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IL SALE - N.°113

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 11   numero 113 – Gennaio 2011

Descrizione: neosituazionismo11 (1)

 

 

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Sommario

 

                                                       di Antonio Mucci

                       

                                                        di Lucio Garofalo

 

                                                        di Ron Jacobs

 

                                       di Luciano Martocchia

 

                                                         di Giuseppe Bifolchi

 

                                                         di Giustino Zulli

 

                                                         presentato da Tonino Giuffre

 

                                                         presentato da Marco Fars

 

                                                         de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

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Pescara, 15.01.2011

 

 

GRANDE PROVA DI RESISTENZA OPERAIA ALLA FIAT

VERSO LO SCIOPERO GENERALE DEL 28 GENNAIO

 

Il risultato del referendum-capestro alla Fiat Mirafiori, costituisce un grande esempio di resistenza e di forza operaia e deve tradursi in uno stimolo per tutti i salariati e i settori popolari per una rivolta di grandi dimensioni contro l’arroganza padronale e governativa, a partire dallo sciopero dei metalmeccanici convocato per il 28 gennaio dalla Fiom ed esteso dai COBAS a sciopero generale di tutti i lavoratori/trici. Malgrado la pesantezza dell’ignobile ricatto di Marchionne sotteso al referendum ( “o accettate il neo-schiavismo che vi imponiamo, o ve ne andate a casa tutti”), oltre il 50% degli operai ha risposto un secco e coraggioso NO ; e solo il voto degli impiegati, che non vivono la drammaticità della condizione operaia, ha consentito, e di poco, il successo del ricatto.

Dunque, il capo-banda Fiat Marchionne non può cantare vittoria, ma al suo assalto, in nome di un padronato parassitario e reazionario, contro ciò che resta dei diritti dei salariati, deve rispondere un vasto fronte sociale.

Per questa ragione i COBAS SI SONO ASSUNTI LA RESPONSABILITA ’ DI CONVOCARE PER IL 28 GENNAIO LO SCIOPERO GENERALE DI TUTTI I LAVORATORI/TRICI PUBBLICI E PRIVATI PER L’INTERA GIORNATA, rispondendo anche alle richieste di generalizzazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti e da varie strutture del conflitto sociale e ambientale, alle quali la Cgil ha dato una drastica risposta negativa, poiché condivide le politiche liberiste ed è stata in questi anni la principale responsabile, con Cisl ed Uil, della distruzione dei diritti sindacali e di sciopero.

La grande resistenza operaia alla Fiat, ancora maggior rilievo allo SCIOPERO GENERALE DEL 28 GENNAIO, ove va messo in campo il più ampio fronte sociale per battere l’arroganza padronale e governativa, smascherare la finta “opposizione” parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, l’istruzione e le altre strutture sociali pubbliche, i beni comuni, i diritti politici, sociali e sindacali.

 

LA CRISI SIA PAGATA DA CHI L’HA PROVOCATA

 

 

Confederazione Cobas Abruzzo

 

 

 

 

Presentato da Ettore D’Incecco

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IL VERO SIGNIFICATO DELLA

 “DITTATURA DEL PROLETARIATO”

 

Questo punto programmatico della via al comunismo, teorizzata da Marx e da tanti marxisti, è stato poco applicato nella Storia rivoluzionaria però tantissimo discusso e, soprattutto, male interpretato, secondo me. Voglio riportare la parte finale della Presentazione di Friedrich Engels a “La guerra civile in Francia” di Karl Marx, pubblicata nella collana “paperbacks marxisti / 15” della Newton Compton Editori, nelle pagine 67-68. Marx in questo scritto analizza gli avvenimenti della Comune di Parigi.  Engels, nel pezzo che io riporto di seguito, spiega che cosa intendevano loro per Dittatura del proletariato. La presentazione di Engels è stata scritta in occasione del ventesimo anniversario della Comune di Parigi:   

“…Questa distruzione violenta del potere dello Stato esistente e la sostituzione ad esso di un nuovo potere, veramente democratico, è descritta esaurientemente nel terzo capitolo della Guerra Civile. Era però necessario ritornare qui brevemente sopra alcuni tratti di essa, perché proprio in Germania la fede superstiziosa nello Stato si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai. Secondo la concezione filosofica, lo Stato è la “realizzazione dell’idea”, ovvero il regno di Dio in Terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. Di qui una superstiziosa venerazione dello Stato e per tutto ciò che ha relazione con lo Stato, che subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da bambini a immaginare che gli affari, comuni a tutta la società non possano venire curati altrimenti che come sono stati curati fino a quel momento, cioè per mezzo dello Stato e dei suoi ben pagati funzionari. E si crede d’aver già fatto una passo estremamente audace quando ci si è liberati della fede nella monarchia ereditaria e si giura nella Repubblica Democratica. Però lo Stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, nella Repubblica Democratica non meno che nella Monarchia; nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vincitore nella lotta per il dominio di classe,  i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile, come fece la Comune, finchè una generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale.

            Il filisteo socialdemocratico recentemente si è sentito preso ancora una volta da salutare terrore sentendo l’espressione: Dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere come è questa Dittatura? Guardate la Comune di Parigi. Questa fu la Dittatura del proletariato”

Londra 18 marzo 1891                                                                                              Friedrich Engels                                                                                     

            Come si può leggere molto chiaramente il concetto di Dittatura del proletariato non ha niente a che vedere con il concetto classico di dittatura, né con i modi in cui è stato male inteso, né con le maniere deformate in cui è stato applicato in alcuni momenti e circostanze della Storia. La chiarificazione che fa Engels, dando un esempio di applicazione della Dittatura del proletariato, citando l’esperienza della Comune di Parigi, fa scomparire ogni dubbio sulla reale intenzione, teorizzazione ed applicazione di questo principio. Le deformazioni staliniane con tutti i loro crimini non hanno niente a che vedere con la Dittatura del proletariato, né con il marxismo.  Stalin ha teorizzato ed applicato la Dittatura della Burocrazia, cioè della casta burocratica statale parassitaria, formatasi dopo la rivoluzione. Niente a che vedere con la Dittatura del Proletariato. Niente di tutto questo era stato previsto, né tanto meno auspicato da Marx, anche se Stalin e compagnia hanno commesso tutte le loro ingiustizie ed i loro crimini in nome dei “grandi maestri Marx-Engels-Lenin-Stalin”. Né sono corrette le illazioni di molti anarchici, che hanno sempre calcato sulla parola “dittatura” a fini propagandistici anti-marxisti, mettendo sullo stesso piano Marx-Lenin-Stalin-Trockij, facendo di “tutta un’erba un fascio” e buttando il tutto alla spazzatura. La Comune di Parigi è stata una delle esperienze più libertarie della Storia umana, per cui penso che si dovrebbe smettere di attribuire a queste tre parole un significato errato e soltanto letterale. Si deve andare più a fondo.

            Io penso che bisogna tenere presente l’epoca in cui Marx è vissuto, con il capitalismo in  piena espansione ed il movimento operaio all’inizio della sua formazione. La sua preoccupazione era soprattutto rivolta a combattere le forze della reazione. Non avrebbe mai potuto immaginare che il nemico era più all’interno del movimento operaio che all’esterno. Né tanto meno supporre il Crollo del Muro di Berlino e del Socialismo Reale, cioè una rivoluzione proletaria vincente, come quella della Russia  del 1917, che si trasformava in una dittatura imperiale della casta burocratica talmente ingiusta oppressiva e criminale da far desiderare a questi popoli il ritorno al regime capitalista. Marx pensava che una volta preso il potere da parte delle forze rivoluzionarie, si apriva una fase di transizione, di passaggio dal vecchio regime capitalista alla nuova società comunista, in cui si doveva sviluppare l’emancipazione del popolo, la creazione della nuova coscienza collettiva in piena libertà e sulla base della democrazia diretta, come stava avvenendo all’interno della Comune di Parigi. Nella misura in cui aumentava la partecipazione del popolo diminuivano le funzioni dello Stato, fino ad arrivare alla sua totale scomparsa. Per permettere lo svolgimento ed il compimento di questo processo in forma totalmente democratica e pacifica, per impedire il riorganizzarsi ed il contrattacco delle forze reazionarie, cioè dei partiti, dei gruppi armati e degli altri stati capitalisti, secondo Marx ci voleva La Dittatura del proletariato. Essa era rivolta soprattutto ad impedire che ci potesse essere un ritorno indietro al regime borghese oppure a quello monarchico. Lui è vissuto nell’Ottocento. Quindi la Dittatura del proletariato era rivolta a difendere la maggioranza degli oppressi dalla infima minoranza degli oppressori, prevedendo molto giustamente che essi sarebbero stati armati e finanziati dalla reazione mondiale, come poi è avvenuto tantissime volte nei successivi 150 anni di Storia.

            Marx non aveva nemmeno ipotizzato che potesse essere il popolo a volere tornare indietro al capitalismo, dopo aver fatto una esperienza di rivoluzione proletaria vittoriosa. Però i “corsi e ricorsi” nella Storia ci sono sempre stati, abbiamo l’ultimo esempio in Italia con il riflusso avvenuto dopo il ’68 e gli anni ’70, per cui non si può pensare che anche dopo una rivoluzione vittoriosa i problemi siano tutti finiti e che la costruzione di una nuova società basata sull’uguaglianza la giustizia e la libertà possa essere una facile passeggiata. La formazione della nuova coscienza collettivista e altruista è lenta e richiede varie generazioni. Per cui io penso che, nell’epoca di oggi, il giusto principio della Dittatura del proletariato come reazione violenta ed armata agli attacchi dei nemici, vada affiancato dall’altrettanto giustissimo principio della piena democrazia e libertà dei popoli. Essi, se vogliono, anche se ad una minoranza non fa minimamente piacere, devono poter tornare indietro al regime precedente, qualunque esso sia, in forma totalmente pacifica e democratica, senza nessuna necessità di dover ricorrere alla ribellione violenta. Naturalmente la minoranza contraria ha il dovere di rispettare questa decisione ed il diritto di opporsi in tutte le forme democratiche.

            Marx non poteva pensare ad ipotesi del genere perché non aveva previsto minimamente il sorgere della burocrazia, vero cancro del movimento operaio. In questo avevano pienamente ragione gli anarchici e lo stesso Mazzini, che vedevano questo pericolo nei programmi politici di Marx e dei marxisti. Anche Trockij  ne “La rivoluzione tradita” da un contributo molto importante a capire questo fenomeno.   Comunque, anche se Marx non aveva previsto la Burocrazia, aveva capito benissimo il Capitalismo, il suo funzionamento come Sistema e la necessità della rivoluzione per abbatterlo.  La concezione della Dittatura del proletariato partiva dal principio che non ci poteva essere nessuna conciliazione con queste forze, ma soltanto una lotta spietata nei loro confronti. Da qui viene l’affermazione drastica e netta con l’uso del termine “Dittatura”. Alle masse  sfruttate vengono riservate la totale libertà e democrazia. Non bisogna dimenticare che Marx è stato colui che ha teorizzato, per la prima volta nella Storia, la Democrazia diretta e proprio dopo aver visto il funzionamento della Comune di Parigi. Come poteva avere in mente di fare un regime autoritario? E’ impossibile! Si può essere d’accordo o in disaccordo con il principio della Dittatura del proletariato, c’è la libertà, però bisogna rispettarne il vero significato datogli dall’autore. L’uso deformato e le interpretazioni errate che sono state fatte successivamente non sono un problema suo.

                                                                                                                                      Antonio Mucci

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Rivoluzionari e conservatori

Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere frivoli e disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi e a battersi per i propri diritti e per ottenere un futuro dignitoso, sono temuti e stigmatizzati  addirittura quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni?

E’ evidente il disorientamento e l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni e nei tumulti di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la dannazione del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani. E come si può biasimare chi tenta di rigettare la condanna ad un simile destino?

Le iniziative studentesche suscitano alcune riflessioni, utili in una prospettiva di espansione e di maturazione del movimento nell’anno appena iniziato. Sgombriamo subito il campo dagli stereotipi che tentano di ridurre in modo semplicistico e superficiale la rabbia giovanile esplosa in forma spontanea, come è accaduto in Grecia, in Inghilterra e nel resto d’Europa. Tali mistificazioni sono diffuse ad arte dalla stampa di regime che non ha perso l’occasione per scatenare una furibonda canea sulla presunta identità tra studenti e violenza, formulando l’equazione: manifestanti = terroristi.

Le proteste di piazza hanno lanciato un segnale di vera opposizione sociale e di massa rispetto alla crisi e alle politiche antipopolari e ciò è senza dubbio positivo. In questa fase occorre sostenere la ribellione di questa generazione e respingere con fermezza le campagne repressive e i tentativi di criminalizzazione contro un movimento che ha deciso di sfidare il palazzo di un potere corrotto e delegittimato, capace solo di inciuci e totalmente incapace di programmare un futuro dignitoso per i lavoratori, i giovani e le donne di questo paese. Nel contempo è illusorio credere che con queste manifestazioni siano stati rovesciati i rapporti di forza, né che sia stata battuta l’egemonia reazionaria che fa leva sulle paure generate dalla crisi, fomentando incessanti guerre tra miserabili.

Le mobilitazioni di massa hanno provato che le vertenze operaie contro i licenziamenti, le ristrutturazioni e le chiusure aziendali e per la difesa dei salari, si possono e si devono fondere con le lotte studentesche per la tutela dell’istruzione pubblica e dell’università, per la conservazione dei territori contro i saccheggi e le devastazioni ambientali, per il mantenimento della sanità pubblica, per il diritto ad una casa e ad un lavoro per tutti.

Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è.

A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini, con intuito profetico, oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti e radicali prodotti dalla globalizzazione economica neoliberista, in ultima analisi sono (adoperando un ossimoro)“rivoluzioni conservatrici”, in quanto funzionali ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice dell’ordine sociale vigente.

 

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Dunque, coloro che si impegnano per arginare la pericolosa deriva autoritaria e antidemocratica causata dalle forze del neoliberismo oligarchico e finanziario, per contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra più oltranzista e reazionaria, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica e civile, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari.

Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, di cui sarebbe un convinto fautore, mentre la Fiom, tanto per citare un esempio, rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “retrograda” e “conservatrice”. Pertanto, se il signor Marchionne è un “artefice del progresso”, il sottoscritto ammette di essere un“conservatore”, se non addirittura un “misoneista”.

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di“conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Ebbene, l’ennesimo tentativo dei mezzi di informazione per distogliere l’opinione pubblica dai nodi critici ed essenziali della protesta, insistendo sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la riprova dell’ottusa volontà del palazzo di ignorare le giuste rivendicazioni sollevate dalla piazza per arroccarsi in un atteggiamento di ostinata chiusura autoreferenziale e in un teatrino di marionette a cui ormai è ridotta la politica.

I partiti e i sindacati della sinistra tradizionale non rappresentano più gli interessi reali dei lavoratori e contribuiscono alla farsa attribuendo le responsabilità della catastrofe alla cattiva gestione del governo, illudendo le masse con la promessa di una “nuova politica”. I movimenti esprimono un bisogno di protagonismo e di autorganizzazione dei soggetti sociali che non si sentono più rappresentati dalla politica ufficiale del palazzo. 

E’ giusto precisare che non esistono solo le lotte e le istanze rappresentate dal movimento studentesco, ma pure le vertenze e le questioni sociali espresse dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un denominatore comune che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Mentre l’opposizione parlamentare è paralizzata, le masse proletarizzate prendono coscienza del loro destino e si sa che “i popoli non vogliono suicidarsi”. Alla recessione internazionale ovunque si sta reagendo con forme spontanee di protesta e di resistenza, in cui riacquista vigore l’idea dell’unità delle lotte. Fino a ieri le vertenze erano isolate, disperse e atomizzate. Di fronte alla gravità della situazione economica la convergenza delle lotte in un unico movimento, non solo nazionale ma internazionale, diventa vitale.

E’ possibile organizzare una opposizione corale di massa, formata da voci plurali e diverse, unificate nel tentativo di salvaguardare il futuro e la dignità dei lavoratori, contro le politiche concertate da Governo, MaFiat e Confindustria, che mirano a riaffermare il primato del profitto individuale a discapito dell’interesse generale.

Lucio Garofalo

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Quando la distruzione provoca ripugnanza

 

La guerra in Iraq

 

di Ron Jacobs

 

06/01/2011

 

Il gennaio di venti anni fa il mondo viveva in attesa dello scoppio di una guerra annunciata. Era il 16 gennaio 1991 quando la coalizione a guida Usa dava inizio all'attacco contro l'Iraq, che si concludeva dopo poco più di due mesi.

 

Milioni di persone in tutto il mondo scendevano nelle strade per opporsi alla guerra. Da Washington a Londra, da Berlino a Tokyo, dal Bangladesh a Gaza, proteste di massa avevano luogo durante i mesi successivi all'attacco del 16 gennaio. Io stesso presi parte a una delle più coinvolgenti manifestazioni contro la guerra cui abbia mai partecipato, proprio il giorno prima dell'attacco. Avvenne a Olympia, la capitale dello Stato di Washington. Circa 3.000 persone (in una regione con una popolazione di circa 100.000) si riunirono per marciare verso il Campidoglio di Washington. Occupammo l'edificio rimanendoci diverse ore. Ecco una breve descrizione del momento da un saggio che scrissi molti anni fa (che appare nel mio libro "Tripping Through the American Night-Ron"):

 

"Quando la maggioranza delle persone raggiunse l'area del parcheggio dinanzi al Campidoglio, Peter Bohmer cominciò a parlare. Tenne un discorso entusiasmante di venti minuti, che collegava la lotta per la giustizia con la lotta contro la guerra imperialista e poi esortava tutti ad unirsi a lui all'interno del Campidoglio, dove avevano intenzione di presentare una petizione per chiedere al Parlamento dello Stato di Washington di approvare una risoluzione che si opponesse alla guerra contro l'Iraq. I manifestanti si avviarono verso la porta. Quando entrarono, la polizia chiese loro di lasciare lì le bandiere. Una volta dentro, la gente cominciò di nuovo e con entusiasmo a cantare "No alla guerra!". Sebbene la maggior parte di noi era rimasta alla rotonda, circa 500 manifestanti andarono alla ricerca della porta d'ingresso alle camere. Finalmente, trovatane una, entrarono a frotte nella sala. L'assemblea era stata chiusa in anticipo a causa della manifestazione e la sala era vuota. Ma non lo fu per molto. Pochi minuti dopo, quasi un migliaio di persone la stipavano, cantando, parlando e ballando. Alcuni degli organizzatori cominciarono a pianificare una strategia a lungo termine. Richiamato il gruppo all'ordine, espressero il desiderio di occupare la camera fino a che i deputati non avessero risposto alla petizione. Nel frattempo, le forze di polizia si andavano raccogliendo all'esterno e la stampa dava la sua versione dei fatti attraverso la CNN. Nel giro di un'ora, la notizia dell'azione si era diffusa e molti altri media giunsero alla previsione che i manifestanti avrebbero proseguito la protesta per lungo tempo. In serata, la maggior parte dei compagni aveva lasciato la camera. Alcuni andarono a casa. Ma la maggioranza si unì a una veglia di preghiera che era cominciata un'ora prima nella rotonda del Campidoglio".

 

Il giorno dopo, le proteste contro l'attacco si accesero ovunque. Ma le condanne sono cadute nel vuoto. George Bush, il Congresso e il Pentagono volevano porre fine alla sindrome del Vietnam una volta per tutte, non importava come. Terminata una fase della guerra, con il ritorno di alcuni soldati americani che cominciarono a partecipare a manifestazioni di vuoto nazionalismo che comprendevano una serie di parate e generali che lanciavano la palla iniziale nelle partite della Major League di baseball, gli iracheni cercarono di ricostruire il loro paese come meglio potevano, mentre i soldati statunitensi venivano

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lasciati soli con i loro demoni. Durante la guerra, morirono meno di 500 tra soldati statunitensi e di altri paesi della coalizione, ma più di 50.000 iracheni. È stato stimato che nel corso degli anni oltre un milione di iracheni morirono a causa delle sanzioni imposte contro il loro paese dagli Stati Uniti (con la complicità del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite). Aerei da guerra statunitensi e britannici hanno continuato a svolgere raid contro l'Iraq, definiti ricognizioni, attaccando a volte le città irachene e le posizioni militari. Innumerevoli veterani statunitensi si ammalarono e/o morirono per cause legate alla guerra, e fra queste un nuovo fenomeno medico che divenne noto come Sindrome della Guerra del Golfo.

 

Le sanzioni e i voli di ricognizione non segnano in verità un periodo di pace. Quando si guarda indietro, è facile vedere che quegli eventi sono stati solo un'altra fase della guerra ventennale di Washington contro l'Iraq, una guerra che continua ancora oggi. Come tutti sappiamo, è una guerra che nel 2003 ha rotto gli argini diventando ancora più serrata quando George W. Bush seguì le orme di suo padre lanciando una fase ancora più sanguinosa. Questa fase ha portato alla morte di centinaia di migliaia di iracheni, la morte di oltre 4.400 soldati statunitensi e di diverse centinaia di soldati e lavoratori provenienti da altre nazioni. Una guerra la cui distruzione è stata quasi completa, che ha raggiunto molti degli obiettivi perseguiti, mentre altri sono stati offuscati e alcuni dimenticati o abbandonati. Nel Medio Oriente, Israele è ancora più forte di quanto lo era venti anni fa. Il governo di Saddam Hussein è stato completamente distrutto. Il prezzo del petrolio degli Stati Uniti non è a buon mercato e il controllo di Washington su di esso non è sicuro. E, soprattutto, l'Iraq è in totale rovina e continua a subire (tra le altre cose) le esplosioni di autobombe, il banditismo, la corruzione dilagante e la persistente mancanza di infrastrutture che sono state distrutte dalle forze statunitensi all'inizio della guerra del 1991, ricostruite dai tecnici irakeni e nuovamente distrutte nella fase della guerra iniziata nel 2003.

 

La morte, la distruzione e la sofferenza scatenate contro il popolo e la nazione dell'Iraq dagli Stati Uniti si distinguono come uno dei crimini più atroci della storia dell'umanità. Ma ancora nessuno ha dovuto rispondere per questo. Al contrario, molti dei principali responsabili di questo crimine sono presentate come persone rispettabili e anche dotate di principi morali. Sono premiati e gli vengono riconosciute onorificenze. George Bush il vecchio siede con Bill Clinton nelle organizzazioni che raccolgono fondi per le vittime del terremoto di Haiti, mentre le loro mani grondano il sangue di iracheni innocenti. Tony Blair è stato nominato inviato in Medio Oriente in rappresentanza delle Nazioni Unite. Bush il giovane e molti esponenti della sua amministrazione fanno profitti scrivendo libri, tra cui, nel caso di Bush, quelli che descrivono la sua complicità nella moltitudine di crimini di guerra in Iraq per conto degli Stati Uniti d'America. Forse dovrebbero firmare i loro libri col sangue degli uccisi. Generali e politici lucrano sui crimini conosciuti sotto molti nomi, come: Desert Storm, Shock and Awe, Operation Iraqi Freedom e ora Operation New Dawn. Infine, anche Barack Obama potrebbe trovarsi a fare l'eco a Lady Macbeth, mentre cerca un modo di lavare il sangue dalle mani. Oppure finirà con l'essere innocente come tutti gli assassini che lo hanno preceduto?

 

Ron Jacobs è uno scrittore e saggista statunitense. Scrive regolarmente per Counterpunch

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Altro che Roma, ladroni siete voi …

 

( Luciano Martocchia )

 

Prima del 2000 la Padania, il quotidiano della Lega, chiamava Berlusconi "il mafioso di Arcore" e pubblicava domande sull’odore dei soldi e sulle imbarazzanti relazioni siciliane del fondatore di Forza Italia.  Poi le cose sono cambiate e Bossi e Berlusconi han siglato un patto di ferro che li porterà alla vittoria elettorale del 2001. Come mai? Quando nel 2007 arrestarono un collaboratore di Tavaroli, il giornalista di Famiglia cristiana Guglielmo Sasinini, tra i documenti che gli sequestrarono c’erano anche appunti sul presunto patto Berlusconi-Bossi: "In quel periodo pignorata per debiti la casa di Bossi". E poi: "70 miliardi dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà". "Debiti già ripianati con 70 mld". I soldi per la Lega qualcuno li ha tirati fuori, e ne è rimasta traccia. È stato Gianpiero Fiorani, il banchiere della Popolare di Lodi che nel 2005 guidò gli assalti dei furbetti del quartierino. È lui che salva la Lega arrivata a un passo dalla bancarotta. Un gruppo di leghisti di spicco si era inventata la Credieuronord, un piccolo istituto di credito messo su nel 2000. Primo nome: Credinord. Comincia una campagna di proselitismo, che chiede ai militanti leghisti di mettere mano al portafoglio per contribuire al successo della nuova "banca padana". Vengono aperti un paio di sportelli a Milano e uno a Treviso, ma dura poco: fidi importanti vengono concessi senza troppe garanzie a pochi clienti eccellenti, e in breve Credieuronord collassa. Ma arriva il salvatore: Gianpiero Fiorani, che nel 2004, con la regia del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, compra Credieuronord e annega i debiti della banchetta leghista nell’accogliente pancia della Popolare di Lodi. Da allora Berlusconi non è più Berluskaiser o Berluscaz….

Di conseguenza stilando  un elenco sommario possiamo ricordare tutte le ancore di salvezza che la Lega di Bossi e Maroni ha offerto a Berlusconi.   

Il “legittimo impedimento” è stato approvato col voto della Lega: un provvedimento che ora la Corte Costituzionale ha sostanzialmente bocciato. Alla domanda se fosse preoccupato per un'eventuale sentenza della Consulta che bocciasse il legittimo impedimento, l’arrogante Bossi ha risposto: ''Spero di no, non penso ci siano matti che possono fare cose del genere”.(ANSA 05-GEN-11). I giudici, signor Bossi, non sono matti, sono invece eversivi coloro che vogliono calpestare i diritti costituzionali. Ma evidentemente anche Bossi ha imparato a offendere i giudici come il suo compare Berlusconi.

 Sono anni che la Lega urla e strepita contro Roma ladrona, ma ha firmato e sottoscritto tutte le 37 leggi ad personam per salvare Berlusconi dalle giuste condanne. Grazie alla legge ex Cirielli, all’indulto e al lodo Alfano il premier ha evitato per esempio la condanna a 4 anni e 6 mesi della sentenza di Cassazione che ha confermato che Mills è stato corrotto dal Premier Berlusconi. Senza queste 3 leggi  Silvio Berlusconi sarebbe stato prelevato dalle forze dell’ordine e accompagnato a San Vittore per scontare la giusta pena.

Il voto della Lega è stato determinante il 22 settembre scorso per salvare dai processi il Sottosegretario Nicola Cosentino  facendo in  modo che le intercettazioni delle telefonate tra lui ed alcuni boss della Camorra non potranno essere utilizzate dalla magistratura, togliendo così un importante strumento di indagine e di prova.

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Lo stesso giorno, anche in questo caso coi voti determinanti della Lega, si è deciso di non dare l’autorizzazione a procedere alla Corte dei Conti nei confronti di vecchi “arnesi” della Prima Repubblica che, nell’esercizio delle loro funzioni, avrebbero causato danni all’erario, cioè allo Stato: De Lorenzo, Di Donato, Crippa, personaggi finiti nell’inchiesta di Mani Pulite. Quindi non potranno essere processati, e non dovranno neanche restituire i soldi grazie anche al voto della Lega

Col voto della Lega non è passata la sfiducia al sottosegretario alla Giustizia Caliendo: in base alle indagini sulla P3 disposte dai magistrati, che per questa vicenda hanno già ottenuto l'arresto di Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, risulta che anche Caliendo prese parte, insieme agli altri indagati fra cui Marcello Dell'Utri e i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, alla famigerata cena del 23 settembre 2009 presso l'abitazione romana del coordinatore PdL Denis Verdini a Palazzo Pecci Blunt in Piazza dell'Ara Coeli in cui la banda decise la strategia da adottare presso la Corte costituzionale per far passare il cosiddetto Lodo Alfano; decise gli interventi da mettere in atto per favorire la nomina di Alfonso Marra alla presidenza della Corte d'Appello di Milano e la pressione che doveva essere fatta in Cassazione per dare un certo indirizzo al ricorso presentato da Nicola Cosentino contro l'ordine di custodia cautelare richiesto dai magistrati di Napoli per sua contiguità con la camorra.

La lega ha espresso voto contrario all'autorizzazione a procedere per l'ex ministro del Pdl Pietro Lunardi, quello che sosteneva che "Con la mafia bisogna convivere", e faceva e riceveva favori dalla Cricca.

La Lega ha sostenuto Berlusconi nelle sue esternazioni volte a limitare l’indipendenza della Magistratura, e giudici, procuratori e Corte costituzionale sono quotidianamente offesi, calunniati e minacciati di sottomissione dal governo Bossi&Berlusconi

Coi voti della Lega sono passati anche provvedimenti come la restituzione ai prestanome dei boss dei beni confiscati e lo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall'estero, una norma che premia gli evasori fiscali, gli esportatori illegali di denaro e i mafiosi.

Ci chiediamo fino a quando la Lega riuscirà ad accalappiare  la buona fede dei cittadini padani  e fino a quando loro saranno disposti a fare folklore elettorale calzando elmetti cornuti e scudi di cartone !

 

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IL LEONE E LA VOLPE? MAGARI!

di

Giuseppe Bifolchi

 

 

… Si va a orecchio dietro anche al successo delle parole d'ordine che mette in giro la televisione: si va dietro allo spettacolo, allo scontro, fra gli uni e gli altri, ma solo a parole, perché poi proposte di fondo, per una riorganizzazione dello stato, la sinistra ne ha mai fatte? no. La sinistra ha il grande compito di rimettersi a studiare in un momento in cui non studia più nessuno, è questa la realtà. E la sinistra è andata indietro, ed è stata travolta da questo fatto, perché allora vincono le suggestioni facili, allora vincono gli spot, allora vince la televisione... La sinistra non deve conquistare la televisione e pensare di vincere con la televisione in mano come hanno fatto questi altri. Deve conquistare una cultura, e vincere con la coscienza forte di quelli che credono in questa cultura e l'adoperano di fronte ai problemi del lavoro, di fronte ai problemi della società, della famiglia, dei figli, delle città, dell'amministrazione cittadina, perché se la sinistra vince perché ha conquistato dei giornali o perché ha conquistato la televisione, poi sarà una sinistra che non sarà mai in grado di fare nessun passo oltre la televisione, e le vittorie saranno solo televisive.

 

Quella riportata sopra sembra una analisi abbastanza fedele dello stato attuale della sinistra parlamentare in questo paese. E invece no. Sono riflessioni di quindici anni fa. Le ho rilette in questi giorni riprendendo in mano Il leone e la volpe, dialogo nell'inverno 1994, un libro di Paolo Volponi e Francesco Leonetti edito da Einaudi. Allora avevo sottolineato i passi che mi sembravano più interessanti e a rileggerli oggi conservano una notevole lucidità.  Un altro passo del libro recitava:

 

La sinistra è stata sconfitta e questa sconfitta riusciamo a spiegarcela, in quanto ci accorgiamo che la formazione della sinistra che pretendeva di vincere le elezioni non aveva in realtà la struttura, la forza, la qualità per vincere niente, perché era debole, perché era tenuta insieme da operazioni di vertice, perché puntava sull'elettorato come su una grande lotteria che portasse finalmente avanti la sinistra come un momento storico maturato chissà per quali condizioni, mentre non era così. La sinistra era impreparata, sono anni che la sinistra in Italia non ha più una cultura di sinistra, non studia più, non ricerca più come sinistra.

 

Questo oltre quindici anni fa. Nel frattempo, lungi dal porre rimedio ai problemi posti da Volponi e Leonetti, la sinistra parlamentare ha continuato imperterrita la sua discesa dalla quale, ormai, non c'è ritorno. In questi quindici anni ha cercato di liberarsi di Berlusconi in tutti i modi possibili (prima affidandosi ai guitti tipo Grillo, Guzzanti, ecc. poi, peggio ancora, affidandosi alla magistratura ed, infine, confidando in una rivolta morale di fronte allo squallore della sua vita privata) tranne uno: quello di costruire una valida alternativa politica al governo delle destre.

Ma, ci si chiederà, se è comprensibile che i vari D'Alema, Fassino, Bersani non possano esprimere altro da quello che sono (delle tragicomiche comparse del teatrino della politica),

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il popolo della sinistra non si è ancora stancato di correre dietro a simili figuri? Possibile che non riesca proprio a vedere alternative? Ne Il leone e la volpe si provava già ad abbozzare una risposta:

 

La lezione, per noi, è che la lotta politica non si fa solo coi partiti, e nemmeno col numero dei parlamentari. Le rappresentanze parlamentari prive di rapporti con le culture di base servono a poco. Il partito finisce per avere una salute propria, una ragione propria, e pensa a se stesso e cura se stesso e così pensa di fare la migliore delle politiche. I provvedimenti di ordinaria amministrazione, la terribile politica monetaria che non lascia spazio, i bilanci in pareggio o la riduzione della spesa pubblica non salvano l'economia di un paese...

 

Questo sempre quindici anni fa. Che direbbe il buon Volponi se potesse vedere lo scempio attuale.

Un impiegato della Fiat (perché tale è Marchionne) pagato oltre due milioni di euro al mese per fare il lavoro sporco al posto dei padroni: affossare quel poco di resistenza democratica che ancora sopravviveva in questo paese. Tutto questo agitando lo spauracchio del ricatto di negare investimenti che facciano ripartire la produzione. Come se in questo paese gli investimenti li facessero i padroni di tasca propria e non, come in realtà succede, con i soldi dei cittadini.

E la sinistra? Ha per caso proposto di cacciare a calci in culo il signor Marchionne risparmiando i soldi degli operai (che gli pagano lo stipendio di cui sopra) e di dire alla Fiat: adesso basta. Sono anni e anni che i cittadini vengono spremuti dalle tasse che sono servite, tra l'altro, a foraggiare le vostre cosiddette scelte imprenditoriali. No di certo. La sinistra si è divisa tra chi, addirittura, plaudiva a Marchionne e chi provava timidamente a mugugnare.

Una volta la parola imprenditore (che poi si chiamava padrone) aveva un senso. L'imprenditore era quello che investiva un capitale, forniva i mezzi di produzione, partecipava, quindi, assieme alla forza lavoro, alla produzione di beni dalla cui vendita ricavava di che pagare gli operai, l'ammortamento delle spese, il proprio profitto, una parte del quale reinvestiva nell'impresa per aumentarne la produzione. Le anime belle della sinistra parlamentare fanno finta di non sapere che oggi chi si dice imprenditore non investe un capitale proprio, non reinveste il profitto nella produzione ma in attività finanziarie, fa pagare le perdite alla collettività. Per riassumere con una frase molto usata, ma forse poco meditata: privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite.

Insomma ci sarebbe piaciuto che qualcuno avesse avuto il coraggio di chiamare le cose col proprio nome e dire che i personaggi come Marchionne non sono che dei parassiti di un processo nel quale la forza lavoro è la stessa che poi, attraverso le tasse, fornisce il capitale a padroni che non hanno neanche il coraggio di agire in prima persona, ma si servono appunto di personaggi come Marchionne.

 

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Vicende Fiat. Alcune riflessioni

 

Sul referendum alla Fiat Mirafiori sono state scritte molte cose e chi legge già conosce i risultati che, però, vale la pena di ricordare a sostegno di alcune considerazioni che intendo fare.

Su 5.431 aventi diritto, i votanti sono stati 5.120,. pari al 94,27%, segno evidente della volontà dei dipendenti Fiat di essere, comunque, dei protagonisti in un momento delicato delle relazioni sindacali all’interno di una delle fabbriche simbolo del nostro Paese.

I sì sono stati 2.735 (54%), i no 2.326 (46%).

Al conseguimento di questo risicato risultato hanno dato un contributo determinante i 420 voti favorevoli degl’impiegati (20 hanno votato contro mentre 2 si sono astenuti) peraltro non interessati alla nuova organizzazione del lavoro imposta dal grande manager di origini teatine Sergio Marchionne, figlio di un maresciallo dei carabinieri costretto ad emigrare in Canada per cercare un futuro migliore per la sua famiglia.

Nei reparti dove più alta  è la fatica, ci si infortuna di più, si logorano i polsi, si sfasciano i tendini carpali come al montaggio e alla lastratura, hanno prevalso i no.

Numericamente ha vinto Marchionne. Politicamente hanno vinto, almeno a mio parere, i lavoratori che sono tornati prepotentemente al centro dell’attenzione dopo tanti anni di oblio, travolti come siamo stati dalla Milano da bere, dalle escort, veline, velone, tronisti/e e da un berlusconismo sempre più invadente che ha fatto vittime anche in ambienti che gli dovrebbero essere distanti, molto distanti.

Come cantava Giorgio Gaber, “non temo il berlusconismo in sé, temo il berlusconismo che è in me”.

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Il diktat imposto da Marchionne, dunque , è passato, sia pure per una manciata di voti. Adesso, in Fiat, dopo un altro lungo periodo di cassa integrazione guadagni, si ridurranno le pause da 40 a 30 minuti, si sperimenteranno nuove turnazioni che potrebbero allungare la giornata di lavoro a dieci ore per quattro giorni consecutivi seguiti da tre di riposo, la mensa sarà  portata a fine turno, se ci si ammalerà prima delle ferie o dei giorni di riposo, si perderà il diritto alla retribuzione. Tutto questo, per combattere il fenomeno del cosiddetto assenteismo. Se si volesse davvero combattere l’abuso di “chi ci marcia” come elegantemente dicono in Fiat e altrove, perché non denunciare i medici compiacenti? Forse perché si ha paura di mettersi contro uno dei poteri forti di questo nostro Paese, prepotente con i deboli e debole con i potenti?

Le cose comunque più gravi, almeno secondo me, sono relative al diritto di sciopero che viene di fatto annullato e la nomina dei rappresentanti sindacali da parte delle organizzazioni firmatarie dell’accordo, prima del referendum.

Qui va fatta una riflessione più politica, per segnalare un’altra grave contraddizione di cui, purtroppo, poco si è discusso.

Proprio mente nel Paese è in corso un infuocato dibattito sul tema del superamento del “porcellum” voluto dal leghista Calderoli, che stabilisce la nomina di parlamentari da parte di alcuni segretari di partito che hanno tolto agli elettori il diritto di scegliersi il deputato di proprio gradimento, nelle fabbriche Fiat verranno nominati da Cisl, Uil, Ugl e sindacati gialli come la Fismic, da sempre filo padronale, i rappresentanti sindacali, togliendo ai lavoratori, iscritti e non al sindacato, un altro diritto: quello di scegliersi il delegato di propria fiducia.

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Nel gruppo Fiat, di fatto, viene espulsa la Fiom-Cgil, di gran lunga il sindacato maggiormente rappresentativo che ha, nazionalmente, più iscritti di Fim, Uilm, Ugl e Fismic messi insieme.

Come si farà a gestire un gruppo in queste condizioni, sarà tutto da verificare.

Quello che maggiormente preoccupa è che questo grave arretramento delle condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti Fiat, sia stato condiviso da Cisl, Uil e Ugl che hanno dimostrato una totale subalternità ai voleri di Marchionne e del Governo Berlusconi.

Inoltre, questi sindacati hanno mentito ai lavoratori sin dal primo referendum svolto a Pomigliano, quando hanno detto che quel “modello” non sarebbe stato esportato negli altri stabilimenti.. Ed è stato proprio Sergio Marchionne a smentire questo imbroglio sostenendo, in interviste rilasciate martedì 18 gennaio, che ha intenzione di imporre questo suo volere anche negli stabilimenti Fiat di Cassino e Melfi e vedremo cosa succederà alla Sevel di Valdisangro.

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Anche sul referendum c’è da fare qualche osservazione.

Da sempre, i sindacati di categoria della Cgil e segnatamente la Fiom, chiedono il referendum sia sulle piattaforme per i rinnovi contrattuali che sulle ipotesi di accordo, ottenendo sempre il rifiuto da parte degli altri sindacati e segnatamente da Cisl e Uil che, pur firmandoli anche in nome e per conto dei non iscritti ai sindacati, fanno esprimere solo i loro gruppi dirigenti.

Questa volta, sono stati proprio Cisl e Uil, incoraggiate da Marchionne, a volere i referendum sia a Pomigliano che a Mirafiori. Non c’è qualcosa che non va? E sino a quando costoro intendono tirare la corda? Si rendono conto che, così facendo, potranno contribuire al risorgere di inquietanti fenomeni di estremismo già conosciuti nel recente passato - che di tanto in tanto riemergono- che tanti lutti hanno provocato nel nostro Paese portando, in definitiva, acqua ai tanti mulini padronali?.

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Alla luce di queste riflessioni, ma tante altre se ne potrebbero fare, penso che questo Paese avrebbe bisogno, una volta per sempre, di una buona legge sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale capace di definire regole precise che impediscano, ad esempio, la cacciata proprio dei sindacati con più iscritti, perché ciò rappresenta un vero attentato alle libertà democratiche.

Per fare questo, ci sarebbe bisogno di un Governo arbitro della partita, non subalterno, come hanno dimostrato Berlusconi, Sacconi ed altri, a Sergio Marchionne, manager che guadagna, in un anno, 1.037  volte di più di un suo dipendente e che vuole tanto bene all’Italia, Paese dove è nato, da pagare le tasse sui suoi immensi guadagni in Svizzera, dove risiede.

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Nel 1980, con la famosa marcia dei 40 mila dei capi, capetti, impiegati e altri, i dipendenti Fiat di Torino contribuirono a sconfiggere il movimento dei lavoratori. Il mio augurio è che oggi, i fratelli minori e i figli di quei lavoratori, sconfitti ma non umiliati, siano la leva della riscossa operaia. Ne ha bisogno la democrazia nel nostro Paese, sempre umiliata, esso sì, dalle squallide vicende che giornalmente mettono a nudo il vergognoso stile di vita del sultano di Arcore.

 

Giustino Zulli

 

 

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Terzigno History

di Antonio Musella

 

(… continua dal numero precedente)

 

2. Giù le mani dalla nostra terra.



Appena poche settimane fa è stato reso noto ai media il dato di aumento di mortalità per tumore nelle zone interessate da siti inquinati. Sono 351 solo nella provincia di Napoli. Dati da ecatombe.



La denuncia lanciata dai comitati in questi anni, affermatesi come realtà scomoda e drammatica con il ciclo di lotte del 2008, gli sforzi dei medici per l’ambiente, diventano ora un dato contro il quale nemmeno Berlusconi può provare a barare. Eppure nella nostra regione non esiste un registro dei tumori, non esiste un ufficio delle Asl capace di incrociare i dati delle mortalità per tumore con la geografia dei siti inquinati da rifiuti. Un’urgenza che evidentemente in Regione Campania continuano a considerare troppo scomoda. Ed è di fronte a questi dati, davanti a quei laghetti dei percolato della discarica Sari di Terzigno, di fronte a quel tanfo che sale dal sito vesuviano che altro non è che percolato che finisce nel sottosuolo fino alle falde acquifere, che cresce la rabbia e la determinazione delle comunità vesuviane in lotta.



Cresce e rompe anche quel tappo che la politica istituzionale provava a mettere alla rivolta. I sindaci d Boscoreale e Terzigno, Langella ed Auricchio, entrambe del Pdl, fino a poche settimane fa rassicuravano i cittadini dicendo che Berlusconi avrebbe salvato il Vesuvio, i prodotti biologici, il vino Lacryma Cristi e la salute dei cittadini della zona. Addirittura lo stesso premier, troppo impegnato a tenere insieme i pezzi di ciò che gli resta come maggioranza parlamentare, dichiarava che Cava Vitiello non si sarebbe mai aperta. Eppure dopo quindici giorni nessuno gli chiede nemmeno conto di quelle dichiarazioni. Ma i cittadini dell’area vesuviana possono avere anche una innata pazienza, ma prima o poi finisce. Finisce con i sindaci che si rinchiudono in casa, primi obiettivi della rivolta contro la discarica che individua giustamente in loro degli imbonitori malriusciti della loro rabbia. Probabilmente fino a poche settimane fa non vi era un processo di subordinazione delle istituzioni formali a quelle dell’autogoverno come era ad esempio avvenuto per Chiaiano. Ma il risultato, augurato ed auspicato, si è dato poco dopo con i sindaci in fuga dai presidi.



Ecco dunque che si sono miscelati una serie di elementi che non solo hanno portato alla rivolta popolare dei cittadini vesuviani, ma ha costruito anche un livello di legittimità sociale in quelle pratiche.


I dati sulle mortalità per tumore e l’assenza del registro dei tumori, quel tanfo di percolato che sale e che porta i cittadini a chiedersi cosa ne sarà delle falde acquifere, i sindaci imbonitori e il rimpiattino di Berlusconi, l’esempio delle altre comunità e la necessità di non abbassare la testa davanti alla violenza dello stato, le aziende agricole che chiudono per la mancanza di commesse ed i morsi della crisi. Ecco dunque che quel senso di indignazione diventa rivolta. Non sono più solo giovani quelli che tirano le pietre, ma anche donne, anziani, pensionati, casalinghe, lavoratori. Una moltitudine in rivolta per difendere la loro stessa aspettativa di vita.

Questa è la genesi di una rivolta, che magari risulta ancora acefala, ma che senza dubbio ci riporta il tema delle pratiche al centro del dibattito politico.



 

 

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3. Uova o pietre ?



Il dibattito che non c’è.

Nessuno fa appelli alla nonviolenza, tranne il governo.

Nessuno affronta la questione per quella che è.

Chi tira oggi pietre a Terzigno ha una legittimità sociale indiscutibile.

 

 

Davanti alla difesa della distruzione del territorio, davanti ad una militarizzazione ed un’occupazione del territorio, davanti ad uno Stato dove quelli che dovrebbero garantire i cittadini sono espressione di una classe politica corrotta e fiera di esserlo, l’esercizio del diritto di resistenza in tutte le sue forme è legittimo.

I discorsi sulle pratiche sono sempre molto animati nella società e nei movimenti. Talvolta si discute di essi in scenari malati e contorti come il dibattito sul lancio di uova contro le sedi della Cisl, complice del governo nello smantellamento dei diritti sindacali acquisiti a cominciare dal contratto collettivo nazionale e dalle forme di schiavismo dell’accordo di Pomigliano.



Uova o pietre che siano, le pratiche quando sono reali, esercitate da esperienze sociali vere, quando sono frutto di espressione di un’insorgenza sociale, ritrovano nella società una legittimità di fronte alla quale non c’è nulla che tenga.



Sarebbe importante, all’indomani della manifestazione del 16 ottobre e dell’avvio di un percorso di movimento ricompositivo davanti alla crisi come l’esperienza di Uniti contro la crisi, che la ribellione di Terzigno possa essere da esempio rispetto alla discussione sulle pratiche.



Anche il disegno del governo di bollare come “camorristi” coloro che si oppongono all’ingresso dei camion nella discarica di Terzigno è miseramente naufragato.



Non si capisce perché nella mediocre opinione pubblica di questo paese se al Nord i cittadini fanno un blocco stradale vuol dire che stanno difendendo il territorio, se invece questo avviene a Sud allora sono tutti camorristi. È questo il senso delle discussioni che animano il presidio di Terzigno in questi giorni. Già perché la propensione a credere che tutto sia assimilabile al potere camorrista a Sud molte volte fa presa anche a sinistra, in quella sinistra che più che essere una “missione per il paese” come dice qualcuno dovrebbe invece interrogarsi intorno ad esperienze come Terzigno. Per il momento non ci sono tracce di interrogativi simili…

Siamo certi che dovrebbe invece essere una discussione irrinunciabile nel movimento contro la crisi la discussione intorno alle pratiche a partire non solo da Terzigno, ma anche quello dei pastori sardi ad esempio.

Davanti alla crisi, all’attacco alla vita, alla salute ed all’ambiente come è possibile costruire percorsi di opposizione sociale per affermare la giustizia sociale ed ambientale se non si parte dalla legittimità delle pratiche della resistenza di Terzigno?



Quella di Terzigno come possiamo vedere, diventa una storia emblematica su diversi aspetti. Sulla tenuta e la salute del governo Berlusconi, sul nuovo ciclo di lotte ambientali in Campania e nel paese ed infine sulle pratiche di lotta davanti alla crisi.



Una storia dall’esito ancora da scrivere e dagli stimoli senza dubbio interessanti.

 

Presentato da Tonino Giuffre

 

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Rifondanews

www.rifondazioneabruzzo.org

 

Primo piano

VERSO LO SCIOPERO GENERALE DEL 28 GENNAIO A LANCIANO. RIFONDAZIONE IN PIAZZA CON LA FIOM E I SINDACATI DI BASE

«Sì ai diritti, no ai ricatti. Il lavoro è un bene comune»

2325 lavoratrici e lavoratori, il 46%, dello stabilimento Fiat di Mirafiori hanno detto "NO" al ricatto di Marchionne, Confindustria, Governo e mass media.

Hanno detto "NO" alla rinuncia dei propri diritti, della propria dignità, riaprendo la partita di un'Italia che non si piega a chi vuole far pagare la crisi a lavoratori, pensionati, giovani.

Il risultato del referendum dimostra che l'attacco al mondo del lavoro e ai diritti costituzionali può essere fermato! Unire le lotte per uno sciopero generale e generalizzato

Lo sciopero del 28 gennaio, proclamato dalla Fiom, su cui c'è stata la convergenza positiva dei sindacati di base, deve rappresentare un momento di unità di tutte le lotte del Paese, da quelle degli studenti a quelle dei lavoratori pubblici a quelle in difesa dell'ambiente e dei beni comuni. E' necessaria, oggi più che mai, un'azione unitaria di movimenti, sindacati e forze di sinistra per rilanciare un modello sociale alternativo a quello delle destre e dei padroni.

INFO PULLMAN

VASTO-CHIETI:
VASTO: Tel 3357582093 mail: 
segreteria@rifondazionevasto.com
CHIETI: Tel 3316821388 mail: ridigre@gmail.com

PESCARA E PROVINCIA:
Tel 3403701978 - 3316695227

mail: info@rifondazioneabruzzo.org  rifondazione.pescara@gmail.com

TERAMO E PROVINCIA:
Tel 3281098528 mail: 
marco.palermo@infinito.it

L’AQUILA-VALLE PELIGNA:
Tel 3890495143 mail: 
rifondazionelaquila@gmail.com

SCIOPERO GENERALE FIOM: SE NON ORA QUANDO? ASSEMBLEA PUBBLICA SABATO 22 GENNAIO H.16 MUSEO V. COLONNA-PESCARA

http://www.giovanicomunistiabruzzo.org/2011/01/sciopero-generale-fiom-se-non-ora.html

Presentato da Marco Fars

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”