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INDICE - IL SALE - ANNO 3 - N.°22

*IL PLURALISMO A 360°!

* BARCOLLO MA NON MOLLO…

* PROVERBI E MODI DI DIRE

* L’angolo della post@

* RETE NONVIOLENTA Abruzzo

* GIORGIO e IL SILVIO,…… come dire…… GIORGIO…... ed io, troia senza peccato.

* I ZAPATISTI E LE MELE

* URBANIZZAZIONE E QUALITA’ DELLA VITA

* IL GRANDE MISTERO

* L'ANGOLO DELLA POESIA

* Emerse radici, alcune, di mori-moreschi-mauritani-magrebini e Negritudine.

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IL PLURALISMO A 360°!

Nel numero 19 de “Il Sale” è stato pubblicato un articolo dal titolo “Dieci consigli per i militanti di sinistra” di Frei Betto e nel numero 20 una lettera di risposta firmata Antonio.

Per quanto riguarda l’articolo dei “Dieci consigli...” posso dirre che alcuni li condivido , altri no, però li rispetto tutti e dieci. Sulla lettera di Antonio vorrei dare una opinione a titolo personale, che non è quella del giornale naturalmente.

Quando Antonio dice, riferito a Il Sale, che è “un giornale deliberatamente dichiarato sovversivo”, credo che non sia così perchè la dicitura del giornale dice “foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario”. C’è il “quindi, rivoluzionario”, cioè vuole dire che se non ci sono le prime due condizioni “pluralista, democratico” non si può verificare la terza, il “quindi rivoluzionario”. Semmai si potrebbe dire indirettamente sovversivo e non “deliberatamente dichiarato sovversivo” perchè la breve frase della dicitura fa presupporre il pluralismo e la Democrazia Diretta per potere effettuare la rivoluzione (cioè la sovversione). Inoltre una rivoluzione pluralista e democratica si preoccupa soprattutto dell’emancipazione della gente e poi dell’assalto al potere, cioè della “sovversione”.

Secondo Antonio, Il Sale “non può nei suoi contenuti ospitare articoli come quello pubblicato in terza pagina, (n°19) perchè credo nella coerenza. Si riferisce sempre all’articolo dei “dieci consigli...”.

Io credo che abbiamo fatto bene a pubblicarlo perchè il giornale si propone di “dare una penna a tutti!”, cioè di permettere la libera espressione di tantissime persone tagliate fuori dai canali dei Mass Media. Personalmente sono favorevole ad un Pluralismo aperto a 360°, cioè alla pluralità delle idee e non soltanto all’interno di una idea o di uno schieramento politico. Tra di noi non tutti sono d’accordo con questa apertura totale. C’è chi crede in un pluralismo limitato all’antagonismo, oppure alla sinistra...cioè c’è chi è per un Pluralismo a 45°, 90°, 180°. Ci sono varie gradazioni però conviviamo bene perchè i problemi concreti li risolviamo tutti con la Democrazia Diretta, quelli politici con la libertà. Il tutto è cementato da un buon spirito di amicizia, anche se a volte il sottoscritto si “incazza” ingiustamente.

Credo che la logica proiezione del Pluralismo aperto a 360° siano i Soviet, i Consigli di Fabbrica, di Quartiere, di Scuola..., cioè organismi di base funzionanti con la Democrazia Diretta e l’Autogestione. Il Sale potrebbe essere il giornale di un Soviet ed io mi auguro che un giornale con tali principi nasca in tante realtà.

Per rispondere sempre ad Antonio, la nostra coerenza è in rapporto con il pluralismo delle idee e non della mono-idea. Per questo ci sono articoli anche in contrapposizione tra di loro.

Sono d’accordo con te quando dici “ho avuto un sentore di eccessivo buonismo” in riferimento ai Consigli che vanno dal Sesto al Decimo. Anche io li trovo permeati di spirito religioso e con riferimento a Dio. Il che non è certamente una colpa. Rispetto il missionario in buona fede e penso che un po’ del suo spirito di abnegazione ci starebbe bene anche tra i rivoluzionari che, molte volte, antepongono il proprio ego a quello della Causa.

Il missionario in buona fede ed il rivoluzionario hanno in comune l’obiettivo di aiutare i poveri e di alleviare le sofferenze degli esseri umani, cioè entrambi si muovono per gli altri: il primo in base ad un altruismo religioso ed il secondo ad un altruismo scientifico nel senso che si propone di risolvere questo problema non con l’elemosina e la carità ma cambiando la società ed il Sistema.

Naturalmente non si può “fare della morale cristiana il totem dell’ideologia di siniastra”, dice Antonio ed io sono d’accordo, ma bisogna però porsi la domanda: “qual’è la morale della sinistra? Qual’è la morale rivoluzionaria? Abbiamo bisogno anche noi di una morale oppure no? Nessuno parla di queste cose, secondo me importantissime, perchè esiste un vuoto morale all'interno della sinistra, compresa quella rivoluzionaria. Antonio dice: "Io, come penso la maggior parte, non posso amare liberatoriamente: ho rispetto per i compagni, per gli amici, per ogni forma di civile conversazione ma, agli estremi di questo ragionamento, esistono sempre ostilità e attriti". Secondo me, "ostilità e attriti" esistono perchè viviamo nella società del neo-liberismo, cioè nell'epoca storica in cui l'essere umano è più permeato che mai di egoismo ed individualismo. Tutti siamo egoisti ed individualisti però ci sono tante gradazioni e penso che tra il mio egoismo e quello di Agnelli ci sia di mezzo un abisso. Certamente i principi e le idee di cui stiamo parlando non sono di applicazione di massa, ma di piccole minoranze sì. Sviluppando il rapporto umano possiamo combattere "ostilità ed attriti". Io credo che il progresso storico si farà sulla base di un neo-umanesimo in contrapposizione al neo-liberismo.

Antonio: “Io non posso amare i miei nemici”. Perchè? Il fatto di doversi difendere da loro ed anche, al limite, di dovere usare violenza nei loro confronti non vuol dire, secondo me, di non volere loro bene perchè la finalità è il loro benessere come esseri umani insieme al nostro, in piena libertà reciproca.La violenza è un mezzo estremo e non deve essere usata come vendetta o per distruggere “il nemico” ma per educare e costruire.

Ci sarebbero altre cose di cui discutere della tua lettera ma mi manca lo spazio e non ho la capacità di sintesi che hai tu, comunque ti ringrazio per avermi fatto pensare su questi argomenti e ti mando un forte abbraccio,

Antonio Mucci

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"BARCOLLO MA NON MOLLO…

[…] Non ricordo come accadde, probabilmente inciampai sul pallone o feci qualcosa di altrettanto sgraziato. E non mi resi conto subito delle conseguenze. Quando zoppicai fuori dal campo di calcetto sapevo solo che la caviglia mi faceva un male bestia e mi si stava gonfiando come un cocomero. Ma seduto nella macchina del mio compagno di appartamento, di ritorno verso casa , mi prese il panico: era l'una meno un quarto, non potevo camminare e dovevo essere ad Highbury (uno degli stadi più belli e antichi di Londra) per le tre. A casa mi distesi con un sacchetto di piselli congelati in bilico in fondo alla gamba, contemplando le varie possibilità. Il mio compagno di appartamento, la sua ragazza e la mia dicevano che, data la mia totale immobilità e il fatto che mi facesse male, dovevo starmene a casa ad ascoltare la partita alla radio, ma questo chiaramente non era possibile; e una volta realizzato che comunque in qualche modo alla partita ci sarei andato, il panico si placò e diventò un semplice problema logistico. Alla fine non andò neanche tanto male. Arrivammo in metropolitana fino ad Arsenal, che non è tanto lontano a piedi, invece che a Finsbury Park, e restammo tutti in piedi allo scoperto, non al nostro solito posto sotto la tettoia del North Bank (settore riservato ai tifosi più caldi dell’Arsenal Football Club), perchè così potevo appoggiarmi alla ringhiera mettallica evitando di ruzzolare giù se l'Arsenal segnava. Ma anche se diluviò per tutto il secondo tempo, a reti inviolate, bagnarmi fino all'osso (e insistere perchè anche tutti gli altri si bagnassero fino all'osso insieme a me), rabbrividire per il dolore e triplicare il tempo per andare e tornare dallo stadio non mi sembrò un prezzo troppo alto da pagare. Soprattutto se consideriamo la cataclismatica alternativa. […..]

(tratto dal romanzo “Febbre a 90” di Nick Hornby - 1992)

Lino74

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proverbi e modi di dire

a cura di Simone Paolini

L’acqu che n’ha

piovt, n’ciel sta!

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L’angolo della post@

La Svizzera tortura i prigionieri !!!

Con il trasferimento di Marco Camènisch nella prigione-fortezza di Thorberg le sue condizioni detentive sono assai peggiorate. Continua l'isolamento fisico e il blocco della corrispondenza; gli sono negati addirittura libri e fumetti e l'avvocato è costretto ai colloqui con i vetri divisori, e d'obbligo la divisa carceraria, e sono quotidiane le angherie delle guardie: autentiche canaglie e aguzzini! Alla stessa moglie, durante i colloqui, sono stati esaminati ai raggi X il cappotto e gli carponi. E' chiara la volontà di annientamento e di vendetta verso un ribelle come Marco che non solo non ha svenduto la sua dignità, ma si è permesso di infrangere l'ipocrita immagine felice di una Svizzera al di sopra di ogni sospetto. Anche per questo le autorità elvetiche lo vorrebbero sepolto vivo e isolato dal suo vasto mondo affettivo. Marco, il 18 gennaio, inizierà uno sciopero della fame, un duello con il coltello dalla parte della lama, non potendo esprimere altra forma di lotta. E' intenzionato ad alimentarsi solo con acqua e zucchero per almeno 30 giorni prima di sospendere lo sciopero. A meno che le dure condizioni di Thorberg lo inducano a proseguire per altri 15 o 30 giorni. Gli è stato prospettato il trasferimento temporaneo in un carcere-ospedale e l' alimentazione forzata se le sue condizioni dovessero aggravarsi. Marco comunque saluta con riconoscenza tutti/e gli anonimi compagni/e che lo hanno sostenuto fino ad ora e simili affetti neppure questo isolamento in stile nazista potrà cancellare così facilmente. Anche se la corrispondenza gli viene negata è importante martellare le autorità carcerarie di messaggi di solidarietà (soprattutto cartoline) per far sentire una forte e variegata presenza dall'esterno scrivendo a: Marco Camenisch - Strafanstalt - Thorberg - 3326 Krauchthal - CH Svizzera

Per sostenere la sua lotta è stata indetta una iniziativa nazionale: PRESIDIO in Piazzale Galileo davanti al Consolato svizzero di Firenze per SABATO 1° FEBBRAIO, dalle ore 14 in poi.

Per contatti, aggiornamenti o altro scrivere a:

ALPI in RESISTENZA via C. Battisti 39 - 23100 SONDRIO

O visitare il sito www.freecamenisch.net

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RETE NONVIOLENTA Abruzzo

Premessa

Dopo la catastrofica seconda guerra mondiale, con oltre sessanta milioni di morti, il nuovo mondo, disegnato dalla spartizione di Yalta, veniva diviso in due blocchi contrapposti e antagonisti. Per quasi mezzo secolo questa contrapposizione, fondata sull’equilibrio del terrore, della deterrenza atomica, passata alla storia come la “ guerra fredda “, ha impedito nuovi conflitti mondiali, ma non ha eliminato, le tante cause che hanno generato e generano la conflittualità, tutte, o quasi, riconducibili allo spirito di dominio che anima, purtroppo, l’uomo. Il dominio, una “ bestia spirituale “, i cui effetti, tristementi noti, lacerano e dividono. Dopo lo smembramento del cosiddetto “ impero del male “, che personalmente non rimpiango, e il suo drastico ridimensionamento al rango di semplice potenza, gli Usa e i suoi alleati occidentali sono rimasti gli unici padroni del mondo. Finalmente la supremazia della nostra civiltà occidentale potrà garantire, dicevano i peones di turno, pace e benessere a tutti, ma, ancora una volta nella storia, i potenti hanno deluso gli illusi. Sperare nello spirito di giustizia di chi si è arricchito sulla pelle di interi popoli, massacrando, sistematicamente, le minoranze, e sulla loro magnanimità è come chiedere al lupo di diventare agnello ! Ma nella vita tutto è possibile……… I nuovi padroni del mondo, autentiche divinità pagane, non conoscono la misura della loro avidità, ingegnandosi a controllare i mille flussi e snodi della vita di miliardi di persone. Mai nessuno nella storia finora conosciuta, nemmeno l’impero romano, ha avuto tanto potere a sua disposizione. La lussuria più oscena non è la pornografia, come vorrebbero farci credere i bigotti, ma lo spirito di dominio, come, argutamente, recita un antico proverbio popolare : “Meglio comandare che fottere“. Questa sicumera si alimenta della consapevolezza di disporre di un patrimonio di risorse finanziarie, economiche , tecnologiche e militari impressionanti, che annichilirebbero chiunque. Uno scandaloso spreco di risorse, utilizzate per mantenere e consolidare le rendite di pochi privilegiati. E’ ovvio che tutti gli oppressi di questo mondo, uniti nella sorte, ma divisi da tante cose, cercano di reagire come possono a queste ingiustizie; chi soffre ha pure il diritto di lamentarsi! Questo abbozzo di analisi potrà sembrare impietoso e catastrofico, se stiamo seduti su una comoda poltrona, distratti e annoiati da una certa televisione volgare e invadente, ma i tanti profughi che arrivano, quotidianamente, sulla nostra terra, quando non muoiono nei tanti naufragi, e che scappano dalla miseria e dalle guerre, sono la prova lampante dei disastri planetari in corso. Un esodo dalle proporzioni impressionanti, che solo la paura e l’egoismo possono farcelo considerare e affrontare, unicamente, come un problema di ordine pubblico. Tuttavia, l’esistenza di queste macroscopiche ingiustizie, che potrebbero generare in noi un sentimento di impotenza e di tragica fatalità, dovrebbero risuonarci come l’ennesimo avvertimento prima che sia troppo tardi. Ma la chiave per uscire da questo serraglio in cui ci siamo cacciati, non va cercata tra i frutti dell’albero della scienza del bene e del male, ritorneremmo di nuovo alle speculazioni sull’utile e alla necessità della forza. Il varco strettissimo, come lo chiamava Aldo Capitini, e indicato dai grandi maestri di spiritualità della storia, e che ci potrebbe permettere una via d’uscita dalla follia dell’autodistruzione, potrebbe essere, oggi, la nonviolenza. Quest’ultima, insieme alla scoperta dell’atomica, sono la pesante eredità, che il secolo appena trascorso, ci ha consegnato. L’uomo ancora una volta, come si racconta nei miti creazionistici delle cosmogonie, si trova davanti ad un bivio: la vita o la morte. A differenza del passato però, in cui la vita e la morte si sono spesso intrecciate, la sfida che ci è, oggi, posta davanti non è più come quella dei duelli rusticani descritti nell’epica cavalleresca, un’alternanza tra vinti e vincitori, ma potrebbe rivelarsi tragicamente apocalittica.

Fin quando, non muore però, nel cuore dell’uomo la speranza di costruire un mondo migliore, potremmo ancora assistere al miracolo di un’ araba fenice, che risorge dalle sue ceneri. Dai cieli dell’utopia alla polvere della storia: la parabola della noviolenza può essere descritta in questa tensione dialettica, un arco teso, in cui la forza dell’utopia tutto attira a sè, come un potente magnete e tuttavia non si lascia mai raggiungere, precedendoci in un viaggio all’infinito, da dove proviene. Ma, se questa aspirazione all’assoluto, è uno dei corni, indispensabili della dialettica, l’altro dovrà, necessariamente, essere la concretezza dell’agire, in una rivoluzione pacifica e permanente, che progettualmente e gradualmente opera su tanti piani e in tanti fronti, diversi e convergenti. La scelta di una metodologia nonviolenta non sarà tanto il frutto acerbo di un calcolo utilitaristico, empiricamente suffragato, ma una scommessa tutta da verificare e straordinariamente nuova e stimolante, in cui l’uomo potrebbe riscoprire la sua origine e il suo tesoro più prezioso. Quindi, essa sgorga, principalmente, da un imperativo etico e da un’esigenza radicale, religiosamente laica. Non si tratta di mettere una toppa nuova ad un vestito vecchio, ma di rinascere con un cuore nuovo ad una vita nuova; una conversione in cui ci si spoglia del superfluo e si rende desiderabile una vita più sobria e un futuro più sostenibile per tutti, come spesso ci ricordava Alex Langer. Alcuni semi sono diventati dei germogli, ancora fragili, ma belli e promettenti. La nostra speranza è che queste esperienze, queste testimonianze continuino ad essere feconde e diventare una prassi liberamente accettata e diffusa. Il cammino è lungo e la scommessa è aperta, siamo consapevoli che il compito è arduo, ma che vale la pena affrontare.

Finalità

Il nostro progetto, in estrema sintesi, mira a coinvolgere una società più cosciente e partecipe della propria vita sociale e civile. Il passo più semplice, che non sarà l’unico, per iniziare questo cammino comune, ci è sembrato quello di una riflessione sulle radici della violenza e sui semi della nonviolenza.Questo ciclo di incontri non vuole limitarsi all’episodicità di alcune pur lodevoli inziative, ma affrontare un argomento complesso, come quello della violenza e della nonviolenza, in maniera globale, olistica anche se non esaustiva. Un momento di educazione al confronto nel rispetto dell’altro e dell’ascolto reciproco. Una riflessione a tutto campo, senza giudizi sommari e semplificazioni manichee. Siamo consapevoli che non possediamo la verità e possiamo solamente e onestamente essere dei semplici ricercatori. La realtà è più complessa e interessante delle nostre rozze scorciatoie e, per fortuna, è ricca di sorprese più di quanto si pensi. L’evidenza sta sempre al di là di ogni apparenza e a noi spetta il compito, non facile, di decifrarne i segni, di smascherare le ipocrisie e di denunciare gli abusi di ogni potere. Tutto ciò avrà forza e autorevolezza nella misura in cui noi sapremmo essere coerenti, determinati e trasparenti. La Rete Nonviolenta vuole essere, soprattutto, uno strumento inclusico, aperto alla condivisione, che cerca di costruire dei ponti tra le diverse realtà presenti sul territorio e favorire un clima di collaborazione. Una funzione di servizio che lascerà, semplicemente e rispettosamente, ognuno ai tempi della propria crescita, quando i frutti saranno maturi e si ritaglierà liberamente il suo spazio vitale e sociale.

( Testo distribuito durante la conferenza stampa, organizzata dalla Rete, l’ 8 gennaio 2003 presso la sala della giunta della provincia di Pescara ).

Michele Meomartino


Prossimo incontro : Sabato 25 gennaio 2003 Sala dei Marmi della provincia di Pescara

LIBERTA’ DI MERCATO O MERCATO DELLE LIBERTA’

interverranno: Alberto Castagnola, Umberto Musumeci e Carlo Mileti

coordinano : Franca Pasqualini e Leonardo D’Annunzio

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GIORGIO e IL SILVIO,…… come dire……

GIORGIO…... ed io, troia senza peccato.

GIORGIOGABER è morto da poco ed ha lasciato la vita con amore….

Tutti noi abbiamo visto le immagini in TV del suo funerale. Tutti quindi hanno visto in TV , Silvio Berlusconi (posizionato in prima fila), accanto ad Ombretta Colli, assorto in una seria, addolorata e affettuosa meditazione, compiangere il defunto con aria democratica piena di una densa moralità compunta. Milioni di persone hanno quindi visto tali scene in televisione e credo, che tutti ma prorio tutti quelli che hanno visto tali scene, si siano trovati di fronte alla assoluta impossibilità di comprendere l'enormità di questa ignobile, atroce e ultima PRESA PER IL CULO! Mi spiego, : Come pùò l’individuo porsi di fronte alla vastità di questi problemi, e sperare di trovare una spiegazione, illudersi di cercare una soluzione, un perchè? Chiariamo il concetto per i benpensanti e i già scandalizzati: …..chiunque ha il diritto di celebrare la nascita o la scomparsa di chicchesia, in qualsiasi modo ed in qualsiasi luogo, quindi anche il nostro Cavaliere dal punto di vista burocratico e formale non ha commesso nulla che gli possa essere annotato, vieppiù che egli in quella Abbazia rappresentava l’Isituzione con la I maiuscola, quasi il massimo per uno Stato Democratico.

Il problema è invero l’Immoralità di questo bassotto con aspirazioni da faraone, l’Immoralità di chi avrebbe potuto fare la scelta “altamente morale” dell’obiezione di coscienza e avrebbe potuto fornire un modello di risposta universale a tutti quelli che come lui hanno come scopo vitale, soltanto una immorale volontà di potenza!!! Silvio Berlusconi, avrebbe potuto scegliere, di starsene a casa e non avrebbe fatto quella squallida figura di troietta senza peccato, lui come i suoi cortigiani, quel tipo di cortigiani, politici, portaborse, onorevoli e segretari di partito che GABER ha sempre ironicamente detestato e che non credo avrebbe voluto affianco quel giorno lì. GABER ha sempre usato un linguaggio pulito, mai volgare per farsi capire, per far capire alla gente che a quel tipo di personaggi, lui , preferiva il CERUTTI GINO ed aveva sempre ripetuto che nei momenti in cui la TV domina, la stupidità è dilagante; diceva che la TV è peggio dell’eroina e che la gente vede la TV, poi viene a Teatro e poi ritorna a vedere la TV. Il SILVIO, avrebbe dovuto quindi, per rispetto dell’uomo, starsene il più lontano possibile, visto che oggi dominano sia lui che le sue Televisioni ed è altrettanto vero che mai come adesso dilagano stupidità e qualunquismo!

Ero molto in imbarazzo, lo confesso, nel vedere questo partigiano della superficialità; questo bambolotto in doppiopetto, portavoce di quell’ansia di minore conoscenza che sta rincoglionendo tante “brave” persone, al capezzale di GIORGIO GABER che, se per un qualche rivoluzionario miracolo si fosse in quell’istante e per un solo istante risvegliato, vedendolo accanto a se, gli avrebbe sussurrato, : “..io ti sfioro e non so quanto sia emozionante

Tu mi guardi e mi chiedi se sono presente

Io penso alla nostra impotenza

Ad un gesto d’amore.

No non dico l’amore

Che possiamo anche fare,

ma l’Amore”.

La troietta senza peccato, così languidamente lusingata, si sarebbe sciolta in un feroce pianto e avrebbe in cuor suo pensato,: “…visto,…quanto mi vuol bene…!”.

Hasta siempre

Piero Di Camillo

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Gli Zapatisti e le mele

Dice Durito che la vita è come una mela. E dice pure che c’è qualcuno - ben pochi - che può scegliere come mangiare la mela: in una bella composizione di frutta, in composta, in una di quelle odiose (per Durito) bibite alla mela, come succo di frutta, in una torta, nei biscotti, o comunque prescriva la gastronomia.

Dice Durito che i popoli indio si vedono costretti a mangiare la mela marcia e che ai giovani viene imposta la digestione della mela acerba, che ai bambini si promette una bella mela e intanto la si avvicina con il verme della menzogna, che alle donne si promette una mela e invece ricevono solo un’arancia.

E dice anche che uno zapatista, quando si trova davanti una mela, affila il proprio pensiero e taglia la mela con mano sicura esattamente a metà.

Dice Durito che lo zapatista non cerca di mangiarsi la mela, che non guarda nemmeno se è matura, marcia o acerba.

Dice Durito che, aperto il cuore della mela, lo zapatista raccoglie con molta cura i semi, va ad arare un pezzo di terra e li semina.

Poi, dice Durito, lo zapatista annaffia la piccola piantagione con le sue lacrime e il suo sangue e sorveglia la crescita.

Dice Durito che lo zapatista non vedrà nemmeno fiorire il melo, e tantomeno i frutti che darà.

Dice Durito che lo zapatista ha seminato il melo perché un giorno,quando lui non ci sarà, qualcuno, chiunque sia, possa tagliareuna mela matura ed essere libero di decidere se mangiarla in una composizione di frutta, in composta, come succo, in una torta in una di quelle odiose (per Durito) bibite alla mela.

Dice Durito che il problema degli zapatisti è questo: gettare i semi e sorvegliare la loro crescita. Dice Durito che il problema degli altri esseri umani è lottare per essere liberi di scegliere come mangiarsi la mela che verrà.

Dice Durito che qui sta la differenza fra gli zapatisti e il resto degli esseri umani: dove tutti vedono una mela, lo zapatista vede un seme,e va a preparare la terra, getta il seme e lo cura.

Al di là di questo, dice Durito, noi zapatisti siamo proprio come chiunque altro. Casomai più brutti, come Durito, e di sottecchi mi guarda mentre mi tolgo il passamontagna.

Subcomandante Insorgente Marcos

Da una qualunque nottata del XXI secolo

Traduzione di Sandro Ossola

Tratto da REBELDIA n°1 -Gennaio 2003 (presentato da Lorenza)

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URBANIZZAZIONE E QUALITA’ DELLA VITA

di Marco Tabellione

E’ solo da qualche decennio che esistono i piani regolatori, eppure la situazione urbanistica delle nostre città non sembra migliorata. A monte dell’adozione dei piani regolatori, adozione obbligatoria per tutti i comuni italiani, vi era la necessità di pianificare la crescita urbanistica di ogni città o centro abitato, comunque di controllarla e limitarla. Si tratta dunque di uno strumento che nella proposta dei suoi ideatori mirava ad evitare i madornali errori del passato ed un impiego dello spazio abitabile più a misura d’uomo. Rincresce notare che, nonostante ciò, le nostre città continuano ad essere invivibili, si presentano come gabbie nelle quali i cittadini si lasciano imprigionare pur di poter disporre di servizi pubblici e commerciali. Il problema in fondo sta tutto lì: i servizi, quelle presunte comodità che spingono milioni di persone a condurre una vita urbanizzata e metropolitana, nonostante gli evidenti svantaggi che questa comporta. Ma andiamo per ordine. In realtà il problema dei servizi non appare insormontabile. E’ evidente che se ci fosse un interesse reale ad evitare la concentrazione e la congestione degli spazi abitabili, allora la soluzione sarebbe quella di decentrare i servizi, cioè amplificare la presenza dei centri di servizio sul territorio. Automaticamente questo spingerebbe molti abitanti a desistere dallo spostarsi verso un centro, e la distribuzione equa dei servizi finirebbe per diminuire la presenza forte di un accentramento residenziale, riducendo così sensibilmente quell’opposizione fra centro e periferia che poi è all’origine di tanti e ben noti disagi sociali. Quello che viene da chiedersi è come mai non venga privilegiato a livello di pianificazione urbana un programma di realizzazione edilizia che possa appoggiarsi su un decentramento dei servizi, piuttosto che sul loro continuo accentramento. Va da sé che la sperequazione fra centro e periferia ha un certo effetto sul mercato delle abitazioni, perché mantiene alto il prezzo di quelle accentrate rispetto a quelle decentrate. Ma naturalmente questo è un falso problema: perché un decentramento degli abitati produrrebbe anche una ridistribuzione equa dei prezzi delle case, per cui quello che si verrebbe a perdere da un lato (facciamo conto in un centro metropolitano) lo si recupererebbe dall’altro (ad esempio nelle zone di ex periferia). Se tutto ciò sembra legittimato dalle leggi del mercato e della convivenza tra gli uomini, va detto però che non risulta affatto razionale, né tanto meno accettabile. Il problema è il solito: si perde di vista quella che deve essere l’autentica meta degli sforzi comuni, cioè il miglioramento della qualità della vita di tutti noi. Questo scopo viene disatteso, in nome di urgenze ed esigenze altre, che rispondono ad interessi particolari e subdoli, che finiscono per oscurare le profonde responsabilità che abbiamo nei confronti dei luoghi dove viviamo e dove vivranno i nostri figli. E’ possibile che dopo la palese attestazione dei danni irreparabili che l’uomo sta causando all’ambiente e alla propria salute, e dopo le nuove frontiere ideologiche che il pacifismo e la cultura ecologica hanno indicato, si debba continuare a disattendere il problema della pianificazione, e a prendere delle risoluzioni politiche che finiscono per danneggiare le poche aeree verdi rimaste nelle città? Si potrebbero citare molti episodi di deturpamento per ragioni edilizie del verde pubblico cittadino, ma non è nostra intenzione far riferimento a fatti locali. Certo lascia l’amaro in bocca sapere che gli attacchi alle isole verdi della città continuano senza pudore né interruzioni, e fa davvero male sapere che i punti più paesaggistici delle nostre città sono tutt’altro che intoccabili. Quello che occorrerebbe è un dietro front su tutta la linea, un ripensamento delle condizioni edilizie che aiuti a ridefinire la stessa idea di urbanizzazione. Si tratta di capire che ciò che è in gioco non è solo la nostra vita, il nostro modo di abitare, la nostra salute, ma anche il futuro di coloro che si troveranno a vivere nelle nostre città, il futuro stesso di questa terra. Ogni fabbricato che si alza verso il cielo in una zona dove gli alberi cominciano ad essere più rari dell’oro, ogni concessione edilizia che giunge a disattendere una volontà difensivistica del verde pubblico, rappresentano una sconfitta per noi tutti, è una sconfitta della gente, dell’ignaro e stressato cittadino che si trova a vivere ormai in aree metropolitane sempre più strozzate e spaventose, come ad esempio comincia ad essere quella che va profilandosi fra Chieti, Francavilla, Pescara e Montesilvano. Se non si comincerà al più presto a fare i conti con la gestione sana dello spazio, se non si comincerà a distribuire abitazioni e servizi sul territorio, decentrandoli, piuttosto che concentrandoli, si rischierà presto di giungere alla paralisi del sistema metropolitano. Verrà un giorno in cui non sarà più possibile rimediare ai problemi generati dall’alta concentrazione metropolitana, un giorno in cui non sarà più possibile fare marcia indietro. E’ questo giorno, e la paura di esso, che dovrebbe spingere coloro che oggi si interessano del futuro urbano delle città (operatori dell’edilizia, politici, tecnici) a tenere ben conto delle proprie azioni. Non è retorica, né vagheggiamento romantico, sostenere che ogni albero tagliato, ogni area verde sacrificata, giungeranno a pesare grandemente nel futuro; un futuro non molto lontano, nel quale le zone naturali diventeranno enormemente più importanti delle stesse abitazioni.

Occorre pensarci bene. Pensarci ora.

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IL GRANDE MISTERO

Che l' indiano, finche' la sua concezione originaria governo' la sua mente, non abbia invidiato né desiderato di imitare le magnifiche conquiste dell' uomo bianco,e' la paura e semplice verità. Nella sua mente,si considerava superiore ad esse. Le disprezzava, proprio come uno spirito nobile assorto nel suo austero compito rifiuta i letti morbidi, le vivande opulente,il baloccarsi nel culto del piacere di un ricco vicino. Per lui era evidente che la virtu e la felicita' sono indipendenti da queste cose, se non incompatibili con esse. Indubbiamente, nel cristianesimo originario c' erano molte cose che potevano attrarlo, ed egli avrebbe compreso appieno le dure parole che Gesù disse ai ricchi e a proposito dei ricchi. Ma la religione che si predica nelle nostre chiese e si pratica nelle nostre congregazioni, con la sua vena di ostentazione e di auto esaltazione, il suo proselitismo attivo e il suo aperto disprezzo di tutte le altre religioni fu per molto tempo decisamente ripugnante agli occhi dell' indiano. Per la sua mente semplice la professionalità del pulpito, il predicatore pagato, la chiesa opulenta, erano privi di qualunque spiritualità ed assai poco edificanti, e solo quando egli fu sopra fatto nello spirito e minato nel morale e nel fisico dal commercio, dalla conquista e dagli alcolici i missionari cristiani riuscirono veramente a far presa su di lui. Per quanto strano possa sembrare, e vero che l'orgoglio pagano, nel profondo dell'anima, disprezzava i bravi uomini che venivano a convertir lo e a illuminarlo. Ma la natura pubblica e i fariseismo della religione forestiera non erano i soli tratti che offendevano i pelle rossa. Per lui era scandaloso e quasi incredibile che in mezza a quel popolo che si prendeva superiore vi fossero molte persone irreligiose che non fingevano ne meno di professare la fede nazionale. non solo non la professavano, ma si degradavano a tal punto da insultare il loro Dio con parole profane e sacrileghe! Nella nostra lingua il suo nome non veniva pronunciato ad alta voce ne anche con la massima venerazione, e tanto meno con leggerezza e irriverenza. Per di più, anche nel comportamento di quei bianchi che professavano la religione noi notavamo con grande incoerenza essi parlavano molto di cose spirituali, mentre cercavano solo quelle materiali. Compravano e vendevano tutto: il tempo, il lavoro, l'indipendenza personale, l'amore della donna, e perfino gli uffici e la loro santa fede! La brama di denaro, di potere di conquista così tipica degli anglosassoni non fuggì alla condanna morale per il suo incolto giudice, ne egli mancò di mettere a confronto questo tratto evidente della razza dominante con lo spirito del mite e umile Gesù.
Con il tempo sarebbe forse arrivato a riconoscere che i Bianchi ubriaconi e licenziosi con i quali troppo spesso veniva in contatto erano condannati anche dalla loro stessa religione, e quindi non era da pensare che la screditassero. Ma sulla malafede nazionale non era così facile chiudere un occhio. Quando eminenti emissari del Padre a Washington, alcune dei quali erano pastori del Vangelo o addirittura vescovi, giunsero presso i popoli indiani e impegnarono l'onore nazionale in solenni trattati, pregando e citando in causa il loro Dio; e quando questi trattati, furono prontamente e sfacciatamente violati, e forse strano che simile comportamento abbia succitato non solo collera ma anche disprezzo? Gli storici della razza biancha ammettono che l'Indiano non mancò mai per primo al proprio giuramento. Dopo 35 anni di esperienza, credo personalmente che ciò che va sotto il nome di civiltà cristiana non esista. io sono convinto che il Cristianesimo e la civiltà moderna siano contrapposti e inconciliabili, e che lo spirito del Cristianesimo e della nostra antica religione sia essenzialmente lo stesso.

(Da: Charles A. Eastmann, L'anima dell'indiano, adelphi edizioni, Milano, 1983)

Testo posto all'attenzione dei lettori da MANTOROSSO

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L'ANGOLO DELLA POESIA
RISPARMIO

Restringere al minino
il consumo di tutto
e riciclicare anche il vuoto
in partenza del niente dal nulla
opposto degli estremi poli verso l’alto
nell’orientare la bussola dentro la mente
in direzione estesa nel territorio
preservando ai figli

Allargare i pensieri verso la frontiera
dello spazio cosmico dove fondare
un nuovo regno dei minerali
nella produzione dell’artificiale
compatibile con il vegetale

Portiamo via da queste terre rifiuti
per andare in viaggio verso altri mondi
e mandiamo al confino su altri pianeti
i resti umani ed i materiali inutili
per ripulire l’ambiente
in questa età dove la guerra non finisce mai
e restano spezzoni d’immagini orribili
da visionare al telegiornale o nel virtuale
delle trasmissioni elettroniche date
dai video realizzati con macchine
sempre più alienati in alterità
contro gli olocausti e i genocidi giornalieri
e morte per spirito di sopravvivenza
al passaggio delle stazioni

Pescara 1/11/2000

ANTONIO CILLI

OGGI

Essere museo di collettività

in progressivo

non è trapassato ma aspetto

del comunitario

in civiltà nuova da costruire

nello scambio

delle esperienze per accettare

l’espansione

delle opinioni del sentire
verso in parallelo
a sperimentare il socialismo

nell’utopia

dal volto nuovo di una via
oltre questo duemila

già anno

per iniziare un saggio e altri
a trattare l’epica del regno animale
alla pari per fraternità solidale

nella giustizia popolare

in riconoscimento diversi

in eguaglianza per essenza

Pescara 1/11/2000

In Venere

Dalla cucina anche gli odori
per frigorifero non imposto
c’è la scelta fatale
d’attrazione per favola della luce

In gioco la posta inviata per lettere
da latenza
quasi bianche di carte
per grafie di die
contro una pubblicità
continua nel loro consegnare
messaggi da postini

Di persona da cifra
ad incontro casuale
non per agenzia ma per interagire
direttamente nella fantasia d’immagine non fissa nel desiderio
nel ritrovare dalla storia le persone

Imposizioni nel succedere degli eventi
spesso in contrasto con gli astri
come indovino di città al buio
sento il richiamo atavico della terra in zolle

Fuggire oltre le linee in percorsi da ellissi:
lontani risvegli, durante le notti da dormiente,
a riprendere una ennesima sigaretta
e fuori su di un balcone possedere una stella

Di meglio il tramonto degli anni
nell’attesa di un crepuscolo,
guardo le due grandi palme
ed oltre il terrazzo della casa di fronte
le antenne.

Dall’etere sui tetti cadere e rialzare la testa

ANTONIO CILLI in via Cesare Battisti, n.204 PESCARA
Poetando a righe

VARIAZIONI

Pensieri che creano pensieri
Parole che creano parole
Attimi contro attimi
Immagini verso riflessi
Sentieri senza guida da seguire d’obbligo

La mente in un corpo
Con il tempo e qualcosa a mutare
Nell’indicibile stato di essere sociale

Come apparire e come scomparire
Nelle comunicazioni e nei comportamenti
Restando quasi telegrafo senza fili

Passo e chiudo per aprire
Di nuovo da povero illuso
Le idee stanno diventando carne
Quasi mangerei del cervello nel sopruso
D’essere animale per divorare
Un fegato da solitudine
Penso a fette quali sottilette
Siamo gettoni da macchine
Del gioco dei video
Cerchiamo tutti l’impossibile
E non contenti invidiamo
I tesori nascosti degli altri
Sempre pronti a trovare
Non si arriva mai
Al compiuto semplice di un bacio
Dato senza quel morbo che rode anche l’animo
Il tutto ci rende poveri diavoli
Al servizio di altre entità
Con una identità spezzata
Quando potere crea i dogmi nell’assoluto

Da L’apoesia eterea dei fiori volanti -

Antonio Cilli

Edizioni SAMIZDAT- Pescara 2001
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Emerse radici, alcune, di mori-moreschi-mauritani-magrebini e Negritudine.

Mauro è un Mauritano la cui borsa si è impoverita per l'acquisto di due gobbe di dromedario, Maurizio è invece un Marocchino dalla borsa non arricchita per la vendita di quattro gobbe di cammello. Noi, pur vedendo molta televisione, non sappiamo neanche se la Mauritania ed il Marocco siano confinanti, sap-piamo solo che la Mauretania è una regione detta del "nostro" sud, visibile nel nord-Africa-occidentale. Essa è confortata da una estesa pianura costiera e da un entroterra desertico e/o montuoso: i locali Monti Atlantidi riecheggiano ai più (soprattutto ai morti) le famose Colonne D'ercole: pagani confini del "nostro mare" antico paradiso di commercianti rosso-punici.

Mauro e Maurizio possiamo perciò dirli Mauretani, e dirli anche infelici commercianti di navi del deserto. Troppa semplice ignoranza navigava nei loro capi. Si dettero perciò a favorire i passi dei loro piedi e, percorrendo le vie salate, giunsero alfine nei "nostri lidi" ove cominciarono ad arrangiarsi per sopravvivere, senza più dibattere su equivoche gobbe. Essi partirono dal Magreb Occidentale (magreb in arabo vale per occidente), si diressero a nord-est e giunsero nel "nostro occidente" cioè ad ovest: dove andarono, se andarono? Certo è che sbarcarono tra Scilla e Cariddi, che è a sud di Salisburgo, storica città del sale.

Quando alcuni guardano, con occhi forestieri, come altri si vivono, ecco che alcunchè appare loro alquanto anomalo o strano, ancor più delle equivoche gobbe gibbose: non sono assuefatti! Mauro concordò, subitissimo, con Maurizio, che una cecità radicata induceva noi pallidi nordici a pagare accendini quattro-cinque volte un loro prezzo equestre. Stupirono che arrugginiti orologi meccanici venivano commercializzati a prezzi fuori dal mondo. Scoperti tanti spendaccioni pensarono bene di favorire noi, e lor medesimi, vendendoci accendini economici ed orologi, a cinque-mila-lire, migliori di quelli che pagavamo centomilalire ……. potevano ben farlo: loro con cinquemila-lire ne compravano o un CHILO o un secchio.

I Mauritani, con nuova arte moresca, ci stavano comunque aggraziando di risparmi insperati da noi gente assuefatta a spendaccionerie da signori, seniori, vecchi deliranti. Noi li ringraziammo subito irri-dendoli, prendendoci gratuite confidenze umoristico-dispreggiative sulla loro pelle scura e sul loro bar-baro parlare ridicolissimo. Molti "compaesani" nostri, accendendo continuamente la televisione, si illu-minavano tutti di meravigliosa luce riflessa, amavano poi vantare, più che il risparmio goduto, ama-vano vantare la nuova stratificazione sociale risultante: i più miseri-miserabili Italiani non erano più l'umile piolo della scala ieratica-sociale, coesisteva, sotto, ormai l'Africano il quale sia di notte che di giorno ….

Ciò trova agevolanti riscontri storicizzati. Chi è infatti il Marocchino? Se lo chiesero anche Mauro e Maurizio mentre sfogliavano distratti un polveroso testo classico della pedestre Italia, la Gran Pretagna d'Europa. Antonini (1750) su cruscosi fogli scrive: Moro 'uomo nero d'Etiopia, lat maurus'. "IL", latinista-moderno, scrive, senza enfasi polemica, che "Maurus è abitante della Mauritania, oggi Marocco, e che i Maurusii sono i Mauri. Alchè Maurizio, intravista una maliarda etiope, afra-afrodisiaca, che fortunatamente procedeva nei pressi, tosto le si avvicina e "divina sorella…", ma si guadagna una immediata bastonata sul Fez: anche un Vatusso seguiva da dietro quella terpandra callipigia, e vantava pretese-documentali-dirette-discendenze-etiopico-ugandesi. Il dolore fu tanto illuminante per Maurizio che, rincasato, scagliò irritatissimo i due abbaglianti libroni fuori dalla finestra, proprio mentre passava, lì sotto, il suo amico Mauro. Meravigliò Mauro nel vedere due libri librarsi con le pagine vecchie ed ammuffite ma felici di svolaz-zare, libere, proprio vicino a foglie ancor giovani ed odorose di un papiro, loro giovane pronipote illegittimo.

Mauro raccoglie il povero libro strapazzato per le sue pazze africanerie e lo rende a chi gli voleva ancora bene: "Anche Attila -disse- non bruciò i testi latini, anzi consigliò di lasciarli ai loro detentori, certo che avrebbe fa-vorito la loro banalità-debolezza". Maurizio alza le sopracciglie, e sorride al suo mediato amico; quindi gli chiede se imparentarsi con paesane sofie agostiniane e tertullianee avrebbe loro giovato. "No! -risponde veloce Mauro- erano gente vergognosa, essi mal sopportavano la loro negritudine. Meglio Apuleio che sempre vantò la sua magica terra, riconosciuta gentile e Madre, meglio Aimè-Cèsaire Humiliè-Rèvoltè. Meglio dei "bonari" beati come Macario il quale eremitando nella nostra Tebe digiunò tre mesi per aver soppresso una sua pulce parassita .. quanti anni luce dovrebbero digiunare i nostri colonizzatori che…. solo digiunano carne per gustar pesci".

Un soffio di libeccio sciroccato portò via le loro letteraturarie scioglilingua, ma non alleviò il dolore che un bernoccolo aveva procurato. Una ingiunzione legulea frattanto ed ormai vietava la vendita di orologi ed accendini anche ai due che già male commerciavano in cammelli. Fù così che Maurizio si decise ad accettare un posto fisso. Si sottopose alle dipendenze di un vignaiuolo che faceva buon vino e migliori affari. Al mauritano si offrì una paga irrisoria e molto lavoro e se ne rideva. Maurizio rideva molto meno, era divenuto alquanto serio: Lavorare oltre dodici ore al giorno, per una paga inferiore a quella di un part-time. Fù sempre così che, dopo alcuni lunghi mesi, Maurizio si licenzia e ……… e di li a pochi giorni torna dal padrone del vino, vi torna più scuro di prima: l'altro lavoro, che aveva trovato, definirlo nero è svilire l'inchiostro giallo-chinese.

"Cavallo" gli urlò con tutto il suo spirito il clericale vignaiuolo. "Io lo tenevo -confessa ai suoi amici- con cura e premura, sembrava domo e domato, poi si è licenziato, si è imbizzarrito, ha rotto, ed i cavalli che rompono vanno abbattuti".

Al trotto i cavalli che "rompono" vengono squalificati, lui, che alle corse tris e trine era affezionato, decise di allontanare quel cavallo arabo-mauritano: ha rotto, non puoi fidarti, non ci si deve fidare di un cavallo che rompe! Da etiope storico a cavallo moderno ………… il povero Maurizio finì col scendere i pochi ultimi scalini del suo pozzo, finchè, trovata l'acqua patriziesca s'inabissò, maledicendo Tutto lo spirito-alcolico che il buon Maometto gli aveva sempre proibito e sconsigliato ed invitato a tenersene lontano, apotropaicamente.

Mauro, rimase ormai solo, cercò di legarsi a legulee logiche commerciali, in piccolo. Rideva umile ai suoi superiori pallido-nordici, rideva e li ringraziava per avergli comprato le sue cianfrusaglie e ……… e pensava sempre meno, né ballava, né suonava più il suo tamburo. Solo pensava come alcuni autoctoni indigeni della stivalesca penisola già pensarono, quelli che con scarpe nuove erano saliti fin nell'estremo nord del loro continente, magari nel basso Belgio, magari per discendere nelle locali scure miniere onde annerirsi polmoni e meningi. Alcuni di loro, rimpatriando attraverso la Germania amavano dissetarsi in alcun dove, sempre accortissimi ad evitare quelle tane di teutonici con su scritto BIRRA, sottolineata dalla specifica Vietato l'ingresso ai cani ed agli Italiani. Quelli-coloro che sapevano ben leggere, capivano l'insegna ed imparavano a circum-navigare. Mauro pensava lo stesso, imparò a pensare allo stesso modo. Alati messaggeri avicoli-migratori, appena tornati, ci cantano nenie, cantano che in Mauritania o in Marrakek è stato aperto un MAH-URO, asilo per birraioli teutonici e vignaioli stivaleschi. Asilo nell'albergo, e piscina sul mare, e palme senza oasi, e datteri senza semi, e cameriere senza vesti, e camere senza soffitto, e fresco nordico in palle, e serpi-finte in ognidove. Anche le nordiche vanno in quell'Asilo, ormai notissimo, cercano altro, altro cibo, altra aria, altri saluti-salami equi-equini, ed altro consimle: i loro mariti ormai soffrono di astenia ambicefalica.

Noi non possiamo andar a ritrovare Maurizio: è morto ed ha imputridito il sacro pozzo. Non possiamo neanche andare da Mauro: è ormai troppo diverso da quello virgiliano, giovenalmente "cura ed ara, cura arando giardino ed ospiti". Noi possiamo ancora godere di accendini oramai a buonmercato e di orologi pure a buon mercato e di amorevolissimi confronti sapienzali e di esperienze diverse che arricchiscono il nostro patrimonio. Avremmo ancora da dire circa gli ori ed i preziosi contenuti in oasi-allodi, segnati su mappe papiriche che non ardono, ma è che il foglio è finito, mentre la sapienza è un sale che non disturba.

AKAKON

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