TORNA A LEGGI IL GIORNALE TORNA ALL'INDICE GENERALE TORNA ALL'INDICE TEMATICO


INDICE IL SALE - ANNO 2 - N.°21 - DIC. 2002

*FOLLIE IMPERIALI

* Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti

* L’angolo della post@

* PROVERBI E MODI DI DIRE

* La bellezza del compromesso.

* RETE NONVIOLENTA Abruzzo

* PER UNA SOCIETA’ NUOVA, SENZA CARCERI E SENZA PADRONI ! DALLA CONTESTAZIONE ALL’AUTOGESTIONE !!

* AKAKON

* IL GRANDE MISTERO

* RISSA

* SOTTILE

*********************************************************************************************** FOLLIE IMPERIALI

La caparbietà con cui l’imperialismo americano insiste nel volere attaccare l’Irak dimostra che prima o poi lo farà. Indubbiamente questo è il suo obiettivo immediato che, secondo me, vede come un ponte da attraversare per poi aggredire tutti i Paesi musulmani, iniziando dagli “Stati canaglia”. Per raggiungere questo scopo si serve dell’ideologia-pretesto della lotta al Terrorismo: un movimento messo su principalmente da lui stesso ed alimentato con le sue campagne di sterminio contro i popoli della Palestina, dei Balcani e dell’Afghanistan. Io credo che, dietro tutto ciò, ci sia il vecchio Progetto Sionista di creare una Grande Israele, a danno prima di tutto della Palestina e poi degli altri Paesi Arabi. Lo Stato Israeliano e gli Stati Uniti si sono alleati per raggiungere tale obiettivo. Essi devono arrivare ad “etichettare”, di fronte all’opinione pubblica mondiale, tutti (o quasi) i Paesi Arabi come Terroristi, cioè come un pericolo per il resto del mondo, quindi isolarli per poi attaccarli e sottometterli. Questo è ciò che stanno facendo. Indubbiamente i mezzi militari a questi due imperi non mancano. E’ possibile un tale progetto? Vi sembra una follia? Senza dubbio si tratta di follia pura, di progetti generati da menti malate, anche se all’apparenza possono sembrare persone normali. Per continuare sul tema: il comportamento del Governo israeliano nei confronti dei Palestinesi vi sembra normale? Non può essere follia criminale mascherata da vittimismo, tenendo presente la Storia Ebrea? Io ho questa impressione. Se, come io credo, questi sono i progetti degli Americani per quanto riguarda il Mondo Arabo, quali potrebbero essere quelli a livello mondiale, visto che stiamo parlando della potenza più grande del Pianeta? E’ una domanda molto difficile, da “Lascia o raddoppia”, il gioco a quiz diretto da Mike Buongiorno….. A parte gli scherzi, non è facile veramente perché si tratta di capire che pensieri si agitano all’interno di una macchina grande e complessa come quella dell’Impero Americano. Però, se si tiene presente il concetto della macchina ed il fatto che le macchine non pensano diventa più semplice da capire. Dire che gli Stati Uniti sono una macchina e che non pensano può sembrare esagerato, per cui c’è bisogno di una precisazione: essi pensano, indubbiamente, ma soltanto in funzione del proprio interesse e tornaconto di Potenza imperiale. Ciò che non sono capaci di fare è di pensare diversamente e di cambiare, cioè fare una politica diversa ed uscire dai binari tracciati dalla logica imperiale. Per questo sono una macchina. Le macchine pensano ma soltanto in base a ciò per cui sono state progettate e programmate dagli esseri umani e non sono capaci di cambiare da sole. Soltanto l’intervento dell’Essere umano le può modificare. Nel caso dell’Impero americano soltanto gli esseri umani sfruttati degli Stati Uniti e del mondo potranno bloccare questa macchina. Certamente non le persone del Governo, del Potere ed i loro sostenitori in quanto essi fanno parte della Macchina. Su questa base io penso che si possa fare una deduzione meccanica di quello che sarà il comportamento futuro degli Stati Uniti, considerando quello passato e presente. Gli Stati Uniti sono nati invadendo una parte del grandissimo territorio dell’America Settentrionale, ammazzando quasi tutta la popolazione degli Indiani d’America ivi residente. Una volta consolidati come Nazione, si sono dedicati alla conquista dell’intero Continente Americano, combattendo, insieme all’Inghilterra, il progetto di unificazione di Simon Bolivar, che vedevano come un concorrente, sfruttando l’aspirazione dei popoli dell’America Latina all’indipendenza dall’Impero Spagnolo, alleandosi a loro nella lotta per la cacciata degli Spagnoli, per poi prenderne il posto. Cento anni di dominio degli Stati Uniti sui popoli dell’America Latina a che cosa hanno portato? Quale è stato il comportamento di questa Potenza? Quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi per questi popoli? Io penso che la risposta sia davanti agli occhi di tutti: i Governi sono ridotti al fallimento amministrativo, la popolazione, almeno all’80%, alla povertà miseria e fame. Nello stesso periodo ed ancora oggi, i governanti ed il popolo degli Stati Uniti si “ingozzano” di ricchezze e benessere, ottenute rubando materie prime a questi Paesi e sfruttandone la manodopera come schiavi, quando ne hanno bisogno, altrimenti lasciano che le persone muoiano di fame. Questo è il risultato economico-sociale di cento di “civiltà e benessere” Americano esportato dagli Stati Uniti nei Paesi dell’America Latina. Essi hanno ottenuto questo risultato dapprima scacciando l’Impero Spagnolo rivale, poi stroncando tutti i movimenti di ribellione, facendo invasioni con i propri soldati, organizzando Colpi di Stato, cioè spadroneggiando in lungo ed in largo come fossero a “casa loro”, tanto che l’America Latina è stata definita “il cortile di casa” degli Americani. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie alla vittoria dei Paesi Alleati sul Nazi-Fascismo, hanno cominciato ad agire negli altri Continenti con la stessa logica imperiale usata in America Latina. Si sono alleati con le altre Potenze Occidentali ed hanno ingaggiato uno scontro mondiale con l’URSS, cioè l’Impero Russo rivale, sconfiggendolo e diventando la prima Potenza mondiale. Attualmente si tratta di disarmare e smantellare le Potenze ancora esistenti, rubarne tutte le ricchezze, ridurre i popoli del pianeta alla povertà miseria e fame, cioè fare del Pianeta Terra “il cortile di casa” degli Americani, come hanno fatto con l’America Latina. Questo è il loro progetto di “civiltà mondiale”. Può andare a termine un tale Progetto folle? Esiste realmente? Io credo di sì , anche perché è intrinseco alla natura dell’Imperialismo, ma sulla sua realizzazione non ci credo proprio. E’ una pura follia mascherata da serietà e “altruismo”, cioè per il “bene dei popoli!”. Ma, con l’avanzare dello scontro mondiale, la maschera cadrà a terra e sarà chiaro alle masse del mondo il volto folle, assassino e sfruttatore dell’Imperialismo e del Sistema capitalista mondiale. Ciò provocherà l’indignazione e la ribellione di miliardi di Esseri Umani che non potranno essere fermati da nessuna bomba atomica. Saranno loro stessi a gettare le basi per la costruzione di un mondo nuovo basato non più sul profitto ma sull’Essere Umano, la vera ricchezza della società.

4/12/02 Antonio Mucci

TORNA ALL'INDICE

************************************************************************************************

"........ Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti


Berardo provvide ad affiggere il cartello, in alto, sulla facciata della cantina. La sua condiscendenza ci sbalordiva assai. Come se il suo atteggiamento non fosse già abbastanza chiaro, Berardo aggiunse: "Adesso, guai a chi tocca quel cartello." Innocenzo gli strinse la mano e voleva abbracciarlo. Ma le spiegazioni che Berardo subito aggiunse, moderarono il suo entusiasmo. "Quello che il Podestà ordina da oggi, io l'ho sempre ripetuto" disse Berardo. "Coi padroni non si ragiona, questa è la mia regola. Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano (o almeno, fingono di non ragionare). L'asino irragionevole porta 70, 90, 100 chili di peso; oltre non ne porta. L'asino irragionevole ha bisogno di una certa quantità di paglia. Tu non puoi ottenere da lui quello che ottieni da una vacca, o da un cavallo. Nessun ragionamento lo convince. Nessun discorso lo muove. Lui non ti capisce (o finge di non capire). Ma il cafone invece ragiona. Il cafone può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dare la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell'altro mondo c'è l'inferno benché lui non l'abbia mai visto. Vedete le conseguenze. Guardatevi intorno e vedete le conseguenze." Per noi quello che Berardo diceva, non era una novità. Ma Innocenzo La Legge era atterrito. "Un essere irragionevole non ammette il digiuno. Dice: se mangio lavoro, se non mangio non lavoro" continuò Berardo. "O meglio neppure lo dice, perché allora ragionerebbe, ma per naturalezza così agisce. Pensa dunque un po' se gli ottomila uomini che coltivano il Fucino, invece di essere asini ragionevoli, cioè addomesticabili, cioè convincibili, cioè esposti al timore del carabiniere, del prete, del giudice, fossero invece veri somari, completamente privi di ragione. Il principe potrebbe andare per elemosina. Tu sei venuto qui, o Innocenzo, e tra poco, nella via buia, farai ritorno al capoluogo. Che cosa può impedire a noi di accopparti?. Rispondi." Innocenzo avrebbe voluto balbettare qualcosa, ma non poté; era livido come uno straccio. "Ce lo può impedire" continuò Berardo "il ragionamento delle possibili conseguenze dell'assassinio. Ma tu, Innocenzo, di tua mano, hai scritto su quel cartello che, da oggi, per ordine del podestà sono proibiti i ragionamenti. Tu hai rotto il filo al quale era legata la tua incolumità". "Ecco", riuscì a balbettare Innocenzo "ecco, tu dici di essere contro i ragionamenti, ma invece, scusa, a me sembra, scusa, dico per dire, a me sembra che tu ragioni fin troppo. Tutto il tuo discorso non è che un ragionamento. Io non ho mai sentito un asino, cioè un cafone irragionevole, parlare in quel modo." "Se i ragionamenti sono a vantaggio solo dei padroni e delle autorità", io domandai a Berardo "perché il podestà ha deciso di proibire tutti i ragionamenti?" Berardo rimase un po' in silenzio. Poi rispose: "È tardi, domani mi devo alzare alle tre per andare a Fucino. Buona notte". E se ne andò a casa. ..............."

Dal romanzo Fontemara di Ignazio Silone, edizione Mondadori, 2002, pp. 92-94,prima edizione 1949. SELINA

TORNA ALL'INDICE

*********************************************************************************************

L’angolo della post@

CONTRO LA GUERRA IL PACIFISMO NON BASTA.

L’Assemblea permanente contro la Guerra riconosce come prima causa di tutte le guerre lo sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo e la divisione della Società in classi. Riconosce l’aggressione USA attualmente in corso (tra il 18 ottobre e il 17 novembre 2002 sono stati 839 gli attacchi degli aerei anglo americani al’ Iraq con 17 irakeni uccisi e 35 feriti) come un atto imperialista teso a: - ribadire la supremazia americana nel mondo e a ridisegnare la mappa del Medio- Oriente a uso e consumo yankee per il monopolio delle risorse petrolifere e il controllo delle loro vie di trasporto. - Sostituire all’ONU una NATO a guida americana. L’Assemblea INDICA come l’inizio di tale strategia l’attacco NATO alla Yugoslavia ; NOTA come lo stato israeliano opprime da 60 anni la popolazione palestinese grazie anche all’impotenza dell’ONU, ormai ridotta ad avvallare le decisioni americane o ad essere messa di fronte al fatto compiuto. CONSTATANDO che non esiste nessuna guerra senza oppressione interna e che non esiste nessun governo repressivo che non sia impegnato in guerre, RICONOSCE come un atto intimidatorio la denuncia per associazione sovversiva ai militanti della RETE MERIDIONALE DEL SUD RIBELLE teso a reprimere sul nascere ogni opposizione alla guerra, così come quelle ai danni di altri oppositori sociali per i quali si parla addirittura di “COMPARTECIPAZIONE PSICHICA”????!!!!!!!???? ai tragici fatti di Genova del 2001. DENUNCIA la crescente militarizzazione della società, con la trasformazione delle tensioni sociali in fatti di polizia e di mantenimento del’ ordine pubblico al quale sono chiamate le nuove forze armate professionalizzate. RICONOSCE nella trasformazione delle forze armate di leva in forze armate professionali il passaggio dalla difesa del territorio nazionale a spedizioni militari all’estero e nei privilegi concessi agli ex militari di carriera nelle assunzioni pubbliche un’immissione di nuovi guardiani, abituati all’obbedienza e non alla solidarietà. ESPRIME il proprio scetticismo nei confronti di un ruolo internazionale di un’Europa unita che costituirebbe solo un altro imperialismo in lotta con quelli già esistenti, come le tensioni tra Germania e USA per i Balcani , tra Francia e USA per l’Africa e le carenze di democrazia anche formale dell’Unione Europea già fanno intravedere. RICONOSCE alle popolazioni irachene (a cui augura la possibilità di LIBERARSI AUTONOMAMENE da un dittatore già ex alleato agli americani) il diritto all’autodifesa contro l’aggressione imperialista. INDICA come pura manovra mirante a raggiungere un consenso elettorale quella di chi ora dice no alla guerra ma ha approvato la partecipazione italiana all’aggressione NATO alla Yugoslavia ed ad firmato quella cambiale in bianco sulla pace che è “Libertà duratura” ( una guerra non meglio determinata contro il “terrorismo” ) con una decisione parlamentare che ha visto meno dibattiti che l’eliminazione della nazionale di calcio italiana negli ultimi mondiali. Si appella ai GIOVANI, ai LAVORATORI, ai DISOCCUPATI per l’opposizione alla guerra in quanto sono quelli che più ci rimettono in un conflitto che i nostro governi vogliono imporci. CONTRO LA GUERRA MOBILITIAMOCI NEI POSTI DI LAVORO, NELLE PIAZZE, SCUOLE, UNIVERSITA’, MOBILITIAMOCI PER IMPEDIRE AL NOSTRO GOVERNO D’ACCORRERE IN SOCCORSO AL VINCITORE, BOICCOTTIAMO LE BANCHE FINANZIATRICI DI FABBRICHE D’ARMI, LA PRODUZIONE BELLICA, LA CAMPAGNA STAMPA MILITARISTA! NE’ UN SOLDO NE’ UN SOLDATO PER LA GUERRA DEL PETROLIO!

Assemblea permanente contro la Guerra .

TORNA ALL'INDICE

************************************************************************************************


PROVERBI E MODI DI DIRE

a cura di Simone Paolini

La port si chiam port. Chi port, entr ! Chi nen port, occhè part !

TORNA ALL'INDICE

***********************************************************************************************

La bellezza del compromesso.

LANZA DEL VASTO

“ Il mio amore per la Verità assoluta ha finito per farmi capire la bellezza del compromesso”. Ecco una frase di Gandhi di cui bisogna capire la coraggiosa saggezza e la bellezza. Cos’è un compromesso? Un accomodamento provvisorio con l’avversario, un’intesa acquisita a prezzo di concessioni reciproche. Che cos’è la bellezza del compromesso? E’ che si rinuncia all’ostinazione per arrivare all’intesa. La bellezza del compromesso? E’ che qualcosa sia fatto. Ma, fino a quando c’è lotta(vittoria o disfatta) non c’è niente di fatto. Ma chiunque vuole fare deve prima di tutto combattere, soprattutto se è ispirato dall’amore della verità assoluta, perché deve affrontare il mondo che è il luogo delle apparenze, dei miscugli, delle limitazioni e dei passaggi, e incontrare l’avversario e l’ostacolo. Ma non si combatte senza rischio e anche senza perdite sicure, non si lavora senza sporcarsi le mani, non si agisce senza compromettersi . Ogni atto che si pone è un compromesso: un patto con il reale. La più alta speculazione intorno alla Verità assoluta non vale il più piccolo passo reale di un uomo reale che avanza nella realtà, perché la speculazione non è che gioco e figure, mentre il passo è vero. La bellezza del compromesso è che qualcosa della Verità passi nel reale. Eppure, voi continuate a guardarmi di traverso. Sì, vi ascolto, la parola compromesso suona male alle vostre orecchie giovani! Sì, lo ammetto, certi compromessi non sono belli. Alcuni sanno di tradimento, ipocrisia, abile combinazione, capitolazione. In effetti, quando questo “accomodamento” è ispirato dall’amore della comodità, quando la concessione che si fa al mondo è quella di rinnegare la verità per guadagnare qualcosa, allora, ogni bellezza è compromessa. Un compromesso definitivo non potrebbe essere bello: sarebbe un ostacolo, non un passo. Solo l’Assoluto è definitivo. Bello è il compromesso meno brutto di quello di ieri. Un bel compromesso è un atto posto in vista dell’Assoluto, nel senso della Verità. Allora la parola stessa diventa bella e ci si accorge che contiene la parola Promessa. Voi dite ancora: “Solo l’esigenza di vivere senza compromessi è bella” Rispondo: “No, non è bello.” -Perché - Perché è falso. Perché la frase viene dall’orgoglio, e dall’ignoranza della nostra natura. L’Assoluto è per noi irrespirabile, come l’etere delle grandi altezze. Dio solo vive nell’Assoluto. Per l’uomo è una pretesa menzognera o una presunzione mortale. Se lo pretende, sta recitando una commedia. “Non fare troppo il virtuoso “ consiglia con forza la Bibbia. Se la sua esigenza è sincera, si troverà continuamente nell’errore, cadrà nella disperazione, e se si ostina, ne morirà. Ma è più probabile che non trovando nessun uomo abbastanza puro per essere amato, nessuna azione abbastanza pura per abbandonarvisi, finirà per detestare tutto e non fare niente. La passione dell’Assoluto si ridurrà a un argomento nelle discussioni e soprattutto a un giudizio sulla condotta altrui, un argomento al quale niente resiste, e la sua lingua amara avvelenerà tutti coloro che cercano di fare del loro meglio. Li abbiamo conosciuti, i piccoli perfetti concentrati e circospetti e i grandi Tutto - o - Niente loquaci, esaltati e mutevoli. Abbiamo subito la tutela di tali discepoli, quando l’Ordine era appena poco più di un progetto. Abbiamo ricevuto le loro promesse e anche le loro ramanzine; perché non ci lasciavano passare niente: dovevamo sapere tutto e potere tutto. Si misero ad odiarci quando capirono la nostra infamia che era quella di essere ciò che siamo. Ci lasciarono con grande scalpore. Ne fummo molto afflitti e molto sollevati.

(da “ Introduzione alla vita interiore”. Ed.Jaca Book)

TORNA ALL'INDICE

*************************************************************************************************

RETE NONVIOLENTA Abruzzo

organizza il 1°incontro del ciclo di conferenze - anno 2003

interverranno: Sandro Ruotolo ( redazione di “ Sciuscià “). Roberto Natale ( segretario del sindacato Usigrai ). Paolo Gambescia (?) ( direttore de “ Il Messaggero “). Sul tema: L’informazione rende liberi ? Formazione, mercato e consumo delle notizie. coordinano : Franco Sabatini e Ivano Placido Venerdì 10 gennaio 2003 ore 17.30 c/o sala consigliare del comune di Pescara ( in alternativa la sala della Procincia )

proposto da Michele Meomartino

TORNA ALL'INDICE

*************************************************************************************************

PER UNA SOCIETA’ NUOVA, SENZA CARCERI E SENZA PADRONI ! DALLA CONTESTAZIONE ALL’AUTOGESTIONE !!

Piena libertà per i compagni arrestati il 18 novembre, non soltanto dei 7 liberati ma anche per gli altri 13 che rimangono agli arresti; per la liberazione di tutti i compagni imprigionati; per la soppressione delle carceri e la creazione di una società nuova, senza padroni. Vi sembra un’utopia? Bene! Allora se vogliamo essere pragmatici e realisti gli uomini del potere comincino con il rimettere in libertà totale i 13 ancora agli arresti, dal giorno 18, perché non hanno commesso nessuno dei reati loro imputati, ma hanno espresso soltanto delle opinioni, quindi sono innocenti. Inoltre un’altra “lezione di realismo” sarebbe quella di mettere in libertà tutti quei compagni brigatisti e non che giacciono nelle carceri da anni e decenni. E’ un’ingiustizia che non trova nessunissima spiegazione se non nella violenza e prepotenza del potere. Noi pensiamo che, con l’incarcerazione dei 20 compagni del giorno 18 novembre, una parte del potere italiano ha voluto dare un colpo al movimento New Global, cioè quello che non ha potuto fare a Firenze durante la manifestazione di un milione di persone del 9 novembre, lo ha fatto alcuni giorni dopo imprigionando questi compagni. Perché? Secondo noi perché il potere italiano non può accettare un movimento di contestazione alla guerra, anche se pacifico, in un momento in cui si prepara decisamente ad entrare in guerra insieme agli americani contro l’Irak. Chiunque contraddica o si ribelli a tale volontà viene tacciato di terrorista assimilato ad un fantomatico movimento terrorista mondiale e buttato nel rogo dei nemici di Bush e della “Santa America”. E’ stata questa la prima insinuazione nei confronti dei 20 compagni arrestati: legame con il Terrorismo! Praticamente siamo in un’epoca di pre-guerra: l’Italia di ieri non c’è più e non tornerà più, cioè è come entrata in un tunnel da cui non si sa come uscirà, però certamente non sarà più quella di prima. E’ con questa visione, secondo noi, che bisogna affrontare la crisi della FIAT, tenendo presente che il posto di lavoro è molto importante però di un’importanza relativa tenendo presente il cataclisma nazionale e mondiale che stiamo vivendo e che l’attuale Sistema è la causa di tale cataclisma e della privazione del posto di lavoro. Per cui all’interno di esso e delle sue leggi non c’è soluzione. Secondo noi i lavoratori della FIAT devono decidere ciò che deve fare o non fare la fabbrica, in forma libera, nella Assemblee, attraverso la Democrazia Diretta. I padroni hanno fallito ma i lavoratori no . Per cui la fabbrica diventa di proprietà dei lavoratori, quindi va espropriata e socializzata non statizzata né nazionalizzata. Essi non sono più soltanto lavoratori-dipendenti ma anche imprenditori-gestori. Naturalmente non possono svolgere questo ruolo a livello individuale come faceva il padrone che era proprietario dei mezzi di produzione, cioè della fabbrica. Questa funzione la possono svolgere soltanto a livello collettivo, diventando tutti imprenditori e lavoratori nello stesso tempo, spostando il potere decisionale del Consiglio di Amministrazione dell’azienda all’Assemblea dei Lavoratori. Pensiamo che la Nazionalizzazione non risolverebbe il problema della FIAT perché la fabbrica rimarrebbe sempre sottoposta alle leggi del mercato, specie in questa epoca di Privatizzazioni ad ogni costo; inoltre essendo il potere sempre in mano al capitalismo privato, prima o poi, più prima che poi, la FIAT sarebbe smantellata ugualmente per fare spazio alla General Motor, come è il progetto attuale degli Agnelli. Per cui la Nazionalizzazione, se venisse accettata, secondo noi, avrebbe solo l’effetto di ritardare i licenziamenti e lo smantellamento, non di annullarli. Noi pensiamo che la soluzione vada cercata nel quadro dell’Autogestione della fabbrica e della società, in un processo di trasformazione rivoluzionaria che incida nella realtà introducendo elementi di economia e di gestione comunista all’interno della società capitalista. Oggi il Paese è attraversato tutti i giorni da manifestazioni, scioperi e lotte dal nord al sud. Ci sono i lavoratori della FIAT in totale mobilitazione e lotta, la Scuola indice uno sciopero nazionale, i New Global effettuano manifestazioni in continuazione, come i “Girotondini”, le manifestazioni dell’Ulivo a Bari e a Milano, per non parlare di tante altre realtà di lotte piccole e grandi, come la Cirio, o che non vengono riportate nemmeno sui giornali e che però esistono. Inoltre ad aggravare la situazione ed a stimolare la ribellione dei cittadini contribuiscono il caos negli ospedali, l’aumento del costo della vita, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei cibi, la ribellione della natura con le sue inondazioni, i terremoti, il clima “impazzito”. A questa situazione , secondo noi, si può porre rimedio soltanto con l’unificazione degli scontenti, delle lotte, di tutte le situazioni che non accettano l’ingiustizia e lo sfruttamento, favorendo una autorganizzazione dal basso in Comitati funzionanti sulla base della Democrazia Diretta. La protesta, la Contestazione, la Delega e la pressione sulle Istituzione affinché effettuino i cambiamenti richiesti da milioni di cittadini italiani sono giunte al limite: abbiamo di fronte un potere sordo ed ostile alle esigenze dei cittadini che non vuole e non può risolvere i suoi problemi tanto è vero che, malgrado le numerose lotte, questi rimangono insoluti, anzi, si aggravano ed aumentano in quantità. Per questo noi pensiamo che sia giunto il momento di cominciare ad incidere nell’economia, la società e la politica, passando

DALLA CONTESTAZIONE ALL’AUTOGESTIONE!!

Pescara 25 /11/ 02 Gruppo di discussione Anticapitalista (Documento proposto all’attenzione dei lettori de “Il Sale” da Lorenza Pelagatti)

TORNA ALL'INDICE

*************************************************************************************************

AKAKON ………………….

Associandosi Ad Ateliche Argomentazioni, Ad Asili Affettuosi, Allodi Amabilissimi, Assidendosi Altrove, Ancora Ancorato, Ascolta Attento Ad: un’animato consigliare scientifico Constatato in una Congrega Conviviale Convinta di Convincere Con Consigli Congeniali a Convenevoli Conversazioni Consunte. ------------------ Goetz di Sartre: "...mi chiedevo ad ogni momento, che cosa potessi essere agli occhi di Dio: ed ora conosco la risposta: nulla. Dio non mi vede, Dio non mi sente. Vedi questo vuoto che sta al di sopra delle nostre teste? E' Dio. Vedi questo buco per terra? E' ancora Dio. Dio è silenzio, Dio è assenza, Dio è la solitudine degli uomini." ----------------- Grandezza di M. Gorki è anche il suo viscerale antagonismo contro i borghesi, la borghesia ed i potenti, anche quelli vissuti come lui in epoca prerivoluzionaria nella quale però pochi altri scrissero come lui: in quel mentre fiorivano “poesie che risultarono dolcezze senza sangue e letteratura dalle frasi ornate e dalle idee minuscole”. Gorki afferma “di non giudicare le opere di Tolstoi né quelle di Dostojevski, io non faccio che svelare il borghese. Non conosco nemico della vita peggiore di lui.” “Il borghese vuol riconciliare i martoriati col carnefice, e desidera le loro buone relazioni col boia, per giustificare la sua immobilità dinanzi alla sofferenza del mondo. Predica ai martiri la pazienza e li persuade a non opporsi al potere. Cerca sempre argomenti per dimostrare l’impossibilità di un cambiamento delle relazioni esistenti fra il possedente ed il nulla tenente. Promette al popolo che le sue fatiche e sofferenze saranno ricompensate in cielo, si gode la vista della sua dura vita su questa terra, succhia le forze vitali, come un gorgoglione. E’ un lavoro criminale, ritarda il naturale sviluppo del processo, che deve liberare gli uomini dalla schiavitù della confusione; è doppiamente criminale perché si adempie per ragioni di comodità personale. Ciò è altrettanto vero, come è vero che tutti i becchi puzzano.” Il nome Maxim qui pare corrispondergli perfettamente. Quando però, ormai al termine del libro “La distruzione della personalità”, Gorki si sforza propositivo…….eccolo spalancare un nero baratro, oscurissimo: l’esaltazione della scienza! “La scienza è la forza, che in fine condurrà i popoli alla vittoria sopra le energie sconfinate della natura, ed alla sommissione di queste energie, nel comune interesse culturale dell’uomo e dell’umanità. La scienza deve essere democratica ………il lavoro pacifico è la migliore garanzia di produttività.” (che superconcentrato di bestialità!) -------------- Fatta pace con l’eventuale Bestialità del traduttore, vedi Traduzioni-Leopardi, a noi pare quanto meno rievidenziata la “soggiacenza” di un “letterato” verso la rigorosissima scienza. Avesse, il buon Gorki, almeno riportato un esempio (uno) di proficuo vantaggio per gli oppressi strettamente collegato ad un qualunque progresso scientifico! Noi crediamo che non ne riportò alcuno perché neanche con la lanterna di Diogene sarebbe possibile riscoprirlo. E’ dunque la proposizione di Gorki una proposizione fideistica? Il suo epidermico fastidio verso-contro la borghesia, e, la sua supina soggiacenza ad una arma, quella scientifica, che il potere ha sempre custodito e stretto nelle sue sporche mani. Noi apprezziamo alcuna potenza luminosissima di critica antiborghese di Gorki. Pochissimo conveniamo su di lui fideistiche visioni circa il futuro libero dell’umanità: non siamo veggenti né li amiamo, non attendiamo giudizi universali né parziali, la nostra breve vita che è breve quasi quanto quelle degli altri non la sprechiamo in scommesse cieche e miserabili. La scienza comunque, patafisicamente parlando e polisemicamente riscoprendo, potrà pur essere domani quell’arte di prenderla ……….. con pace di accademici scienziati pazzi e paradisumani, la cui progenie è fatta di coprofagi, proctosofi più che protosofi, cronici senza né “c” né “r”, imbroglioni pitagorici derisi dal grande Eraclito o ridicoli di per se come il gran Talete infangatosi al rimirar delle sue stelle. La fama letteraria di Gorki a noi pare condivisibilissima mentre con la sua penna graffia il borghese ed ancor mentre, ancora, ci chiediamo come mai poter condividere la sua proposizione: la consigliata Visione-Scientifico-Produttiva. Neanche la neonata chiarezza “scientifica” di Byron lo ha affatto illuminato. Né Wilde pare aver scritto anche per lui. Una buona critica preambulante, ottima quella di Gorky, è poi base di consigli indebiti su scienza e scientificità. Quanti pochissimo, poco, appena, abbastanza, molto, moltissimo riescono a criticare-scavando, quindi si risolvono nel proporre-riempendo: cosa realizzano? Gorky, scavando, non scava lo scientismo, non ne ha la potenza; anzi si risolve nell’usarlo, nel consigliarci di usarlo, per costruire, e c’invita a costruire con metodologie preservate, con semi preesistenti con erbacce dalla salubrità emetico-vacuatoria. Invero chi consiglia gli altri, meglio farebbe a consigliar se stesso! “Niente consigli indebiti” ribadisce Elettra di Sofocle alla retriva e vile Crisostemi. Eschilo “invece” riporta che Prometeo rifiuta i servili consigli del servile Ermete-Mercurio, e ribadisce di non voler scambiare la propria dura sorte con la schiavitù abitata dal dio-dai-piedi-alati. Noi ascoltando consigli ci risolviamo nel rammentare quanto il grande Blake pare scalfire: Gettate nel fiume colui che ama l’acqua. Questo “pensiero” ci limita fortemente nelle nostre sempre risorgenti manie di dar consigli ad alcuno, noi che non sappiamo neanche noi cosa ben fare, cosa decidere, né quale strada seguire. Andiamo perciò ricercando per Noi Stessi quanto possa casomai esserci profittevole o consono o condivisibile. Un buon liturgico, liturgico quale lavoratore di pietre o di popolo omonimamente confusi, si propone di togliere quanto eccede o è superfluo e quindi nasconde quanto sottinteso o è inteso sotto. Michelangelo, che fu buon liturgico, anzi ottimo, spiegava che il suo lavoro consisteva nel togliere il superfluo da un masso marmoreo: così facendo permise a tanti di godersi forme meravigliose e Rime baciate Papa-Rapa. (Rima 37°) Togliere il superfluo, eliminare quanto copre per …….. . Noi non sappiamo se eliminare lo sfruttamento ci porti verso alcuna cosa, o quale. Noi ci sentiamo troppo disturbati e sviliti da macigni ombrelliferi e miriamo a liberarcene. Noi, liberandoci da alcune catene, riscopriamo una maggiore agibilità. Visse il grande Locke, e fece un gran tifo per l’empirismo, per cose che legò a spirata esperienza senza però farle ardere. Perciò Locke avversò l’innatismo e ma ne salva la radice: la divinità. Alfine Locke andò lontano nel torrido Siam, che come la Thainlandia giace da sempre sul nostro equatore, e lì si diede ad ammaliare con storielle il re locale-equatoriale. Le sue storielle si dilungarono, ahimè, fino al ghiaccio (Ghiaccio in Siam!). Quel re scopre così l’assurda acqua-solida-fredda, e non vuole più ascoltare l’europeo e rinnega ogni credo alle preascoltate meraviglie strumentalmente prenarrategli. Quanti pedestri seguendo le pedate di Locke si ridono di quel siamese incoronato? Quanti non riscoprono invece l’assurdità algida sbattuta in faccia a gente costretta dal loro dio a sudare tutti i giorni dell’anno? O sperava il buon Locke, come i suoi compatrioti com-moweltiani, di trovar un nuovo mercato ove poter scambiare specchietti deformanti con mal sfaccettati rubini, ed esser anche osannato con Evviva l’Europeo-Empirista-Religioso? Noi viviamo emuli della GranBretagna, ma abitiamo in una penisola ove abbondano di tanto alcune toghe che potremmo definirla GranPretagna, noi abbiamo ad ascoltare un’infinità di consigli, molti di paraclericali o di preti. Se è pur vero che da duemila anni le nostre orecchie sopportano, è pur vero che alcuno può a diritto dirsi stanco e stufo di bimillenaria morale. Noi non proponiamo, nè offriamo, consigli: non li gradiamo, affatto: Noi Ci Praeponiamo: Akakon.

TORNA ALL'INDICE

***********************************************************************************************

IL GRANDE MISTERO


"Anche noi abbiamo una religione di cui furono depositari i nostri avi e che è stata tramandata a noi, loro figli. Essa ci insegna a essere riconoscenti, a essere uniti e ad amarci l'un con l'altro! Noi sulla religione non litighiamo mai". Così parlò più di un secolo fa il grande oratore Giacca Rosa, della tribù dei seneca, nella sua superba risposta al missionario Cram..." Prosegue Charles A. Eastmann nella prefazione del suo libro L'ANIMA DELL'INDIANO " Ho tentato di tratteggiare la vita religiosa dell'indiano d'America tipico, com'essa era prima dell'incontro con l'uomo bianco. Da molto tempo desideravo farlo, perché non mi risulta che questo argomento sia mai stato affrontato adeguatamente, con serietà e sincerità. Dell'indiano, la religione è l'ultima cosa che un uomo di un altra razza potrà mai comprendere. In primo luogo, di queste profonde questioni egli, sintanto che ci crede, non parla affatto, e quando non ci crede più ne parla in modo inesatto e denigratorio. In secondo luogo, anche quando si riesce a indurlo a parlarne, il pregiudizio razziale e religioso impedisce all'interlocutore di capire e di sentirsi partecipe. In terzo luogo, quasi tutti gli studi esistenti su questo argomento sono stati condotti nel periodo di transizione, quando le credenze e le convinzioni originarie dei nativi americani si andavano già rapidamente disgregando. (...) Il mio libretto non ha la pretesa di essere un trattato scientifico. esso è, per quanto mi è possibile, fedele agli insegnamenti della mia infanzia e agli ideali dei miei antenati, ma da un punto di vista umano non etnologico...."


Capitolo 1 Il GRANDE MISTERO


Culto solitario. Il filosofo selvaggio. La duplice mente. Valori spirituali opposti a progresso materiale. Il paradosso della civiltà cristiana. L'atteggiamento originario dell'indiano d'America verso l'Eterno, il "Grande Mistero" che ci circonda e ci avvolge, era tanto semplice quanto elevato. Per lui esso era il concetto supremo, portatore della massima gioia e del massimo appagamento possibile in questa vita. Il culto del "Grande Mistero" era silenzioso, solitario, scevro da ogni egoismo. Era silenzioso, perché ogni parola era necessariamente debole e imperfetta; perciò le anime dei miei antenati s'innalzavano a Dio in muta venerazione. Era solitario, perché essi erano convinti che Egli ci fosse più vicino nella solitudine, e nessun sacerdote era autorizzato a intromettersi tra l'uomo e il suo Creatore. Nessuno poteva esortare né confessare né intervenire in alcun modo nell^esperienza religiosa di un altro. Presso di noi tutti gli uomini erano creati figli di Dio e stavano eretti, perché consapevoli della loro natura divina. La nostra fede non poteva essere formulata in dottrine, né imposta a chi non fosse desideroso di riceverla; pertanto non esistevano né predicazioni, né persecuzioni, e nemmeno dileggiatori o atei. Presso di noi non c'erano templi o santuari che non fossero quelli della natura. L'uomo della natura, l'indiano era intensamente poetico. Avrebbe ritenuto sacrilegio costruire una casa per Colui che si poteva incontrare faccia a faccia nelle misteriose, ombrose navate della foresta primordiale, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia, e lassù nella volta ingioiellata del cielo notturno, Colui che cavalcava il rigido vento del Nord o soffia il Suo spirito sulle fragranti brezze meridionali, e lancia la canoa di guerra sui fiumi maestosi e i mari interni - che cosa se ne farebbe di una cattedrale meno augusta?La comunione solitaria con l?'Invisibile, la più alta espressione della nostra vita religiosa, è parzialmente racchiusa nella parola hambeday, o ritiro religioso, segnava nella vita del giovane un momento fondamentale, che può essere paragonato alla cresima o alla conversione nell'esperienza cristiana. Dopo essersi preparato con un bagno di vapore purificatorio e avere allontanato il più possibile tutti gli influssi umani o corporei, il giovane cercava l'altura più eccelsa della quale si potesse dominare tutta la regione circostante. sapendo che Dio non tiene in alcun conto le cose materiali, non portava con sé altre offerte o sacrifici se non oggetti simbolici, quali pitture e tabacco. Desiderando aprire di fronte a lui in tutta umiltà, non indossava altro che i mocassini e il perizoma. Nell'ora solenne dell'alba e del tramonto si metteva al suo posto e, rimirando le glorie della terra di fronte al "Grande Mistero", là rimaneva per una notte e un giorno o per due giorni e due notti, ma in vari casi di più - nudo, diritto, silenzioso e immobile, esposto agli elementi e alle forze di cui Egli era armato. A volte intonava un inno senza parole, o offriva in sacrificio la "pipa colma" cerimoniale. Da questa trance sacra, o estasi, il mistico indiano attingeva la sua più alta felicità e la forza motrice dell'esistenza... Il pellerossa suddivideva la mente in due parti - quella spirituale e quella fisica. La prima è puro spirito, e si occupa solo dell'essenza delle cose; è questa che egli cercava di rafforzare con la preghiera spirituale... Con questo tipo di preghiera non si implicava né favore né aiuto. Tutte le faccende personali o egoistiche, come il successo nella caccia o in guerra, il sollievo dalla malattia o la salvezza di una vita amata erano relegate al piano della mente inferiore o materiale, ed era comunemente riconosciuto che tutte le cerimonie, le formule magiche e gli incantesimi destinati ad assicurare un beneficio, o a scongiurare un pericolo scaturivano dall'elemento fisico. I riti di questo culto fisico, d'altra parte erano assolutamente simbolici; l'indiano non tributava un culto al Sole più di quanto il cristiano adori la Croce. Il Sole e la Terra, secondo un ovvia parabola..., era ai suoi occhi i genitori di ogni forma di vita organica. Dal sole, il padre universale, deriva il principio vivificante della natura, e nel grembo paziente e fecondo di nostra madre, la Terra, si celano gli embrioni degli uomini e delle piante. Dunque la venerazione e l'amore che provavamo per loro erano in realtà un estensione fantastica dell'affetto per i nostri genitori veri e propri, e a questo sentimento di pietà filiale si univa la propensione a rivolgerci a loro come a un padre, per tutti i doni che potevamo desiderare... Noi credevamo che lo spirito permeasse di sé tutto il creato, e ha ogni essere avesse un'anima consapevole. L'albero, la cascata, l'orso grigio incarnarono tutti una Forza, e come tali sono oggetto di venerazione. In ogni religione c'è un elemento soprannaturale, che varia secondo l'influsso che la pura ragione esercita sui devoti. L'indiano era un pensatore logico e chiaro... Con la sua limitata conoscenza di cause ed effetti vedeva miracoli ovunque, - il miracolo della vita nel seme del uovo, il miracolo della morte nel balenio del fulmine e nell'oceano in burrasca. Nessun prodigio poteva sorprenderlo, come un animale che si mette a parlare, o il sole che si fermi in mezzo al cielo. La nascita da una vergine non gli sarebbe parsa molto più miracolosa della nascita di ogni bambino che viene al mondo, né il miracolo dei pani e dei pesci lo avrebbe stupito più del raccolto che cresce da una sola spiga di grano... L'uomo logico deve negare ogni miracolo o accettare tutti, e di per sé i nostri miti indiani e le leggende dei nostri eroi sono forse credibili quanto quelli degli antichi ebrei. se abbiamo una mente moderna, che vede nella legge naturale una maestà e una grandezza molto più impressionanti di quanto potrebbe esserlo un'infrazione isolata a quella stessa legge, non dimentichiamo che la scienza non ha poi spiegato tutto.. dobbiamo ancora fare il conto col miracolo ultimo - l'origine e il principio della vita! Questo è il mistero supremo, l'essenza del culto senza il quale non può esistere religione, e in presenza di questo mistero il nostro atteggiamento non può essere molto diverso da quello del filosofo naturale, che guarda con sacro timore al Divino in tutto il creato...

(Da: Charles A. Eastmann, L'anima dell'indiano, adelphi edizioni, Milano, 1983)

Testo posto all'attenzione dei lettori da MANTOROSSO

TORNA ALL'INDICE

*************************************************************************************************

RISSA


di Antonio Cilli


"Mondo cane! -- esclamò il `Messia´ -- fa un freddo polare!". Cercava di coprirsi con una coperta sui cartoni, sotto il ponte che scavalcava il fiume. Intanto stava arrivando con la sua borsa ed una bottiglia di vino l´´Artista´. Prese dei cartoni, vicino ad un bidone della spazzatura, li sistemò per terra, si sedette ed iniziò a bere. Il `Messia´ lo guardava con interesse, "il mondo sta per finire -- gli disse -- amico, da un sorso ad un assetato e per te si apriranno le porte del cielo". L´altro continuava a scolare la bottiglia senza dargli minimamente retta. Il `Messia´ prese dalle sue buste di plastica alcuni santini, si alzò in piedi ed iniziò una specie di invocazione: "Per questi santi, anime benedette, concedi a quest’umile servo di muovere a compassione quest’uomo davanti a me, così duro di cuore, e fa che divida con il prossimo, ossia me stesso, il vino affinché possa dissetare un bisognoso." L´´Artista si mise a ridere, ma continuò a bere e poi buttò la bottiglia nel fiume. "Miscredente" sentenziò il `Messia´ e si ributtò la coperta addosso, per cercare di dormire. L´´Artista´ tirò fuori dalla tasca un´armonica a bocca ed attaccò a suonare ad orecchio, poi si accovacciò ed iniziò a russare.


Era notte tardi, passavano rare automobili, ma una di queste si fermò a qualche decina di metri dai due barboni. Scesero quattro giovani euforici, ben vestiti alla moda, uno di loro disse agli altri: "Andiamo a divertirci, facendo un po’ di pulizia di questi sporchi balordi". Insieme scattarono di corsa, piombando sui due, li svegliarono a calci sullo stomaco e sul viso; non curanti delle loro lamentazioni, mentre erano indolenziti dalle botte ricevute, dopo c erano sfogati a parolacce ed insulti, quello che sembrava il più deciso disse: "Facciamo fare loro un bagno così si danno una lavata" e gli altri entusiasti gridando: "Al fiume, al fiume!" spinsero in acqua i due barboni. I giovani facevano salti di visibilio e gridavano: "Morte agli inferiori!", mentre i due poveracci si dibattevano nella corrente del fiume. "Sono andati! -- disse uno degli aggressori - adesso filiamo alla svelta ed andiamo a divertirci ancora, magari con qualche rissa in discoteca".

TORNA ALL'INDICE

*************************************************************************************************

SOTTILE

Fine. È terminata la stagione della raccolta e nella mia terra ogni campo è più muto, più spoglio e più vuoto, giacché qui l’opera pare ormai conclusa. Il ventre creativo della terra s’è fatto nudo, gelido, sterile poiché il tardo lume dell’oro fulvo novembrino consumandosi a poco a poco, ha finito per cristallizzarsi in una lucida crosta di colla lucente ed ambrata, come una lacrima di potatura. Le operose mani, che a lungo han profuso passione e speranza nell’opera faticosa dei campi, ora son ferme, in disuso, appese lungo i fianchi come grossi rastrelli d’ingombro; ora sono a fumare al focolare, come nodosi tralci di vite, a fischiare, a sputare, a borbottare. È questo il tempo d’intime passeggiate domestiche che agitano il tormento d’interminabili riflessioni. È questo il tempo per le piccole cose. Nei tiepidi borghi assopiti, l’umanità resta intrappolata nelle baracche fumanti, mentre fuori stanno le vie fredde e vuote, immerse in un silenzio irreale, fatato. Nell’immutabilità noiosa di questa fragile architettura di mondo incantato in una boccia di vetro, finalmente mi capitò di vedere una forma sciogliersi e allontanarsi. Era uno di quegli ampi scialli di panno nero, con cui secondo secoli di tradizione le pie vedove usano ancora mortificare la femminilità del proprio corpo. Non faccio mistero che incominciai a seguire quella figura dal momento stesso che la intravidi, anche se solo adesso mi rendo conto della villania che mostra un simile gesto. Purtroppo, seppure stessi accorto a scrutarne le fattezze, la sua lunga veste scura finiva per avvolgerla da capo a piedi e mi lasciava intravedere dalle sue spalle solo una semplice silhouette. All’approssimarsi del rito dei vespri, essa, pari ad un uccello al suo filare che migra, andò ad unirsi ad una modesta processione che scorreva muta, oltre il ciglio della strada. Quelle anime devote, che avevano superato la cresta più verde del colle, muovevano incolonnate per un lento declivio verso una chiesetta di campagna con un campo attiguo. Al termine della breve funzione, queste si riversarono oltre le cancellate del campo, disperdendosi. Come mi voltai anch’io per entrare, trovai i raggi del tramonto che m’investivano il viso e mi tingevano lo sguardo, frastornandomi fino a farmi perdere la donna che avevo seguito. Sedetti, allora un po’ disilluso, su una pietra lì nei pressi per riposare e, continuando ad ammirare la malia vermiglia dell’occaso, presi a riflettere sul silenzio e su certe mie corrispondenze con quei luoghi.


Indugiavo a muovermi. Me ne stavo a contemplare le cineree figure che le masse dai toni più scuri disegnano contro il livido pallore del cielo, dei marmi e del selciato e quell’appassionante gioco di luce richiamava l’ingenuità di fanciullo al diletto fantasticare colle sagome delle nuvole. Dinnanzi a me, però, si mostrava un quadro di un’ovvietà sconcertante. V’erano solo un’esigua misura di piccole forme ed un’enormità di spazi nulli, nell’ordine in cui il minuscolo era limitato dal vuoto. Galassie di un unico pianeta, le singolari forme piene galleggiavano nelle reciproche solitudini, inermi e sospese nel nulla che le assiderava. Continuavo a contemplare quella visione, ma presto mi accorsi che di lì a poco non sarei più riuscito a dire quale fosse il soggetto sui cui incentrare il guardare: se le piccole forme o gli ampi abissi. Superato l’impatto formale, l’impressione dell’immagine andava sciogliendosi nell’intima suggestione che le piccole forme fossero espressione della misera dimensione dell’esistenza, relegata alla solitudine. I pensieri fluivano copiosi, ma su loro discese una gondola rifinita d’oro zecchino, che da un ramo mi venne a posarsi in viso per risalire lungo le mie lacrime ed impedirmi d’annegare. Desto dalle suggestioni, fui scosso da un nuovo turbamento. Una scura figura si stagliava proprio davanti a me, immobile e talmente prossima che per un attimo credetti che mi volesse affrontare. Era la mia donna a lutto. Per un attimo m’ero persuaso che i fumi di certi stravizi notturni, che amabilmente allentano le tensioni del vivere, mi fossero risaliti in capo dai gorghi delle viscere per soffocarmi il lume della ragione. A causa di una disattenzione o per l’improvviso sobbalzo, dovevo essermi mosso male, perché le stavo pestando inavvertitamente un lembo della sua lunga veste; come feci per tirarmi indietro, lei se n’avvide prontamente ritraendosi anch’essa, ed appena spostai il mio piede essa discostò da me il suo drappo, richiamandolo a se con un movimento misurato ed impercettibile. Lungi dal volermi rivolgere confidenza, lei s’era partita da me, avanzando il suo piede di seta per il viale di bianca ghiaia ed allungandone il passo, sempre più lontana, sempre più sola. Quanta tristezza ispirava! …ed a quel pensiero, mi lasciai sfuggire dal petto un profondo fiato che in quell’istante mi gravava in cuore, e lei, seppure fosse già lontana, come avvedendosene mimò col mio un altrettanto sospiro. L’ora era tarda. Le cancellate cominciavano a cigolare per lo scatto della chiusura. Le ombre andavano così a dissolversi.

Martino

TORNA ALL'INDICE