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INDICE - IL SALE N.°34

* LE ASSEMBLEE AUTOGESTITE

* DISCUSSIONE DE "IL SALE"

* L’angolo della post@

* PROVERBI E MODI DI DIRE

* LA CHIESA E LA GUERRA

* ‘Viaggio ritorno d’un poeta vagabondo al passato’

* Parole Velate o Umide di Pianto

* LA SPORCA GUERRA DEL SIGNOR BERLUSCONI

* L’angolo della poesia

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LE ASSEMBLEE AUTOGESTITE

Il gruppo del nostro giornale ha preso l’iniziativa, nel 2003, per organizzare due Assemblee pubbliche sul problema de “I giovani e il territorio…quali opportunità?”.

Queste assemblee nascevano dal bisogno del gruppo di estendere il principio del giornale, che è quello di “dare una penna a tutti!”, alle Assemblee con il “dare un microfono a tutti!”, cioè la possibilità a chiunque di potere dire pubblicamente ciò che pensa, ciò che vuole e che cosa fare. Tale possibilità al semplice cittadino è vietata di fatto perché con il sistema elettorale della rappresentanza egli viene chiamato a votare per dei candidati e dei partiti ogni 5 anni, dopo di che non esiste più. Naturalmente c’è molta retorica dei difensori istituzionali che afferma il contrario. Pur rispettandoli, penso che si sbagliano.

A volte le organizzazioni del Centro o della Sinistra, più di quelle di Destra, per parlare di argomenti che a loro interessano, indicono delle Assemblee-dibattito che però, di fatto, sono delle vere e proprie Conferenze in quanto sono condotte dai promotori in modo cattedratico ed antidemocratico: l’80% del tempo viene preso dalla figura del relatore ed il restante 20% viene dato alla massa dei presenti che può fare soltanto qualche domandina o, al massimo, dare una opinione brevissima entro alcuni minuti.

Le Assemblee sui giovani, sopra menzionate, venivano promosse dalle seguenti organizzazioni: Il Sale - Il Girotondo D’Abruzzo - Coop. Pralipè - AGEDO - Ass. Dialogo - Ass. Alchimia - Camera del Lavoro Precario.

Esse sono state effettuate nella Sala del Consiglio di Circoscrizione n°3 e si sono svolte nel seguente modo:

All’inizio di ogni Assemblea è stato nominato un Coordinatore, diverso dal precedente, in base al principio della rotazione delle cariche. Naturalmente costui aveva soltanto funzioni amministrative per permettere il regolare svolgimento; non aveva nessun potere decisionale che spettava all’Assemblea in quanto sovrana.

Si è stabilito un tempo di durata degli interventi di 5 minuti, uguale per tutti. La prima Assemblea è stata effettuata il giorno 22 marzo del 2003. Ad essa hanno partecipato 28 persone; c’è stato un primo giro di interventi in cui hanno preso la parola in 17; poi un secondo giro di 6 interventi.

La seconda Assemblea, sempre sullo stesso tema dei giovani, è stata fatta il 27 giugno del 2003. Vi hanno partecipato 23 persone, 16 hanno parlato nel primo giro di interventi, 4 nel secondo.

Come si può vedere, c’è stata una partecipazione quasi totale dei presenti, con una ottima comunicazione orizzontale tra di loro e con potere decisionale esercitato dal basso: io credo che sono state delle vere ASSEMBLEE AUTOGESTITE.

Queste sono importanti non per l’argomento in sé, che può anche essere cambiato dai presenti e che varia di volta in volta, ma soprattutto per la sua capacità intrinseca di aggregare sul piano dell’uguaglianza, del rispetto, della democrazia diretta e della libertà. Di conseguenza tali assemblee possono promuovere azioni e costruire realtà basate soltanto su questi principi.

Attraverso le discussioni fatte siamo riusciti a individuare 3 campi di attività di interesse comune molto precisi: 1) Il laboratorio; 2) Il gruppo psicologico-terapeutico; 3) L’Assemblea sulla Democrazia Partecipativa, La Democrazia Diretta ed i problemi della città.

Però questi obiettivi non sono stati portati avanti perché l’aggregazione, a questo punto, si è sciolta ed ognuno dei gruppi partecipanti ha continuato la propria singola attività. Ciò dimostra che non è stata una attività controproducente o scoraggiante però i motivi di tale disgregazione, secondo me, sono ancora oggi da capire bene e formano oggetto di riflessione. Su tutto questo vorrei dare una mia opinione e invito le persone che vi hanno partecipato a dare la loro.

Prima di tutto bisogna tenere presente che è stata un’esperienza nuova per questa epoca, non praticata da nessuno, totalmente contro corrente, per cui bisogna affrontarla con pazienza e con calma . Per ritrovare esperienze di vere Assemblee Autogestite bisogna tornare indietro al ’68 ed agli anni ’70.

Un elemento importante che è stato decisivo per la nostra disgregazione è stata la piccolezza: eravamo poche persone in rapporto agli obiettivi e, per di più, tutte molto impegnate nei propri gruppi. Bisognava avere la pazienza di aspettare la crescita numerica e, nel frattempo, mantenere una forma di aggregazione, anche minima.

Un altro aspetto negativo, secondo me, è stato il fatto che non è scattata la molla dell’aiuto reciproco per potere attuare i tre punti sopra menzionati. Non è scattato il principio del “tutti per uno ed uno per tutti”. Questo ci sarebbe voluto; non c’è stato, credo che sia stato un deficit ed un errore di tutti noi. Pazienza! Sarà per la prossima volta!

Una conclusione molto importante da trarre, a mio avviso, è l’acquisizione del metodo di queste assemblee, cioè della Democrazia Diretta e dell’Autogestione, in modo da poterlo riproporre sul proprio posto di lavoro, nell’ambiente in cui si vive, nella scuola dove si studia. Sono favorevole ad una generalizzazione del metodo in quanto esso, logicamente, non è proprietà privata di nessuno, ma al servizio di tutti coloro che vogliono lottare contro le burocrazie ed i padroni.

Un altro elemento che ci ha danneggiato, io credo, è stata la concezione che ad ogni riunione deve seguire un’azione, cioè un fatto. Si pensa in questo modo perché si ha paura di fare delle chiacchiere inutili., a vuoto. Ciò è pienamente giustificato e comprensibile. Però bisogna stare attenti anche a non cadere nell’errore opposto che è l’eccessivo attivismo. Il fare le chiacchiere o i fatti è una concezione dialettica, non meccanica: a volte si possono fare 50 riunioni di sole discussioni per poi fare un’azione importantissima, oppure, al contrario, si possono fare 50 azioni perché non c’è il tempo per riunirsi e poi fare una riunione di discussione importantissima. A parte gli esempi esagerati che ho fatto, però effettivamente tale comportamento dipende dalle situazioni e dal momento storico in cui si agisce. Io credo che avremmo dovuto discutere un po’ di più, più tempo a disposizione, più pazienza per conoscerci meglio, in modo da poter costruire il Coordinamento di tutte le nostre realtà ed altre ancora, come era nei nostri obiettivi.

Queste due assemblee hanno dimostrato la loro validità qualitativa perché in esse i presenti hanno partecipato, deciso e scelto ciò che bisognava fare. La strada delle Assemblee Autogestite è quella giusta.

La necessità di fare delle Assemblee veramente democratiche rimarrà sempre, fino a quando si continueranno a fare in forma antidemocratica.

L’esperienza rimane e non si cancella: si può sempre riprendere.

20/4/04

Antonio Mucci

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DISCUSSIONE DE "IL SALE"

(Sintesi dell’intervento di alcuni partecipanti alla discussione sulla situazione nazionale ed internazionale svoltasi il 15 aprile nella riunione del gruppo.)

Pieno appoggio alla ribellione del popolo iracheno contro gli eserciti invasori ed assassini - Il diritto all’Autodeterminazione il popolo lo sta imponendo con le armi in mano, se lo sta prendendo, visto che non gli è stato riconosciuto legalmente - Dove non arrivano le leggi arriva il diritto umanitario, che è più antico di tutti i codici esistenti: è millenario e prevede il diritto alla vita ed all’esistenza per ogni essere umano - La guerra si può fermare solo in questo modo: combattendola, come sta facendo il popolo iracheno - Le manifestazioni e le proteste pacifiche sono importanti, ma non bastano! - Marx diceva: “La Rivoluzione è la locomotiva della Storia!” - In Iraq si sta svolgendo una rivoluzione islamica, cioè il popolo si sta ribellando agli imperi oppressori in nome della Patria e di Allah - Ogni popolo è libero di ribellarsi in nome di chi vuole! - Secondo me il popolo iracheno va appoggiato pienamente nella sua lotta di ribellione contro l’imperialismo americano ed i suoi alleati, rispettato per la sua scelta islamica, anche se non condivisa, almeno io non la condivido - Una vittoria del popolo iracheno è una vittoria anche del popolo italiano - Per la piena Autodeterminazione del popolo iracheno e per l’Autogestione del popolo italiano - Fuori gli eserciti invasori dall’Iraq, compreso quello italiano; per l’espulsione delle Basi NATO dall’Italia; per la soppressione di tutti gli eserciti, le caserme e gli Stati - Referendum Autogestito sul ritiro o meno delle truppe italiane dall’Iraq: questa è la vera democrazia.

Antonio Mucci

Il percorso verso le nuove elezioni è di nuovo il teatrino per i pinocchi sprovveduti: le varie bugie del governo, la farsa della sinistra che non affonta veramente e passo passo tutte le difficoltà politiche italiane, europee e mondiali su temi importanti quali la situazione iraqena, l’inquinamento, le risorse mondiali, la situazione sociale dei paesi poveri, la falsa democrazia dei RIF.COM con la demagogia del “diamoci del tu” dove invece dovrebbe esserci un maggiore dibattito e l’accettazione nella discussione di tesi differenti. L’ affrontare con serietà le varie problematiche significherebbe essere aperti ad un controllo democratico sulle scelte politiche e porre le basi per un cambiamento politico più profondo.

Piero Lanaro

Tutti ci lamentiamo dell’ aumento della povertà in Italia e delle difficoltà delle famiglie ad arrivare alla fine del mese con un solo stipendio. Ma non è che siamo diventati un po’ viziati? I crescenti bisogni di beni di consumo non fondamentali (telefonini, automobili) incidono così tanto sulle spese di molti da dare l’impressione di essere tutti più poveri, quando invece la nostra sopravvivenza rispetto agli abitanti dei paesi veramente poveri è più che garantita. La crescita economica di alcuni di questi paesi, seppur disordinata, è in realtà una opportunità perché una parte dell’umanità possa riscattarsi da un destino di miseria. Il prezzo da pagare è la migrazione di posti di lavoro e di eccesso di ricchezza da noi verso di loro.

Sebbene in Irak la situazione sembri sfuggita di mano agli occupanti, la ritirata degli eserciti occidentali non farebbe da volano per l’autodeterminazione del popolo irakeno, ma condurrebbe ad una guerra di etnie. Curdi, Sciiti, Sunniti lotterebbero tra loro per suddividersi il territorio e il potere, esattamente come avvenne con la Jugoslavia all’indomani della caduta dell’impero sovietico e del suo controllo sui popoli dell’ Europa orientale. Occorre che gli occidentali si ritirino dopo aver restituito la sovranità democratica al popolo irakeno, cioè dopo avere ridotto il conflitto da etnico a politico.

Pippo

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L’angolo della post@

"Quando noi partigiani s'andò a combattere, non s'andò mica perché ci piaceva la guerra, s'andò perché la finisse prima" da una vecchia intervista a un partigiano toscano ?L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...? Articolo 11, Costituzione della Repubblica Italiana PORTIAMO LE BANDIERE DELLA PACE alle manifestazioni del 25 aprile anniversario della liberazione dal nazifascismo In tutta Italia il movimento pacifista sarà presente alle manifestazioni del 25 aprile per ricordare che la partecipazione dell?Italia alla guerra di Bush è una violazione della nostra Costituzione. Anche a Pescara manifestiamo per il ritiro immediato delle truppe italiane dall?Iraq nella ricorrenza della Liberazione, per difendere i valori della Resistenza e la Costituzione che da essa è nata. Proponiamo a tutti i pacifisti di ritrovarci con le bandiere arcobaleno dietro lo striscione FUORI LE TRUPPE DALL?IRAQ domenica 25 aprile alle ore 10,30 alla cerimonia ufficiale in Piazza Garibaldi a Pescara. Successivamente ci sposteremo al CIPPO di COLLE PINETA per rendere omaggio ai martiri della Resistenza. In quel luogo il 14 febbraio del 1944 furono fucilati dai nazisti nove partigiani abruzzesi. Deporremo fiori, leggeremo poesie, canteremo vecchie canzoni, ci saranno interventi. difendiamo l’articolo 11 della Costituzione LIBERIAMOCI DALLA GUERRA Emergency, Partito della Rifondazione Comunista, Girotondi per la democrazia, Abruzzo Social Forum, associazione ?Aiutiamoli a Vivere?, CGIL, Verdi, Cobas, RdB, Coop.Pralipè, presentato da Maurizio Acerbo

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PROVERBI E MODI DI DIRE

Addò sta ‘na mamma e ‘na fijje, scappa lundane cende mijje.
Dove stanno una mamma e una figlia, scappa lontano cento miglia.

Quande l'òmene cande, vó la mojje;/quande l'àsene rajje, vó la pajje.

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LA CHIESA E LA GUERRA
(Prima parte)

Nel 1991, appena finita la prima guerra del Golfo, Giovanni Paolo II afferma che la fede in Dio genera la pace tra gli uomini, e perciò "non ci sono guerre di religione in corso e non ci possono essere guerre sante". E in occasione della seconda guerra del Golfo ha più volte ripetuto che le religioni non possono e non debbono essere usate per giustificare le guerre. Chi rifiuta l'idea della guerra santa non può che rallegrarsi per queste dichiarazioni ma, al contempo, non può dimenticare che spesso invece le religioni hanno provocato sanguinosi conflitti e che per secoli la stessa chiesa romana ha incoraggiato la guerra. Nella Bibbia, in effetti, l'immagine di un Dio che ama tutti gli uomini e che fa piovere indistintamente sui giusti e sugli ingiusti è inseparabile da quella di un Dio degli eserciti che incita il suo popolo alla guerra contro i nemici. Anzi quest 'ultima immagine è quantitativamente prevalente in quelle Scritture che le tre religioni del Libro considerano sacre. La conquista di Canaan, in particolare, è presentata proprio come una guerra santa. Secondo il libro del Deuteronomio, all'approssimarsi della battaglia il sacerdote dirà al popolo: "Ascolta Israele! Voi marciate oggi per combattere i vostri nemici: che il vostro cuore non si scoraggi... dal momento che il Signore vostro Dio procede al vostro fianco, combatte con voi i vostri nemici e giunge in vostro aiuto". E il massacro dei vinti avviene su esplicito ordine del Signore: "Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità non risparmierai anima viva ma voterai allo sterminio Ittiti, Amorrei, Cananei, Perizziti, Evei e Gebusei". Nei primi secoli della storia cristiana non mancano gli scrittori che, privilegiando i testi biblici che esaltano la pace, arrivano a una condanna assoluta della guerra. Agli inizi del 300, per esempio, Lattanzio scrive: "non è permesso al giusto portare armi... Non esiste eccezione al comandamento divino: uccidere è sempre un crimine". Ma la diffidenza nei confronti della guerra sembra venir meno già pochi anni dopo quando, con Costantino, l'impero comincia a stabilire buoni rapporti con la Chiesa: la croce fa la sua comparsa sulle insegne dell'esercito, le guerre di Costantino sono viste come guerre di Dio e le vittorie sui nemici vengono attribuite al Dio dei cristiani come in passato erano attribuite agli dei pagani. Così, alla fine del quarto secolo, Agostino troverà nelle guerre narrate nella Bibbia la giustificazione del ricorso alla violenza nei confronti dei nemici: "non ci si stupirà né si avrà orrore delle guerre condotte da Mosè, quando si consideri che egli non ha fatto che seguire gli ordini di Dio... Cosa c'è di biasimevole nella guerra? L'uccidere uomini che un giorno comunque moriranno, per sottomettere quelli che in seguito vivranno in pace? Un biasimo del genere sarebbe da pusillanimi, non da uomini religiosi". Perciò, se è l'autorità legittima che decide la guerra, il soldato che uccide i nemici obbedendo agli ordini non commette peccato "se è sicuro che ciò che gli viene comandato non è contrario alla legge di Dio, o almeno non è certo che sia contrario". Anzi uccidere i nemici della Chiesa non solo non è peccato ma diventerà addirittura un atto meritorio! Esprime questa convinzione Gregorio, vescovo di Tours, quando narra che papa Stefano II così incoraggia i Franchi che, alla metà del 700, combattono contro i Longobardi: "Abbiate certa fiducia che, a motivo della guerra che conducete in favore della Chiesa, vostra madre spirituale, il Principe degli Apostoli rimetterà i vostri peccati". E Carlomagno, che impone la fede con la spada e che, alla fine del 700, dopo la battaglia di Verden fa decapitare in una sola giornata 4500 Sassoni, è agli occhi del monaco Alcuino il re ideale "alla cui ombra il popolo cristiano riposa in pace e che da ogni parte ispira terrore alle nazioni pagane". In effetti, la Chiesa medievale ha cercato di favorire la pace solo tra i cristiani ma ha normalmente giustificato la guerra contro i nemici della fede, tanto che alla metà del 1000 un papa, per la precisione Alessandro II, afferma esplicitamente che uccidere un infedele non è peccato. “Uccidere un fascista non è reato”: la scritta che pochi decenni fa campeggiava sui muri di tante città italiane ha illustri precedenti! E “Deus vult” sarà il grido che accompagnerà i cavalieri che, allo scopo di liberare i Luoghi santi strappando quelle terre agli infedeli, partono per la prima crociata, bandita alla fine del 1000 da Urbano II con queste parole: "Non sono io che vi esorto, è il Signore stesso... Mettetevi in marcia sotto la guida di Dio". Ovvio che le stragi seguite alla conquista di Gerusalemme riempiano di santo entusiasmo il cronista che le tramanda: "per le strade e le piazze si vedevano mucchi di teste, mani e piedi tagliati... nel Tempio e nel Portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli... Presa la città, era mirabile la devozione dei pellegrini dinanzi al Sepolcro del Signore... le parole non riuscivano ad esprimere le lodi che il loro cuore offriva al Dio vincitore e trionfante". E nel secolo successivo, quando addirittura vengono fondati ordini monastici che hanno lo scopo di combattere, l'esaltazione dello spargimento di sangue e della guerra, anche preventiva, contro gli infedeli raggiungerà punte di agghiacciante fanatismo negli scritti di un uomo come Bernardo di Chiaravalle, che la Chiesa ha proclamato santo: "la morte inflitta o ricevuta in nome di Cristo non ha nulla di criminale, e anzi merita una grande gloria. Infatti, da un lato uccidere un nemico per Cristo è guadagnarlo a Cristo, che riceve con misericordia la morte di un suo nemico come una riparazione, e dall'altro Egli dona se stesso al suo soldato con ancora maggiore benignità, come consolazione... La morte del pagano è una gloria per il cristiano, perché in essa Cristo è glorificato; la morte del cristiano mostra la generosità del Sovrano, perché il soldato è elevato di rango e decorato". E la possibilità di trasformare in martiri dei peccatori che, dopo avere confessato le loro colpe, muoiono combattendo appare a Bernardo un'idea semplicemente divina: "Egli si degna di chiamare a servirlo, come fossero colmi di giustizia, omicidi e ladri, spergiuri e adulteri, uomini rotti a ogni sorta di crimine. Non è forse un'invenzione mirabile, che Egli solo poteva concepire?".
Elio Rindone

Proposto da Michele Meomartino

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‘Viaggio ritorno d’un poeta vagabondo al passato’ ”

(Questa trilogia m’è stata suggerita da un’acuta osservazione di mia figlia Mariateresa a cui la dedico con grande gioia e sincero affetto di padre giovane e di lei molto orgoglioso)

I - ‘Ricordando Paolo Ciarchi’

Che strana malia è la vita………
è notte e mentre attendo l’alba
penso con nostalgia
ai vecchi amici
di quelle indimenticabili
serate di tarda estate
passate in allegria
nella natia Montesilvano
suonando ballate alla chitarra
al ‘Mulino Rosso’.
E qui la giostra comincia
il suo malinconico giro…….
Quanti nomi nella lista dei ricordi:
Giuseppe, Gianni, Paola, Pompeo, Vinicio,
Pasquale, Luana, Titta, Nick, Tina, Daniele, Franco
Enrico, Cesare Gallerati, Rosella di Roma, Wilma, Milena e
tanti altri nomi che mi passano davanti
come colori dell’arcobaleno.
Fra ‘la ballata di Mustafà’
o della verità perduta
e ‘il cantico dei drogati’
o dell’inesorabile realtà umana
mi chiedono di cantare
‘voglio dirtelo tutto d’un fiato’
semplice ma suggestiva
canzone dell’amore vero
del cantautore milanese Paolo Ciarchi,
un nome forse che a molti non dice tanto;
un nome che ascoltano forse per la prima volta;
ma che per noi amici del vino
e poeti del nulla, nutriti dai miti del passato
è invece il segno indelebile, d’un secolo
crudele che ci ha ingannato coi suoi sogni
ed ambizioni di poter cambiare il mondo
anche se per poco…….
ed il mio canto, che il tempo uggioso, rende sempre più
fioco fedele m’accompagna lungo questo mio viaggio
ritorno a quel passato felice quando giovane studente
sui gradini della Bocconi
occupata dalla contestazione, come tanti altri
disperato gridavo quelle ballate
che venivano dall’America lontana
imparate alla buona ed in tutta fretta
dalla viva voce degli idoli d’allora
Joan Baez e Bob Dylan che diffondevano
in tutti gli angoli:

We shall overcome, Masters of war, Blowing in the wind
e la nostra preferita, Mr. Tambourin man.

E nel vento quel tamburino
continua a battere
come i battiti del mio cuore
di vagabondo senza sole
e le mie dita febbrili
s’affidano come sempre
alle corde della vecchia chitarra
compagna di tanti sogni
portati via dalla nebbia
‘e beata chi riesce ad amarmi
alla buona così come viene
come quando sorridi a guardarmi
e mi mormori che mi vuoi bene’
chiedo scusa, questi versi non sono miei
sono parole di Paolo Ciarchi
lo stesso autore che ci ha lasciato
‘piccolo uomo’ la ballata
o meglio canzone di protesta
che si gridava nei salotti
e nei cortei imbandierati
della Nostra Milano
l’amara, nostra, amata, città
la Milano del Sessantotto
con le voci accorate di Ivan della Mea
e Mario Capanna che incitavano
alla presa di Largo Gemelli.
E così continuano a sfilare, i compagni
di quelle lunghe giornate di crisi
del sistema e la rivoluzione mancata.
Passano in silenzio con le loro sciarpe rosse
avvolte al collo, il libretto di Mao nella mano
ed i diari di Che Guevara e Camilo Torres
ed il Vangelo di Matteo tenuti con
cura nella logora borsa di corda come mochila
colombiana.
Nell’aria il fumo dell’ultima disperata sigaretta
quasi spenta dalla rabbia, e l’eco di quel tamburino
li chiama a raccolta
come tanti eroi che ormai appartengono
al silenzio ed alla polvere
ma i loro nomi come acqua fresca di sorgente
zampillano con impeto nella memoria: umberto Ferrari
Philippe, Marta, Amelina la montanara, il Manfro, Maurizio
Gigi Noia, Manaimer, Italo, Silvio, Jonny Capra, Renato
Mele, il Remo, la Grata, la Carla, La Laura, ed Edo il
Giovane…..
E quel tamburino continua a battere nella notte
mentre le ore trascorrono lunghe e lente
l’alba sta per sorgere; ma la mano la penna e gli occhi
mi dicono d’esser stanchi
di questa nuova pagina del viaggio ritorno
che si chiude col sapore nostalgico
di ‘voglio dirtelo tutto d’un fiato’ ed il
ricordo indelebile del Ciarchi.
Continua nel prossimo numero de “Il Sale”

Fernando Italo Schiappa

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