori locali con relative degustazioni dei prodotti che si possono acquistare all’emporio, alla narrazione di favole ecologiche per bambini (l’ ultima iniziativa di sabato 30 Settembre scorso). Inoltre, si svolgono periodicamente alcuni laboratori di: tessitura antica, ricamo, preparazione della pasta fatta in casa, maglia ai ferri, costruzione di maschere con materiale riciclato e tante altre attività che hanno lo scopo di socializzare e mirano a sviluppare la manualità di ognuno. Inoltre, in un’ ambiente semplice, pulito, luminoso, accogliente e caldo, arredato solo con materiali naturali, è stato progettato uno “spazio relazionale” nell’area del soppalco, dove è possibile far giocare i bambini, fermarsi, leggere delle riviste alternative o un buon libro o semplicemente gustare un caffè equo e solidale.

 

 

Banane Bio Eque e Solidali

nelle mense delle scuole di Pescara

 

di Michele Meomartino

 

Qualche volta l’impegno che profondiamo per raggiungere certi obiettivi viene premiato con qualche risultato. Non tutte le battaglie si perdono, per fortuna !

Senza enfasi, ma con legittima soddisfazione per l’obiettivo che abbiamo raggiunto che va ascritto a tutta la Rete senza graduatorie meritocratiche, vi comunico che il Comune di Pescara ha aumentato gli ordinativi di banane biologiche del commercio equo e solidale nelle mense scolastiche.

Le molteplici iniziative (convegni, conferenze, seminari, informazione e formazione nelle scuole, innummerevoli colloqui con esponenti delle amministrazioni e gli enti locali) che la nostra Rete, a cominciare dalle botteghe che ne fanno parte, hanno svolto negli ultimi anni, sta iniziando a dare i primi frutti.

Se vi ricordate, uno degli obiettivi di “Altracittà 2006” a Pescara fu di non far scemare l’attenzione su questi temi e di tenere, come si suol dire in questi casi, sempre la corda tesa, soprattutto dopo la parziale introduzione dei prodotti bio-equo-solidali nelle mense, avvenuta nei primi mesi di quest’anno.

Non è stato un caso, quindi, l’aver svolto una tavola rotonda proprio sulle mense scolastiche, dove furono invitati sia l’attuale responsabile della ristorazione del comune, Enrica Di Paolo, sia l’assessore all’istruzione Alberto Balducci, nè l’aver svolto la “Prima fiera del commercio equo e solidale d’Abruzzo” con la partecipazione di ben 10 botteghe a villa Sabucchi nel Luglio scorso.

Già, ai primi di Settembre, mi era stato preannunciato un possibile aumento della richiesta di banane e merendine.

Ed ora è ufficiale. Armando della cooperativa Il Mandorlo, che cura la consegna del dolce frutto e delle merendine, entro il 17 Ottobre, consegnerà non più solo ai 4 plessi scolastici che erano stati coinvolti inizialmente per la sperimentazione, ma a tutti e 11 plessi, cioè, in circa 33 scuole. Grosso modo un’operazione che riguarderà ben 3663 bambini.

In sostanza ci troviamo di fronte ad un ordinativo quasi triplicato, e in più sulla scorta di questo risultato, abbiamo, ora, più forza persuasiva per tentare di convincere anche le altre Amministrazioni comunali, Chieti e Penne, in primis, a fare altrettanto, oppure, più semplicemente proponendo loro di installare distributori di prodotti bio-equo-solidali.

 

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IL WWF E L'ABRUZZO SOCIAL FORUM INVITANO A PARTECIPARE A DUE IMPORTANTI EVENTI:

 

L'AQUILA MERCOLEDI' 11 OTTOBRE 2006

ALLE ORE 15:30

Palazzo dell'Emiciclo

CONSIGLIO REGIONALE STRAORDINARIO SULL'ACQUA

Sit-in per una gestione pubblica, trasparente, sostenibile e democratica di questo bene comune.

Per informazioni: 3683188739

Leggi qui sotto il comunicato stampa di oggi del WWF e del Forum Acqua 

 

ROMA SABATO 14 OTTOBRE 2006

ALLE ORE 14:30

Fori Imperiali 

MANIFESTAZIONE CONTRO LA LEGGE OBIETTIVO (TERZO TRAFORO, VENDITA DELL'ACQUA ALLA PUGLIA, TAV ECC.ECC.)

Anche se abbiamo vinto contro queste opere rimane in piedi la legge che ne permette la realizzazione. Aboliamola per stare sicuri nei prossimi anni. 

Pullman da Pescara, Giulianova, Teramo e L'Aquila al costo di 10 Euro a persona. Prenotazioni entro mercoledì 11 ai numeri 3403701978, 3280593073. In base alle prenotazioni si deciderà se confermare il pullman, altrimenti ci si organizzerà in auto.  

Leggi qui sotto il documento del comitato organizzatore

 


 

COMUNICATO STAMPA DEL 5 OTTOBRE 2006

 Riorganizzazione della gestione dell'acqua in Abruzzo.

WWF e Forum Acqua: 4 Ambiti (ATO) disegnati sui principali bacini idrografici della Regione. No all´authority, sì ad un´unica società di gestione regionale pubblica e partecipata dai cittadini.  

Il WWF e il Forum Acqua dell´Abruzzo Social Forum intervengono con una proposta  nel dibattito sulla riorganizzazione della gestione dell´acqua in Abruzzo.

Secondo le due organizzazioni quasi tutti gli interventi che si sono susseguiti in queste settimane sul numero di Ambiti Territoriali Ottimali di Gestione (ATO), numero di società di gestione coinvolte, eventuale authority hanno mancato di basare le proprie proposte su dati oggettivi e, soprattutto, non hanno fatto un´analisi delle criticità del sistema. L´unico punto su cui tutti sono d´accordo è la cura dimagrante da accordare al cosiddetto "partito dell´acqua": purtroppo la credibilità di queste proposte è minata alla base dal fatto che esse derivano in larga parte da chi ha creato questo partito. All´interno di tutti i consigli di amministrazione delle società e degli ATO ritroviamo rappresentanti degli stessi soggetti che si dolgono dello stato disastroso della gestione dell´acqua in Abruzzo. Cambiare tutto affinché nulla cambi?

WWF e Forum Acqua vogliono ribaltare questo approccio, avanzando una proposta basata su un´analisi ambientale e territoriale e su un´attenta valutazione delle principali criticità nel governo dell´acqua nella Regione. 

Numero di Ambiti Territoriali Ottimali (ATO). Gli ATO servono per la programmazione e il controllo della gestione. Sono uno strumento fondamentale per individuare e vagliare i bisogni del territorio, sia dei cittadini che dell´ambiente. Qualcuno ha proposto un ATO unico regionale. Si può immaginare il sindaco di Controguerra discutere con quello di Schiavi d´Abruzzo per la gestione dell´acqua nei rispettivi territori? Non è facile prevedere che nella confusione generale che ne deriverebbe sarebbero i soliti poteri forti ad indirizzare la scelta degli obiettivi e delle priorità? Poiché l´unità geografica fondamentale rispetto all´acqua è il bacino idrografico, servono 4 ATO disegnati sui principali bacini idrografici della Regione: Aterno-Pescara, Vomano, Sangro e Liri. A rigor di "logica ambientale" quest´ultimo potrebbe in futuro far parte di un ATO interregionale, così come i comuni del Trigno potrebbero in futuro costituire un altro ATO con i comuni della sponda molisana. Stante però la situazione attuale è meglio riorganizzare il sistema regionale per rinviare questi aspetti ad un dibattito futuro. Finalmente i sindaci e i cittadini troverebbero una sede dove confrontarsi su problemi comuni, visto che una goccia che cade a L´Aquila alla fine arriva alla foce del fiume a Pescara e qualsiasi cosa accade a monte si riflette a valle. Sarebbe così l´occasione per affrontare il nodo fondamentale nella gestione dell´acqua, quella del "Bilancio idrico di bacino" dove contemperare tutte le esigenze a fronte della valutazione dell´acqua disponibile. 

Numero di Società di Gestione: le due organizzazioni ritengono possibile l´affidamento ad un´unica società di gestione regionale che sia a proprietà pubblica, che non abbia, possibilmente, uno statuto privatistico (SPA) anticipando le scelte che sta facendo il governo in sede nazionale. Si abbatterebbero i costi per i consigli di amministrazione, aumenterebbe la capacità finanziaria e la strumentazione, sarebbe più facile assicurare il controllo e la trasparenza. La principale controindicazione sarebbe l´eccessiva concentrazione di potere rispetto agli ATO. L´unico modo per assicurare un contro-bilanciamento dei poteri è garantire la partecipazione dei cittadini alla gestione, inserendo sia nei consigli di amministrazione dei 4 ATO proposti sia nel consiglio di amministrazione della società unica tre o più rappresentanti di consumatori, ambientalisti e lavoratori, senza diritto di voto e stipendio ma con diritto di parola.

Un altro modo per allargare la "base decisionale" del sistema è legare le decisioni dei sindaci nelle assemblee dell´ATO ai consigli comunali, dove le principale questioni relative alla gestione dell´acqua dovrebbero essere in questo modo dibattute. In 305 comuni della Regione finalmente migliaia di amministratori sarebbero responsabilizzati sulla gestione di questo bene comune.

Authority regionale: WWF e Forum Acqua bocciano senza appello questa ipotesi perché non servirebbe a risolvere il problema del controllo degli organi di gestione. Abbiamo già un assessorato regionale deputato al controllo, alla programmazione e ai rapporti con lo Stato. Alla fine un´authority tecnica controllata dai partiti di maggioranza a cui alla fine spetterebbe gran parte delle nomine dei membri avrebbe senz´altro molto meno potere di incidere rispetto ad un controllo realizzato dai cittadini direttamente a livello della società di gestione e degli ATO.

Comitato di Vigilanza: esiste già uno strumento per assicurare il coinvolgimento del Consiglio regionale nella gestione dell´acqua: è il Comitato di Vigilanza sul servizio idrico. Istituito dal Consiglio Regionale, attualmente non funziona. Nella riorganizzazione in atto basterebbe affidargli pareri vincolanti per alcune decisioni per permettere a questo strumento di funzionare. Le minoranze politiche in consiglio regionale troverebbero, così, uno strumento adatto per controllare l´operato degli altri organi di gestione dell´acqua.     

Intanto WWF e Abruzzo Social Forum rilanciano la mobilitazione in vista di due appuntamenti in cui è importante che delegazioni di cittadini abruzzesi siano presenti: il Consiglio Regionale Straordinario sull´acqua previsto per l´11 ottobre a L´Aquila alle ore 10:00 e la manifestazione contro la Legge Obiettivo prevista per sabato 14 ottobre pomeriggio a Roma. Chi ha battuto il terzo traforo e la vendita dell´acqua alla Puglia può portare la propria esperienza in questa manifestazione in cui si chiederà l´abolizione della Legge Obiettivo voluta da Lunardi. Solo così si metterebbe la parola fine a questi deliranti progetti anche dal punto di vista legislativo.

 


 

Contro la legge obiettivo, il 14 ottobre a Roma

 


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Articolo presentato da Gianni Donuadi

 

Israel Shahak


Compagni e amici,
a proposito dell'attacco all'Ucoii da parte del governo e del ministro Amato (molto poco in verità) ho

trovato e tradotto un pezzo di Israel Shahak del 1983, dopo l'invasione del Libano del 1982. Credo sia molto attuale. Ho aggiunto due note e un poscritto. credo meriti di essere pubblicato.

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ETUDES PALESTINIENNES, N° 8, 1983, pp. 89-92

«Nazistificazione» Israel Shahak *

Tradotto dal francese da Mauro Manno, membro di Tlaxcala, rete di traduttori per la diversità linguistica (tlaxcala@tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.

Un paese si nazistifica quando delle idee, che non è conveniente di solito esprimere nella buona società, acquistano improvvisamente diritto di cittadinanza nella stampa, in Parlamento, sulla bocca di gente importante. É secondo me quello che sta succedendo in Israele dove alcune affermazioni hanno acquisito una sorta di «normalità». So che il termine di nazistificazione disturba, visto che per la maggior parte della gente il nazismo significa, ben inteso, Auschwitz, le camere a gas ... So ugualmente che gli apologeti di Begin affermano che, malgrado tutte le atrocità della guerra in Libano, Israele non fa ricorso alle stesse pratiche dei nazisti. Io risponderei che il regime hitleriano nelle sue prime fasi non aveva
ancora istituito i campi della morte e che durante gli anni 1935-1939 le vittime ebraiche dei pogrom in Polonia erano certamente più numerose di quelle di Hitler in Germania. Hitler all'inizio faceva forse meno vittime di altri, ma nel frattempo costruiva il peggiore dei regimi. Affermando che alcuni gruppi non facevano parte della razza umana, che alcuni cittadini tedeschi perdevano per questo la loro cittadinanza, che il pianeta era popolato di razze distinte e gerarchizzate, il nazismo preparava la strada per Auschwitz. Per me Begin è oggi una sorta di Hindenburg, mentre Sharon e Eytan mi fanno pensare molto proprio a Hitler, così come la pratica israeliana nei territori occupati e in Libano mi sembrano molto vicine a
quelle dei nazisti nei confronti degli ebrei durante il periodo dal 1935 al 1939.[1] E l'esistenza contestuale di un certo numero di azioni positive in Israele, non cambia nulla. Così, tanto per dare un esempio, la recente decisione della Corte Suprema israeliana che ha scavalcato la volontà del governo e ha permesso ai giornalisti israeliani della radio-televisione di intervistare dei palestinesi, anche vicini all'OLP, può benissimo in questo periodo, che per me rappresenta un periodo di crescita dei pericoli, coesistere con pratiche analoghe a quelle che hanno caratterizzato la crescita del nazismo in Germania. In Israele, c'è Ansar, ci sono i campi di tortura e simultaneamente ci sono dei tribunali che continuano a giudicare
con una buona dose di legalità.Non bisogna sottostimare la gravità di certe dichiarazioni dei dirigenti
israeliani. Quelle di Sharon, o di Begin, il quale ritiene che un «palestinese è un animale a due zampe», sono ben note. Ma non so se le affermazioni del generale Eytan, che in Israele è più popolare di quanto si
creda, siano anch'esse conosciute dal pubblico all'estero. Eytan che dichiara regolarmente alle sue truppe che «un buon arabo è un arabo morto», che afferma che tutti gli arabi devono essere sterminati o espulsi, che ha sempre preconizzato le punizioni collettive, fino ad ora non ha mai dovuto affrontare una sola opposizione di un qualsiasi membro dell'establishment politico, né del Likud, né dei laburisti. Per il generale attuale Capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano, gli arabi, tutti gli arabi e non
solo i palestinesi, formano una categoria umana particolare e a questo titolo meritano un «trattamento» a parte. Questo metodo è comune a Eytan e ai nazisti, somiglia molto ai metodi che si usano abitualmente per ammaestrare gli animali. Questi ultimi non possedendo nessuna «umanità», non posseggono neanche quel valore intrinseco che di solito garantisce ad ogni essere umano, indipendentemente dal sistema nel quale vive, un certo numero di diritti inalienabili. Per Begin e Eytan tutti gli arabi sono animali. [2]
Vorrei parlare di un episodio per dimostrare fino a che punto la nazistificazione è orribile, come essa supera in orrore una situazione precedente in Israele, che già non era particolarmente allegra. Tipica dell'atteggiamento di Eytan riguardo agli arabi, la faccenda si può riassumere in questo modo.
Un anno fa, una ragazzina della località di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, è stata ritrovata assassinata e fatta a pezzi. L'assassino non è stato mai trovato. All'inizio del mese di marzo del 1983, mentre parlava a degli
scolari, improvvisamente, Eytan dichiarò che l'assassino era un palestinese dell'OLP e che questa organizzazione imponeva ai suoi membri di violentare e assassinare le ragazzine ebree. Aggiunse che egli era in possesso di informazioni riguardanti un crimine analogo commesso da un arabo contro un'altro
bambino. La dichiarazione fu uno shock. Il giorno dopo la polizia smentì le dichiarazioni di Eytan; dopo la polizia fu il turno del Ministro dell'Interno Burg, poi del Procuratore Generale Zammir e infine dello stesso Shin Beth. Ma nulla valse tutto ciò, ad ogni smentita Eytan tornava alla carica e
confermava le sue accuse. La faccenda prese una proporzione un po' folle. Ogni mattina c'era una smentita sui giornali ed ogni sera Eytan ripeteva le sue accuse.Ma c'è una cosa più grave di questa. Pensate che ci sia stato un solo politico del Likud o del Partito Laburista che abbia contraddetto
Eytan? Burg lo attaccò, il Mapam, il Rakah, lo Shelli ... ugualmente, ma non una voce del Likud o del Partito Laburista si fece sentire. La nazistificazione è diventato un fenomeno di società. Questo generale le cui dichiarazioni sono degne di un nazista è troppo importante per essere attaccato. E a questo punto non posso non tracciare un altro parallelo.
Quando Hitler giunse al potere, molti politici tedeschi si permettevano di criticarlo, ma mai per il suo razzismo. Negli anni '30, il razzismo era troppo popolare perché si criticasse l'antisemitismo di Hitler.
Gli ultimi due mesi, numerosi avvenimenti hanno illustrato i nuovi grandi cambiamenti della società israeliana. Due settimane fa,partecipavo alla commemorazione del 30° giorno della morte del militante di «Peace Now», ucciso da una bomba. Eravamo a Gerusalemme, il nostro corteo di più di 2.000 manifestanti, ad un certo momento, incrociò un gruppo consistente di giovani fanatici del Gush Emunim, tutti askenaziti, che urlavano senza sosta solo una parola: «Begin! Begin!». Con noi c'era un piccolo gruppo di ebrei orientali che occupava il centro del corteo. Quando quelli del Gush Emunim
li videro, smisero di gridare «Begin! Begin!» e si misero a gridare «Arabi! Arabi!». Questo termine è diventato un insulto pubblico contro degli ebrei! Dovete solo lanciare questa parola senza aggiungere altro.Nella cittadina di Netivot, vicino Gaza, l'assassinio di un gioielliere portò all'espulsione di qualche arabo che vivevano in quel luogo. La stampa, si interessò all'episodio e i giornalisti vi condussero diverse inchieste. Tra le loro «scoperte», si scoprì che nella faccenda erano implicati dei giovani smobilitati dall'esercito.. Le loro convinzioni? «L'odio per gli arabi ci unisce», oppure «Alcuni lavori spettano solo agli arabi». Si trattava forse di quei lavori ritenuti «duri» o «sporchi? Si certo ma non solo questo. Il ragionamento di quei giovani israeliani sembrava fondarsi principalmente sulla loro convinzione che gli ebrei dovevano solo supervisionare e dirigere il lavoro degli arabi, che quest'ultimi avevano bisogno di capomastri «brutali». É vero che quei giovani avevano tutti effettuato il loro servizio militare nei territori occupati oppure in Libano... Le stesse inchieste giornalistiche hanno messo in rilievo che quei giovani preferivano essere disoccupati piuttosto che fare un «lavoro da arabi». Una parte della disoccupazione dei giovani dopo il servizio militare, oggi in Israele, dipende da questo tipo di convinzione.Oggi, l'odio dell'arabo non è condannato dal potere in Israele. Tutti i dirigenti sono d'accordo per strombazzare che gli ebrei non devono odiarsi tra di loro, nessuno condanna l'odio dell'arabo.Penso che una parte importante della società israeliana si sta nazistificando e che questo sia utile al governo Begin. Perché esso ha bisogno di fornire ogni anno ai suoi sostenitori una vittoria sugli arabi. Nel 1981, fu il bombardamento del reattore nucleare in Iraq; nel 1982, l'invasione del Libano. Che ci dobbiamo aspettare per il 1983? Non so quale sarà la sua trovata; ma è certo che Begin colpirà quest'estate.Israele oggi è diviso tra due poli di importanza disuguale. Penso che dal 50 al 60 % degli israeliani seguano Begin, e che 20% si oppongano alla sua politica. Riguardo a quest'ultimi, vorrei dire che il Movimento «Peace Now», alle cui posizioni io non aderisco completamente, secondo me, costituisca comunque uno dei principali oppositori della nazistificazione. Anche coloro che tra i suoi membri non sono favorevoli alla nascita di uno Stato
palestinese considerano tuttavia che un palestinese è un essere umano e che come tale ha diritti inalienabili. Per tornare alla polarizzazione della società, si deve dire che tra coloro che appoggiano e coloro che si oppongono a Begin, c'è una massa fluttuante che non ha ancora deciso da che
parte stare. Ma credo che sarà costretta a farlo molto rapidamente.Oggi Israele è al massimo della sua potenza. E l'offensiva totalitaria in corso è ben lontana dall'essere conclusa. Vedo due cause principali: La
prima è che gli Stati Uniti continuano ad aiutare il governo israeliano, malgrado Sabra e Chatila,malgrado tutti gli orrori quotidiani dell'occupazione israeliana del Libano, malgrado la sua annessione rampante della Cisgiordania e Gaza. La seconda causa, altrettanto grave, è la divisione profonda degli arabi.
Ma una cosa, una sola, può sconfiggere oggi la nazistificazione, ed è la resistenza libano-palestinese nel paese dei cedri. Quando i nazisti israeliani affermano che gli arabi comprendono solo il linguaggio della
forza, è in realtà di loro stessi che stanno parlando. Se alcuni partigiani di Begin oggi si pongono qualche domanda, ciò avviene unicamente perché la resistenza libano-palestinese si va rafforzando. Se questa resistenza continua, la macchina infernale israeliana sarà bloccata; altrimenti temo che Begin si lanci in una nuova avventura omicida.

 

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