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INDICE - IL SALE N.° 43


Depescarizzare Pescara, la volontà di fare scelte drastiche
IDEE PERSONALI SULLA STRADA PARCO E SU PESCARA
TRAFFIKO
L'angolo della poesia
Io credo
UN TEATRO DI FANTASMI E DI MEGALOMANI.
"Pescara", -una-, -una parte-.

Ipotesi per una migliore e futura pianificazione della mobilità

Anarchia & transgenderismo : in lotta su nuovi fronti

NONVIOLENZA Assolti ! Una vittoria di tutti

La morte di Nicola Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena.............

APPELLO PER UNA CAMPAGNA NAZIONALE PER IL RITIRO DELLA DIRETTIVA BOLKESTEIN

Un altro momento nella poesia

INCONTRO CON LA CHIMERA Diario di un depresso

BREVI CONSIDERAZIONI SUL DOCUMENTO DI "LEGITTIMA DIFESA"


CONVEGNO- "DALL'IO AL NOI. LA PROMOZIONE DELLA COMUNITA' E LA VALORIZZAZIONE DELLE RISORSE TERRITORIALI: AUTO MUTUO AIUTO, MEDIAZIONE E ASSOCIAZIONISMO"


Depescarizzare Pescara, la volontà di fare scelte drastiche


Potremo anche dire detorinizzare Torino, depariginizzare Parigi, denewyorkinizzare New York, queste città nate nei secoli scorsi a misura d'altri uomini oggi scoppiano per mille problemi e uno di questi sempre sotto i nostri occhi è quello del traffico, con tutto ciò che comporta per invivibilità, caos, problemi per la salute, inquinamento…..
V'era già quando nacquero le città una distorsione in atto, si scelse di sviluppare l'industria (vista la concentrazione delle industrie in pochi Km quadrati le città crebbero a dismisura) invece di sviluppare l'agricoltura, le risorse energetiche naturali, evitando la spopolazione delle campagne, distribuendo le case nel territorio e mantenendo basso il livello di industrializzazione legato soltanto agli strumenti di controllo produttivo (informatici) ed agli strumenti culturali,artistici e di svago, uno dei prodotti di questa sovraindustrializzazione è proprio l'auto (in Italia circolano circa 34 milioni di automobili).
Pescara, come tante altre città soffre del problema dell'inquinamento dovuto perlopiù ai mezzi di locomozione ed al riscaldamento e risulta essere una delle città più inquinate d'Italia.
Vista la posizione oroidrografica - questa striscia di terra vede passare una moltitudine di mezzi locomotivi, concentra su di se il traffico e le occasioni di lavoro di molta parte dell'interno dell'Abruzzo, inoltre alla sera e nei fine settimana è invasa da moltitudini alla ricerca di svago e cultura, abbiamo 3000 giovani di Lanciano che scendono come onde barbariche in città nei fine settimana e le passate amministrazioni hanno preparato per loro una bella scala mobile che li lascia proprio nel centro della città, una struttura grigia, massiccia che ha rovinato una delle parti più antiche e caratteristiche di Pescara. L'asse attrezzato.
Per arrivare a Roma tramite F.S. necessitano circa 5 ore, il treno transita su di un solo binario, vi sono stati spesso gravi incidenti, d'altra parte le autostrade, dove viaggiano perlopiù mezzi privati occupano buona parte d'Abruzzo e passano sul nostro capo, oscurando il cielo e deturpando il passaggio.

Per ridurre il traffico in Pescara occorre fare scelte drastiche da subito, ma altresì impostare una cultura e progettualità per attuare un forte decentramento delle attività produttive, culturali, di svago nel territorio abruzzese:


- Valorizzare al meglio le risorse agricole / boschive con attenzione per la natura, paesaggistiche con predisposizione ricettiva alberghiera soprattutto nella zona del Gran Sasso, zona Vestina, strada dei due parchi , culturali - creare nei centri minori, biblioteche, teatri/cinema, strutture sportive, centri sociali multifunzionali per giovani, anziani con spazi anche per ascolto concerti e ballo , sale prove

- Utilizzare i fondi provinciali, regionali, statali (i fondi per i comuni sotto i 5000 abitanti), europei - anche i fondi U.E. non utilizzati per rivitalizzare i centri minori

- Migliorare e rendere efficienti i mezzi pubblici, copertura più diffusa del territorio in modo multicentrico, allargamento dei passaggi anche nei fine settimana e in orario notturno, arrivando per stadi anche ad avere la copertura totale negli orari notturni, scoraggiando l'utilizzo del mezzo privato.

- Diffondere nel territorio le industrie con una attenzione per l'ambiente, industrie non invadenti e legate ad una visione differente della società anche dal punto di vista della creazione di risorse per l'uomo.

A livello pescarese bisognerebbe seguire la logica che il mezzo pubblico deve soddisfare le esigenze del cittadino, rendendo inutile per questi l'utilizzo del mezzo privato, dovremo perciò avere:


- linee preferenziali per i mezzi pubblici, segnalate e chiodate
- autobus non inquinanti, accessibili ai disabili, anziani, donne, bimbi
- Copertura diffusa del territorio, estensione degli orari almeno per qualche linea speciale notturna a tutta la notte
- estensione e miglioramento delle linee ferroviarie con una particolare attenzione per la sicurezza e riduzione delle autostrade, assi attrezzati
- Creazione di parcheggi interscambio auto/bus alla periferia della città
- estensione delle piste ciclabili, con parcheggi diffusi in città, noleggio biciclette
- pulmini - taxi serali con chiamata come nelle città di Modena e Genova
- trasporto pacchi con pulmini tramite chiamata
- coupon comunali per taxi per disabili
- utilizzo di auto comunali in noleggio,non inquinanti (car sharing) come a Torino e Genova
- Creazioni di centri commerciali multinegozi, utilizzando i negozi già esistenti nel centro di Pescara e coinvolgendone i titolari, per ridurre la crescita di centri commerciali fuori dalla città e ridurre il bisogno di utilizzare il mezzo privato per effettuare compere in suddetti centri commerciali
- Creazione di pullman per donne con bimbi con ancoraggio delle carozzine e fasciatoi interni

Bisogna per stadi arrivare a vietare completamente il traffico privato, consentendolo solo per le occasioni che il traffico pubblico non può, non riesce e non potrà soddisfare.
Bisognerà arrivare alfine alla demolizione dell'asse attrezzato in Pescara per restituire alla città gli antichi paesaggi e recuperare la bellezza del centro storico.


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Questo mio scritto, soprattutto per quello che riguarda le proposte e da intendersi come prima riflessione che certamente può essere integrata con altre proposte, la situazione ottimale sarebbe che le amministrazioni comunali, provinciali, regionali arrivassero ad una progettualità globale per affrontare queste problematiche in modo multicentrico e chiaramente con un ascolto diffuso dei cittadini e di tutte le associazioni presenti sul territorio che sappiano e possano integrare i progetti con la loro particolare esperienza in differenti campi.

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Adesso un po' di dati

- nel 45 per cento dei grandi centri le polveri sottili superano i limiti di legge
in Italia circolano circa 34 milioni di automobili
- oltre cento milioni di biciclette prodotti a fine 2002 nel mondo
- a Parigi la rete delle piste ciclabili supera i 500 chilometri, Londra 350 Km, Berlino 900 Km, a Parigi i parcheggi per bici sono 19mila
- In Italia Torino e Modena 75 chilometri, Ferrara e Reggio Emilia 50

Piero Lanaro

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IDEE PERSONALI SULLA STRADA PARCO E SU PESCARA



- Sarei contrario al passaggio del filobus sulla strada parco ed anche della
metropolitana sotterranea!

- Credo che questa strada debba essere lasciata ai cittadini!

- Il problema del traffico si risolve facendo meno macchine e non più strade!

- Il passaggio da strada parco a strada pura e semplice sarebbe un passo indietro
per i cittadini, quindi un progetto non progressista e contro il concetto di
progresso umano!

- Il progresso in senso storico si misura non in base allo sviluppo tecnico ma a
quello dei rapporti umani!

- La strada parco, poiché migliora la qualità della vita dei cittadini, si dovrebbe
prolungare a Pescara Porta Nuova ed alla Pineta!

- L'ultima parola su tale problema spetta ai cittadini sia perché è un loro diritto e sia

perché ne hanno la forza: possono sempre bloccare la circolazione di qualsiasi mezzo

dovesse venire loro imposto!

- Credo che ci vorrebbe un Comitato di Base per organizzare la partecipazione e la capacità

di autodecisione degli abitanti della strada parco, cioè la sua Autogestione. In questo modo

gli abitanti potrebbero intervenire non soltanto su questa situazione immediata ma anche su

eventuali problemi sociali economici e politici che si dovessero presentare nel futuro, visto

che le ingiustizie sono destinate non solo a continuare, ma ad aumentare!

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- Il problema del traffico e dell'inquinamento non si risolve facendo strade a senso unico, né

con il meccanismo delle targhe alterne, né con la chiusura del centro cittadino alla

circolazione delle macchine!

- A me sembra che questi provvedimenti non danno nessun risultato perché sono applicati da

20 anni e più nelle grandi città italiane e la situazione invece di migliorare, peggiora! La

stessa cosa sta avvenendo a Pescara! Perché continuare?

La cementificazione di Pescara avanza! Le poche piante rimaste stanno pure cadendo, come sta avvenendo nella Pineta sul mare di Montesilvano!

- C'è il cemento di destra ed il cemento di sinistra: che differenza fa? Sempre di cemento si

tratta!"

- Per cambiare la città di Pescara è necessario che cambino prima i Pescaresi interiormente per

poi potere cambiare il territorio in cui vivono!

- Non si può seguitare a pensare che progresso significhi costruire porti-varianti

stradali-Tunnel- Parcheggi sotterranei- Palazzoni a "ruota libera"-"Pescara Metropoli del

Mediterraneo!"-Giochi del Mediterraneo nel 2009-Sviluppo turistico e farsi i "fatti propri".

- Il cittadino deve prendere coscienza e "farsi i fatti di tutti", che è l'unica forma oggi per farsi i "fatti propri"!

- La famiglia chiusa-tradizionale è in crisi e si deve aprire al concetto di collettività: solo in

questa forma il Pescarese di oggi può affrontare i problemi della società e fare i propri

interessi, che poi sono quelli di tutti!

- Urge un riavvicinamento della città alla natura ed all'Essere umano!

- Pescara sta diventando invivibile!

Antonio Mucci

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TRAFFIKO

Non se ne può più. Sopratutto per chi abita nelle grandi metropoli( ma n proporzione, ormai, anche nei piccoli centri non si scherza) . Lunghe file di esseri invasati, mandrie di bisonti cornuti, col peperoncino infilato nel didietro. Claxano, passano col rosso( tale prodezza, è stata a volte giustificata anche da una certa sottocultura nichilista da strapazzo, dandole un significato " anticonformista" ) cercano di superare il loro degno collega di fronte, montano sui marciapiedi per guadagnare qualche metro, fanno manovre di una idiozia tale, che in altre nazioni europee, il risultato sarebbe nel migliore dei casi una multa di 500 euro quando non il ritiro perpetuo della patente. Ma io non credo alle istituzioni.
Anche le donne non sono da meno e non solo le solite " sbandate" come si potrebbe a prima impressione immaginare, ma anche giovani e candide mamme col fuoristrada, con i bimbi a bordo, magari mamme impegnate che si credono all' avan/ guardia, che magari poi blaterano tanto di ecologia ma che vanno in crisi se per caso l' amministrazione civica le priva per un giorno ( DICO UN GIORNO ! ) della circolazione. Sono capaci di crisi isteriche, come vanno in crisi se stanno due giorni senza andare a consumare al supermercato o al di$count.
NO! Non si può chiedere una maggior dimensione umana della vita e al contempo essere scghiavi come tutti del $i$tema vigente. Occorre fare delle scelte, anche a costo di star male, anche a costo di saper rinunciare a qualcosa( in questo io, libertario, sono d' accordo col cattolico Cardini! ). Ma ormai la grande massa italiota ( compreso chi si dice " impegnato" ) è completamente priva di carattere. Non sa più rinunciare alle false sicurezze che un $i$tema cinico e crudele, ancor peggiore del vecchio capitalismo, offre loro.
Credo che se si vuole modificare questo stato di cose occorra una " rivolta contro il mondo moderno" , ma tranquillizziamoci, in chiave libertaria e non autoritaria. E chi potrebbe accusarci di ambiguità culturale si tranquillizzi :
NULLA FU PIU' TECNOLOGICO E MODERNISTA DEL NAZISMO, dice Costanzo Preve :" Non c' è nulla nel secolo XX, di più moderno di Auschwitz insieme a Hiroshima" .
Forse è per questo che un detenuto politico in Piemonte, partito da originarie posizioni tradizionaliste si sia evoluto alla fine in senso anarchico e libertario per poi venire accusato di alcune " irregolarità" in Val Susa.
A lui, e a due suoi cari amici caduti va tutta la mia simpatia...
.........

gd

OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

BRUTALITA' INDUSTRIALE

Mostri puzzolenti iperveloci/ contenitori caricati
senza criterio né sponde prottettive,
rischiano precipitare sull' asfalto/ schiacciando pedoni
ciclisti/ e gli stessi automobilisti.
Ma il rozzo padroncino/ pieno di nudi di carta
ha fretta/ le sponde protettive ruberebbero/
cinque minuti di tempo prezioso
Carelli asfissianti/ all' interno dell' officina
si uniscono al coro metallico/ e alla chimica lebbra inalata
( E' proprio strano che il cancro/ sia tra i maggiori mali diffusi attualmente?)

Gianni Donaudi

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Io credo che sul traffico cittadino ci sia ormai ben poco da dibattere.
"Il piano traffico non sa da fare ne mo' né mai" così hanno sentenziato gli interessi forti della città e non solo della città.
Non ci è riuscito il centrodestra, non ci riuscirà il centrosinistra.
E come potrebbe essere altrimenti se è vero, come è vero, che in Parlamento è in discussione una proposta di legge trasversale che regolamenta e quindi legittima il traffico motorizzato sui sentieri di montagna?
Le proposte ecologiche stanno ormai diventando pura utopia; a questo punto l'unica strada percorribile appare la "rivoluzione".

Alfonso Capodicasa

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UN TEATRO DI FANTASMI E DI MEGALOMANI.

È davvero paradossale che una città distintasi agli inizi del primo boom, quando era un cantiere in progress, per aver fatto brutalmente tabula rasa del teatro Pomponi, rimasto in piedi dopo i bombardamenti, manifesti ad ogni rigurgito di nostalgia la sua voglia di riavere un teatro, magari ricostruito sullo stesso sito dell'antico e rimosso delitto. Di qui una colata di chiacchiericcio come in un suk arabo, un incrociarsi di proposte fumose, un affastellarsi di idee più oniriche che reali. Bisognerebbe farsi alcune domande. La prima: serve un teatro alla città, a questa città postbottegaia e megamerkatica, obesa di stomaci affollanti la sterminata teoria dei ristoranti (si pensi a via delle Caserme), ancora compattamente monocalciofila, che da aprile a ottobre vive all'aperto? Si risponde: ma certo, i pescaresi che vanno a teatro aumentano ad ogni stagione, le due serate del Circus e poi del Massimo sono diventate tre, è una domanda culturale che straripa impetuosa da ogni ceto sociale. Piano: se è solo questo, le serate possono diventare quattro o cinque, il Massimo acquisito alla proprietà del Comune, i cartelloni aperti ad altri giri e altre ditte, agevolata con abbonamenti speciali la promozione di collegamenti con i teatri di Chieti e altre province, ecc. Ma vuoi mettere un teatro nuovo di zecca, un monumento alla pari di quello falansteriale della stazione, con la possibilità di produrre in proprio spettacoli, ecc.? Ma si è consapevoli di quanto un teatro costi alla collettività, se vuole essere un centro autonomo di attività, con maestranze tecniche e personale artistico in libro paga per tutto l'anno? Non insegnano nulla le gestioni fallimentari dei teatri pubblici, lo sperpero di danaro degli enti lirici, la fuga di professionisti del governo di una struttura teatrale verso più redditizi lidi dello spettacolo? Se dall'inizio del 900 non si costruiscono più teatri (a parte il Piccolo di Milano che attraversa momenti di totale invisibilità), ci sarà qualche ragione perché questo avvenga nella teatricida città dannunziana, ad es. nella mancanza di una borghesia non solo imprenditoriale ma umanistica, nei mutamenti di vita e di gusti introdotti dalla televisione, nel declino di una forma comunicativa che si registra nazionalmente, nella mancanza di un fermento intellettuale che tragga forza da una politica culturale non clientelare né legata alle occasioni partitiche di sfoggio spirituale, nel deserto di intelligenze creative o di personalità imprenditoriali che diano slancio e continuità alla produzione teatrale (dov'è insomma un Paolo Grassi, uno Strehler, un Lucio Ardensi, un Paone, un Ghiringhelli che trascini entusiasmi e consensi?). Se sul quotidiano che lancia il recupero del Pomponi o altro succedaneo si ritrovano a parlarne signori attempati che sfogliano proustianamente l'album delle loro prime emozioni sessuali vissute negli scomodi palchi del defunto edificio non si va lontano, si rimane a zappettare nell'orticello della virilità perduta. I reduci della giovinezza, i mitizzatori di un passato più strapaesano di quanto ricordino, le associazioni fantasma alla ricerca di oboli pubblici per sopravvivere, i politici che non leggono ma che il teatro lo vogliono, i provinciali che sognano una polis inesistente, gli inventori del cavallo: da questo milieu di lemuri e di ombre viene la possente richiesta? da quest'Ade di anime morte l'impulso per un'opera immortale?
Perché invece di un sogno, anzi di una delirante fantasticheria, non si pensa ad un progetto più a portata di mano e di tasca? Fu proposto qualche tempo fa l'acquisto da parte del Comune o della Provincia, ma possibile anche per una cordata di cresi del cemento o del commercio, di un cinema da adibire a una programmazione di film d'essai (ma andrebbero bene tutti) per tutto l'anno a costi politici (abbonamenti a studenti, anziani, ceti medi impoveriti, stranieri, ecc.), gestito da personale dell'ente stesso, senza aggravio di assunzioni o di emolumenti stratosferici, con attività collaterali di convegni, omaggi ad attori o registi, corsi, ecc.: si fece il nome del Centrale, che però nel frattempo è deceduto e destinato ad altro uso, ci sarebbero il Nuovo Cinema o consimili locali, ma non a Montesilvano o a Sambuceto. Proposta insana, peregrina, impraticabile solo perché realistica, economica, che assicura con la minima spesa un servizio pubblico alla più vasta platea?
Pescara non è città dannunziana, se non fosse per l'accanimento di Edoardo Tiboni non ricorderebbe il suo figlio più illustre (né Flaiano, né Federico Caffé, né il dimenticato xilografo Cermignani), ma ha ereditato dal Vate la sua megalomania. Nel poeta però produceva opere, azioni, gesti e tanta altra roba, nei pescaresi soltanto l'enfasi di pensare in grande per sciupare tutte le occasioni che si presentano. Ad esempio l'area di risulta della stazione (quest'ultima lasciata a metà, con locali vuoti, con segni di abbandono, priva dei servizi elementari, dalle architetture ultramoderne ma dalla funzionalità ottocentesca) è il vulcano delle eruzioni cerebrali più smaccatamente impercorribili o conformiste: un immenso parcheggio (come si va già configurando in fiumi inerti di lebbra avanzante), un bosco delle favole, il fatidico teatro e via via trullando. Ma perché non sfruttare questo spazio immenso, al centro della città, non sfigurato ancora paesaggisticamente con mostri edilizi (tranne l'orrido ferrhotel costruito dalla cecità vessatoria dell'azienda ferroviaria) per una piazza? Sì, una grande piazza dechirichiana, una piazza metafisicamente italiana, dove si possa passeggiare, fare capannello come nelle piazze famose, ascoltare il concerto di una banda o di una band, sedere nei caffè che nascerebbero lateralmente, usarla per happening artistici o sportivi, farne un'enclave per quanto possibile al riparo dei rumori e dei veleni, renderla traffico non di macchine ma di uomini che conservano il gusto di dialogare, di incontrarsi, di vedersi senza essere incalzati dai loro impegni di ingabbiati in scatole meccaniche. Una piazza rinascimentale, animata (essa sì) come una ribalta teatrale, palpitante di vita quotidiana che si libera della tirannia televisiva poltronitica, un cuore pulsante, un polmone sano, in cui zavattinianamente un buongiorno o un ciao riacquisti la sua umana cadenza, un luogo interclassista di tutti i cittadini che non siano manichini in divisa o maschere pronte per i carnevali della cattiva politica. Sarebbe, credo, un'occasione storica per salvare quello che rimane della bellezza di una città che ha consumato le sue tante risorse per divenire anonima, amebica, senza volto, inespressiva, un casermone di mediocrità e di noia.
È certamente una scommessa, bisognerebbe provare, tanto non si costruisce nulla che non possa essere dimesso e ci si affida alla fantasia all'estro al sentimento estetico al disinteresse particulare della collettività, allo scettro dei governati che non avallano le demenze pelose dei governanti. Se poi i cittadini affidano agli speculatori anche questa possibilità unica di una vita qualitativamente migliore in una città finora mortificata nelle sue risorse e sconciata da segni di bruttezza inarrivabili (si pensi al monumento del povero Flaiano, che, tra l'altro, i monumenti li odiava), beh, non si lamentino, il Cavaliere di Arcore già possiede la loro fiducia, li ha già convinti della sua rivoluzione sottoculturale, vadano oltre e stringano fino in fondo con lui il patto del diavolo. Dopo il "triste sacco che fa merda" e il portafogl, gli cedano l'anima.

Giacomo D'Angelo

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"Pescara", -una-, -una parte-.
Pes-cara non fu forse mai cara al pes-pedis latino del quale non ne è forse neanche denominalizzata. Peccato perchè la Sostanza d'ogni cosa è Sub-Stantia: onde essere denominale di Piede ............. le sarebbe di gran ornamento araldico.

Certo, stando alle cronache chietine, è che questa "Città" abbia goduto della protezione bilaterale dei due maggiori massicci montuosi della penisola: la Maiella ed il Gransasso. Ma è il Monte Silvano che poi la argina a nord rendendola pedemontana di un borgo.

"Tre" monti quindi circondano questa "metropoli abbruzzese" che per età pare più figlia creata dalle emigrazioni da altri siti pagani-pagus e civili-civis.
Una gola popolosa permette il travaso, dalla valle sulmonese, delle acque purissime della locale sorgente lacustre: è l'omonimo fiume Pescara che scorre alfine nel centro cittadino sfessando la città in due parti. Quest'acqua miracolosa acquisisce dignità fluviale, portuale e canalizia: quasi un miracolo-triplice o trinario!

Ed i pisces-delfini dall'alto mare amavano avvicinarsi fin nella foce allegrando la panoramica visuale di spettatori-ammiratori................ nostalgiche memorie di ormai prossimi alla morte pescaresi nostalgici. Nostalgici?

Sarà forse stata la civilizzazione-eccessiva-progressiva che ha esaltato troppo il suddetto miracolo trinario: l'affetto dei delfini marini gioiosi non ha retto all'inacidento-avvelenamento-annerimento-fognatura di acque ormai capaci di scrivere: un inchiostro.
Venivano i delfini a mostrarsi alla foce di allora-dolci-acque: delfini ovidiani.

Troppo progresso e troppo miglioramento e troppa grazia antoniana e i delfini han preso a schifarlo negando se stessi e la loro tradizionale presenza gioiosa.
O forse avran avuto a noia la sopraggiunta-onnipresente presenza di un vate, proposto-Vate, esaltato-Vate, il quale da ogni poggio ostentavasi, bianco-vestito, e col suo fare scrutante si dava a decantamenti di verdosi mari selvaggi e di bianche spume vivacizzate dal rosso sangue dell'italica bellicosità: bianco-verde-rosso: un tricolore, un campanilismo nazionalistico assordante.

Non amiamo indugiare sui treni che giungono nella ferroviaria stazione pescarese: essa è esemplarmente bella........ cionondimeno i treni che vi giungono proseguono di lì a poco la loro corsa verso altre mete.
Nè amiamo evidenziare che una università l'abbiano annidiata in un viale pindarico ........ ma-che-però-poi-quindi non riesce mai a farla decollare verso specificità forse più funzionali, verso interessi che siano cointeressi, plurimi se non olistici o reali.

E' purtuttavia Pescara una città, una cittadina, piena dei suoi abitanti: alcuni vi vivono bene, altri meno, altri ancora male: tutti, quelli che vi indugiano un pò troppo, dopo alcun tempo lapalissianamente vi muoiono per sempre.
Noi non capiamo-bene quando il governo-elite-ottimati di questo agglomerato urbano dia migliori frutti: quando una cosiddetta Destra siede sui locali seggi-scanni-cattedre-campanili o quando una cosiddetta Sinistra conquista il diritto di assidersi nelle stessissime poltrone, evitando le guglie più acuminate.
Ricordo di un giorno che giunsi a Pescara e governava "la Destra".
Ricordo di altro giorno, della successiva settimana, che di nuovo giunsi a Pescara e governava ormai già la "Sinistra": Alternanza-Sì, differenze............... ancora le ricerchiamo.

E, di continuo, i governanti vantano se stessi, vantano la cittadina, ne vantano la vita e mirano a migliorare a riqualificare a specializzare...... senza forse ponderare che sarebbe più confacente-utile-necessario-antecedente rendere meno astruse alcune delle contraddizioni, rendere meno distrorte altre distorsioni, meno idiote alcune personalizzazioni.

I Saraceni, i Saraceni, con le loro scorrerie-predative (!) seppero tenere lontani dalle coste e dalle rive marine i nativi di questa regione italica. E' così che quindi, storicamente, i nativi si arroccarono sulle cime delle innumeri colline presenti fregandosene dei poggi, e delle miopi-scrutazioni-dannunziane............ preferirono per gran tempo contare tutte le pecore e le greggi che attraversavano la zona........ sempre bramose e bramanti nuove erbe e pascoli ameni e ripercorribilità.

Ataviche convinzioni facilitarono la pastorizia abbruzzese arricchendo la vita di interattive microsocialità locali.
Sapienzali moniti religiosi pur confortarono, per gran tempo, la stanzialità acrocorica della popolazione, vedasi Chieti ed il suo arroccamento. Narrasi infatti che tal Pietro per ben tre volte abbia proposto-chiesto-preteso dal suo signore di poter andare a pescare, viste anche certe miracolose pescature. E narrasi che per altrettante volte il suo signore lo abbia invitato a pascere le proprie pecorelle.

Giovanni, che ci narra questo aneddoto sapienzale, sarà stato preso alla lettera dai chietini, e sarà stato tradito alfine dai pescaresi i quali realizzarono, annunziarono-dannunziarono, una cittadella amata fin dai delfini. L'odio per i traditori-pescaresi è vivissimo quindi per i dizionariati-bigotti-chietini ed è viscerale nei liberisti-pescaresi verso-contro i trogloditi-olezzosi-chietini. Forse la grettezza campanilistica, la rivalità commerciale, tendente all'egemonia, è la sola radice di tanta avversione.

Quando il gran poeta d'amore-pagano s'incamminò, fu costretto a dirigersi, verso lidi apostatici, forse neanche attraversò i lidi portuali dell'Abruzzo, quindi neanche Pescara. Quel poeta d'amore soffrì forse le pene che già Fedro subì allorquando si vide coinvolto in un processo ove l'accusatore ed il testimone ed il giudice eran tutt'uno: una trinarietà giuridica che allora vantava il nome di Seiano.

Non pare che Gabriello invece mai ebbe a soffrir pene antisociali, antigovernative, anti-sistema, anzi il suo scrutar l'onde lo rese vessillifero di amenità e leggerezze che permisero poi a Gorki di definire vuoti-poeti quelli vendibili a Kili, o chilogrammi che è lo stesso.

Noi si ama Pescara e la sua provincia, il suo entroterra, il suo antistare marinaresco........... ma non ci riesce proprio di prescindere da quanto accennato. Nè mai potremmo convenire o simpatizare con coloro i quali a malapena convengono con dette premesse, convengono ma poi non ne traggono o ricercano conseguenzialità alcuna......... cosa mai converranno?

Bruno scriveva che la terra d'Abruzzo è cosiddetta per derivanza dai cinghiali.
Cinghiale che Giovenale intese quale animale Propter convivia natum.
Ed una "regione" che è capace di favorire caccia-perseguimento di prede-pasti ............. tali da favorire comuni-alimentazioni............. mangiare insieme............. compagnie................ gente che mangia insieme e............... che forse da ciò ed a ciò è legata anche linguisticamente la parola Compagno.......... di gente che mangia insieme.

Quanti ristoranti e ristoratori eccellenti eppur cari, costosi, sono disseminati oggi in questa riviera-orientale dell'Italia-occidentale? Quanto vanto vien vantato da quanti amano sedersi e gustare specialità che Altri, Altri, altri, altri ed altri e servizievolmente e camieristicamente e lavapiattisticamente e stagionalmente e senza contratti e con servilismi-accettati-insieme-alle-mance verso mangerecci beoni, alienati nei fumi di alcol e di vini non più Bacchici e che digeriscono poi meglio confessando queste loro eccessive eccedenze in confessionali ove etici confessano assolvendo e compatendo e.. e.. e ne ride ancora la serva-maleconosciuta-Jenny ..........canta Berthold Brecht e Kurt Weill al prezzo di soli tre (TRE) soldi.

Stelio.

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Ipotesi per una migliore e futura pianificazione
della mobilità

I problemi del traffico cittadino vengono spesso indicati con una serie di slogan, per esempio: aumento del traffico, aumento della capacità viaria, incremento della esigenza dei trasporti, problemi di efficienza, mancanza di cooperazione tra il sistema viario e i danni che possono essere provocati all'ambiente. Le risposte della politica a questi problemi sono insufficienti e banali, dato che si preoccupa solo di affrontare il problema delle macchine:
· Fino ad oggi la risposta più frequente all'aumento del traffico è stata la necessità di più strade e mezzi pubblici nelle ore di punta.
· L'aumento del traffico è concepito come un problema inevitabile.
· L'esigenza di aumentare i trasporti viene indifferentemente indicata come ineluttabile.
· Cooperazione tra i vari mezzi di trasporto significa sopratutto una parziale ottimizzazione e sostegno dell'idea della macchina e allo stesso tempo, i mezzi pubblici vengono considerati solamente come valvola di sfogo.
Questi punti di vista distorti sembrano non conformi ad un moderno e durevole piano di trasporti, anzi, sembrerebbe necessario iniziare a trovare una soluzione al problema:
· Se la necessità di muoversi è il problema, la soluzione è nell'idonea influenza dei motivi che portano a viaggiare.
· Se l'incontrollabile aumento del traffico è il problema, la soluzione è la riduzione del traffico.
· Se la mancante efficienza dei trasporti è il problema, spesso una adeguata risposta è l'incremento della suddetta efficienza dei vari sistemi di trasporto.
· Se la mancante cooperazione tra i mezzi è il problema, forse la soluzione è nella selezione razionale, nel dare la giusta priorità ai problemi e nella buona combinazione dei vari mezzi di trasporto.
· Se il danno provocato all'ambiente è il problema, la giusta scelta è quella di utilizzare mezzi di trasporti ecologici.
· Se i bisogni psicosociali (necessità di apparire, avere la sensazione di essere libero, allentare la tensione) sono il problema, è necessaria l'offerta di una alternativa emozionale.
Considerate le note e negative conseguenze ecologiche causate dalle auto e gli eccessivi costi dell'economia nazionale non ha più senso continuare a dare un indifferenziato sostegno alla macchina. Essa di per se non può, anche con un alto investimento, raggiungere una maggiore efficienza (valore marginale di rendita e di profitto) - al contrario dei mezzi pubblici, dei quali l'alto efficiente potenziale andrebbe sfruttato attraverso un investimento specifico.

Pippo

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articolo pubblicato su "A - Rivista Anarchica"
autore Marco Romelli
numero di ottobre anno 2004

Anarchia & transgenderismo : in lotta su nuovi fronti

Sistematica e potere

Esistono svariate forme di esercizio del potere, legate ad altrettante pratiche di violenza necessarie all'imposizione del potere stesso su insiemi più o meno estesi di individui.
Tra queste le più evidenti e più frequentemente discusse sono quelle che comportano la sottomissione di grandi masse al volere di pochi, come ad esempio le guerre o le scelte economiche di un governo.
Ma esistono anche modi molto più subdoli attraverso cui l'uomo può limitare la propria e l'altrui libertà. Tra questi uno dei più radicati è l'imposizione di definizioni, il costante tentativo di collocare ogni individualità con la quale si viene a contatto all'interno di gruppi identificati con modelli di comportamento e linguaggi ben definiti, differenziati tra loro attraverso caratteristiche specifiche.
La tendenza a dividere l'umanità in categorie predefinite deriva direttamente dalla propensione umana verso la sistematica. È il risultato della necessità di trovare linguaggi semplificati per la comunicazione, per la comprensione del diverso. Ma se da un lato una certa classificazione è indispensabile per garantirsi la trasmissione della conoscenza, dall'altro un eccesso di rigidità all'interno degli schemi creati si rivela controproducente rispetto allo scopo iniziale. Classificare infatti significa anche semplificare : l'infinita complessità di ogni persona va ridotta a pochi tratti ritenuti essenziali per garantirne l'appartenenza al gruppo da questi caratterizzato. E chiaramente semplificando si rischia di perdere l'essenza stessa di ciò che si tenta di descrivere, la ricchezza della complessità inclassificabile.
Inoltre da sempre alla necessità di identificare e identificarsi in gruppi e categorie rigide consegue la repressione di chi sovverte le aspettative altrui rispetto allo stereotipo del gruppo assegnatogli o di chi semplicemente non si ritrova nella definizione che gli altri trovano opportuno applicargli. Ed è proprio in questo caso che la naturale ed umana tendenza alla schematizzazione si trasforma in esercizio di potere . Le categorie da forme di linguaggio si trasformano in prigioni dove rinchiudere o rinchiudersi per paura dell'altrui o della propria spesso contraddittoria essenza, o ancora per garantire la sopravvivenza di un gruppo chiaramente definito contro tutte le infinite variabili che rischiano di minarne la rigidità dall'interno.
L'imposizione delle categorie è una forma particolarmente subdola di potere, difficilmente identificabile poiché acquisita automaticamente e riprodotta involontariamente da ogni individuo. Sembra innocua perché legittimata dall'abitudine e dall'apparente universalità di questo meccanismo . Le stesse categorie sono delimitate e legittimate da fattori quali la natura, l'origine antica di caratteristiche o comportamenti, la tradizione o la cultura di un popolo. Ma l'assunzione passiva di concetti, il rifiuto di un approccio critico ad un dato acquisito come valido porta inevitabilmente all'assolutizzazione dello stesso e alla repressione di ogni forma di dissidenza.

Imposizione di genere

L'identità di ogni persona è nel suo insieme oggetto di svariati tentativi da parte dell'intera società ma anche dello stesso soggetto di definire, collocare, semplificare ed etichettare in base a standard socialmente accettati come validi e universali. Uno dei caratteri dell'identità maggiormente esposti alle pressioni normalizzanti è il genere sessuale.

....Continua nel prossimo numero

Articolo proposto da Roberta kkk

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NONVIOLENZA
Assolti ! Una vittoria di tutti
12.2. 1991 : blocco nonviolento del " treno della morte "
24.2.2005 : assolti perchè il fatto non sussiste



Un lungo applauso liberatorio, nell'austera Aula della prima sezione della Corte d'Appello di Venezia, ha salutato la definitiva sentenza assolutoriaper i 17 nonviolenti imputati del reato di blocco ferroviario perché "in concorso tra loro ostruivano ed ingombravano i binari d'entrambe le direzioni di corsa della ferrovia con la presenza fisica ed anche sdraiandovisi sopra, al fine di impedire la libera circolazione di un convoglio viaggiante con precedenza assoluta e recante forniture militari con destinazione Livorno e per il Golfo Persico".
C'era una bella presenza di amici della nonviolenza oggi a Venezia, per assistere al processo e portare solidarietà agli imputati. Amici venuti anche da lontano, da Torino, da Ferrara, da Gorizia.
Moltissime le attestazioni di solidarietà giunte da ogni parte d'Italia.Cinque gli imputati presenti: Vincenzo Benciolini, Massimo Corradi, Vincenzo Rocca, Maurizio Tosi, Mao Valpiana.
Venivamo da un processo di primo grado (Tribunale di Verona, 27 gennaio 1997) che si era concluso con l'assoluzione "perché il fatto non sussiste". Il Pubblico Ministero, che aveva chiesto una condanna a 10 mesi di reclusione, aveva presentato ricorso chiedendo "che la Corte d'Appello
di Venezia voglia condannare tutti gli imputati alla pena di legge".
Questo processo di secondo grado poteva concludersi in diversi modi: non luogo a procedere per intervenuta depenalizzazione di alcuni reati; accoglimento dei motivi dell'appellante e condanna sospesa per intervenuta prescrizione; rinvio alla magistratura civile per sanzione amministrativa;
assoluzione con diverse motivazioni.
Con i nostri avvocati abbiamo valutato che la prescrizione e la depenalizzazione non ci avrebbero soddisfatto. Ciò che ci interessava era la piena assoluzione e quindi il riconoscimento da parte della
magistratura della legittimità del nostro agire. Quindi gli avvocati presenti (Sandro e Nicola Canestrini di Rovereto, Maurizio Corticelli di Verona, Nicola Chirco di Bologna) erano pronti a discutere la causa nel merito. Forse i giudici non si aspettavano di trovarsi davanti il collegio di difesa al gran completo, né di vedere l'aula piena di pubblico. In apertura di udienza, dopo i preliminari di rito, il Procuratore Generale ha ritirato l'appello avverso la sentenza assolutoria di primo grado che era stato presentato dal Pubblico Ministero di Verona. I Giudici si sono quindi ritirati alcuni minuti in camera di consiglio e poi il Presidente ha dato lettura della decisione di confermare in via definitiva la piena assoluzione di tutti gli imputati "perché il fatto non sussiste".
Dunque una vittoria della giustizia, del diritto, della nonviolenza. La sentenza, oggi definitiva, farà da precedente per altre future azioni nonviolente. Vale forse la pena di evidenziare qualche passo
delle motivazioni assolutorie: ". essendo stata l'azione comunque posta in essere per salvare delle vite umane compromesse dall'arrivo in Iraq dei carrarmati trasportati sul convoglio.. (.) . porre in essere una manifestazione nonviolenta a carattere meramente simbolico rientrante nell'ambito dei diritti costituzionalmente garantiti ed in particolare quello della libera manifestazione del pensiero con riferimento al ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali
(forse per trovare un po' di spazio sui mass media impegnati in quei giorni in una gara generale di conformismo, nel cercare di convincere, appiattendosi acriticamente sulla posizione assunta dal governo allora in carica, l'opinione pubblica italiana che quella che si andava a combattere
in Iraq non era una guerra ma 'un'operazione di polizia internazionale'"..(.) .
La manifestazione inscenata dai pacifisti del Movimento Nonviolento è stato un semplice atto dimostrativo di carattere meramente simbolico finalizzato a sensibilizzare l'opinione pubblica in
ordine al pericolo di risolvere con le armi le controversie internazionali.. (.) ..E che l'intenzione fosse quella cui si è detto, vi è chiara traccia anche nel comunicato, pienamente coerente col
comportamento tenuto dagli imputati, letto in udienza e fatto proprio da quelli di loro presenti: "quando partecipammo a quella manifestazione nonviolenta eravamo perfettamente consci di non essere in grado di fermare se non simbolicamente l'escalation della guerra. la nostra è stata un'azione che è andata più in là della politica, nella speranza di poterla un giorno contaminare..".
E' una sentenza che andrebbe letta sui banchi di scuola. Una sentenza che accoglie il senso profondo della nostra azione nonviolenta: bloccare un treno che porta un carico di morte non è reato, ma è un atto coerente con la legge suprema della vita.
La democrazia italiana oggi ha fatto un passo in avanti. La nonviolenza è cresciuta. E' stata una vittoria di tutti.



Articolo di Mao Valpiana, direttore di Azione Nonviolenta
proposto da Michele Meomartino

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La morte di Nicola Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena insieme a quello di altri due agenti italiani non è altro che l'ennesima riprova della protervia e la prepotenza dell'amministrazione Bush che ritiene di aver il diritto di far tacere con ogni mezzo ogni voce di dissenso che in tutto il mondo si leva contro l'ingiusta guerra al Popolo iracheno.
Giuliana Sgrena più di tutti è stata in prima linea nel denunciare i guasti e gli abusi della potenza militare USA, attraverso la rappresentazione di decini di banbini morti o sfigurati dalle bombe cluster ( micidiali ordigni scaricati per colpire la popolazione civile indiscriminatamente) e anche il suo sequestro rappresenta un'anomalia per come è stato condotto, dal momento che diventa inspiegabile come mai una giornalista impegnata a documentare le atrocità della guerra sia poi stata sequestrata dalla resistenza.
Forti sospetti si addensano sulle operazioni USA e non è escluso che il sequestro sia stato organizzato direttamente dai servizi segreti americani avvalendosi della bassa manovalanza irachena, così come appare evidente che i soldati USA hanno aperto il fuoco inrenzionalmente con l'intenzione di uccidere tutti per far sparire le prove della loro compromissione.
Berlusconi potrebbe dimostrare polso, e non la sua abituale subalternità a Bush, nel ritirare immediatamente le truppe italiane, perchè non c'è nulla da sperare dall'inchiesta: sino ad ora gli americani hanno sempre assolto i soldati criminali , basta ricordare il Cermis, le torture in Iraq, il Vietnam, Ustica, ecc.
Si sa, una giornalista un'inviata, soprattutto una impegnata, di un organo di stampa non omologato, il Manifesto per l'appunto, un quotifiano comunista, ha molto da raccontare in modo non retorico ed appiattito sulle veline governative e neanche sui servizi di comodo stilati nel ventre accogliente dell' hotel Palestine falsa riga e copiati dalle emittenti di Al Jazeira o di Al Arabìa.
Le elezioni in Irak poi hanno fatto il resto. La verità è che nessuno se l'aspettava. Non se l'aspettava Bush. Sia lui che gli altri fautori della guerra avevano puntato molto sulle elezioni del 30 gennaio. Erano riusciti a convincere Al Sistani, il grande capo religioso
sciita, ad assecondare il loro progetto. Una sua buona riuscita poteva essere la base per cominciare a prendere le distanze da un'avventura che sta presentando un conto pesante, in dollari e vite umane.
E tuttavia covavano il timore di un insuccesso. Le condizioni in cui la consultazione stava avvenendo erano tali da far prevedere il peggio. Candidati numerosissimi e clandestini, niente comizi, minacce di morte rivolte a chi sarebbe andato a votare: il rischio di un fallimento era altamente probabile. Per le stesse ragioni i contrari alla guerra tendevano
a svalutare la validità della consultazione che si andava svolgendo in queste condizioni, ed a prevedere un fiasco. Ed invece pare che l'affluenza degli elettori sia stata superiore al 50%, persino il 60%. Il che non è un gran che, ma è qualcosa. Le nostre percentuali, all'indomani della liberazione, superavano il 90%, ma eravamo davvero liberi. In Irak, nello
stato in cui si trova, il 60% di elettori che vanno a votare costituisce un fatto significativo e sorprendente per tutti. Tanto che con insperato sollievo i favorevoli alla guerra ne hanno tratto una ragione a posteriori per giustificarla (senza guerra non ci sarebbero state le elezioni). E chi era contrario alla guerra, nello smarrimento provocato dall'evento inatteso,
hanno finito per dire che i veri resistenti sono quelli che hanno votato, come ha detto Fassino al congresso dei DS, con una semplificazione retorica ad effetto ma piuttosto spericolata. Come quella di chiedersi dove eravamo quando Saddam Hussein perseguitava il suo popolo e cosa abbiamo fatto noi, come sinistra mondiale, per cacciarlo. Non vorrei che la psicosi del gendarme globale, tipica del Presidente degli Stati Uniti,
cominci a contagiare anche la sinistra. La via per risolvere i molti problemi del mondo è quella del negoziato e soprattutto della costruzione di un governo mondiale. Via lunga e piena di intralci, ma l'unica possibile se scartiamo la guerra unilaterale e preventiva.
Ma come è potuto accadere che in un paese occupato da forze militari straniere, dilaniato dalla guerra civile fra chi accetta tale occupazione e chi la contrasta, in uno stato di insicurezza generalizzato, con un sedimento di odi e rancori depositato dai mille e mille morti recenti, come è stato possibile che così numerose elettrici ed elettori si siano recati
alle urne?
Questa sia pur limitata manifestazione di democrazia è dunque il frutto della guerra?
Il voler ravvisare un rapporto di causalità fra la guerra e l'embrione di democrazia che abbiamo visto il 30 gennaio costituisce una grossolana manipolazione della verità. Post hoc, ergo propter hoc: dopo ciò, quindi a causa di ciò, questo è il primitivo ragionamento che sta alla base di un tale maldestro tentativo di fornire alla guerra una giustificazione. La
verità è che la guerra resta un crimine per i morti di entrambe le parti che ha lasciato sul campo, per il terrorismo che ha fomentato, per il caos che ha generato, nel quale guerra civile e criminalità comune imperversano. Gli è che dal male talvolta può venire anche qualche frammento di bene. Non tutti i mali vengono per nuocere, ci insegna l'antica saggezza condensata nei proverbi.
Lo sfasciume provocato dalla guerra ha fatto affiorare le motivazioni più varie al voto: la rivalsa sciita contro i sunniti, l'orgoglio nazionale irakeno che vede nel governo elettivo il presupposto per la partenza delle truppe occupanti, il sincero attaccamento alla democrazia contrapposta al terrorismo, la gradevole sensazione di partecipare per la prima volta ad una cerimonia democratica, l'obbedienza alle pressioni delle forze occupanti e del governo Allawi. Tutto ciò non toglie nulla a ciò che di positivo vi è stato nella prova elettorale. Solo ci ammonisce a non ritenere che con essa i problemi siano risolti.
Erano già molti prima della guerra, a cominciare dalla presenza del dittatore. La guerra con il suo strascico di lutti e rancori, di distruzioni, di umiliazioni e di sentimenti di vendetta, li ha moltiplicati ed aggravati.
Non è molto più civile, ed anche più conveniente, il metodo nuovo inaugurato in Medio Oriente dopo la misteriosa morte di Arafat?
Se siamo attenti osservatori dei fatti, se siamo in grado di analizzare i fenomeni oltre la cronaca immediata, se sappiamo andare oltre la notizia, possiamo anche capire come mai possono accadere cose apparentemente incapibili, in modo particolare la morte di Calipari, il tentato omicidio di Giuliana Sgrena.


Luciano Martocchia
Pescara

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APPELLO PER UNA CAMPAGNA NAZIONALE PER IL RITIRO
DELLA DIRETTIVA BOLKESTEIN


Il 13 gennaio 2004, la Commissione Europea ha approvato la proposta di Direttiva Bolkestein, attualmente all'esame del Consiglio e del Parlamento Europeo.
Annunciata come un provvedimento rivolto a "diminuire la burocrazia ed i vincoli alla competitività nei servizi per il mercato interno", la Direttiva Bolkestein è nei fatti un pericoloso provvedimento di attacco allo stato sociale e ai diritti del lavoro nell'intera Unione Europea.

Perché si prefigge l'apertura alla libera concorrenza e alla privatizzazione di tutte le attività di servizio e dell'istruzione, dalle attività logistiche di qualunque impresa produttiva ai servizi pubblici, a partire dalla sanità e dai servizi sociali.

Perché riduce drasticamente le possibilità di intervento e il potere discrezionale delle autorità locali e nazionali, privandole della facoltà di esercitare proprie linee di politica economica e sociale.

Perché, in stretto collegamento con le posizioni assunte all'interno dell'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (Gats) in sede WTO, rafforza le politiche liberiste dell'Unione Europea tanto verso il mercato interno quanto nel commercio internazionale.

Ma l'eccezionale gravità della Direttiva Bolkestein risiede nell'assunzione del "principio del paese d'origine", che stabilisce come un prestatore di servizi sia esclusivamente sottoposto alla legge del paese dove ha sede legale e non più alla legge del paese dove fornisce il servizio.
Con l'introduzione di questo principio, la Direttiva Bolkestein si prefigge la definitiva destrutturazione dei diritti del lavoro nell'Unione Europea.

Perché si tratta di un incitamento legale a spostare le sedi delle imprese verso i paesi a più debole protezione sociale e del lavoro per poter approfittare delle legislazioni da "stato minimo" ivi esistenti.

Perché i contenuti della Direttiva rischiano di sviluppare sentimenti xenofobi.

Perché si realizza un vero e proprio "dumping" sociale verso le legislazioni dei paesi a più alta protezione sociale e del lavoro, affinché riducano, in nome della competitività, i propri standard di garanzie.

Perché si riducono drasticamente il valore del contratto di lavoro e le possibilità d'intervento delle organizzazioni sindacali, e si precarizza totalmente la prestazione di lavoro, anche attraverso le nuove norme sul distacco dei lavoratori. Senza considerare il pericolo di un incremento del mercato del lavoro gestito dalle organizzazioni criminali.

La Direttiva Bolkestein, insieme alla proposta di modifica della Direttiva sull'orario di lavoro, costituisce il colpo di grazia a quel che resta del "modello sociale europeo", già agonizzante dopo le politiche di privatizzazione di questi anni e la continua messa in discussione dei diritti sociali e del lavoro.

Ma opporsi è possibile. Al Forum Sociale Europeo di Londra, il movimento antiliberista, in tutte le sue componenti sindacali e associative, ha lanciato una campagna europea per il ritiro della Direttiva Bolkestein.
Ed è in collegamento con questa rete europea che noi sottoscritte realtà associative e di movimento, forze sindacali e politiche, lanciamo una Campagna Nazionale di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione, nei territori e nelle istituzioni.

Una Campagna che culmini nella partecipazione di massa alla manifestazione europea del 19 marzo 2005 a Bruxelles, lanciata dal FSE contro l'Europa liberista; e in centinaia di iniziative nei territori dal 10 al 16 aprile 2005, all'interno della "Settimana di Azione Globale" indetta dal FSM di Mumbay, contro il Gats e le privatizzazioni, per i beni comuni e i diritti sociali.


CAMPAGNA NAZIONALE "STOP BOLKESTEIN! STOP GATS! UN'ALTRA EUROPA E' NECESSARIA"


Attac Italia, Arci, , Fp Cgil, Fiom Cgil, Prc, Abruzzo Social Forum Crbm-Rete Lilliput, Forum Ambientalista, Confederazione Cobas, S.in.Cobas, Legambiente, Associazione Samarcanda, Firenze Social Forum, Forum Sociale Ponente Genovese, La Scuola siamo noi, Unione Inquilini


Articolo proposto da Antonio D'orazio

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A Yvonne suggeritrice di questa semplice lirica in dedica al soave fiore di


CAMOMILLA


delicato fiore dal nome esotico
Kamomylla
sulle bianche cime fra genziane e stelle alpine
tu, da fonti chiari nata
ai piedi
picchi
dei scoscesi
dell'innevata Presolana
consorella dell'Adamello altero di fontana
ti fondi al calore dell'acqua lontana
ed alla natia neve fresca montana
come dono alpino
a noi creature umane
in forma di tisana
dal sapore soave
e delizioso
per recarci
il dono prezioso e gradito
delle tue cime nevose
dall'alpestre Presolana
fino alle falde
della ridente
piana Iseo-bresciana

Fernando Italo Schiappa

Poeta



Ospedale Civile dello Spirito Santo - 2 Febbraio 2005 - Pescara

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INCONTRO CON LA CHIMERA

Diario di un depresso



Sommario:

- Breve introduzione
1) Chimera
2) Incontri con la Chimera
3) Primo incontro
4) Modi per combatterla e sconfiggerla
definitivamente
5) La Chimera si presenta ai sani ma
attacca in modo particolare i deboli

e gli ammalati



BREVE INTRODUZIONE

A molti lettori può sembrare insolito che un poeta, ed io modestia a parte, tale mi ritengo perché da circa 40 anni coltivo con più o meno successo l'arte nobile della poesia, si occupi d'un argomento così intrigante che invece appartiene al mondo della psicologia e della psichiatria.
Ma credetemi ho ripensato a lungo prima di scrivere questo saggio: poi mi son deciso finalmente a farlo o meglio ancora a tentarlo. So che sarebbe stato più facile scrivere una lirica d'amore o comporre una canzone romantica
Ma sono le cose difficili che mi attraggono di più mi tentano ed accetto la sfida con onestà ed agone, come se si trattasse di una gara atletica.
Detta la premessa più o meno spiegata alla buona senza altri preamboli mi addentrerò nel difficile e pericoloso mondo degli archetipi come punto iniziale di scelta: la chimera e le conseguenze che ne derivano.
Come il mondo della parapsicologia conosce bene, in modo particolare i discepoli e successori della scuola di Jung nella vita d'un uomo dalla nascita all'adolescenza fino alla maturità compaiono diversi archetipi, ad esempio il bambino, il pescatore, la donna, l'anima, il viandante, il mercante e tanti altri fra cui la Chimera in tutte le sue forme polimorfe.
Saranno gli esempi illustrativi più di tutte a fornire una spiegazione più o meno credibile o accettabile.
La Chimera non è un simbolo né un pensiero dominante ma una situazione reale e pericolosa in cui le forze del male lottano contro quelle del bene, cercando di sopraffarle a danno del soggetto malcapitato.
Si manifesta in diverse forme: una Sirena una persona religiosa o altro e si fa sentire in modo particolare in tre stadi: depressione, angoscia, panico causati tutti da una solitudine persistente.
Come vi ripeto la sua manifestazione è polimorfa come dimostrerò nei vivi esempi in cui ho dovuto affrontarla.

(continua)

Fernando Italo Schiappa

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BREVI CONSIDERAZIONI SUL DOCUMENTO DI "LEGITTIMA DIFESA"



Il documento per la costituzione di "Legittima Difesa" pur non avendo, per ovvie ragioni, pretese di esaustività ed essendo per forza di cose uno sforzo sintetico nell'approccio analitico ci sembra comunque un documento ben fatto che coglie i nodi essenziali del problema.

Un documento che spiega da quale Storia viene la parte migliore d'Europa, quella degli oppressi, degli sfruttati, delle lotte anticapitaliste che come un fil rouge hanno attraversato la storia del Vecchio Continente e che ancor oggi sono presenti seppure in forme minoritarie.

Uno sforzo anche per comprendere che dietro questa storia ci sono delle tradizioni, una civiltà universalistica, popolare e democratica che è stata contrastata proprio dalle classi dominanti per plaudire al modello americano su ogni versante sociale.

Il senso di riappropriazione della memoria, di ritrovare questo fil rouge, di ritrovare radici nelle società europee devastate dal nichilismo individualista che ha distrutto ogni vincolo comunitario, di appartenenza comune e di nazionalità, se non ridotta a puro sciovinismo succube del vincolo "occidentalista" è, secondo noi, una condizione necessaria per poter solo ipotizzare un percorso alternativo di pensiero ed azione antagonista.

L'individuazione del Nemico principale oggi è sin troppo ovvia per aggiungere altro a quanto già ben sottolineato nel documento, va solo considerato che non si esce dal recinto posto a salvaguardia della sottomissione al pensiero filoamericano, se non si riesce a dare un impulso alla necessità di formare una visione del mondo alternativa a quella occidental-americana.

In quest'ottica va sottolineato che la Storia europea non è stata solo imperialismo e colonizzazione, ma al conrario di quella americana ha sempre avuto come contraltare anche forti vincoli solidaristici, comunistici e comunitari di matrice diversa che sia prima la Rivoluzione Francese, ma soprattutto dopo hanno dato vita ad un forte filone socialista non solo in campo operaio, pensiamo alle Leghe contadine in Germania e in Francia.

Questa tradizione va ripresa ed esaltata assieme ad una rinnovata concezione "nazionalitaria" che apra la prospettiva di liberazione nei singoli paesi europei, su base popolare ed anticapitalista per contrastare il fondamentalismo americano di seconda generazione, che in nome del peggior materialismo mai conosciuto nella Storia dell'Uomo tende a macinare le coscienze prima che le persone.

Come non pensare allora a certo malinteso "laicismo" occidentale vera e propria arma puntata non tanto contro le religioni in quanto tali, ma perché queste in questo momento storico, in particolare il Cattolicesimo e l'Islam, sono di ostacolo al pieno asservimento dell'Uomo alla dittatura della merce e delle necessità del capitale. Di qui il tentativo di promuovere la tesi dello "scontro di civiltà" e di frapporre contrasti e fittizie contrapposizioni tra le religioni.

Chi si batte in Iraq oltre a battersi per liberarsi dall'occupazione straniera del suo paese, lo fa anche perchè rifiuta un modello di società che sa che travolgerà, se vincitore, tutto quello che ritiene non
funzionale agli schemi del capitale imperialista e cioè "il Dio lì venerato", millenni di Storia. Al suo posto catene di Mc'Donald's.

Un patrimonio storico che sarà anche sbagliato, volendo attenersi a criteri rigidamente socialisti(1), ma che rappresenta quel determinato popolo e che comunque va difeso, perché in ogni caso sarà rimpiazzato dagli interessi oligarchici di un gruppo di multinazionali non certo da una società più democratica.

Ora anche qui in Italia dobbiamo riuscire ad affermare una visione alternativa della società e della nostra Storia in opposizione al modello americano dominante, espressione gramsciana delle classi dominanti "nazionali" e per fare questo dobbiamo fare i conti con la migliore Storia del nostro paese e dell'Europa per non essere semplicemente "esuli in patria".

La battaglia oggi delle classi dominate si gioca su questo terreno più che sul piano del rivendicazionismo economico o meglio si può coniugare la contestazione del modello sociale se si riesce a connetterlo sul terreno più ampio e generale del modello americano nel suo complesso: culturale, politico, sul piano dei rapporti sociali e collettivi, sul piano financo artistico.

Ogni lotta che si ponga oggi sul piano esclusivamente conflittuale tra destra e sinistra è inevitabilmente velleitaria ed inutile; oggi si gioca la partita della sopravvivenza in quanto tali delle generazioni future e quel barlume di speranza che il socialismo possa riacquistare centralità nel cuore di tanti giovani è legato alla capacità di muovere i cuori e le menti contro l'ideologia che sta distruggendo ogni futuro non solo economico, ma di prospettiva esistenziale di milioni di persone: l'americanismo.

Ogni impeto di giustizia, ogni richiamo alla fratellanza ed ai vincoli comunitari contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo sono oggi al tempo stesso pietre pesanti contro l'ideologia americanista e paletti sufficienti a comporre un vasto arco di forze democratiche, popolari, e nazionalitarie che incuranti degli anatemi che proverranno da destra e da sinistra sapranno costituire un Pensiero forte contro un'ideologia di morte dell'Uomo.


SOCIALISMO E LIBERAZIONE
DICEMBRE 2004

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(1) Marxisti o Comunisti

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Proposto da Stefano Torello

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A.S.L. PESCARA
Centro di Salute Mentale PENNE
Consultorio Familiare PENNE

Ser.T. PENNE

Centro Servizi per il

Volontariato

PESCARA

Con il patrocinio del Comune di PENNE

CONVEGNO

"DALL'IO AL NOI. LA PROMOZIONE DELLA COMUNITA' E LA VALORIZZAZIONE DELLE RISORSE
TERRITORIALI: AUTO MUTUO AIUTO, MEDIAZIONE E ASSOCIAZIONISMO
"

15 - 16 APRILE 2005 ORE 15.00
SALA POLIVALENTE DEL COMUNE DI PENNE
P.zza Luca da Penne

PROGRAMMA


VENERDI' 15 APRILE

Apertura dei lavori

Marilisa Amorosi - Direttore Medico Centro di Salute Mentale - A.S.L. PE
Maria Carmela Minna - Dirigente dell'Ufficio Medicina della Comunità - A.S.L. PE
Pietro D'Egidio - Direttore Medico Ser.T. - A.S.L. PE


"L'auto mutuo aiuto in una comunità che si prende cura"

Stefano Bertoldi - Coordinatore Associazione A.M.A. - Auto Mutuo Aiuto - Trento


"Mediazione: familiare e scolastica"

Pina Rasetta - Mediatore familiare
Lucia Surricchio - Consulente legale - A.S.L. PE
Silvia Di Salvatore - Consulente legale - A.S.L. PE
Studenti Scuole Superiori - Penne


Dibattito

SABATO 16 APRILE


"Ruolo, compiti e funzioni del Centro Servizi Volontariato nella Provincia di Pescara"

Massimo Marcucci - Direttore Centro Servizi Volontariato - Pescara


"Le intelligenze del non-profit. Un progetto socio-culturale dell'associazionismo"

Oriano Notarandrea - Responsabile Agenzia Promozione Culturale - Pescara-Penne


"Chi siamo….. Cosa facciamo…."

Volontari di Associazioni del territorio vestino


Dibattito


Si ringraziano per la partecipazione alla realizzazione dell'iniziativa:
Agenzia di Promozione Culturale, A.T.I.-Agorà Philadelphia, Auser, Avis, Avulss, Cat, Centro Ascolto "Iride",
Consulta Comunale Terza Età, Croce Rossa Italiana - Comitato di Penne, Fondazione Papa Paolo VI, La tenda dei popoli, percorsi, Pulsar, Volontariato Vincenziano - Centro Servizi, Servizio e Segretariato Sociale.

Centro di Salute Mentale PENNE

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