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IL SALE - N.°57


Sommario

 

 

 

 VALUTAZIONI SUL PENSIERO POLITICO DI ARISTOTELE.

 

L' ideale platonico nella " Repubblica" è quello di uno Stato governato dai saggi, cioè dai Filosofi-re, i quali conoscono quello che è il bene; e non devono, quindi, essere succubi di nessun vincolo imposto da una autorità suprema. Pertanto il migliore governo, secondo Platone, deve essere fondato non sulla legge, ma sulla conoscenza razionale del bene; il bene è la coscienza dello Stato, e nel suo perseguimento si ha la ragion d'essere dello Stato. Aristotele, invece, contrappone a un governo di uomini prospettato da Platone un governo di leggi. Però,con riferimento alla supremazia della legge, Aristotele prevede una riserva solo nei confronti dell' individuo eccezionale, il quale trascende per il valore medio il livello degli altri uomini. Tale individuo non deve essere sottoposto alla legge ed è giusto che eserciti un potere illimitato. Nella "Politica" Aristotele dirà, " la giustizia esiste soltanto tra gli uomini, i cui rapporti reciproci sono governati da un rapporto di leggi". In questo caso notiamo che il fine dello Stato è un fine strettamente etico. La giustizia che si realizza nello Stato non è solo una giustizia “distributiva'', ma una giustizia "generale", cioè un bene che si raggiunge non solo attraverso le leggi, ma nella costituzione e attraverso 1' educazione.

 

Quanto detto, ci può tranquillamente indurre a distinguere la visione aristotelica dello Stato da quello che modernamente chiamiamo "Stato giuridico". Tale "Stato giuridico" si contrappone a uno "stato etico". Quindi, da un lato uno Stato inteso come garante del diritto; dall' altro uno Stato inteso come espressione e realizzazione di una piena vita morale. Inoltre Aristotele distingue le forme di governo a seconda che il potere venga esercitato in maniera giusta o ingiusta, buona o cattiva. Sono sei le forme tipiche: tre mirano al bene comune ( regno, aristocrazia, politia); tre all' utile particolare e sono degenerazione delle prime( tirannide, oligarchia, democrazia). Ci chiediamo però quale è il rapporto tra Stato e diritto? In realtà si può rispondere affermando che non esiste una polis, una città, senza costituzione, cioè senza una distribuzione del potere.

 

Lo Stato è, e non potremo negarlo, un ordinamento giuridico, una regolamentazione strutturale dei rapporti tra cittadini secondo regole determinate. Il grande merito di Aristotele è stato, senz' altro, quello di avere affermato una concezione dello Stato, in cui il diritto è inteso come elemento costitutivo, come presupposto essenziale per un corretto rapporto politico. Dunque, in Aristotele, prevale un uso della forza suffragato dal diritto. Quindi la forza è un mezzo di cui si avvale lo Stato per imporre il rispetto delle proprie norme ( e ciò mi ricorda Machiavelli) . A mio avviso, concepire lo Stato in termini di diritto, vuol dire concepire il suo potere come forza legale, in virtù della sua legalità: quindi un potere dipendente dalla legge.

 

Il diritto positivo, infatti, non è altro che il riconoscimento conferito a una norma già esistente; e questa norma è la fonte da cui procede ogni potere compreso quello politico. Un potere, allora, non affidato totalmente alle qualità personali di un capo, come sosteneva Platone, ma alla forza normativa che deve guidarlo. Dovunque è presente una forma di costituzione, è presente il diritto ed è presente lo Stato. Qui, infatti, è racchiusa tutta la modernità del pensiero aristotelico, che identifica la giustizia con la legge: ma la giustizia è un bene immanente e non trascendente lo Stato, e raggiungibile solo con la partecipazione attiva alla vita politica. E lo Stato è portatore di tale bene. Quindi la giustizia non può che attuarsi nell'ottimo Stato, è un bene di cui lo Stato è la vera incarnazione. Uno Stato, in poche parole, portatore di valori morali in se stesso, garante di un ordine esteriore che è il diritto, ma anche della vita secondo virtù, cioè della vita morale. Mentre però in Platone lo Stato è espressione di una anima, quella del filosofo che deve guidarlo e ne deve coordinare in senso dialettico la razionalità, in Aristotele è espressione di una legge che deve trascendere 1'uomo inserito in un contesto del vivere sociale. Soltanto, per concludere. una norma obbligatoria e efficace vincola i componenti di una società alla loro osservanza e rappresenta per gli stessi un legame coesivo che non dovrebbe essere spezzato da alcuna forma di sopruso e di tirannide. Molti secoli più tardi, nel settecento, Rousseau ipotizzerà uno Stato convenzionale antitetico allo Stato naturale di Aristotele, con la teoria del "Contratto sociale", attraverso cui i singoli rinuncino liberamente a parte della loro libertà a favore della totalità ( Io Stato), che in tal modo si costituisce e di cui essi fanno parte.

 

                                                                                                                                     Sanità Pierluigi

 

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IL COMUNISMO HA PERSO UNA BATTAGLIA MA NON LA GUERRA!

 

(Prima parte)

 

 

 

Oggi, con molta facilità, si afferma che il Comunismo è morto, che esso è dittatura miseria ignoranza oscurantismo, per cui non potrà rinascere più. Alla testa di questa crociata di linciaggio totale c'è il leader della coalizione di destra Silvio Berlusconi. Cosa strana, ma vera, anche la maggior parte degli ex dirigenti comunisti fanno di tutto per differenziarsi e prendere le distanze dal loro passato e da questa idea.

Per prima cosa vorrei fare una premessa: quando parlo di comunismo e di società comunista non intendo riferirmi minimamente all'URSS ed al cosiddetto "Socialismo reale" perchè queste esperienze non avevano niente di comunismo. Il Partito Bolscevico, subito dopo la presa del potere nella Russia del 1917, proclamava la creazione di un nuovo "Stato operaio e contadino" ed il socialismo lo vedeva come "di là da venire", pur proponendosi di raggiungere tale meta. Sono stati Stalin e la casta burocratica nascente a sentire il bisogno di autodefinirsi "Socialismo reale" per differenziarsi dal "Socialismo ideale" ( quello vero basato su tali idee e principi) e per nascondere all'opinione pubblica mondiale la dittatura che stavano instaurando.

Vorrei fare un'altra premessa ancora: quando parlo di comunismo non mi riferisco in particolare alla società del futuro preconizzata da Marx e dai marxisti oppure da Bakunin e dagli anarchici, ma più in generale ad una società nuova da costruire, a cui fanno riferimento tantissimi settori ideologici.

            Il bisogno di una società nuova che sostituisca quella attuale in piena decadenza è stato sentito anche dai partecipanti al “VI Forum Social Mundial 2006”, tenutosi a Caracas dal 24 al 29 gennaio 2006. Essi hanno aperto un dibattito su come dovrebbe essere il Socialismo del XXI Secolo. A parte il fatto che il problema non è il socialismo del XXI, del XXII o del XXX secolo ma IL SOCIALISMO, le cui idee ed i cui principi sono immutabili nel tempo e non sono scambiabili e modificabili, secondo come fa comodo. Comunque tale ricerca la considero interessante ed è completamente aperta a tutti in quanto la società nuova non potrà non essere una sintesi del meglio della società capitalista e di tutti i movimenti ideologici che 1'hanno combattuta, come quello cristiano socialista comunista anarchico. Per cui penso che sarà inevitabilmente una società basata sulla libertà, la fraternità, la solidarietà, la democrazia diretta, il pluralismo, il rispetto, 1' uguaglianza, la giustizia, la fine della proprietà privata, del padrone e dello sfruttamento nella Storia. Veramente un Mondo Nuovo, aperto verso successivi Mondi Nuovi.

La società nuova di cui io parlo è indubbiamente una società molto avanzata, per cui è probabile che la Storia conoscerà altre forme sociali intermedie prima di arrivarvi. Una forma sociale di transizione che potrebbe realizzarsi è quella espressa da una sintesi tra l'esperienza del "Socialismo Reale" dei paesi dell'Est ed il Capitalismo dei paesi dell' Ovest…..un misto di proprietà statizzata e proprietà privata.....un tipo di società che garantisca lo "Stato assistenziale" della ex-URSS (Scuola Sanità Lavoro Casa Pensioni per tutti) più i diritti politici liberali come il pluralismo dei partiti e dei sindacati, la libertà di stampa, di associazione e di opinione..…Naturalmente il potere rimarrebbe saldamente in mano ai padroni della proprietà statizzata e di quella privata, con il popolo che continuerebbe ad essere schiavo.….Però il popolo sta facendo esperienza politica di autogestione della società e prima o poi, io credo e me lo auguro, finirà per sempre con tutte le forme di Tirannia.

A me sembra che attualmente i paesi dell'America Latina, con le loro nazionalizzazioni-la ribellione all'imperialismo americano-la ricerca di indipendenza nazionale ed il loro populismo, vanno verso una società di transizione del genere che, indubbiamente, è meno peggiore di quella del colonialismo americano, in cui erano ridotti a "Repubbliche delle banane". Credo anche che tale processo influirà in forma positiva le organizzazioni progressiste in tutto il mondo, tra cui l'Italia, che ne ha un grosso bisogno.

 

 Il comunismo, sempre nel senso che ho spiegato sopra, secondo me si deve vedere come la tappa di un processo storico che viene da lontano e che è destinato ad andare lontano. Per questo motivo non si può parlare di morte del comunismo: è impossibile! Con il crollo del muro di Berlino e dell'URSS finalmente è finito un equivoco; finalmente è stata buttata all'aria la banda di falsari con tutta la sua tipografia dove veniva stampata falsa moneta comunista.

Personalmente ho vissuto questi avvenimenti in modo contraddittorio: con piacere da un punto di vista razionale ma anche con una certa amarezza e tristezza da un punto di vista sentimentale. Fin da piccolo mi piaceva quando sentivo dire dai grandi: "Adda veni baffone!". Queste parole erano accompagnate da una espressione del viso seria e minacciosa. A 25 anni avevo assimilato le idee trotskiste, per cui pensavo che questi paesi fossero degli Stati operai degenerati, come li definiva Trotsky, ma sempre Stati operai, non capitalisti. Non mi rendevo conto che 1' URSS era un impero con tutte le regole, come la controparte americana. Posadas, il leader dell'organizzazione trotskista in cui militavo, all'inizio degli anni ‘70 arrivò a teorizzare una "rigenerazione parziale" di questi stati perchè la Russia e la Cina inviavano armi ai rivoluzionari vietnamiti. Naturalmente era una valutazione sbagliata in quanto non vedeva l'interesse imperiale dietro questo aiuto, che veniva scambiato per progresso rivoluzionario. Il mio disaccordo con la "rigenerazione parziale" fu uno dei motivi per cui in seguito ruppi con questa organizzazione. Malgrado il mio pensiero molto critico nei confronti di questi paesi al momento del crollo del Muro di Berlino, non mi aspettavo il ritorno al capitalismo da parte del popolo. Mi aspettavo il crollo dell'URSS, ma pensavo che le masse ne avrebbero approfittato per liberarsi della classe burocratica e riprendere in qualche modo il cammino verso il socialismo. Non pensavo che avrebbero ripreso "il cammino verso il capitalismo"…..è uno scherzo-triste! Può sembrare una contraddizione ma questo era il mio stato d'animo.

Lasciando il discorso sentimentale e riprendendo quello razionale, mi sento di dire che se da una parte gli avvenimenti sopra citati possono essere celebrati come la fine di un equivoco, però tutto il processo partito dalla Rivoluzione Russa, la creazione della III Internazionale Comunista e dell'URSS, deve essere analizzato come un fallimento da parte delle persone e delle organizzazioni che hanno agito in nome di queste idee. A questo fallimento soggettivo, devono essere aggiunti i fattori oggettivi che vi hanno contribuito enormemente in forma negativa: 1) L'aggressione del capitalismo mondiale; 2) La coscienza delle masse della Russia e del mondo che non era matura per avviare un processo di costruzione del comunismo. L'insieme di questi fattori soggettivi ed oggettivi hanno determinato il crollo di questa esperienza, da cui ci sono tante cose da imparare, particolarmente sotto l'aspetto rivoluzionario e del funzionamento dei Soviet prima e durante la Rivoluzione di Ottobre del 1917.

Concludendo su questa esperienza in forma concentrata, io mi sento di dire che sono stati i "fattori" a fallire, non le idee. Queste rimangono completamente valide perchè non sono state minimamente smentite per il semplice fatto che non sono state applicate, se non in forma molto parziale e deformata. Per cui non si può dire che erano sbagliate. Esse rimangono ancora in piedi e sono lì ad aspettare che altre persone, imparando dalle esperienze precedenti, in situazioni storiche più favorevoli, le riprendano e le applichino con maggiore fortuna. PER QUESTO MOTIVO IO PENSO CHE IL COMUNISMO ABBIA PERSO UNA BATTAGLIA CONTRO IL CAPITALISMO MA NON LA GUERRA. Le idee che avevano conquistato metà pianeta possono subire una "battuta di arresto" ma non possono scomparire.

 

 

                                                                                                                                                   Antonio Mucci

 

 

 

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 Palestina

 

Ed è sua

 

(veramente)

 

la Vita che pretende.

 

Con voce che schianta il cuore

 

e annulla la mente.

 

E’ così

 

che ti senti:

 

disperso bastardo

 

dentro una nebbia aliena

 

scesa giù da un cielo

 

chiuso,

 

a cui salgono

 

umori cupi.

 

E neanche un urlo

 

Che sfugga alla gola,

 

che arrangi un motivo,

 

una canzone!

 

Mentre crepi dal ridere

 

trovandoti lì

 

solo testimone.

 

 

  

 

Sandra Pennone

 

 

 

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          CALCIO E CRIMINI… MA NON È UNA NOVITÀ

 

                                                                                              di Carmelo R. Viola

 

 

 

         Il capitalismo è di per sé un’entità patologica (con buona pace di quanti ancora dal governatore di Bankitalia in giù, ne parlano senza turarsi il naso) che si copre di pustole – come nella terribile malattia del pèmfigo – che scoppiano una dopo l’altra. Ogni volta è uno “scoppio di scandalo” e ci si chiede come sia potuto avvenire. Non si vuole ammettere che il capitalismo è questo: un “trinario” di criminalità: una legale (vedi chi si arricchisce “nel rispetto delle regole” e viene perfino insignito del titolo onorifico di “cavaliere” - sic!); una paralegale (dalla “mafia” alla cosiddetta criminalità economica comune, per fame e/o emulazione); la terza “intralegale” (del tipo “tangentopoli”).

         La pustola (o bubbone, se si preferisce) calcio sarebbe scoppiata prima o poi perché si tratta del “normale andamento” del fenomeno di vocazione (da induzione contestuale) a possedere e ad essere potenti sempre di più. Il sufficiente è quanto meno noioso.

         L’organizzazione del calcio è tutto fuorché un gioco e per comprenderlo non occorre conoscerne la tecnica. Un gioco è un’attività fisiologica che s’inserisce fra tutte le altre attività del soggetto e, come ognuna di esse, “nella giusta misura” con la sola eccezione della creatività che fa l’artista. Non  è un mestiere e soprattutto non può essere l’espediente per camuffare, attraverso competizioni agonistiche, il fine di una “predazione”.  Ma in un contesto capitalistico – competitivo per definizione (l’agonismo è un modus di derivazione animale, molto in auge nelle prime civiltà, comprese quelle greca e romana) è difficile l’esistenza di un gioco soltanto dilettantistico-ricreativo e affratellante. Nel caso in questione siamo al nonplusultra.

 

         Il calcio, di cui si parla, è lo spettacolo pubblico di un gioco, giocato da professionisti, non fine a sé stesso ma ad una successione di conquiste in ragione delle quali aumentano i compensi degli attori fino a raggiungere cifre da capogiro: un vero impudico insulto alla povertà e al senso di giustizia. Pertanto, le squadre non hanno l’obbligo della rappresentatività locale, nel senso che una di Milano può ingaggiare dei giocatori torinesi o dei sudafricani. Questi sono vendibili come merce (vedi il calcio-mercato). A loro volta, le società “sportive” sono imprese affaristiche, ora di stampo neoliberista finalizzate ai profitti parassitari, che, nei livelli più alti della gerarchia calcistica, fanno soldi a palate. I loro titolari sono dei veri “padreterni” ancora più ricchi e potenti dei  “giocatori” che usano come pedine. Il tutto avviene in nome dello sport!

         In tale contesto, il calcio, come semplice gioco sportivo (certamente utile alla buona salute) non viene diffuso (popolarizzato), al contrario, viene negato ai più, i quali ripiegano nel cosiddetto “tifo”, che è un gioco “per partecipazione mentale-emotiva” (cerebrale, insomma).

         Accanto all’affarismo esasperato, che porta alla tentazione del doping sui campi dello spettacolo e ai brogli nelle sfere della regia, avvengono almeno altre quattro fenomeni negativi: a) una crescente espansione

 nel tempo di uno pseudo-sport che, dalla cadenza settimanale è passato pian piano alla quotidianità; b) la generale assenza di pratica sportiva sostituita dal “tifo” che alimenta l’inerzia; c)la crescente ostilità fra le

“tifoserie”, che superano di molto le antiche contrapposizioni campanilistiche e producono violenze fino all’aggressione e all’omicidio (come da cronaca locale e mondiale); il tifo è un surrogato psicodinamico dell’eterofobia, dell’odio sociale e, per estensione, dello spirito bellico. Siffatto sport non affratella – come bugiardamente dicono i manovratori dei favolosi giri d’affari del settore: a smentirli basta il crescente ricorso alle forze dell’ordine per prevenire o arginare le scene da vera guerriglia urbana. d) il tifo distoglie larghe masse del popolo dagli interessi sociali. Spesso si tratta dei cittadini bisognosi che nel tifo cercano una compensazione psicologica alle frustrazioni esistenziali o uno sfogatoio della loro “rabbia” di cittadini non tutelati dal pubblico potere (il che in altre circostanze diventa vandalismo). Questa è la dimensione demagogica molto utile ai vari governi di un sistema che non può realizzare la giustizia distributiva secondo il diritto naturale e che quindi non può andare fino in fondo nella prevenzione-repressione della violenza dei

tifosi per il rischio di privarsi di una comoda copertura “democratica “ (sic); inoltre, spiega la crescente occupazione di spazi nelle televisioni – vergognosamente anche in quelle pubbliche – per meglio coinvolgere ed ottundere (ubriacare-drogare)  milioni di “cittadini sovrani” distogliendoli dai propri interessi vitali.

 

         Il gioco del calcio – così ridotto a strumento affaristico-demagogico – è uno dei principali “ottundori sociali” di paesi alla mercé di impostori che chiamano calcio un’attività profittifera aculturale e socialmente forviante. Trattandosi di una delle pustole del corpo del capitalismo, niente di straordinario che alla fine è scoppiata come una grossa bolla di pèmfigo, lasciando scorrere fuori il fetido pus di un organismo pietosamente ammalato. Processi sportivi e giudiziari non potranno andare fino in fondo (fino a dare un calcio ai responsabili mandandoli a lavorare!) e quindi non serviranno perché la causa principale  è e resta il solo capitalismo.

         Per concludere, accenno ad un avvenimento recente e reale. Il Catania è passato in serie A mentre l’Acireale (la squadra rappresentativa del comune catanese, da dove scrive) è stato retrocesso. Ebbene, a comprova che “il calcio affratella” (sic!), decine di migliaia di tifosi catanesi sono venuti più volte in questo comune per gridare ad alta voce la “gioia antropozoica” di essere superiori ai tifosi acesi insultando e, ove possibile, picchiando gli stessi e abbandonandosi ad azioni vandaliche. Interventi ripetuti e massicci delle forze dell’ordine, con arresti (ma anche con feriti!) sono serviti solo a condire un pandemonio degno di scene di “invasioni barbariche” di altri tempi. Resta la grande inesprimibile verità, comoda ai  bugiardi di questo pubblico potere: “più tifo, meno coscienza sociale”!

 

 

Presentato da Gianni Donaudi

 

 

 

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Economia solidale

a cura della  Rete Nonviolenta Abruzzo - Rete Lilliput nodo Pe/ch 

In una società ed in un'economia sempre più subordinate alla logica del profitto, dove crescono conflitto, sfruttamento, precarietà ed esclusione, è in continua crescita il movimento di donne e uomini alla ricerca di nuovi stili di vita, non fondati sul "ben-avere", ma su un reale "ben-essere" della persona e della collettività, secondo criteri di eticità, equità, solidarietà.Oggi la possibilità di seguire questi criteri, in tanti ambiti della nostra economia quotidiana, si va sempre più allargando, e sono molte le proposte reali e concrete che già esistono: il commercio equo e solidale, la finanza etica, il consumo critico e consapevole, la cooperazione sociale, le attività che si occupano di riciclo e riuso, di energie rinnovabili, di agricoltura biologica, di turismo responsabile, di solidarietà internazionale, di tutela dell'ambiente e infine le tante realtà che si occupano di pace, cultura, arte, formazione e informazione.Tante realtà che mettono ogni giorno la solidarietà al centro dei meccanismi economici e sociali, non interpretando il valore della solidarietà come banale beneficenza, ma riformulando in modo responsabile il proprio stile di produzione e di consumo, perché oggi è sempre più importante non tanto dare di più, ma piuttosto prendere di meno ed usare meglio le risorse disponibili.Ciò che si va realizzando è un´economia solidale, basata sulle relazioni e sullo scambio, tra le persone, i territori, le culture; un'economia che non solo accetta la complessità del nostro mondo, ma valorizza le differenze e ripudia l'esclusione e lo sfruttamento; un'economia strumento di Pace e di cooperazione tra i popoli.

L'economia solidale sta muovendo i suoi primi passi ma c'è già, ed è necessario farla conoscere, promuoverla e sostenerla. La rete Nonviolenta Abruzzo, nodo Chieti-Pescara della Rete Lilliput, da alcuni anni lavora alla promozione e alla diffusione di una cultura della sobrietà in campo economico e della sostenibilità in quello ambientale. Per il terzo anno consecutivo organizza il più importante evento pubblico regionale sulle economie solidali denominato "Altracittà", che l´anno scorso si è svolto in cinque città dell´Abruzzo: Pescara, Chieti, Penne, Francavilla e Montesilvano. Quest´anno, Altracittà,  aprirà i battenti a Chieti il 27 Maggio e durerà 8 giorni. L´evento teatino sarà dedicato al rapporto con la terra e vedrà la partecipazione di 20 giovani della comunità europea provenienti da 10 paesi diversi. Verranno effettuate visitate guidate nelle aziende biologiche e biodinamiche, nei luoghi delle economie solidali del territorio, come l´Emporio Primo Vere, una realtà che, con i suoi vari sportelli informativi, è diventata una delle più interessanti nel panorama del settore.Ad Altracittà a Chieti la Rete si avvarrà della collaborazione dell´Arci officine culturali, ma soprattutto della cooperativa Mate, uno dei luoghi della Rete inaugurato a fine Febbraio scorso che sta promuovendo  tantissime iniziative culturali nel suo Infoshop di Sambuceto di fronte all´hotel Dragonara.Ad ulteriore conferma del crescente interesse che stanno suscitando questi temi anche nella nostra regione, la Rete ha aperto un Tavolo Promotore del Distretto di Economia Solidale (DES) in Abruzzo. L´obiettivo del Tavolo è la costituzione di una rete locale di economia solidale, ovvero una struttura che valorizzi, promuova, incentivi la produzione e lo scambio prevalentemente locale di beni e servizi di qualità, rispettosi dell´uomo e dell´ambiente, ed al "giusto prezzo" (trasparente, adeguato per il produttore, accessibile al consumatore).L´idea è quella di agire localmente nei vari territori mettendo in rete, con un percorso partecipato e democratico, le varie esperienze di economia solidale - per rafforzarle e svilupparle - e dare vita a distretti locali che possano ricomporre un nuovo sistema economico solidale. Un sistema che nasca dall´intreccio delle prassi concrete, sperimentandosi e diffondendosi dal basso, a stretto contatto con i bisogni ed i valori delle persone e delle comunità. E che si rivolge principalmente a operatori qualificati di associazioni, cooperative sociali, aziende, organizzazioni di categoria e di consumatori, impegnate in ambiti quali beni comuni, consumo critico, sviluppo sostenibile, finanza etica, ambiente e sostenibilità, agricoltura biologica, commercio equo e solidale, auto-produzioni, riciclo e riuso, turismo responsabile, software libero, medicina alternativa, ecc., ma anche a cittadini semplicemente interessati a questi temi.

 

 

Presentato da Michele Meoartino

 

 

 

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Che confusione in testa, penso

 

 

al passato, al presente che sto

 

 

vivendo che mi dice poco, al futuro

 

 

che spero sia migliore.

 

 

Percio non camminarmi d’avanti

 

 

non so se ti seguirei, non venirmi

 

 

dietro non saprei dove portarti

 

 

camminami a fianco così discutiamo

 

 

parliamo delle nostre cose; se

 

 

a braccetto faremo un percorso insieme

 

 

di conoscenza, e tutto si concluderà

 

 

secondo le nostre previsioni, forse

 

abbiamo raggiunto la nostra meta.

                                           

 

                                                                                                                           Luigi Dezio

 

 

 

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Sirene su Baghdad

 

 

Urlano

ancora

sirene

su Baghdad:

ancora

rifugi

ancora

 bombe

paura

morti.

Tu fuggi

da un nemico

che non vedi

ma lo senti

vicino

ogni volta

che la terra

trema

ogni volta

 che vorresti

dormire

ogni notte

che il sole

si spegne

e non sai

se domani

tornerà

a illuminare

ancora

gli orrori

della guerra.

 

 

 

Nadia Saussetto

 

 

 

 

 

 

 Lacrime sul Rwanda

 

 

 

Sotto il sole torrido

che insanguina come una ferita

il cielo limpido del Rwnda

gridavi pietà,

figlia dell’Africa,

invocando

Chi dall’alto

chiudeva gli occhi

 e già sapeva…

Con le mani

proteggevi inutilmente

il fuoco sacro

che brucia in noi:

così intimo

così prezioso.

Ma loro

abusarono

di quel tesoro

facendone scempio

disprezzandoti

come un rifiuto da buttare

quando non serve più.

Ora

fissi sbarrata

quel cielo che vide

e che sa:

anche questo

è la guerra

per una donna!

 

 

 

 

 

Nadia Saussetto

 

 

 

 

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Bisonte.......    Chi Libertà?

                                                                          

I professorali che amano la professione, anche quella meretricia, leggeranno questa “Metafora” con tanta contorsione di collo che forse avranno a curarsene: son pedanti e seguono le pedate altrui come insegnò loro quel Giustino visto da Leopardi.

 

Anche molti “semplici”, rafforzati dalla loro moltitudine, avranno a stupire stupidamente confermando il loro stupido stupore.

L’alleanza tra cotanta gente celebrerà: “Chi Libertà?” è un’idiozia!

 

Eppure “Chi Libertà” ad alcuni non parrà stridere più di tanto, abituati come sono a dover digerire ben altri stridori primari. Forse alcuni la accomuneranno a tant’altre idiozie quotidianamente loro somministrate; forse alcun’altri proveranno curiosità in questa proposizione parasgrammaticata.

 

Vale considerare con dignità quanti hanno caratterizzato Loro-Libertà con sanguigni colori, con sacrifici e lotte tutte miranti ad avversare appiattimenti repressivi operati da privati possessori di proprietà i quali mirano ad accrescere concentrazioni economiche.............. mirano con fucili volti verso il basso come evidenziò Marcos in una sua semplicità ............. più che lapalissiana.

 

Salvate simili dignità ............. che dire di tanti di quei che della Libertà, parlando di Libertà, giungono a sproloqui degni di fumati-specialisti o di fumosi-semplicisti?

Noi si potrebbe accennare, iniziare con la inesistenza della Libertà: LA LIBERTA’ NON ESISTE! Come dire........ la Libertà è un dio, una divinità che vive nell’alto-cielo-nero, chè solo quello basso è celestino-turchese: ed in tanto nerume è difficilissimo poter vedere.

 

La Libertà è un astratto, astratto di-da un “Libero” il quale è da intendersi solo secondo una negazione: Libero è non vincolato da-a-per-con-a causa di-ecc-ecc. E nell’antichità nostra i figli della palai-mater erano vincolati da esigenze di Clan, il quale solo aveva potere di facilitare la sopravvivenza agli umani. Già considerando la coesistenza di due o più Clan è possibile intravvedere alcuni accordi, alcune spartizioni e convinzioni validi fino all’affermarsi di supremazia di alcuno di essi sull’altro.

Quindi si saranno rafforzate soggiacenze e supremazie capaci di determinare il legame tra i due Clan: ed il legame, sia imposto che subito, avrà precluso scelte totalitarie o svariate.

 

La società romana, vicinissima a quella pecoraia, più che alla romulea, avrà prodotto lana, carni fresche o carni seccate, latte e caseari conseguenti. Le ricotte fresche avran preteso burri o butirri dai quali deriviamo la definizione “Burini” onde poterono tacciare alcuno di provincialismo eccelso. E primario derivato del latte sarà stato quel cacio che già i Greci spiegarono ai Romani dovesse esser detto TYR ........ donde la logia di TYR-ANNOS. Un gran pecoraio avrà avuto tanto di potere da sublimare il suo titolo di Caciaro in quello di Tiranno e........... la tirannide e la servitù saran nate gemelle quindi. Come intendere un re-senza-servi o dei-servi-senza-re: paiono controsensi!

 

Vero è pure che al tempo gli schiavi non esistevano: schiavo e slavo è infatti terminologia successiva. Al tempo v’era alcun potere e moltitudini di Servi. I potenti comandavano ed i servi obbedivano: donde i LIBERI .......... non esistevano uomini liberi!

Liber, Libero, è solo Bacco o Dioniso bimater, lieo, antraporreste-distruttore-di-uomini........ non Salvatore dei medesimi! E viveva sull’Olimpo o nelle selve........ evitando quelle fonti che uccidono i bevitori-di-acqua o li rendono effemminati come capitava a quei che bevevano alla fonte Salmacide o morivano del tutto se si dissetavano alla fonte Caronia. “Bevete il vino con me!” Cantava danzando Zagreo-Egobolo-Enorco.

 

Da questo dio-libero non derivò libertà............. anzi i suoi seguaci vennero accomunati al medesimo nel più profondo degli inferi clericali!

Donde la libertà allora?

La libertà cristiana nasce evolvendosi dalla libertà-romano-latina: quella dei Liberti, quei servi che si affrancavano o venivano affrancati dopo aver ricevuto uno schiaffo liberatore dal padrone. Lo schiaffo era detto ALAPA ed Alapati erano i non più servi. Pare evidente che la Libertà non era tanto conquistata, quanto piuttosto concessa, manumissa. Liberi e schiaffeggiati di merda .......... era dire la stessa cosa.

Poi con saponi vari e polisemie sfaticanti si miracolò questo status-sociale, lo si stravolse, lo si miracolò e si confuse a tal punto i dati-iniziali da creare, creare, un Concetto-Altisonante-Presuntuoso-Aleatorio........ tanto che sentendo alcuno pretendere

 

libertà o vantarne pretese............... non sappiamo se............... offrendogli alcuna guanciata, o alcuno schiaffo o alcuna alapata.......... se lo aiutiamo o meno.

 

COMBATTERE_LOTTARE_IMPEGNARSI_.......... CONTRO avversità ed avversari che creano recinti costrittivi........ forse è permettere agibiltà maggiori a quanti ne pretendono perchè la restrizione è letale ed offensiva.

 

Nè la libertà è amata-difesa-pretesa da quanti si dicono servi-del-Signore........... mai la libertà è stata vantata da questa genia-religiosa. Cos’è, solo-etimologicamente, il loro luogo eccelso, quel che essi dicono Paradiso? Paradiso non è voce congenita a spiritualità esclusiva. Cosa intendevano gl’iranici di Zoll-Colt dicendo “pairi-daeza”? Zoll-Colt riferisce di ‘mura-intorno’.

Noi altrove leggemmo di recinti per bestie, notturni o stagionali, pur sempre recinti o stallestive.

Come un recinto può liberare il recintato dal resto che lo circonda?

Separazione! Gioia per quanti son dentro, cure intermedie ed inferni per quanti son relegati all’esterno.

 

La gestione della Libertà divenne possibile nell’intervallo dell’arbitrio-sì ed arbitrio-no........ sempre influenzata da la dominanza divina. Dissero esistere un dio umanoide e a detto dio aggiunsero quell’apostrofo (simbolo d’Afrodite) che rendeva e rende D ’ IO. Invitarono i nostri predecessori a VENERARE (verbo-afrodisiaco) un dio e ad obbedire a loro submessaggeri apostrofati D’IO! Invitarono, quando non declamavano con forza quel loro “Compelle eos intrare”. Quest’imperativo è stato ed è poi parabolato-parafrasato-polisemizzato............ nel senso, ma l’IMPERATIVO resta a far significazione.

 

Essendo stato creato alcun Controllo ............. altri vi cercarono alcune eccezioni formali, particolari, magari personali, al caso idiote, al caso colorite da dignità distorta, spuntata............ quasi una lotta molle o molle-lotta come scrive Gorki.

Da una molle lotta quale Vittoria? Quale Libertà? Quale cosa degna d’esser detta e sentita degna?

Nascondendosi è possibile liberarci da pericoli vari!

Come non vedendo cheratie varie è possibile non sentirsi cervi!

Ma finchè dura il matrimonio - intende Engels - perdurerà il meretricio o il puttanesimo!

Come ascoltare repliche, a questo Federico, da parte di puritani, purid’ani?

 

La “Libertà” sarà un valore-status dal limitato senso: estensivamente nessuno si spingerebbe tanto avanti fino a richiedere cosa mai sia la Libertà per un bisonte. Al bue e non al Bonaso che Leonardo vede gittar sterco oltre le 400 braccia e dove tocca abbrucia (lo sterco).

Un Bisonte s’è visto amare fino al sacrificio di una sua piccola parte da parte del popolo degli uomini. Lo stesso Bisonte vide quest’amore straripare nel cuore dei visi-culi-pallidi: lo sterminio della sua razza selvatica e demonica. Eppure il Bisonte non intende la libertà!

“Egli” intende l’alternativa Vita-Morte!

Lascia al civile Bue il desiderio di servire o di liberarsi dal gioco del giogo.

Quel Bue che trasporta la biada alla stalla e poi si accontenta della paglia........... certo desidererà alcuna forma di libertà, libertà bovina!

 

Forse il Bisonte si sarà chiesto perchè quel c..... di Manitù dopo aver creato questo e quello non si sia fermato a riposarsi senza insistere fino a voler creare sue scimmiesche-similitudini-similari!

Evviva i “Liberi” ed evviva la “Libertà” che ci liberasse dei liberti e dei liberatori.

Forse perchè la Libertà è un concetto “BUONISTA” di “BUONI” che vogliono “BONIFICARE”.

Noi si intende che le nostre contraddizioni, le nostre frustazioni, la repressione che vediamo........... sono tutte parto di una testa e di braccia che volentieri sacrificheremmo al primo Dio che ne farebbe sincera richiesta in carta bollata, magari anche in carta semplice.

Noi non si chiede LIBERTA’!

Noi si ricercano situazioni ove l’oppressione venga alfine ad asfissiarsi, ad essere asfissiata onde poter poi bere con Alceo quel suo vino celebrativo, celebrativo della vittoria conseguita!

 

Libero-Bacco-Lieo-Coinvolgente in danze inebrianti ..........

       Oppure

Libertas-Democristianologa-Arbitraria-Marciante con mitra-cappelli e mitra-fragorosi ................

       O con Schiller:

Libera come l’aria sopra i monti”................. l’aria può essere, e sia, libera !

                                                                                                                                                                     Stelio.

 

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