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INDICE - IL SALE N.°38

* PRIMA INTERNAZIONALE Terza ed ultima parte: l'Autogestione e la Pianificazione

* E da destra arriva il linciaggio delle Simone

*L'angolo della post@

*Proverbi e modi di dire

*Wintersville, 2 Agosto 1996 Panegirico di Fernando Italo poeta

*PERCHE' QUEL LUGLIO TORNI AD ESSERE UNA MINACCIA ( I PARTE ) Sul processo ai ribelli di Genova

*ARTISTI DI PACE

*Miniature e/o MINIATURE

*Di nuovo in piazza a Roma il 30 ottobre per la pace e per il ritiro delle truppe dall'Iraq

*SORPRENDERE - PICCOLI APPUNTI COME POTREBBE ESSERE? Immaginiamo!

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PRIMA INTERNAZIONALE

Terza ed ultima parte: l'Autogestione e la Pianificazione

Per i marxisti della Prima Internazionale il concetto della centralizzazione era alla base del funzionamento sia del Partito che dello Stato di transizione, da loro previsto. Il corrispettivo di questo concetto in economia era la pianificazione in contrapposizione alla libera concorrenza del sistema capitalista. La centralizzazione, per i marxisti, è un principio che guida tutta la fase della lotta contro il sistema capitalista, il suo abbattimento, la creazione di una società di transizione e, quindi, l'arrivo al comunismo, dove scomparirebbe. Questo processo doveva essere condotto da una avanguardia abnegata, al servizio del popolo, senza privilegi, con lo stipendio di un semplice operaio, sotto strettissimo controllo dell'organizzazione e della massa che li poteva eleggere e revocare in qualsiasi momento, essendo essa sovrana ed avendo il reale potere decisionale su tutto. Questa è la democrazia proletaria o diretta: principio fondamentale della teoria marxista che moltissimi ignorano o che, pur conoscendolo, non gli danno nessuna importanza o, addirittura, coscientemente sabotano.
Gli anarchici erano per "La Libera Federazione di tutti i gruppi produttori fondata sulla solidarietà e sull'eguaglianza", come si dice nella Quarta Risoluzione del Congresso di Saint-Imier del 1872. Essi sono favorevoli alla pratica dell'Autogestione, cosa di cui oggi si parla a livello di massa, certamente ignorando completamente i principi originali ispiratori della libertà solidarietà ed uguaglianza.
In base all'esperienza storica nell'applicazione concreta di questi due principi, io penso che gli svantaggi ed i vantaggi si possano riassumere nel seguente modo:
-
- L'autogestione ha il difetto che pensa solo a sé, mentre la pianificazione ha il vantaggio di pensare ad una soluzione per tutti.
- L'autogestione ha il vantaggio di stimolare la molla dell'interesse individuale, mentre la pianificazione addormenta.
- Tutte le esperienze di autogestione, secondo me, sono dentro il Sistema, gradualiste, e cozzano contro il potere centralizzato economico-culturale-politico-militare e finiscono per soccombere perché non hanno una strategia di assalto definitivo al potere, mentre la pianificazione elimina la proprietà privata e il potere capitalista, risolve anche il problema elementare della sopravvivenza, però poi fa un'altra dittatura.
- L'autogestionario tende a risolvere subito i problemi della società e quindi è più attivo però li vede uno alla volta, separati dal contesto. Il pianificatore marxista tende a vedere le cose nel loro insieme, interconnesse, però è portato a rimandarne la soluzione al momento in cui prenderà il potere, quindi è più passivo.
- Dal punto di vista strettamente economico di mercato l'autogestione è perdente nei confronti della grande impresa capitalista o statizzata che riesce a produrre a prezzi più bassi per tanti motivi: grossi investimenti di capitali, produzione su larga scala, riduzione dei costi.
- Fino ad oggi si può dire, io credo, che l'autogestione ha funzionato su piccola scala mentre nelle grandi dimensioni come l'URSS e la Cina si è applicata la pianificazione.
- L'esempio storico di massima applicazione dell'autogestione è stato la Jugoslavia. Il Governo di Tito agli inizi degli anni cinquanta, dopo aver rotto con l'URSS di Stalin, sviluppò la politica del "Non allineamento", al di fuori dei due blocchi, a livello internazionale e la politica dell'autogestione a livello nazionale. All'inizio questa politica portò ad un certo sviluppo economico e sociale per la partecipazione delle masse perché c'era uno spirito di libertà e di democrazia diretta. Si pensava di costruire la terza via al socialismo, finalmente quella giusta, senza né padroni né burocrati. Bisogna ricordare l'esperienza molto bella delle Brigate Internazionali in cui confluirono rivoluzionari dell'epoca da tutto il mondo che andarono in Jugoslavia per costruire ferrovie strade ponti. Il tutto era lavoro prestato volontariamente e gratuito. Purtroppo questa primavera è durata poco: alcuni fattori negativi l'hanno portata al fallimento. Fra questi, io penso, i seguenti: 1) il "virus" dell'abuso del potere, che ha attaccato parecchi bravi compagni fra cui lo stesso Tito; 2) la scarsa coscienza della massa jugoslava e mondiale; 3) il fatto che il socialismo era ed è una società in buona parte ancora sconosciuta.

In una situazione del genere si è visto che l'autogestione è stata usata a fini di potere dalle burocrazie regionali ed ha portato a creare una divisione fra regioni ricche e regioni povere (L'Italia corre lo stesso pericolo con la cosidetta Devolution, cioè con il rafforzamento dei poteri delle Regioni, e rischia di precipitare in una guerra civile tipo la ex Jugoslavia). E' stato l'interesse di queste cricche di potere regionale la causa dello scatenamento della guerra, secondo me. Non sono state le Potenze Occidentali! Queste sono venute dopo, logicamente approfittando. L'autogestione ha fallito soprattutto perché non si è creata una coscienza comunista nella gente come si è visto dal fatto che si sono scannati tra di loro per gretti motivi etnici e territoriali.
I vantaggi della pianificazione all'interno dei paesi dell'ex socialismo reale sono stati evidenti. Essi hanno avuto uno sviluppo immediato ed hanno permesso di dare a tutti il pane il lavoro la scuola la sanità. Se si tengono presente le condizioni disumane in cui vivevano questi popoli, come quello russo cinese cubano, prima della presa del potere, ci si può rendere conto del progresso immenso che ha significato per loro la soppressione del sistema capitalista. Tale progresso è stato possibile non per la bravura dei capi ma semplicemente perché la pianificazione dell'economia evita lo spreco causato dalla libera concorrenza, dove le merci che non vengono acquistate dal mercato sono buttate.
L'Autogestione, a mio parere, è molto importante in questo momento storico perché risponde alla sfiducia pienamente giustificata che ha la gente verso le istituzioni, i partiti e le organizzazioni in genere. Essa è contro il concetto della Delega e tende a fare impegnare in prima persona, direttamente. Nello stesso tempo essa dovrebbe essere vista come doppio potere, esempio e tappa di transizione per il cambiamento totale della società e non, come è stata impostata nei Centri Sociali e nelle Radio alternative, come "Isola felice" "Spazio liberato" Sottrazione di potere". Personalmente non credo che si possa raggiungere la libertà all'interno di questi "spazi liberati" e di questo Sistema capitalista per il fatto che la libertà non si può realizzare a livello individuale in quanto non ci si può sentire tali fino a che esistono le carceri e gli eserciti. La libertà non è un fatto individuale ma sociale e collettivo. Si può essere liberi solo in mezzo a donne ed uomini liberi.

In conclusione: io penso che l'Autogestione e la Pianificazione siano principi giusti entrambi, tuttora validissimi, che non si escludono l'un l'altro anzi, al contrario, si integrano e si sommano. Gli errori che sono stati commessi in nome di un principio o dell'altro non vuol dire che essi siano sbagliati e quindi da abbandonare. Tutt'altro! Erano le persone che sbagliavano e non perché erano "cattive" o stupide, in piccola parte anche per questo e ciò era l'effetto e non la causa. La causa era il fatto che queste persone si trovavano ad affrontare esperienze nuove, sconosciute. Oggi si può ripartire dalle esperienze fatte, capire gli errori per non ripeterli, ed applicare e sviluppare pienamente questi due principi.

Antonio Mucci

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E da destra arriva il linciaggio delle Simone

La Lega (e non solo): un sequestro-messinscena, la prossima volta il riscatto se lo paghino loro
ROMA
"Abbiamo ringraziato istituzioni e governo subito e continueremo a ringraziarli", garantisce Simona Torretta. Basterà la garanzia a far tacere il coro di insulti da cui lei e Simona Pari sono state sommerse ventiquattr'ore dopo il loro rilascio sui giornali di destra e non solo? L'oscar del buon gusto se la guadagna Libero, col titolo "E le vispe Terese tornano in Iraq", sommario: "Tanto se le ribeccano paghiamo noi". Non bello ma fine, come si dice. Vittorio Feltri chiarisce il concetto: non gli è piaciuto il caftano indossato dalle due all'arrivo a Fiumicino, quasi un omaggio ai carcerieri, non gli è piaciuto il racconto delle caramelle ricevute, non gli piace che le due non si precipitino in chiesa ad accendere un cero a San Silvio da Arcore, se fosse per lui le rispedirebbe in Iraq "con dure calci nel sedere" e la prossima volta farebbe il tifo per i banditi. Bene. Il Tempo si limita a sottolineare che "l'atteggiamento delle volontarie suscita perplessità". Sulla Stampa invece Fabrizio Rondolino invoca un po' di misura e dà il buon esempio giocando le immagini atroci di Kenneth Bigley incatenato contro quelle festanti del rientro delle due Simone: "incongrue e stonate" quando raccontano di essere state trattate con rispetto e vorrebbero convincerci che i loro carcerieri si sarebbero addirittura scusati. E che dire del "perentorio proclama" con cui chiedono che le truppe straniere sloggino dall'Iraq? Ci pensa Ernesto Galli della Loggia a rispondere dalle colonne del Corsera: non c'è nessuna vittoria dei pacifisti, con o senza le due Simone il fronte antiamericano in Iraq resta "banditesco e terroristico". Sulle due "vispe Terese" l'unità nazionale si è dunque rapidamente infranta, e non la infrange solo chi da sinistra chiede il ritiro delle truppe. Svariati esponenti della maggioranza hanno impiegato la giornata di ieri per cospargere di fango l'immagine sorridente e dialogante delle due ragazze. Il responsabile esteri della Lega, Cesare Rizzi, sulla scia di Libero rinfaccia il riscatto pagato dal governo, "la prossima volta se lo paghino loro". Idem i suoi colleghi Bricolo e Polledri, infastiditi per "la palandrana islamica, simbolo di repressione", come avranno potuto indossarla se non per inscenare una macabra recita? Il sequestro delle due ragazze a questo infatti si riduce, a una "messinscena": tutto un imbroglio. Parla anche il ministro delle riforme, Calderoli, con parole chiare e distinte: il rilascio delle ragazze "sembra uno spot dell'Islam a favore di un volto improbabilmente buono dei terroristi", ma "il vero volto del terrorismo non è quello di chi regala cioccolatini, vestiti e chiede scusa, ma quello dell'inglese detenuto in catene, dei kamikaze e di chi sgozza gli ostaggi". Quelli di An invece recitano la parte degli uomini di stato: "è il governo che ha il merito diq uesta soluzione", dice il ministro Gasparri, e il governo "ha una credibilità internazionale talmente forte" che neanche si offende se Simona & Simona si dimenticano di ringraziarlo. "Non credo che la liberazione sia arrivata perché qualcunoi in Iraq ha visto in televisione le manifestazioni di piazza", incalza Marco Zacchera, responsabile esteri di An.

Resta da chiedersi se tanto fastidio dipenda da uno spiazzamento rispetto all'immagine canonica dei torristi, o piuttosto rispetto a un'immagine canonica della debolezza femminile. Un gruppo di banditi che sbaglia sequestrati, offre cioccolatini e chiede scusa certo non collima con l'idea dei mostri islamici che sgozzano un prigioniero dopo l'altro, ed è spiazzante. Ma una coppia di donne pacifiste che finiscono prigioniere, prendono in mano la situazione, convincono i loro carcerieri che hanno sbagliato obiettivo e per giunta non vengono mai sfiorate dai medesimi neanche per sbaglio collima ancora meno con l'idea dell'eterno femminino. Fossero state vittime, deboli e suprate si poteva anche solidarizzare con loro. Ma libere e dotate di senno e di parola quelle due non si possono proprio sopportare.

il manifesto, 01.10.04 Presentato da Gianni Donaudi

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L'angolo della post@

Bologna - Novembre Antimilitarista
Anche a Bologna le prime settimane di novembre vedranno l'attività anarchica all'impronta dell'antimilitarismo. Il Circolo Anarchico "C. Berneri" organizza una serie di iniziative:
- giovedì 4 novembre, presso il circolo (porta S. Stefano)- ore 21 - assemblea per le iniziative contro la guerra, per la partecipazione alla manifestazione di Mestre, per le iniziative dei giorni successivi;
- sabato 6 novembre, in piazza 8 Agosto (piazzola) - ore 15 - presidio e volantinaggio contro tutti gli eserciti, per la loro definitiva dissoluzione affinché non possano più ammorbare l'umanità;
- martedì 9 novembre, presso il circolo - ore 21 - conferenza dibattito con la partecipazione di Achille Ludovisi: la potenza e la nocività del militarismo, i suoi costi, le sue strategie di annientamento dell'intera umanità.
- sabato 13 novembre parteciperemo numerosi alla manifestazione di Mestre; abbiamo valutato più economico lo spostamento in treno, per cui ci daremo un appuntamento collettivo alle 12,30 alla stazione centrale; per contatti 051-391202 (circolo Berneri, il giovedì ed il venerdì regolarmente ed anche il 6 ed il 9 novembre) oppure 3357277140 (Walter).

Circolo Anarchico Camillo Berneri di Bologna

SABATO 13 NOVEMBRE ORE 15.30 A MESTRE
MANIFESTAZIONE CONTRO IL VERTICE NATO


4 NOVEMBRE: NESSUNA FESTA MA LUTTO INTERNAZIONALE

Guerra 1914-1918: milioni di proletari massacrati nelle trincee ad unico
vantaggio del militarismo, delle industrie belliche e degli speculatori.
Solamente in Italia: 600.000 morti e centinaia di migliaia di feriti gravi.
Guerra permanente 2001-2004: migliaia e migliaia di morti sotto le bombe,
per fame e malattia tra i civili afgani e iracheni ad unico vantaggio dei
potenti della terra. In Iraq, dal marzo 2003, le vittime sono tra le 20 e
le 30.000, non si contano i feriti, i mutilati, gli avvelenati dall'uranio...
Fuori la guerra dalla storia
Fuori gli eserciti dall'Iraq, dall'Afganistan, dal mondo intero

Federazione Anarchica Italiana - FAI

Inviato a 'Il Sale' da Valerio

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proverbi e modi di dire

Amore di signur' e vine di fiasche, la sér' è bbòne e lla matin' è huàste..

Amore di signore e vino di fiasco, la sera è buono e la mattina è guasto.

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Wintersville, 2 Agosto 1996


Panegirico di Fernando Italo poeta

a Domine Denaro

Illustrissimo Domine Denaro
nella mia borsa sempre più raro
non ritenermi per questo un avaro
chè nel cor non mi sei così caro.
Chaucer si lamentava della tua
prolungata triste assenza
Quevedo malediva la tua sola
mefitica presenza
perché tu puoi appagar capricci
e servire per saldar conti e fatture
ma non allontani dell'amore
le sempiterne cure
né dei sogni ed ideali trasporre sai
le sacre partiture.
Dante, il divin maestro, i tuoi proseliti
nelle pestifere gore di Malebolge cacciò
mentre l'Aretino saccente di te fece
un fido cavalier servente
e il Doctor Faust uno squallido movente
per riacquistare la gioventù perduta
e così spietato poi sedurre Margherita
povera fanciulla inavveduta.
Per tua colpa Emma Bovary perdette
il proprio onore
a Violetta, Manon e tante altre misere eroine
trapassasti il cuore.
Per molta gente creasti
oasi fuggenti di felicità
e poi di lor ti beffasti
con astuta crudeltà
e continui tuttora a far girare impavido
l'antica ruota della dea Fortuna
che spinse illusi i frivoli mortali
ad invadere arditi
le mitiche lande della luna.
Ma io scrivente, semplice autore
di questo panegirico
non sono Domine Denaro
né vile né ipocrita
e riconosco mio malgrado
che di te non si può fare a meno
per le stesse condizioni della vita
illusioni o truci realtà
che mi ricordano col passar del tempo
che per sbarcare il lunario
non bastano come avean sperato
Giacomo il sognatore di Recanati
e Niccolò di Zacinto cantore disperato
la gloria della penna
ed un nostalgico rimario.
E per concludere questo mio cimento
ancor giacente sul mio tavolino
Domine Denaro sia tu dracma
Sesterzio, dollaro, euro, yen o quattrino
nelle tue mani la mia sorte affido
sperando ed attendendo
il prestito bancario del mattino.

Fernando Italo Schiappa

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PERCHÉ QUEL LUGLIO TORNI AD ESSERE UNA MINACCIA

( I PARTE )
Sul processo ai ribelli di Genova

Il 2 marzo 2004 si è aperto a Genova il processo contro venticinque manifestanti accusati di "devastazione e saccheggio" per la rivolta contro il G8 del luglio 2001. Ed è solo l'inizio, un banco di prova in vista di operazioni giudiziarie forse ancora più vaste. Si tratta di un processo, in tutti i sensi, esemplare: per il tipo di accusa (che ha ben pochi precedenti nella storia italiana, e che prevede diversi anni di carcere), per il modo in cui il potere ha preparato il terreno ai giochi e alla vendetta di tribunale, per come l'intera faccenda illustra gli ostacoli che ogni movimento collettivo di liberazione individuale ha di fronte, nei palazzi come nelle piazze.
Anticipato da venti arresti ordinati dalla procura di Cosenza nel novembre del 2002, e da altri ventitre disposti poco dopo da quella di Genova, questo processo vuole dare a tutti un chiaro messaggio: la sommossa genovese avrà i suoi capri espiatori. Che la posta in gioco oltrepassi la stessa rivolta di luglio per proiettare la propria ombra funesta sul futuro, è piuttosto evidente. Come esempio, si può prendere l'iniziativa, promossa nel gennaio del 2003 sempre dalla procura di Genova, di acquistare uno spazio sul quotidiano ligure Il secolo XIX per pubblicare il fotogramma- - realizzato da una telecamera posta in strada - di due manifestanti al fine di identificarli. In quell'occasione fa di nuovo la sua comparsa pubblica il reato di "compartecipazione psichica": in sostanza lo Stato afferma che per incorrere nei favori della repressione non è necessario partecipare direttamente ad azioni di rivolta, ma è sufficiente essere presenti là dove hanno luogo senza impedire che altri le compiano; in breve, senza trasformarsi in poliziotti. Aggiungiamo che agli arrestati di Co-senza era stata rivolta in modo esplicito e con alcuni successi quella che in seguito diventerà una costante quanto indecente profferta: l'"abiura della violenza" in cambio della scarcerazione - e avremo un quadro ancora più preciso. Sotto accusa ormai non è questa o quell'azione, questo o quel sabotaggio, bensì l'atteggiamento verso le istituzioni e, più in generale, il rifiuto stesso del presente ordine sociale e della vita da sudditi che impone. Collaboratori o nemici: è questo l'ultimatum che lo Stato lancia a chiunque.
È anche in tal senso che va letta la martellante propaganda che i vari Ministeri della Paura stanno orchestrando attorno al concetto di "terrorismo". Soprattutto dopo l'attacco alle Torri Gemelle, il manifestante che spacca vetrine viene equiparato al rivoluzionario che abbatte un uomo di Stato, e quest'ultimo al kamikaze che si fa saltare in aria su di un autobus affollato. Grazie a questa confusione interessata il dominio ha cercato di nascondere il senso delle giornate genovesi: da un lato, una sommossa sociale che ha coinvolto migliaia di individui disposti a rovesciare l'ordine del denaro e dei manganelli, dall'altra uno Stato che ha gettato la maschera rivelando così il proprio volto assassino. Per chi da quel luglio non ha voluto trarre alcuna lezione, cosa potremmo aggiungere che il potere non abbia ampiamente dimostrato pestando ed uccidendo in piazza, umiliando e torturando nel chiuso delle sue caserme? Cosa potremmo aggiungere sull'inanità di chi chiede Verità e Giustizia ai tribunali, come se da lati opposti della barricata potessero esistere una verità e una giustizia in comune? Non sono forse stati espliciti il governo, i dirigenti e i magistrati assolvendo e promuovendo, come sempre, gli assassini e i torturatori in divisa?
Così come gli apparati di controllo sezionano quartieri e città con le loro barriere e i loro check-point, le loro telecamere ed i loro squadroni, allo stesso modo gli inquisitori sezionano gli eventi con le loro inchieste e i loro codici. I pubblici ministeri Canepa e Canciani - due neospecialisti nella caccia ai ribelli - stanno solo perfezionando l'opera cominciata con la militarizzazione di Genova e continuata attraverso le cariche, il piombo assassino di piazza Alimonda, l'irruzione alla Diaz, le torture a Bolzaneto e nelle altre caserme, gli arresti e le espulsioni dei giorni come dei mesi successivi. Relativamente alle indagini, un ruolo di primo piano lo ha svolto il pubblico ministero Silvio Franz, famoso insabbiatore di scandali di regime, grazie all'aiuto di un'accolita di periti notoriamente legati agli ambienti dell'arma e neofascisti.
Sta a chi non ha dimenticato quella contagiosa rivolta che ha conquistato le strade, a chi non vuole far seccare nell'animo il sangue versato per mano degli sgherri dello Stato, fornire alla solidarietà verso i manifestanti sotto processo tutte le armi di cui ha bisogno. Questo è il senso delle modeste note che seguono.
A dispetto delle innumerevoli controinchieste che hanno finito per complicare, attraverso il totalitarismo del frammento, ciò che era fin troppo evidente; a dispetto delle chiacchiere con cui gli specialisti hanno coperto quella sommossa e delle calunnie con cui la canea politica l'ha infangata, vogliamo ripercorrere, per rimetterla in gioco, una storia minacciosa.
Appuntamenti segreti
Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra.
Walter Benjamin
Qualche giorno prima del G8, alcuni genovesi si recano da un falegname del centro storico del capoluogo ligure con la richiesta di farsi preparare dei pezzi di legno montabili a mo' di aste. Il vecchio artigiano coglie al volo le intenzioni di questi insoliti clienti e racconta cosa usavano loro, quelli della sua generazione, negli scontri con la polizia. La memoria corre alla rivolta del luglio Sessanta, ai ragazzi dalle maglie a strisce, alla Genova dei quartieri popolari. Il vecchio spiega che, per fronteggiare le cariche della celere, gli insorti si servivano dello stoccafisso lasciato ad asciugare all'esterno delle numerose pescherie dei carrugi. I venditori lo passavano ai ribelli, ma non prima di averlo immerso nelle vasche d'acqua per renderlo resistente ed efficace. Le vie del centro storico non sono più le stesse, così i nostri se ne partono con le loro aste smontabili. Questi legni saranno comunque, di lì a qualche giorno, una sorta di testimone fra due generazioni di incontrollati e di facinorosi.
Venerdì 20 luglio 2001, dopo che centinaia di rivoltosi hanno liberato alcuni quartieri da quella normalità capitalista che è il più freddo dei gelidi mostri, un supermercato si trasforma in un banchetto collettivo e gratuito. Per qualche ora ribelli e abitanti della zona si servono liberamente e mangiano, scherzano e discutono. Persino un giornalista, pagato per servire con i suoi teleobiettivi come altri servono con i loro manganelli, viene fotografato da un suo collega mentre se ne esce con due confezioni di mozzarella.
Perché queste mozzarelle incontrassero quegli stoccafissi, in un "balzo di tigre nel passato", c'è voluta una sommossa sociale che sostituisse il tempo della rivolta al tempo storico. Una sommossa che ha stravolto sia i piani dei Signori della Terra e dei loro cani da guardia, sia quelli della contestazione mediata e mediatica.
Il filo di una storia
Sarà presto dimenticato quanto è accaduto ora. Nell'aria rimane solo un vuoto, atroce ricordo. Chi fu protetto? I pigri, i miserabili, gli strozzini. Ciò che era giovane dovette cadere …
ma gli indegni siedono illesi nel tepore dei loro salotti.
Ernst Bloch
Il vertice del G8 a Genova è stato l'occasione per un gigantesco esperimento di controllo e di militarizzazione senza precedenti in Italia: strade chiuse e blindate con grate alte cinque metri, l'intera circolazione stradale ridisegnata, i tombini precauzionalmente saldati… e non sono mancati provvedimenti più comici (via le mutande e i calzini dai balconi!). Molti abitanti esasperati lasciarono la città, che assunse le lugubri sembianze di un enorme campo di concentramento. Ventimila uomini di tutti i corpi armati dello Stato confluirono nel capoluogo ligure per pattugliarlo. Vennero istituiti posti di blocco, ordinati sacchi dove rinchiudere eventuali morti, piazzati tiratori scelti sui tetti e sommozzatori in acqua. Fu predisposto un autentico centro di torture per prigionieri a Bolzaneto, la cui gestione venne assegnata ai gentiluomini della squadra speciale antisommossa carceraria (il GOM). Mentre il compito di garantire l'ordine pubblico fu affidato principalmente all'Arma dei carabinieri, i quali formarono per l'occasione i CCIR (contingenti carabinieri a intervento risolutivo), costituiti da militari diretti da ufficiali del corpo d'élite uscanica, già attivi in Somalia, in Bosnia, in Albania.
Da parte dello Stato non ci si preparava a contenere una contestazione, ma ad affrontare una guerra. Non si trattava di controllare manifestanti, bensì di fare piazza pulita di nemici. A Genova lo Stato ha sperimentato per la prima volta in maniera così sistematica, esplicita, diffusa, contro la propria popolazione, la logica militare che presiede le missioni internazionali. A dimostrazione di come, in un mondo unificato dalla religione del denaro, la linea di demarcazione fra nemici esterni e nemici interni vada scomparendo. A dimostrazione di come il dominio debba testare in piccolo scenari che in futuro potrebbero essere generali. Dopo tutto, se la guerra viene considerata un'operazione di polizia, un'operazione di polizia può ben considerarsi una guerra.
Il seguito dimostrerà quella che è una costante nell'espansione tecnologica e militare: tutto ciò che viene predisposto attende solo di venire usato.
Il campo di battaglia previsto era quello che si snodava attorno alla "zona rossa". È qui, sotto i cancelli e le recinzioni eretti a protezione della sede del vertice, che si attendevano gli assalti dei manifestanti. È qui che i capetti della contestazione mediata e mediatica hanno chiamato a raccolta le loro truppe cammellate. È qui che si sono concentrati anche i cani da guardia del dominio per respingere la pressione dei sudditi scontenti venuti ad elemosinare i propri illusori diritti. Tutto sembrava pronto. Una moltitudine di rispettosi cittadini che grida le proprie ragioni, le forze dell'ordine assoldate per respingerle, la scaramuccia concordata a tavolino per evocare ed esorcizzare lo spettro dello scontro, i giornalisti accorsi da tutto il mondo, gli applausi di coda perché alla fine tutto doveva svolgersi tranquillamente, vertice e controvertice. Nulla di tutto ciò si è verificato. Da parte delle istituzioni non c'era una reale intenzione di evitare lo scontro, quanto la precisa volontà di dare una lezione indimenticabile agli ingrati consumatori del benessere occidentale; da parte del movimento, di una parte di esso, c'era chi preferiva essere protagonista di una ribellione esplicita contro i cosiddetti Signori della Terra piuttosto che fare lo spettatore o la comparsa di un'agitata sceneggiata a beneficio dei mass media. Così, attorno alla "zona rossa" i rivoltosi non si faranno vedere, preferendo disertare lo scontro virtuale concordato con le istituzioni per andare a cercare lo scontro reale, quello senza mediazioni. Pur essendosi presentati nella città e nella data stabilite dall'agenda istituzionale, parecchie centinaia di nemici di questo mondo, assai diversi fra loro, senza capi né gregari, senza testa né coda, andranno dove non erano attesi. Anziché lanciarsi a testa bassa verso un supposto cuore del dominio preferiranno muoversi altrove, ben sapendo che il dominio non possiede alcun cuore perché si trova dappertutto. Gli spazi fisici dove si pratica il culto del denaro, dove aleggia il fetore della merce, dove si ode la menzogna del commercio - e non i meri "simboli" del capitalismo, come preteso dalla sinistra vulgata degli adoratori dell'esistente - conosceranno la critica pratica dell'azione: la banche saranno prese d'assalto, i supermercati saccheggiati, le concessionarie incendiate. ( Continua…)
[ TESTO PROPOSTO DA ALT255 ] A Genova verrano impiegati 2.700 militari, io in Libano ne avevo 2.300.
Generale Franco Angioni

Il nostro è uno Stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di libertà.
Gianfranco Fini dopo il G8

Lo Stato non è più, d'ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l'omologo con cui dobbiamo discutere.
Luca Casarini, Il Gazzettino, 23/4/1998

Le "tute bianche" e quei settori di manifestanti che partecipano ai cortei con una "attrezzatura di autodifesa", che esercitano una pressione fisica e ricorrono all'uso controllato della forza, svolgono un ruolo ambiguo. Ma è un ruolo, a mio avviso, positivamente ambiguo. Offre all'aggressività un canale in cui esprimersi e, insieme, uno schema (rituale e agonistico) che l'amministra. Propone uno sbocco [...] ma esercita un controllo e pone (tenta di porre) limiti. L'attività delle "tute bianche" è, dunque, letteralmente, un esercizio sportivo (e lo sport è, classicamente, la prosecuzione e la codificazione della guerra con mezzi incruenti), che depotenzia e disinnesca la violenza[...]. Certo, questo presuppone un'idea della violenza di piazza come una sorta di flusso prevedibile, indirizzabile, controllabile: ma è proprio in questi termini che viene trattata da numerosi responsabili dell'ordine pubblico e da molti leader di movimento. [...] E qui possono risultare utili alcune testimonianze dirette. Un anno e mezzo fa, nel corso di una riunione nella prefettura di una città del Nord, i responsabili dell'ordine pubblico e alcuni leader di movimento discussero puntigliosamente e, infine, convennero minuziosamente - oltre che sul tragitto - sulla destinazione finale del corteo. E ci si accordò sul fatto che vi fosse un punto, segnalato da un numero civico, raggiungibile col consenso delle forze dell'ordine, e un altro punto, segnalato da un numero successivo, non "consentito", ma "tollerato". Lo spazio tra i due successivi limiti - un centinaio di metri - fu, poi, il "campo di battaglia" di uno scontro totalmente incruento e pressoché interamente simulato (ma tale non apparve nelle riprese televisive) tra manifestanti e polizia.


Luigi Manconi, La Repubblica, 14/7/2001

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ARTISTI DI PACE

di Michele Meomartino

" La bellezza salverà il mondo "
F. Dostoewskij

Dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, il bando di dittature tra le più feroci della storia e l'avvio di un'epoca di pace tra le nazioni con la costituzione nel 1948 delle Nazioni Unite abbiamo ardentemente sperato che gli imperi e con essi le guerre fossero definitivamente tramontati.
L'equilibrio del terrore sancì una tregua quarantennale tra i due blocchi e garantì uno stato di sostanziale non belligeranza per gran parte delle nazioni, mentre le superpotenze mondiali continuavano inopinatamente ad armarsi di ordigni di inaudita potenza e distruzione.
Ma l'enorme potenziale bellico accumulato negli arsenali serviva e tuttora serve anche a difendere e garantire che una minoranza della popolazione mondiale consumi la maggior parte delle risorse del pianeta con conseguenze devastanti sul piano ambientale e sociale.
Con il crollo dell'ex impero sovietico alla fine degli anni ottanta, tutto sommato con un " epilogo incruento ", l'umanità finalmente avrebbe potuto e dovuto inaugurare una nuova epoca di autentica pace per tutti i popoli con un Onu rinnovata e pienamente sovrana.
La storia, invece, come purtroppo sappiamo, ha preso tutt'altra piega : l'Onu è poco più che un organismo formale senza un reale potere, il rombo dei cannoni ha ripristinato le ragioni della forza su quelle della politica e una nuova era, quella dell'impero statunitense, è stata inaugurata.
Non pace e diritti per tutti, quindi, ma l'imposizione di una nuova " Pax ", di romana memoria, dove prima di tutto vengono gli interessi dell'impero. Non più accordi bilaterali, che pure andavano maggiormente estesi, ma l'unica superpotenza si riserva di poter intervenire unilateralmente, a sua insindacabile discrezione, con la sua paurosa macchina da guerra, là dove si ritengono minacciati i suoi interessi o semplicemente non assecondati.
Una mostruosità giuridica che decreta la fine dell'Onu e sancisce un nuovo ordine mondiale, dove gli interessi economici e finanziari dei paesi ricchi sono l' unico parametro di riferimento e le inevitabili reazioni di interi popoli depredati sono la logica conseguenza di questa ingiusta politica di rapina.
Eppure la stragrande maggioranza dell' opinione pubblica mondiale non vuole la guerra, ma vivere in pace, anche se, forse, non sempre è consapevole che essa si costruisce quotidianamente prima di tutto con se stessi, e poi con scelte di vita coerenti e autenticamente di pace.
E mentre una visione del mondo imperiale si alimenta e prospera nelle divisioni, a volte diabolicamente escogitate e favoleggia di scontro di civiltà, un'altra visione, " un altro mondo possibile ", cerca di farsi strada attraverso la costruzione di relazioni più giuste, eque, solidali e nonviolente.
Ormai siamo giunti ad un bivio, da cui, forse, non è più possibile tornare indietro : o nel mondo, prevarrà definitivamente una visione apocalittica, un rinnovato manicheismo che divide bene e male, sommersi e salvati, e allora ci approssimeremo alla fine, oppure un nuovo " Nomos " inaugurerà una nuova era di pace tra le nazioni.
Un nomos ispirato ad un'autentica fratellanza tra i popoli, come tutte le più grandi religioni e filosofie insegnano, che non scinde il destino dell'umanità perché esso è unitario e dove la pace e i diritti sono indivisibili e inalienabili per tutti i cittadini e non solo per una parte privilegiata.
Un nomos che bandisce la violenza dalla storia degli uomini e rende tabù la sua forma più estrema, che è la guerra, e fonda un altro ordinamento che poggia sulla nonviolenza, come l' unica alternativa capace di disarmare ogni forma di oppressione e di scongiurare la follia dell'autodistruzione.
E' una pura illusione pensare che il male si vince con un altro male, perché semplicemente lo raddoppia e innesca una spirale perversa fallimentare. Finché non si va alle radici infette del male, alla fonte che lo produce, alle cause che lo scatenano rimarremo sempre vittime dei suoi assurdi meccanismi. Il male non viene da fuori, ma è dentro ognuno di noi, non lo si combatte eliminando il suo portatore, " chi è senza peccato scagli la prima pietra ", e male e bene convivono in ogni creatura, ma attraverso una nuova consapevolezza etica, una conversione spirituale in cui ogni uomo sperimenta il parto di una nuova nascita. Il compito che spetta ad ogni costruttore di pace è quello di essere un testimone fedele al servizio degli altri e di partecipare attivamente alla vita politica , civile e sociale della sua comunità nella chiarezza degli intenti e nella trasparenza dei propri atti.
In questa prospettiva assumono un ruolo importante le varie culture dei popoli, perché non è ipotizzabile un vero cambiamento, profondo e duraturo, se non si attivano adeguatamente tutte quelle iniziative culturali che elevano la qualità della vita di tutti i cittadini.
Da sempre le culture dei popoli si esprimono anche attraverso le sue infinite forme artistiche, anzi, tramite il suo linguaggio, l'uomo è in grado di comunicare messaggi che nessuna parola umana è capace di esprimere.
Le opere artistiche sono importanti non solo per la loro bellezza estetica, ma anche e soprattutto per il loro valore simbolico, per la loro capacità evocativa.
Tra le immagini simboliche hanno un mio particolare gradimento quelle " non partigiane ", e cioè quelle che hanno un valore e un significato universalmente riconosciute, come per esempio quello rappresentato dall'arcobaleno. I colori dell'arcobaleno sono una sintesi mirabile della " convivialità delle differenze " e ogni singolo colore che lo compone è bello, ma unito agli altri sei diventa bellissimo. Una metafora che non annulla le singole identità in un' indistinta cromia, ma ne inventa un'altra che le sublima.
Esso collega cielo e terra, unisce e non divide; il suo apparire preannuncia il bel tempo ed è foriero di gioia e di speranza.
Tutti questi significati che gli vengono attribuiti lo fanno assurgere ad " emblema della pace universale ".
Il valore simbolico dell'arcobaleno non è una moderna invenzione, un vezzo modaiolo, ma ha un significato antichissimo. Già nel libro della Genesi si narra che il Creatore, dopo essersi " pentito " del diluvio, promette che non ricorrerà mai più a questa tremenda punizione e stabilisce un nuovo patto con l'umanità e per tutte le generazioni future ponendo l'arco sopra le nubi come segno di questa promessa. Quindi, è un segno di riconciliazione che preannuncia l'instaurazione di un'epoca di pace quando finalmente ci sarà una vera riconciliazione tra tutti gli uomini e tra tutti gli esseri viventi.
Ritornando alla funzione dell'arte e senza inoltrarmi sul terreno minato delle definizioni, che, comunque, per quanto interessanti, sono sottoposte alla legge della soggettività, penso che la metafora policromatica dell'arcobaleno ci offra più di uno spunto di riflessione.
Innanzitutto la sua vocazione relazionale in cui l'io ( l'unità ) si armonizza nel suo insieme entrando in un rapporto empatico con gli altri.
Una relazione che non avviene solo su un piano orizzontale, all'interno di una visione antropocentrica, ma, dal momento che l'arcobaleno è visivamente un ponte , la funzione relazionale dell'arte, senza scomodare ipotesi metafisiche o rivelazioni fideistiche, abbraccia in un unico afflato tutta la vita e tutta la creazione ( per i credenti ).
Ed è all'interno di questa prospettiva olistica che anche l'arte, con le sue innumerevoli espressioni, prefigura e anticipa un altro mondo possibile.
La forza dell'arte di evocare nuovi immaginari è ben nota ; basti ricordare la scultura bronzea posta davanti al palazzo di vetro dell'Onu. Qui, la figura arcuata di un uomo si erge maestosa in tutta la sua plasticità e tensione espressiva, mentre spinge una spada che si sta trasformando in un aratro rendendo vivo e palpabile il sogno di Isaia, che tremila anni fa, osò profetizzare annunziando un'era di pace.
Tuttavia, l'arte nel suo divenire, nella sua ricerca estrema, nella sua eterna tensione creativa, che la proietta all'esterno verso nuove e ignote mete, non dovrebbe mai perdere di vista il suo fine più importante e cioè quello di ausilio e mezzo cognitivo.
Uno strumento di conoscenza che non deve separarsi dalla sua umanizzazione perché essa fa parte dell'esperienza umana ed è un esigenza insopprimibile, come l'aria che respiriamo.
La tensione creativa, spesso inebria l'artista, gli fa " toccare il cielo con un dito ", lo fa vivere in uno stato di grazia, un 'esperienza, per molti, quasi mistica.
Tuttavia, " la partecipazione alla creazione " nasconde delle trappole, che è bene saper riconoscere, come, per esempio, la ricerca spasmodica delle luci della ribalta. L'arte se non vuol rimanere prigioniera del suo narcisismo deve abbassarsi nella polvere della storia e scoprire l'alterità.
Questa " discesa " nel cuore dell'umanità è indispensabile per non perdere di vista il rapporto con l'autentico. I sogni di gloria, inebrianti e fallaci, consacrano l'artista nell'olimpo dei semidei, ma lo allontanano dal reale e falsano le sue relazioni ponendolo al centro del suo interesse.
Si entra così in un mondo di cartapesta, dove va in scena il personaggio, con i suoi riti e le sue manie, e dove ognuno recita la sua parte in un mondo di finzioni e ammiccamenti.
L'arte, invece, deve scandagliare le " infinite " possibilità dell'umano, spingersi anche oltre l'astrazione, ma l'artista nel farsi uomo non deve perdere mai di vista il rapporto con il reale, soprattutto per non essere alienati e poter ritrovare se stessi, altrimenti, le sue molteplici e multiforme espressioni diventano un vezzo vacuo ed elitario, semplici elucubrazioni, quando non diventano dei veri e propri incubi. Un'atroce chimera.
Il mito di Icaro è un monito che non possiamo ignorare, come non possiamo ignorare la lezione di re Salomone, che con tutta la sua sterminata sapienza non osò paragonarsi ad un giglio.
E così, mentre i processi cognitivi ci scaraventano nel mondo della dualità, spesso separandoci dall'altro, una proposta conviviale di pace e di solidarietà ci permette di raccordarci e di sperimentare l'amicizia.
E', forse, questa Arte, come esercizio di amicizia che si alterna ai momenti della sperimentazione solitaria, vissuta con libertà e responsabilità, la nuova prospettiva che mi interessa percorrere.
L'artista prima di esprimersi attraverso il suo genius è un uomo in carne ed ossa. Ed è propria la ricerca della propria umanità, a mio avviso, il contributo più bello e sincero che ogni artista potrebbe dare alla costruzione della pace.

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M i n i a t u r e e/o M I N I A T U R E

Dicono Evangeliario un testo nel quale sono riferite le buone notizie, e con letizia si fa delle medesime quasi una celebrazione.
Vera e facilmente riscopribile ed ammessa è la derivazione greca di questa voce.
Altrettanto vera e viva, anche se ormai desueta e tabuata, è la voce opposta: un messaggero di cattive notizie, senza perifrasi, sempre i greci lo dicevano Cacangelos, e non ridevano.
Nè c'induce al sorriso le vivaci squartazioni raffigurate nell'affresco, e nella miniatura, sottostanti, nonostante l'adagio che il vero comico sia tragico.

Vediamo raffigurate le ore vicine alla morte di due Santi. Il primo vi sta giungendo per mani sacrileghe, mentre il secondo, ormai inerme, concede a suoi correligiosi alcune sue parti materiali per loro tesaurizzazioni: tutti tagliavano Tutti, quasi stessero vivificando la legge del Taglione.
Già il gran santo nato d'agosto in Ippona, il tunisino-tagastiano, perseguitando e sciabolando i Donatisti, sanguinosamente....... ed urlava loro: Non è voi che perseguitiamo, sono le vostre opere!
Miniature di tanto caso non ne abbiamo rinvenute.

Sappiamo però che alcuni taglionavano anche se stessi, come il Grande Origene che si autoevira per sua maggior purezza. Ciònondimeno divenne, anche biblicamente, inviso ai suoi simili, mentre rimane ancora deriso da quanti lo vedono incapace di Cauterizzarsi come già l'olimpico Senocrate.

Il Grande Abelardo fu evirato per pedofilia da "violenti" mandati dallo zio della pedofilata e futura Abbadessa, ed i "violenti" subirono doppio taglio dai vendicatori dell'Abate: persero anche gli occhi.

Il Beato-Macario il Giovane invece rese pace-estrema ad un poveretto con la sua Spada-Macaira, nè si pentì punto, rivendicò con forza l'impresa che tanto l'aveva avvicinato al suo dio.

Quando i Cavalieri-Crociati scelsero di andare in Crociate non si contentarono di fare ........... scelsero di stringere alleanza con gli stessi Mongoli per meglio punire gl'infedeli mediorientali.
I Mongoli realizzavano piramidi con i teschi dei nemici vinti, dato che non amavano fare prigionieri.

Tanto era l'ardore di punire gl'Infedeli Ottomani o Musulmani, che, detti Cavalieri, meglio scordavano i tormentosi pericoli della loro infedeltà coniugale...........sarebbero mai riuscite le macchinose Cinture-di-Castità a salvaguardare l'onore delle loro matrone-signore-consorti vogliose di recitare di continuo la biblica........Numquam Sufficit ?

Ma cosa vale ricordare cose lontane quando oggigiorno esplodono massacri che quelle antiche lame paiono lamette neanche buone per radere barbuti e barbutos.

Fatti che succedono-accadono e storie che li raccontano ............

Raccontano gli storici, raccontano i dotti e raccontano secondo lo stipendio che loro vien elargito. Giambullari scriveva di prigionieri saraceni resi eununchi onde poterli restituire ai loro generali sempre bisognosi di guardiani fidati per i loro peccaminosi Harem.

E ride Giambullari, mentre tace del vescovo che aveva rapito la figlia del suo papa .......... papa che, poverino lui, quindi si sentiva ricattato, poco libero di realizzare le sue strategie antisaracene.

Raccontano a pagamento i dotti e gli storici, anche se la loro vista non è certo miracolosa, non è cioè lungimirante, non è ancora cioè capace di salvarli da faziosità malcelate......... e li rivelano alfine servi-sciocchi che si lasciano ridicolizzare.
Il tempo rende giustizia di prospettive tanto idiote, cioè personali, cioè interessate.
Guai anchesempre a quanti, per intendere queste storture, impiegano tanto di quel tempo che ............... son quasi costretti a rivivere quanto già accaduto.

E non possiamo non guardare con curiosità (curiosità) alle due rappresentazioni successive.
Mentre che il taglione ............. eccoli offrire "risarcimenti" risurrezionali, eccoli vederli scrivere con "ornamenti esasperati" i loro discorsi evangelariaci.

Babuinavano persino, BABBUINAVANO!
Il Tiraboschi, clericalissimo, usa questa voce, odiata da lui medesimo, e critica quei tempi incolti. Per tacere questi dissensi, emergenti anche da parte di alcuni stessi clericali, ecco che i moderni linguisti, clericali e nò, tradiscono, mortificandola, questa voce sintomatica dello scrivere del tempo. E vediamo una figura femminile ed, alla sua destra, un'altra che sembra proprio un BABBUINO.

Quando la loro allegoria arriva ai suoi estremi, e sembra quasi varcarli, ecco che la censura diviene anche interna. Esistono diverse ricerche che mirano a rivisitare linguaggi e loro tipicità. Come non cogliere tanta materia?
Come non rinfacciare loro la loro dabbenaggine e la loro strumentalizzazione?

Oggi s'usa la voce Miniare, Aurificare, per intendere l'eccessivo e disturbante ornamento grafologico che e chè ................... si spinse ad infestare le loro stesse Bibbie........... Amanuensi!
Qui, biblicamente, interrompiamo nonostante ci sia ancor tanto da aggiungere. Solo ci vale ribadire la poeticità presente nella prima raffigurazione...... pare introdurci al fiabesco Naif.

Stelio

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Di nuovo in piazza a Roma il 30 ottobre

per la pace e per il ritiro delle truppe

dall'Iraq.

Il "Comitato fermiamo la guerra", al quale aderiscono tutte le organizzazioni pacifiste tra cui l'Arci, la Tavola pace, i Social Forum, la Cgil, la Fiom, i Cobas e il Prc, ha deciso di organizzare per il 30 ottobre una manifestazione nazionale a Roma.

Il corteo si svolgerà il giorno successivo alla firma, prevista nella Capitale, del Trattato costituzionale europeo. La coincidenza è voluta per sottolineare che le richieste del movimento della pace investono anche l'Unione europea. Con lo slogan "Un'altra Europa è possibile" il Comitato rivendica, infatti, l'inserimento nella Carta fondamentale del ripudio della guerra che figura già all'articolo 11 della Costituzione italiana, nonostante che sia stato apertamente violato. All'Europa si chiede inoltre di non respingere gli immigrati e anzi di introdurre la "cittadinanza di residenza", di promuovere politiche di solidarietà verso "i sud del mondo" e di abbandonare le politiche neoliberiste. Ma è l'intera politica mondiale a richiedere un diverso ruolo dell'Europa.
"La comunità internazionale - è scritto nella piattaforma della manifestazione - deve impegnarsi per una soluzione politica che restituisca sovranità al popolo iracheno coinvolgendo tutte le componenti incluse la società civile e le forze che hanno scelto la resistenza". Sono perciò necessari uno "stop immediato ai bombardamenti, il cessate il fuoco, la fine dell'occupazione e il ritiro delle truppe". Contemporaneamente la manifestazione dirà no "ad ogni forma di terrorismo, da chiunque perpetrato, Stati, organizzazioni o individui". "Contro le politiche del terrore e della barbarie", il Comitato denuncia anche il "fondamentalismo neoconservatore che alimenta lo scontro di civiltà" e l'uso strumentale della lotta al terrorismo per "colpire i diritti civili".
Come nel febbraio del 2003 e nella primavera di quest'anno, il popolo della pace sfilerà per il centro di Roma. Stavolta - fanno notare gli organizzatori - sono ancora più chiare le conseguenze disastrose della guerra. Il pacifismo italiano ha vissuto la drammatica vicenda, nel pieno disastro iracheno, del sequestro delle due Simona, una vicenda che ha dimostrato come la logica della violenza non sia ineluttabile ed esista invece una via d'uscita alternativa alla guerra e al terrore.
L'appello alla salvezza di tutti gli ostaggi ancora in mano ai sequestratori si unisce a quello per "la vita del popolo iracheno" e per "i diritti e la dignità dei popoli curdo e ceceno". Senza ovviamente dimenticare l'urgenza di "una pace giusta in Medio Oriente con due stati e due popoli, la fine dell'occupazione dei Territori e alla costruzione del "muro illegale".

Maurizio Acerbo

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SORPRENDERE - PICCOLI APPUNTI

COME POTREBBE ESSERE?

Immaginiamo!


Immaginiamo un quartiere di Pescara, ad esempio il quartiere dell'ospedale civile.
Immaginiamo che i cittadini di questo quartiere dopo averne preso in considerazione le carenze, intendano agire per cercare di risolverle.

Si potrebbe denunciarle all'opinione pubblica, con volantini, con il rivolgersi all'USL, con l'informare le autorità preposte, si potrebbe informare la stampa.

Probabilmente si scoprirà che sì sono tutti d'accordo sulle carenze dell'ospedale, ma ci diranno che non ci sono risorse economiche per risolvere queste problematiche.

Le tasse comunali, provinciali e regionali non possono far fronte a questo problema.
Il governo non ha risorse perché non sono state stanziate per motivi politici.

Allora! Non c'è niente da fare?

Beh forse sì! Dell'ospedale di Pescara si interessano, guarda caso, anche l'unione europea e il FMI (Fondo Monetario Internazionale). In che modo?
Sostenendo che i vari paesi debbono ridurre le spese dovute agli stipendi, ridurre le pensioni e guarda un po', anche le spese sanitarie.
Non mi pare abbiano detto di ridurre le spese militari, gli stipendi dei vari senatori e deputati!

Allora chiaramente si tratta di modificare queste scelte.
Come potremo fare?

I cittadini del quartiere dovrebbero organizzarsi e scegliere i propri delegati, collegandosi con altri comitati di quartiere a livello cittadino, a livello sempre più alto, a livello parlamentare fino a livello europeo e mondiale e opporre alle scelte UE e FMI le proprie posizioni per via legale modificandone le leggi e i finanziamenti.

Pierre Sorprendre


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