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IL SALE - N.°110

 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10   numero 110 – Ottobre 2010

 

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 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

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Sommario

 

                                                       di Luciano Martocchia

                       

                                                        di Lorenza Pelagatti

 

                                                        di Lucio Garofalo

 

                                       di Carmelo R. Viola

 

                                                         presentato da Mario Boyer

 

                                                         di Antonio Mucci

 

                                                         di Annalisa Cerretani D’Angelo

 

                                                         presentato da Lia Didero

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

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«Uccisi quattro terroristi italiani»

 

PRIMO FRONTE - Afghanistan

Scritto da Gul Ghotai Sowaillah   

Domenica 10 Ottobre 2010 18:36

«Voi occidentali, com’è noto, considerate noi afghani dei primitivi. Lo ammettiamo, se paragonati alla vostra modernità, lo siamo. Ciò che invece non ci va giù è che voi non date solo un giudizio di fatto, ma pure di valore. Primitivo, per voi, è infatti sinonimo di barbaro, che più o meno equivale ad un incrocio tra un uomo e un animale. Voi siete migliori, noi scandalosamente inferiori, ciò che vi autorizza a considerarvi in dovere di civilizzarci, di strapparci alle nostre tradizioni ancestrali, di insegnarci usi e costumi “civili” o come a toglierci i pidocchi.  Il problema è duplice: non solo volete obbligarci a diventare come voi, perseguite il vostro scopo, diciamo così, in maniera liberale, puntandoci il coltello alla gola.  Con la scusa che noi saremmo colpevoli per l’attentato del 9/11, avete occupato il nostro paese e messo al governo un vostro fantoccio. Avete insomma scatenato una guerra che dura da un decennio e, a parte poche decine di combattenti, avete tolto la vita e decine di migliaia di cittadini innocenti, metà dei quali donne inermi i cui diritti, così almeno proclamate, sarebbero in cima alle vostre preoccupazioni. Assieme alla donne avete trucidato vecchi e bambini, la maggior parte dei quali ammazzati da bombe sganciate dall’alto, spesso per mezzo di droni telecomandati, altre volte dalla vostra micidiale artiglieria pesante, che può colpirci da chilometri e chilometri di distanza, al di là delle montagne. Potete dunque immaginare come noi ci si renda conto della vostra incomparabile superiorità. Solo una civiltà tanto avanzata può chiamare tutta questa carneficina “effetto collaterale”. Solo chi è più avanzato può disporre di simili sofisticati mezzi di sterminio. Solo una società altamente progredita può produrre, a scala industriale, tanto micidiali congegni di morte. La modernità che essi incorporano sta nella loro efficacia, nel fatto che per loro tramite potete sterminarci pagando a vostra volta un prezzo irrisorio in vite umane. In questo senso non è vero che l’Afghanistan è per voi un nuovo Vietnam. Basta guardare il rapporto tra le nostre vittime e le vostre: 1:1000. Combattere con gli Ak47, con i nostri rudimentali Ied o usando il martirio, è ancor più penoso di quando gli indios dovevano difendersi con archi e frecce da  conquistatori che potevano disporre di fucili e lunga gittata e cannoni. Saremo primitivi, ma non siamo fessi, né rinunciamo alla nostra dignità. Voi la chiamate civilizzazione, noi la chiamiamo barbarie. Voi dite di portare la libertà, noi diciamo che esportate, come tutti gli invasori che abbiamo respinto nei secoli, lo schiavismo. La libertà è nella lotta, non nella umiliante sottomissione. Voi dite di stare dalla parte della verità, noi, seguendo i nostri venerati profeti, affermiamo che la verità sta nella sofferenza, e nel dolore degli oppressi. E' solo col riscatto di questi ultimi che la verità si fa strada. Saremo primitivi, ma non siamo fessi. Anzi, mi viene il dubbio che oltre ad essere moralmente superiori a voi, siamo anche più svegli. Voi non ci conoscete ma noi conosciamo voi. Non parlate la nostra lingua, ma noi la vostra. Non avete idea di cosa realmente stia accadendo in Afghanistan, noi sappiamo come vanno le cose dalle vostre parti. Voi siete ubriachi di presente, noi sappiamo che il futuro ci darà ragione. Saremo primitivi, ma non siamo fessi. Sappiamo che turlupinate i vostri cittadini, che al pari di quanto qui fanno i vostri emissari, li corrompete col denaro, che strappate il loro consenso con l’inganno. I veri pilastri della vostra democrazia. Dopo aver motivato l’invasione del nostro paese come ritorsione per il 9/11, ora giustificate l’occupazione col motivo di debellare il “terrorismo”. E’ così che i vostri politicanti e i media ad essi asserviti, chiamano i nostri combattenti: “terroristi”. Ma chi è il terrorista, se non colui che cerca, con la violenza indiscriminata e grazie al sangue di civili innocenti, di ottenere uno scopo politico, più precisamante il dominio? Terroristi sono quindi i vostri soldati mercenari, che in cambio di un lauto stipendio, vengono, armati fino ai denti, a bordo dei loro micidiali mezzi, a seminare orrore e paura. Ad occupare i nostri villaggi, a distruggere i nostri campi, irrompendo nelle nostre case sfasciando quel poco che vi trovano ma che per molti rappresenta tutto il loro avere. Vengono e non esitano a sparare su chiunque osi sfidare la loro tracotanza chiedendo rispetto. Nel vostro immaginario collettivo ciò evoca il passato fantasma del nazismo e delle SS. Voi siete per noi il nazismo presente e i vostri mercenari le moderne SS.Per questo consideriamo terroristi i vostri soldati, e i vostri politici i loro mandanti. Siamo a poli opposti: voi occupanti e noi occupati, voi oppressori e noi oppressi. Voi esultate come “successi militari” le operazioni che vi permettono di ammazzare nostri combattenti, noi facciamo altrettanto quando vanno in porto le nostre e sono i vostri a lasciarci le penne.

Questo volevo dirvi dopo il successo della Resistenza nel distretto di Golestan.

 

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Nichi Vendola trasformista populista ?

( Luciano Martocchia )

Chissà come sarebbero andate le cose  se Nichi Vendola fosse stato eletto segretario del Partito della Rifondazione Comunista al posto di Paolo Ferrero ! Avete provato per un attimo ad immaginare  PRC alleato di Casini e Fini? Avete provato ad immaginare i militanti di PRC inginocchiati davanti la salma di cera del padrepio  come ha fatto Vendola naturalmente ripreso dalle telecamere ed  emulo di Bertinotti che andò a pregare in Grecia sul monte Athos quando era alla presidenza della Camera?

La notizia è fresca di stampa: “Bersani e Vendola hanno raggiunto l'accordo. In un ristorante su via dei Fori Imperiali, ovviamente all'ombra del Cupolone, hanno convenuto che le primarie di coalizione si faranno e che il leader di Sel sarà uno dei candidati in lizza”. Dopo i patti della "crostata", del "caminetto" e recentemente, quello della "coda alla vaccinara" tra Bossi e Alemanno, abbiamo il "patto della trippa". E siccome il tema di cui vogliamo parlare è quello del populismo, si noti come, anche questa volta, gli accordi sono stati presi nella camera caritatis di un ristorante (l'incontro doveva restare segreto). Il tutto fottendosene bellamente delle istanze democratiche dei propri partiti, senza consultare i rispettivi organismi collegiali. Più che dirigenti di partito qui siamo in presenza di dignitari, capibastone, di autentici monarchi. La qual cosa ci introduce al punto: cos'è il populismo? Nichi Vendola lo è? La riflessione ci è stata suggerita da una chiacchierata tra Fausto Bertinotti e Serena Danna (Il Sole 24 Ore del 14 ottobre), svoltasi nello studio che il primo conserva alla Camera dei Deputati. L'occasione per il colloquio è stata fornita dall'uscita dell'ultima fatica di Bertinotti, un libro intitolato Chi comanda qui (Edizioni Mondadori, guardacaso!).

Bertinotti ricapitola la storia recente dell'Italia e di come l'ingresso in politica di Berlusconi nel 1994 abbia cambiato tutto. In che senso Berlusconi ha potuto cambiare tutto? Anzitutto per avere sdoganato e reso egemone il "populismo", diventato il suo metodo del fare politico. Un dato talmente comune e pervasivo che Bertinotti afferma: “Grillo, Di Pietro, Travaglio ... non sono riusciti ad addomesticare il populismo, anzi lo cavalcano sfruttando la rabbia dei cittadini”. Mentre del Governatore pugliese, il nostro esclama: “ Vendola è riuscito ad addomesticare le pulsioni anti-politiche e ad incanalare le energie alternative in un progetto reale”.

Sono i Grillo e i Di Pietro forme e manifestazioni del populismo? Ma ovviamente sì. Ha ragione Bertinotti ad affermare che Vendola, invece, non sarebbe un leader populista? Ovviamente no. Il populismo non consiste certo nel mero "sfruttare la rabbia dei cittadini" se no ogni forma di radicalità politica lo sarebbe, compresa quella, ad esempio, del Bertinotti che fu.Ci serve dunque una griglia interpretativa, dei criteri non aleatori, per attestare cosa sia il populismo. Proviamo a tratteggiare il ritratto del populismo.

Demagogia. Il significato che questo sostantivo aveva presso gli antichi greci resta valido. Parliamo dell'accattivarsi le simpatie delle masse popolari con promesse di miglioramenti economici o di ascesa nella scala sociale; promesse che il demagogo sa essere irrealizzabili ma che esibisce allo scopo di ottenere consenso, che in una democrazia sostanzialmente censitaria e capitalistica come l'attuale è una leva decisiva per ottenere il potere. Berlusconi docet.

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Dissimulazione. Il leader o la forza populista devono essere abili nell'occultare, non solo le loro reali finalità, ma pure le mosse politiche che hanno in mente per raggiungerle . Essi nascondono il loro appetito primario, il potere e il successo, dietro a discorsi fumosi e frasi fatte sulla difesa del "bene comune", degli "interessi nazionali", di questa o quella comunità o territorio, pronti a coalizzarsi con chiunque, e ad utilizzare ogni occasione si presenti  pur di guadagnare posizioni nel mercato politico. La menzogna e la falsificazione sono dunque fattori costitutivi del populismo.

Opportunismo. La convenienza tattica e non i principi muovono la prassi del populista. Egli può quindi virare a destra o a sinistra, oscillando tra le classi fondamentali, a seconda di come tiri il vento e dei rapporti di forza. Il populista non si impicca quindi mai, né ad una formula né ad alcuna alleanza. Non muove mai in linea retta ma si adatta al terreno.

Mimetismo. Essendo il feedback con le masse (anzitutto quelle scontente, il che ci dice che il populismo ingrossa le sua file nei periodi di crisi sociale) un suo punto di forza, il populismo si distingue per la sua indifferenza ad ideologie prefissate, segue piuttosto il flusso, accogliendo gli impulsi della società civile per dargli rappresentanza politica e istituzionale. Rappresentando strati sociali impoveriti dalla crisi e di norma delusi dalle sinistre, esso incorpora istinti prepolitici, egoistici e sicuritari.

Bonapartismo. Il bonapartismo, che ebbe i suoi natali in Francia nel secolo XIX dopo il fallimento della Rivoluzione del 1848, fu una la forma primordiale di populismo moderno o, se si preferisce, la forma moderna di cesarismo. Davanti alla rissa tra destra e sinistra, alla impossibilità di queste di averla vinta e sull'onda del riflusso della mobilitazione popolare, Napoleone III si atteggiò a "Salvatore della Patria", a giustizialista e difensore degli oppressi, ad arbitro tra le due classi fondamentali in lotta.

Americanismo. Il populismo contemporaneo assimila il peggio della politica nordamericana. Anzitutto la modalità personalistica e leaderistica del messaggio. Prima ancora che il contenuto del messaggio stesso conta la persona nella figura del leader. Di qui i meccanismi mutuati dagli USA, a seconda dei casi, della telepredicazione, del webmarketing politico, dell'uso di codici e linguaggi presi dalla strada o dal mondo dello spettacolo, dei comici e degli anchormen. L'uso di meccanismi di selezione dei dirigenti o dei rappresentanti brutalmente verticali, paternalistici e monarchici, di cui le cosiddette "primarie" sono un'espressione solo apparentemente virtuosa. Il tutto a sancire e cristallizzare il distacco siderale tra il leader e la base, chiamata solo a sfilare, mai a partecipare veramente all'elaborazione delle decisioni.

Se quanto dico è giusto, va da sé che non esiste una forma univoca di populismo. Esso è una modalità flessibile, che può essere infatti declinata in molteplici forme. Tornando a Vendola, egli, per usare la metafora bertinottiana, che lungi dell'essere assolutoria è autoaccusatoria, deliberatamente cavalca la tigre del populismo. Combatte il berlusconismo sul suo stesso terreno: partito personale, lista personale, rapporto tele-comandato con i cittadini. 

L'ha addomesticata? Sì, certo, piegando il populismo ad un disegno politico neoulivista,  interclassista e pseudo-spiritualista di terza mano. La sua narrazione seducente, di Vendola, le sue affabulazioni catto-comuniste, il suo stile politicamente corretto, contengono dosi di mistificazione e di ipocrisia pari solo alla vuotezza delle sue proposte politiche. Un populismo imperfetto.

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LA LOTTA PER LA DIFESA DELLA STRADA PARCO CONTINUA!

 

LE INIZIATIVE

Il presidio nato per bloccare i lavori del cantiere aperto per la costruzione della filovia sulla strada parco, continua la sua opera di informazione e di aggregazione, utilizzando altre modalità di lotta. Dopo 40 giorni d’impegno costante da parte di cittadini che si sono attivati mattina, pomeriggio e sera per controllare i lavori del cantiere e soprattutto per diventare un punto di riferimento  e di dissenso nei confronti di un vero e proprio scempio che ci si augura non venga realizzato, si è deciso di aprirsi alla città creando consenso in altre zone di Pescara. Il coordinamento no filovia organizza, pertanto, il 6 Novembre, un happening a Piazza Salotto con iniziative musicali, artistiche, culturali, proiezione video e laboratori creativi rivolti ai  bambini. In questa occasione sono stati invitati a partecipare i rappresentanti di alcune associazioni ambientali e di coordinamenti di lotta di Pescara e provincia.

GLI OBIETTIVI

In questo momento l’obiettivo del presidio, che diventa itinerante, è quello di continuare a creare,  intorno alla problematica della filovia e della Strada Parco, un ampio movimento d’opinione. Nonostante i lavori vadano avanti una larga fetta della cittadinanza non è d’accordo sulla costruzione dell’opera, che viene ritenuta inutile e dannosa, mentre una parte degli abitanti di Pescara e Montesilvano non è adeguatamente informata sulla realizzazione della filovia nella strada parco. Non a caso, temendo reazioni di protesta, Russo e i consiglieri comunali di maggioranza, hanno evitato di presentare il progetto illustrando come sarà realmente la filosofia, per evitare che ne emergano gli aspetti peggiori ( taglio degli alberi nella zona di Pescara, eliminazione della pista ciclabile per la costruzione delle fermate del filò, problema degli attraversamenti da una parte e l’altra della strada,problemi di  sicurezza, costi eccessivi rispetto al numero di utenti). Per questi motivi il coordinamento oltre a richiedere che si faccia chiarezza sull’appalto, nei confronti del quale erano già stati presentati alcuni esposti in passato e altri esposti ora, alla luce di rilevanti elementi tecnici e legali, procede con l’attività di sensibilizzazione e di informazione della città.

La cifra di 31 milioni di euro prevista, rappresenta uno degli appalti più  grandi per l’intera regione, è giusto che i cittadini sappiano come e perché vengono spesi.

 

LA STRADA PARCO OASI ECOLOGICA DI UNA CITTA’ PROIETTATA NEL FUTURO

 

Un punto centrale della mobilitazione è la difesa dell’oasi ecologica, comunemente chiamata Strada Parco, il cui valore è conosciuto da tutti.

Per la sua tipologia questo luogo è adatto per l’ aggregazione,  per praticare sport, e per la mobilità alternativa( bici, pattini, skateboard), svolgendo, quindi, un rilevante ruolo sociale e ambientale.

In base a questi requisiti rappresenta un bene prezioso per la città, un luogo importante  a cui non si può e non si deve rinunciare. Questo ragionamento si ricollega al discorso più ampio della vivibilità della città di Pescara e Montesilvano. A questo proposito sorge spontaneo  chiederci quale tipo di città vogliamo si sviluppi nel futuro?

Sembrerà retorico ma è bene ribadire che vogliamo una città a misura d’uomo, in cui si rispetti l’ambiente, si faccia cultura e siano tutelati gli interessi di tutti, anche dei più deboli e non solo dei commercianti e balneatori.

 

 

 

 

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Una città in cui lo sviluppo non venga identificato unicamente con la cementificazione, e il consumismo sfrenato, ma che valorizzi il suo patrimonio ambientale                                                       ( mare, pineta, spazi verdi),promuova la cultura,  come punti di forza per rilanciare il turismo e proiettare Pescara nel futuro, innalzandone la qualità della vita.

I problemi della città sono tanti basti pensare all’inquinamento, alla  mobilità e al traffico, allo smaltimento dei rifiuti. Tuttavia, vorrei soffermarmi in modo particolare sul discorso mobilità.

La riqualificazione della strada parco, che rappresenta una  pista ciclabile lunga più di 5 chilometri, andrebbe inserita in una diversa organizzazione della mobilità cittadina, da parte di urbanisti lungimiranti. Trasformando alcune strade della città in sensi unici ( viale Bovio) e alcune zone del centro in isole pedonali,  e incrementando il trasporto pubblico si riuscirebbe a snellire il traffico e ridurre l’inquinamento.

In questo modo verrebbe incentivata la mobilità alternativa migliorato il trasporto pubblico come avviene non soltanto nelle maggiori città europee, ma anche in alcune importanti città italiane.

 

IL COORDINAMENTO

 

Diversi sono stati gli aspetti positivi del presidio. Un gruppo di cittadini ha scelto spontaneamente   di impegnarsi per una causa che ha un valore etico e sociale. Anche se non è riuscito a bloccare i lavori del cantiere, il presidio è diventato un punto di forza della lotta ed è ha coinvolto un consistente numero di persone fino ad organizzare una manifestazione di tremila persone.

Altro merito è l’aver suscitato l’interesse sulla questione della filovia, creato un dibattito intorno al problema e attirato l’ attenzione dei mezzi d’informazione.

  L’autogestione ha funzionato, i militanti sono riusciti a mantenere aperto il presidio con dei turni che coprivano tutta la giornate, e inizialmente anche le notti.

Con il passare dei giorni il presidio è diventato un laboratorio politico e culturale permanente promuovendo assemblee quotidiane aperte a tutti e iniziative di controinformazione e di aggregazione ( volantinaggi nelle scuole, nei mercati, biciclettate informative, feste  per bambini).

La debolezza del coordinamento è stata quella di non credere nell’assemblea come importante momento decisionale. Si è delegato un ristretto gruppo di persone a determinare la linea da portare avanti. Questo ha impedito un pieno sviluppo dell’autogestione del coordinamento  e soprattutto il dibattito tra idee diverse ( pluralismo).  Si è verificata una scissione tra i militanti del presidio e i “delegati” che ha frenato la lotta e ha diminuito la passione e l’entusiasmo per la causa.

 

 

Lorenza Pelagatti

 

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I veri problemi della scuola italiana

Negli ultimi 16 anni i ministri che si sono avvicendati alla guida del dicastero della Pubblica Istruzione, hanno provveduto solo a varare la propria “riforma” per lasciare un segno, inevitabilmente infausto, nella storia. L’istruzione è ormai una cavia istituzionale, esposta agli azzardati e scellerati esperimenti “riformistici” che si sono rivelati semplicemente devastanti. Questi esponenti di governo hanno scambiato lo Stato per un’impresa privata e l’hanno ridotto a brandelli. Su tutti il ministro Mariastella Gelmini, un vero e proprio flagello della cultura che ha oltraggiato profondamente la scuola. Un’istituzione che era il vanto della nazione, con una scuola materna e una scuola elementare giudicate tra le migliori realtà pedagogiche del mondo. E’ evidente che gli ideologi del centro-destra sanno bene che il ruolo della scuola è di natura formativa ed “eversiva”, in quanto ha il compito di forgiare personalità libere e critiche. I ministri maggiormente affiatati all’interno del governo sono Mariastella Gelmini e Renato Brunetta. Entrambi sono accomunati da due carriere politiche parallele e persino due vite parallele. Entrambi stanno portando avanti due ”controriforme” invise al mondo della cultura e a settori della società civile. Ambedue affrontano il loro incarico come una dura battaglia contro le resistenze opposte da un sistema che non accetta di essere trasformato. Inoltre, entrambi hanno vissuto esperienze personali e professionali spiacevoli e mortificanti, prima di intraprendere l’attività politica e diventare ministri. Prendiamo in considerazione Brunetta, che si erge a paladino di una "crociata antifannulloni". Costui appartiene all’aristocrazia dei professori, all’elite dei docenti che guadagnano troppo e, almeno in molti casi, lavorano poco, se non nulla. Lo stesso Brunetta venne a suo tempo censurato per assenteismo dal Rettore dell’Università dove (non) lavorava. Inoltre, Brunetta era un primatista dell’assenteismo anche nel Parlamento Europeo. Insomma, il classico ministro che predica male e razzola peggio. Per quanto concerne il "Decreto Gelmini", questo ha imposto una “controriforma” con decisione unilaterale, senza confronto con i sindacati e le varie componenti del mondo della scuola, senza consultare nemmeno il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, senza alcuna riflessione di natura giuridica e tantomeno pedagogica. Sul piano occupazionale le conseguenze sono state subito devastanti e si prospetta nei prossimi anni una vera macelleria sociale. Nel complesso si calcola che il taglio di insegnanti solo nella scuola elementare, per effetto della restaurazione a pieno regime del maestro unico, ammonterebbe ad oltre 80mila posti e saranno i precari ad essere massacrati. Pertanto, il governo Berlusconi persegue un ritorno al passato che gli permetta di fare cassa, riscuotendo nuovi introiti a scapito della malconcia scuola pubblica, mentre le risorse finanziarie sono dirottate altrove. Scimmiottando con 30 anni di ritardo il modello anglo-americano, cioè la politica neoliberista che ha ispirato le amministrazioni ultraconservatrici della Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli USA, il piano del governo è di subordinare la scuola al servizio del capitale e del mercato del lavoro. La conseguenza finale sarà lo smantellamento della scuola pubblica, per concedere una formazione d’eccellenza ad una platea elitaria e procurare una manodopera crescente a basso costo proveniente dalle scuole pubbliche, riservate alle masse operaie e popolari. E’ questo il modello, miserabile e classista, che ispira la politica, non solo scolastica, del governo Berlusconi, che offende l’istruzione nel nostro paese. Una scuola-parcheggio per “bulli” e piccoli “gangster”, dove i docenti sono, nella migliore delle ipotesi, addestratori degli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla (si pensi, ad esempio, alle cosiddette “prove Invalsi”), soggetti alle valutazioni internazionali. Una scuola sempre più omologante e passivizzante, simile ad una sorta di supermercato dell’offerta educativa, sempre meno comunità educante e democratica. Una scuola che è la negazione della cultura e che, in pratica, produce solo saperi-merci “usa e getta”. Si ciancia tanto dei problemi della scuola italiana, ma chi è deputato a risolverli non si adopera affatto in tal senso. In politica ogni soluzione non può essere efficace se non è anche giusta e tempestiva. Il decisionismo e l’efficientismo devono essere calibrati mediante criteri di equità sociale, altrimenti rischiano di essere deleteri. Dunque, vediamo quali sono alcuni dei problemi concreti, ancora irrisolti, della scuola italiana.Il principale problema della scuola odierna è costituito dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di avvilimento e frustrazione che li attanaglia. Occorre rilanciare in modo concreto la professionalità didattica, rivalutando anzitutto la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d’Europa. Per innescare un meccanismo virtuoso occorre rendere appetibile la professione educativa e docente, così da creare le

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condizioni per indurre le persone più valide e preparate ad aspirare ad un lavoro ben remunerato e molto più apprezzato rispetto al presente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e favorirà un crescente rendimento qualitativo dei docenti. A beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo, in sintesi, è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola italiana. Un altro problema serio è quello delle “attività aggiuntive” non obbligatorie, vale a dire i progetti extra-curricolari. Nel campo della didattica i criteri di quantità e qualità sono sovente incompatibili tra loro in quanto si escludono a vicenda. In genere la quantità "industriale" rischia di inficiare la qualità di un progetto, a maggior ragione laddove i progetti sono prodotti in serie. In tal modo le singole istituzioni scolastiche rischiano di diventare vere e proprie "fabbriche di progetti", cioè “progettifici scolastici”. Personalmente non sono contro i "progettifici" per rivendicazioni astratte e ideologiche, ma per ragioni legate alla mia esperienza concreta. Nulla mi impedirebbe di essere a favore dei progetti di qualità, purché siano attuati seriamente, ma nel contempo sono cosciente che i casi virtuosi sono eccezioni assai rare. Di norma i "progettifici scolastici" si caratterizzano in modo gretto e negativo per una scarsa creatività e trasparenza, per l’inadeguatezza degli interventi, per una debole rispondenza ai reali bisogni formativi, culturali e sociali degli allievi, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica e aziendalistica. Per non parlare dei continui strappi alle regole, delle reiterate violazioni di norme e diritti sanciti dalla legge, delle frequenti scorrettezze e furbizie commesse all'interno delle singole scuole, derivanti da invidie, ambizioni e rivalità individualistiche, contenute in un contesto di direzione autoritaria e verticistica o, in alcuni casi, di “leadership” pateticamente e falsamente illuminata e paternalistica. Veniamo, inoltre, alla questione della trasparenza e al tema della democrazia collegiale che ormai versa in uno stato decadente. Dal varo dei Decreti Delegati che nel 1974 istituirono forme e strumenti di democrazia diretta nella scuola, la partecipazione agli organi collegiali si è progressivamente deteriorata. Oggi il potere all’interno degli organi collegiali esclude la massa delle famiglie, degli studenti, del personale docente e non. In pratica l’esercizio del potere decisionale nelle singole scuole è riservato ad una cerchia oligarchica formata dal Dirigente scolastico e dai suoi più stretti collaboratori. Esaminiamo il caso emblematico di un organo come il Collegio dei docenti. Un tempo questo era la sede deputata a discutere gli argomenti più nobili ed elevati, tematiche psico-pedagogiche e culturali, per cui gli insegnanti, specie i più aperti, coscienti e motivati, avevano modo di confrontarsi e maturare sotto il profilo intellettuale e professionale. Oggi i Collegi dei docenti sono ridotti a centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte dai dirigenti. Tale avallo avviene generalmente tramite procedure esautoranti, che umiliano la dignità e la sovranità dei Collegi stessi. Questi sono diventati il luogo più alienante e passivizzante in cui si dibatte di questioni esclusivamente finanziarie, senza la dovuta trasparenza, senza fornire le informazioni concernenti il budget effettivo di spesa. Insomma, i Collegi dei docenti approvano senza neanche conoscere fino in fondo l'oggetto reale previsto all’ordine del giorno, cioè i finanziamenti, talvolta cospicui, che vanno a beneficio di una minoranza di colleghi, coincidente con la cerchia ristretta formata dal cosiddetto "staff dirigenziale". Questo processo di logoramento della democrazia partecipativa, della trasparenza e dell’agibilità democratica e sindacale, degli spazi di libertà e legalità nella scuola, è in atto da oltre 15 anni. Tale involuzione in senso autoritario è dovuta ai colpi letali inferti dai governi di centro-sinistra e di centro-destra. Nella fattispecie particolare, le principali responsabilità politiche di tale declino sono da rinvenire in un momento storico-legislativo assai importante: l’istituzione della legge sull’“autonomia scolastica”. La mera formulazione giuridica dell’"autonomia" non ha stimolato le scuole ad esercitare un ruolo di traino e promozione culturale rispetto al contesto di appartenenza. In molti casi, le istituzioni scolastiche hanno assunto una posizione subalterna ai centri di potere vigenti nelle realtà locali. A ciò si aggiunga un crescente imbarbarimento dei rapporti tra i lavoratori della scuola, in quanto questa è divenuta il teatrino di laceranti conflittualità, sorte in molti casi in un clima di debole e sciocco paternalismo. Questi fenomeni alienanti e disgreganti sono un corollario dell’"autonomia", nella misura in cui tale normativa non ha favorito un assetto equo ed efficiente, generando soprattutto confusione, contrasti, assenza di certezze, violazione di regole e diritti, incentivando comportamenti furbeschi, spregiudicati ed arroganti, esasperando uno spirito di cinismo, arrivismo e un’accesa competizione per scopi prettamente venali e carrieristici.

Lucio Garofalo

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A fedi e ideologie un rispetto condizionato…

 

Per una “Sinistra scientifica”

 

                                                                          di Carmelo R. Viola


         Io non sono legato a niente se non alla mia creatura, che è la biologia del sociale, ovvero alla mia ricerca sociologica, ovviamente scientifica, la quale è, in quanto tale, una porta aperta sul mondo. Ciò significa che io mi affido per l’appunto alla scienza. Affidarsi alla scienza non vuol dire farne una religione, quale potrebbe essere lo scientismo. Sono uno scettico solo nel senso di seguire un “dubbio metodico”. E un agnostico, cioè cosciente della mia ignoranza. E amo definirmi laico.

            La scienza mi suggerisce il principio della convergenza nei rapporti con i miei simili. Esso consiste  nel cercare – e valorizzare -  negli altri ciò che  unisce, ciò su cui appunto si converge. Quasi tutte le cause condotte da Rinascita sono anche le mie. Da questa piattaforma può derivare tutto il resto. E’ in forza e a nome di tale principio che io mi sono avvicinato all’area di Rinascita, sfidando l’incomprensione, il settarismo e l’ostilità anche dei più vicini e di quanti seguono le consuetudini ufficiali.

            A me potrebbe bastare ciò che  unisce, che è il presente e il presupposto per il futuro, e potrei benissimo ignorare il resto, che è il passato o i riferimenti comportamentali che, come tali, appartengono alla sfera privata del singolo individuo. Voglio dire che a me potrebbe non importare nemmeno il “culto del duce”, che pure è un retaggio ancora vivo.

            Si creda o no, è solo per il desiderio di essere utile agli amici di Rinascita che mi sono occupato anche della parte, che  divide non necessariamente me da loro ma senz’altro gli altri da loro, e sono una folla sconfinata di amici potenziali.

            La scienza sociale non è necessariamente marxista ed io marxista non sono. Il che non vuol dire che sia antimarxista. La scienza sociale, nei termini della biologia del sociale (o dell’esistente), mi dice che lo Stato è l’antipodo della giungla, insomma di tutto il passato fino al Medioevo e alle monarchie assolute; che non c’è socialismo all’infuori dello Stato; che il socialismo è soprattutto la piena occupazione nella piena partecipazione di tutti della ricchezza (beni e servizi) prodotta dal lavoro della collettività con turnazione di mansioni; che il socialismo è una necessità biologica in quanto unica alternativa all’altrimenti fatale autodistruzione della nostra specie per saturazione di conflittualità e di incompatibilità ambientale; che il concetto di socialismo è autosufficiente – ovvero  non ha bisogno di attributi; che non esiste una terza via; che il socialismo non può essere anticomunista, il comunismo essendo il punto di arrivo del socialismo; che il socialismo è l’unica vera sinistra scientifica, mentre la destra si riferisce a qualunque sistema sociale dominato, come quello vigente, da caste padronali.

            Così stando le cose, quando leggo “sinistra nazionale” io resto perplesso. Vero è che si fa riferimento all’identità nazionale – ed io ci credo – come se potesse esistere un socialismo ostile all’identità, e non solo a quella nazionale. La locuzione la trovo più conturbante se riferita al continente europeo, non importa se in nome di un Nietzsche (che non m’interessa): sono certo che il 99%  o più degli “altri” se ne stanno alla larga pensando al nazionalismo e, peggio, al nazismo.

            La locuzione “sinistra nazionale” è una pregiudiziale ideologica di sapore fideistico, che mal si accorda con un socialismo, che si richiami direttamente alla scienza sociale in fieri. Sinceramente a me non me ne importa un bel niente di quello che avrebbe detto l’appena citato filosofo tedesco e meno che mai Mussolini. Forse gli amici di Rinascita non si sono accorti che ogni riferimento, aperto o surrettizio, al fascismo e ai fascismi (ammesso che ce ne siano stati diversi) è controproducente. Ma sì, durante il Ventennio è stato fatto anche del buono (e sarebbe ingiusto negarlo) e do anche per certo che, in sede di Repubblica Sociale, cioè in extremis, a confessione del non socialismo di prima, sia stata nazionalizzata

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la Fiat (il che è comunque un’operazione socialdemocratica anche se foriera di socialismo) ma questo non copre la parte peggiore: il ripristino surrettizio del potere temporale con la conseguente confessionalizzazione dello Stato, del potere temporale dei papi, dico, che oggi è asfissiante (al limite della sopportazione), l’antisocialismo del Benito in persona, il feroce anticomunismo, che sfocia nell’aggressione pandistruttiva dell’Urss in combutta con lo Stato nazista, le leggi razziali, l’occupazione militare di fatto del territorio nazionale da parte delle truppe naziste e soprattutto il catastrofico coinvolgimento dell’Italia nella più grande guerra della storia. Senza di questo il nostro Paese avrebbe conservato almeno la Libia e non sarebbe stato successivamente occupato dagli Usa con il pretesto della liberazione.

            A me il riferimento al fascismo può lasciare indifferente (dopo tutto, lo considero un’avventura personale non il male assoluto) ma è nocivo per Rinascita e il suo entourage, che restano reclusi, assieme ai nazisti, in un’area che le consuetudini correnti, considerano maledetta. Pertanto, sinceramente non comprendo l’accanimento di Rinascita nel volere fare stare in piedi dei sacchi vuoti per far piacere a qualche nostalgico, che si sveglia al grido di “eja, eja, alalà”.

            Con questo mio intervento, che spero non venga cestinato, io ritengo esaurita la mia requisitoria (ma non è tale), da cui gli amici di Rinascita non devono difendersi dato che non tornerò in argomento. Non a me si deve una spiegazione liberatoria ma a quella folla di amici potenziali, che argini ideologici – e fors’anche fideistici – tengono lontani e magari, in mancanza di una voce più accattivante, sensibili alla bassa demagogia di uno spaccone avventuriero, diventato carismatico per un’accozzaglia di corrotti e di stupidi.

            Forse ho ancora molti anni da aggiungere ai miei 82 o forse no. In ogni caso, ritengo di avere fatto un servizio in amicizia: che venga apprezzato o meno potrebbe non importarmi perché è nell’interesse del gruppo che gira attorno a Rinascita. Io spero di potere portare a termine un’interlocuzione sul fascismo (per un amico fraterno fascista), la mia autobiografia e soprattutto un trattato integrale della biologia del sociale, mia creatura.

            Penso che il sedicente centro-sinistra, che fa l’opposizione, non abbia assolutamente nulla della Sinistra scientifica, e questo è desolante. Significa che occorrono uomini che sappiano riconvertire il mondo: questi uomini potrebbero essere anche i sostenitori di Rinascita a condizione di liberarsi preventivamente di riferimenti che, comunque elaborati, li fanno tacciare di fascisti nel senso peggiore del termine e alienano preventivamente ogni interesse da parte – mi ripeto – di una massa di soggetti potenzialmente disposti a sposare le cause della “sinistra nazionale”, prima che sia troppo tardi.

            Io continuo a rispettare condizionatamente fedi religiose e ideologie politiche, che ne sono gli omologhi lessicali, ma questo può bastare a me che – lo si voglia riconoscere – sono un’eccezione alla regola e, come tale, ho preso non poche volte le difese di Rinascita.

            Non ho alcuna visione deterministica del socialismo: sinceramente non so cosa sia. Per me tutto si muove – si evolve o si involve – lungo il panta-rei biologico, che muta incessantemente: la crescita della nostra specie si è inceppata: la prima grande rivoluzione consiste nell’aiutarla a riprendere la via dello sviluppo, a meno che non siamo già al viatico della fine.

 

                                                                                  Carmelo R. Viola

 

(Per una sinistra scientifica – 08.10.10 – 2636)

 

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Descrizione: ilSale2

 

 

… continua dal numero precedente

 

 

a proposito di Pomigliano

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                                       un samizbar “inevitabile” anche se “lontano”

                                                                                                        fine giugno 2010

 

di Vittorio Rieser

 

 

7. organizzare/tutelare i lavoratori di Pomigliano “dopo”

 

Dunque, anche la stessa proposta di “rientro nella trattativa”, va vista nella prospettiva di quello che si farà “dopo”: come ci si muoverà per tutelare i lavoratori di Pomigliano (e di altri stabilimenti Fiat) di fronte al disegno di “razionalizzazione autoritaria” che emerge dall'accordo separato.

Ma la FIOM è adeguatamente attrezzata per fare questo? A me pare di no.

(Qui è d'obbligo una “premessa cautelativa”. Io ormai sono “tagliato fuotri” dalla vita concreta, quotidiana del sindacato, e le mie conoscenze si basano sui giornali, sui colloqui con qualche vecchio compagno e su “memorie del passato”: è quindi possibile che alcune mie osservazioni derivino da un'informazione inadeguata).

Vediamo alcuni aspetti.

L'”accordo istitutivo” di Melfi prefigurava molti degli aspetti dell'accordo di Pomigliano (anche se non le parti repressive di diritti inalienabili), e fu firmato unitariamente anche dalla FIOM (anche se per ragioni di “scambio politico” con la firma del CCNL di categoria). Fu la rivolta operaia, anni dopo, a spingere la FIOM a rimettere in discussione il sistema dei 18 turni, insieme ad altri aspetti.

Più recentemente, esiste un accordo unitario sul WCM (World Class Manufactring) da introdurre in tutti gli stabilimenti Fiat. Ci si domanda se si sono valutate tutte le implicazioni del WCM, ad es. sul sistema dei tempi di lavoro. Ad es., a Mirafiori il vecchio TMC è stato sostituito dal sistema UAS: si sono valutate le conseguenze in termini di intensità del lavoro? Cosa si è fatto in proposito?

Insomma, c'è il rischio che la FIOM per un bel po' si sia adeguata alle “logiche Fiat”, per dire “no” tardivamente, solo quando queste violavano clamorosamente alcuni diritti fondamentali.

Più specificamente, per costruire un'autonoma capacità di tutela dei lavoratori a fronte delle condizioni che la Fiat vorrebbe imporre, sono necessarie alcune condizioni:

   a) una conoscenza diffusa (quindi: capacità di analisi critica; quindi: capacità di contestazione/contrattazione) della  metrica del lavoro (e più in generale dell'organizzazione del lavoro), e degli effetti sulla salute ad esse legati – ma la FIOM, ad es. a Torino, ha “mandato in pensione” chi sapeva fare queste cose, rifiutando anche loro proposte di collaborazione, e non li ha sostituiti con “nuovi esperti” in grado di formare le nuove RSU.

 

 

 

 

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 b) una capacità di analisi critica e propositiva sui problemi di efficienza e qualità: la “presa in considerazione” di questi aspetti non può limitarsi – come spesso è avvenuto – ad accettare le proposte padronali in merito, ma dev'essere in grado di elaborare proposte autonome, funzionali ai medesimi obiettivi, che salvaguardino meglio la salute e la professionalità dei lavoratori. Ora, sempre a Torino, la FIOM ha letteralmente perseguitato chi (come Sartirano e Garetti a Rivalta) cercava di misurarsi su questo terreno...

 

Mi fermo qui. Non sta a un vecchio reduce “trarre le conclusioni politiche”. Vorrei solo sottolineare due cose:

-se la FIOM vuole “capitalizzare” il credito conquistato con l'atteggiamento tenuto di fronte all'accordo di Pomigliano, dovrà fare un grosso sforzo, non solo di formazione quadri ma di precisazione/ridefinizione di analisi e di linea (non certo nella direzione auspicata dai suoi “amici di destra”, al contrario!),

-ogni passo, di proposta come di contestazione, va sempre accompagnato da una proposta in direzione unitaria. Impariamo dalla CGIL e dalla FIOM degli “anni duri”. Non si tratta di rinunciare ai propri contenuti (in questo momento, a fronte di sindacati che perseguono la divisione come un obiettivo, non servono “concessioni moderate” per favorire l'unità); ma di cogliere qualsiasi contraddizione, qualsiasi fermento, qualsiasi presa di posizione autonoma negli altri sindacati per coltivarli ed aiutarli e costruire, quando possibile, anche momenti unitari parziali.

 

 

Infine, una “postilla internazionalista”:

L'accordo separato di Pomigliano mette brutalmente in luce le contraddizioni interne al “proletariato europeo”, scegliendo una linea di “beggar my neighbour”.

Di fronte a questo, l'unica risposta adeguata sarebbe in una strategia sindacale europea unitaria: molto lontana all'orizzonte, per non dir peggio, per la quale però bisogna battersi.

Ma possono anche essere utili iniziative più informali di rapporto. La “lettera degli operai di Tichy”, pubblicata da alcuni giornali di sinistra, magari sarà stata scritta da qualche vecchio trozkista (ma anche Kuron e Modzelewski erano trozkisti sparuti e minoritari, poi anche incarcerati, ma la loro lettera conteneva elementi di verità!). Qualsiasi contatto diretto – anche solo sul terreno dell'informazione, meglio se anche su quello del dibattito politico – con i lavoratori polacchi può gettare qualche “seme” che darà frutti in futuro.

 

         

presentato da Mario Boyer

 

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La lotta per la difesa della Strada Parco

 

CONSIDERAZIONI  VARIE!

 

       Dopo l’aggressione della polizia contro il presidio del Coordinamento, avvenuta il 18/10/10, il giornale Il Centro indice un sondaggio sul proprio Sito, invitando i cittadini a dire se si è favorevoli o contrari al passaggio del  Filobus sulla Strada  Parco. A che serve? E’ una presa in giro! Nessuno terrà conto del suo risultato. Pochissime persone hanno già deciso per tutti, imponendo con la forza della polizia lo sgombero del presidio e la continuazione del cantiere. La democrazia non esiste. Non sono stati i cittadini a chiedere lo sgombero del presidio. Nessuno lo ha fatto. Invece tantissime migliaia hanno espresso tutta la loro simpatia e solidarietà per il mantenimento della strada così com’è. Se si fosse rispettata questa volontà, avrei scritto con grande gioia: La democrazia esiste.

 

Michele Russo, il presidente della GTM, dice che ci sono “Tantissimi che vogliono questa opera…”(Il Centro-22/10/10). Dove sono? Perchè non si fanno avanti? Evidentemente non ci sono! Si sbaglia, oppure dice il falso! I pochissimi che la vogliono sentono i commenti della gente totalmente contrari, per cui non trovano la forza nemmeno per esprimere la propria opinione. La vera realtà è che la maggioranza dei cittadini la subisce perché imposta con la forza, ma dentro di sé non l’accetta. Bisognerà vedere come andrà a finire questa storia che dura da circa 10 anni. Fatto sta che è un’opera totalmente impopolare a Pescara. I realizzatori ne pagheranno sicuramente le conseguenze. Comunque non è detta l’ultima parola perché mancano diciotto mesi alla fine dei lavori e, nella peggiore delle ipotesi, cioè se si dovesse far passare questo filobus, si potrà sempre bloccare e, al limite limite, come è stata rimossa la ferrovia con il treno si potrà sempre rimuovere la filovia con il filobus. E’ un’opera inutile e dannosa, soprattutto dal punto di vista umano.

           

Questo è ciò che non capisce Michele Russo, persona intelligentissima sicuramente ma che difetta di umanità, perché afferma: “Alla gente del posto mi sento di dire una cosa: nessuno di voi avrà problemi, tantomeno economici, dalla filovia. Anzi gli immobili saranno impreziositi dalla presenza di Filò”. (Il Centro, 22/10/10 - Filò leggi per filobus). Non ha capito che per i cittadini è una lotta umanitaria, per la difesa e per il mantenimento di rapporti umani che si sono creati in questi anni. Sono venuti spontaneamente, senza nessun progetto preventivo, è stata una fuga spontanea  e istintiva dalla Pescara del cemento e delle macchine. Così è diventata una piccola oasi di umanità in cui il solo passeggiarci in mezzo ti fa sentire meglio. Questo è ciò che si difende e non il prezzo delle case che si abbasserebbe con il passaggio del filobus. Russo è offensivo e, purtroppo, non se ne rende nemmeno conto. Pazienza!

 

Comunque il problema attuale della Strada Parco non è soltanto Miche Russo. Magari! Ma il comportamento degli abitanti che, pur mostrando una grandissima simpatia per la causa, non si impegna più di tanto e lascia un piccolo numero di persone del Coordinamento a sostenere un presidio impossibile, in attesa del prossimo sgombero. Sono troppo pochi per poter resistere. Secondo me, farebbero meglio a decidere di toglierlo spontaneamente, di auto-sgomberare,  e di mantenersi come Collettivo, seguitando a riunirsi ed a intervenire sui problemi della Strada Parco e di tutta la città. Sarebbe un momentaneo passo indietro per prepararsi a fare poi 2 passi in avanti. Prenderlo come un momento di riflessione e di bilancio sulla propria lotta.

           

Io sarei per “l’auto-sgombero” perché il passaggio del filobus significherà inevitabilmente due cose molto chiare: A) Il fallimento del filobus come mezzo di trasporto e quindi la sua inutilità perché pochissime persone lo utilizzeranno; B) La distruzione della strada parco come strada umanitaria al servizio dei cittadini. La gente si renderà ancora più conto, sbattendoci la testa, della bestialità dell’opera e dei suoi costruttori, e di ciò che ha perso. Quindi prenderà più coscienza. La battaglia continua!

 

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L’auto-sgombero, secondo me, sarebbe un atto cosciente che eviterebbe la fine del presidio per stanchezza fisica perché si vuole fare un’azione superiore alle proprie forze, inoltre eviterebbe l’umiliazione del successivo sgombero poliziesco e, cosa più importante di tutte, eviterebbe  la dispersione dei partecipanti e la fine per demoralizzazione. Sarebbe un vero peccato perché è una bella esperienza. Una simile azione, io l’accompagnerei con un comunicato basato su tre punti: 1) Una breve storia del Coordinamento; 2) Una forte denuncia di tutti gli imbrogli, la prepotenza, i voltafaccia, la venalità di questa classe politica e padronale pescarese invitando la gente a non avere nessuna fiducia in loro, a non andare più a votare e ad avere fiducia soltanto in se stessa, nella propria forza, unendosi ed autorganizzandosi.; 3) Una critica costruttiva agli abitanti della Strada    Parco ed a tutti i Pescaresi, che hanno espresso tutta la loro simpatia per questa lotta ma non sono stati capaci di passare all’impegno personale, aderendo al funzionamento del Coordinamento, cioè alla fatica ed al rischio che esso comporta. Anche questa è un’esperienza su cui inviterei a riflettere tutti i cittadini: la semplice firma o il semplice segno di croce su di una scheda elettorale non è più sufficiente per fronteggiare non soltanto l’aggressione alla Strada Parco, ma la crisi generale dell’Italia ed una classe padronale sempre più sfruttatrice ed autortitaria.

 

Il comportamento degli amici del Coordinamento nel volere mantenere il presidio ad ogni costo, per me, è totalmente degno di rispetto, però lo considero errato perché ci vedo una lotta protezionista e paternalista nei confronti dei cittadini. Che se la guadagnino la conservazione della Strada Parco, che lottino come i cittadini di Terzigno che hanno impedito la costruzione della nuova discarica! Secondo me è sbagliato sostituirsi a loro, non solo dal punto di vista etico-morale ma anche da quello materiale perché senza la “loro scesa in campo”, come dice il “nostro grande capo del governo”, non si può raggiungere l’obiettivo. Si commette lo stesso errore che in genere i genitori fanno con i propri  figli: per evitare loro sacrifici, problemi, sofferenze, si sostituiscono a loro, li viziano,  con il risultato di non aiutarli a crescere ed a  prendere coscienza delle difficoltà della vita e della realtà oggettiva che li circonda. Quello che sto scrivendo può sembrare presuntuoso ma non è così perché parte dalla considerazione obiettiva che la maggior parte della gente di oggi capisce tante cose, soprattutto di tecnologia, ma non capisce un cavolo di niente di lotta di classe. La considera una cosa “vecchia e superata”. Per questo motivo l’Italia va sempre peggio, non perché la classe dirigente è “cattiva” ed imbrogliona. Lo è sempre stata!

 

Un’altra considerazione da tenere presente, a mio avviso, è l’esperienza del tavolo della trattativa portata avanti nei primi 15 giorni dell’instaurazione del presidio, ed interrotta dall’intervento della polizia. Tutta la trattativa non ha portato a nessun risultato. Indubbiamente è stata una farsa, però all’opera teatrale non ha partecipato soltanto la parte dirigente (GTM e compagnia) ma anche la controparte, cioè i portavoce del Coordinamento ed alcuni politici amici. Per cui tutti hanno recitato, tutti sono stati attori di questa farsa, in buonafede o malafede, però di fatto è così. La GTM da sola non poteva fare la farsa. Sin dall’inizio si poteva immaginare che il tavolo della trattativa non sarebbe servito a niente e si poteva evitare! Quando si fa un’opposizione o si fa fino in fondo oppure è meglio non farla per niente, altrimenti il potere ne esce rafforzato. In questo ultimo mese di lotta il potere pescarese ha fatto sfoggio di potenza: ha sgomberato il presidio, ha proseguito i lavori del cantiere, Michele Russo ogni volta che apre bocca dice: “Il filobus si farà!”. Indubbiamente il potere ha forza, ma non è onnipotente.

Io penso che bisogna avere pazienza, lavorare con la gente, non perdere tempo con le istituzioni  e ci sarà la ricompensa. Le vittorie del potere pescarese sono in funzione di una causa totalmente ingiusta, come è quella del passaggio del filobus. Quindi sono una vittoria della forza, non della ragione. Per cui non convincono i cittadini, né li attraggono.

29/10/10                                                                                                              Antonio Mucci

 

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VIOLENZA SESSUALE "LIEVE" AI MINORI:

ECCO I NOMI DEI SENATORI FIRMATARI

 

 

 

 

Si commenta da sé.

Si erano inventati un emendamento proprio carino.

Zitti zitti, nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l'emendamento 1.707, quello

che introduceva il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori.

Firmatari alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l'abolizione dell'obbligo di arresto in

flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di "minore entità".

Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale "di lieve entità" nei

confronti di un bambino.

Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c'è stato il fuggi-fuggi, il "ma non lo

sapevo", il "non avevo capito", il "non pensavo che fosse proprio così" uniti all'inevitabile

berlusconiano "ci avete frainteso".

Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell'emendamento 1707.

 

Annotateli bene (e ricordate le facce):

sen. Maurizio Gasparri (Pdl),

sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),

sen. Gaetano Quagliariello (Pdl),

sen. Roberto Centaro (Pdl),

sen. Filippo Berselli (Pdl),

sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania)

sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania).

 

 

 

 

Descrizione: http://posta1a.mailbeta.libero.it/cp/ps/Mail/Downloader?d=libero.it&fp=INBOX&contentSeed=d6268&c=yes&u=scriviailsale&disposition=inline&an=DefaultMailAccount&uid=1931&pct=d93d6&dhid=attachmentDownloader&ai=0

Per la cronaca:

il sen. Bricolo era colui che proponeva il "carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio

pubblico" (ma non per chi palpeggia o mette un dito dentro ad una bambina o un bambino);

il sen. Berselli è colui che ha dichiarato "di essere stato iniziato al sesso da una prostituta" (e da qui

si capisce molto...);

il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari "emendamenti per impedire i

matrimoni misti";

mentre il sen Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che "i trentini sono come cani

ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone" (citazione di una frase di Mussolini).

...e adesso cominciamo a riflettere se essere sempre politically correct con chi li ha votati sia una

mossa che paga...

fatela girare se avete voglia e tempo..l'informazione da oggi è un dovere quasi etico... anche per

ciascuno di noi.

Annalisa Cerretani D’Angelo

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Descrizione: ilSale2

 

 

Ottavo congresso FdCA

 

 

Dopo l'inaugurazione della sede del Centro di Documentazione
"Franco Salomone" nel pomeriggio di sabato 30 ottobre, negli stessi
locali, domenica 31 ottobre e lunedì 1 novembre 2010, la FdCA terrà a
Fano il suo 8° Congresso Nazionale.

    Dopo un anno di preparazione e di dibattito, la FdCA si appresta
ad approvare documenti di strategia politica e di tattica generale su
temi quali l'energia e l'ambiente; i movimenti e le lotte sul
territorio; le lotte sindacali; la situazione economica internazionale
ed italiana.

    Con questo Congresso, la FdCA intende ridefinire ed aggiornare le
sue posizioni politiche, adeguando le sue tesi ai mutamenti
intervenuti negli assetti e nelle dinamiche del capitalismo
internazionale, nel ruolo dello Stato, nelle prospettive di lotta nel
territorio e nei luoghi di lavoro. Da questo Congresso è attesa una
rinnovata omogeneità sul piano della strategia politica, base fondante
dell'organizzazione politica dei comunisti anarchici in Italia e nel
mondo.

    Il Congresso è altresì chiamato alla definizione di un documento
di orientamento programmatico per la politica dei comunisti anarchici
della FdCA a livello internazionale e nazionale nella attuale
situazione politico-economica. Le esperienze di lotta e di movimento,
le riflessioni e gli insegnamenti accumulati, nel periodo dal 7°
Congresso del 2006 ad oggi, confluiscono così in un programma di
azione e di iniziativa a sostegno del ruolo dei comunisti anarchici
negli organismi di massa, nei movimenti, nelle lotte anticapitaliste
ed antiautoritarie per l'uguaglianza e la libertà.

Per informazioni e contatti:

www.fdca.it
fdca@fdca.it

tel.: 3296180304

 

 

presentato da Lia Didero

 

 

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!

        

         2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni minoritarie fino a quelle del singolo!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio  per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della ROTAZIONE DELLE CARICHE!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!

 

6) Laddove discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa e necessita il voto, viene richiesta la presenza  nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!

 

8) Questo “Foglio” NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!

“IL SALE”