INDICE - IL SALE - ANNO 3 - N.°26 GIUGNO 2003

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Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, in attesa del fatidico ballottaggio è uno spettacolo poco edificante, e che mette in luce un modo di “far politica” che poco ha a che fare con il concetto stesso di politica che Rifondazione Comunista dovrebbe avere. Non sono tanto gli sparuti voti di Teodoro o quelli ancora più Sparuti di un Valloreia, a preoccuparci, quanto il segnale chiaro che il candidato a sindaco D’Alfonso da. Da buon democristiano si occupa della ricostruzione del centro e se si può governare senza maggioranza, come ha più volte dichiarato, allora si può anche “battere le destre con le destre”, e inglobare nella propria maggioranza ex assessori del polo delle libertà e stringere la mano di chi ha, tra i suoi obiettivi, la costruzione di un monumento ai caduti di Salò. Un sistema elettorale come quello maggioritario permette simili cose, svilendo il ruolo dei partiti a favore della “intraprendenza” del candidato a sindaco. Rifondazione ha firmato un accordo elettorale con D’Alfonso, che rispetterà avendo nuovamente illuso i propri elettori che una unità, anche in queste condizioni, era possibile. Noi crediamo che non sia più così, che l’unica unità possibile sia quella di coloro che vedremo il 15 giugno andare a votare per il si all’estensione dell’art. 18. L’unità di coloro che si battono per i diritti, per la salvaguardia e l’approfondimento delle conquiste sociali che l’inversione nei rapporti tra capitale e lavoro, a partire dagli anni ’80, hanno messo in crisi e sotto attacco. E il 15 e 16 giugno non vedremo esponenti della Margherita e neanche alti dirigenti dei DS, tanto meno di altre forze dello schieramento composito che arriva fino a Semper Fidelis Lucis. In coscienza

Progetto Comunista Sinistra del PRC

Presentato da Massimiliano Di Donato

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Origini e fine del COMPAGNO MILITANTE

Il cosidetto “compagno militante”, trae origine da un glorioso antenato ormai estinto alla fine degli anni ’70 : l’irriducibile “operaio massa”, che dal Nord al Sud basava la sua lotta e le sue rivendicazioni sociali sul principio della SOLIDARIETA’. A volte egli veniva appoggiato da un’altra irriducibile figura legata alla resistenza, ovvero, “LO STUDENTE POLITICIZZATO”. Negli anni ’60 - ’70, le due avanguardie lottarono spesso insieme per poi mestamente dividersi tra i vari meandri dei partiti e dei movimenti extraparlamentari. Alcuni di loro divennero sindacalisti altri opinionisti e altri ancora appunto “compagni militanti” e lo sono tuttoggi. Secondo alcuni studiosi, il vero progenitore del “compagno militante”, sarebbe MARIO CAPANNA che ai tempi di D.P. fece molti proseliti grazie al suo “ridanciano” modo di solleticare la curiosità politica dei compagni. C’e’ da dire che tutto questo ben di dio, formato da comunisti, extraparlamentari e via dicendo fu letteralmente spazzato via ai tempi del cosidetto GOVERNO DI SOLIDARIETA’ NAZIONALE, anno 1976 (credo), attraverso il,quale Berlinguer mise sotto il culo della oramai sconfitta Democrazia Cristiana (Elezioni Europee), la stampella che risollevò i democristi con il COMPROMESSO STORICO e la famigerata via ITALIANA al Socialismo (di Togliattiana memoria), permettendo ad Andreotti e C. di regnare per decenni alla faccia di chi pur turandosi il naso votò e rivotò P.C.I. pensando alla Rivoluzione. Sembra complicato, ma tanti si sentirono traditi e di lì a poco si ando’ alla Bolognina, tra le lacrime di Occhetto e i risolini di D’Alema. Il COMPAGNO MILITANTE, rinaque con Rifondazione Comunista. Ad essa aderirono tantissimi di quei compagni che furono inculati ai tempi del compromesso storico e che riscoprirono improvvisamente la voglia e l’anelito mai sopito della partecipazione in prima linea, della militanza appunto. Molti di essi erano ultracinquantenni che nei circoli di paese tirarono fuori dai cassetti della memoria idee e proposte che all’interno delle vecchie sezioni del P.C.I. non venivano nemmeno messe ai voti. E così si ricominciò a parlare di DEMOCRAZIA DIRETTA, REVOCA DEI MANDATI, ROTAZIONE DEGLI INCARICHI, ASSEMBLEE CITTADINE. E il militante 50enne si ritrovò ad attaccare i manifesti elettorali come 30 anni prima e si ritrovò nelle stanzette a combattere durante i congressi e si ritrovò di nuovo inculato. Si ritrovò così, perché ben presto si rese conto che doveva fare le campagne elettorali per gente tipo ANTONIO SAIA, FRANCESCO D’ANGELOSANTE, DI ROSA e C., ovvero gli stessi personaggi che avevano distrutto il vecchio P.C.I. e che adesso avrebbero distrutto molti “MILITANTI”.Con Saia, D’Angelosante, Di Rosa, Di Zenobio ecc…, tantissimi abbandonarono R.C. e smisero addirittura di votare. A Pescara, quartieri come ZANNI, RANCITELLI e S’DONATO votarono ALLEANZA NAZIONALE. RIFONDAZIONE non accettava nessuno alla propria sinistra, così come aveva sempre fatto il vecchio P.C.I. Bertinotti nel frattempo si teneva a galla grazie anche alla sinistra di Marco Ferrando e Franco Grisolia che dopo la scissione di Cossutta lo costrinsero a non parare il culo al ricatto inutile dell’unità della sinistra.E tornarono i militanti, i gruppi di giovani le nuove idee, i movimenti antagonisti antiglobalizzazione, la guerra!!!! Con ogni probabilità, Bertinotti non resisterà alla chiamata di Prodi.

Hasta Sempre Piero

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ANTIPSICHIATRIA INFORMA

La situazione ...

...Legge 180, il manicomio torna a far capolino... Il pubblico conta 612 Centri Diurni, 707 Centri di Salute Mentale, 4 mila posti negli ospedali. Ma nelle strutture residenziali la permanenza media è di tre anni. Il 13 maggio la "legge Basaglia" ha compiuto gli anni e la Cgil funzione pubblica anticipa di qualche giorno i festeggiamenti a Roma con una manifestazione dal titolo emblematico: "mai più manicomi e camicie di forza". Questi i dati:nel 1978 l'assistenza psichiatrica pubblica si riduceva unicamente nell'internamento di circa centomila pazienti nei vecchi manicomi. Oggi la Sanità pubblica, per mezzo dei Centri di Salute Mentale, dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura e delle diverse tipologie di strutture assistenziali del territorio, offre assistenza a circa 600mila persone, delle quali 400mila affette da disturbi psichici gravi. Inoltre ci sono circa duecentomila pazienti con problemi seri di salute mentale che ancora oggi restano senza alcuna assistenza pubblica. Il che significa che sono nelle mani del privato.I Centri di salute mentale sono 707. Negli ospedali pubblici sono stati rilevati quasi quattromila posti letto, 1789 in meno di quelli indicati dai livelli essenziali di assistenza, i Lea, fissati dal dicastero della Salute ai quali sono da aggiungere i letti dei day hospital e quelli delle cliniche universitarie psichiatriche. Sono stati istituiti 612 Centri Diurni e quasi tutte le regioni - con le eccezioni di Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna - hanno raggiunto gli standard nazionali. IL PERSONALE: in tutto lavorano per offrire “assistenza psichiatrica” 30.711 "professionisti", circa la metà infermieri e circa un quinto medici. Un dato carente di 7.860 unità rispetto agli standard dei Lea, nei quali rientrano solo Liguria, Toscana e, con qualche difficoltà, Emilia Romagna. I posti letto delle case di cura private non rientrano negli standard dei Lea ma sono quasi quattromila, concentrati soprattutto nel Lazio e, in ordine decrescente, Campania, Piemonte, Calabria e Veneto. Un discorso a parte meritano i posti letto delle strutture residenziali. Quelli censiti sono oltre 17mila, ben 11.315 in più dello standard fissato dai Lea tra le quali ci sono anche strutture come quella di San Gregorio Magno, dove poco più di un anno fa morirono bruciati 19 pazienti. "Al di la degli orrori della cronaca il vero problema - spiega Massimo Cozza, coordinatore della Consulta nazionale per la salute mentale - è che ancora in troppi casi le strutture residenziali hanno finito per trasformare la loro funzione di luoghi per il reinserimento sociale in quella di parcheggio". I dati preliminari di uno studio dell'Istituto superiore di sanità sembrano confermare questa analisi. Circa il 35% dei pazienti è ospite della struttura residenziale per più di tre anni, quando la permanenza dovrebbe essere al massimo di uno o due anni. Nell'ultimo anno circa un terzo delle strutture prese a campione non aveva dimesso nemmeno un paziente e un altro terzo ne aveva dimessi solo uno o due. Gli stessi responsabili delle strutture avevano previsto che l'80% dei pazienti sarebbe rimasti ricoverati solo sei mesi, mentre solo il 6% sarebbe verosimilmente tornato a vivere in casa propria, da solo o con la famiglia. Insomma, dietro i "successi della legge Basaglia" fa capolino anche il ritorno al trattamento sanitario obbligatorio prolungato. Alla Camera c'è una proposta di legge, firmata dalla Burani Procaccini che ha già fatto discutere e che prevede di reintrodurre in nuove strutture residenziali il trattamento sanitario obbligatorio, per due mesi rinnovabili, mentre oggi sostanzialmente gli ospedali non trattengono i pazienti per più di una/due settimane. E' un ritorno all'internamento.

Liberamente tratto da un articolo di Paolo Russo de "Il Nuovo"del 10 MAGGIO 2003

La proposta...

Il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale è un crimine contro l'umanità I firmatari in questo momento in cui è in atto il dibattito sulla riforma della legge 180, riforma che prevede l'allargamento a dismisura della possibilità di diagnosticare e rinchiudere le persone contro la loro volontà e il loro consenso rivendicano

il diritto di ogni cittadino di rifiutare diagnosi e cure che ritiene lesive della propria dignità ricordano

· che la psichiatria non ha a tutt'oggi dimostrato alcun fondamento scientifico della sua azione · che la psichiatria ha operato nei decenni terapie altamente lesive della integrità psico-fisica · che le stesse terapie non sono mai state abolite dalla legge · che la diagnosi di "malattia mentale" ancorché indimostrata come diagnosi medica, produce la morte sociale e civile di chi ne viene etichettato · che è stato (ed è) praticamente impossibile per i cittadini tutelarsi dagli abusi psichiatrici in quanto invalidati dalla diagnosi di "malattia mentale" · che è stato ampiamente dimostrato in decenni di pratica psichiatrica che risultato ultimo della stessa è l'invalidazione e la perdita irreversibile della propria autonomia e libertà di scelta ritenendo

· diritto inalienabile degli individui scegliere se, come e da chi eventualmente farsi curare adeguatamente informati e liberi di scegliere · dovere di ogni operatore sanitario operare a partire da un mandato esplicito e con il consenso informato del proprio assistito ritenendo

arbitrario e insensato continuare a perpetrare il ragionamento secondo cui i pazienti psichiatrici non siano "coscienti della loro malattia" e, quindi, obbligabili ad ogni sorta di cura (ragionamento sconfessato ampiamente dalla storia che ha dimostrato che sono stati gli psichiatri gli unici veri esseri incoscienti del dramma manicomiale che hanno creato)

chiedono l'approvazione di una norma che abolisca dal nostro ordinamento ogni ipotesi di trattamento o internamento psichiatrico non volontario Chiediamo a tutti le persone libere, le associazioni, i gruppi, i partiti politici di sottoscrivere questo appello. Ci riferiamo soprattutto alle migliaia di utenti involontari dei servizi psichiatrici in nome e per il bene dei quali si propongono trattamenti coatti e internamento.

Inviate le vostre adesioni a:

Comitato d'Iniziativa Antipsichiatrica Via dell'agro 3 98028 S.Teresa di Riva (Me)

http://www.ecn.org/antipsichiatria/newshome.html

http://www.antipsichiatria.it/petizione-tso

email: petizioneTso@antipsichiatria.it forum:

http://www.antipsichiatria.it/petizione-tso/forum

Presentato da Simona Pelagatti

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Democrazia spazzatura

Quando nell'89 inizia la crisi finale del Sistema comunista mondiale, il regime cubano di Fidel Castro si trovò inchiodato in una posizione di grandissima difficoltà che sembrava allora insormontabile. Gli avvenimenti del biennio successivo, con i loro effetti ancora più travolgenti, provocheranno alla fine il crollo dell'impero comunista, la dissoluzione dell'URSS e la caduta dello stesso Gorbaciov, l'uomo della " perestroika ", considerato da Fidel Castro alla stregua di un traditore del comunismo. Il leader cubano aveva respinto sin dall'inizio il nuovo corso avviato dall'ala gorbacioviana del PCUS. Trasparenza, revisionismo, avvio della liberalizzazione, pluralismo politico, rappresentavano un miscuglio di fattori che affermandosi rischiavano di investire e di travolgere il regime cubano, sempre circondato dalle soffocanti pressioni americane, isolato, e sotto la costante minaccia di una parte massiccia di popolazione cubana, quale era ed è quella degli emigrati ed esiliati in Florida, negli USA e altrove.Di fronte all'Assemblea nazionale cubana, il 26 dicembre 1989, Castro non usa perciò mezzi termini quando dichiara: " L'isola sprofonderà nel mare prima che siano ammainate le bandiere della rivoluzione e della giustizia ". Cuba deve restare, costi quel che costi, l'ultimo bastione del Comunismo nel mondo. La "rivoluzione" è in crisi da tempo e la "giustizia" è quella della rivoluzione, ma Castro conferma in modo intransigente e radicale tutti i fondamentali orientamenti ideologici e politici del regime che, con la nuova situazione, è però destinato ad entrare in una disastrosa parabola di una grave ed ulteriore recessione economica.La dissidenza interna, anche tra i quadri dirigenti viene brutalmente soffocata con la forza. Nell'89, uno dei sei eroi storici della "Rivoluzione cubana", il generale Arnaldo Ochoa, ed altri tre ufficiali superiori, vengono accusati di traffico di droga, condannati e passati per le armi.. Contro i tentativi di opposizione che si muovono sull'onda di ciò che sta avvenendo nel comunismo soprattutto europeo, il regime cubano organizza una energica repressione. I dissidenti vengono arrestati. Si formano delle "brigate di repressione rapida". Sono milizie volontarie che debbono impedire qualsiasi iniziativa popolare di protesta. Riprendono anche le esecuzioni capitali.. Quando il ritorno alla democrazia era già una realtà nei paesi ex-comunisti, chiudendo il Congresso del Partito nell'ottobre del '91, Castro dichiara che " Il multipartitismo è una multicoglioneria" e che "la democrazia occidentale è una spazzatura" mentre "il sistema cubano è il più democratico del mondo". Parole singolarmente simili a quelle di coloro che hanno criminalizzato il sistema democratico italiano, illustrato e giudicato come un sistema criminale, con la morte civile in luogo della esecuzione capitale. Seguono per Cuba anni terribili, con una economia ormai ridotta allo stremo. Molte industrie chiudono, mancano le materie prime, i tradizionali alleati non ci sono più ed hanno, con la loro assenza, determinato un grande vuoto.La parola d'ordine è ormai non più "Vinceremo" ma "Resisteremo".Di fronte ad una situazione diventata impossibile, è solo allora che il "lider maximo" comincia a modificare la linea di intransigenza e di chiusura, lasciando il passo a nuove misure. Si può usare a Cuba il dollaro dell'imperialismo americano. Si liberalizza nel mercato agricolo e nelle attività minori. Si cerca di incoraggiare l'investimento estero secondo la formula "Socialismo e joint-ventures". Questa nuova linea di apertura da un lato favorisce innanzitutto un flusso turistico importante, anche se questo trascina con se lo sviluppo della prostituzione e del contrabbando, e dall'altro non frena né l'esodo dei cubani che continuano a cercare rifugio negli Stati Uniti, né riduce l'opposizione politica organizzata che ha le sue principali centrali a Miami e a Madrid, e che diffondono la loro propaganda tra le masse degli esiliati cubani, mentre anche all'interno si manifestano nuove opposizioni. Proprio per dar voce alle opposizioni, lasciamo il commento sui più recenti episodi di repressione voluti da a Carlos Alberto Montaner (Presidente del Partito liberale cubano in esilio) uno dei più conosciuti oppositori cubani: “È successo di nuovo. Pochi giorni fa la polizia politica cubana ha aggredito i democratici dell’opposizione e ha arrestato quasi 80 persone «per ordine personale di Castro», come turpemente si è scusato il tenente colonnello Pichardo, un uffi-ciale che alterna la professione di psicologo con lo sporco lavoro di carceriere. Poco dopo sono stati  fucilati tre giovani che, in modo incruento, tentavano senza successo di appropriarsi di una barca per andare negli Stati Uniti. Tra i condannati a lunghe detenzioni in carcere, gli agenti si sono accaniti contro i giornalisti, i bibliotecari indipendenti, gli attivisti per i diritti umani e i leader politici che cercano una pacifica transizione verso la democrazia, alcuni di essi vicini al “Progetto Varela”. Nella retata è caduto anche il più famoso poeta di Cuba, Raúl Rivero. Così come l’economista Marta Beatriz Roque Cabello e i dirigenti liberali Osvaldo Alfonso Valdés e Héctor Palacios. Faranno compagnia a varie centinaia di prigionieri politici già arrestati. Uno di loro è un giovane avvocato cieco, Juan Carlos González Leiva, che prima di essere definitivamente incarcerato fornì ai comunisti un motivo di divertimento tutto particolare. Fu sequestrato per strada, venne portato in un posto appartato, poi picchiato, privato del bastone di non vedente e lasciato su una montagna. Il “gioco” consisteva nell’accertare il numero di ore che il dissidente avrebbe impiegato per fare ritorno dalla moglie terrorizzata.Perché questo nuovo impulso repressivo? In realtà, si tratta di una routine è qualcosa di usuale. È il modo con cui Fidel    Castro esercita e detiene il potere. A metà degli anni Novanta, decine di cubani furono improvvisamente incarcerati. In testa, vi erano Vladimiro Roca e altri suoi tre compagni auto- ri di un coraggioso documento intitolato La Patria è di tutti. Poco prima nel 1991, l’anno in cui si disgregò l’Unione Sovietica,  successe qualcosa di simile e decine di famosi dissidenti, liberati dagli scrittori Maria Elena Cruz Valera e Fernano Velasquez, finirono incarcerati per molti anni in celle infette. Nel 1989, spaventato dalla perestroijka, Castro fucilò il generale Arnaldo Hochoa e il colonnello Tony De La Guardia, e fece incarcerare decine di ufficiali sospettati di “riformismo”. Gl’insegnamenti del vecchio Lenin Non siamo tuttavia di fronte a un fenomeno eccezionale, ma piuttosto a una strategia metodicamente impiegata che non lascia passare mai più di cinque anni tra questi episodi di furia e di persecuzione rabbiosa. Ma cosa serve tutto ciò a Castro? Semplice: si scatenano i saccheggi quando il líder maximo capisce di stare perdendo il controllo completo della società. Per lui è uguale che le vittime siano democratici, comunisti revisionisti o persone comuni. Quando li individua, quando intuisce la loro esistenza o quando percepisce che si allentano le briglie con le quali controlla il popolo, scioglie i cani da caccia perché seminino terrore e distribuiscano le giuste punizioni. Inoltre è possibile che ritenga, come credeva Lenin, uno dei suoi personaggi favoriti, che il terrore, specialmente quello esercitato contro gl’innocenti, sia la maniera più efficace per indurre all’obbedienza collettiva, affinché nessuno possa sentirsi al riparo di punizioni che hanno perso ogni relazione con atti precedentemente vietati. Quando una diffusa e imprecisa paura s’insinua nella coscienza della gente, chi la percepisce si trasforma in tremolante animaletto ossequioso: esattamente quello che Castro si aspetta. È bene essere chiari: a Cuba la forte repressione non è la conseguenza dello scontro con gli Stati Uniti, né della violazione della legge da parte dei cubani. Tutto questo è aneddotica. Non bisogna cercare razionalità né rapporti di causa ed effetto. La repressione castrista è il metodo di controllo fondamentale per mantenere la piena auto- rità nelle mani del tiranno. Così è stato per 44 anni e Castro non vi rinuncerà in virtù di alcuna sanzione economica o morale che gli s’imponga, perché è convinto che su ciò si fondi la propria capacità di mantenersi al potere. Da qui, una triste conclusione: è inutile sperare o chiedere a Castro un cambiamento dei suoi metodi di governo. Sarebbe assurdo come cercare di convincere una tigre a diventare vegetariana.”

Proposto da Pippo

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