INDICE - IL SALE - ANNO 4 - N.°30

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L'ANGOLO DELLA POESIA

Bruzolo, un posto come un altro? (continua)

Poesie di Piero Lanaro

IL SOLE

Ma della mattina,
in quella,
tenue chiarore,
ma più intenso
fende la neve.

Ah che luce!
E di essa ne gusto già il tepore.
Come di cristalli, gemme
mi par la neve.

E i miei occhi
della decisa mano bisognano,
per schermarsi timidi
al primo sole.

Che sentir, che gioia!
So che s'appresta incauta,
la primavera.
Ci ringrazia.

Scorgo lontan le cime,
il tetto degli alberi,
da dove copiosa la neve cade,
riscopro il blu del segreto cielo,
odo il richiamo del selvaggio animale,
e la mia eco raggiunge il distante.

I miei occhi abbagliati,
dalla fervida vibrante ardente luce,
come grotta si celano
e mirano socchiusi
le distese lontane,
distinguono fra il bianco
i foschi tronchi.
Che letizia, che incantevole
il rimirare,
il sorriso giunge al mio viso,
osservo
e non mi par vero
d'aver questo splendore
attorno a me,
agli occhi,
e di queste immensità
mi colmo il cuore,
di questa luce,
del silenzio,
inebriarmi vorrei
e non cesso di mirar
finché non odo la sua voce
ch'entra in me
e mi riscalda.

Grazie mio sole,
grazie che sicuro vai
per il cielo
e porti ancor
a questa fredda e nascosta valle
il tuo canto d'estate.

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Le gocce

Un attimo il cuore.........
al ritmo dell'acqua
si perde, confonde il senso.

Un cuore aspro
alle tranquille gocce,
al cristallino suono
si raddolcisce.

Dove andranno
a condurre il loro canto
e con qual gioia s'incontrano
per plasmare una nuova acqua?

Le gocce.
Le gocce.

Cantano al giorno,
chi sulla foglia,
altre sul tronco ombroso,
su nodi e rami,
sulla terra già rorida
e questo canto,
insieme,
acquieta il mio animo,
quest’armonia
lo ristora.

Si ricercano e si trovano,
l'animo mio che desidera
e queste acque;
sollevo il capo
per inebriarmi
e mi domando!
Se posso ricever in me
questa forza,
che cosa posson, esse,
donare agli uomini,
con impeto, con gioia?
S'eleva in me la voce
e in quest’armonia
ha sostegno.

Le gocce, mentre un tempo leggere,
si mutano in coro,
scendono a valle,
per lor destino
e per la nostra vita.

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CAUSE MEZZI FINI EFFETTI

Attorno al problema del terrorismo, tanto quello internazionale quanto quello (meschinello) di casa nostra, l’attenzione è posta, quasi sempre, su due aspetti: le cause e gli effetti immediati (sempre immondi). Lasciando da parte questi due aspetti (non perché secondari, ma perché appunto ampiamente dibattuti) vale la pena, forse, interrogarsi sugli altri due: quello dei mezzi e dei fini. Sono due aspetti che, in teoria, dovrebbero essere strettamente legati. (Per la verità l’aspetto degli effetti andrebbe distinto tra effetti immediati e effetti a lunga distanza). Un fine, quale che sia, dovrebbe trovare i mezzi adeguati alla propria realizzazione. In questo senso non mancano, nella storia, esempi positivi o negativi nei quali i due termini si trovano strettamente legati. Due esempi su tutti: In negativo: lo sterminio degli ebrei da parte del nazismo si è concretizzato attraverso il mezzo più efficace: i lager (lo stesso vale per i lager sovietici) In positivo: l’esperienza gandhiana è certamente riuscita a legare strettamente mezzi e fini (anche se gli effetti non sempre sono stati quelli auspicati). Non mancano nemmeno (e sono forse la maggioranza) esempi nei quali, invece, non c’è stata coerenza tra mezzi e fini (e gli effetti sono stati diametralmente opposti ai fini): Un esempio fra tutti: La rivoluzione sovietica (che si proponeva libertà ed eguaglianza) attraverso l’uso di mezzi inadeguati ha portato all’esatto opposto.

Tornando al terrorismo. Qual è il fine di un atto terroristico? La libertà? La giustizia sociale? È concepibile che questi fini passino attraverso un mezzo che è quanto di più contrario alla giustizia e alla libertà ci possa essere: colpire degli innocenti e colpirli nel bene supremo, la vita? Esposta in questi termini la questione non dà luogo a fraintendimenti: non c’è alcuna possibilità di giustificazione di atti che vanno contro l’essenza stessa del vivere. Allora? In quale categoria rientra un atto terroristico? Se quanto detto sopra ha un senso le possibilità sono due: Incoerenza tra mezzi e fini (se i fini fossero libertà, giustizia, ecc.) Coerenza tra mezzi e fini (se i fini fossero l’illibertà, l’ingiustizia, ecc.) Se consideriamo valida la prima ipotesi ci troveremmo di fronte alla totale incapacità di una visione politica del proprio agire, incapacità che può ben essere letta come follia. Se consideriamo valida la seconda ipotesi si aprono scenari totalmente diversi. Se esistessero degli interessi che vanno verso l’ingiustizia e la restrizione della libertà troveremmo che questi atti hanno una loro coerenza. Esistono interessi del genere? La realtà è lì a dirci che sì, questi interessi esistono. Sono gli interessi di chi, per realizzare profitti enormi, si oppone a che vengano prodotte medicine che potrebbero salvare migliaia e migliaia di bambini in Africa. Sono gli interessi di chi si oppone agli accordi internazionali che porterebbero ad una restrizione della emissione di agenti inquinanti. Sono gli interessi di chi vorrebbe costringere i contadini del terzo mondo ad acquistare sementi brevettate nei loro laboratori. Sono gli interessi di chi produce armi che (per una osannata legge di mercato) devono essere consumate, sono gli interessi… l’elenco sarebbe lunghissimo. Ma c’è un legame evidente tra potentati economici e terrorismo? Ogni tanto qualche episodio affiora, ma tendenzialmente questo legame è nascosto. Altrimenti a che servirebbero tutti gli apparati cosiddetti segreti degli stati. Li chiamiamo servizi segreti. Ma di chi sono al servizio? Dei cittadini? Non so chi potrebbe crederlo. Quella che viene proposta è una lettura certamente semplicistica, perché poi intervengono una serie di altri fattori (nazionalismo, ideologia, religione, ecc) ma la logica è sempre la stessa. Quali gruppi di potere ci sono dietro alle ideologie, i nazionalismi, le religioni?

Per quanto riguarda il terrorismo nostrano il ragionamento non sembra molto diverso. Abbiamo assistito in questo paese, nei decenni passati, ad una sequela di attentati terroristici, di stragi, che la storia ci ha consegnato come STRAGI DI STATO. La coerenza tra mezzi e fini in questo caso è evidente, gli effetti sono stati quelli di frenare e chiudere una stagione che metteva in discussione l’essenza dei meccanismi di potere di una società fondata sull’ingiustizia. In questo senso il nostro paese è stato una palestra mondiale dove un po’ tutti i poteri forti si sono allenati (CIA, servizi segreti, generali, potentati economici, ecc.). Se i terroristi nostrani siano consapevoli o meno del fatto di essere strumenti del potere non sposta di molto i termini del problema. Può anche darsi che si tratti di persone incapaci di considerare il rapporto tra mezzi e fini, possono anche essere convinti di “fare la rivoluzione”, potrebbero quindi anche non essere dei prezzolati. Il risultato non cambia. Sono lo strumento più semplice di cui il potere dispone quando intende reprimere i movimenti che lo mettono in discussione, non con i petardi, le bombette, o la pratica ripugnante dei “pacchi bomba” ma con gli strumenti di lotta dispiegati nelle piazze, nel sociale, nel sindacalismo autogestionario e di base, nei movimenti. L’opposizione alle logiche del dominio e dei terrorismi di Stato, per la costruzione di una società di liberi ed eguali, passa attraverso la pratica quotidiana sul posto di lavoro, la conquista e la gestione di spazi culturali, le lotte per la casa, l’esercizio dei diritti fondamentali del cittadino (non ultimo il diritto di sciopero) e non certo attraverso azioni che paiono più che altro funzionali alle logiche della provocazione e della criminalizzazione mediatica del dissenso.

C’è un altro aspetto del terrorismo internazionale che va considerato. La sua funzione “terroristica”. Può sembrare un gioco di parole, ma il terrorismo, oltre ad essere viene anche usato. Agitando lo spettro del terrorismo si mettono in discussione tutte le forme di opposizione alle politiche criminali dei governi. La stessa opposizione alla guerra (che anche il fantomatico ed utopico STATO DI DIRITTO dovrebbe riconoscere) è stata proposta dal potere nei termini: o con gli USA o con Bin Laden. Si ripropone dunque il problema: il mezzo terrorismo che fini si propone? Quali sono gli effetti a lungo termine? Sembra evidente il tentativo, attraverso una catena che va dal grande al piccolo, di dire: chi è contro la guerra, chi è contro la politica degli USA, chi è contro il libero mercato, chi non accetta supinamente che il proprio paese venga considerato campo di “ricostruzione”, chi sciopera, chi pensa, chi esprime le proprie opinioni… è un potenziale terrorista. D’accordo, sono considerazioni semplicistiche e anche ben confuse… ma… varrebbe forse la pena ricordare che la parola più usata da Stalin contro le vittime delle grandi purghe era… terroristi.

Giuseppe Bifolchi

30/12/2003

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Bologna: Comunicato stampa Circolo Anarchico "C. Berneri"

In risposta alla campagna mediatica e repressiva intentata contro il movimento anarchico. È una costante della storia d’Italia e del mondo che, ogni qual volta si sono accentuate le lotte sociali e le crisi ricorrenti di un sistema economico ingiusto e oppressivo, siano apparsi a riportare coercitivamente l’ordine i cannoni e le bombe, da Bava Beccaris a Piazza Fontana. Oggi, a contenere l’estendersi di lotte di massa e a sviare l’attenzione dal degrado inarrestabile del liberismo economico di cui il caso Parmalat non è che l’esempio più vicino e lampante, sembrerebbe prendere avvio una nuova e torbida strategia della tensione, da sempre strumento di un rinnovato autoritarismo statale di fronte alle crisi di rappresentatività politica. È cosa nota: gli anarchici sono contro il potere in qualsiasi forma si presenti e si rappresenti. Le forme del potere, quindi, attaccano il movimento anarchico per impedire la sua azione rivoluzionaria tesa a demistificare le logiche e le politiche che il potere esercita per perpetuare i privilegi e la dominazione che sono le cause dello sfruttamento e dell’oppressione. Le istituzioni principali del potere sono, nell’era contemporanea, lo stato e l’organizzazione capitalistica del lavoro. Accanto a queste, come articolazioni della necessità di controllo sociale, si danno innumerevoli forme di organizzazione gerarchica dell’azione di dominazione: le chiese (insieme delle organizzazioni religiose); i partiti (tutte le forme associative che vogliono concorrere al governo dello stato); le associazioni padronali; forme di sindacato del tutto asservite alle compatibilità capitalistiche e alle logiche politiche dei partiti statalisti. Accanto a queste, che qualcuno osa chiamare società, si danno le articolazioni proprie dello stato: l’esercito, le polizie, le carceri, la burocrazia. Il compito specifico che assumono queste articolazioni dello stato è quello della repressione delle insorgenze sociali. Dall’attacco ai picchetti e agli scioperi operai ai rastrellamenti nei confronti dei migranti e di ogni “disadattato” sociale, dalle cariche contro i cortei di protesta alle infiltrazioni nei gruppi sociali sovversivi, l’opera repressiva dello stato si esercita sul “fronte interno” con metodi, pratiche, obiettivi del tutto speculari al “fronte esterno” che vede impiegati oltre 10 mila soldati nelle guerre del terzo millennio. Di fronte all’insorgenza sociale manifestatasi via via con maggiore consistenza negli ultimi anni, lo stato ha risposto con la repressione di piazza (Napoli, Genova, Milano, Roma e tanti altri episodi), con la promulgazione di ulteriori leggi “d’emergenza” (tutte segnate dalla logica di ridurre ogni problema sociale a questione di ordine pubblico) e con campagne politico-ideologiche-poliziesche atte a porre sulla difensiva i partigiani della libertà e della giustizia sociale: coloro che lottano per il salario e le libertà collettive, per una convivenza civile più libera, più equa e più solidale a partire dall’autorganizzazione che nasce dalle lotte immediate come capacità di autogestione e di autonomia dei lavoratori. Da mesi infatti non passa giorno che un governo erede della P2 non caldeggi per bocca del ministro Pisanu il pericolo anarchico additando una presunta “area anarcoinsurrezionalista” che nascerebbe “dalla radicalizzazione di una parte del movimento anarchico, caratterizzatosi per l’abbandono del vecchio modello organizzativo di tipo verticistico e la costituzione, invece, di unità autonome di base, autogestite, definite anche gruppi di affinità che nascono in relazione a precipue situazioni e si mobilitano per la conflittualità permanente, l’autogestione e l’attacco” (“Il Resto del Carlino”, 28 dicembre 2003, p. 5, da un documento dell’11 novembre). Ma dal momento che il movimento anarchico fin dalle sue origini ha sempre rifiutato il “modello organizzativo di tipo verticistico” e ha teorizzato l’autogestione sociale come pratica libertaria e orizzontale, ciò che si cerca di criminalizzare è l’intera esperienza sociale e rivoluzionaria degli anarchici, con una strumentalizzazione parallela e concorde all’uso di una sigla affine a quella storica della F.A.I. (Federazione Anarchica Italiana) nel testo che rivendica i recenti episodi “bombaroli” a Bologna. Abbiamo letto all’indirizzo http://italy.indymedia.org/news/2003/12/452983.php uno scritto di una sedicente federazione anarchica informale che gli organi di stampa, riportando indicazioni poliziesche, collegano con l’incendio di alcuni cassonetti dell’immondizia nei pressi della casa di Romano Prodi e, da pochi giorni, con il pacco bomba che lo stesso Prodi si è trovato tra le mani il 27 dicembre 2003. Se non fosse per il fatto che gli autori di questo scritto alludono specificatamente alla Federazione Anarchica di cui alcuni di noi fanno parte, avremmo evitato, come in altre numerose occasioni, di entrare nel merito.La nostra posizione nei confronti di ogni ipotesi di lotta “armata” (anche se di bassa intensità) è nota. Non abbiamo bisogno di ribadirla: la storia ci ha insegnato come il delirio rivoluzionario partorisca i tiranni e i gulag; la nostra critica alle derive autoritarie prodottesi nella repressione centralistica delle rivoluzioni data dal 1920 e ci ha visto fieri avversari dei regimi russi, cinesi, cubani e di ogni regime che voglia imporre il proprio dominio in nome del popolo, come avviene in tutti gli stati e in tutti i regimi siano essi fascisti, democratici o comunisti. Lo scritto che abbiamo letto ripropone quelle stesse logiche che abbiamo più volte rifiutato e combattuto. Questo non significa, per noi, individuare negli autori dello scritto dei “compagni che sbagliano”. Non abbiamo sufficienti elementi per riconoscere con chiarezza questi soggetti. Ci rimane il dubbio che dietro questa operazione vi possa essere tanto la mano dell’ipersoggetivista come quella di zelanti funzionari statali. Anche perché alla nostra analisi non sfugge l’analogia, anzi l’oggettiva complicità tra simili testi e le più ignobili veline della questura.L’anarchismo trae forza invece dai movimenti sociali di massa. L’attacco rivoluzionario ai privilegi e allo sfruttamento si realizza nelle lotte quotidiane contro le ingiustizie sociali, contro le leggi tutte liberticide, mettendo a nudo le complicità che sostengono il sistema del potere e dell’oppressione. È noto come il ministero degli interni abbia a disposizione oltre 100 mila collaboratori dediti al così detto servizio di “intelligence”. Lo scopo di questa forza di interdizione è quello di tenere informato l’apparato su ciò che si muove nella società affinché il governo possa adottare le misure necessarie a garantire la continuità del sistema. Fra le misure adottate dal governo vi sono anche delle operazioni “coperte” indirizzate a screditare le forze di opposizione e a creare scompiglio nei movimenti di contestazione. Le recenti azioni e, soprattutto, la logica rivendicazionista che abbiamo letto si innestano con coerenza esemplare sulla propaganda ideologica e sugli indirizzi repressivi del ministro degli interni Pisanu. Ma l’operazione questa volta è andata oltre: si è voluto colpire direttamente la Federazione Anarchica dando il destro alla polizia per reprimere le attività della Federazione e del movimento anarchico e ai mass-media per infangare la sigla FAI. Già in questi giorni sono ricorrenti i titoli e gli occhielli che richiamano la sigla FAI a copertura di passati atti di lottarmatismo. Al ministero degli interni non chiediamo nulla. Siamo consapevoli che continuerà a svolgere il suo sporco lavoro. Al sistema dei mass-media intimiamo di non usare la sigla FAI con maliziosa provocazione. A viso aperto, di giorno, come siamo abituati a muoverci, chiederemo conto della loro subalternità in questa provocazione.Al movimento anarchico, al movimento dei lavoratori con cui lottiamo ogni giorno chiediamo di continuare, vigili e determinati, l’instancabile lotta per la libertà e la giustizia sociale. 29 dicembre 2003

Circolo anarchico “Camillo Berneri”

Presentato da Valerio

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