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INDICE - IL SALE - ANNO 1 - N.°5


*Alle urne!!??… No grazie.

* I PERCORSI DELLA SCRITTURA

* Per chi votare? O non votare?

* CONFESSIONE POCO ARGUTA

* VENDERE, VENDERE, VENDERE

* NAPOLI E IL MOVIMENTO DI SEATTLE

* "EL SENOR BENETTON"

* Lettera a ''IL SALE''

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Alle urne!!??… No grazie.

di

Giuseppe Bifolchi

Da pochi giorni è uscito presso le edizioni Samizdat un libro di Pierre Ansart sulla concezione del socialismo da parte di Proudhon. (Pierre Ansart: Proudhon, il socialismo come autogestione, Samizdat, Pescara, £ 10.000). Avevamo intenzione di esprimere il nostro parere attorno alle prossime consultazioni elettorali, ma ci è sembrato più utile approfittare delle riflessioni di Ansart a proposito del pensiero di Proudhon. Ci pare che espongano in maniera molto chiara il senso profondo di una concezione della società e della politica che nulla ha a che vedere con il teatrino a cui ci hanno abituati i politici di ogni fede e colore.

“L’illusione democratica si basa su una duplice mistificazione, quella del suffragio universale e quella della rappresen­tanza popolare. Il suffragio universale postula che la vo­lontà di un popolo trova espressione nel computo dei suf­fragi, come se la somma delle opinioni corrispondesse al­la volontà della società civile. È vero il contrario: questo sistema di votazione disgrega la società in quanto isola gli individui, distrugge le unità, acuisce le false divisioni e sostituisce ai conflitti profondi la diversità delle opinioni. Un tale sistema, in realtà, ha necessariamente come risul­tato non già la trasformazione rivoluzionaria, ma la confer­ma delle classi dominanti nei loro privilegi. Nel marzo 1848, nel momento in cui il governo provvisorio istalla­tosi a Parigi annuncia che saranno indette elezioni per una nuova Assemblea, Proudhon giustamente prevede che gli elettori voteranno in maggioranza per membri delle classi superiori e che quindi le elezioni sostituiranno al movi­mento rivoluzionario un’assemblea conservatrice. Col sistema delle elezioni si finirà, in nome della repubblica e del suffragio universale, per evitare la realizzazione delle riforme economiche. “Inoltre, la vecchia tradizione cosiddetta democratica, che non sa vedere altra soluzione se non nel cambiamento del personale governativo e nell’elezione dei rappresentanti del popolo, rimane prigioniera della illusione secondo cui la sovranità popolare deve essere incarnata, assunta, rappre­sentata da qualche autorità. Il fatto è che si resta incapa­ci di superare la mitologia della rappresentanza la quale postula, in realtà, che la società non può regolarsi, gover­narsi da sola e che è necessario imporle un potere, per co­sì dire, rappresentativo. Finché questa illusione non sarà superata, continuerà a rinnovarsi quell’alienazione politica per cui il popolo viene espropriato della sua sovranità. È in tutt’altra direzione che va cercata la soluzione del pro­blema sociale, cioè in una direzione che miri a restituire alla società produttrice la pienezza della sua iniziativa. An­ziché organizzare il governo, bisognerebbe organizzare la società sulla base di relazioni tali da rendere impossibile il furto politico. “Non è certo questa la direzione verso cui si orientano i teorici comunisti. Essi pensano di superare le contraddi­zioni sociali negandole e imponendo la rinuncia ad ogni differenza nel quadro di un’associazione omogenea. Ma una tale associazione delle volontà non potrebbe essere ot­tenuta se non attraverso un sovrappiù di coercizione che richiederebbe, di nuovo, un controllo e un dominio op­pressivo. Ecco perché essi tendono a porre l’accento sulla disciplina, sul potere dei capi o - come nell’Icaria di Etienne Cabet, ad esempio - sulla dittatura del legisla­tore. Ancora una volta Proudhon rimprovera ai teorici della comunità di ricalcare, dietro l’apparenza di un discor­so rivoluzionario, i modelli politici del capitalismo e della tradizione governativa. Dopo aver fondato il potere sulla parola di Dio o sulla nobiltà del principe, si fa ora appello al mito della sovranità popolare e si rinnova il pregiudizio per cui il potere deve essere concentrato in un organo di­rigente a causa dell’incapacità dei produttori di conserva­re la loro libertà. Anziché cercare di far sorgere le forme di regolazione sociale dagli scambi e dai contratti, si mira a ricostituire un’associazione politica autoritaria incarica­ta di dirigere l’attività sociale. Un tale sistema, fondato su di un’unità artificiale, ripresenterebbe le stesse tare politiche del passato: mancanza di una divisione dei poteri, soffocante centralismo, distruzione di ogni particolarità individuale o locale, espansione di una burocrazia negatrice della libertà.”

Per dirla con Bookchin (Murray Bookchin: Democrazia diretta, Elèuthera, 1993, £ 10.000):

“Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato. Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega ad un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione. Oggi, la “politica” è una cruda tecnica strumentale per mobilitare elettori al fine di ottenere obiettivi preselezionati, non mezzo per istruire la popolazione alla cittadinanza, con i suoi ideali di autogestione civica, oppure per formare forti personalità. I politici trattano la gente da elettorato passivo il cui compito politico è quello di votare ritualmente per candidati di scelta partitica, non per delegati il cui unico mandato è di gestire politiche formulate e deliberate dai cittadini. I professionisti della gestione statuale vogliono obbedienza, non impegno, distorcendone persino il significato fino a ridurlo ad un atteggiamento di pura passività, da spettatore, nel quale il singolo è smarrito nella massa e le masse stesse frammentate in atomi isolati, frustrati e impotenti… “… Una vera cittadinanza e una vera politica implicano la formazione permanente della personalità, un senso crescente di responsabilità e di impegno pubblico in senso comunitario. I caratteri personali e politici vitali non si costruiscono certo nel privato della cabina elettorale. Per realizzarsi, richiedono l’esistenza di una presenza pubblica incarnata da individui che pensano e si esprimono, di una sfera pubblica responsabile e discorsiva. “Il referendum, espresso nel privato della propria cabina elettorale oppure, come vorrebbero i sostenitori entusiasti dell’informatica, nella solitudine elettronica della propria casa, privatizza la democrazia e quindi la sconvolge. Il voto, al pari del sondaggio sulle proprie preferenze in fatto di saponi e detersivi, è la completa quantificazione della cittadinanza, della politica, dell’individualità. Il mero voto riflette una “percentuale” preformulata delle nostre percezioni e dei nostri valori, non la loro piena espressione. Si tratta della riduzione tecnica di opinioni in mere preferenze, di ideali in meri gusti, di comprensione universale in mera quantificazione, allo stesso modo in cui si possono ridurre aspirazioni e convinzioni a unità numeriche. “Finché gli attuali innovatori sociali non abbandoneranno la concezione secondo cui il “processo politico” va inteso come mobilitazione invece che educazione, come espressione di leader carismatici invece che di cittadini attivi, come propugnatore di soluzioni contingenti invece che di visioni prospettiche cariche di senso etico, fino ad allora la politica, lungi dall’essere nuova, sarà vecchia statualità autoritaria infiorata di mera retorica”.

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I PERCORSI DELLA SCRITTURA

Ubaldo Giacomucci


Le poesie qui pubblicate sono il frutto di un'esperienza di scrittura a "più mani" in cui ogni Autore ha scritto un verso, proseguendo l'itinerario compositivo impostato dall'Autore che lo procedeva. Lo spunto, l'ispirazione, o meglio il riferimento storico di questo "esperimento di scrittura" è il ludus poetico denominato dai surrealisti "cadavere squisito".

In questa sperimentazione surrealista, tuttavia, permaneva una aleatorietà assoluta, per cui ogni Autore scriveva un verso senza conoscere quanto scritto dagli altri.,

Nel nostro caso, invece, sembra valere una logica del sodalizio. Per cui la scrittura, spesso decisamente "automatica" ( per rimanere in ambito surrealista ) si compone per aggregazione, un verso dopo l'altro, fino a raggiungere un esito espressivo riconoscibile dai suoi Autori come definitivo.

Poesie, quindi, proprio nel segno di una logica del sodalizio, che sembra presupporre quella cultura della solidarietà che la società civile non dovrebbe mai dimenticare.

TESTI

Inchiostro di china
Graffito nero
Antichi popoli di stirpi eroiche.
Presi nella storia.
Universale dei sogni e utopie.
Anarchiche cicliche infinite
Possibilità d'assorbire
Come una spugna
I coloridel mondo
Dal nero al bianco vino dei castelli
Lottando con se stessi
E vincendo le avversità.

Maggio 2000

Al consono del tempo
Rimasi ad osservare
Nell'attimo che resta
Un sospiro
Mi allontanò da lei
Per tornare domani
Nel quadro del tempo
Qualcosa sfiora un ritratto
Di giovane donna
Patita dal dolore
Ma questa notte vedremo stelle
Indorare la luna, stelle cadenti stelle amiche
Sulla finestra Ovest
Per fotografare le ombre
Lontane dal silenzio

Seconda metà anni 80


Il meriggio dipana luci
(e) fuggono i ramarri sui muri
di desolati spazi
la luce in rivoli cade
nella meraviglia dell'assorto
silenzioso fluire del tempo

Seconda metà anni 80

di Giacitropape

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PER CHI VOTARE? NON VOTARE?

di Antonio Mucci

Ogni tanto nella mia vita mi ritrovo con questo dubbio ambletico : votare oppure no. Ma è veramente un dilemma ? Penso che non lo sia e che si dia eccessiva importanza alle varie campagne elettorali. Io vedo le votazioni come una trappola messa in atto dal potere per dividere sempre più la popolazione e fare litigare le persone tra loro. La molla che muove la gente ad andare alle urne ( anche se è sempre meno ) è L’ILLUSIONE di poter decidere nella soluzione dei problemi della società. Essa è alimentata volutamente dai mass-media. Penso che noi semplici cittadini non decidiamo un bel niente ! Per esempio su problemi importanti come quello della mucca pazza, i transgenetici, la guerra nei Balcani, l’invio dell’esercito italiano nel Kosovo, la clonazione degli animali e delle persone, ecc., chi ci ha consultati ? Nessuno ! Pochissime persone in Italia o addirittura nel mondo hanno deciso per noi su questi problemi. Perché non consultarci ? Si ha forse paura ? Io penso di sì ! Il cittadino dovrebbe votare tutti i giorni ( si fa per dire ! ), cioè dovrebbe partecipare pienamente alla gestione della società. Invece egli può solo PENSARE se un problema sia giusto oppure no. La DECISIONE viene presa dai parlamentari che agiscono in base ai propri interessi o al massimo del proprio partito. Questo meccanismo soddisfa la maggior parte degli italiani, come dimostra il fatto che vanno a votare. Essi sono rispettabilissimi ! Io sono contrario alla delega e per questo motivo non ci vado. Penso che si dovrebbe SOSTITUIRE IL PARLAMENTO CON L’AUTOGESTIONE DEL POPOLO. Solo così si può partecipare direttamente alla vita sociale e sviluppare una nuova coscienza altruista e collettiva. Il fatto di non contare nulla in questa società è anche causa per il cittadino di tanti problemi psicologici come la depressione, l’alcol, la droga, l’anoressia, la bulimia, la solitudine, ecc., tutte malattie sociali derivanti dalla vita vuota e inutile che si conduce e che si cerca di riempire correndo dietro a qualcosa, qualunque cosa, purchè si corra e non si pensi. In questo modo il buco del vuoto si allarga sempre di più come quello dell’ozono. Votare o non votare indubbiamente non risolve niente, perché la società non si cambia con la scheda o senza. Allora come si cambia ? Penso che per prima cosa si dovrebbe spazzare via il campo da facili polemiche superficiali come “ chi non vota fa il gioco dei fascisti” oppure, detto dalla parte opposta “chi non vota fa il gioco dei comunisti”. Nessuno dei due vuole riconoscere una identità al non votante e rispettarlo per quello che fa e che dice. Una premessa importante per voler cambiare l’attuale società dovrebbe essere il sentire che essa non risponde più alla soddisfazione dei propri problemi materiali e spirituali. Per arrivare a questo livello di coscienza ci vuole una crisi economica, sociale e politica molto profonda dell’Italia, che attualmente non c’è.Però le difficoltà non mancano : le famiglie povere sono aumentate dal sette al dieci per cento, c’è una crisi di assorbimento dei prodotti da parte dei mercati che fa prevedere il peggio, nonché un inasprimento dello scontro intercapitalistico mondiale, che sta trascinando sempre più l’Italia sul piano del coinvolgimento militare.
Oggi i problemi sono tantissimi : pensioni da fame, salari bassi, sconquasso degli ospedali, caos della scuola, immigrati senza niente e per di più maltrattati, rifiuti che non si sa come smaltire ed il cuicosto è superiore a quello del prodotto in buono stato.Se si pensa di poter risolvere un problema alla volta separato da tutti gli altri ci si perde, ci si stanca, si decade nel corporativismo egoista e nella disperazione senza risolvere niente, anzi peggiorando la situazione.Questo è quello che sta succedendo in Italia oggi. Il problema centrale è comprendere e aiutare a comprendere che o si cambia tutto o non si cambia niente. Bisogna acquisire questa coscienza. Quando lo si è fatto, ci si sente anche più tranquilli. Non si può fare la quadratura del cerchio , come dice il proverbi o popolare. Non si può cambiare la società se si pensa ancora che essa non è da buttare. Né si può discutere il come farlo se prima prima non si è convinti del perché. Questo si può fare solo tra chi ha tale convinzione. La campagna elettorale è dominata da argomenti astratti e lontani dalle masse come la “par condicio”, la “devolution” ed altre beghe di potere tra destra e sinistra che sono totalmente uguali nel senso di gestire e difendere gli interessi della classe borghese in Italia. Con la devolution si vuole rafforzare il potere regionale a danno di quello nazionale, cioè intaccare lo Stato nazionale centralizzato per farne uno decentralizzato su base regionale. Questo è il nuovo Stato Federale di cui si parla e su cui tanto si litiga perché c’è uno scontro di potere tra borghesie regionali e nazionali, alimentato dagli interessi economici e di egemonia delle grandi potenze. Ciò può portare ad una balcanizzazione dell’Italia, cioè ad un processo di disgregazione e di tragedia simile a quello dell’ex-Iugoslavia. Si dice che bisogna votare per compiere il proprio dovere di cittadino. Ma come posso partecipare ad una votazione sul tema dello Stato Federale, cioè sul trasferimento dei poteri dallo Stato alle regioni, quando sono contro il potere e per il suo annullamento ? Come posso interessarmi al decentramento dei poteri dello Stato alle regioni quando sono per la soppressione dello stato ? Come posso illudermi sul rafforzamento dei Consigli Regionali quando sono contro questa istituzione ed anche contro quelle nazionali e locali come i Consigli comunali e provinciali ? Per questi ed altri motivi non posso andare a votare. Naturalmente rispetto pienamente coloro che ci vanno e ci credono, anche se non tutti loro fanno lo stesso con me. Ciò che ci divide non è la differenza di idee ma il non rispetto.

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CONFESSIONE POCO ARGUTA
DELLA PRIMAVERA CALMA

(INTRODUZIONE)


MIO FIORE DI LOTO IN QUESTA SERA DOVE IN SOLITARIO
PENSO ALL'AMORE CHE TI OFFRO
NEL CERVELLO CI SEI TU / USIGNOLO FELICE
ALLE VOLTE TACCIO PER STARE IN CONTEMPLAZIONE ATTENTA
NEI TUOI CAMBIAMENTI FACCIALI
IN QUESTO ORGOGLIO UMANO - LASCEREI - TUTTO - PER GETTARMI TRA LE
BRACCE DEL CUORE
UNA ATROCITA' AVERTI LONTANO
NEL BUIO DEL SONNO IL TUO CORPO AFFIORA VIRTUALMENTE
IMPAZZISCO / MA SONO IN PIENA SINCERITA'

(CONCLUSIONE)

LA MASCHERA SCIVOLA TRA LE DITA
DISSOLVENDOSI NELLA SABBIA
SOFFIA IL VENTO //
NEI MARGINI DESOLATI CI SONO UOMINI
GRAVITANO INTORNO AL SOLE
NELLA PRIMAVERA LA CASA BRUCIAVA
RACCHIUDENDO IL SEGRETO MAI CELATO
UN GHIGNO NELLA STRANEZZA
MENTRE LA NORMALITA' SBUFFA

Donato Di Domizio


MI RIVOLGO A TE FRAGILE ARALDO
DAVANTI A QUEL CAFFE' COLMO DI ZUCCHERO
VESTITO DI STRACCI AMOREVOLI
CON DEVOZIONE GIOVANILE
NEL VIAVAI DEI PASSANTI OSSERVO IL BIANCORE DELLE TUE GUANCE
CI RACCONTIAMO I NOSTRI POEMI DI SPERDUTE AVVENTURE
DITA CHE SI INTRECCIANO NELLE GAMBE
QUEGLI OCCHI SOLCATI DALLA VITA DI ORMONI DILATATI

MI RIVOLGO A TE MIO ESPRESSIVO ARALDO
PROVAMMO UNITI INNUMEREVOLI APOCALISSI
PER POI STRINGERCI NEL GIOCO DEL SEMPRE ANGELO

MI RIVOLGO A TE MIO INFATUATO ARALDO
CHE SCENDI DAI LAMPI DELLE TEMPESTE
PER CONSEGNE DI NUOVE MENTI
SADICAMENTE TRASPORTATO
DAI VEICOLI DIMENSIONALI
SUCCHIATORI
D'ORDINARIE CONFUSIONI

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VENDERE, VENDERE, VENDERE

di Marco Tabellione


"La pubblicità è l'anima del commercio". Questa frase ha già fatto abbastanza il giro del mondo, converrebbe finalmente eliminarla, oppure darle una connotazione negativa, che è poi quella che si merita. Sarebbe bello, infatti, poter dire: "il bisogno autentico del consumatore è l'anima del commercio", ma questa, forse, è la solita utopia che non ci possiamo permettere, dato che oggi dichiararsi utopici è quasi condannarsi alla forca presso l'opinione pubblica. Solo che quando la pubblicità e la propaganda vanno ad investire non soltanto il mondo dei consumi, ma anche quello della gestione della cosa pubblica, allora il discorso cambia. Se infatti è ben difficile sopportare il martellamento pubblicitario che pure oggi governa la nostra vita e persino il nostro immaginario, ancora più difficile è accettare l'inflazione pubblicitaria che domina le campagne elettorali e, in generale, il mondo della politica. I nuovi politici "hanno facce pulite e cravatte intonate con la camicia" diceva De Gregori in una vecchia canzone di Rimmel; sarà anche così ma c'è poco da stare allegri, soprattutto quando il sorriso ipocrita della faccia pulita nasconde interessi che, guarda caso, non sono quasi mai quelli del popolo, nonostante cartelloni e slogan sui manifesti vogliano convincerci dei contrario.


Del resto questa ipocrisia non deve sorprendere, dal momento che è appunto l'anima del commercio. Di chi sono gli interessi che muovono le campagne pubblicitarie dei tanto blasonati prodotti dell'industria? Sarà difficile dimostrare che sono per la maggior parte del consumatore; così, probabilmente, sarà dìfficile dimostrare che gli uomini che aspirano alla nomina e al potere lo fanno più per rappresentare gli interessi del popolo, che per difendere i propri. Non abbiamo del resto bisogno di molti giri di parole per attestare un fatto sicuramente triste, ma non sorprendente: e cioè che laddove la politica in termini morali dovrebbe proporsi come servizio, si trasforma invece, o lo è sempre stata, in potere. Un simile discorso potrebbe apparire pleonastico, o piuttosto una ovvietà, talmente ovvia da risultare paradossale la sua difesa. E' chiaro che il nocciolo della questione è sempre stato questo: e cioè che la politica è attraversata da lotte e dinamiche interne tese a mettere in perenne contrasto il potere desiderato e il servizio dovuto.
In fin dei conti i nostri rappresentanti politici, se ci si attiene alla logica teorica, essendo stati demandati da noi elettori attivi, dovrebbero essere considerati, e considerarsi a loro volta, in qualità di nostri subalterni, o comunque funzionari al nostro servizio.

Se la politica ha uno scopo, se lo Stato stesso, nella sua apparente imprescindibilità, ha un fine condivisibile da tutti i cittadini, tale scopo non potrebbe non essere che il bene comune, il bene collettivo, piuttosto che il bene di alcune individualità. Certo noi conosciamo bene le argomentazioni liberistiche, che sono poi quelle che muovono oggigiorno, dopo il crollo delle inaccettabili dittature comuniste, tutti i militanti politici, senza distinzione di bandiera; queste argomentazioni rimontano addirittura all'economista inglese Smith, uno dei primi studiosi seri e profondi di quella scienza difficile che è l'economia. Secondo Smith ogni capitalista facendo i propri interessi giunge a realizzare conseguentemente gli interessi dell'intera comunità, in una concezione dell'economia che vorrebbe dimostrare l'esistenza automatica e perenne di un accordo tra interessi privati e pubblici. Questa teoria, a ben vedere, potrebbe essere fatta propria, e lo è indubbiamente, anche dai politici contemporanei, dei quali possiamo provare a parafrasare il pensiero: "Scelgo il successo politico" sembrano dire "per i miei comodi egoici, gonfiati o reali, però automaticamente sto in pace con la mia coscienza, perché comunque faccio gli interessi della popolazione".
Ma qui sta il punto: sono davvero tutelati gli interessi della gente? A vedere dalle campagne pubblicitarie e propagandistiche e riflettendo sulle loro dinamiche siamo purtroppo costretti a rispondere di no. E notiamo che è soprattutto questa ultima campagna elettorale ad offrire la possibilità di rispondere di no. La strumentalizzazione degli ideali umanistici, ad esempio, nei manifesti che stiamo osservando e sopportando nelle nostre città è così evidente da risultare banale. Sembra assurdo che si sia potuti giungere a forme così eccessive di cattura del consenso, con promesse che vengono sbandierate a più non posso. Visi sorridenti che ci invitano ad imitarli, e cioè a dare il voto a chi pretende di agire per il bene della collettività, a chi mostra il cipiglio più intelligente e saputello, a chi promette di avere la bacchetta magica per risolvere i mali dell'Italia. Siamo alle prese con immagini paternalistiche, che trattano il pubblico degli elettori come fossero adolescenti, bambini ai quali offrire la caramella e il contentino in cambio della scelta.
Credo sinceramente che questi affreschi metropolitani, ritoccati e fotomontati, offendano l'intelligenza del cittadino e dell'elettorato attivo.Ma come al solito non occorre scandalizzarsi più di tanto. Il fatto è che purtroppo siamo all'apice della civiltà dell'immagine; una civiltà fondata su una comunicazione iconica che indubbiamente sta per essere superata, come in effetti suggerisce la rete telematica irradiata oggi sul mondo e indice del fatto che siamo di fronte a qualcosa di diverso dalla semplice trasmissione per immagini. Però effettivamente i manifesti di questa campagna elettorale rappresentano al meglio ciò che il potere dell'icona è in grado di fare. Solo che davvero non ci si aspettava messaggi così apertamente riferiti alla paternalistica autorità dell'immagine, con tutte le ingenuità che queste dinamiche presentano. Ma forse sbagliamo noi a sorprenderci; forse le campagne politiche così apertamente agganciate all'influenza iconica, rappresentano in realtà il frutto di una realtà economica e sociale che ha nella pubblicità il suo vero fulcro creatore. Oggi occorre vendere, che sia un prodotto di profumeria, farmaceutico, oppure elettronico, oppure l'ultimo cd di canzoni o ancora la propria candidatura e il proprio successo politico. E se dunque l'imperativo è vendere, possono andare benissimo al diavolo, almeno così sembrano ragionare coloro che queste campagne hanno ideato o appoggiato o semplicemente utilizzato come clienti, possono, ripetendo, davvero andare al diavolo gli scrupoli morali, l'esigenza di una politica e di un'industria votate al cittadino, all'elettorato o al consumatore. Crediamo, sinceramente, che quando l'uomo avrà di nuovo reso il mercato uno strumento nelle sue mani, allora forse la nostra potrà cominciare ad essere chiamata "civiltà"; ma fino a quando ogni campo dell'agire umano sarà inevitabilmente finalizzato e subordinato all'obiettivo di vendere, e fino a quando la politica continuerà ad usare il linguaggio e le tecniche di comunicazione proprie della scienza della commercializzazione, non potremo, credo, arrogarci più il diritto di definirci civili.
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Napoli e il Movimento di Seattle

di Lorenza Pelagatti
Dal 15 al 17 Marzo sì è svolto a Napoli il Terzo Global Foruni dedicato al tema del "governo elettronico". Stati e multinazionali hanno cercato di preparare strumenti utili per il dominio mondiale di un pianeta unipolare, ovvero completamente asservito alle logiche di potere e del profitto. Discorso che verrà anche ripreso nel G8 che si terrà a Genova nel mese di luglio. Il 17 marzo è stata organizzata una manifestazione dal popolo di Seattle a cui hanno partecipato 30.000 persone e il cui obiettivo era arrivare sotto il palazzo del Congresso e disturbare i lavori del Forum oltre che opporsi alla globalizzazione. Durante la manifestazione la polizia ha caricato ripetutamente i compagni. L'atteggiamento militare è stato sconcertante, non solo per la violenza delle cariche, ma anche per la strategia adottata. I manifestanti chiusi in trappola a Piazza Plebiscito hanno subito un lancio ininterrotto di lacrimogeni e pestaggi individuali. Le prepotenze ed ingiustizie della polizia sono state tante, basti pensare che il bilancio finale è di 200 feriti. Come al solito "le forze del disordine" hanno riconfermato il loro ruolo storico di custodi del potere, in questo caso dei rappresentanti degli stati e delle multinazionali. Il loro obiettivo era terrorizzare tutti i manifestanti e in particolare i più giovani affinché perdessero ogni velleità di disturbare i signori della terra e tutta la voglia di lottare. Al di là delle decisioni prese durante il Forum e del bilancio della manifestazione l'esperienza di Napoli può essere utile per fare valutazioni sul movimento antiglobalizzazione che si è andato costituendo sulla scia della manifestazione di Seattle. Questo movimento ha carattere internazionale ed è molto variegato. Al suo interno ci sono centri sociali, collettivi, gruppi ecologisti, gruppi femministi, partiti, sindacati, anarchici, ambientalisti, studenti, disoccupati, lavoratori. Il suo merito principale è stato quello di evidenziare come la gestione dell'economia e della politica avviene attraverso organismi sovranazionali, WTO, BM, G8, ecc. che stabiliscono le regole che i singoli stati devono rispettare. Il secondo merito è l'aver mostrato che la globalizzazione dell'economia significa in realtà un maggior sfruttamento dei paesi del sud , sia dei lavoratori e sia dell'ambiente e un peggioramento delle condizioni di vita degli sfruttati che vivono nei paesi del nord del mondo. Tale movimento ha due anime: una riformista ed istituzionale e un'altra più radicale che si muove al di fuori e contro le istituzioni. La prima ha organizzato le manifestazioni che si sono succedute fino ad ora per vari motivi. Innanzitutto per fare pressione su i potenti della terra e far capire che non possono agire indisturbati, in alcuni casi anche per arrivare a delle trattative attraverso delegazioni che chiedevano di essere ascoltate, come nel caso della manifestazione di Genova contro i cibi modificati geneticamente. Inoltre partiti come quello della Rifondazione Comunista e dei Verdi con queste iniziative acquisiscono visibilità, anche sui mezzi d'informazione e riescono ad avere consenso soprattutto tra i giovani portando avanti le loro rivendicazioni, per esempio la richiesta di un salario sociale per i disoccupati caldeggiata da Rifondazione. La contestazione viene utilizzata giustamente dall'ala riformista del movimento, perché il suo intento è cambiare la società attraverso leggi e riforme che possano trasformare lo Stato Italiano, ma anche gli organismi politici ed economici del capitalismo mondiale. Non capisco invece il motivo per cui l'anima più radicale, che dovrebbe essere rivoluzionaria, si sia appiattita completamente su tali contenuti, accettando queste pratiche di lotta senza riuscire a far emergere le differenze.

I compagni di questo settore credo che debbano partecipare a questo movimento, ma come anima critica e soprattutto costruendo dei momenti altri e autonomi che ne evidenzino le idee.

Nelle passate manifestazioni si potevano creare momenti di discussione e di dibattito tra i compagni al fine favorire lo scambio tra realtà diverse, cercare un contatto con i cittadini attraverso volantini, giornalini e iniziative varie. Si potevano anche prevedere momenti di azione diretta come occupare posti abbandonati per organizzare fiere dell'autogestione, occupare le piazze delle manifestazioni e presidiarle per giorni e giorni al fine di essere ascoltati con un comunicato in tv e sui giornali. Soprattutto occorreva e occorre dire che questo sistema non si può aggiustare, ma che bisogna abbatterlo per costruirne un altro che si basi sulla democrazia diretta e sull'autogestione, in cui non ci siano capi e padroni ma tutti decidano come organizzare la vita politica ed economica nel rispetto e nella tutela delle differenze e dell'ambiente.
Credo che continuare a partecipare alle manifestazioni in questo modo non serva a molto perché si torna a casa con le ossa rotte e senza riuscire a parlare con la gente, che a causa dei tafferugli non viene di certo incoraggiata a partecipare. Se è vero che le forze dell'ordine sono il braccio armato del potere è anche vero che lo scopo delle nostre iniziative non deve essere lo scontro per lo scontro, ma l'espressione delle nostre idee che ben pochi conoscono e che sarebbe bello diffondere il più possibile. Queste manifestazioni devono avere lo scopo di creare dei momenti di discussione tra compagni, e d'incontro e scambio tra noi e la gente. In questo modo possiamo cominciare ad ipotizzare una società diversa. Non si potrà fare un progetto con la riga e la squadra, comunque sia l'immaginazione costituirà il primo passo verso il cambiamento della realtà che ci circonda. Il nostro modello di lotta potrebbe essere quello Zapatista, la cui forza non è nella canna del fucile ma nelle idee e nella sua grande dignità.


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*

UNITED DOLORS

OF BENETTON

I COLORI UNITI

DELLO SFRUTTAMENTO

“EL SENOR BENETTON”

TAPPEZZA ELEGANTEMENTE
LE NOSTRE CITTA’ CON
MANIFESTI PUBBLICITARI
APPARENTEMENTE IN LINEA
CON IDEALI ANTIZAZZISTI !

MA COSA NASCONDONO QUELLE
INSOSPETTABILI IMMAGINI DI
SERENA E PREZIOSA CONVIVENZA
MULTIETNICA DIABOLICAMENTE
IMMORTALATE ?
…….ALTROCHE’ SOLIDARIETA’
E RISPETTO ……..SOLO :

PROFITTI
SFRUTTAMENTO
USURPAZIONE

USURPAZIONE
DI TERRITORI PER DECINE DI MIGLIAIA DI ETTARI :


- IN ARGENTINA PER LA PRODUZIONE DI LANA
- IN TURCHIA PER LA PRODUZIONA DI COTONE …….. CON RISPETTIVO
SFRUTTAMENTO

IN LOCO DELLE POPOLAZIONI MAPUCHE E KURDE
COME MANODOPERA A BASSISSIMO COSTO ….

PROFITTI

OTTENUTI SOPRATTUTTO CON LO SFRUTTAMENTO DI LAVORO NERO
E MINORILE ANCHE ALL’INTERNO DI AZIENDE CONTOTERZISTE
( ITALIA, TURCHIA, PORTOGALLO, SPAGNA, ROMANIA, UNGHERIA )

es. UNA MAGLIETTA CHE AL PRODUTTORE E’ PAGATA LIRE 4.000,
VIENE RIVENDUTA A LIRE 80.000 !!!

L’IMPERO ECONOMICO BENETTON COMPRENDE :

- ATTIVITA’ MANIFATTURIERE

( TESSILE, ABBIGLIAMENTO, CALZATURE, ATTREZZATURE E ACCESSORI
SPORTIVI ) ;

OLTRE CHE CON BENETTON , L’IMPRESA OPERA CON I MARCHI :

SISLEY, ZERODODICI, NORDICA, PRINCES, ZEROTONDO, UNDERCOLORS, COLORS OF BENETTON, ROLLERBLADE, KILLER LOOP.

- DISTRIBUZIONE ALIMENTARE E RISTORAZIONE :

AUTOGRILL, SPIZZICO, GS, EUROMERCATO.

- ATTIVITA’ IMMOBILIARI E AGRICOLE :

ED. PROPERTY.

- ALTRI SETTORI :

- VERDESPORT S.p.A. ,PALLACANESTRO

TREVISO S.p.A. , VOLLEY TREVISO S.p.A.

DALL’AUTUNNO 1998 INIZIA UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA
CHE VEDE COMPLICE DI BENETTON …..TIM E LA
MULTINAZIONALE
PROCTER & GAMBLE
( CHE PRODUCE BUONA PARTE DEI DETERSIVI
COMUNI QUALI ARIEL, ACE, DASH ).

N.b. volantino presentato da STEFANO FOSCHI

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Lettera a "Il SALE"
di Antonio Cilli


Vorrei intervenire su questa campagna elettoralistica con

un'opinione non liberal e non economy.

Avendo frequentato il D.A.M.S a Bologna negli anni ottanta, ritengo

anche se non ho superato l'esame del Prof. Umberto Eco di semeiotica

penso di conoscere più di molti giovani giornalisti cosa significhi il

termine Scienza della comunicazione per esempio dal punto di

vista grafico, terminologico o distributivo o di tendenza.


Non è più tempo di dichiarare le proprie intenzioni.

Nessuno lo fa più, tutti promettono e nessuno mantiene alcunché di già non detto ma addirittura

scritto (vedi giungla legislativa e relativi conflitti).


Allora io come tanti più o meno giovani siamo stufi delle nostre presenze invisibili proprio in

questa società dove tutto è continuamente spettacolo (mi cito come autore di testi letterari

e non) dal 1968 in poi gli studiosi come Ivan Illich avevano previsto che il problema fondamentale sarebbe stato 1) accesso non più alle fonti delle ricchezze ossia potere dei mezzi di produzione

ma a quello che lo determina ossia il SAPERE.


Allora che i politici pensino ad amministrare e ci lascino liberi di protestare anche illegalmente

tanto siamo noi ad aver pagato tutto (vedi il caso eclatante e clamoroso dei buon SOFRI) e il

suicidio di un verde ministro a FIRENZE di Alexander Langer. Che le cornacchie colpiscono

sempre più sarà un processo irreversibile di questa civiltà o lo sapevano anche gli americani

come Alfred Hitchkoch o Agatha Cristie, ma perché finalmente per una volta non deponiamo tutti

le armi per sempre, comprese anche quelle della non violenza, un convinto antimilitarista non

pacifista?

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