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IL SALE - N.°102


 

 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10  –  numero 102 – Marzo 2010

 

 

Chieti

la Santa Alleanza

targa  in via Barbella ( dietro palazzo ex Banco di Napoli) repentinamente  rimossa dopo il ciclone Sanitopoli abruzzese

 

 

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L’alleanza è sospesa causa assenza  dei soci

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

 

 

 

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Sommario

 

                                                       presentato da Giuliano Cotellessa

 

                                               di Giacomo D’Angelo

 

                                               di Moreno de Sanctis

                       

                                                        di Fernando Italo Schiappa

 

                                                        di Antonio Mucci

 

                                      di Lucio Garofalo

 

                                                        presentato da Pino D’Ignazio

 

                                                         di Diderot

 

                                                        de “Il Sale”

 

 


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“Che cazzo state a fare”

( intercettazione di Silvio Berlusconi che telefona a  Giancarlo Innocenzi )

di Luciano Martocchia

Proviamo un senso di nausea a leggere i resoconti delle intercettazione sulle telefonate che intercorrevano fra quella bella persona di Giancarlo Innocenzi, inviato  all’Autorità garante delle Comunicazioni (Agcom) da Berlusconi di cui era un fedele  dipendente, il “cardinale” Gianni Letta, la mente del capo del governo, e il direttore generale della Rai, anch’egli inviato da Berlusconi  per devastare il servizio pubblico.A scrivere di questi fatti proviamo un senso di ribrezzo non solo perché si sta configurando una “cricca”, dopo quella degli appalti che mina le fondamenta di una grande azienda che produce, o meglio dovrebbe produrre, informazione, cultura, spettacolo. Innanzitutto ci colpisce la volgarità del linguaggio di questi “figuri”. Fra Masi e Innocenzi c’è quasi un filo diretto, i telefonini bruciano, Berlusconi  freme, i suoi dipendenti all’Agcom e alla Rai non riescono a cacciare tutti quelli che fanno ombra a “papi”.

Berlusconi rivolto a Innocenzi: “Che cazzo state a fare”

Racconta Innocenzi che il presidente del Consiglio quando parla con lui grida a più non posso. Gli ha detto: “Che cazzo state a fare tutti quanti”. Poi aggiunge: “Mi ha fatto un culo che non finiva più”. Poi ancora una telefonata con Berlusconi che sembra sempre più arrabbiato. “Allora ti dico, giovedì  sera c’era ancora il processo Spatuzza e fanno il processo a me come appartenente alla mafia…. Allora se voi non riuscite veramente a fare questa roba qua..non lo so io”.Innocenzi non sa più a che santo rivolgersi. Il Cavaliere è un torrente in piena. Gli indica una strategia per far fuori i giornalisti scomodi. Gli dice che è andato da Calabrò (il presidente dell’Agcom) “incazzato come una biscia”, si paragona a un “tupamaro con bombe addosso” e gli ha annunciato che “in qualsiasi momento facevo casino”. Berlusconi lo ammonisce: “Mi raccomando perché adesso entriamo una zona di guerra veramente brutta”. Lo tranquillizza per quanto più il suo “agente” all’Agcom: “Non é più possibile che questo qui [leggi Santoro ndr.] faccia quel cazzo che gli pare”. Del resto proprio Mauro Masi, noto per raccomandare i parenti della sua compagna ad amici della “cricca” degli appalti, aveva  fornito qualche carta per abbonire Berlusconi. Dice a Innocenzi che metterà a punto una “strategia operativa” per risolvere il problema Santoro, “tutto particolare”. E ricorda che lui non se ne è stato con la mani in mano, “abbiamo mandato via pure Ruffini [ex direttore di Rai Tre ndr.]”. Innocenzi gli fa presente che anche Gianni Letta è al corrente e che, come si evince dalle telefonate, ha garantito il suo interessamento anche presso Calabrò. Subito rende edotto Masi dei colloqui con Letta. “Adesso è informato anche Gianni, così abbiamo chiuso il cerchio, così nessuno può dire che non sapeva un cazzo”. La finiamo qui. I miasmi che emanano infestano l’aria, la rendono irrespirabile. La Rai, adesso, è in piena crisi a partire dal Consiglio di amministrazione che non è più in grado neppure di riunirsi.  La riunione prevista in questi giorni è stata rinviata, spostata a sine die , così non si parlerà più dei  talk show soppressi. Lo slittamento – scrivono le agenzie – è legato a condizioni ambientali e per una questione di opportunità, maturate dopo la lettura dei quotidiani, in particolare degli stralci di intercettazioni dell'inchiesta di Trani pubblicate da Repubblica. E’ chiaro che in una situazione  come quella descritta, il direttore dovrebbe sentirsi in dovere di dimettersi, di non coinvolgere il servizio pubblico in manovre torbide. Macché, ieri con arroganza, ha detto al presidente della Commissione di Vigilanza, Sergio Zavoli, che in  Rai tutto va bene anche senza i programmi di approfondimento, che non verrà perso neppure un euro. Il massimo del disprezzo per chi paga l’abbonamento per il servizio pubblico che ha l’obbligo di informare. Le dimissioni di Masi le chiedono i consiglieri d'amministrazione Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten in quota Pd.

A ripetere quanto dice Berlusconi, “Mi raccomando perché adesso entriamo una zona di guerra veramente brutta”, c’è proprio d’aver paura:  al golpe scrisciante  già in atto si può si avviare, con un golpe reale, una fase nuova ed eversiva.

Anche Mussolini prima ed Hitler dopo iniziarono così. L’inchiesta di Trani deve andare avanti: il fascismo poteva essere fermato all’origine anni ‘20 e non successe per debolezza del quadro politico d’allora, Hitler in Germania poteva essere fermato all’origine anni ‘30,  ma non successe per debolezza della repubblica di Weimar. Errori da non ripetere .

Luciano Martocchia

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ENNIO MORRICONE , OSCAR ALLA CARRIERA , ED  ENRICO MANERA ,          DELLA POP ART , INTERPRETANO L’ARTE DI GIULIANO COTELLESSA

 

Testo critico relazione musica-pittura

 

 

La pittura di Giuliano Cotellessa, 46 anni, artista pescarese, colpisce il visitatore per la violenza dei contrasti cromatici e l'enigma delle costruzioni formali. Ciò potrebbe definirsi in ambito neo o post impressionistico, il che appare alquanto riduttivo o parziale rispetto alla ricerca coerente e puntigliosa che contraddistingue l'artista fin dalle sue prime opere; forse l'interrogarsi troppo sulle intenzioni più o meno esplicite di un artista, oppure rivangarne quasi ossessivamente il terreno operativo alla ricerca d'introvabili semi, e concimi., non è la strada giusta. Anche perché l'artista stesso il più delle volte non si preoccupa di conoscere identità e personalità del suo fruitore nella stessa misura in cui questi si preoccupa delle sue. Ogni artista mostra in vario modo la sua essenza creativo - espressiva e nel caso di Cotellessa sembra evidente la ricerca di omogeneità e sintesi qualitative, disdegnando vistosamente le sovrapposizioni ripetitive di certi notissimi artisti contemporanei. In Cotellessa infatti l'omogeneità non è ripetizione sic et simpliciter così come la sintesi non è pauperismo banale; è la sua stessa vita (in apparenza alquanto solitaria ma in realtà densa di amicizie e colleganze ben selezionate) a porsi in discussione, direi proprio in senso molto democratico ed anche categorico, attraverso i tanti accadimenti quotidiani e il vario affollarsi di sensazioni momentanee ma ben interiorizzate. «L'uomo e il pittore sono la stessa persona» (R. Franco) ma nel nostro appare anche, per sua stessa ammissione, la fatica e la sofferenza che gli procura ogni singola opera, sia in ambito fisico che psichico. Ma, come già detto, qui non si tratta di mera banalità o deriva od altro, ma di schietta e pervicace sintesi di sé proiettata intensamente in un divenire drammatico che nei fatti scuote alcune certezze estetiche consolidatesi nei secoli nell'ambito della cultura occidentale. In tutte le opere di Giuliano Cotellessa vi è una costante paradigmatica fatta di colori imposti e giustapposti, quasi a volersi separare dalle forme chiuse; così come queste ultime sembrano muoversi nello spazio loro assegnato, noncuranti delle colorazioni ad esse assegnate. È una battaglia di elementi ed emozioni, primi piani e sfondi, armonie e cacofonie; ecco in questa ultima dicotomia riaffacciarsi la «realtà musicale», che metto fra virgolette perché in effetti l'arte dei suoni (banale ma efficacemente sintetica definizione di «musica») è qualcosa di più complesso, è manifestazione creativa irrazionale ed astratta per costituzione naturale, essa è inafferrabile ed al tempo stesso la più profonda penetrazione dell'intimo di ciascuno: tale inafferrabilità/profondità è proprio la caratteristica portante della poetica di Cotellessa, che non a caso si abbevera spesso alle «misteriose fonti» della musica. In tal senso mi trovo ben d'accordo con Antonio Gasbarriani: «l’impronta astratto - impressionistica di Cotellessa» si inserisce nel secolo di una «astrazione calda dove l’eco del primo imprinting  (Beuys, Klee, Malevic,Mondrian)  è smorzato con soluzioni formali rinnovate attraverso un selvaggio florido visivo» (2008).

«L'astrattismo concettuale» di Giuliano Cotellessa (puntuale sintesi della sua azione pittorica) si è ispirato - per diretta dichiarazione dell'artista - a 11 colonne sonore di mia creazione per altrettanti film : I promessi sposi (I 1989) drammatico, dal romanzo di Alessandro Manzoni; La tenda rossa di Michaìl K- Kalatzov ( URSS - I 1969) drammatico; Giù la testa di Sergio Leone (I 1971) avventura; Questa specie d'amore di Alberto Bevilacqua col brano “Roma baldracca” (I 1972) drammatico; L'orca assassina di Michael Anderson (USA 1977) avventura; C'era una volta in America di Sergio Leone (USA 1984); Gangster, dal romanzo "Mano armata" di Harry Gray; Missione di Roland Joffè (GB 1986) drammatico; La leggenda del pianista sull'oceano di Giuseppe Tornatore (I 1988) drammatico; Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (I F 1988)

 

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drammatico; L'uomo proiettile di Silvano Agosti (I 1995) grottesco, brano 'Tema d'amore”; Canone inverso di Ricky Tognazzi (I 2000) drammatico. La sottile variegazione tra avventura e dramma, grottesco e gangster delle mie musiche si trasferiscono in vario modo e grado nelle pitture visionarie o realistiche di Cotellessa.   

                                                                                     

                                                                                       Ennio Morricone

 

                                                                           

 

 

 

“IL KAKAMIKAZE INVERSO”

 

E’ come una Nemesi ; nel 1979 piombò nel mio studio di Via della Lungara a Roma Tano Festa pregandomi di ospitarlo per 3 giorni…, aveva litigato con la sua fidanzata, ci rimase 3 mesi.

A di distanza di 30 anni la storia si ripete : Giuliano Cotellessa “MANU MILITARI” invade il mio studio, la mia privacy, la mia quiete, e mi parla del suo lavoro, di Ennio Morricone, di come era stato, un giorno, folgorato Via di Damasco dal Sacro furore per l’arte, è come un fiume in piena, però qualcosa ci accomuna : è la Terra d’Abruzzo, e lui comunica senza ombra di dubbio la forza.

E’ forte Cotellessa che continua a parlare a ruota libera del suo lavoro : “Forte e Gentile” è la definizione per qualsiasi Abruzzese per bene e lui lo è, anche quando crede candidamente e fermamente in un Mondo (quello dell’Arte) pervaso da Mille e Mille difficoltà.

Continuo a sfogliare il catalogo che mi ha regalato, sotto il bombardamento di parole e di storie e storielle che l’ex Parà di Pescara , continua imperterrito a sciorinare, le immagini del suo lavoro corrispondono alla sua personalità allo spirito di una simpatica arroganza che tratteggia linee colorate a destra e a sinistra con incoscienza e senza pudore, Cotellessa non ha studiato per intraprendere una carriera dove lo studio a poco serve, lui lo sente l’odore del colore e così lo imprime sul supporto, è come il narratore dei primati di KUBRIK in “2001 ODISSEA NELLO SPAZIO” che avvicinandosi al misterioso parallelepipedo temeva di toccarlo e poi lo accarezza.

Lui è così : un forsennato “KAMIKAZE” dell’arte che, all’inverso, non si fa esplodere per seminare morte ma fa esplodere i colori per seminare allegria.

Mi ha chiesto una testimonianza per il suo prossimo catalogo, io l’ho sconsigliato, gli ho detto più volte che non era la scrittura il mio miglior strumento d’espressione, che avrebbe dovuto rivolgersi ad un critico, nulla da fare….  è proprio vero : gli abruzzesi sono ….”Coccia Dura”.

 

 

Enrico Manera

 

 

 

 

                                                                        Presentato  da  Giuliano Cotellessa

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Fantasmi e capocomici al Conservatorio.

Quando sono invitati a parlare di cultura in convegni aperti al pubblico dibattito, i nostri governanti regionali(provinciali, comunali, ecc.)o fanno finta di nulla, o inviano telegrammi in cui snocciolano improrogabili impegni(mai che li elenchino o li indichino specificamente), o si degnano di intervenire, salutano con discorsesse gonfie di vento, quindi fuggono come leprottoli inseguiti da mute di cani(nel loro caso dai codazzi di famuli portaborse). All’ultimo convegno al Conservatorio di Pescara, organizzato con scapigliata imprudenza e a proprie spese da alcuni clerici vagantes(Oriano Notarandrea, William Zola Domenico Valente), dopo un’oretta o poco meno, i politici presenti, ormai già attediati dalla cerimonia, hanno alzato le levigate terga dalle poltroncine e si sono avviati verso altri appuntamenti dei loro pluriaffaccendati destini.  In un fiat si sono succeduti il presidente della provincia di Pescara, più convenzionale e incolore del suo predecessore, ma, per fortuna degli astanti, piuttosto misurato nello scialbo pistolottino, e, nientemeno, l’assessore regionale allo Sviluppo del Turismo e alle Politiche Culturali(ma la sua agenda brilla per altri fantasmatici incarichi), Mauro Di Dalmazio. Costui, a differenza del primo, ha magnanimamente elargito ai volenterosi presenti una lungagnata uggiosa, un  vaniloquio logorroico, una cascata di pompose banalità, senza toccare un tema preciso, ma arando copiosamente nel terrain vague dei luoghi comuni più abusati. Dinanzi a tanta vuotaggine, rivestita di boria pagliettistica(il Nostro è onusto di specializzazioni accademiche in varie branche del diritto, soprattutto fallimentare), persino la sbiadita cuoca rifondarola della precedente giunta acquista il ruolo di una pizia illuminata, ma, se la memoria non rimanda assessori regionali alla Kultur appena decenti(forse il solo Bolino, un democristiano colto), vuol dire che la cultura non interessa molto le varie amministrazioni e quindi vada ai mediocri, ai teoreti del nulla, ai paroliberi del bla bla. Per la classe dirigente dei politici abruzzesi la cultura è un flatus vocis, una cianciafruscola per michelacci, un trullo che ne figlia tanti altri in crescendo loffesco.

Per la cronaca, i due oratori alla camomilla, hanno ripreso con enfasi alcuni stilemi aurei e aerei del direttore del “Centro”,  moderatore compiaciuto dell’atellana, che nel suo introibo ha affastellato parole e immagini di rara vacuità, introducendo concetti ponderosi quali la «cultura come sviluppo» e «politica degli eventi», ripresi e amplificati in apnea dai due amministratori, senza che nessuno dei tre abbia mai spiegato cosa intendesse per cultura, per sviluppo, per eventi. Se talvolta è ricorso ad esempi, il non informatissimo direttore, adulato dai salivosi encomi dei due politici(gli si rivolgevano coll’unzione melliflua di scolaretti, come se si trovassero dinanzi Mario Missiroli, Giovanni Ansaldo, Giulio Debenedetti o il paesano Ermanno Amicucci), ha sottolineato la necessità di pubblicizzare il festival del jazz pescarese, che lui ammetteva di ignorare. Evidentemente nella sua redazione culturale non c’è un cronista che lo erudisca su alcune note circostanze: il festival jazzistico  di Pescara nasce prima di Umbria-jazz, ha ospitato i più famosi nomi del genere, viene generalmente recensito su tutti i quotidiani e sui settimanali(e sulle riviste specializzate) dalle firme più note, ha un pubblico scelto di conoscitori, tra i quali il professor Urbano Gaeta, recentemente scomparso, collezionista di fama internazionale, che ha curato per due anni affollati corsi con dischi rarissimi al Caffè Letterario, una manifestazione mai citata dal «grande» giornale del suddetto megadirettore.

Altra notazione: erano annunciati il sindaco di Pescara, gli assessori alla cultura del Comune e della Provincia, ma sono rimaste evocazioni cartacee, adatte per una seduta spiritica, per cui l’unica presenza per così dire istituzionale è stata quella di Paola Marchegiani, ex assessora alla Cultura, che è intervenuta con passione di idee e di proposte, rimanendo a seguire i lavori per tutto il giorno, con un pubblico via via più attento anche se decimato, come accade nella città dannunziana(ma quando mai? e perché poi?) in tali occasioni. Più da cripta dei cappuccini, da sinagoga degli iconoclasti, da capanna di boscimani, con pochi catecumeni che salmodiano  arcane cabale.

Sin dai primi interventi un fantasma si è intrufolato nel rodeo di chiacchiere: il teatro. Un teatro grandioso, di respiro internazionale, che riempia il bacino culturale da Bari ad Ancona, che sia produttivo di spettacoli per tutto l’anno, che abbia tecnici operatori attori registi scrittori a tempo pieno, che gareggi per qualità e per ampiezza di impegni con Parigi, Londra, Avignone. E chi poteva accastare tanto turgore di megalomani disegni se non l’immarcescibile Nicola Mattoscio, inamovibile presidente della Fondazione Caripe(quando scade la sua interminabile carica? Non c’è politico di destra o di sinistra che lo chieda pubblicamente? Nessun giornalista, opinionista, cacacazzo che sveli il mistero di tale sinecura aere perennius?), docente universitario discusso(soprattutto dai componenti delle commissioni d’esame), che ancora una volta ha voluto donare ai pochi pescaresi presenti, ma le sue platee meriterebbero stadi, una lectio magistralis di fantasticherie da delirio, di pantagrueliche scorpacciate di offe da befana per mentecatti, di bavardage alla Ionesco della farsesca lezione. Una zaffata di provincialismo che solo un ignorante della materia poteva emettere con tanto fragore fanfaresco e fanfarone. Anche d’Annunzio di megalomania ne generava a valanga, ma di teatro se ne intendeva e i suoi progetti incontravano interesse, suscitavano riflessioni, costituivano esperimenti: non parlava a vuoto se anche Pirandello che non gli era amico non disdegnava la lettura dei suoi lavori. Del suo illustre corregionale l’onnivaneggiante Mattoscio ha solo la megalomania e quindi la presunzione di pensare in grande(si fa per dire) una materia che non conosce e non capisce, dimenticando che Pescara è città teatricida(come Teramo)e quel delitto del Pomponi le pesa ancora, che lo Stabile dell’Aquila ha prosciugato montagne di danaro pubblico, che lo stesso Stabile aquilano andava dappertutto tranne che a Pescara, che un teatro con maestranze tecniche e personale

 

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artistico in libro paga per tutto l’anno divora cifre stratosferiche, che nel 900 non si è costruito in Italia un solo teatro, che – come ha ricordato in un sensato intervento Fabrizio Masciangioli- si sono visti a Pescara spettacoli decorosi anche al Florian o in altri piccoli teatri, che mancano personalità imprenditoriali e intelligenze creative che si misurino in tali imprese. Mattoscio sogna di calarsi nella parte di Paolo Grassi o di Lucio Ardenzi, ma forse nemmeno la filodrammatica di Musellaro lo accetterebbe come capocomico. Il teatro richiede quattrini e io- pensa il Mattoscio- sono un banchiere e le palanche posso dispensarle: se ne spreco tante per finanziarie editori raccapriccianti, libri di poesie e romanzi per nuclei familiari e altre voluttà di camerlengo spensierato, perché non dovrei spalancare il caveau per attingere risorse a piacere? Chi può controllarmi? Spiri brezza di sinistra o zefiro di destra sto sempre a cavallo, al riparo di controlli, di inchieste, di ispezioni. Eppure basterebbe che rileggesse Ennio Flaiano(l’avrà mai annusato? Che autori predilige il capataz della Fondazione oltre il Marx che cita a sproposito?).

Cosa scriveva Enniotto (come lo chiamava con ipocrita tenerezza Federico Fellini) Flaiano nel ’70 all’amico Giuseppe Rosato? Leggiamo:«Quando poi si parla di cultura teatrale a Pescara, e si sogna il Living Theatre, o che so io, ci si dimentica che a Pescara il teatro ha fatto soltanto rapide e saltuarie apparizioni nel tempo, che manca una tradizione precisa, persino un’informazione corrente. Indulgendo alle compagnie di avanguardie si otterrebbe questo risultato: di far vedere ai pescaresi tutte le possibili contaminazioni dell’Amleto(non vivono che di questo) prima ancora di avergli fatto vedere il vero Amleto, quello di Shakespeare, come l’ha scritto lui. Siamo nel gorgo più detestabile della moda, e io ormai non ne posso più, per questo ho lasciato la critica sull’Europeo. Quando vado fuori d’Italia posso capire quel teatro, perché a fianco c’è il teatro tradizionale, solido e potente. Ma qui, manca il confronto, manca l’indignazione necessaria per fare queste cose, manca il presupposto culturale. Si fa la parodia di una cosa che non conosciamo. Si imita una moda che non ci riguarda».

Ma l’intero convegno al Conservatorio avrebbe suggerito al satiro solitario un suo epigramma:

Sinceramente, le piace la merda?

Sì, qualche volta, tanto per cambiare.

Qualche volta disgusta. E’ meglio sempre.

Venite, su, che la merda si fredda.

 

 

I martiri del video.

Non vedo né Vespa né Santoro. Le mie coronarie(e la mia intelligenza) non reggono la faziosità e la demagogia dell’abruzzese sempre schierato con chi comanda e del campano che lucra  sulla scomparsa di una sinistra credibile. Ma ritengo che non sia giusto censurarli nel periodo elettorale, e con loro i Floris, i Paragone, ecc. Il provvedimento dei magistrati di Trani non mi manda in visibilio e appare pasticciato(come oggi gran parte degli interventi dei magistrati). La bocciatura della maggioranza del Cda Rai verso il ritorno in video dei conduttori succitati  è un servile omaggio al premier-padrone. Ma quando sento Santoro parlare di libertà di stampa, stracciarsi i paludamenti di vestale della libera espressione, avverto crampi allo stomaco. E quando lo sento accostare Giuseppe Di Vittorio e gli scioperi alla rovescia dei lavoratori poveri dell’Italia quarantottesca alla sua attuale temporanea e ultrapagata assenza dallo schermo a stento riesco a contenere la mia indignazione. Dimentica l’eroe campano di aver preso miliardi da Berlusconi, di prenderli dalla RAI, di averli presi al parlamento europeo grazie alla coglioneria masochista della sinistra? Vederlo infine dalla Serena Dandini(dovrò inserire anche lei nella mia lista nera?) recitare la parte del combattente indomito, della vittima sacrificale, dell’uomo della provvidenza mediatica, mi produce comicità e ira, riso e pianto, tristezza e avvilimento.

                                                                          Giacomo D’Angelo

 

 

L’umorista si ripete.

 

Nei convegni periodici che Edoardo Tiboni confeziona con alacre tenacia su Flaiano, non improvvisati come quello dell’Amministrazione Comunale(ma si può? da quale fantasia rampollano tali aborti?), intervengono amici di Flaiano, che per motivi tristemente anagrafici- lo ha ricordato maliziosamente Masolino D’Amico- si riducono sempre di più. Ma sono poi amici veri come Giovannino Russo(e il D’Amico) o sedicenti? Ad esempio non manca mai da anni l’umorista, sindacalmente parlando, Enrico Vaime, quest’anno ubiquo come il Santo di Padova. Per l’ennesima volta, sia in Comune che al Media-museum, ha raccontato un aneddoto vissuto con il suo «amico» Ennio Flaiano. Un aneddoto stiracchiato, ingiallito, cosparso di rughe. L’avrò ascoltato una diecina di volte, sempre con maggior imbarazzo. Possibile che nel pozzo della memoria di tanto umorista non aggalli un truciolo, una scheggia, un’ombra bianca, un appunto da diario notturno, una di quelle stelle filanti che Montanelli apprezzava in Flaiano?

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I MEZZI E I FINI COINCIDONO (?)

 

Rifletto sulla frase che mi ritorna in testa ultimamente “i fini e i mezzi coincidono”.
Se si desidera un mondo diverso, senza autorità, bisogna provare a tutti i costi di viverlo nel presente, agire pertanto fuori e inevitabilmente contro le autorità. E questo non può che essere l'unico modo possibile di azione che abbiamo. Parlo al plurale ma il mio è solo un punto di vista naturalmente.

-L'AQUILA
È passato quasi un anno, ho sentito parole su parole, dimostrazioni e denunce alle istituzioni, ecco secondo me il problema è nato dall'inizio, da subito dopo il terremoto che ha messo a nudo la vera struttura della società che vede in maniera netta e divisa: il popolo delle tendopoli da una parte e il potere dall'altra, nessuna altra distinzione era possibile notare nei giorni seguenti tra le persone che popolavano il “cratere”. Utilizzo la dicitura popolo in maniera indistinta ma è ovvio che anche all'interno della popolazione aquilana ci siano persone che rivestono ruoli di autorità reale in tal caso loro slittano nella seconda. In ogni caso val la distinzione che balzava agli occhi, chiara, limpida.
Ed ora non parlo a tutti ma a quella parte che doveva fare qualcosa in “questa” direzione, ecco, se 'loro' ne erano davvero pochi, com'è probabile che sia, da non poter autogestire i campi dovevano tirarsi fuori dai campi gestiti dalle autorità ed autogestirne uno a loro volta insieme a chi spontaneamente voleva unirsi, avrebbero dovuto poi volantinare negli altri campi e chiamare assemblee su “autogestione e ricostruzione dal basso” e occuparsi molto meno di -reclamare- “libertà e giustizia, casa e lavoro” a quelli che li han tenuti con il nodo scorsoio. La libertà non viene concessa e allora bisogna prendersela, meglio tirarsi fuori ed essere, che scendere a compromessi e non essere più. Tutto il resto vien da se, dalle denunce per i morti della casa dello studente, fino al progetto case, alla richiesta di togliere le macerie con un atto dimostrativo delle carriole... mi appare tutto come una richiesta accorata...

-IL SALE COME UN ESEMPIO DI AUTOGESTIONE
Sono anni che ci ritroviamo insieme, passati attraverso mille e poi mille difficoltà ma abbiamo sperimentato sulla nostra pelle di come sia bello e possibile autogestirsi, parlare e prendere decisioni su qualunque tema o proposta in maniera diretta e non autoritaria. Io so che come quella del giornale ci sono tante realtà nel territorio in cui viviamo ed anche oltre, basterebbe diffondere questo “modo di stare insieme” su tutte le altre realtà e crisi varie, da quella della sanità, alle fabbriche in chiusura, insomma anche qui, per risolvere le crisi, qualunque tipo di, non bisogna guardare in alto e chiedere briciole di pane, ma guardarsi al fianco e cominciare a parlare, decidere, scegliere e, quindi, vivere. Bisogna scavalcare le autorità che senza nessuno da dominare e gestire non hanno modo di esistere, dopodiché sicuramente loro rivendicheranno la loro volontà di esistere, attraverso la repressione, ma allora li sarà netta, così come lo è stato a L'Aquila, sarà netta la differenza tra sfruttati e sfruttatori e bisognerà sapere da che parte stare, con gli sfruttati, contro gli sfruttatori ma senza essere nessuno dei due. Realizziamo finalmente che l'autorità è solo un vestito stretto e sporco di sangue, che veste chi comanda persone che non vogliono essere comandate da nessuno e che nessuno ha delegato a comandare. Ma questo è solo un sasso lanciato nel mare del tempo, ma che lanciato insieme a tanti altri sassi risale a galla e può deviare il corso degli eventi. Intanto si può pur fare qualcosa, iniziare da piccole esperienze, anche piccolissime, purché sottratte e liberate.

-SPAZIO LIBERO AUTOGESTITO A PESCARA
Qualche mese fa ho incontrato delle persone, oramai amici, in un teatro, ed è nata quest'idea di prendere in affitto un posto qui a Pescara, un luogo fisico, libero nel senso di liberato e da autogestire. Un punto di partenza reale, dove questo “informe e plurale gruppo” dovrebbe vedersi non tanto per essere servi di un'idea di libertà ma quanto per provare a viverla. Un posto dove incontrarsi e poter stare insieme in maniera orizzontale, circolare, insomma senza autoritarismi di ogni sorta, divulgare e cercare di realizzare percorsi autogestionari anche fuori dallo stesso. Vivere un posto per me significa portarci dentro tutto quello che siamo, quello che facciamo, quello che vogliamo, da questo cus cus di sensazioni, di stati d'animo e di

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pulsioni nascerà e me lo auguro, uno spazio che di per se non ha nessuna identità a priori che vada oltre quella anarchica nella testa e nel cuore, tollerante (nel senso non distorto del termine) e dolce nei modi, almeno lo spero.

-INTERNET E LA PARTECIPAZIONE
Ho e ho avuto a che fare moltissimo, un po' per scelta un po' per necessità con questo mezzo e mi vengono in mente alcune cose.
La prima è che sono due o tre anni, non ricordo bene, che diffondo Umanità Nova qui in giro e mi scrivo tramite mail con qualcuno del collettivo redazionale, tra una settimana andrò a conoscerli a Roma ed ancora non so come son fatti, che voce abbiano le persone con cui mi son scritto fin'ora e questo mi sembra molto straniante, non so, tutto qua.

Per lo spazio libero autogestito qui a Pescara avevo aperto una pagina facebook per facilitare le comunicazioni coi ragazzi di cui parlo sopra, ma non appena ho messo on line la pagina sono arrivate decine e decine di richieste di adesione, ma di tutte le persone che hanno aderito, dopo un mese di incontri, ne sono venute realmente solo due, occorre quindi riflettere sulla facilità con cui si sostengono le varie iniziative nel mondo virtuale e non le si porta avanti in quello reale.
Il 22 maggio a Roma è stata chiamata sempre su facebook una manifestazione-incontro tra anarchici, ora bisogna distinguere le due modalità. Mentre per lo spazio noi che cerchiamo di realizzarlo abbiamo sfruttato il virtuale per facilitare il nostro fine, che è quello di conoscerci meglio e di incontrarci, quindi darci appuntamenti e girare volantini e proposte, questo però e val la pena sottolinearlo, va di pari passo a riunioni settimanali dove -tutti- hanno modo di venire ed intervenire. Per la manifestazione del 22 maggio invece il fine era quasi “nullo” mentre il virtuale ha oltrepassato di gran lunga l'incontro reale delle persone. Litigi e scontri a suon di tasti digitati si rincorrono quotidianamente sulla loro pagina in internet. Ora, piena fiducia alla buona fede di chi ha lanciato questa iniziativa, dove io cercherò in tutti i modi di esserci, ma conviene riflettere appunto su fini e mezzi avuti, è fondamentale per capire che il virtuale, qualora voglia essere usato, va sfruttato a proprio favore e non contro e non deve mai sostituire l'incontro reale delle persone. In questo senso una sola data mi sembra ben poca cosa rispetto alle differenze e le distanze emerse su internet. E poi, manifestazione, ma manifestare per chi? contro chi? non ne vedo il motivo, nessun percorso di lotta abbiam condiviso con le persone conosciute on line che mi portano a sfilare per le strade di Roma, per far cosa poi, contarci? Farci contare? E poi? ...altra cosa, come correzione è stata fatta e me lo auguro anch'io, è incontrarsi per scambiarci parole, affetti, idee, progetti e percorsi autogestionari e di lotta reali o fosse anche per conoscerci e basta.

Critical mass Pescara nato, almeno nelle intenzioni, come incontro spontaneo ed orizzontale, secondo me, si è arenato in internet (e non solo) dove la gestione dello spazio virtuale non è utilizzato solo per comunicazioni della CM limitate agli appuntamenti o cmque inerenti alla CM ma viene quotidianamente utilizzato per divulgazioni varie "da pochi verso molti" a discapito della partecipazione reale di tutti al movimento.

In ultimo, il sale ha anche le sue pagine in internet, uno, un sito dove poter leggere il giornale, l'altro, su facebook dove non s'interviene personalmente ma si comunicano solamente le date delle riunioni e di tanto in tanto si pubblica il giornale. Il virtuale è praticamente inesistente rispetto al gruppo che si riunisce costantemente e naturalmente non vi si contrappone, internet infatti è utilizzato solo per consultare l'archivio del giornale o sapere dove e quando venire agli appuntamenti.
Potrei scrivere altro, le due pagine son finite, mi fermo qui ;)

besos, moreno de sanctis maldiscuola@yahoo.it

 

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L’ALLODOLA

 

 

Sul primo mattino ancora chiaro

quando il sole s’è appena alzato

all’orizzonte lontano

si sente fra le verdi foglie

che brillano di brina

un uccellino che canta

prima acuto e poi sempre più piano.

Non si lamenta come la capinera

né ha il trillo dell’usignolo

nascosto dall’ombre della sera

perché l’allodola solerte

si desta ai primi raggi

ed aspetta tra le zolle

il contadino che di buona vena

riprende a fendere la terra

lasciando cadere i semi

dove il solco è ben più molle.

 

 

AD UNO SPAVENTAPASSERI

 

Caro vecchio amico

d’un tempo ormai lontano

vidi

i tuoi occhi chiari

rincorrere

nel cielo azzurro

gli uccelli

che più non ti fanno compagnia.

 

Il tuo cappellaccio

roso dal vento

gridava

ai passanti

la tua triste storia

di vagabondo

prigioniero

d’un mondo sordo

ai tuoi rantoli

di disperazione.

 

Torneranno

con la nuova stagione

i girasoli

ma nessuno

ricercherà il tuo sorriso

di pagliaccio

                          dimenticato.                  

 

                                                                                                  Estate del ’74 in macchina

 

 

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VICOLO CILLI

 

 

Nulla è rimasto, Teresa

del luogo tanto caro

alla nostra adolescenza.

 

Invano ho cercato

il rifugio al sole

delle filatrici di lino

i bianchi massi squadrati

la casetta dei Cilli

l’orto degli Spadolini

il vecchio fico

il pozzo coi pesciolini

l’aia brunita, sede

di giochi di bimbi

cantiere d’aquilone

bottega di robivecchi

segreto convegno

d’amori giovanili.

 

Andavo su e giù

dalla strada alla ferrovia

tra due file di case fredde

trattenendo lagrime di sale

per la rabbia.

 

Lento si dipanava

sotto il mio sguardo

un angusto spazio

dove il sole più non riscalda.

 

Fra tante mura vuote

la casa paterna s’estendeva

non s’udivano però

i canti delle operaie

del magazzino della frutta

né il cinguettio malinconico

del passero solitario

che all’ombra del torrione

attendeva la stagione bella

come le primule

che docili s’offrivano

al delicato tocco

delle tue bianche mani

Donna Eva

                                  

 

           Fernando Italo Schiappa  

 

 

 

 

                                                                                            

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ilSale2

LO SCIOPERO NON HA PADRONI!

 

            Lo sciopero degli immigrati, effettuato il  1° marzo, è stato molto importante ed un successo. Anche se non è riuscito a dimostrare il proprio “peso economico” sull’economia italiana perché sono stati pochi i posti di lavoro che si sono fermati, però ha dimostrato il proprio “peso umano”, di gran  lunga superiore a quello economico, perché le manifestazioni di immigrati ed Italiani sono state tantissime, tutte caratterizzate da un forte spirito di umanità, allegria, uguaglianza, rispetto e si sono formati 60 comitati cittadini, composti da immigrati ed Italiani. Un ottimo esempio da imitare nella nostra città. Queste persone sono delle avanguardie che rappresentano un nuovo tipo di “cittadino senza frontiere”. Le manifestazioni sono state una festa più che una protesta. I veri immigrati, cioè persone estranee e straniere,  sono gli uomini e le donne del potere perché non provengono dalla razza umana ma da quella disumana, cioè una sottospecie.

            Un aspetto rivoluzionario di questo sciopero è stato il fatto di averlo promosso “al di fuori degli schieramenti”, come hanno detto gli organizzatori, cioè è stata una mobilitazione tutta preparata dal basso, autogestita, fuori dalle istituzioni, purtroppo non contro, nel rispetto di coloro che vi credono. Così sono state le mobilitazioni anche del movimento dei “Viola”. Ma il movimentismo non basta, a mio avviso. E’ un grosso passo avanti  rispetto ai partiti ed ai sindacati, da cui tende a staccarsi e indipendizzarsi, però deve dare “il potere alle masse”, vecchio slogan attualissimo, altrimenti si forma un piccolo gruppo di potere che si burocratizza. I movimenti, secondo me, si devono “posare”, stabilizzare e creare nuovi organismi di massa, permanenti, autogestiti, in modo da mettere il popolo nella condizione di poter decidere direttamente e permanentemente su tutto. A questo punto i partiti ed i sindacati non serviranno più.

            Il fatto che lo sciopero è stato promosso “al di fuori degli schieramenti” non è stato gradito dalla CGIL, tanto che il responsabile immigrazione, in una intervista a “il manifesto” del 3 marzo, si è sentito in diritto di affermare “…gli scioperi li proclamano i sindacati.” Non è vero! Gli scioperi li può proclamare chiunque senta di subire un’ingiustizia. Il diritto di sciopero non è una proprietà privata del sindacato! Esso lo usa come un’arma nei confronti del padronato e dei lavoratori per giustificare il proprio ruolo e per difendere i propri interessi di casta. Esso è un’arma di tutti  i lavoratori e di tutti gli sfruttati contro il padronato, conquistato con le lotte nel corso della Storia. Quindi è un bene pubblico. Non c’è il padrone dello sciopero. Chiunque ne senta il bisogno può farlo, naturalmente a proprio rischio e pericolo. Ma senza “rischi e pericoli” non si ottiene niente. Infatti da quando in  Italia è entrato in uso “lo sciopero garantito” non si è ottenuto più niente e si va sempre peggio. Si portano a spasso milioni e milioni di persone e si addormentano le coscienze.

I promotori dello sciopero del 1° marzo sono stati criticati perché non hanno tenuto conto delle norme contrattuali che regolano il diritto di sciopero. Questo è impossibile perché esse sono soggette alle oscillazioni della lotta di classe e dei rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori. Per questo le norme contrattuali sono sempre state considerate “pezzi di carta”, sia da parte del padronato che dei lavoratori. Basta vedere il modo come è stata fatta scomparire la famosa scala mobile per i lavoratori, tanto per fare un esempio. Inoltre le lotte del ’68 e dell’Autunno caldo del ’69 hanno buttato all’aria tutte le vecchie norme contrattuali reazionarie. Solo una mentalità statica-burocratica può pensare di imprigionare il diritto di sciopero. Esso dipende soltanto dai rapporti di forza e non dall’osservanza delle leggi. Evidentemente i rapporti di forza tra immigrati e potere attualmente stanno cambiando a vantaggio dei primi, altrimenti 4 donne non avrebbero avuto il coraggio di indire lo sciopero del 1° marzo, né avrebbero avuto il successo che c’è stato.

I pregiudizi e l’ignoranza esistono, ma tra questi il “Dio denaro” e le leggi del mercato capitalista hanno sempre prevalso i secondi. Per questo motivo io penso che il razzismo e l’antirazzismo siano falsi problemi, solo la facciata, il vero problema sta dietro. L’agricoltore che paga 20 euro al giorno all’immigrato di Rosarno, oppure quello che ne paga 30 all’immigrato raccoglitore di olive a Moscufo, non è razzista; lo fa perché non ci esce con le spese; lo farebbe ugualmente con un Italiano; il suo problema è che costui non ci va perché non è alla fame. Sono le leggi del mercato che determinano questi comportamenti. Coloro che le accettano sono sfruttatori e non razzisti, la razza non

 

 

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c’entra niente. Invece di sfruttare gli immigrati possono ribellarsi allo stato che li carica di tasse oppure ai grandi industriali che impongono dei prezzi bassissimi alle loro merci oppure rinunciare a parte dei propri privilegi. Non fanno niente di tutto questo e si dedicano a super sfruttare l’immigrato che, in questo quadro, rappresenta il lato più debole. E’ la soluzione più comoda, ma la più disumana.  Dovrebbero vergognarsene! Se volessero mettersi “la coscienza a posto” ed avere la comprensione degli altri dovrebbero allearsi con gli immigrati e tutti i lavoratori contro lo stato e contro i padroni. Del resto non c’è altra soluzione ai loro problemi.

Il ragionamento che ho fatto per gli agricoltori naturalmente vale per tutti i datori di lavoro,  particolarmente i piccoli e medi imprenditori, soprattutto in questo momento storico in cui lo stato italiano rischia di chiudere  tutto per “bancarotta”, come può avvenire per quello greco da un momento all’altro  e come è successo per quello argentino nel 2001.

Perdersi nei ragionamenti sul razzismo e l’antirazzismo, secondo me è un modo di vedere il problema solo sulla superficie. A Roma, il 14 marzo, una banda di giovani ha distrutto un bar, ferendo 4 persone, nel quartiere La Magliana, il proprietario è del Bangladesh ed è frequentato da connazionali. Alcuni abitanti del quartiere, intervistati, si sono difesi affermando con forza che loro non sono razzisti e facendo presente i numerosi problemi della loro vita e del territorio in cui vivono. Hanno pienamente ragione: il problema non è il razzismo ma la povertà dilagante che rende sempre più difficile e impossibile le condizioni di vita degli Italiani. In una situazione di crisi si inserisce il rapporto con l’immigrato. Questo crea problemi al povero e vantaggi al ricco. L’immigrato va a vivere nei quartieri poveri portando con sé tutta la propria diversità culturale, etica, religiosa, morale. Tutto questo di per sé è già un problema destabilizzante che si aggiunge ad un ambiente in cui i problemi già sono tanti.  L’immigrato non va a mangiare nella casa del ricco ma a togliere il pane in quella del povero. Da qui scatta il meccanismo della “guerra tra poveri”. Obiettivamente è così perché entra in competizione e rivalità con il lavoratore italiano, vincendolo. Un simile problema non si può risolvere con la legge della domanda e dell’offerta del mercato capitalistico, che lo ha creato, ma con la legge umanitaria, disapplicata non solo dal governo italiano ma da tutti i governi del pianeta, che stabilisce il diritto ad una vita dignitosa per tutti gli esseri umani. Se i governi non applicano questa legge, la possiamo applicare sicuramente a livello individuale, tra cittadini coscienti, sia Italiani che immigrati. In questo modo trasformiamo la rivalità in unione contro le leggi del mercato capitalista ed i loro governanti.

Dall’arrivo dell’immigrato il ricco ne trae soltanto vantaggi  perché sfrutta la sua manodopera a basso prezzo, non lo riceve nel suo quartiere e non subisce nessuna alterazione nel suo stile di vita. Tranne quando gli vanno a rubare nelle ville e negli appartamenti di lusso. Allora strilla come un ossesso ed invoca anche la pena di morte. Ma fino a quando si svolge la “normale guerra tra poveri”, tutti discutono tranquillamente sul razzismo e l’antirazzismo, mentre il problema non è il colore della pelle, né la nazionalità, né la religione, ma le cause economiche-sociali e politiche che stanno dietro tutti questi fatti, sia da parte del popolo che da parte del potere. Il linciaggio morale dei Mass Media contro il Romeno, prima era l’Albanese, i Rom e l’immigrato in genere, avviene tutti i giorni. Per cui non ci si può meravigliare se una banda di giovani romani vede negli immigrati del Bangladesh la causa dei propri problemi ed il proprio nemico. Nello stesso tempo c’è da vedere che sono  scontri “annunciati”, voluti. Per questo c’è da dire che la radice del cosiddetto razzismo è nel sistema capitalista e che essere anti razzisti non significa niente se non si è nello stesso tempo anti capitalisti. Se non si allarga la discussione e l’azione contro tutto il sistema non si possono capire i problemi dell’immigrazione e del “razzismo”, né tanto meno, io penso, si possono affrontare in modo veramente costruttivo. 

Per quanto riguarda la nostra città, io penso che non si tratta di fare una attività dei Pescaresi verso gli immigrati in forma assistenziale e protezionista, né degli immigrati verso di noi. Si devono creare un rapporto ed una coscienza che permettono di conoscersi, capirsi, avere fiducia l’uno nell’altro. Questo è il primo passo. Bisogna rompere la divisione tra Pescaresi ed immigrati. Nella nostra città non si vedono Pescaresi ed immigrati camminare insieme. Assurdo!

Antonio Mucci

 

 

 

 

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ilSale2

 

 

APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero precedente)

 

Lo “spaesamento” e lo spopolamento dei paesi irpini

 

                                                         

Purtroppo, già da molti anni anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo.

Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato”, nel senso che si ripropone in forme nuove, più complesse e più gravi del passato. Infatti, una volta gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi prima possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l’intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso stabiliscono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare. Come si è già scritto in precedenza. Ebbene, vale la pena di ribadire che questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone, sempre più depresse e desolate.

Quelle che un tempo erano piccole comunità senza dubbio vivibili e solidali, depositarie di una memoria storica e di un profonda identità derivante soprattutto dalle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono frantumate e atomizzate, avendo smarrito la propria dimensione umanistica e popolare, la propria identità culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili conseguenze che si ripercuotono in modo devastante sul piano delle relazioni umane e sociali.

 

                               egoismo  

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Infatti, anche in Irpinia la conseguenza più atroce e drammatica di questa modernizzazione posticcia, è stato un processo di crescente brutalizzazione dei comportamenti e delle relazioni umane, sempre più improntate e finalizzate ad un unico valore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita proposto ed imposto alle nuove generazioni. Le quali, non a caso, sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, come è accaduto in passato ai loro nonni e ai loro antenati, seppure siano indubbiamente più scolarizzate e, in moltissimi casi, formate ai massimi livelli dell'istruzione scolastica e universitaria.

Sia ben chiaro un punto, a scanso di eventuali equivoci. Non intendo qui formulare un'ipotesi di esaltazione acritica e apologetica del feudalesimo o delle civiltà ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare su scala soprattutto planetaria, ma anche all'interno dei suoi assetti locali, nuove forme di sottosviluppo e di barbarie, né intendo esternare sentimenti di anacronistica nostalgia d'un passato che fu di dolore ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale (almeno a livello delle classi sociali superiori: si pensi all'aristocrazia feudale, di stampo baronale, o alle fasce più elevate e più ricche della borghesia economico-mercantile), di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine e della servitù della gleba pre-esistente.

 

                                          servi

 

Al contrario, mi preme interpretare e comprendere la società presente a partire da un'analisi il più possibile lucida e oggettiva di quella trascorsa. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia pseudo-liberale puramente formale, da un benessere assolutamente mercificato, corrotto e artefatto, in quanto prettamente consumistico.

 

 

(… continua nel prossimo numero)

 

Lucio Garofalo

 

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ilSale2

 

 

Iniziativa di Beppe Grillo x il caro benzina!!

 

IMPORTANTE !!! – LEGGI ATTENTAMENTE

 

è importantissimo piegare questi maledetti che alzano in continuazione il prezzo!! (gli americani si sono incazzati perché gli si è alzata la benzina a 0.75€ per 5 LITRI !!!) e noi paghiamo 1.50€ a litro. . ma siamo

impazziti???!!!

 

 

Dal Blog di Beppe Grillo parte un'altra iniziativa...

(quella precedente era abolire il costo di ricarica delle schede telefoniche prepagate......con ottima riuscita!!!!)

 

Provare non costa nulla!!!!!!!!!!!!

Giratela ognuno ad almeno 10 contatti, grazie mille!!!!

 

_______________________________________________

 

 

COME AVERE LA BENZINA A META'PREZZO ?

 

Anche se non hai la macchina, per favore fai circolare il messaggio agli

amici.

 

Benzina a metà prezzo? Diamoci da fare...

Siamo venuti a sapere di un'azione comune per esercitare il nostro potere nei confronti delle compagnie petrolifere.

Si sente dire che la benzina aumenterà ancora fino a

1.50 Euro al litro.

UNITI possiamo far abbassare il prezzo muovendoci insieme, in modo

intelligente e solidale.

 

Ecco come....

 

La parola d'ordine è 'colpire il portafoglio delle compagnie senza lederci

da soli'.

Posta l'idea che non comprare la benzina in un determinato giorno ha

fatto ridere le compagnie (sanno benissimo che, per noi,si tratta solo di un pieno differito, perché alla fine ne abbiamo bisogno!), c'è un sistema

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che invece li farà ridere pochissimo, purché si agisca in tanti.

Petrolieri e l'OPEC ci hanno condizionati a credere che un prezzo che

varia da 0,95 e 1 Euro al litro sia un buon prezzo, ma noi possiamo far

 

 

loro scoprire che un prezzo ragionevole anche per loro è circa la metà.

I consumatori possono incidere moltissimo sulle politiche delle aziende: bisogna usare il potere che abbiamo.

La proposta è che da qui alla fine dell'anno non si compri più benzina dalle 2 più grosse compagnie, SHELL ed ESSO, che peraltro ormai formano un'unica compagnia.

Se non venderanno più benzina (o ne venderanno molta meno), saranno obbligate a calare i prezzi.

 

Se queste due compagnie caleranno i prezzi, le altre dovranno per forza

adeguarsi.

 

Per farcela, però dobbiamo essere milioni di NON-clienti di Esso e

Shell, in tutto il mondo. Questo messaggio è stato inviato ad una trentina di persone; se ciascuna di queste aderisce e a sua volta lo

trasmette a, diciamo, una decina di amici, siamo a

trecento.

Se questi fanno altrettanto, siamo a tremila, e così via..................

Di questo passo, quando questo messaggio sarà arrivato

alla 'settima generazione', avremo raggiunto e

informato 30 milioni di consumatori!

Inviate dunque questo messaggio a dieci persone chiedendo loro di fare altrettanto.

Se tutti sono abbastanza veloci nell'agire, potremmo sensibilizzare

circa trecento milioni di persone in otto giorni! E' certo che, ad agire così, non abbiamo niente da perdere, non vi pare?

Chi se ne frega per un po' di bollini e regali e baggianate che ci

vincolano a queste compagnie.

 

Coraggio, diamoci da fare!!!

 

Presentato da Pino D’Ignazio

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ilSale2

 

 

 

La pagina di Diderot

Siamo un paese di razzisti ?

A Pescara il Sindaco ha dato disposizione di rimuovere le panchine di Piazza S. Cuore ( ritrovo e svago socializzante di decine  di immigrate badanti dell’Europa dell’est ), dimostrando il Sindaco di Pescara, emulando  i leghisti  padani,   di non essere inferiore a nessuno  nell’attuare la politica discriminatoria razziale. Gli immigrati puliscono le nostre case, i nostri ospedali, i nostri uffici. Curano i nostri anziani, accompagnano i nostri malati. Cucinano le nostre cene e ci rassettano la stanza d’albergo. A volte affidiamo loro i nostri bambini. Sono donne e uomini, per lo più di religione ortodossa, ma anche musulmani e provengono in maggioranza dai paesi dell’Est, dal Nord Africa, dai Balcani e dall’America del Sud. Donne e uomini  che - e in alcune regioni - hanno superato in quantità gli immigrati di sesso maschile. Immigrati, quindi doppiamente discriminati, stretti nei meandri di una società sempre più vecchia, che affida loro il compito di sopperire alle carenze di un welfare sempre più striminzito e di mettere le mani là dove gli autoctoni non le metterebbero mai. Costretti a giostrarsi tra famiglia e lavoro e magari a gestire la sofferenza di altri, oltre che la propria. Costretti a subire la doppia morale di una comunità che non può fare a meno di loro, ma che fa finta di non vederli. E che si permette magari di discettare sulla loro religione.

Quando abbiamo visto le immagini di Rosarno, della incivile e barbara caccia agli immigrati, c’è da porsi un serio interrogativo : siamo un paese di razzisti?  Lo siamo diventati o lo siamo sempre stati? Un tempo gli italiani erano considerati i «negri d’Europa» (secondo la definizione degli scienziati razzisti USA) e da migranti erano costretti ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione: i più umilianti, quelli meno considerati. La stessa cosa accade oggi: gli stranieri sono là dove gli italiani non accettano più di stare, dove i salari sono più bassi e le possibilità di migliorare la propria situazione sono minime. Questo è tanto più vero per le donne immigrate.

Una  immigrazione che risponde a un’esigenza essenziale dell’economia dei paesi occidentali ed alcuni seri studi mettono in rilievo l’inserimento degli immigrati nei livelli inferiori della complessa economia dei servizi  in quanto  indispensabili. A partire dall’inizio del decennio le vertenze fatte dai lavoratori immigrati e prese in carico dal Sindacato sono state in continua crescita, un segno di integrazione e i  lavoratori immigrati stanno pian piano capendo dove sono. E riconoscono nel sindacato uno strumento di tutela. La percentuale di donne immigrate che si rivolgono al sindacato è invece in diminuzione: sono poco più della metà degli stranieri uomini. Un dato che si spiega con una maggiore paura e poi con il fatto che spesso un conflitto sul lavoro che coinvolge una donna si risolve con il ritorno di quest’ultima entro le mura domestiche. Ma che cosa succederebbe se i lavoratori e le lavoratrici immigrate/i in Italia decidessero di abbandonare le carrozzelle e i vassoi?

Sciopero!

Il primo maggio 2006 i cittadini di Los Angeles hanno potuto assistere a una manifestazione davvero straordinaria: un milione di persone - in maggioranza «latinos» - hanno sfilato per la città, chiedendo la regolarizzazione degli oltre 12 milioni di lavoratori senza documenti presenti negli USA. E gli Stati Uniti si sono fermati. Che cosa succederebbe in Italia? È la domanda che pongono al nostro paese - pericolosamente avviato sulla china del razzismo e dell’intolleranza - le organizzatrici dello «Sciopero degli stranieri - 24h senza di noi», iniziativa lanciata dapprima su Facebook e poi approdata nel mondo reale, che sta catalizzando le energie del variegato mondo delle associazioni di immigrati e antirazziste (www.primomarzo2010.it).

Quello del rapporto con i sindacati, spesso poco inclini ad accogliere nuove istanze provenienti dal di fuori delle loro strutture, resta un nodo importante da sciogliere per la riuscita dell’iniziativa. Oggi  il sistema usa il ricatto nei confronti degli extracomunitari, più esposti a causa del permesso di soggiorno, per forzare i diritti di tutti quanti. Il problema è dei diritti del lavoro, sociali, che vengono messi in discussione per tutti. Vogliono costruire un nuovo schiavo e non faranno distinzione tra lavoratori immigrati e italiani. Meditate !

Diderot

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”