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IL SALE - N.°111

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10   numero 111 – Novembre 2010

 

 

 

 

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Sommario

 

                                                       di Antonio Mucci

                       

                                                        di Francesco pinerolo@fastwebnet.it

 

                                                        di Lucio Garofalo

 

                                       di Antonio D’Orazio

 

                                                         di Giacomo D’Angelo

 

                                                         di Oronzo Liuzzi

 

                                                         presentato da Lia Didero

 

                                                         di Luciano Martocchia

 

                                       di Carmelo R. Viola

 

                                                         di Mario Boyer

 

                                                         de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

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La pagina di Diderot

 

Ultime dal Caimano

 

Era prevedibile. Il Caimano e i caimani devono per forza negare l’evidenza. Le tonnellate di monnezza che infestano Napoli e l’hinterland ovviamente non dipendono dal governo, che, anzi, “ha mantenuto tutte le promesse”. Quali? “Togliere la spazzatura dal centro di Napoli. È intervenuto l’esercito ad ottobre e ha spazzato la città”. “Ma come…e adesso?”. “Ma adesso mica è colpa nostra, è della Iervolino e di Bassolino. È colpa loro se in queste settimane i napoletani affogano nel percolato”. Questa l’incredibile spiegazione che ieri sera, in diretta, il Caimano ha offerto agli italiani decerebrati disposti ancora ad ascoltarlo. Dunque, ricapitoliamo, per dispiegare la logica unica di Arcore: quando c’era il governo Prodi e Napoli ugualmente moriva sommersa di rifiuti, la colpa era di Prodi, di Bassolino e della Iervolino. Insomma, tutti i livelli del centro-sinistra. Con il governo Berlusconi, la regione di Berlusconi, la provincia di Berlusconi, Napoli ugualmente nuore sommersa dai liquami, la responsabilità è sempre di Prodi, Bassolino e Iervolino. Soltanto in un sistema dove l’80% delle televisioni e circa le metà della stampa a grande diffusione è di proprietà o influenzata dal Caimano è possibile formulare una così nutrita e incredibile serie di menzogne. Gli scotimenti di testa di Fitto-fitto Il soldato arcoriano presente spesso negli studi televisivi in questi giorni,  il ministro per gli affari regionali,  Raffaele Fitto-fitto, non si è discostato dalla sceneggiatura prevista per tutti gli affiliati al governo che vanno nei talk-show: scuotere la testa quando il regista fa lo stacco su di loro mentre parla un esponente dell’opposizione.  Lo scotimento di testa deve essere accompagnato sempre con l’ interruzione continua e soprattutto l’esclamazione: “Non è vero”. Uno dice: “Domani sorge il sole” e vedrete l’affiliato scuotere la testa e dire “Non è vero”. Oppure: “Napoli è sommersa dai rifiuti”: “Non è vero, abbiamo rispettato gli impegni presi  e comunque la colpa non è nostra”. Floris ha mandato in onda un bel servizio che accostava alle panzane del Caimano, pronunciate ad ottobre e a novembre (“Entro dieci giorni la situazione a Napoli tornerà alla normalità”), le immagini odierne del centro partenopeo, per chiedersi: “Ma è davvero tornata la normalità”? Ma nel regno di Arcore tali domande non si devono rivolgere. “Il Giornale” spara alzo zero ancora su Saviano asserendo che i numeri forniti dallo scrittore durante l’ultima puntata di “Vieni via con me” sono del tutto inventati. Conoscendo le abitudini del capo dei capi, come credere a quanto scrivono al quotidiano diretto da Sallusti? Il Caimano furioso Lo immaginiamo, seduto sulla sua poltrona a Palazzo Grazioli, con Bonaiuti e Letta accanto. Vede quel servizio e sbotta. “Non è possibile! Questi comunisti si inventano tutto! Paolo, chiamami subito la Rai e fammi parlare con Floris”. Quando squilla il telefono e il conduttore dice “Pronto”, gli arrivano subito i clamori del Caimano che, come sua abitudine, grida il suo proclama e non consente a Floris di porre alcuna domanda. Al culmine della libido interventista grida: “La Rai non è sua [ è soltanto mia, sottinteso]. E, se permette, di televisione me ne intendo più io di lei. Siete dei mistificatori”. Clic. La democrazia arcoriana non consente repliche, domande, precisazioni, nemmeno quando si lanciano insulti. Fitto-fitto era tutto contento e non scoteva più la testa. Il capo dei capi gli aveva consegnato il suo imprimatur nell’opera di demolizione dell’evidenza. Floris recupera in corner, affermando: “Se lui non consente di fare domande chiudendo la telefonata, è un problema suo”. Non ci sembra granché come forma di lotta contro il dittatore ma il ragazzo è così: bravo e studioso. Farà strada.

 

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La manifestazione dell’Aquila del 20/11/10

 

 

SIAMO TUTTI TERREMOTATI!

 

 

 

 

            Non è un problema quantitativo, ma qualitativo. Stiamo tutti male! Noi Italiani  di oggi siamo tutti terremotati, chi più e chi meno, chi in un modo chi in un altro, chi a livello economico, chi a livello psichico, chi a livello morale. Il disastro ambientale  contribuisce a distruggere  e destabilizzare tutto e tutti.

 

 

L’aquila chiama Italia

 

 

            La manifestazione del 20 novembre è stata indetta con lo slogan “L’Aquila chiama Italia”. I Comitati cittadini hanno fatto bene a chiamare l’Italia. L’Aquila è in un momento difficilissimo: sta vivendo una crisi nella crisi. Alla crisi generale che sta attraversando tutto il Paese, si aggiunge quella particolare di un territorio distrutto dal terremoto i cui danni sono inestimabili.     

 

Alla tragedia, alla sofferenza ed all’impoverimento degli Aquilani si è aggiunto il comportamento sciacallo cialtrone ed insensibile della classe politica che preferisce speculare con la costruzione delle nuove case ed abbandonare la ricostruzione della città vecchia. Di fronte a questa classe politica sorda alle richieste degli Aquilani, è stato chiesto l’aiuto degli Italiani onesti sensibili, ancora esseri umani, che hanno risposto con grande entusiasmo. Sono accorsi Comitati, Coordinamenti, Associazioni, Collettivi e movimenti vari dal sud al nord del paese ed hanno dato vita ad una grande manifestazione di circa 25.000 persone, con grandissimi contenuti ideali. Rappresentano l’Italia ribelle, autorganizzatasi spontaneamente dal basso, fuori dalle istituzioni, la vera opposizione al governo Berlusconi. La manifestazione ed i vari comitati presenti esprimono il fallimento delle istituzioni capitaliste. 

 

 

L’Italia chiama L’Aquila

 

Questa manifestazione si è svolta mentre l’Italia sta vivendo una crisi sistemica e storica. I problemi sono troppi per poter essere risolti all’interno della struttura economica sociale e politica esistente. Per questo motivo tutto scoppia: la scuola la sanità la spazzatura l’ambiente il governo l’opposizione, anche l’Euro come moneta unica è in pericolo. Nessuno svolge più il proprio ruolo normale. Lo stesso concetto di normalità si è perso. Come uscire fuori da questa situazione?

 

Indubbiamente non è facile ma, nello stesso tempo, non si può seguitare a dire che tutto va bene contro ogni evidenza, come fa la Destra, né che si tratta di una crisi transitoria, come fa la Sinistra, illudendo i cittadini. Questa è una crisi da cui il sistema capitalista ne uscirà portando i ricchi ad essere molto più ricchi ed i poveri molto più poveri, con l’Italia che scivolerà a livello di paese del terzo mondo. Non è la classe borghese che sceglie coscientemente questa soluzione. E’ il

 

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sistema capitalista e la logica del profitto per il profitto, fine a se stesso, che la impone. Mentre il Paese si riempie di problemi di tutti i tipi, senza che i governi riescano a risolverne uno, lo Stato italiano, oltre a rischiare la spaccatura con la secessione della Padania, oltre a rischiare l’instaurazione di un regime fascista con l’involuzione autoritaria già in atto, oltre ad avere un futuro di povertà assicurato a causa della crisi mondiale, corre anche il pericolo della bancarotta come è successo in Argentina nel 2002 e come ha rischiato la Grecia l’anno scorso e come è in bilico l’Irlanda attualmente. E’ la speculazione finanziaria internazionale, cioè un gruppo di finanzieri avidi e bulimici di denaro che, con la complicità della classe politica, rastrella la ricchezza mondiale, facendo fallire interi Stati e precipitando i popoli alla fame. Come si può seguitare ad avere fiducia in questo sistema e nelle sue istituzioni? E’ impossibile! Coloro che ancora ci credono, secondo me, devono cambiare velocemente perché questa “ignoranza” la stiamo pagando molto cara sulla nostra pelle.

 

 

L’Autogestione e la Rivoluzione

 chiamano L’Aquila e l’Italia

 

Ha fatto bene “L’Aquila a chiamare l’Italia” e l’Italia a rispondere chiamando L’Aquila. Siamo tutti terremotati ed abbiamo bisogno di tutta la nostra forza ed unione in quanto, secondo me,  non c’è soluzione per i principali problemi dell’Italia, tra cui la ricostruzione dell’Aquila, all’interno di questo sistema capitalista. La crisi economica e politica è troppo grande, non è l’epoca del “boom economico”. Soltanto una lotta rivoluzionaria di popolo come a Terzigno contro la discarica può imporre una ricostruzione della città. E’ importantissimo non perdere tempo dietro alle istituzioni. La crisi oggettiva, l’incapacità dei governi e l’aggravarsi dei problemi fino a diventare non soltanto economici ma addirittura vitali, porteranno al ripetersi di 10-100-1000 Terzigno in Italia. Nel frattempo bisogna tenere presente che ci sono anche larghi strati della popolazione che non hanno ancora le idee i valori la morale il pensiero di rottura e la cultura necessaria per tagliare il cordone ombelicale che ancora li tiene legati alle istituzioni repubblicane. Questa è la vera crisi, altrimenti il momento negativo per la classe al potere si trasformerebbe in un momento positivo per la classe  sfruttata attraverso un’ondata rivoluzionaria. Manca questa coscienza. C’è molto scontento tra la gente, il 40% circa non va più a votare, però quando si tratta di agire si finisce sempre per andare a bussare alle porte del potere, cioè delle istituzioni, affinché esse facciano e risolvano. Si bussa anche molto forte, ma non si è capaci di “farsi la legge da sé!”. Naturalmente non con “la lupara”, ma con l’Autogestione, sostituendosi alle Istituzioni. I gruppi di sinistra minoritari sono gli unici che fanno azioni del genere, come è stato con il “Movimento delle carriole” all’Aquila.

 

Logicamente si fa quel che si può. Specialmente all’inizio bisogna avere moltissima pazienza, ma è meglio fare poco, in forma indipendente dal potere, piuttosto che illudersi, soltanto illudersi,  di ottenere molto andando in migliaia ed in milioni a chiedere alle istituzioni cose che queste non hanno nessuna voglia né capacità di fare, per cui si limitano a fare grandi promesse che sistematicamente non mantengono. La storia del comportamento delle istituzioni nel dopo terremoto all’Aquila ne è un’ennesima dimostrazione.

 

Per questi motivi se L’Aquila chiama l’Italia e l’Italia chiama L’Aquila, è molto giusto che l’Autogestione e la Rivoluzione chiamino entrambe alla lotta per trasformare l’Italia in una società senza padroni, autogestita dal popolo, senza la tirannia del profitto privato, in cui ci sia da lavorare e da vivere con dignità per tutti. Solo così, lungo questo percorso, si potranno risolvere i principali problemi del paese Il progresso economico-scientifico raggiunto permette di realizzare una simile società  molto facilmente.   

 

25/11/10                                                                                                                        Antonio Mucci    

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LE MANI DELLA LEGA SU BANCHE, AZIENDE ED ENTI PUBBLICI

 

Al razzismo da osteria della Lega si somma anche una marcia silenziosa verso l'occupazione di posti chiave non solo nelle fondazioni bancarie del Nord ma anche nella Rai e nei consigli di amministrazione dei grandi enti pubblici, Eni, Enel, Finmeccanica, Autostrade, Aeroporti, Asl e in tutte le più appetitose partecipate di Comuni e Province, mentre in poco tempo ha messo in piedi una parentopoli per distribuire posti e stipendi milionari a mogli, figli, cognati e amici da far impallidire per rapidità, capillarità ed efficienza ogni altro esempio precedente. come risulta dalla mappa pubblicata di recente dal settimanale "L'Espresso" (7/10/2010)

 

LE MANI DELLA LEGA SULLE BANCHE

I suoi uomini sono saldamente piazzati nelle fondazioni che controllano le più importanti banche del Piemonte e del Lombardo-Veneto.

LOMBARDIA: rispondono direttamente a Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni:

Massimo Ponzellini (Popolare di Milano); Luca Galli (Fondazione Cariplo); Rocco Corigliano (Fondazione Cariplo); Marcello Sala (Intesa Sanpaolo)


PIEMONTE è Calderoli a comandare, la cui consorte Gianna Gancia, presidente della provincia di Cuneo ha piazzato una sua collaboratrice, Giovanna Tealdi, nel Consiglio generale della Fondazione Caricuneo, socia dell'importante gruppo Ubi Banca.

Rispondono direttamente a Roberto Calderoli e Roberto Cota:

Giovanna Tealdi (Fondazione Cr Cuneo); Giovanni Quaglia (Fondazione Crt Torino); Domenico De Angelis (Popolare Novara)

VENETO sono il governatore Zaia e l'ambizioso Flavio Tosi a farla da padrone sulle nomine nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Cariverona, che ha quasi il 5% di Unicredit e che ha avuto un ruolo di punta nella cacciata di Profumo, tanto da aver suscitato i malumori dei loro compagni di merende lumbard che l'hanno presa come un'invasione di campo.

Rispondono direttamente a Luca Zaia e Flavio Tosi:


Amedeo Piva (Fed. Bcc Veneto); Giovanni Maccagnani (Fondazione Cariverona); Cesare Locatelli (Fondazione Cariverona); Damiano Monaldi (Fondazione Cariverona); Giuliano Lunardi (Fondazione Cariverona); Serena Todescato Serblin (Fondazione Cariverona); Michele Romano (Fondazione Cariverona); Paolo Richelli (Fondazione Cariverona); Claudio Ronco (Fondazione Cariverona); Sergio Genovesi (Fondazione Cariverona)

 

ROMA: rispondono direttamente a: Umberto Bossi

Rai:
Antonio Marano (vice direttore generale); Gianluigi Paragone (vicedirettore Rai2); Massimo Ferrario (centro produzione Milano); Milo Infante (conduttore);


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NELLE AZIENDE PUBBLICHE ED ENTI PUBBLICI

La Lega ha conquistato un numero considerevole di poltrone e di posti chiave in molte aziende ed enti pubblici, e non soltanto nelle regioni del Nord ma anche a livello centrale, nella "Roma ladrona" tanto odiata. 

LOMBARDIA è la regione dove più forte e senza esclusione di colpi si va facendo la concorrenza all'interno della stessa coalizione che governa la Regione e il Paese, ovverosia tra Lega e PDL, per l'accaparramento delle poltrone che contano.

Rispondono direttamente a Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni:

Giuseppe Bonomi (Sea); Paolo Besozzi (Milano Serravalle); Piermario Sarina (Asam); Attilio Fontana (Fiera di Milano); Dario Galli (Finmeccanica); Leonardo Carioni (Expo 2015); Adriano Canziani (Infrastrutture lombarde); Giorgio Piatti (Enav); Bruno Caparini (A2A); Federico Terraneo (Agam-Agsm); Silvia Anna Bellinzona (Arpa Lombardia); Giampaolo Chirichelli (Finlombarda, Asm Pavia); Maria Elisabetta Serri (Metropolitana Milanese); Luciana Frosio Roncalli (Ferrovie Nord Milano); Antonio Turci (Sogemi); Lorenzo Demartini (Lombardia Informatica); Italico Maffini (Ansaldo Energia); Vittorio Bellotti (Fiera di Milano); Marco Reguzzoni (Sviluppo sistema fiere); Marco Ambrosini (Nolostand, Villa Erba)

PIEMONTE: rispondono direttamente a Roberto Calderoli, Roberto Cota:
Paolo Marchioni (Finpiemonte Partecipazioni); Claudio Dutto (Finpiemonte); Claudio Zanon (Città salute Torino).


VENETO: rispondono direttamente a Luca Zaia e Flavio Tosi:

 Nicola Cecconato (14 incarichi); Paolo Paternoster (Agsm Verona); Roberto Loschi (Treviso Mercati); Mario Piovesan (La Marca Treviso); Stefano Busolin (La Marca Treviso); Attilio Schneck (Serenissima Spa); Leonardo Muraro (Veneto strade); Fulvio Zugno (Energia Veneto, Ulss8); Erick Zanata (Actt); Claudio Ronco (Ospedale San Bortolo, Vicenza)

FRIULI-VENEZIA GIULIA: rispondono direttamente a Pietro Fontanini:

Enzo Bortolotti (Autovie venete); Stefano Mazzolini (Promotour); Mirko Bellini (Ersa); Paolo Piccini (Ape); Loreto Mestroni (Ape); Francesco Moro (Gestione immobili); Giuseppe Tonutti (Ass Pordenone); Renato Pujatti (Finest)


ROMA: rispondono direttamente a Umberto Bossi:

Gianfrancesco Tosi (Enel); Mario Fabio Sartori (Inail); Dario Fruscio (Agea); Roberto Cadonati (Cinecittà); Dario Galli (Finmeccanica); Mauro Michielon (Poste); Guido Tronconi (Fintecna); Giuseppe Maranesi (Gse); Francesco Belsito (Fincantieri).

(fonte: "L'Espresso" 7/10/2010)

Francesco pinerolo@fastwebnet.it

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A 30 anni dal sisma del 1980: analisi e provocazioni corsare

In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, il trentennale del terremoto che il 23 novembre 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 100 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali. A 30 anni di distanza, il ricordo funesto di quella tragedia storica suscita negli abitanti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e cordoglio corale, un profondo senso di angoscia e turbamento, di inquietudine, dolore e rabbia.

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Per gli abitanti dell’Irpinia il 23 novembre rievoca un’esperienza traumatica e luttuosa, indica una data-spartiacque evidenziata sul calendario. La nozione “data-spartiacque” serve a spiegare in modo efficace che da quel giorno la nostra realtà esistenziale è stata sconvolta duramente non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale, facendo regredire il livello di civiltà dei rapporti interpersonali. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, segnando per sempre le coscienze interiori e la sfera degli affetti più intimi. I rapidi e caotici mutamenti degli anni successivi, hanno prodotto un imbarbarimento antropologico che si è insinuato nei gesti e nelle percezioni più elementari, deformando gli atteggiamenti e le relazioni sociali, soffocando ogni desiderio di verità, di giustizia e rinascita collettiva.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all'ambiente e all'economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie "cattedrali nel deserto" come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219. Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l'insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

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Negli anni '80 l'Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste e vergognoso primato se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, soprattutto giovani con meno di 30 anni, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i migliori posti di lavoro, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari e referenti del cosiddetto "uomo del monte", il feudatario di Nusco. Nelle nostre zone l'Inps era diventato il principale erogatore di reddito per migliaia di famiglie. Ciò era possibile grazie a manovre clientelari e all'appoggio decisivo di figure importanti della società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Gli enormi sprechi compiuti dal sistema assistenzialistico e clientelare sono anche all’origine dell’attuale crisi della sanità irpina e di altre emergenze locali.

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell'uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all'opposizione. All'interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra. 

La piovra del potere politico ha sempre gestito e distribuito posti di lavoro, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutta la provincia, creando e favorendo un vasto sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, collocati a destra e a manca. Si spiega in tal modo perché la struttura  di potere si è conservata fino ad oggi, resistendo ad ogni scossone politico e giudiziario, sopravvivendo agli scandali dell’Irpiniagate, scampando alla bufera scatenata dalle inchieste di Mani Pulite all'inizio degli anni ‘90. Tuttavia, in quegli anni abbiamo assistito ad un processo di rapida mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, la società irpina ha subito un’improvvisa e convulsa accelerazione storica. Da noi convivono ormai piaghe antiche e nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione prettamente consumistica. Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto dall’alto negli anni della ricostruzione, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso e scopo della vita.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato. Insomma, si può affermare che a 30 anni di distanza si perpetua l’arroganza di un potere affaristico, paternalistico e clientelistico che continua a ricattare i soggetti più deboli, riducendo la libertà personale degli individui, influenzando gli orientamenti politici dei singoli per creare e conservare ingenti serbatoi di voti. Tali rapporti di forza sono mantenuti in modo cinico e spregiudicato. Pertanto, è necessaria un'azione  politica che propugni una trasformazione radicale e totale dell’esistente insieme con gli altri soggetti effettivamente antagonisti e progressisti presenti nella società irpina. Le nostre popolazioni sono tuttora soggiogate da una casta politica vetusta ed incancrenita che comanda con metodi ormai anacronistici, alla maniera del celebre "Gattopardo", convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

Il mio modesto contributo è semplicemente un tentativo di analisi e comprensione della realtà per provare a modificarla. La speranza di giustizia e riscatto delle popolazioni irpine reclama a gran voce un progetto di trasformazione concreta, ben sapendo che non conviene mai semplificare problemi tanto vasti e complessi perché rischia di essere controproducente. La realtà non è mai semplice come appare, è sempre contraddittoria e mutevole, per cui esige un approccio critico e un metodo investigativo capace di avvalersi di molteplici strumenti di indagine e di interpretazione dell’esistente, compresa la riflessione filosofica, che da sola non è affatto esaustiva o autosufficiente.

Lucio Garofalo

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Il Decalogo di Noam Chomsky

Quando siamo presi in giro lo intuiamo, a volte ci porta il ragionamento, a volte la saggia diffidenza dovuta all’esperienza, anche se spesso si impara poco perché le fregature non si assomigliano mai abbastanza per riconoscerle. A volte non ricordiamo. Caro saluto. Tonino

Vi propongo uno schema che si rifà al linguista Noam Chomsky, dalle cui riflessioni si estrapola un decalogo, una lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media.

1-La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.

La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. “Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3- La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4- La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. (Riforma continua delle pensioni) E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

 

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5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti ….

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.

“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori”.

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti …

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

 

Antonio D’Orazio

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Giacomo D'Angelo

FLAIANO E D'ANNUNZIO
l'Antitaliano e l'Arcitaliano

Dopo la morte, per almeno un trentennio, Gabriele d’Annunzio è stato per la cultura italiana il mostro da schiacciare. Alberto Arbasino aveva scritto di lui: «Cadavere in cantina fra i più ingombranti di tutte le letterature, di tutti i paesi, vilipeso, conculcato, negletto… vomitato con stizza… peggio ancora di Pound.» E, si potrebbe aggiungere, di Céline, di Hamsum, di Brasillach, di Mishima, di Bloy. Nessun altro scrittore, non solo in Italia, è stato bersaglio di una damnatio memoriae così estesa, di uno sport della demonizzazione tanto praticato, di un pregiudizio che ha relegato nell’oblio le imprese dell’uomo e i versi del poeta. «Nessuno ha mai suscitato tante inimicizie, nessuno ha mai avuto tanti denigratori sistematici», ha scritto G. A. Borgese.
Il vulcano del provincialismo italiota ha ricoperto di lava moraleggiante, snobistica, bigotta, ideologica, un artista letto e ammirato da Joyce, Proust, Hemingway, Musil, Valéry, James, Landolfi, Bianciardi, Manganelli. Una cortina di ipocrisia, un cordone sanitario, una sollevazione universale verso l’ingombrante, indigeribile, “infrequentabile” (Rossana Rossanda) poeta, hanno unito per lungo tempo letterati e gazzette, il nord illuminista e il sud sanfedista, l’Azione Cattolica e le Case della Cultura.
Non si sono estraniati da simile palude di conformismo i giornali per i quali scriveva Ennio Flaiano con rare eccezioni, come Leo Longanesi. Flaiano distingueva dannunziani e d’Annunzio: i primi li scansava, ne detestava stile e modi di vita; dell’altro, il suo compaesano, nato a pochi metri dalla sua casa nella Pescara non ancora unita a Castellammare, rileggeva e assaporava i madrigali estivi che gli rimandavano l’estate adriatica dell’adolescenza.
E ogni citazione che l’autore di Tempo di uccidere faceva del poeta di Alcyone rivelava un moto di simpatia, un empito fratellevole, un riconoscimento della sua grandezza. Senza fanatismi di idolatra, ma con serenità di giudizio. Il poeta Flaiano, che con La spirale tentatively ha scritto «la più bella lirica del 900»(Franco Cordelli), sapeva che «Alcyone è il libro generativo della lirica novecentesca e D’Annunzio il padre che occorre idealmente uccidere, ma con cui non si cessa di dialogare.» (Pietro Gibellini)



Giacomo D'Angelo
FLAIANO E D'ANNUNZIO
l'Antitaliano e l'Arcitaliano
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-704-8]
Pagg. 120 - € 10,00

http://www.edizionisolfanelli.it/flaianoedannunzio.htm
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 Per Franca mia moglie

       (in ricordo)

 

 

………………..

viaggi

Nella mia mente ingessata

viaggi

Nel mio respiro ad alta tensione

viaggi

Nella luminosità di una lacrima

viaggi

Sulla sfera del tempo incompiuto

viaggi

Sulla mia pelle rumorosa

viaggi

Sul filo infinito dell’amore

viaggi

Sull’onda in festa dei ricordi

viaggi

Nell’eterna sinfonia divina

…………………………..

Viaggi

dentro di me

Viaggio

dentro di te

………………………….

………………………….

………………………….

 

 

                                               Oronzo Liuzzi

 

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Descrizione: ilSale2

 

 

INAUGURAZIONE DEL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE "FRANCO SALOMONE"
30 ottobre 2010 ore 17.00
Piazza Capuana 4, 61032 Fano

La FdCA-Federazione dei Comunisti Anarchici è lieta di annunciare l'apertura dei locali che ospiteranno il Centro di Documentazione "Franco Salomone", nel pomeriggio di sabato 30 ottobre 2010.
Viene così realizzato l'impegno preso nel lontano 2005 con Franco Salomone, il nostro compianto compagno di lotta e militante comunista libertario savonese scomparso nel 2008. E' grazie a lui che è oggi possibile per la FdCA avere a propria disposizione locali in cui dare spazio e nuovo slancio alle attività politiche e sociali del comunisti anarchici ed al tempo stesso realizzare un ulteriore impegno contratto con il compagno Salomone: quello di raccogliere, conservare e valorizzare a fini storiografici la memoria dell'anarchismo di classe dagli anni '60 ad oggi, nonché la pubblicistica relativa alla storia delle lotte, delle esperienze, dei protagonisti del comunismo anarchico e della sinistra rivoluzionaria.
Sulla base del fondo documentario ereditato dal compagno Salomone, il Centro ha già acquisito il cospicuo fondo OAP/ORA a Bari e si accinge ad acquisire altri fondi e donazioni di attivisti libertari, procedendo alla loro archiviazione e fruizione per ricercatori ed amanti della documentazione storica.
Ma il Centro intende essere anche luogo per attivisti/e libertari e dell'auto-organizzazione sociale con lo sguardo rivolto al presente ed al futuro.
Non solo archivio, dunque, ma luogo fisico e politico in cui la memoria alimenta la ricerca storica ed al tempo stesso si collega alle esperienze dell'oggi, favorendo quel ricambio generazionale di attivisti/e e militanti indispensabile per assicurare continuità al progetto politico-organizzativo dei comunisti anarchici e lunga durata all'anarchismo radicato nelle lotte sociali e politiche della contemporaneità.
L'apertura di questo centro di documentazione è solo l'inizio di un percorso politico con cui si intende promuovere studi e ricerche, allacciare proficui rapporti di collaborazione e progettualità con i tanti centri di documentazione ed archivi del movimento anarchico già esistenti ed operanti a livello locale, nazionale ed internazionale, perché solo la cooperazione può rafforzare il nostro impegno nel raggiungere l'obiettivo che ci prefiggiamo e ci prefiggevamo già all'indomani della Prima Internazionale: essere memoria delle lotte di ieri per essere protagonisti nelle lotte dell'oggi, per l'alternativa libertaria, per l'uguaglianza e la libertà.


PROGRAMMA DELL'INAUGURAZIONE

   * Ore 17.00: saluto della FdCA agli ospiti e significato del Centro di Documentazione
   * Ore 17.30: intervento di ricordo della figura di Franco Salomone
   * Ore 18.00: interventi degli ospiti per saluti o per ricordare la figura di Salomone

A conclusione della serata: buffet

www.fdca.it
fdca@fdca.it

 

 

Presentato da Lia Didero

 

 

 

 

 

 

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Ce n’est q’un debut continuons le combat

“ E’ solo  l’inizio continuiamo a lottare”  ( slogan studentesco del maggio francese nel 1968 )

 

Luciano Martocchia

 

Ormai è inarrestabile la protesta lanciata su tutto il territorio nazionale dagli studenti medi e universitari contro il Ddl Gelmini, in vista della sua approvazione.

Momenti di forte tensione si sono registrati in questi giorni  nella capitale davanti alla sede del Senato, quando un gruppo di giovani giunti per manifestare hanno tentato di entrare a Palazzo Madama.
Le forze dell'ordine hanno impedito agli studenti di oltrepassare il portone principale ed è partito un lancio di uova. Durante l'episodio sono rimasti feriti otto agenti, 27 studenti sono stati denunciati e due arrestati.  Successivamente un altro gruppo  ha tentato di raggiungere Palazzo Grazioli, la residenza di Berlusconi, ma l'iniziativa non è riuscita poichè l'ingresso di via del Plebiscito era stato bloccato. "Quando passano le veline per Berlusconi le fate entrare, gli studenti con i loro problemi no" hanno denunciato gli studenti. Sempre a Roma in Via Marcello, si sono registrati violenti scontri. Molti studenti  sono rimasti feriti ed hanno denunciato la violenta  azione repressiva degli agenti, spesso al di fuori delle aspettative. Sembra che addirittura una camionetta blindata abbia  accelerato per disperdere il corteo studentesco, rischiando di provocare una vera e propria tragedia.
Le manifestazioni  si susseguono, giorno dopo giorno,   raggiungono Piazza Venezia e, intonando cori contro il governo Berlusconi e la Gelmini, raggiungono l'ateneo della Sapienza dove si tengono  assemblee nelle facoltà occupate.
Gli studenti, ben consci degli effetti devastanti che questo ddl comporterà, non hanno intenzione di demordere.  "Siamo venuti in piazza per chiedere alle forze politiche di fermare questo scempio del sistema universitario pubblico italiano e se questo ddl supererà l'esame della Camera bloccheremo il Paese partendo dalle Università". E' quanto hanno riferito l'Unione degli universitari (Udu), che aggiungono:"Ci sono più di 50 atenei in mobilitazione. L'occupazione continua   e non abbiamo intenzione di fermarci. Anzi,  siamo intenzionati ad inasprire lo scontro se questo Governo continuerà ad essere sordo alle richieste che vengono mosse dall'intero mondo accademico".
In tantissime università, come a Roma, Sassari, Torino e Trieste gli studenti e i ricercatori sono saliti sul tetto degli edifici da dove hanno calato gli striscioni di protesta. A  Siena centinaia di universitari hanno occupato i binari del treno per alcune ore, mentre a Pisa è stato occupato anche l'aeroporto.  E la protesta non finisce qui. Gli studenti replicheranno ancora, dando vita a cortei che partiranno da La Sapienza alla volta di Montecitorio.   Come al solito e scontate retoricamente sono piovute subito le reazioni dalla maggioranza di governo, che ha condannato fermamente gli episodi di quest'oggi. Sia il presidente della Camera Gianfranco Fini che quello del Senato Renato Schifani hanno addirittura definito l'azione degli studenti, riferendosi agli espidodi avvenuti a Palazzo Madama, come un attacco alle istituzioni. Tuttavia, e leggendo bene i punti della riforma, era inevitabile che scoppiasse il peggio. D'altra parte i tagli selvaggi contenuti nel Dd  sono inequivocabili e dovrebbero porre una riflessione approfondita in questo delicato settore, che rappresenta uno dei pilastri fondamentali per la crescita di un paese.

Il governo continua a fare le orecchie da mercante, ignorando che la scuola rappresenta la chiave culturale per la formazione, lo sviluppo e la futura occupazione a cui ogni giovane aspira, ma non può fare altrimenti,  tutta la coalizione corrotta  che lo sostiene ha il solo scopo di tenere a galla il Sultano  che attraverso laute sovvenzioni compra il consenso dei suoi cortigiani e giullari di turno, dai Capezzone  ai Cicchitto …e dintorni.

 

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Un vicolo cieco del marxismo

 

La metafisica delle classi

 

                                                                                           di Carmelo R. Viola

 

         Il comunismo è l’ideale politico più antico del mondo. . Ciò vuol dire che è nato prima del marxismo e di qualsiasi teorizzazione. Ne consegue che si può essere comunisti senza essere necessariamente dei marxisti. E’ il caso della setta degli esseni, di cui si dice abbia fatto parte il mitico Gesù. Io lo sono, comunista, sin da quando, ragazzo, ho sentito la massima “da ciascuno secondo la possibilità, a ciascuno secondo il bisogno”.

         La trilogia della Rivoluzione Francese del 1789 ”libertà-fraternità-uguaglianza” è certamente una formula matematicamente perfetta di comunismo. Infatti, si tratta di un trinomio di cui ogni fattore conserva la propria valenza solo in condizione di interattività con gli altri due. Tant’è vero che la libertà, estrapolata da tale espressione matematica, ci ha dato dapprima il liberalesimo, che è una vaga attitudine ad una indefinita libertà, una via (padre) per un possibile socialismo ma anche, se applicata all’economia, un viatico per il liberismo, che è agli antipodi del comunismo.

         Marx è stato fuori dubbio il più grande teorico del comunismo, un vero filosofo e scienziato sociale. Il marxismo ha segnato un’epoca dandoci la visione scientifica di un vecchio sogno sociale. Ma capita anche ai grandi di lasciarsi abbagliare da sé stessi. La “tenuta scientifica” ha certamente seguito tutti i suoi studi in fatto di tecnica capitalistica, come dire l’azione dell’economista. Un po’ meno attendibile è il sociologo. Egli infatti parla di borghesia e di proletariato come di entità precise, quasi reali.

         Con il nobile intento di superare la metafisica di chi ritiene il solo spirito, fautore della storia, Marx capovolge la situazione mettendo il modo di produzione al posto dello spirito e finendo per dare vita ad una metafisica uguale e contraria. Semplicemente perché non è nemmeno il solo modo di produzione a fare la storia ma questo e il cosiddetto indefinibile spirito. La metafisica nasce dall’incapacità di cogliere la realtà nella sua globalità.

         Marx si imbroglia in una ragnatela di contraddizioni: afferma verità fondamentali e le smentisce. Sostiene il materialismo dialettico, laddove materia sta per madre o matrice e dialettico sta per “evolventesi per interazione” (tesi+antitesi = sintesi). Ne consegue che la storia non può avvenire per effetto di un solo fattore (spirito o modo di produzione). La più eclatante delle contraddizioni si riferisce al classismo, che io considero addirittura un vicolo cieco. Un documento comunista attendibile, che ho sotto gli occhi (tratto dal “Programme Communiste” – Parigi, 1960), ce lo presenta proprio come un dogma articolato: “Nel momento in cui entra in lotta il proletariato vede chiaramente e concretamente dove è il suo nemico: il proletariato è una classe omogenea che ha una prospettiva e una missione storiche”.

 Credo che non ci sia niente di più gratuito e falso. Davanti a siffatto pronunciamento categorico di principio sono due gli ordini di considerazioni che posso fare: uno è che del proletariato, così definito, non c’è traccia nella realtà. E’ come vedere destituito di ogni fondamento scientifico il classismo. Se questo fosse vero, ci troveremmo di fronte ad una specie di animismo magico delle classi: ogni soggetto agirebbe inconsciamente intanto come espressione di una classe; il proletariato – ritenuto proclive alla missione storica – risponderebbe al modo di produzione capitalistico (padronale) con un atteggiamento automaticamente rivoluzionario in senso socialista; la maturazione socialista del proletariato sarebbe già di per sé stessa una rivoluzione, considerando

 

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che esso è la parte maggioritaria del popolo; per portare a termine la rivoluzione socialista basterebbe organizzare le forze già in campo.

La realtà smentisce tutto questo. Basta considerare come tutti i poliziotti, tutti i militari volontari e tutti i subalterni del sistema borghese siano proprio dei proletari. Proletari sono anche sfruttatori di altri proletari, ladri di poveri e spie di padroni. Proletari sono emuli di padroni. Proletaria è la base che tiene su Berlusconi, il quale se ne fa un vanto. Ciò avviene perché non c’è nessun nesso consequenziale fra condizione economica ed età civile e bioetica e perché il soggetto agisce naturalmente in funzione della propria età civile e bioetica. Ne consegue che il povero non è un eroe solo perché povero ma solo uno che vuole sopravvivere, esattamente come i volontari dell’Afghanistan, a cui non gliene frega un bel niente della patria, con buona pace di chi mentisce per mestiere. Il fatto che i padroni trovino più facile organizzarsi contro la resistenza delle loro vittime conferma questa tesi: il padrone, infatti, è più vicino allo spirito agonistico-predatorio della giungla di quanto non lo sia la sua vittima che gli resiste. Il padrone non fa alcuna fatica a fare fronte comune contro le proprie vittime, partendo dalla posizione del vincitore, mentre le sue vittime, al contrario, partono dalla posizione di vinti e hanno da perdere non le sole catene (come diceva Marx) ma anche la vita.

L’altro ordine di considerazioni è che sono gli stessi sostenitori del marxismo a smentire sé stessi. Sono essi che hanno inventato le “avanguardie”: specie di catechisti del proletariato, dai quali questo viene informato, istruito, formato e fomentato. Altra contraddizione è quella di fare delle rivoluzioni non come proletariato ma “in nome del proletariato”.

La dinamica della storia è palesemente elitaria nel senso che la stessa viene promossa, nel bene e nel male, da soggetti singoli dominanti. La “dittatura del proletariato” dell’URSS si sarebbe dovuta chiamare “dittatura di Lenin”, almeno inizialmente. Se la storia è – come è – lo stesso panta-rei biologico, ne consegue che ogni soggetto agisce secondo la determinazione del momento del panta-rei. Chi fa la storia è, in ultima analisi, l’uomo o come soggetto individuale o come parte di un insieme dinamico (che è ogni categoria di compartecipi di interessi immediati: un partito, una religione, una colleganza sportiva <tifo>, una causa politica o particolare e così via).

Non si comprenderebbe come e perché un soggetto con un basso tasso di cultura e di civiltà, potrebbe concepire e realizzare un progetto di rivolta rivoluzionaria che presuppone, al contrario, un  alto tasso di cultura e di civiltà, soprattutto qualitativamente diverse. Ed è strano come dei sostenitori di una specie di didattica biologica o biosociale possano finire per alimentare una vera e propria metafisica delle classi, che contraddice a quella dialettica e manda per aria tutta la pretesa linearità del pensiero marxista.

Se davvero il potere sovietico fosse stato nelle mani di un proletariato, necessariamente adulto,  nessun Reagan, presidente spaccone degli USA, nessun papa polacco, intrigante politico, nessun traditore come Gorbaciov o Eltsin, avrebbero potuto disfarsene come di un castello di sabbia.

Per tutto questo io, comunista da sempre, non sono mai riuscito a condividere la filosofia dei marxisti colti: fanatici sostenitori dell’URSS finché questa era viva e potente, latitanti subito dopo il bombardamento della duma. Figuriamoci cosa non possa essere avvenuto di un proletariato grezzo e incolto.

 

                                                                     Carmelo R. Viola

 

(Un vicolo cieco del marxismo – 07.07.10 – 2621)

 

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MARX (in pillole)-a cura di Mario Boyer- EDIESSE 2010

Recensione di Michele Citoni

 

 

Si avverte a sinistra un bisogno di ricostruzione. L’edificio va riprogettato dalle fondamenta. Per questo occorre innanzitutto rileggere Marx e valutare il contributo del suo pensiero alla storia e al futuro dei movimenti di trasformazione sociale.

Con modestia, ma con un intento didattico che si richiama ai testi prodotti dalle storiche scuole di formazione politica e sindacale della sinistra, la prima parte del libro offre «un contributo alla divulgazione di un pensiero critico sui fondamenti e i principi dell’economia capitalistica». Dopo una sintetica ricostruzione delle scuole del pensiero economico – i Fisiocratici e i Classici – precedenti all’opera dello «scienziato, filosofo, rivoluzionario» di Treviri il testo di Mario Boyer espone con chiarezza le tesi fondamentali del pensiero di Marx ed Engels, ricorrendo a brevi citazioni dai loro scritti principali e a spiegazioni esaurienti. Il lettore, che ha quindi potuto impossessarsi dei concetti chiave di questo pensiero, viene portato a valutare le evidenti e radicali differenze tra esso e le tesi dei Neoclassici, economisti coevi a Marx le cui teorie costituiscono ancora oggi il quadro concettuale di riferimento del pensiero economico dominante. Chiude la prima parte un approfondimento di Gianni De Cesare sull’«accumulazione primitiva», concetto fondamentale dell’analisi storica marxiana del modo di produzione capitalista, mediante il quale il pensatore tedesco decostruiva i miti fondativi della classe borghese capitalista e la sua immagine progressista.

Nella seconda parte del libro il saggio di Michele Citoni e Catia Papa affronta il tema del rapporto tra marxismo ed ecologia sotto il profilo storico indagando, nell’Italia degli anni Sessanta-Ottanta, le vive, conflittuali ma ricche relazioni tra la nuova e crescente sensibilità ambientale e i diversi soggetti della sinistra marxista. Gli autori mostrano che questo rapporto non è stato facile ma nemmeno si può definire nei termini di un’insanabile opposizione. Anzi, anche per questa via è possibile valutare la fecondità della tradizione politica marxista italiana.

Se pure il pensiero marxiano è stato accantonato frettolosamente – ma, a ben vedere, nel resto del mondo molto meno che in Italia – a causa dell’affermazione dell’ideologia mercatista iniziata negli anni Ottanta, le sfide contemporanee evocate nell’Appendice di Mario Boyer mostrano quale bisogno vi sia oggi di un approccio radicale alla ricerca e alla sperimentazione di nuove strade, che parta dalla consapevolezza della necessità di non smarrire le fonti. Come afferma Franco Ottaviano nella sua Presentazione, «tornare a pensare. Non restare imprigionati nei fallimenti che hanno segnato drammaticamente gli eventi del nostro recente passato. Avere lo sguardo lungo sul passato e proiettarlo sul futuro».

 

 

Mario Boyer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”