IL SALE ANNO 3 - N.°29 - DIC. 2003

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CRITICAL MASS

è un incontro casuale di ciclisti in un luogo concordato, non esiste un percorso stabilito, non esistono leader, non esistono regole. Nato come movimento spontaneo a San Francisco con l'intento da parte dei ciclisti, ed altri, di sensibilizzare le masse all'utilizzo di mezzi di trasporto non inquinanti e rivendicare maggiori spazi, a piste ciclabili e isole pedonali, per rendere le nostre città più vivibili e meno oppresse dal traffico e dall'inquinamento. Più di una manifestazione è la dimostrazione pratica e reale di come sia possibile muoversi, prestando attenzione a ciò che ci circonda, in modo più scorrevole, ecologico e divertente. Col tempo la CM si è diffusa a livello internazionale, causando ingorghi e intasamenti in diverse capitali del continente, sempre in maniera pacifica e dimostrativa fornendo motivo di riflessione sull'uso eccessivo delle autovetture, senza penalizzare la viabilità dei mezzi pubblici
( autobus e taxi ).
La CM è aperta a tutti: non solo ciclisti.
Sono i benvenuti pattinatori, sKaters, monopattini, camminatori….

Per INFO su CM Pescara:
rullopedali@libero.it

www.inventati.org/criticalmass

Proposto da Piero Di Camillo

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APPELLO CONTRO LA PRECARIETA' REDDITO PER TUTTI/E

E' coscienza collettiva che ormai alla stragrande maggioranza dei cittadini si prospetta un futuro fatto di precarietà in ogni aspetto della vita. È il modello che il capitalismo sta imponendo in tutto il mondo. Questo processo già in atto, colpisce tutti dai giovani ai pensionati: chi ha già il posto di lavoro, chi non lo trova, chi viene licenziato, chi ha lottato per "farsi" una pensione, chi la pensione ce l'ha da fame e chi non ce l'avrà mai !.

L'attacco ai diritti è globale, come globale è lo sviluppo di un capitalismo sempre più disumano, dissipatore e distruttore. Il massimo sviluppo di questa civiltà del danaro avviene ancora attraverso lo sfruttamento del lavoro ed attraverso la mercificazione dell'esistenza. La crescente precarizzazione del lavoro, la iniqua distribuzione delle ricchezze sono un fatto di immane ingiustizia sociale. Occorre combattere questo stato di cose.

I dati sulla miseria delle "moderne"retribuzioni dei giovani e del reddito dei pensionati al minimo è sotto gli occhi di tutti/e. Il Governo Berlusconi inoltre sbeffeggia questa condizione generale introducendo il miserabile e malagurante "reddito di ultima istanza" nella Finanziaria 2004. Il "caro vita" è qualcosa più di un fatto congiunturale è un dato strutturale proprio del sistema vessatorio del capitale. Sul taglieggiamento dei redditi da lavoro e da pensione si realizza gran parte del Bilancio e della Finanziaria.

La battaglia per il REDDITO PER TUTTI/E è una delle risposte a questa situazione degenerata. La sua agitazione che rivendica la riappropriazione della ricchezza sociale prodotta è uno degli antidoti in grado di contrastare il disegno della precarietà e di sostenere un alternativo modello di società.

Per questo partecipiamo ed invitiamo tutti/e alle mobilitazioni nazionali a sostegno della lotta per ottenere il reddito per tutti/e.

* SABATO 25 OTTOBRE iniziative di lotta a: Milano, Roma, Napoli ,Bari, Palermo

* SABATO 22 NOVEMBRE Manifestazione nazionale a Roma

Adesioni: RETE PER IL REDDITO SOCIALE E I DIRITTI,

PER LE ADESIONI FARE RIFERIMENTO A: comitatopromreddito@libero.it

Proposto da Simona

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REVISIONISMI VECCHI E NUOVI

Il libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti, da poco uscito in libreria e già alla seconda edizione, affronta il racconto dei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945 enumerando la serie di episodi in cui i partigiani hanno giustiziato i fascisti catturati. Dal punto di vista storico il libro non aggiunge niente di nuovo a quanto già acquisito dalla storiografia, ma rappresenta un degno esempio del modo strumentale di distorcere la realtà raccontando cose vere. Innanzitutto cerca di rimanere in bilico tra il romanzo e il saggio storico, ma non è né l’uno né l’altro. Non si può definire romanzo un elenco di fatti accaduti, così come non si può scrivere un saggio di storia senza “pezze d’appoggio”. La ricerca storica, indipendentemente dalle tesi esposte, necessita di dare la possibilità al lettore di ripercorrere, tappa per tappa, il percorso che ha portato il ricercatore ad esporre la sua versione dei fatti raccontati. Ma il buon Pansa, da giornalista emerito, si guarda bene dal fare ciò. L’elencazione di Pansa, estrapolata dal contesto, fa apparire come cieca ferocia contro degli innocenti la reazione di quegli uomini e quelle donne che hanno subito sulla propria pelle anni di violenze, sevizie, uccisioni, stupri perpetrati da nazisti e fascisti della repubblica di Salò. Ciò non toglie che ci siano stati sicuramente eccessi e che comunque, per quanto giustificata dal fatto di essere una reazione alle violenze subite, la violenza che ha più il sapore della vendetta che della giustizia è sempre esecrabile. Come sempre quelli che hanno subito sulla propria pelle la “giustizia” dei vincitori sono in realtà i meno responsabili. I responsabili veri sono passati tranquillamente tra le maglie della “giustizia partigiana”, il più delle volte rimanendo al loro posto di fedeli servitori dello STATO, realizzando di fatto la continuità sostanziale dell’apparato statale pre-fascista, fascista e post-fascista. Un esempio per tutti: Marcello Guida da carceriere degli antifascisti nell’isola di Ventotene passa a vicecapo di gabinetto della questura di Bologna e poi a questore di Milano all’epoca della strage di Piazza Fontana. Nel dopoguerra forze dell’ordine e magistratura sono state potenziate rispetto al periodo fascista ma non si sono rinnovate negli uomini e nelle mentalità. I servizi segreti sono stati usati senza scrupoli per stabilizzare la conservazione, è stato ricostituito il Casellario politico centrale e da parte di padronato e polizia sono state usate massicciamente schedature, si è ricorsi a strumentalizzare le forze neofasciste considerate, in taluni momenti di pressione dal basso, come preziosi alleati politici o come braccio armato contro i lavoratori e le loro organizzazioni. La “repubblica nata dalla resistenza” non è diventato che un modo di dire buono per le ricorrenze. Il revisionismo storico sulla resistenza, anche se negli ultimi anni ha trovato terreno fertile sia a destra che a sinistra (si pensi alle battute di Violante sui “ragazzi di Salò), è presente da subito in Italia. L’affannarsi del PCI di Togliatti nel far passare la vulgata della resistenza solo come “guerra di liberazione” ne è un esempio. Rispondeva strumentalmente all’esigenza di legittimazione del partito comunista all’interno dello Stato liberal-democratico. La resistenza, secondo Claudio Pavone, va vista nei suoi tre aspetti, tutti presenti nessuno esclusivo, di: guerra di liberazione nazionale (dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945) guerra civile (dal momento in cui si ricostituì il Pfr dopo l’8 settembre 1943 con degli strascichi ben oltre il 25 aprile 1945) guerra o lotta di classe (ci fu già prima dell’8 settembre e continuò anch’essa dopo la Liberazione. Di questi aspetti si è preferito sottolineare solo il primo, che permetteva di interpretare la resistenza come un “nuovo Risorgimento”. La realtà è che, con buona pace di Pansa, in Italia non c’è stata una vera e propria epurazione. L’amnistia Togliatti del giugno 1946 che avrebbe dovuto “pacificare” il paese, in realtà, grazie all’interpretazione datane dalla magistratura, prese un indirizzo a senso unico. Dal libro di Cesare Bermani Il nemico interno, Odradek, 1997, (che tra l’altro riporta gran parte degli episodi citati da Pansa inquadrandoli però nel loro contesto) riprendo due passaggi che chiariranno quanto unico fosse il senso:

…sentenza del Tribunale Supremo Militare del 26 aprile 1954, secondo cui: 1) I combattenti della Rsi hanno diritto ad essere riconosciuti come belligeranti; 2) gli appartenenti alle formazioni partigiane non hanno diritto alla qualifica di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili a distanza, né erano assoggettati alla legge penale militare; 3) La Rsi era soltanto un governo di fatto, ma poteva anche essere considerata, per errore, un governo legittimo; 4) I combattenti della Repubblica di Salò, quali appartenenti a formazioni belligeranti, dovevano obbedienza ai loro superiori legittimi, e ai fini della loro responsabilità penale hanno diritto alla discriminazione dell’adempimento di un dovere. Pertanto la fucilazione di persone non belligeranti, quali erano i partigiani, per ordine di un comandante al quale doveva riconoscersi autorità legittima, non è punibile; 5) non essendo punibile a titolo di omicidio la uccisione di partigiani, deve essere applicata l’amnistia del 22 giugno 1946…

Rimanevano escluse dall’amnistia le “sevizie particolarmente efferate”, ma il giudizio sul grado di efferatezza era di competenza della magistratura che amnistiò, a titolo di esempio, i seguenti casi:

“applicazioni elettriche fatte con un comune telefono da campo con voltaggio che variava a seconda dei giri di manovella e della rapidità dei giri stessi”… “dopo aver interrogato una partigiana, l’abbandona, in segno di sfregio morale al ludibrio dei brigatisti che la possedettero bendata e con le mani legate, uno dopo l’altro”… “il torcimento dei genitali e l’applicazione alla testa di un partigiano di un cerchio di ferro che veniva gradatamente ristretto”… “la tortura di un partigiano che fu sospeso al soffitto con le mani e i piedi legati, facendogli fare da pendolo, e che fu colpito a ogni oscillazione con pugni e calci per costringerlo ad accusare i propri compagni”…

Sull’altro versante, invece, la magistratura riteneva gli atti di sabotaggio, le requisizioni e le altre operazioni compiute dai partigiani dei reati comuni e considerati come furti, rapine, lesioni, omicidi, pertanto non amnistiabili, ma anzi “ne derivò una sequela di arresti di massa con detenzioni preventive spesso lunghe, seguiti da una sequela di processi per fatti accaduti durante la guerra civile”. La continuità dello Stato è testimoniata anche dai seguenti dati: dal gennaio 1948 al settembre 1954 la repressione poliziesca causò 70 morti, 5.104 feriti, 148.269 fermati o arrestati, 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere dal 1955 alla fine del 1963: 25 morti sulle piazze dalla fine del 1963 all’agosto 1968, per la prima volta nella storia d’Italia, non ci furono per un lungo periodo eccidi polizieschi dal settembre 1968 al maggio 1975 vennero uccisi 21 dimostranti

Giuseppe Bifolchi

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L'ANGOLO DELLA POESIA

Bruzolo, un posto come un altro? (continua)

Il ghiacciaio

Solingo,
te ne stai,
nel plumbeo cielo
o nella splendida luce.

Intenso.
Raccolto.

L'intrepido
scopre il tuo perenne viaggio,
i tuoi anfratti
che catturano l'incauto.

Durezza l'accoglie.

Attento e stabile,
come vegliardo,
lento cammini.

Il tuo candore
racchiude l'estrema potenza,
il tuo incedere quieto
è un miraggio agli occhi.

E della sera,
quando l'uomo non vede,
t'appressi dove son le case.

Stridi, sibila
e con immane forza
lento rimani,
ma ancor più, l'uomo,
ti deve far temere
per le tue acque in seno,
l'uomo che brama d'annientarti
e occultar la terra
con l'eterno mare.

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L'inverno

Sì dei passi non odo canto,
nevischio dall'albero cade
e l'esser non è.

Chi osa avvicinar a quell'inverno?
Chi osa condurre l'ardente cuore
accanto al gelo che dorme?

Luogo dalla pace
racchiuso,
forme non visibili da occhi
ancor si dedicano
per il lontan risveglio.
Preparano.

Il tutto risuona
di profonda quiete,
e il ferino animale,
più giù in valle
ricerca il nutrimento
e s'appressa all'uomo.

Ma qui non è tempo,
non è luogo,
da colmare dei propi passi.

Lascialo dormire,
canterà di più all'estate
e delle tue orme
allegramente s'empirà.

Riposa quieto,
s'appresta fievole,
sussurra tenero,
candido rimane,
dove il tutto
dorme.

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AMBIENTE O NON AMBIENTE

di Marco Tabellione

Vent’anni fa coloro che parlavano di difesa dell’ambiente venivano ancora additati come strambi, romantici, sognatori, perdigiorno. Nel giro di pochi decenni, tuttavia, la cultura dell’ambiente ha fatto passi da gigante, almeno nell’accettazione del senso comune. L’elemento naturale e il ritorno a ritmi di vita più consoni alla natura umana vengono oggi sbandierati per supportare strategie pubblicitarie, per lanciare artisti, e soprattutto per sostenere le campagne elettorali dei politici. Insomma la natura ha avuto il suo riconoscimento, almeno sulla carta, e questo dopo che i danni all’ambiente, dovuti all’accelerazione dello sviluppo industriale, hanno cominciato a pesare sulle nostre tasche e soprattutto sulla nostra salute. Il fatto è che, però, questo riconoscimento è appunto rimasto sulla carta, ed ha più a che fare con l’ipocrisia, che con una reale presa di coscienza del problema ambiente. Ciò emerge evidente se diamo uno sguardo alle nostre città, dove la speculazione edilizia pare non essersi arrestata. A fronte di una popolazione che non sembra conoscere grandissime crescite, si assiste oggi nell’area metropolitana Chieti-Pescara ad un proliferare incredibile di cantieri. Ciò che poi davvero spaventa è che lo scopo di questi cantieri e di questi mega-progetti non riguarda affatto la realizzazione di palazzine magari più confacenti ad uno scenario urbanistico a misura d’uomo, ma grandi palazzoni, casermoni immensi in cui l’abitare delle persone si riduce ad una specie di imbottigliamento stile api negli alveari. D’altra parte il problema ambientale e della qualità della vita non investe solo l’ambito locale, ma offre esempi di dissesto in ogni angolo del pianeta. E’ sorta così a livello mondiale la necessità di far accordare i governi per spingerli a prendere misure minime di prevenzione, o almeno per iniziare a formulare una politica di difesa dell’ambiente. Si pensi agli incontri internazionali decisi per limitare l’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera, incontri i quali, tuttavia, non hanno sortito degli effetti di lunga portata, per colpa delle scelte, o meglio delle non scelte, di alcuni governi. Molti di questi governi, infatti, si sono rifiutati di acconsentire alle limitazioni che si andavano a programmare, a causa dei costi e degli svantaggi momentanei che tali limitazioni hanno per l’economia di ciascun paese. Ma si tratta, appunto, di svantaggi solo momentanei, dietro i quali, in realtà, emerge la visione di un modo nuovo di rapportarsi al mondo, un modo più saggio, più in equilibrio con la natura e, dunque, più a misura d’uomo. E’ evidente che presto le nostre società saranno inevitabilmente costrette a scegliere fra due percorsi evolutivi alternativi: o continuare a mirare al profitto momentaneo, in una logica mercantilistica e capitalistica che è responsabile di molti danni perpetrati contro l’ambiente, oppure abbandonare questa ottica, riflettere su distanze temporali lontane, magari su scenari futuri nei quali noi non ci saremo più, e sostituire al profitto una logica che punti tutto sulla salvezza e sulla difesa ambientale. Il problema nasce dal fatto che a causa del dominio diffuso che Stati e governi hanno sulle società attuali, le scelte fondamentali per la salvezza del pianeta sono ora demandate a singoli poteri istituiti, se non a singoli individui. Accade così che i governi, e le società di cui essi sono purtroppo espressione spesso fedele, oggi riflettono ed agiscono innanzitutto in termini di profitto. Ciò vuol dire che lo scopo delle scelte che vengono effettuate non è, al contrario di quanto si dica, la qualità della vita, quanto appunto il profitto, il ritorno in termini economici. In realtà la difesa dell’ambiente è solo apparentemente un fatto non conveniente o antieconomico. Rinunciare al profitto immediato vuol dire investire per un profitto futuro immensamente più cospicuo, poiché si tratta di un guadagno in termini di vita. Vuol dire, inoltre, aprirsi all’unico reale e possibile sviluppo, quello che si pone in armonia con la natura, lo sviluppo definito appunto “sostenibile”. Del resto questo è davvero l’unico possibile e sostenibile sviluppo, dal momento che in un mondo dove gli ambienti naturali saranno stati distrutti o modificati radicalmente, in realtà non potrà esistere più alcun profitto per nessuno, semplicemente perché non ci sarà più nessuno che potrà goderne, e questa è una verità, magari apocalittica, ma comunque con cui, volenti o nolenti, dobbiamo cominciare a confrontarci. Naturalmente perché si possa cominciare ad avere una simile rivoluzione nelle scelte politiche ed economiche, occorre che dapprima loro, politici e imprenditori, comincino a scegliere partendo da ottiche che non siano più il proprio tornaconto personale. Il che vuol dire, in soldoni, che le società contemporanee hanno bisogno di politici e imprenditori diversi da quelli che purtroppo continuano a dominare la scena economica e politica del nostro paese, e non solo.

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Parlare di scuola, parlare del nostro futuro

I provvedimenti legislativi degli ultimi mesi (dai decreti alla finanziaria) continuano la distruzione delle scuola come spazio di socializzazione e di crescita. La privatizzazione della scuola si accompagna ed è funzionale alla più generale privatizzazione dei servizi sociali. Una privatizzazione guidata dai governi (tecnici, ulivisti e polisti) che modella i servizi sociali sul modo di produzione capitalista. Tale modo di produzione realizza l’esatto contrario di ciò che promette, infatti peggiora i servizi, ne aumenta i costi e sfrutta i lavoratori addetti. E’ evidente che l’affermazione di uno spazio pubblico, egualitario e libertario, di socializzazione e di crescita, come tutti affermano dovrebbe essere la scuola, non può avvenire attraverso la difesa dell’esistente o il rimpianto dei contesti presenti negli anni passati. Occorre prendere il nostro destino nelle nostre mani e costruire, attraverso le lotte, il progetto e la sperimentazione, la scuola che tutti vogliamo: gratuita, pluralista, antiautoritaria, stimolante di una crescita e di un senso critico consapevoli. Le lotte, anche le più generose, per difendere le conquiste del passato non sono riuscite ad arginare la restaurazione liberale, capitalista e clericale. Ma non bisogna rassegnarsi. Cambiare si può! La forza popolare è capace di far ritirare i provvedimenti al governo come dimostra la lotta di Scansano Ionico.

Ognuno di noi ha la responsabilità di decidere cosa fare. Noi anarchici proponiamo a tutte e tutti, la rivoluzione sociale contro la politica ed il potere. E’ questo il contesto nel quale potremo ricominciare a parlare del nostro futuro e, quindi, anche della scuola. E’ su questi contenuti che noi partecipiamo alla manifestazione contro le controriforme della Moratti (e di Berlinguer, e di Zecchino, e… della Falcucci … e …..).

Circolo Anarchico “Camillo Berberi Bologna

sip cassero di porta santo stefano 1

Presentato da Valerio

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