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IL SALE - N.°124

 

 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 11    numero 124 – Dicembre 2011

 

 

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 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                        di Antonio Mucci

 

 

                                                        di Marco Tabellione

 

 

                                                        di Franceso (Vitelli)

           

 

                                                        di Luciano Martocchia

 

 

                                                        presentato da Mario Boyer

 

 

                                                        presentato da Stefano D’Andrea, Massimo De Santi, Leonardo Mazzei ...

 

                                                        di Lucio Garofalo

 

 

                                                       di José Reinaldo Carvalho

 

                                                        di Busselen Tony e Bert De Belder

 

 

                                                        di Rosalina Piergiovanni

               

 

                                                        de “Il Sale”

 

 



 

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EDITORIALE

 

riprendendo la raccolta firme ed il volantino allegato:

 

Pare sempre più avverarsi l'annunciato trasferimento della Biblioteca “F. Di Giampaolo” da Viale Regina Margherita n°6 alla probabile destinazione in Via Tiburtina Valeria, una zona che, oltre ad essere già dotata di altre due biblioteche di quartiere chiuse al pubblico, si trova ad un chilometro circa dall'università ed a poche centinaia di metri dalla probabile futura sede della biblioteca provinciale, nei pressi del Media Museum.

Nel centro cittadino verrebbe a mancare una biblioteca pubblica, che svolge da quasi un ventennio (cinquanta anni, considerando anche la precedente sede in via Fiume) un servizio culturale e di aggregazione sociale indispensabile per tutta la collettività.

Siamo preoccupati anche noi perchè, qualora non venisse rimpiazzata al più presto, rischierebbe di lasciare un vuoto enorme e completerebbe il processo di trasformazione in atto della piazza principale della città in un luogo adibito esclusivamente al commercio e privo di spazi pubblici e gratuiti.

Bisognerebbe moltiplicare gli spazi sociali e culturali, gratuiti ed aperti a tutti e non sottrarli.  Anche e soprattutto nel cuore della città, laddove oltre ogni luogo comune, più forte ne appare la carenza.

Essere preoccupati non vuol dire essere contrari all'apertura di una nuova biblioteca in un altro quartiere, perchè aprire una biblioteca è in sé un atto positivo che arricchisce tutta la città. Siamo dunque contenti della prossima nuova apertura, ma questo non ci esime dalla responsabilità di capire il perchè della chiusura e di questo trasloco in zona già dotata di altre strutture.

Trasloco per il quale la cittadinanza non è stata resa partecipe.

Si parla di sfratto, dopo anni di affitto stellare di un immobile fatiscente, ora, ci strattano pure?

Io se avessi pagato tutti quei soldi per un affitto avrei come minimo obbligato il proprietario a sostenere le spese necessarie all'adeguamento di vivibilità dell'immobile.

Questo per il privato pare la regola, nel pubblico invece si preferisce sperperare soldi senza obbligare la controparte alle spese minime di ristrutturazione. Tanto chi paga sono sempre gli stessi (la popolazione) e chi riceve i soldi, nella vecchia come nella nuova probabile sede pure (è sempre un ricco).

La popolazione deve riappropriarsi il diritto di scegliere-di decidere-di agire, sulla biblioteca così come su tutte le altre cose, di interesse pubblico e privato.

Perchè l'interesse se non è di tutti è solo di qualcuno.

Ora crediamo dunque si debba agire con coscienza, per fare davvero l'interesse comune della cittadinanza, non pensando solamente a ciò che si apre di nuovo, ma pensando anche a quello che si lascia e a come lo si lascia ...e perché.

Ed ecco il paradosso:

Il “pubblico” non difende gli spazi pubblici, ne chiude di vecchi e chiude da anni i rubinetti di sovvenzioni finanziarie che li sostengono mentre allo stesso tempo stringe accordi per aprire una sede ex novo ed occupa un immobile ancora una volta di un privato, con altre spese, non riuscendo a trovare una destinazione di immobile pubblico.

...intanto alla popolazione arriverà una sede nuova di zecca, in una destinazione non-luogo creata ad hoc come distretto di uffici, su non richiesta.

 

IL SALE

 

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La lotta della Strada Parco

 

UNA RIFLESSIONE “CON IL SENNO DEL POI!”

 

 

            Questa mia riflessione è indirizzata a tutti gli amici che hanno bloccato i lavori del cantiere sulla Strada Parco, il 27 settembre 2010, per protestare contro il passaggio del filobus. Mi propongo di dimostrare che potevamo rimanere assieme, come Coordinamento, conservando  le nostre differenze politiche. Per fare questo dovevamo applicare la Democrazia Diretta nelle Assemblee. Ci si può riprovare adesso, fra chi vuole, sempre in tempo, anche se con obiettivi leggermente diversi, cioè più cittadini che del quartiere.

            Assieme con le nostre differenze. Le assemblee devono portare avanti tutte le ipotesi e tutti i pensieri. Si poteva convivere tra le tre linee politiche principali venute fuori dalle nostre assemblee, cioè quella che puntava alla protesta nel Consiglio Comunale e Regionale, quella che puntava alla protesta per vie legali (ricorso al  T.A.R. – Esposto alla Magistratura ecc.) e quella al di fuori delle istituzioni, a livello di base e con l’Autogestione. La democrazia diretta permette la convivenza tra le varie linee perché queste si sommano in funzione della finalità. In questo caso le differenze diventano un valore. Una cosa la capisco io, l’altra tu; una volta il mio pensiero ed un’altra il tuo; ecc. ecc. Quando ci sono l’altruismo ed il disinteresse - insieme alle regole - l’intelligenza e la ragione si esprimono al meglio e stabiliscono un clima di fraternità ed uno spirito collettivo indispensabile al raggiungimento del fine. Il “refrattario” può essere guadagnato da questo spirito ed assimilato oppure emarginato. Dipenderà dalla sua scelta. Però in questo caso diventa un problema suo e non del collettivo.

            Quando nelle assemblee non si applica la democrazia diretta succede il contrario: le varie ipotesi invece di sommarsi  si escludono e si combattono reciprocamente fino a rimanere la vincitrice che, però, nel corso della lotta fratricida, è rimasta sola isolata indebolita. A questo punto la lotta si spegne come una candela, finisce tutto e ritorna il buio.

 Durante una Assemblea proposi di votare le varie proposte che si andavano facendo, un amico mi rispose che non era possibile perché le persone presenti variavano in continuazione. Aveva ragione, però solo in parte perché le regole della Democrazia assembleare permettono di risolvere casi simili, già verificatisi nel passato, introducendo una semplice regola che stabilisce il diritto di voto soltanto per le persone presenti alle ultime tre assemblee. Naturalmente il diritto di parola è per tutti. Però lo svolgimento caotico non mi dette nemmeno la possibilità di precisare queste poche cose.

            Nelle assemblee bisognava permettere di parlare a tutti, almeno una volta. Non era possibile perchè c’era chi parlava 10 volte e chi non parlava mai; chi parlava mezz’ora e chi due minuti; chi veniva interrotto in continuazione, con un sovrapporsi di discorsi vari; tutte le proposte dovevano essere raccolte e discusse; non esiste la proposta più importante e quella meno perché l’importanza è relativa. Si cominciò abbastanza bene nei primi giorni con  lo stabilire i punti all’ordine del giorno. All’inizio si rispettarono solo a metà, e successivamente non vennero presi più in considerazione. Le assemblee sono andate degenerando perché si creavano volontà prepotenti, a cui non interessavano le ipotesi degli altri ma soltanto l’affermazione della propria. Il tutto a fin di bene, in buona fede. Ma il risultato è stato distruttivo. Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, si dice.

            La democrazia diretta da questa esperienza non ne è uscita sconfitta, anzi vincente, ancora in piedi perché le assemblee caotiche ed antidemocratiche hanno portato al non raggiungimento dell’obiettivo, cioè  vietare il passaggio del filobus e, la cosa peggiore, alla disgregazione del gruppo che, in questo modo, non ha potuto evolvere, né imparare da questa esperienza e mantenersi come Coordinamento nel bene della lotta nel quartiere e nella città. Peccato! Secondo me questa è stata la vera sconfitta, non tanto il passaggio del filobus che, forse, non si poteva impedire. L’opinione pubblica del quartiere era tutta contraria però, per impedirne il passaggio, era necessaria un’azione di forza che la  popolazione in quel momento non si è sentita di sferrare.

Bisognava aspettare e costruire questo spirito con l’attività fra la gente e non soltanto verso le istituzioni.

L’attore Massimo Troisi diceva ricominciamo da tre e non da zero. Così è il caso nostro: mettiamo a frutto le riflessioni, le conclusioni, le osservazioni che ognuno di noi sicuramente ha tratto da questa esperienza e scambiamocele. Ci vorrebbe una Assemblea di bilancio e prospettiva tra tutti i partecipanti. 

Teniamo presente che il passaggio del filobus rappresenterà la vittoria della forza e non della ragione perché è stato imposto con la prepotenza, senza tenere conto delle tantissime proteste degli abitanti del quartiere e di tantissimi altri Pescaresi che hanno solidarizzato. Il nervosismo del sindaco Masci quando inaugurava il 19 novembre 2011 a P.zza Salotto il nuovo filobus, un vero mostro, derivava dal fatto di

 

 

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 sentire che stava facendo un’opera impopolare. Il mostro distruggerà la bella Strada Parco, costruita con tanti  mattoni umani invisibili, tanto da diventare un’opera umanitaria, visibile soltanto a chi ha sensibilità interiore. Un esempio che rimarrà nella Storia dei Pescaresi. Gli sforzi nostri e di tutti i cittadini simpatizzanti non sono stati inutili e lasceranno un buon ricordo.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire, ed è vero perché dobbiamo tenere presente che quando il mostro comincerà a circolare, ci sarà una specie di elettroshòck fra gli abitanti che allora si renderanno conto concretamente di ciò che perderanno. Si potranno sempre fare i blocchi stradali mobili e rendere difficoltoso ed impossibile il traffico del filobus, come gesto di rifiuto. Sarà più semplice del blocco del cantiere che richiedeva una permanenza stabile e prolungata, 24 ore su 24.

Io penso che fin da oggi si potrebbe riprendere il contatto con la popolazione del quartiere facendo un piccolo giornale intitolato Strada Parco o quello che si vuole, in cui si parla del quartiere,  della città  e del mondo. Si può diffondere lungo la strada, nei locali e nelle case. E’ un buon mezzo per riallacciare i contatti con la gente in attesa di momenti di tensione e di lotta che sicuramente si ripresenteranno. Attraverso il giornale ed il contatto con la gente si possono conoscere meglio i problemi. 

Nello stesso tempo non ci si può fossilizzare nel quartiere. Il cittadino della Strada Parco di oggi non ha soltanto questo  problema ma anche tantissimi altri derivanti dalla crisi economica-finanziaria-sociale e politica che si sta abbattendo sulla nostra città con effetti disastrosi. Di conseguenza il problema del passaggio del filobus va inquadrato in questa situazione. Adesso non c’è mobilitazione nel quartiere per cui la lotta per la Strada Parco è secondaria mentre è più importante una protesta ed una lotta a livello cittadino, obiettivi di cui si sentono la mancanza ed un grosso bisogno.  Tutti i mali della città si dilatano: crescono i senza tetto, la povertà, la disoccupazione, la cementificazione, l’inquinamento, lo sperpero e l’immoralità della classe politica.

Stiamo cercando di costruire un Gruppo di Indignati pescaresi con l’obiettivo di unire tutte le varie associazioni, comitati e coordinamenti vari. Non c’è  un’opposizione vera al Consiglio Comunale. Di fatto siamo tutti noi. Però totalmente scoordinati in quanto ognuno interviene per conto suo, su singoli problemi particolari, mentre è indispensabile un nostro Coordinamento per intervenire  anche sugli indirizzi generali della gestione politica della città. Sinistra e Destra sono tutte e due uguali, visto che ognuno difende i propri interessi di gruppo partitico-economico, unite nello sfruttamento del  resto della popolazione.  Ci vuole un Coordinamento cittadino che difende gli interessi umanitari di tutti i Pescaresi, che rigetti la logica della difesa prioritaria del profitto dei potentati locali, che si disinteressi delle beghe partitiche, che favorisca la partecipazione ed autorganizzazione dal basso dei cittadini. Questi sono i motivi per cui vogliamo autorganizzarci e le finalità per cui vogliamo lottare. Un Coordinamemto che pensa ed agisce a 360 gradi. Tutto vivo! Invitiamo tutti a partecipare.  

L’indignazione è una reazione emotiva che riguarda i sentimenti della persona e non le idee. Si possono avere idee di Destra o di Sinistra ed andare d’accordo lo stesso, come è successo tra i giovani Indignati spagnoli. Ciò che è importante è essere onesti seri altruisti, cioè il comportamento morale, l’etica. L’indignazione è una reazione di fronte all’immoralità dilagante di tutta la classe politica. Ristabilisce il primato dei sentimenti e della morale sulle idee e sull’economia. Si può avere qualsiasi tipo di idea, però se si è immorali si sviluppa un’etica ed un regime corrotto. Stesso discorso per il ricco e per il povero. La differenza economica non fa di per sé la morale. Si può essere immorali sia se ricchi che poveri. Il movimento degli Indignati ha rimesso al primo posto la dignità e la moralità della persona, al di fuori ed al di sopra dei partiti, dei sindacati e delle istituzioni. E’ un ottimo esempio da cui imparare. Naturalmente sempre mantenendo il rispetto verso coloro che seguitano a crederci.

Le mie proposte puntano a soluzioni per il medio e lungo termine. Nell’immediato possiamo solo protestare, come abbiamo fatto durante la lotta per la difesa della Strada Parco, però senza ottenere nessun risultato concreto perché ì rapporti di forza con il potere sono attualmente a nostro svantaggio. Per cui, invece di perdere tempo ed energie con la protesta, possiamo dedicare le nostre forze a costruire la partecipazione e l’Autogestione dei cittadini nel quartiere ed in tutta la città. E’ una lotta lunga, ci vuole pazienza. Questo tipo di attività di base non da risultati immediati, ci vuole tempo, però crea una nuova coscienza sociale nella gente, le fa trovare la forza in se stessa, senza dipendere né farsi influire dai politicanti. La coscienza è l’elemento decisivo che può ri-umanizzare il quartiere e la città.

Concludo dicendo che la mia è una semplice proposta personale di cui si può fare sicuramente a meno ma della democrazia diretta no. Possiamo prenderci un caffè assieme oppure una pizza e seguitarne a parlare a voce. Sarà un piacere per il solo fatto di rivederci. Anche se non  concluderemo niente, certamente saremo più amici di prima, il che è un grosso passo avanti. Un abbraccio a tutti,

                                                                                                                                                  Antonio Mucci

 

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Oltre le regole

di Marco Tabellione

 

 

     C’è bisogno di regole. Quante volte l’abbiamo sentito dire. Ma è davvero così? Come mai ogni volta che si mette in discussione la regolazione a tutti i livelli, individuale, sociale, politico, economico, si finisce per sollevare un vespaio senza fine? Naturalmente non è in discussione la regola in sé, dal momento che senza regole non si potrebbe superare neanche un giorno di vita. Ciò che è in discussione non sono le regole con cui ci autodiscipliniamo, ma quelle che ci vengono imposte dall’esterno. In effetti, anche se può sembrare assurdo, in realtà solo la regola interiorizzata, quella che consente una compartecipazione, che poi vuol dire partecipazione alla natura e al significato della legge, solo quel tipo di regola può garantire una reale obbedienza. Poiché è l’obbedienza che viene dal cuore, l’obbedienza voluta. E’ un tipo di accettazione che ci fa dire: “Ubbidisco alla legge non perché mi viene ordinato, ma perché io stesso la ritengo giusta”.

     E veniamo al punto cruciale: non esistono più uomini che agiscono secondo principi, uomini in grado di pronunciare frasi come quella appena citata. Interiorizzare una legge vuol dire innanzitutto comprenderla e dunque assumere verso di essa un atteggiamento etico, di principio appunto. L’etica implica l’essere in quanto tale, ciò che noi siamo nella nostra profondità e che influenza in buona parte ogni nostro comportamento. Interiorizzare una legge o una regola vuol dire dunque, alla fine, essere in grado di trasformarla in un modo di essere. Risulterebbe così oltremodo superata anche l’esigenza di ricorrere al sistema dei premi e delle punizioni. Si tornerebbe cioè ad agire per l’azione in sé, non per uno scopo che la trascende come la paura di una punizione, o la speranza di una ricompensa. E si tornerebbe a dare un senso autentico al nostro agire, a comprenderne le ragioni più profonde. Solo che per ottenere questa svolta etica occorrerebbe un rivolgimento di prospettiva, paragonabile alla rivoluzione copernicana.

     Occorrerebbe una così radicale rivoluzione delle ottiche e dei punti di vista della nostra società, tale da fare impallidire la rivoluzione industriale e tutte le altre grandi trasformazioni della modernità. Ma l’ampiezza della rivoluzione da compiere non può essere un pretesto per lasciare le cose come stanno. Va da sé che un individuo simile, in grado cioè di compiere questo rivolgimento incredibile, non avrebbe più bisogno non solo di una legge imposta, ma neanche di tutte quelle istituzioni che da sempre inculcano nelle masse codici di comportamento considerati necessari alla convivenza. Insomma quello che si va prospettando è un individuo libero, libero di scegliere ciò che è giusto scegliere per sé e per gli altri. Un individuo maturo, evoluto, in grado di salvaguardare i propri diritti salvaguardando quelli degli altri, di difendersi non difendendosi dagli altri, ma difendendoli.

     In base a quanto detto è evidente che qui non si sta sostenendo l’abolizione della regola, ma la fine della sua imposizione. L’umanità, per come la vedo io, è in grado di fare questo passo e in passato ha conosciuto evoluzioni ben più drastiche e inattese. E, molto probabilmente, stiamo parlando di fenomeni che forse si stanno già verificando.

     Tuttavia va detto che su tutto ciò aleggia una nuova idea di che cosa sia civiltà, considerata non tanto come l’opera di poche avanguardie individuali che solo più tardi riescono a democratizzarsi, banalizzandosi e allargandosi per motivi esclusivamente economici e commerciali, non tanto questo, quanto un cammino globale dei popoli. Certo, in un mondo dove il problema non è l’interiorizzazione della regola, ma il mancato rispetto di quelle imposte, queste considerazioni potrebbero apparire non solo utopiche, ma anche stupide. Questa obiezione è però oziosa, dal momento che una regola interiorizzata, proprio perché sentita nel suo scopo e significato autentici, viene spontaneamente rispettata.

 

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     Così tutto potrebbe cambiare, se ci fosse solo la volontà di cambiare e, in definitiva, mi sembra per niente arduo rigettare l’accusa di utopia. Naturalmente sono ben consapevole che pur non trattandosi di utopie, queste riflessioni hanno il difetto, quello sì, di essere teoriche. Per cui il problema è sempre lo stesso: tutto ciò che abbiamo descritto potrà un giorno realizzarsi? E se sì, quando?

     Il problema, però, non è appurare se la regola interiorizzata sia efficace, questo lo si dà per assodato, ma come determinarla e diffonderla. Innanzitutto prima di formare le regole interiorizzate, bisognerebbe riuscire a formare individui capaci di interiorizzare. Il problema evidentemente è un problema di educazione. Ma come promuoverla?

     L’educazione non può che passare attraverso lo scambio culturale e per ottenerla occorre adeguare le agenzie oggi preposte alla comunicazione, in primis la televisione. Come agente di comunicazione la TV avrebbe il dovere di essere educativa, ma naturalmente è un dovere che non le si può imporre, perché l’imposizione è propria dei regimi totalitari, che non a caso hanno nel controllo dei mass media uno dei loro punti di forza. Ancor meno realizzabile è la possibilità di costringere il pubblico a non vedere un certo tipo di programma. L’unica soluzione è nei tempi lunghi.

     Occorre cultura, idee, eleganza del linguaggio e del pensiero. Bisognerebbe, ad esempio, innalzare il livello qualitativo di alcune fasce orarie televisive. In poche parole bisognerebbe alzare il tiro di ciò che comunemente chiamiamo intrattenimento. Chi fa televisione non può prescindere da un’etica professionale che tenga conto della portata culturale del proprio lavoro. Per non parlare poi dei giornali, la cui generale omologazione è davvero incresciosa.

     In definitiva solo una educazione culturale maggiore ci potrà garantire qualche speranza di ottenere una reale evoluzione umana, una evoluzione che sia anche di ciascun individuo, e non soltanto delle istituzioni e degli organismi collettivi. Forse bisognerebbe ricordare a tutti quella che è a ragione una delle più significative frasi dantesche: “Fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguitare virtute e canoscenza”.

     La cultura dunque ancora una volta si presenta come la soluzione a tutto. Si diffonda cultura, si favorisca l’evoluzione intellettuale e civile delle popolazioni, e si avrà sempre meno bisogno di leggi, spesso incomprensibili e ingarbugliate. La cultura è un’escursione in montagna: fatichi incredibilmente per conquistare la cima, per raggiungere la sua vetta, ma una volta in alto ti attende il paradiso, una visione per cui valeva la pena affrontare tutte le difficoltà del cammino. Il cammino dell’umanità potrà portarla alle vette di una nuova coscienza? Una coscienza superiore che renderà inutili le leggi, il potere, le coercizioni, il commercio. Utopie, certo; ma è il momento di tornare a cavalcarle, e a credere in loro.

 

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Considerazione semiseria su alcuni danni della televisione

 

“Direttamente da ……” . Bene.

 

 

A uno famoso non chiedi mai se è famoso, ovviamente. Lo è. E se tu non lo sai, sei uno che non vive al passo. Sei uno che non si informa, non si aggiorna, rimane nel suo tempo. Antico. Bene. Distrarsi un attimo e ritrovarsi nella marea di questi luoghi comuni insulsi, ma condivisi per inerzia, basta veramente poco. Bene. L’importante è saperlo perché vuol dire che non si è stati completamente “ammalloppati” nella pastoia del sotto-pensiero comune. Evviva. Così allora possiamo cambiare la domanda e chiedere: che significa essere famoso? E qua uno ti può rispondere di tutto perché quando una variabile non è stata contemplata nel catalogo delle banalità condivise e abusate si cade nel vuoto gnoseologico. Così ti accorgi innanzitutto che il termine “famoso”, con l’affermarsi delle trasmissioni televisive della signora Costanzo, nata De Filippi,  ha scalzato ogni altro suo sinonimo, sino a naufragare addirittura su un’isola di televisione statale.  E sì. A pensarci, i termini come “celebre” “popolare” “importante” “conosciuto” “stimato” illustre” rinomato” “notorio” esimio” “famigerato” sono stati decisamente messi da parte. E così che, al contrario, se sei “sconosciuto”, diventi automaticamente “anonimo” “insignificante” “ignoto” anche se non sei milite, con una straordinaria abbondanza variegata di accezioni.

Quello che voglio dire con questo sproloquio è che se non sei mai apparso in tv, anche se hai inventato il vaccino contro il cancro, non sei “famoso”, quindi, nella scala sociale sei collocato nella … “massa”. E la massa, in quanto tale, prende vita e considerazione solo se si muove compatta per offrire servigi agli eletti del teleschermo e da questi ricevere il “sale” della vita. La massa è come una grande medusa senza spruzzi urticanti.

Bene. Il famoso è uno che si sente bene. Ovviamente. Si muove in ogni contesto con la sicurezza del leader che tutto può. Seleziona accuratamente i simili, stando bene attento al livello di “popolarità” (scusate, ma qui ci voleva) dell’interlocutore, per inserire le figurine nell’album della raccolta vip da mostrare come curriculum sociale. V.i.p.? Ecco, siamo giunti all’acronimo della suprema casta. Vip, cioè, very important person, (e, attenzione, non “vasoactive intestinal peptide” , un vip diverso, cioè un ormone che interviene nel processo defecatorio). Dicevo “very import … ecc. praticamente “persona molto importante”.  E qua mi schiatto di risate pensando che nella categoria ci può stare anche una “sciacquetta” di un grande fratello qualsiasi o un “carciofo” scroto-scabbioso con prurito anche diurno prelevato “direttamente” dalla trasmissione “uomini e donne” (!)….. ! “Direttamente”, se ci fate caso, è un altro termine per certificare la “famosità” (che - mi dispiace - non è la fama) come si scrive sui manifesti quando bisogna presentare un “nulla” e far capire che però proviene dalla tv, ma “direttamente”, cioè appena uscito ad esempio dagli studi televisivi di Costanzo per venirti a concedere la sua presenza …. Solo per poco, però. “Questa sera grande evento musicale in piazza con la partecipazione di “Giggino e le astrofisiche”, Giannantonio Di Mastrogiacomo, e   ….. LUCA CATONE, “direttamente” da “Uomini e Donne”…… !!! (Che a fine serata tornerà a ibernarsi là da dove era venuto, altrimenti al prossimo giro devi dire “direttamente dalla piazza di San Ferdinando Bascolo di sotto, e, beh, insomma!) Dunque, vero? Quello è uno famoso. Bene. Anche se quel “direttamente” a me ha sempre evocato l’immagine di uno che  viene mandato a calci in culo, direttamente a destinazione!   Però …

Bene. Ora però ho divagato un po’ e quindi torno all’argomento iniziale.

Penso alla fin fine come debba essere deprimente per uno che è giunto alla giusta notorietà per meriti artistici ma solo tramite il mezzo televisivo e doversi spartire il campo con un merluzzo giunto direttamente dal grande fratello. E magari, se fa lo scrittore, trovarsi a promuovere la sua opera nello stesso studio televisivo in cui per fare “audience” hanno invitato Giuseppe. Chi è Giuseppe? Ma quello che è diventato famoso per il gran rifiuto della gnocca decerebrata che faceva la donna in “uomini e donne”, dove lui faceva l’uomo! No?

Eppure, chi è apparso anche una sola volta in tv rimane stregato, nonostante tutto,  dal fascino della telecamera. Non riesce a rinunciare più all’ebbrezza dell’occhiatina compiaciuta dell’omino della massa che magari lo indica al vicino in un’atmosfera magica di quasi incredulità e grato alle

 

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divinità per avergli concesso l’opportunità di sfiorare il personaggio e di poterlo raccontare posteri viventi. Se uno ci pensa, è proprio così. Mistero neurale! E ti accorgi di quanto forte sia questa necessità quando il neo-famoso avverte la scemenza (parola mutuata da scemare) della “famosità” ed inizia a sgomitare per ritrovare un altro piccolo spazio nell’elettrodomestico mediatico.

E così il personaggio si avvita in una spirale senza fine non sapendo più dare risposte a se stesso, sapendole dare però al suo pubblico, sempre, in ogni occasione e su qualsiasi argomento, dalla politica alla puericultura. Straordinario.

Qui avviene il distacco con la realtà e gli altri, la massa, e subentrano i deliri. Dopo l’onniscienza, l’onnipotenza. Una fortuna in occhiali da sole e sciarponi per tutelare la privaci, anche la notte di capodanno. Gli occhiali da sole!  E, fateci caso, quello è l’apice da cui inizia il declino. Nel giro di poco tempo avviene il precipizio. Nell’oblio. All’inizio non sono neppure i soldi a mancare, quanto la “famosità”. Perché?  Perché  gli unici a sapere quanto veramente c’è sotto la scorza sono proprio gli interessati. Consapevoli della loro normalità, ma grati al culo che li aveva portati nelle sfere alte. Sfere. Bolle. Di sapone, però.

Perchè finché dura, la recita verrà perpetrata con ogni scrupolosa attenzione ai dettagli, ma quando finisce, lo è per sempre. E’ spietato il mondo Vip!

Bene. Perché dico questo? Solo perché noi siamo la massa e i vip aumentano ogni giorno di più visto il proliferare di scatole mediatiche, nazionali, provinciali, comunali, condominiali. Tutto va bene per assurgere al rango elevato che raccoglie avanspettacolo, sottospettacolo, guitti, scrivani, politici trombati in veste d’attori/ici e vicesenso. E noi che abbiamo la giornata piena di “scarti di lavorazione” per l’altissimo numero di idioti in cui ci imbattiamo, di sedicenti politici e politici consolidati come una gettata di cemento armato, di imbecilli, truffatori, ignoranti presuntuosi ….. siamo costretti ad aggiungere anche quest’ulteriore categoria ….. i vip del terzo millennio. Vip. Nei quali impatti, non volendo, qualsiasi sia la tua attività o il tuo ozio. Loro ci sono. Sono lì a guardarti  per catturare il tuo sguardo, che loro sdegnano infastiditi, ma guai se non lo fai.  Dice, “ma che male ti fanno?”. E no, cazzo. Non posso far finta di niente e buttare nel cesso tre lauree (perché con una oggi non puoi fare nemmeno il consigliere comunale), due master o tre, dieci anni di corsi, ricorsi e tirocini per fare questo lavoro …… da cui ricavi in un mese quanto quello che uno di questi ittici becca in un’ora o meno!

E voi, ditemi, conoscete Giovanni? Ah sì?!

 

Francis Nek  VanCalf

6 dicembre 2011

 

 

 “La televisiun la g’ha na forsa de leun

La televisiun la g’ha paura de nisun

La televisiun la t’endormenta cume un cuiun”

………………………..

(Enzo Jannacci)

 

di Francesco (Vitelli)

 

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Articolo 18 : il pretesto dei malfattori

Luciano Martocchia  

In Italia ormai la forbice dei redditi  s’è  divaricata a dismisura e il dislivello sociale ha assunto livelli inaccettabili : interi ceti sociali un tempo appartenenti alla media borghesia, come gli insegnanti, gli impiegati di medio livello del pubblico e del privato, gli operai , sono giunti a livelli infimi di reddito e di sussistenza , abbagliati e manipolati da decenni di berlusconismo imperante, tutto lustrini e vaghe promesse  che , dopo gli attacchi all’occupazione con ogni mezzo attraverso la delocalizzazione all’estero nei paesi a basso costo di mano d’opera, dopo i licenziamenti di massa nelle più grosse aziende un tempo fiore all’occhiello dell’industria italiana nel mondo con la cessione di interi rami d’azienda a società fantasma come il caso- che cito ad esempio-  di Eutelia/Agile, ex Olivetti, che hanno truffato i dipendenti assorbendo il loro TFR e poi buttandoli sul lastrico con fallimenti aziendali pilotati , dopo la sconcezza dell’aumento dell’età pensionabile fino a 68  anni d’età anche per i lavoratori usurati delle acciaierie o che hanno iniziato a lavorare a 15 anni, ecco qui che si profila la CANCELLAZIONE DELL’ART. 18.

Nemmeno gli imprenditori affermano che se venisse abolito assumerebbero più persone. Ma il furore ideologico della destra e dei “tecnici”  al governo cerca in tutti i modi di dare l’ultima mazzata ai lavoratori e soprattutto ai sindacati. Dichiarando il falso. Come è avvenuto per le pensioni e per i pensionati, praticamente accusati di aver messo sotto scacco il debito pubblico italiano, senza mai nemmeno nominare i quarant’anni di dilapidazioni fatte dai politici corrotti (secondo la Corte dei Conti, il costo della corruzione è di 60 miliardi annui), ora è la volta degli “ ipergarantiti”, (che non sono garantiti affatto ) cioè dei lavoratori protetti dalla disciplina che regola i licenziamenti, racchiusa nel suddetto art. 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 30 maggio 1970, n. 300). Dopo le battaglie di Maurizio Sacconi, ora il furore ideologico sembra trasfondersi nell’attuale governo e in ministri quali Elsa Fornero, che accusa i difensori di quella legge di adorare un totem.

Ma di cosa stiamo parlando?  Poco tempo fa , una sera in TV, intervistato da Corradino Mineo su “Rainews 24”, un onesto avvocato, Antonio D’Amati, esperto giuslavorista, ha messo i puntini sulle “i”, sottolineando quello che i giornali di destra o iperliberisti come il “Corriere” non dicono, creando la più grande mistificazione della verità di questi ultimi tempi. “Ma non è vero che oggi un imprenditore con più di 15 dipendenti non possa licenziare. Può farlo anche se acquista un nuovo macchinario destinato a sostituire alcuni operai. Può farlo se è in crisi o se il dipendente non ha più la sua fiducia”.

In realtà, ha precisato D’Amati, l’intera legge il cui articolo 18 si vuole colpire si intitola significativamente “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori” e bisognerebbe essere onesti ed affermare che non è tanto in ballo la questione del libero

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licenziamento ma “si vuole monetizzare proprio la libertà e la dignità dei lavoratori”; questo è il vero obiettivo dei falsi riformisti alla Sacconi e alla Ichino.

Ben pochi infatti, anche fra i più attenti esperti della materia, sottolineano quello che ha detto l’avvocato D’Amati. In Italia c’è la più totale libertà di licenziamento, solo che deve essere legata ad un fatto oggettivo o soggettivo. Ciò che l’articolo 18 fece nel lontano 1970 fu impedire quello che la dottrina giuridica chiama “licenziamento ad nutum”. Ad nutum, in latino significa “con un cenno”, indicando il dipendente, “Tu, via, fuori di qui!”, come succedeva nelle fabbriche e in ogni posto di lavoro, senza che il dipendente avesse fatto qualcosa di tale da dover essere licenziato. In altri termini, lo Statuto introdusse un metodo di civiltà nei rapporti di lavoro, togliendo all’imprenditore la libertà di licenziare la segretaria cinquantenne, soltanto perché è oramai vecchia anche se efficiente, per assumere una giovane ventenne da coltivare sulle proprie ginocchia o licenziare un dipendente bravo soltanto perché è antipatico o scorbutico, o magari iscritto ad un sindacato di sinistra. Questi sono i licenziamenti vietati dalla legge, mentre gli astuti ideologi “riformisti”, fino ad oggi, hanno fatto di tutto per convincere un’opinione pubblica distratta e poco informata che, al contrario, anche un dipendente che ruba la cassa aziendale non può essere licenziato per colpa dello Statuto dei lavoratori.

Ma c’è un’altra grande mistificazione che sorregge questi vergognosi tentativi per giustificare l’abrogazione dell’articolo 18 e consiste nell’asserire, con dottrina povera di dimostrazioni, che soltanto introducendo la libertà di licenziare gli imprenditori torneranno ad assumere. Ma qui sono gli stessi imprenditori a smentirli, anche se la loro voce, di solito urlata sui grandi mass media, in questo caso viene quasi silenziata: “Noi, per assumere, dobbiamo vedere che esiste una domanda di beni e servizi”. Capito? Loro non assumono se non hanno aspettative e non perché temono di doversi tenere sul groppone un dipendente per tutta la vita.

Infine, c’è una terza considerazione di ordine economico ed è questa. In un periodo di profonda recessione come quello attuale e di aspettative decrescenti, introdurre altri fattori di incertezza, quale indubbiamente una normativa che rende insicura una vasta platea di lavoratori dipendenti, non può che appesantire la crisi ed è di per sé frutto di ignoranza e di totale mancanza di accortezza. Come diceva un illuminato Diego Della Valle in una puntata di “Ballarò”: “Noi imprenditori ora abbiamo bisogno di iniezioni di sicurezza nei consumatori e non di crescenti incertezze sul futuro”.  Ma vai a farlo capire agli ideologi della destra e ai tecnici dell’attuale governo che soffrono degli stessi furori e coltivano lo stesso comune obiettivo da malfattori : tagliare la testa ai sindacati, sognando la futura fabbrica di Marchionne, con gli uomini che si sono tramutati in capitale fisso, silenzioso ed efficiente.

In un paese normale la rivolta sociale sarebbe già montata , ma non in Italia dopo decenni di governo di politici corrotti guidati da  un corruttore piduista e puttaniere,  fascisti trasformisti  e  farabutti di stato che hanno lucrato  sui morti terremotati.

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Slavoj Zizek a Occupy Wall Street: “Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in un incubo”

 

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Loro diranno che noi siamo violenti, che il nostro linguaggio è molto violento: occupazione e così via. Sì noi siamo violenti, ma soltanto nel senso in cui il Mahatma Gandhi era violento. Siamo violenti perché vogliamo porre un freno alla piega che gli eventi hanno preso – ma che cosa è questa violenza puramente simbolica rispetto alla violenza necessaria a sostenere il buon funzionamento del sistema capitalista globale? Siamo stati definiti perdenti – ma i veri perdenti non sono forse tutti quelli di Wall Street che sono stati salvati dai vostri soldi, dalle centinaia di miliardi prelevati dalle vostre tasche? Siete chiamati socialisti – ma negli Stati Uniti, c’è già il socialismo per i ricchi. Vi diranno che non rispettate la proprietà privata – ma le speculazioni di Wall Street che hanno portato al crollo del 2008 hanno cancellato più sudata proprietà privata che se noi fossimo stati qui a distruggerla notte e giorno – basti pensare a migliaia di case pignorate. Vi diranno che state sognando, ma i veri sognatori sono coloro che pensano che le cose possono andare avanti all’infinito così come sono, solo con qualche cambiamento cosmetico. Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in un incubo. Noi non stiamo distruggendo nulla, stiamo semplicemente testimoniando come il sistema si sta gradualmente distruggendo. Conosciamo tutti la classica scena dei cartoni animati: il gatto raggiunge un precipizio, ma continua a camminare ignorando il fatto che non c’è terra sotto i piedi, ma comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quello che stiamo facendo è proprio ricordare a chi è al potere di guardare in basso . Questo è quello che stiamo facendo qui. Noi stiamo dicendo ai ragazzi lì a Wall Street – Ehi, guardate giù! A metà aprile 2011, i media hanno riferito che il governo cinese ha proibito di mostrare in TV e nelle sale film che si occupano di viaggi nel tempo e fantastoria, con l’argomentazione che queste storie introducono frivolezza in gravi questioni storiche – anche la fuga immaginaria in una realtà alternativa è considerata troppo pericolosa. Questo è un buon segno per la Cina. Significa che la gente ancora sogna alternative, quindi bisogna vietare questo sogno. Qui non si pensa a un tale divieto. Poiché il sistema dominante ha anche soppresso la nostra capacità di sognare. Guardate i film apocalittici che vediamo per tutto il tempo. E’ facile immaginare la fine del mondo. Un asteroide che distrugge ogni forma di vita e così via. Ma non si può immaginare la fine del capitalismo. Noi nell’ Occidente liberale non abbiamo bisogno di un divieto esplicito: l’ideologia esercita abbastanza potere materiale da impedire che narrazioni di storia alternativa siano prese con un minimo di serietà. Allora, cosa ci facciamo qui? Lasciate che vi racconti una meravigliosa barzelletta dei vecchi tempi del comunismo. Un operaio viene mandato dalla Germania Est a lavorare in Siberia. Consapevole di come tutta la posta sarà letta dalla censura dice ai suoi amici: “Stabiliamo un codice: se una lettera che riceverete da me è scritta con inchiostro blu sarà vera, se è scritta in inchiostro rosso sarà falsa”. Dopo un mese, i suoi amici ricevono la prima lettera scritta in inchiostro blu: “Tutto è meraviglioso qui: i negozi sono pieni, il cibo è abbondante, gli appartamenti sono grandi e ben riscaldati, i cinema proiettano bei film dell’Occidente, ci sono molte belle ragazze pronte per una relazione – L’unica cosa che non si può comprare è l’inchiostro rosso”. Questo è il modo in cui viviamo. Abbiamo tutte le libertà che vogliamo – l’unica cosa che ci manca è l’inchiostro rosso: ci sentiamo liberi perché ci manca il linguaggio per articolare la nostra non-libertà. Il modo in cui ci insegnano a parlare di guerra, di libertà e di terrorismo, e così via, falsifica la libertà. Voi, qui, voi state distribuendo a tutti noi inchiostro rosso. C’è un pericolo. Non innamoratevi di voi stessi, del bel tempo che stiamo vivendo qui. I carnevali sono a buon mercato – la vera prova del loro valore è quello che rimane il giorno dopo, come la nostra normale vita quotidiana sarà cambiata. Io non voglio che ricordiate questi giorni come “oh mio dio eravamo giovani è stato bellissimo “. Innamoratevi del duro e paziente lavoro – noi siamo l’inizio non la fine. Ricordatevi che il nostro messaggio fondamentale è: il tabù è rotto, non viviamo nel mondo migliore possibile, noi siamo autorizzati e obbligati a pensare delle alternative. C’è una lunga strada davanti, e presto dovremo affrontare le questioni veramente difficili – domande non su ciò che non vogliamo, ma su ciò che noi vogliamo. Quale organizzazione sociale può sostituire il capitalismo esistente? Di quale tipo di nuovi leader abbiamo bisogno? Le alternative del XX secolo, ovviamente, non hanno funzionato. Non incolpate le persone e i loro atteggiamenti: il problema non è la corruzione o l’avidità, il problema è il sistema che ti spinge a essere corrotto. La soluzione non è “Main street non Wall Street”, ma di cambiare il sistema in cui la strada principale non può funzionare senza Wall Street. State attenti non solo ai nemici ma anche ai falsi amici che fanno finta di sostenerci ma stanno già lavorando duramente per diluire la nostra protesta. Allo stesso modo con cui si ottiene il caffè senza caffeina, la birra senza alcool, il gelato senza grassi, cercheranno di fare di noi una innocua protesta morale, un processo decaffeinato. Ma il motivo per cui siamo qui è che ne abbiamo avuto abbastanza di un mondo dove riciclare lattine di Coca Cola, per dare un paio di dollari per la carità, o comprare il cappuccino Starbucks dove l’1% va per i problemi del Terzo Mondo è sufficiente a farci sentire buoni. Dopo l’outsourcing del lavoro e della tortura, dopo che le agenzie matrimoniali hanno iniziato a esternalizzare anche i nostri incontri, noi vediamo che per molto tempo abbiamo permesso che anche il nostro impegno politico fosse esternalizzato. Noi lo rivogliamo indietro. Noi non siamo comunisti, se per comunismo si intende il sistema che meritatamente è crollato nel 1990 – e ricordate che i comunisti che sono ancora al potere dirigono oggi il capitalismo più spietato in Cina. Il successo del capitalismo cinese a conduzione comunista è un segnale inquietante che il matrimonio tra capitalismo e democrazia si sta avvicinando al divorzio. Il che vuol dire che quando voi criticate il capitalismo, non lasciatevi ricattare da chi vi accusa di essere contro la democrazia. Il matrimonio tra democrazia e capitalismo è finito. Il cambiamento è possibile. Allora, cosa consideriamo oggi possibile? Basta seguire i media. Oggi, il possibile e l’impossibile sono distribuiti in modo strano. Nei settori della libertà personale e della tecnologia, l’impossibile sta diventando sempre più possibile (o almeno così ci viene detto): “nulla è impossibile”, possiamo godere del sesso in tutte le sue versioni perverse; interi archivi di musica, film e serie TV sono disponibili per il download, il viaggio nello spazio è a disposizione di tutti (con i soldi …); possiamo migliorare le nostre capacità fisiche e psichiche attraverso interventi sul genoma, fino al sogno techno-gnostico di raggiungere l’immortalità, trasformando la nostra identità in un programma software. D’altra parte, nel campo delle relazioni sociali ed economiche, siamo bombardati in continuazione da un Non è possibile (You cannot) … impegnarsi in azioni politiche collettive (che necessariamente finiscono nel terrore totalitario), oppure aggrapparsi al vecchio Welfare State (ti rende non competitivo e porta alla crisi economica), o isolarti dal mercato globale, e così via. Si vuole aumentare le tasse un po’ per i ricchi, ti dicono che è impossibile, perdiamo competitività. Volete più soldi per l’assistenza sanitaria: ti dicono impossibile, questo implica uno stato totalitario. Quando sono imposte misure di austerità, noi continuiamo a ripeterci che questo è semplicemente ciò che deve essere fatto. Forse è giunto il momento di invertire queste coordinate di ciò che è possibile e ciò che è impossibile. Forse, c’è qualcosa che non va in un mondo in cui vi è stato promesso di essere immortali, ma non si può spendere un po’ di più per l’assistenza sanitaria? Forse dovremmo impostare le nostre priorità direttamente qui. Non vogliamo uno standard di vita più elevato – vogliamo uno standard di vita migliore. L’unico senso in cui noi siamo comunisti è che ci preoccupiamo per i beni comuni, i beni comuni della natura, i beni comuni della conoscenza che sono privatizzati dalla proprietà intellettuale, i beni comuni della biogenetica, per questo e solo per questo dovremmo combattere. Il comunismo è fallito assolutamente, ma i problemi dei beni comuni sono qui. Loro ci diranno che siamo anti-americani. Ma quando i fondamentalisti conservatori vi dicono che l’America è una nazione cristiana, ricordate che cos’è il cristianesimo? E’ lo Spirito Santo. Che cos’è lo spirito santo? Una comunità libera egualitaria dei credenti uniti dall’amore reciproco e che hanno solo la propria libertà e responsabilità di farlo. Così inteso lo Spirito Santo è qui ora, mentre giù a Wall Street ci sono pagani che adorano idoli blasfemi. Così tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la pazienza. L’unica cosa che mi fa paura, è che un giorno andremo semplicemente a casa, e ci incontreremo una volta all’anno, a bere birra e a ricordare nostalgicamente che bel tempo abbiamo vissuto qui. Promettiamo a noi stessi che questo non sarà il caso. Si sa che le persone spesso desiderano qualcosa, ma in realtà non lo vogliono. Non abbiate paura di volere davvero ciò che desiderate. Grazie mille.


Presentato da Mario Boyer

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Per il Movimento Popolare di Liberazione (Stefano D’Andrea, Massimo De Santi, Leonardo Mazzei, Moreno Pasquinelli)


SALVIAMO L’ITALIA


Appello al popolo lavoratore



«Berlusconi se ne va, defenestrato non dal popolo ma da una congiura ordita dal grande capitalismo finanziario internazionale, di cui egli è stato pedina. Se i poteri forti festeggiano, tra le masse popolari prevale quindi l’incertezza per il futuro e la paura. Con Monti si passerà dalla padella alla brace. Egli è infatti un emissario, incaricato dalla possente mafia finanziaria globale di riscuotere il pizzo, affinché gli italiani siano obbligati a restituire i crediti concessi con i relativi interessi. Debiti raddoppiati da quando l’Italia è entrata nell’Unione europea, contratti da una casta politica corrotta e fluiti in gran parte, sotto forma di titoli e obbligazioni, nei forzieri delle banche e nelle tasche di quel 10% di popolazione che possiede il 50% della ricchezza nazionale. All’opposto, da quando la curva del debito pubblico è salita in alto, le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza degli italiani sono precipitate verso il basso. Sono aumentati i disoccupati, i precari, gli esclusi, a danno del potere d’acquisto dei salari; spingendo così milioni di cittadini ad indebitarsi per vivere decentemente. Chi pensa che Monti, per sanare il debito pubbico, metterà le mani nelle tasche del 10% dei milionari, dei parassiti e della speculazione si illude. Da buon liberista che crede nel mercato globale, egli ritiene che solo finanziando questa minoranza di paperoni si potranno spostare i soldi dalla rendita all’investimento rimettendo in moto l’economia. Il futuro governo attuerà quindi una gigantesca rapina a danno della maggioranza dei cittadini. Una macelleria sociale bilanciata da una patrimoniale di facciata, e giustificata col miraggio della futura “crescita economica”. Occorre respingere la cura da cavallo di Monti non solo perché è ingiusta, crudele e classista, ma anche perché spingerà il paese in una recessione ancor più profonda. Il risultato sarà che la cosca finanziario-bancaria e la minoranza dei milionari imboscheranno le loro rendite e non investiranno, che crolleranno le stesse entrate fiscali dello stato, avvicinando così il rischio che l’Italia si veda costretta a non poter rimborsare il debito estero (default). Vi è poi un altro pericolo. Ammesso e non concesso che Monti riesca a compiere la sua ignobile rapina di massa, quest’impresa potrebbe rivelarsi vana ove uno qualsiasi dei paesi occidentali conoscesse una nuova crisi bancaria, ciò che renderebbe altamente probabile la deprecata insolvenza. Non sono infatti i debiti sovrani che hanno causato la crisi del capitalismo; non sarà dunque l’eventuale “risanamento” dei conti pubblici italiani a sventare il rischio di un’implosione dell’Unione europea e della fine della moneta unica. Entrambi cadranno comunque, e i sacrifici di lacrime e sangue che si richiedono ai popoli, risulteranno inutili. Sarebbe come riempire un recipiente bucato. C’è infine un’ultima ragione che ci impone di fermare Monti. Egli ci viene presentato come il Salvatore della Patria, in verità la sua patria non è l’Italia, ma il mercato globale. Salito al potere attraverso un golpe finanziario-bancario pilotato dal Presidente Napolitano, Monti rappresenta quelle grandi potenze che vogliono togliere al nostro paese gli ultimi brandelli di sovranità nazionale (senza la quale non c’è né sovranità popolare né democrazia), che puntano a trasformarlo in un protettorato. Il popolo italiano è dunque posto davanti all’alternativa: perire per l’euro o salvarsi abbandonandolo al suo destino. Fermare Monti quindi, ad ogni costo. Ma come inceppare la sua macchina? Non si può fare affidamento sulle forze politiche esistenti, tutte avvinghiate al sistema di potere, succubi del 10% dei milionari speculatori e quindi incapaci di indicare valide e radicali soluzioni per uscire da questa crisi epocale. Senza una rivoluzione democratica, il popolo italiano non ha scampo. Questa sollevazione è nell’ordine delle cose. Le forze sistemiche lavorano, per adesso solo con la propaganda, per soffocarla sul nascere, noi dobbiamo invece alimentarla, dargli una prospettiva. Per farlo dobbiamo costruire un ampio schieramento popolare, un fronte che non si limiti a respingere la cura da cavallo di Monti, ma che sappia opporre un programma d’emergenza alternativo. Un programma d’emergenza per dare uno sbocco all’opposizione sociale diffusa ma ancora incerta e frammentata, che dovrà invece candidarsi a guidare il paese per portarlo fuori dall’abisso in cui è sprofondato. Questo programma deve fondarsi su sette principali proposte politiche: (1) l’uscita dall’Unione europea e dalla NATO, la chiusura della basi americane, il ritiro di tutte le missioni militari all’estero, per riconquistare la piena autodeterminazione politica e porre fine ad ogni politica colonialista. (2) L’abbandono dell’euro e la ripresa della sovranità monetaria. (3) Il controllo pubblico sulla Banca d’Italia e l’intero sistema bancario e assicurativo. (4) La nazionalizzazione e la protezione dei settori vitali dell’economia nazionale, e il rafforzamento della gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute. (5) Una moratoria sul pagamento dei debiti esteri affinché gli eventuali sacrifici richiesti al popolo lavoratore servano per salvare il paese e non per ingrassare la grande finanza predatoria straniera. (6) Un piano nazionale per il lavoro, per debellare la disoccupazione. (7) La difesa e il rilancio della Costituzione repubblicana per un Parlamento popolare eletto con legge elettorale proporzionale».

 

 

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Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei movimenti di massa sorti nel ‘68: stato sociale, diritti e tutele a beneficio del mondo del  lavoro, ecc. Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale” tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge 30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”, sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori. Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi virtuali delle borse. A coronamento di queste colossali bugie si propone la classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune, assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”. Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi. Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi, inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e sottoconsumo. Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli di stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale  finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi (ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è assolutamente irrisorio. Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza, pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico” dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare? Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “stato sociale”, non hanno più ragion d’essere. Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica” del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”, bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo. Al punto in cui siamo, urge una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema corrotto e fallito come il capitalismo, non potrà avvenire solo con l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o divisioni tra le classi.

Lucio Garofalo

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Gli Stati Uniti celebrano i crimini commessi in Iraq

 

di José Reinaldo Carvalho, responsabile Comunicazione del Partito Comunista del Brasile (PCdoB)

 

15/12/2011

 

L’esercito degli Stati Uniti ha ufficialmente concluso, giovedì 15 dicembre, la guerra in Iraq, con l'abbassamento della sua bandiera militare durante una cerimonia svoltasi a Baghdad. Nel discorso alle truppe, il segretario di Stato alla Difesa nordamericano, Leon Panetta, ha elogiato i crimini commessi dagli assassini comandati principalmente da George W. Bush, dal 2003, e poi da Barack Obama, che ha prolungato la guerra fino ad ora. Il segretario di Stato alla Difesa ha stimato che il costo "è stato elevato sia per gli Stati Uniti e per l'Iraq". Secondo costui, la guerra "ha portato a un paese libero e sovrano". I quattromila soldati che restano in Iraq dovrebbero partire nei prossimi giorni, ma alcuni istruttori e mercenari travestiti da "intermediari per la sicurezza" resteranno nel paese. Mercoledì scorso (14 dicembre), in un discorso ai soldati tornati negli Stati Uniti, il presidente Barack Obama ha detto che il momento era "storico". Obama ha aggiunto che durante la guerra di aggressione contro l'Iraq si sono verificate "cose straordinarie".

 

Quasi 4.500 americani sono stati uccisi durante il conflitto, dal suo inizio nel 2003. "Infine, tutto ciò che le truppe americane hanno fatto in Iraq - combattere e morire, sanguinare e costruire, addestrare e condividere - ci ha portato a questo momento di successo", ha detto inoltre davanti ai tremila soldati riuniti nel capannone di una base militare nel Carolina del Nord. Ricordando il "costo elevato" della guerra, Obama ha citato i 4.500 soldati americani uccisi in Iraq. Ha poi aggiunto che il costo economico della guerra è stato superiore al miliardo di dollari. Ma il bilancio dell’occupazione è una vera tragedia, frutto del terrorismo statunitense: un milione di iracheni morti, quattro milioni di profughi, omicidi come quello del presidente Saddam Hussein, la rinascita del fondamentalismo religioso e la divisione etnica del paese.

 

La guerra USA contro l'Iraq è una vicenda che testimonia il pericolo rappresentato dalla politica dell'imperialismo statunitense per i popoli e le nazioni di tutto il mondo. È stata una guerra fatta in nome di falsi pretesti, per i quali Obama, se fosse un vero democratico, dovrebbe chiedere scusa al popolo iracheno, e per i quali gli Stati Uniti dovrebbe pagare in quanto paese criminale di guerra. Nel momento in cui, dopo nove anni, gli Stati Uniti danno per conclusa la guerra all’Iraq, lo stesso paese imperialista, con i suoi alleati dell'Unione Europea, perpetra nuovi crimini contro altri popoli e nazioni, come è avvenuto in Libia. I piani per dominare il Medio Oriente sono sempre più aggressivi e minacciosi. Gli Stati Uniti continuano a militarizzare la vita del pianeta, aumentando la loro spesa per fini bellici e alimentando una mostruosa macchina militare di armamenti convenzionali e nucleari, e una rete di oltre 800 basi in tutto il mondo.

 

Nel ritirarsi dall’Iraq celebrando come vittorie i crimini perpetrati, l’imperialismo statunitense manda, urbi et orbi, attraverso il suo capo e il suo segretario di Stato alla guerra, un nuovo messaggio minaccioso.

 

In relazione a ciò, come alla campagna militare la cui fine ora si annuncia, i popoli e le forze antimperialiste devono trarre insegnamenti importanti, senza alcuna illusione che gli interessi imperialisti degli Stati Uniti possano conciliarsi con la democrazia, la pace e la sovranità delle nazioni. Sempre più spesso, la lotta antimperialista entrerà a far parte dell'agenda politica come questione chiave da affrontare e risolvere al fine di aprire il cammino per la vera emancipazione dell'umanità.

 

 

 

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Siria: Una storia turbolenta dopo l'indipendenza del 1946

 

Dalla sua liberazione dai francesi nel 1946, la Siria è sempre stata attraversata da tensioni interne, di cui le forze straniere si sono abilmente servite, secondo Mohamed Hassan

 

Busselen Tony e Bert De Belder

  

"Dal 16° secolo alla prima guerra mondiale, la Siria faceva parte dell'Impero Ottomano. I signori feudali che, nel corso di questi quattro secoli, costituivano la classe dominante, appartenevano al gruppo della popolazione sunnita, ancora oggi la maggioranza del paese. I gruppi religiosi minoritari, gli alawiti (una corrente sciita dell'Islam, ndr), i drusi e i cristiani erano oppressi. I sunniti vivevano principalmente nelle città e formavano la classe feudale. Gli alawiti e i drusi vivevano principalmente in montagna e campagna, e perlopiù facevano parte della popolazione oppressa. A quel tempo, la Grande Siria era ben più estesa che ai giorni nostri, comprendeva: Libano, Palestina, Giordania e parte della Turchia. Dopo la Prima Guerra mondiale, la Siria si trovò in gran parte sotto il dominio francese. La Francia diede ai gruppi di minoranza religiosa l'opportunità di ricevere un'istruzione e una carriera nell'esercito, cosa non gradita ai sunniti. In questo modo la Francia creò una base d'appoggio nell'esercito e nella polizia. I francesi divisero la Grande Siria in due regioni, che dopo la Seconda Guerra mondiale, divennero stati indipendenti: il Libano e la Siria.

 

Il partito Baath tra il nazionalismo arabo...

 

Dopo l'indipendenza fu fondato il Partito Baath. Il Baath si considera un partito socialista arabo. Il nazionalismo arabo del partito è stato diretto principalmente contro l'occupazione francese. All'interno del partito si formarono due correnti. L'intellighenzia urbana insisteva soprattutto sul fatto che "tutti gli arabi appartengono alla stessa famiglia" e che l'unità araba era più importante delle questioni democratiche come la riforma agraria. I baathisti delle campagne volevano soprattutto più opportunità in favore dei gruppi oppressi e la riforma agraria. È questa corrente che attira gli alawiti. Le minoranze religiose hanno svolto quindi un ruolo importante nel partito Baath. Per esempio, il presidente Assad è un alawita. All'interno del Baath, si riscontra il seguente fenomeno: ogni sezione o funzionario recluta nella propria regione, in seno al suo gruppo religioso e il suo entourage. Nel 1963, il Partito Baath sale al potere, poggiandosi alla base nell'esercito. Durante questo periodo, seguendo l'esempio di Nasser, tutti gli altri partiti politici sono vietati. Dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, la Siria perde le alture del Golan a vantaggio di Israele.

 

... e tensioni settarie

 

Nel 1970, il generale dell'aviazione Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, prende il potere. E' attento alle riforme sociali e alla democratizzazione. Nel 1973, affida la direzione dello Stato a un fronte unito di vari partiti, tra cui il Partito comunista e il partito nasseriano, a condizione che questi partiti accettino la leadership del Baath e si astengano da qualsiasi agitazione nell'esercito. Sotto la guida di Assad, i signori feudali vengono esclusi dal potere e si opta per uno stato laico. Si tratta di una combinazione di antimperialismo, nazionalismo e capitalismo di Stato. Ma dal 1975, la Siria è coinvolta nei conflitti settari legati alla guerra civile libanese. E nel 1980 vi è una rivolta dei Fratelli Musulmani nella città siriana di Hama, con attacchi terroristici. Nel 1982, oltre 10.000 persone perdono la vita quando l'esercito siriano riprende controllo della città.

 

Le tensioni interne di oggi

 

Sul piano interno, il nazionalismo arabo su cui si basava il Baath si rileva come un nazionalismo civile, in seno al quale il regionalismo e il settarismo prevalgono ancora una volta, così come gli interessi personali di alcuni individui. Sono questi gruppi che oggi cercano di recuperare il malcontento della popolazione. Sostengono di difendere la maggioranza dei sunniti contro la minoranza alawita al potere. Non valutano i rappresentanti del popolo in base al loro programma politica, ma a seconda della loro origine: fanno parte o no del gruppo maggioritario? Poi ci sono gli opportunisti. Così, il fratello del padre di Assad, Rifad Assad, un ex colono che ha guidato personalmente la repressione della rivolta di Hama nel 1982. Oggi, dirige quello che viene chiamato l'Esercito libero siriano, che vuole spodestare il nipote, il presidente Assad. C'è anche Abdul Halim Khaddam, il secondo ufficiale dell'Esercito siriano libero, un ex alleato di Assad: per 21 anni è stato Vice Presidente della Siria (1984-2005). Successivamente, sentitosi estromesso, andò in esilio in Turchia"

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Tira tira la corda si spezza !

Ci siamo arrivati. Tira tira la corda si spezza. Parlo della situazione italiana e azzardo, per le mie misere competenze in materia, anche europea e globale. Ho atteso per molti giorni di vedere un risveglio delle coscienze, ma non è accaduto nulla. Non ci siamo fatti mancare niente: economia ferma, lavoro un disastro, cultura nel limbo del dimenticatoio, politiche sociali: chi l'ha visto? Crisi, default, fallimento. E tira tira la corda si spezza! Chi emerge in questo quadro? Semplicemente quello che durante tutto questo tempo, in modo più o meno palese, ha mosso i fili del mondo. Il Mangiafuoco della situazione, il burattinaio più esperto e sottile, conoscitore delle dinamiche sociali e psicologiche dell'uomo: LA FINANZA. La finanza non conosce, o perlomeno non contempla, fra le sue declinazioni il termine umanità. L'umanità è un OGGETTO da manipolare, spremere, incantare con il luccichio del denaro facile e della sfrontatezza delle decisioni. La finanza che ha sua casa nelle borse, intricato dedalo di azioni, transazioni, obbligazioni, holding, business, un mare di denaro 'telematico' che fluttua di minuto in minuto dettando leggi subdolamente non scritte e non discusse, ma nemmeno conosciute dalle persone che la mattina devono, per forza di cose, recarsi al lavoro e affrontare le difficoltà di ogni giorno. Il lavoro che dà dignità all'uomo appare delegittimato, sottovalutato, maldistribuito, tanto ci pensa la finanza a sistemare ciò che non torna. E non torna. Ed ora tutti parlano di unità d'intenti, collaborazione, fare presto, la comunità europea bacchetta ma è in difficoltà anch'essa, le guerre si susseguono e continuano a ritmi galoppanti (grandi fonti di guadagno per la finanza occulta), i tumulti di popoli che si ribellano repressi con sanguinose battaglie, i black-bloch che sembrano i guastatori di un esercito estremista, gli indignati non ascoltati, l'informazione che si perde nella partigianeria. Quella partigianeria che, secondo le mie infinitesimali convinzioni, è la più bassa che si possa concepire dal punto di vista dell' osservare i fatti e semplicemente descriverli. Non è più un dubbio e le prove sono nell'aria, ma in tutto questo, la finanza, lo stesso ha messo lo zampino, anzi ha steso la sua ragnatela catturando qualunque tipologia di insetti. Più o meno utili, più o meno allettanti per il gusto, più o meno grossi. Tutto ingoia la finanza quando serve a raggiungere 'machiavellicamente' i propri fini. Regna, anzi impera il dio denaro, onnipresente, opprimente, dilagante, soffocante, tiranno. Il denaro che compra le coscienze, il denaro che compra la bellezza, il denaro che alimenta il benessere, esteriore, il denaro che nutre la povertà. Il denaro strumento unico ed eccelso della finanza. La finanza non conosce umanità, rispetto, regole condivise. Eppure è fatta, costruita, allevata, alimentata da esseri umani! Forse... Erano esseri UMANI. Ne restano le sembianze, ma l'anima non c'è più, si è persa la coscienza e il senso morale che esistono al di là delle religioni. Coscienza e senso morale principi fondanti, che ci hanno reso esseri pensanti, che nell'evoluzione della specie ci hanno elevato dalla nostra condizione animalesca. Ma... Non sarà che da qualche parte è rimasto un focolaio di Tirannosaurus Rex talmente affamati di carne umana da divorare chiunque incontra nelle praterie della sfera terrestre? Qualcuno senz'altro potrebbe obiettare:- Lei protesta, ma cosa propone? Risposta: Cominciamo a riacquistare il senso critico. Come? Innanzitutto investendo nella cultura, nella scuola, nella ricerca. Cerchiamo di diventare lungimiranti. Alle generazioni che verranno bisogna lasciare l'esempio della lealtà e la forza di credere che l'umanità è il valore morale primario alla base della nostra esistenza CIVILE.  Scusate lo sfogo personale, quando ci vuole ci vuole.

Divagazione Dialettale

LU SULDARELLE


Nghe le quatrine jurne e notte

sempre le ricche ce s'abbotte.

Niente a lu povere arejale

j'attocche a sta sempre male.

Chisciccise!

Tu t'accide pe nu suldarelle,

dope t'attocche a magnà le sardelle.

Vide, vide ch'è deventate stu monne

nu vaccile nzevate de menzogne!

Rosalina Piergiovanni


 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”