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INDICE - IL SALE - ANNO 2 - N.°20

* LA MANIFESTAZIONE DI FIRENZE E LA CRISI ECONOMICA IN ITALIA

* VARIAZIONI DI POETANDO A RIGHE

* L'ANGOLO DELLA POST@

* PROVERBI E MODI DI DIRE

* VENTI DI GUERRA, SPIRITO DI PACE

* IN PELLEGRINAGGIO SULLA MAIELLA

* PARLIAMO DI CALCIO........

I MOTIVI DELLA MIA INDIGNAZIONE

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LA MANIFESTAZIONE DI FIRENZE E LA CRISI ECONOMICA IN ITALIA

Il 9 novembre si farà a Firenze una manifestazione nazionale contro la guerra, organizzata dal Social Forum Europeo. Gli organizzatori prevedono la partecipazione di circa 100.000 persone provenienti da tutta Europa. Tale manifestazione sarebbe una normale protesta contro la minaccia americana di fare la guerra all’Irak, però la situazione cambia perché su di essa si alza tutto un polverone: una montatura su presunti pericoli di violenza, controlli alle frontiere nei confronti dei manifestanti provenienti dall’estero, protezione dei monumenti di Firenze contro i "vandali". A me sembra una monotona e criminale ripetizione di Genova di una anno fa, cioè una vera e propria trappola. Perché caderci dentro? Posso capire gli aderenti ed i simpatizzanti del Social Forum che vi andranno perché sono gli organizzatori e perché credono negli obiettivi della manifestazione, ma sinceramente non capisco, anche se li rispetto pienamente, quegli anarchici che hanno deciso di partecipare con uno spezzone di corteo autonomo. In una assemblea, un compagno anarchico diceva che avrebbe partecipato alla manifestazione perché è contro la guerra, come lo è lui. Questa è una motivazione logica ma non dialettica, secondo me. Punto primo perché una manifestazione del genere, in un simile contesto farsesco, viene usata per altri fini e non contro la guerra. Punto secondo perché il fatto di essere contro la guerra non vuol dire che siamo uguali. Le differenze ideologiche rimangono tutte in piedi, cioè io e tanti altri siamo non solo contro questa possibile guerra, ma soprattutto contro lo Stato ed il Sistema che le ha sempre generate nel passato, nel presente e le seguiterà a generare nel futuro. Gli obiettivi della Manifestazione di Firenze sono sì contro questa guerra, però mantenendo lo Stato, il Sistema e le sue Istituzioni. Per me i sostenitori di questa tesi sono rispettabilissimi in quanto ognuno è libero di credere in ciò che vuole. Sulla base delle motivazioni politiche sopra esposte, secondo me, per il Social Forum una simile manifestazione acquista un significato strategico, di pressione sul Governo affinchè accolga le sue richieste. Per me può avere soltanto un significato tattico, cioè di dialogo e di scambio di opinioni tra i manifestanti (con volantini-striscioni-giornali) e tra questi e la popolazione. Se ciò non è possibile, visto il clima terroristico, perché andarci? La mia è una semplice opinione e sia coloro che decideranno di andare a Firenze che quelli che non vi andranno sono rispettabilissimi e, per me, sullo stesso piano di importanza. L’importanza di una cosa è un concetto relativo alla persona, non assoluto. Questa manifestazione si svolge in un momento in cui la crisi della società italiana aumenta di mese in mese, come si vede dai problemi della FIAT, della violenza e dell’immoralità che dilaga, con il disastro ambientale ed i preparativi di uno scontro mondiale di dimensioni paurose. Questa è un’epoca in cui bisogna riflettere, fare bilanci personali e collettivi, anche tirarsi momentaneamente da parte come hanno fatto gli zapatisti messicani che da quasi un anno non danno più interviste e praticamente non emettono più comunicati. Io penso che per fare fronte ai problemi di questa epoca nuova si dovrebbe tentare di costruire un Polo Rivoluzionario, alla sinistra del Social Forum, che raggruppi tutti i compagni sulla base del pluralismo, del rispetto, della libertà e della democrazia diretta. I problemi di questa società sono tantissimi e non vanno affrontati uno alla volta, ma alla radice. Questa non è epoca in cui lottare per i diritti non soddisfatti delle persone. Se facciamo un elenco dei diritti non rispettati (Cittadinanza, Lavoro, Pensione, Salute, Casa, Bambini, Donna….) non bastano le pagine di questo giornale. Quando una società arriva ad un tale livello vuol dire che è irreparabile e che deve essere cambiata totalmente. Questo è ciò che deve comprendere il cittadino: questa classe al potere non potrà più soddisfare i suoi diritti, a parte il fatto che non glieli ha mai soddisfatti pienamente. Se la crisi economico-sociale peggiorerà, come sembra, i suoi diritti saranno rispettati sempre meno. Per cui il rapporto cittadino-diritti dovrà cambiare in cittadino-doveri perché sarà obbligato a lottare per cambiare questa società ingiusta, non potrà più disinteressarsene, dovrà farsi avanti, senza delegare gli altri e prendere nelle proprie mani le situazioni con l’azione diretta e l’autogestione. Per questo motivo, secondo me, l’epoca dei diritti democratico-borghesi si avvia al tramonto e si avvicna quella dei doveri-rivoluzionari. Questa è una società in piena crisi, che non ha ancora toccato il fondo, ma va su quella strada. Lo stesso discorso vale per i lavoratori della FIAT a cui va tutta la mia solidarietà personale. Due stabilimenti sono minacciati di chiusura, 7608 lavoratori di cassa integrazione e l’intera FIAT molto probabilmente sarà venduta alla General Motor. I lavoratori della FIAT e tutti gli italiani dobbiamo riflettere: a che cosa sono serviti tutti gli incentivi dei Governi agli Agnelli, compresa la rottamazione di qualche ano fa? Perché si sono prodotti 35milioni di autoveicoli che hanno inquinato tutta l’Italia e causato tumori a chi sa quanta gente? E’ possibile che al lavoratore debba interessare soltanto il proprio posto di lavoro, lo stipendio e fregarsene di ciò che produce? Il diritto al lavoro è giustissimo però è altrettanto giusto che non serva a produrre altri 35 milioni di autoveicoli. Cioè il lavoratore deve lottare, secondo me, non soltanto per il proprio stipendio ma soprattutto per dare al cittadino un prodotto qualitativamente buono, sotto tutti gli aspetti. Naturalmente il discorso altruista non riguarda soltanto il dipendente della FIAT ma tutti i lavoratori ed i cittadini di qualsiasi settore. I lavoratori delle fabbriche di armi devono rifiutarsi di creare strumenti di morte e lottare per convertire l’azienda affinchè faccia prodotti di uso civile; il medico e l’infermiere, come tutto il personale dell’ospedale, non possono lottare soltanto per il proprio contratto di lavoro, ma soprattutto affinchè il malato sia curato bene, al meglio. Lo stesso discorso vale per il ferroviere, il barista……Tutti dobbiamo capire che i rapporti economici ed umani di oggi sono la causa di quasi tutti i nostri problemi. Secondo me è importante riflettere su questi aspetti della vita e della società.

4/11/02 Antonio Mucci

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VARIAZIONI DI POETANDO A RIGHE

Pensieri che creano pensieri

Parole che creano parole

Attimi contro attimi

Immagini verso riflessi

Sentieri senza guida

Da seguire d’obbligo

La mente in un corpo

Con il tempo e qualcosa a mutare

Nell’indicibile stato d’essere sociale

Come apparire e come scomparire

Nelle comunicazioni e nei comportamenti

Restando quasi telegrafo senza fili

Passo e chiudo per aprire

Di nuovo da povero illuso

Le idee stanno diventando carne

Quasi mangerei del cervello nel sopruso

D’essere animale per divorare

Un fegato da solitudine

Penso a fette quali sottilette

Siamo gettoni da macchine

Del gioco dei video

Cerchiamo tutti l’impossibile

E non contenti invidiamo

I tesori nascosti degli altri

Sempre pronti a trovare

Non si arriva mai

Al compiuto semplice di un bacio

Dato senza quel morbo che rode anche l’animo

Il tutto ci rende poveri diavoli

Al servizio di altre entità

Con una identità spezzata

Quando potere crea i dogmi dell’assoluto

Antonio Cilli

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L’angolo della post@

(prime impressioni con la mente ancora a firenze) HO VISTO CHE UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE Ho visto che può esistere un mondo dove la libertà dell'individuo non è legata alla capacità di fare profitto, ma che significa che TUTTI contribuiscono secondo le proprie possibilità per consentire a TUTTI di avere secondo le proprie necessità. Abbiamo contribuito economicamente al Forum con i 10 Euro del Pass; chi non li aveva, poteva lasciare una sottoscrizione libera ed ascoltare così i seminari. Abbiamo mangiato e bevuto a prezzi popolari in Piazza S. Annunziata dai Cobas, e per le persone che non avevano soldi ci hanno pensato gli spagnoli di "Dinero Gratis" che in maniera scientifica hanno espropriato cibo/vino ad una grande supermercato e ristorato 400 persone. Abbiamo dormito ovunque, e nelle strutture riscaldate ci siamo ammucchiati per dare la possibilità a chi veniva di trovare un piccolo spazio per il sacco a pelo. Ognuno si arrangiava come poteva, tutti contribuivano alle collete, se ad una ragazzo/a per strada chiedevi un sorso di vino dalla sua bottiglia ricevevi il vino+un sorriso. Abbiamo parlato con persone di tutte le nazioni, e quando non sapevamo l'inglese ci capivamo a gesti (c'ho messo 1 ora ma alla fine ho siegato il problema del Terzo Traforo ad un tedesco, ed eravamo pure un po brilli!). Ci capivamo perchè consapevoli che la nostra patria è il mondo intero. Abbiamo partecipato liberi in una stupenda manifestazione; non eravamo poliziotti che controllavano chi poteva rompere una vetrina, ma tutti eravamo consapevoli che quella manifestazione era importante e un vetro rotto non potrà impedire mai ad una multinazionale di sfruttareo a Bush di attaccare l'Irak. Quando un ragazzo in preda ad esaltazione ha rotto una vetrina di un commerciante a 200 metri dallo Stadio ha ricevuto subito dopo un paio di calci è stato accerchiato da un gruppo di anarchici che lo hanno allontanato. Forse se facevamo qualche metro ed uscivamo da quello che era il Social Forum, trovavamo una Firenze con i senza casa, con le colline violentate dal TAV, con i lavoratori sfruttati e precarizzati, ma un mondo diverso non si costruisce in pochi giorni non lo cambiano Agnoletto, Casarini, Palladini ecc..ma forse se continuiamo così, tutti insieme, un giorno sarà possibile. .............lotta

EZIO

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PROVERBI E MODI DI DIRE di Simone Paolini

Faccia tosct'

e lu monn'

è nosctre !

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VENTI DI GUERRA , SPIRITO DI PACE.

Mentre i riflettori dei media di tutto il mondo sono puntati, freneticamente, sulla probabile guerra all’Iraq, dell’ex alleato americano e “principe del terrore”, il dittatore Saddam Hussein, e vogliono convincerci, con un propaganda ossessiva, della pericolosità che incomberebbe sull’umanità lasciando in vita il regime iracheno, in un tranquillo paesino abruzzese, Collecorvino, alcune donne e uomini cercano di interrogarsi, pacatamente, sulla nonviolenza e sulla pace. L’ iniziativa è promossa dall’associazione Laboratorio Civico di Collecorvino costituitasi alcuni mesi fa, con il chiaro intento di realizzare un progetto sociale che mette al centro della propria attenzione la persona umana. Tra le tante iniziative che l’associazione sta realizzando, c’è quella della Scuola della pace che prevede una serie di conferenze, la prima delle quali sulla nonviolenza, tenutasi venerdì 11 ottobre scorso alle ore 21, presso la sala consiliare del comune di Collecorvino. Nonostante l’ora tarda , i partecipanti sono stati numerosi e hanno, praticamente, riempito la sala, dando vita, anche ad un interessante dibattito. Dopo una breve introduzione sull’iniziativa, i coordinatori hanno presentato il relatore della serata Luciano Benini. Benini, marchigiano di Fano, è un fisico ambientale e segretario nazionale del MIR ( movimento internazionale della riconciliazione ). L’autorevole relatore, nonostante la vastità dell’argomento che non permette di essere esaustivi, ha impostato il suo intervento dividendolo in tre parti. La prima parte del suo escursus storico inizia dalla genesi e termina con la svolta costantiniana, passando attraverso la “pedagogia di Dio”nell’antico testamento e raggiungendo il suo punto più alto con il vangelo, autentica magna carta della nonviolenza; e continua, con le prime comunità apostoliche, fino al martirio di Massimiliano di Numidia, processato e messo a morte per essersi rifiutato di prestare servizio militare nell’esercito imperiale romano. La seconda parte della storia della nonviolenza, inizia con la normalizzazione voluta dall’imperatore Costantini, che metteva fine a due secoli di terribili persecuzioni dei cristiani e termina all’inizio del diciannovesimo secolo. Un arco di tempo che il relatore non esita a definire buio, dove assistiamo, con le crociate, al completo ribaltamento dell’insegnamento cristiano. Per fortuna, ci sono due significative eccezioni: Francesco d’Assisi e il movimento dei Quaccheri. La terza e ultima fase inizia con la conversione del conte russo L. Tolstoj e continua con la grande testimonianza di due autentici giganti della nonviolenza che sono l’avvocato indù M.K. Gandhi e il pastore battista americano M.L.King. Accanto a questi tre grandi maestri, Benini affianca gli italiani A. Capitini e don L.Milani e, soprattutto, sottolinea il grande evento epocale del Concilio Vaticano II. Durante il Concilio, la Chiesa Cattolica, dopo sedici lunghi secoli, divulga due importanti documenti: la “ Pacem in terris “e la “ Gaudium et spes “, con cui si inizia, parzialmente, ad affrontare il tema della nonviolenza. Anche nell’attuale magistero papale non mancato continui riferimenti alla forza della nonviolenza. A questo punto il relatore affronta i tantissimi ambiti di applicazione della nonviolenza, che non va confusa con la sola rinuncia all’uso della violenza, e riguardano la possibilità di costruire una società più giusta e solidale, di prevenire e di risolvere, pacificamente, i conflitti esistenti, altrimenti destinati ad incancrenirsi. Ma prima dell’impegno all’esterno, la nonviolenza è un lavoro su di sé e di progressiva e radicale trasformazione della propria vita; una conversione esistenziale quindi, e non una moda come qualcuno, malignamente, insinua. In ultimo, la relazione si è soffermata sugli eventi successivi alla caduta del muro di Berlino e sulle lotte dei movimenti popolari nei paesi dell’est, “arruolandoli”, un po’ forzosamente, tra gli esempi di lotta nonviolenta; e sulle responsabilità delle potenze occidentali che hanno preferito e incentivato la guerra civile nei vicini balcani, anziché appoggiare i movimenti pacifisti, come quello del leader kosovaro I. Rugova. E ora, vorrei fare due brevi considerazioni : la prima riguarda l’assenza del Buddismo nella, pur bella, relazione di Benini. Non è una dimenticanza irrilevante, in quanto la predicazione di Budda precede quella di Cristo di cinque secoli e poi, il buddismo è una religione che conta mezzo miliardo di seguaci nel mondo. La seconda considerazione che vorrei fare, dal punto di vista della nonviolenza, è una valutazione del papato wojtylano, un pò diversa da quella fatta dal relatore. Pur riconoscendo a questo papa alcune dichiarazioni coraggiose, per altro mai seguite da altrettanti fatti concreti, ritengo che, in questo lungo pontificato, abbiano prevalso le componenti più reazionarie della curia romana, imponendo di fatto una violenta politica di restaurazione, che ha vanificato, quasi del tutto, le speranze che papa Roncalli, con il concilio, aveva suscitato. Più articolato e complesso è invece, il rapporto tra il mondo cattolico, con le sue varie componenti, e la nonviolenza. La storia della nonviolenza non è fatta solo dai grandi maestri e dalle manifestazioni pubbliche, ma soprattutto da tante persone semplici e sconosciute di buona volontà che si sforzano, quotidianamente, di realizzare una sana, giocosa e pacifica convivenza con tutti gli esseri umani e, quando occorre, non si sottraggono a dare testimonianze esemplari, come quella di Francesco Jagertatter. Questo contadino austriaco fu barbaramente ghigliottinato dai nazisti nel 1944 per essersi rifiutato, caparbiamente ,di entrare nell’esercito tedesco. “ Dulcis in fundo “, la conferenza ha avuto un piacevole epilogo con un gustoso rinfresco, a base di prodotti del commercio equo e solidale, offerto, gentilmente, dall’associazione Laboratorio Civico.

Michele Meomartino

Il prossimo incontro si terrà Martedì 4.12. 2002 ore 21 Scuola elementare Villa Barberi di Collecorino Interverrà Miriam Giovananza direttrice del mensile “ Altraeconomia “ Sul tema: Informazione specchio della democrazia

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In pellegrinaggio sulla Majella

Qui, al di sopra degli ombrosi faggeti, prende inizio l’alta Majella. Dal buio raccolto di frondose cattedrali, movendo verso il limitar dei fusti colonnari mi lascio condurre dalla luce crescente. La via a salire è per l’odoroso fogliame che decresce, e brucia nella luce, e libera l’illuminazione. Così, mentre sugli steli che infiammano han preso a danzare amabili vapori d’incenso, sempre più raggi affascinati scendono obliqui sui prossimi passi e suggeriscono sentieri che mirano agli astri. Per qualcuno la meta è il sole… A me, quanto al curioso viaggiatore che cerca con l’occhio e procede a piedi alla ripida ascesa, presto il cammino s’arresta e lo sguardo nudo s’acceca, si corruga e si prostra al principiare della luminosità violenta. Ma la percezione di disagio è assai breve. La trepida suggestione iniziale si scioglie in un dolce tepore diffuso, che nasce dai raggi tiepidi e irradia l’anima. È allora che mi scopro piacevolmente disorientato da un vago desiderio di voluttà che intimamente mi coinvolge e mi rende partecipe dell’armonia delle cose. Sicché, volontario naufrago dei moti emotivi, tutto mi conduce a credere che qui, nell’estatico delirio, esista una luminosità originale, remota ed al contempo nuova, per la quale si direbbe chiara ogni cosa d’un proprio intimo ed iridescente albeggiare. Quassù nasce in cuore un canto che scioglie ogni sete: un rivolo silenzioso sgorga tra i massi da insondabili profondità e riga i volti di pietra di copiose lacrime. Sento che la meta è ormai prossima. Mentre m’inerpico oltre le aspre creste, le erte vette ed i picchi acuti, ritrovo passi di una familiarità antica sconcertante, ma di cui m’è impossibile ogni ricordo. Forse, lo spirito leggero di certi sognatori, che sulla terra necessita e reclama dimensioni sempre più vaste, ha patria proprio nella sommità di questi luoghi. La vastità del cielo domina su tutto. Oltre la sua lente di quarzo turchese, lo spazio si dilata senza misura. Il tempio è il cielo e le sue volte d’acquamarina venata ed i suoi di cirri perlati custodiscono un’immagine dell’immortale Bellezza.

MARTINO

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Parliamo di calcio

naturalmente, ma non solo. Attraverso lo sport ci riallacciamo all’eterno confitto tra cattolici e protestanti nella parte alta della Gran Bretagna. Il derby di Glasgow, in Scozia, è uno dei più caldi e belli del mondo. Unico per le implicazioni politiche, religiose e calcistiche, che fanno in modo che non sia una partita qualunque. Bisogna fare un salto di 1600 anni e risalire alla tradizione cattolica irlandese (l'Irlanda fu convertita nel 432 a.C.). L'Irlanda fu ridotta ad uno stato di semischiavitù. E' del 1690 l'affermazione dei protestanti nell'attuale Ulster. Molti irlandesi andarono in esilio e circa quattrocentomila ripararono a Glasgow, innestandosi nel tessuto sociale cattolico. Ecco nascere la marcata divisione religiosa della città in protestanti e cattolica. Nel 1887 ad opera di padre Walfrid nasceva il Celtic Football and Athletic Club, per aiutare i poveri cattolici in condizione di miseria e la scelta del biancoverde e il quadrifoglio richiamava la terra d'origine, l'Irlanda. I Rangers, invece, l’altra squadra della città, hanno una tradizione calcistica più radicata, la fondazione è datata 1872 (i quadri dirigenziali dell'epoca erano accesi anticattolici "orangisti") e manifestava la sua britannicità, sancita dai colori biancorossoblù della Union Jack. Differente e poco sfumata anche la concezione di gestire il club: manageriale quella dei Rangers, più familiare l'amministrazione del Celtic. Questo odio nonostante periodi di calma apparente non è mai cessato. Rangers-Celtic è diventata la rappresentazione di questa conflitto, che esprime uno spaccato sociale senza precedenti nella storia del calcio. Le tifoserie iniziarono a portare allo stadio vessilli politici: i tifosi del Celtic intonano canti dei movimenti nazionalisti, come l'IRA (l'Irish Republican Army), mentre i blues rispondono con "Boyne water", inno che celebra la vittoria di Guglielmo d'Orange sui cattolici. I supporters dei Rangers hanno un atteggiamento più aggressivo e in virtù di questa fama si sono guadagnati il soprannome di "the huns" (gli unni), prendendo posto nella "Copland Road End", la gradinata più esagitata dell'Ibrox Park (lo stadio dove giocano i Rangers) Per motivi politici entrarono in contatto con i tifosi del Chelsea.(squadra londinese). Quelli del Celtic sono appellati "tims" e sono meno inclini alle pratiche hooligans. Amicizie con il Clitonville di Belfast. La connotazione religiosa con il tempo è comunque sfumata e sono stati allacciati rapporti persino con gli hooligans dell'Hibernian di Edimburgo. Si è formata tuttavia anche una componente più violenta, i Celtic Casuals, sullo stile inglese. Gli episodi di violenza sono stati innumerevoli (nella scorsa stagione un tifoso biancoverde è stato ucciso da una sassata di un blues). I segnali distensivi si moltiplicano, come quando ai Rangers di Souness approdò il primo giocatore cattolico nella storia del club, Maurice "Mo" Johnston. Nell'ultimo decennio molte cose sono cambiate, il clima è più sereno ed è il tifo a regnare incontrastato, caldissmo, struggente, travolgente. Un atmosfera unica e affascinante, un miscuglio cromatico da restare ad occhi aperti. La tradizionale maglia a bande orizzontali del Celtic, contro quella dei blues. Sono state abbandonati alcuni capisaldi nella tradizione dei Rangers, quando la fascia di capitano è stata affidata ad Amoruso, primo cattolico ad indossarla. Però i blues non hanno aderito alla campagna contro i pregiudizi razziali e religiosi promossa dal Celtic, a dimostrazione che la rivalità è tutt'oggi ben radicata. Il derby si chiama "OLD FIRM", cioè vecchia fabbrica, uno dei più vecchi della terra. Il primo risale al 1888 e si concluse con il successo dei greenwhites (bianco verdi, i colori del Celtic), costituendo una rivincita per tutta la comunità cattolica. I Rangers si trasferirono ad Ibrox, malfamato quartiere della capitale. Cifre numeriche da capogiro: nel gennaio del 1939 fu stabilito il record di presenze per una partita di club in Gran Bretagna, infatti nell'occasione furono 118.670 gli spettatori che assieparono l'Ibrox Park. Mentre è di 92.000 il record del Celtic Park. Nel 1966 fu coperta la "Jungle", come viene chiamata la gradinata, covo dei tifosi biancoverdi più accesi. Il nome giungla fu determinato dal fatto che questo settore dava l'idea di una enorme massa verde in perenne movimento. La gradinata est offriva però una visuale migliore rispetto alla jungle, ma poiché denominata "Rangers terrace", i tifosi del Celtic si rifiutarono di adottarla come loro settore. Un altro record, stavolta triste, fu relativo al derby del gennaio 1971, quando 66 tifosi morirono a causa dello sfondamento delle barriere anti-invasione da parte dei tifosi dei Rangers che rientrarono nello stadio al gol del pareggio a tempo scaduto. Nel 1980 altro episodio grave, quando i supporters del Celtic vinsero la Coppa di Scozia ad Hampden Park, stadio della nazionale, entrando in campo, ma i blues interpretarono il gesto come provocatorio. La storia dell"old firm" è sempre stata caratterizzata da risse e quando non sono stati protagonisti i tifosi, lo sono stati i giocatori. In un derby del 1980, infatti, la magistratura indagò su una zuffa al pub tra calciatori del Celtic e dei Rangers. La sfida dell'old firm, oltre a rinnovarsi in campionato e in coppa, si disputa a "distanza" quando le squadre sono impegnate nelle coppe europee. Nel 1967 il Celtic vinse la Coppa dei Campioni (prima squadra britannica), ricorrenza celebrata ogni 10 anni, e i Rangers nel 1972 conquistarono la finale di Coppa delle Coppe. In questa occasine, a causa delle intemperanze dei tifosi, i Rangers furono squalificati, prima interdizione di un club dalle coppe europee. Celtic, Rangers e i suoi idoli. Lo svedese "rasta" Erik Larsson è quello più acclamato dai tifosi biancoverdi. Per i blues hanno sfondato anche gli italiani, come Negri, capocannoniere due stagioni fa, Gattuso con la sua grinta indomabile. Il divario in termini di vittorie è evidente. Negli ultimi dieci anni, in un colpo d'occhio, il Rangers ha conquistato nove titoli su dieci e quattro coppe nazionali. Il Celtic ha vinto un solo scudetto, nel '97-'98, una coppa nazionale e una coppa di Lega. Il derby di Glasgow è una partita che essendosi disputata in tre secoli diversi della nostra storia, ha un tale radicamento nel tessuto sociale della città da avere la capacità di modificare la personalità di coloro che ne vengono coinvolti e da far respirare un'atmosfera magica e surreale. Nel calcio-business moderno è stato difficile mantenere inalterate le tradizioni che caratterizzano l'old firm, ma questa conservazione e l'eliminazione di alcune intollerabili discriminazioni, hanno fatto in modo che il contorno non sia una semplice partita di calcio. Un derby davvero storico, che invitiamo ad andare a vedere almeno una volta nella vita, perché è un'esperienza sconvolgente, dove il tifo e i tifosi sono assoluti protagonisti.

LINO74

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I motivi della mia indignazione

Credo nel pluralismo, credo nello scambio di opinioni, credo nella democrazia ma, un giornale deliberatamente dichiarato sovversivo, non pu nei suoi contenuti ospitare articoli come quello pubblicato in terza pagina, (n?19) perchè credo nella coerenza. L’ autore di quel testo, (mi riferisco a lui), suggeriva al giovane e pi temerario militante, una diecina di consigli da tener vivi nella memoria in momenti di vulnerabilit ideologica. I primi cinque li ho trovati quasi inopinabili, ma continuando a leggere ho avuto un sentore di eccessivo buonismo. Caro compagno, io mi sento comunista, avverto di riconoscermi nella politica della solidariet, ma non penso che l’uomo di sinistra sia un pio missionario che elargisce a iosa bene e amore; cos come non penso che si debba fare della morale cristiana il totem dell’ideologia di sinistra. Ma soprattutto non tollero termini di paragone fra militanti e persone come Ges o Gandhi che, saranno stati indubbiamente due rarissimi personaggi storici con encomiabili trascorsi, ma erano missionari! Io, come penso la maggior parte, non posso amare liberatoriamente: ho rispetto per i compagni, per gli amici, per ogni forma di civile conversazione ma, agli estremi di questo ragionamento, esistono sempre ostilit e attriti. Io non poso amare i miei nemici. Posso, perch rientra nel pieno esercizio delle mie facolt, scontrarmi con loro affinch comprendano il messaggio che vogliamo comunicare. Ma l’amore e la mitezza di spirito, non sempre sono delle buone carte da giocare. La lotta molto spesso necessaria per guadagnare la pace. Un’ altra cosa. Tutti quei tuoi espliciti rimandi alla preghiera, a Ges, a Dio, non possono coesistere con le impostazioni culturali di un militante di sinistra. Tu saprai, che alla radice di tutta la dialettica di sinistra, esiste il concetto di materialismo, fortemente contrastante con l’insegnamento cristiano, secondo il quale, l’individuo propende naturalmente verso se stesso in una prima fase e, successivamente si abbandona, sacrificando il proprio contingente carattere particolare e soggettivo, a favore di quello universale di valore assolutamente fisico e sostanziale. Così in sintesi, il rapporto religioso, inteso come rapporto sostanziale, si concretizza attraverso i gradi dell’ autocoscienza. ? l’autocoscienza, lo strumento che rappresenta il tramite tra me, in quanto ente presente quindi fisico e me, in quanto ente cosciente e pensante quindi spirituale,che ne permette la mediazione conciliatrice tra le parti. ? questo, e soltanto questo l’atto religioso della “preghiera” utilizzato dal vero militante di sinistra. Non dimentichiamo, inoltre che credere in Dio, implica responsabilmente, convivere la falsit dell’istituzione che lo rappresenta; e che strumentalizza, e che specula e in fatto di gerarchie sociali e iniquità varie la prima paradossalmente a incentivarle. Per concludere. Il mio non un approccio estremo alle tematiche di sinistra, la volontà di seguire con coerenza e oggettivit, gli obbiettivi che io stesso mi sono prefissato nel momento in cui ho maturato l’adesione ad una serie di principi. La lettura in chiave personale di essi, non può far altro che scaturire diversità e attriti che, nel seno del movimento giacciono molto a lungo e nuocciono ad esso fino a che non vengono allontanati. Credo che sia l’unità a tardare e ad essere restia al movimento. La lotta si fa insieme senza simboli ne potere. Attendo risposta.

Antonio

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