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INDICE - IL SALE - ANNO 2 - N.°24 MARZO 2003

* LE ASSEMBLEE PLURALISTE E DEMOCRATICHE! CHE COSA SONO? COME SI SVOLGONO?

* PROVERBI E MODI DI DIRE

* L'ANGOLO DELLA POST@

* I SEMI DELLA NONVIOLENZA - CONFRONTI PER UNA CONVIVIALITA' DELLE DIFFERENZE

*IL GRANDE MISTERO - CAPITOLO II: "L'ALTARE DOMESTICO"

* DALLA SCUOLA DELLA CONTESTAZIONE ALLA SCUOLA DELL'AUTOGESTIONE

* LAVORO INTELLETTUALE E LAVORO MANUALE

* POESIE

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LE ASSEMBLEE PLURALISTE E DEMOCRATICHE! CHE COSA SONO? COME SI SVOLGONO?

Le Assemblee Pluraliste e Democratiche si propongono di dare “un microfono a tutti”, così come questo giornale è sorto con l’intenzione di dare “una penna a tutti!”.

Il principio motore di questo comportamento è quello della PARTECIPAZIONE a parlare, scrivere, decidere, applicare. Il cittadino non può più rimanere spettatore passivo di fronte ai problemi grandi e piccoli che alterano e minacciano la propria esistenza.

Io credo che le Assemblee Pluraliste e Democratiche sviluppano la partecipazione delle persone presenti in quanto esse si svolgono senza relatori, sul piano dell’uguaglianza, intorno ad un tema, su cui ognuno dice ciò che ritiene opportuno; si può parlare per un tempo prestabilito (in genere 5-10 minuti, dipende dalla quantità e dalla volontà dei presenti); dopo avere effettuato un primo giro di interventi, i partecipanti possono decidere di farne un secondo e, se vogliono, anche un terzo....possono anche decidere di continuare l’Assemblea il giorno dopo, la setimana dopo....quando vogliono!

L’Assemblea nomina un Coordinatore che si preoccupa di fare in modo che essa si svolga regolarmente, cioè fa rispettare i tempi, raccoglie tutte le proposte fatte durante gli interventi e le rimette alla discussione ed eventuale votazione, chiede il parere e la decisione dei presenti su tutti i problemi, in quanto lui non ha nessun potere.

L’Assemblea è Sovrana nel senso che essa decide tutto. Questo tipo di Assemblea si sa come comincia ma non si sa come finisce perchè è un gruppo di persone che partecipa, si conosce, si mette d’accordo ed agisce direttamente, senza intermediari e senza deleghe, acquisisce sicurezza lavorando su se stesso e con se stesso, in piena Libertà, Fraternità e Rispetto Reciproco, senza nessun vincolo nè obbligo di nessun genere in quanto non è un’organizzazione centralizzata tipo Partito o Sindacato. Le decisioni che l’Assemblea prende hanno un valore orientativo non obbligatorio, cioè chi vuole aderisce, chi no, ne fa a meno, e sono tutti rispettabili, sia l’uno che l’altro.

Questo funzionamento non l’ho inventato io, è vecchio, si chiama Democrazia Assembleare e si basa sui principi della Democrazia Diretta, teorizzata da Marx, dopo l’esperienza della Comune di Parigi, avvenuta nel 1871. Era molto praticata nelle Assemblee-dibattito del ’68 e degli anni ’70. Con il Riflusso, dagli anni ’80 ad oggi, queste Assemblee-dibattito hanno conservato il nome ma sono state svuotate di contenuto: non sono più le persone presenti che parlano, dialogano e interagiscono tra di loro, ma sono 1-2-3 “personalità” che fanno delle relazioni lunghe in media una ora e mezza, dopo di chè viene permesso ai presenti di fare delle domande e, a volte, di esprimere delle “ultra-brevissime” opinioni, dopo di chè c’è la risposta dei relatori. Conclusione: in una Assemblea che dura 2 ore e mezza, due ore vengono usate dai relatori e 30 minuti dai presenti che molte volte partono da un minimo di 50 e possono arrivare anche a 200-300 persone. E’ ben evidente che qui non c’è niente di Assemblea nè tantomeno di Dibattito, ma si tratta di una pura e semplice Conferenza, anche se ha il nome di Assemblea-Dibatito.

Un’altra differenza importante tra queste due forme di discussione è che nelle Assemblee P. E D. Si sviluppa LA COMUNICAZIONE ORIZZONTALE tra i presenti, mentre nelle Conferenze ciò avviene in senso verticale, cioè soltanto con il o i relatori. Le 50-300 persone presenti dialogano soltanto con il relatore, mentre tra di loro il dialogo è zero, si ignorano, compreso con il vicino di sedia. Ciò avviene non per cattiva volontà ma perchè l’atteggiamento della maggioranza dei presenti è quello dell’ascoltatore-passivo, come davanti alla Televisione. E’ la Conferenza stessa che crea questo stato d’animo e tipo di rapporto in quanto è finalizzata all’ascolto ed all’approfondimento. Non c’è niente di male ed è normale che sia così.

Io non ho niente contro le Conferenze, quelle che mi interessano le vado a sentire molto volentieri, inoltre ognuno è libero di fare ciò che vuole e siamo tutti rispettabilissimi, però sarei favorevole ad una separazione delle due forme in quanto hanno finalità diverse: la Conferenza tende alla conoscenza ed approfondimento di un Tema-Argomento, le Assemblee-Dibattito o Assemblee Pluraliste e Democratiche tendono alla discussione-azione sul luogo dove si svolgono, cioè sono finalizzate ad agire. Per questo motivo non c’è la figura del “Relatore-Personalità” che, terminata la Conferenza, logicamente se ne va e le cose rimangono tutte come prima.

Le Assemblee P. e D. nulla tolgono al ruolo specifico delle Conferenze, nè sono in contrapposizione, anzi si sommano e si integrano tra di loro. Io penso che, insieme alle numerosissime Conferenze che si fanno a Pescara, sarebbe bene cominciare a praticare anche le Assemblee P.D. perchè, secondo me, sono indispensabili per sviluppare una attività a livello di base-territoriale con l’obiettivo di arrivare a creare un Coordinamento Cittadino che include più forze possibili e che agisce in pieno Pluralismo, Rispetto e Democrazia a livello locale.

ANTONIO MUCCI

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LA SUPERBIA E’ ITE A CAVALL E ARVENUT A PED

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L’angolo della post@

Ciao tutti, Per avere un'idea della profonda stupidità e ignoranza di coloro (dx o sx o centro che siano) che pretendono di legiferare al riguardo di internet (leggi anti-pedopornografia, anti- netstrike, censure varie, ecc.) è molto utile leggere il seguente articolo: http://paolo.evectors.it/italian/worldOfEnds.html che è una traduzione dell'originale manifesto di Doc Searls & David Weinberger: World of Ends What the Internet Is and How to Stop Mistaking It for Something Else. che si trova a: http://www.worldofends.com

Buona lettura, André

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I semi della nonviolenza

di Michele Meomartino

Confronti per una convivialità delle differenze

Il mahatma Gandhi affermava di non avere nulla di nuovo da insegnare al mondo, ma che la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne. Il varco stretto della verità ci conduce, al di là di ogni apparenza, sulle alte vette dell'amore, dove l'aria è pura e trasparente e il cielo e la terra sono avvolti in una luce infinita. L'ardua sfida della conoscenza ha affascinato l'uomo fin dalle sue origini. In una ricerca insidiosa e spesso tormentosa ha dovuto fare i conti con un mondo oscuro, ostile e a lui ignoto. Nell'osservazione della realtà circostante sono emerse le domande a cui ha tentato di dare delle risposte nella dura fatica quotidiana, dilatando la sua sete di sapere verso nuovi orizzonti cognitivi. Oggi, noi non ci chiediamo più come si costruisce una ruota, poiché è patrimonio comune acquisito, ma le successive tappe evolutive, che contraddistinguono i processi storici, ci hanno insegnato che non c'è un limite certo alla conoscenza. L'uomo nella sua inesausta ricerca ha elaborato sistemi sempre più complessi, che nell'epoca della globalizzazione liberista hanno assunto una dimensione planetaria. Mai l'uomo nella sua storia ha avuto tanta consapevolezza della sua natura, ma anche tanta incertezza sul suo futuro. L'uomo del ventunesimo secolo si scopre per molti versi onnipotente, per altri estremamente fragile. Un epoca all'insegna della contraddizione, dunque. Se da una parte si rimane ammirati per i prodigi scientifici e tecnologici che salvano milioni di vite umane, dall'altra si rimane scandalizzati per una logica cinica e mercantile che governa il mondo, affamando e schiavizzando milioni di innocenti. La crescente consapevolezza che molti fenomeni sono interdipendenti e che producono delle ricadute sul mondo intero obbliga tutti quanti noi ad una maggiore responsabilità e partecipazione. E' proprio la violenza e la sterminata sofferenza che produce, le sue radici infette, la sua gratuità, la sua inutilità e assurdità che vorremmo tentare di mettere al centro della nostra riflessione comune. L'idea in sé non è originalissima, ma testimonia la volontà di molte donne e di molti uomini che non si vogliono arrendere al fatalismo e all'impotenza che i soprusi e le ingiustizie, a volte, generano. La violenza non offende solo la dignità di chi la subisce, ma anche di chi la pratica sistematicamente e deliberatamente, poiché è un segno di debolezza e rappresenta la sconfitta della ragionevolezza. Interrogarsi oggi sulle radici della violenza è anche andare oltre i legittimi sentimenti di rabbia e di indignazione per acquisire la consapevolezza che la logica di " occhio per occhio ", come argutamente osservava Gandhi, produrrà unicamente un mondo di ciechi. E' giunto il momento di proporre seriamente, a partire dal nostro contesto, delle proposte nonviolente, cercando di coniugare teoria e prassi e iniziando dal passo più semplice come ad esempio quello di riflettere insieme. " Chi si salva da solo, pecca d'avarizia " diceva alcuni anni fa Lorenzo Milani a proposito di un impegno collettivo. Oggi forse, si può aggiungere che non è nemmeno possibile questa scappatoia individuale, poiché l'onda piena della violenza, eretta a sistema, travolgerà tutti senza distinzione in un infausto epilogo se donne e uomini " armati " di buona volontà non cercheranno, sia pure con fatica, di uscire insieme da questo vicolo cieco dell'autodistruzione cercando di costruire nuove relazioni più giuste e solidali. Il cammino è lungo e la scommessa è aperta.

RETE NONVIOLENTA ABRUZZO

1° ciclo di conferenze - calendario dei prossimi incontri

ALTRECONOMIE : QUALI PROPOSTE ? Politiche economiche solidali, commercio equo, produzioni alternative e biologiche, consumo etico e responsabile.

interverranno:

Raffaele Cirone, presidente della Fedarazione Apicultori Italiani

Massimo Ilari, responsabile consumatori AIAB Lazio

Antonio Onorati, presidente del Centro Internazionale Crocevia

Sabato 15 marzo 2003 - ore 17.30

Sala dei marmi - Provincia di Pescara

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VENTI DI GUERRA, SPIRITO DI PACE.

La nonviolenza è il varco della storia ?

interverranno:

Albino Bizzotto, presidente dei “ Beati Costruttori di Pace “

Mao Valpiana, direttore di Azione Nonviolenta

Pasquale Iannamorelli, direttore di Qualevita

Venerdì 28 marzo 2003 - ore 17.30

Sala dei marmi - Provincia di Pescara

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IL GRANDE MISTERO

Capitolo II: "L'ALTARE DOMESTICO

influssi prenatali. primi insegnamenti religiosi. Funzioni religiosi. funzioni degli anziani. donna, matrimonio e famiglia. lealtà, ospitalità, amicizia. La vecchiaia, presso di noi, era per certi versi il periodo più felice della vita. L'avanzare degli anni portava con sé molta libertà, non solo dal fardello dei compiti più stancanti e pericolosi, ma anche da quelle restrizioni nelle consuetudini e nel contegno che erano religiosamente osservate da tutti gli altri. Nessuno di coloro che hanno conosciuto gli indiani a casa loro può negare che siamo un popolo cortese. Di norma, il guerriero che incuteva grandissimo terrore nei cuori dei suoi nemici, in famiglia e tra gli amici era una persona di gentilezza esemplare e di raffinatezza quasi femminile. Nell'uomo una voce dolce e pacata era apprezzata quanto nella donna. L'intimità forzata della vita nella tenda sarebbe diventato per questo riserbo e questa delicatezza istintiva, questo rispetto per il posto stabilito e per gli averi di ogni altro membro del gruppo familiare e per la tranquillità, l'ordine e il decoro consueti. Il nostro popolo, benché capace di sentimenti intensi e duraturi, non era mai espansivo, tanto meno in presenza di ospiti o di forestieri. Solo ai vecchi, che hanno fatto tanta strada e sono in certo modo esonerati dalle regole comuni, è concesso qualche giocoso gesto di affetto verso i figli e nipoti, oltre che parlare senza peli sulla lingua, al limite della durezza e dell'aspro rimprovero, una cosa rigidamente vietata. Insomma, gli anziani hanno il privilegio di dire quello che vogliono, come vogliono, senza che nessuno li contraddica, mentre le sofferenze e le infermità che necessariamente li affliggono vengono per quanto possibile attenuate dalla solitudine e dalla considerazione di tutti. Presso di noi non esisteva una cerimonia religiosa collegata al matrimonio, ma, d'altro canto, l'unione tra uomo e donna era considerata in sé misteriosa e sacra. Si direbbe che là dove il matrimonio viene celebrato dalla chiesa e benedetto dal sacerdote, esso possa essere al tempo stesso attorniato da abitudini e da convincimenti futili, superficiali e addirittura lascivi. Noi eravamo dell'idea che i due innamorati prima del riconoscimento pubblico dovessero unirsi in segreto, e assaporare la loro apoteosi soli con la natura. Indipendentemente dal fatto che la promessa di matrimonio fosse discussa e approvata dai genitori, era consuetudine che la giovane coppia scomparisse in una zona deserta per trascorrervi alcuni giorni o alcune settimane completamente appartata in una solitudine a due, per poi ritornare al villaggio come marito e moglie. Di solito seguivano festeggiamenti e uno scambio di doni tra le due famiglie, ma la benedizione nuziale era impartita dal Sommo Sacerdote di Dio, la venerabile e sacra Natura. La famiglia non era soltanto l'unità sociale, ma anche l'unità di governo. il clan non e altro che una famiglia allargata, e il patriarca ne è il capo naturale; dall'unione di più clan, per matrimonio o per parentela volontaria, ha origine la tribù. il nome stesso della nostra tribù, Dakota, significa gli Alleati. I gradi più remoti di parentela erano pienamente riconosciuti , e non solo formalmente: i primi cugini erano considerati alla stregua di fratelli o sorelle; la parola cugino implicava un diritto vincolante, e la nostra rigida moralità vietava il matrimonio tra cugini di ogni grado accertato ovvero, in altri termini, all'interno del clan. La famiglia vera e propria consisteva in un uomo con una o più mogli e i loro figli, e tutti quanti abitavano amichevolmente insieme, spesso sotto il medesimo tetto, benché a volte gli uomini di rango elevato provvedessero ad alloggi separati per le diverse mogli. In realtà, c'erano pochi matrimoni plurimi, salvo tra gli anziani e i capi, e in questo caso le mogli erano quasi sempre, anche se non necessariamente sorelle fra di loro. Per fondati motivi un matrimonio poteva essere sciolto onorevolmente, ma l'infedeltà e l'immoralità, sia palesi che clandestine, erano molto poco frequenti. E' stato detto che la posizione della donna è la prova della civiltà di un popolo, e quella delle nostre donne era solida. Esse erano depositarie dei nostri principi morali e della purezza del nostro sangue. La moglie non prendeva il nome del marito né entrava a far parte del suo clan, e i bambini appartenevano al clan materno. Disponeva di tutti i beni familiari; la modestia era il suo principale ornamento; perciò le giovani erano di solito silenziose e schive: ma una donna che fosse giunta alla piena maturità per anni e saggezza o che avesse dato prova di considerevole coraggio in una situazione critica, a volte veniva invitata a prendere posto nel consiglio. Così ella dominava incontrastata nel proprio regno, ed era per noi la rocca della forza morale e spirituale, finché il pioniere bianco, soldato o commerciale, non intaccò con le bevande alcooliche l'onore degli uomini e usando del suo potere sui mariti fiaccati non comprò l virtù delle loro mogli e delle loro figlie. quando la donna cadde, cadde con lei la razza intera....

Da: Charles A. Eastmann, L'anima dell'indiano, adelphi edizioni, Milano, 1983

Testo posto all'attenzione dei lettori da MANTOROSSO

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DALLA SCUOLA DELLA CONTESTAZIONE ALLA SCUOLA DELL’AUTOGESTIONE

Negli ultimi due anni stiamo assistendo in Italia ad una fioritura di lotte e agitazioni. I numerosi e complessi problemi della nostra società spingono categorie di persone diverse a cercare risoluzioni e risposte. Si pensi alle lotte degli operai della Fiat, alle mobilitazioni nel settore dei trasporti, della sanità, della scuola e al movimento pacifista e alla straordinaria manifestazione del 15 Febbraio( tre milioni di persone). Il ritorno di milioni di persone in piazza denota il bisogno di partecipazione e di fare politica in prima persona. Esprime anche la sfiducia della gente nei confronti dei partiti e dei sindacati, che non assicurano più questo desiderio di partecipazione, che trova sbocco in movimenti nuovi ( movimento dei movimenti e girotondo ). La scuola essendo un settore importante della società è coinvolta in questo fermento generale. Le agitazioni che si sono susseguite nel panorama della scuola ( sciopero del 18/10 /2002), scaturiscono in parte dalla nuova riforma del ministro della Pubblica Istruzione Riforma Letizia Moratti. Tale riforma intende portare a termine il processo di aziendalizzazione e precarizzazione della scuola che era stato già avviato con la legge sull’autonomia scolastica. Quest’ultima che avrebbe dovuto garantire una maggiore libertà e indipendenza delle scuole ha invece prodotto la gerarchizzazione degli insegnanti e un eccesso di potere dei dirigenti (presidi manager ). Conseguenze negative che hanno determinati il nascere di un’alta conflittualità tra le insegnanti e tra gli istituti. Si è sviluppata una sorta di competizione tra scuole per l’accaparrarsi gli utenti e per evitare rischi di riduzioni di organici e tagli delle classi. Voglio dire che con l’Autonomia si è dato impulso a numerosi progetti con l’ausilio di operatori esterni , che non sono riusciti ad arricchire l’offerta formativa, anche per il mancato coordinamento con i docenti. Si è verificato un rinnovamento d’immagine, cioè formale ma non sostanziale. Nonostante la miriade di progetti i problemi rimangono sempre gli stessi: mancanza di fondi per materiali e sussidi, per le supplenze e per l’aggiornamento dei docenti, strutture inadeguate, carenze di spazi interni ed esterni per l’attività motoria e per i laboratori. Inoltre la competizione dei docenti per ottenere l’assegnazione di progetti e le funzioni obiettivo ( incarichi aggiuntivi e di controllo dell’operato dei docenti), ha svilito l’identità della scuola che in questa situazione non può rappresentare un luogo di espressione della cultura all’insegna della libertà e dell’uguaglianza. Con la Moratti la situazione è destinata a peggiorare essa prevede: tagli nell’organico dei docenti e del personale ATA, l’ingresso anticipato a due anni e mezzo per la scuola materna e a cinque anni e mezzo per la scuola elementare, l’aumento dei bambini per classe, il ritorno del maestro prevalente alla scuola elementare, l’obbligatorietà di scelta a 13 anni tra due opzioni la formazione professionale da una parte e un corso di studi preparatorio per l’università dall’altra. Come insegnante di scuola materna mi preoccupa l’ingresso anticipato degli alunni sia per l’inadeguatezza delle strutture e la carenza di personale, sia perché si verrebbe a creare una dicotomia tra i ritmi di sviluppo dei bambini inseriti prematuramente e l’organizzazione scolastica. Tali cambiamenti sembrano voler dequalificare la scuola pubblica per avvantaggiare le scuole private . Probabilmente si arriverà ad una situazione simile a quella degli Stati Uniti in cui le scuole pubbliche sono diventati ghetti frequentatiselo dai ceti più poveri della popolazione, mentre le private si occupano della formazione della nuova classe dirigente. Queste sono le cause degli scioperi e delle manifestazioni che si sono verificate ultimamente. Protestare è giusto ma non basta.

Dobbiamo smetterla di illuderci che ministri di destra o di sinistra elaborino riforme adeguate. Non dimentichiamo che il centro sinistra ha contribuito all’aziendalizzazione della scuola con la legge sull’ autonomia, che la Riforma Berlinguer doveva portare a compimento. I governi di destra e di sinistra curano solo i loro interessi ed in base ad essi modellano il sistema scolastico asservendolo ai gruppi gruppi economici a cui fanno riferimento. Per questi motivi è inutili difendere la scuola pubblica , perché i valori di libertà ed uguaglianza sanciti dalla Costituzione a cui si dovrebbe ispirare non sono perseguiti, come non sono perseguiti dalla società i n cui viviamo. Il problema è il capitalismo che produce ingiustizie, conflitti e ineguaglianze, si tratta di un modello economico, politico e sociale che si basa sulla competizione e influenza tutti i settori della nostra società compreso anche la scuola. Essa si dovrebbe opporre innanzitutto al sistema con un altro tipo di organizzazione scolastica basata sulla cooperazione. Questo è possibile con il passaggio dalla scuola della contestazione alla scuola dell’autogestione. Ciò significherebbe il rifiuto del preside manager e della gerarchizzazione degli insegnanti e soprattutto con la formazione in ogni scuola di comitati in cui gli insegnanti decidano come gestire la scuola. Essi dovrebbero funzionare sulla base della democrazia diretta, senza capi, stabilire un coordinatore e dare a tutti la possibilità di parlare secondo un tempo prestabilito e uguale per tutti.

A questi comitati spetterebbe il compito di decidere come utilizzare i finanziamenti e che impostazione pedagogica dare alla scuola. Con l’autogestione si potrebbero risolvere anche problemi come il taglio delle classi e degli organici. Mi si chiederà come? Per evitare il taglio di una classe si potrebbe diminuire il numero dei bambini per classe a 20 e se questo non viene accettato dal dirigente e dal Ministero si può comunque realizzare con la solidarietà tra le insegnanti. Ogni insegnante potrebbe versare una piccola quota ed in questo modo si ricaverebbero un paio di stipendi e non si costringerebbero le docenti perdenti posto ad andare via. Si tratterebbe di una piccola conquista, ma significativa se si pensa che con la Moratti si arriverà a licenziare i soprannumerari che nel giri di due anni non trovano collocazione.La trasformazione della scuola potrà avvenire solo con l’impegno di coloro che ci lavorano e non attraverso l’opera di ministri, che sono solo ingranaggi del potere. Questa è l’unica strada, anche se può sembrare utopica, se vogliamo costruire una scuola nuova. Non ci sono scorciatoie ed è importante recuperare il rispetto e la fiducia tra noi insegnanti. Sulla base di tali presupposti la scuola potrà assolvere a quello che dovrebbe essere il suo compito: formare le nuove generazioni e aiutarle a crescere e a diventare menti critiche, capaci di interpretare la realtà e trasformarla. Solo in questo modo possiamo sperare in un futuro diverso e in un modo migliore. Mobilitiamoci per costruire nelle scuole dei comitati contro la guerra, la Moratti e per una scuola autogestita

Lorenza

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LAVORO INTELLETTUALE E LAVORO MANUALE

di Marco Tabellione

Che la cultura da sempre sia uno strumento di potere è ormai cosa pacifica, ed è, inoltre, elemento di differenziazione di classe, di status sociale, e di tenore di vita. Questo almeno per quanto riguarda quelle forme culturali che sono riuscite ad improntare di sé la realtà economica e sociale, fino ad assumere un controllo sulle attività economiche, al di là dei meriti stessi della cultura. Stiamo naturalmente parlando della cultura dei professionisti, di quella cultura cioè che nel tempo è riuscita a imporsi sulla scena economica delle società, fino a creare una vera e propria leader-sheap. Naturalmente non si sta trattando dell’intellettualismo al margine che caratterizza tanta attività culturale, anche in Italia, ma che evidentemente non riesce ad incidere sulla realtà non solo economica, ma financo sociale del paese. Stiamo invece parlando di quella divaricazione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale che finisce per offrire il dominio e la forma più appariscente di potere al primo a discapito del secondo. La presenza di questo autoritarismo culturale, che dunque non va confuso con l’intellettualismo critico, oggi caratterizza in maniera determinante ogni aspetto e ambito della nostra società soprattutto a livello economico e professionale. Ormai l’attività intellettuale ha preso il sopravvento sul lavoro manuale, e anche se è quest’ultimo che in fin dei conti regge gran parte della nostra vita e il soddisfacimento della maggioranza dei nostri bisogni, l’immaginario collettivo continua a deprezzare questa dimensione del fare umano, e a considerare più importante il lavoro del pensiero.

Vi è dunque un autoritarismo da parte di coloro che svolgono mansioni di tipo intellettuale e direttivo, imposizioni autoritarie che si riversano su quanti invece professano mestieri legati ad una maggiore manualità. Ma chiariamo subito un punto. Ovviamente qui non si sta contestando la necessità di responsabilità direttive nella realizzazione soprattutto di progetti complessi, come quelli industriali o altro. Ciò che si sta contestando è la disparità a livello di compenso economico che si arriva a notare tra chi dirige e chi è diretto, tra chi usa la testa e chi invece è costretto ad usare le braccia. Innanzitutto occorrerebbe chiedersi i motivi di questa sperequazione, che spesso viene spiegata in termini di assunzione di responsabilità, per cui più responsabilità ci si accolla, più si ha diritto a vedere enumerato il proprio impegno lavorativo. A dire la verità questo della responsabilità appare piuttosto un pretesto che altro. Ma dietro la scusa della responsabilità si nascondono angherie, la legittimazione di un autoritarismo che invece non ha ragione di essere.

Del resto la falsa idea della superiorità della mente sul braccio rientra in un percorso pregiudiziale che è tipico dell’Occidente. Nella cultura occidentale il predominio della ragione ha portato al disconoscimento dell’integrità dell’essere umano. Grazie allo sviluppo determinatosi a partire dall’illuminismo, nella cultura umana occidentale si è instaurata una discrasia tra corpo e mente, una separazione che va ad incidere negativamente sulla totalità dell’essere umano. L’universo umano, in effetti, è il risultato di interazioni fra elementi che mantengono tutti pari dignità, in quanto partecipano tutti alla costruzione della personalità, intesa nei suoi stati interiore ed esteriore, fisico e spirituale. Il prevalere della ragione sulle altre facoltà umane, e in definitiva il prevalere della mente sul corpo, e dunque il distaccamento delle funzioni mentali da quelle fisiche, hanno portato ad un ingigantimento dell’importanza della mente rispetto al corpo, con tutte le ripercussioni che in ambito sociale ha avuto questo fenomeno per così dire di specie.

La società occidentale, dunque, non è riuscita a liberarsi dalla differenziazione classista, tra coloro che utilizzano la mente e monopolizzano il potere, e coloro che di prevalenza utilizzano il corpo e sono costretti ad una posizione subalterna. Questa differenziazione è quanto mai grave, dal momento che fa perdurare l’antica e incivilissima divisione delle classi sociali tra liberi e schiavi. Ciò vuol dire che il razionalismo occidentale, figlio dell’illuminismo, se da una parte mostrava la crudeltà di certe gerarchie sociali, inneggiando a valori come l’uguaglianza, la libertà e la fraternità, in realtà nelle strutture più profonde del pensiero tendeva a riconfermare la divisione sociale e l’assoggettamento di alcune categorie a vantaggio di altre.

Del resto questa interpretazione coincide con una vecchia teoria, quella di Adorno e Horckeirmer, che videro nella diffusione della società illumininistica l’affermarsi di una nuova forma di dominio che caratterizzerebbe l’età moderna e contemporanea (ci si riferisce al celebre volume Dialettica dell’Illuminismo). Ma al di là di questi riferimenti filosofici, rimane l’idea di una ingiustizia perpetrata ai danni dei lavoratori diciamo così manuali. Un’ingiustizia tanto più grave quanto meno palese. Un’ingiustizia che si nasconde dietro una differenziazione sociale ed economica che ormai il senso comune ha fatto propria, una differenziazione nei confronti della quale capita raramente di sentire esprimere dei dubbi.

Credo che questo sia un nuovo orizzonte problematico su cui lavorare: occorre ridare dignità ai lavori della manovalanza, al lavoro operaio, riconsiderarlo dal punto di vista della sua essenzialità, della sua necessità, e dunque permettere ad esso di recuperare una dignità e un’importanza significative nei confronti del più blasonato, ma non per questo più utile, lavoro intellettuale.

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UN OASI DI STELLE

Ho per tetto un’oasi di stelle
per culla il mare.
Immoto il tempo.
Col suo raggio la luna
rimbocca la marea
come una coperta.
Lasciato dalla risacca
sulla riva, un granchio
si sotterra e dorme.
Anch’io dormo e sogno:
sono una ninfa,
una ninfa del mare.
E’ la Terra il Paradiso Perduto
e, in eterno movimento,
il mare, il Lucifero dell’ Azzurro,
l’Angelo caduto per farsi luce.
Tra luci fibrillanti,
ed aria lustra,
sono ora nel grembo materno
e sorrido beata.

Elena Sprecacenere

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Tal vez yo protesté, yo protestaron

Forse io protestai, io protestarono,
forse dissi, dissero: ho paura.
me ne vado, ce ne andiamo, io non sono di qui,
non nacqui condannato all'ostracismo,
chiedo perdono ai presenti,
torno a cercare le penne del mio vestito,
mi lascino tornare alla mia gioia,
all'ombra selvaggia, ai cavalli,
al nero odore d' inverno dei boschi,
gridai, gridammo, e malgrado tutto
le porte non s'aprirono
e restai, restammo
indecisi,
senza vivere né morire annichiliti
dalla perversità e dal potere,
indegni, ormai, espulsi
dalla purezza e dall'agricoltura.

Pablo Neruda

presentato da Simona

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